LE EMERGENZE PLANETARIE

Intervista al professor Antonino Zichichi

LE EMERGENZE PLANETARIE

Sono 71, e per essere studiate è necessario un “Centro Internazionale impegnato a unificare Scienza, Tecnologia e Cultura affinché l’azione politica sia al passo con le conquiste scientifiche”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Si è conclusa lo scorso 25 agosto la 45° edizione dei Seminari internazionali sulle emergenze planetarie, organizzati dalla World Federation of Scientists (WFS) e dal Centro di cultura scientifica Ettore MajoranaTema della settimana di lavoro è stato Il ruolo della scienza nel terzo millennio’. Dalla guerra -che molto probabilmente non sarà nucleare bensì cibernetica-, al nucleare -sicuro se sfilato dalle mani della politica e riaffidato esclusivamente alle competenze scientifiche-, all’emergenza alimentare, come ogni anno i Seminari 2012 hanno offerto una grande occasione per capire qualcosa di più del mondo e dell’ignoranza umana alla base della progressiva distruzione del pianeta.

Con il professor Antonino Zichichi, fondatore del Centro, tra i fisici europei più illustri e brillante divulgatore scientifico, abbiamo tentato di fare il punto su alcuni tra i temi più interessanti dibattuti nella settimana di lavoro.

Centodieci scienziati di quaranta Nazioni a Erice per studiare le Emergenze Planetarie. Qual è il ruolo della scienza nel III millennio?

Quello di far capire a tutti quali sono le vere Emergenze Planetarie e quali non sono. Esempio. La ‘Cultura Dominante’ è riuscita a demonizzare l’effetto serra e l’anidride carbonica. Ebbene queste due ‘cose’ non le ha fatte l’uomo ma la Natura. Se queste due ‘cose’ non esistessero non potremmo essere qui a discuterne. Non potrebbe esistere la vita in questo satellite del Sole. Su queste due ‘cose’ è concentrata l’attenzione di tutti i Governi del mondo; prova ne è la quantità di miliardi Dollari (in USA) e di Euro (in Europa) già stanziati per far fronte a queste due ‘cose’ che tutti pensano siano due EmergenzePlanetarie. Così non è, come è venuto fuori dai Seminari di Erice. Purtroppo le vereEmergenze ci sono e non sono due, bensì 71. I miliardi di Dollari vanno spesi per affrontare e risolvere queste vere Emergenze. Il pericolo grave è che i Governi restino senza fondi per leEmergenze Planetarie il cui studio ha bisogno di un Centro Internazionale interamente impegnato a unificare Scienza, Tecnologia e Cultura affinché l’azione politica sia al passo con le conquiste scientifiche.

Lei ha dichiarato “oggi noi viviamo come se nessuno sapesse quali sono le leggi fondamentali che reggono il mondo“. Le chiedo, operativamente, come far entrare la scienza nella vita quotidiana degli individui, nel loro patrimonio di conoscenze? Come deve cambiare la scuola e come la formazione perenne?



C’è bisogno di Scienza nella vita di tutti i giorni, anche se nessuno se ne rende conto. La Tecnologia Medica (Raggi X, Risonanza Magnetica, TAC, PET ecc. …) non potrebbe esistere se noi scienziati non avessimo scoperto le leggi che reggono la realtà in cui viviamo e di cui siamo parte. La Scuola deve cambiare e anche la formazione di chi vuol essere parte di questa battaglia culturale che è la più civile battaglia che si possa immaginare. Il nemico numero uno dell’umanità è infatti l’Ignoranza: un male perfettamente curabile.

In questo, quali sono le responsabilità dei media?

Enormi. La Potenza informatica dei media è cresciuta enormemente. Il suo livello si è inveceenormemente abbassato. Le faccio un esempio. Hanno fatto una domanda a portatori di telefonino fermi ai semafori di una grande città d’Europa. Chi ha il telefonino porta in mano le frontiere della Elettrodinamica Quantistica. Ecco la domanda: “Lei sa che il Sole sorge a Oriente e tramonta a Occidente. Secondo quanto Lei sa è la Terra che gira o il Sole?” Il 70% degli intervistati ha risposto: “Il Sole”. Ecco perché ho detto che fa più Cultura MaurizioCrozza che l’insieme dei Media. Crozza ha detto: “La Terra gira attorno al Sole senza fermarsi mai. Sapete perché? Non trova parcheggio”. Chi ha ascoltato Crozza non dirà mai che è il Sole a girare attorno alla Terra.

Quali sono le 71 Emergenze Planetarie? Potrebbe elencarcele?

Sono nei 45 volumi degli atti dei nostri seminari sulle emergenze planetarie. Io posso limitarmi a dire che le sorgenti di queste 71 Emergenze sono quindici: acqua, suolo, cibo, energia, inquinamento, limiti dello sviluppo, cambiamenti climatici, monitoraggio del pianeta, minacce belliche nel mondo multipolare, scienza e tecnologia per il Terzo Mondo, sostituzione degli organi, Aids e altre malattie infettive, inquinamento culturale, difesa contro oggetti cosmici, gli ingenti investimenti militari. Ciascuna di queste quindici sorgenti genera diverse emergenze.

Quest’anno la relazione di apertura è stata tenuta dal Presidente della Repubblica Ceca, professore Václav Klaus. Esiste un forte connubio tra scienza e politica, parliamone.

Non è connubio è alleanza. Il Professore Klaus è uno dei Presidenti più colti che esista al mondo. Segue da anni i lavori degli scienziati di Erice che hanno le loro radici nella WFS(diecimila scienziati di 115 Nazioni). Noi infatti non ci siamo limitati a studiare teoricamente le Emergenze Planetarie citate prima. Abbiamo saputo progettare e realizzare ben 100 progetti-pilota in 50 Paesi per dimostrare che se c’è volontà politica è possibile affrontare e risolvere le 71 Emergenze Planetarie. Le faccio un esempio di progetto-pilota realizzato in Cina negli anni 90: il ‘Sistema di previsione in tempo reale e della gestione delle inondazioni del Basso Fiume Giallo’, volto a risolvere gli enormi problemi creati dalle periodiche inondazioni nel bacino del Fiume Giallo che ogni anno causavano migliaia di vittime. Il costo del progetto pilota è stato 3,4 milioni di dollari. I risultati da noi ottenuti hanno permesso alle autorità cinesi di intraprendere l’attuazione del progetto completo con un finanziamento di un miliardo di dollari della Banca Mondiale.

Parliamo del nucleare. Qual è la sua posizione?

La tecnologia nucleare non esisteva nel 1940. In appena cinque anni si passa dalla totale assenza di questa tecnologia alla esistenza delle centrali nucleari e purtroppo anche alle bombe (dette atomiche ma in realtà a fissione nucleare) che hanno distrutto Hiroshima e Nagasaki. Nel corso dei cinque anni sopra citati (in realtà il Progetto Manhattan è durato appena 38 mesi) si passa quindi dal nulla alla tecnologia nucleare di potenza inaudita per quei tempi, senza alcun incidente. Come si spiega questa totale mancanza di incidenti conChernobyl e Fukushima? Il Progetto Manhattan era in mano alla vera grande Scienza;Chernobyl e Fukushima invece sono stati in mano alla violenza politica ed economica. I disastri di Chernobyl e di Fukushima non sono dovuti alla tecnologia nucleare ma all’uso che di questa tecnologia ne fa la violenza politica (Chernobyl) ed economica (Fukushima). Io ho avuto il privilegio di conoscere tutti i fisici del Progetto Manhattan. Essi si erano posti esattamente i problemi oggi di straordinaria attualità, partendo da un dato di fondamentale importanza. Il fuoco nucleare regala all’umanità un fattore pari a un milione di volte la potenza di tutti i precedenti ‘fuochi’. Per produrre la stessa quantità di energia ci sono due strade: bruciare un milione di chili di petrolio, carbone, legna, gas (qualsiasi combustibile di tipo elettromagnetico), oppure bruciare appena un chilo di combustibile di tipo nucleare. Immagini di avere due macchinette. In una Lei mette un Euro ed esce un panino. Nell’altra mette sempre un Euro ma escono un milione di panini. Quale sceglierebbe? I nostri posteri non ritorneranno all’età della pietra per mancanza di energia. Useranno il milione di volte citato prima. L’umanità ha bisogno di energia per vivere bene.

Esiste il rischio di una guerra nucleare nei Paesi Arabi e di una guerra tra Israele e Iran? E come è possibile uscire da queste situazioni?

Il pericolo è fuori discussione che esista. Bisogna fare in modo che questo pericolo non diventi realtà. Come? Cercando in tutti i modi di convincere gli uni e egli altri che a nessuno dei due conviene scatenare un conflitto. La Scienza è il motore di pace più efficace che esista al mondo. Ecco uno dei motivi per cui la World Federation of Scientists ha studiato il progetto per creare un Centro di Studi sulle Emergenze Planetarie. Coloro che vorrebbero scatenare una guerra debbono capire che tutti abbiamo un nemico comune e che questo nemico sono leEmergenze Planetarie. Emergenze che, se non vengono affrontate e risolte, in tempi brevi, colpiranno tutti gli abitanti di questo satellite del Sole; nessuno escluso. Invece dicombatterci a vicenda è molto più saggio combattere insieme le Emergenze Planetarie.

Guerra nucleare o cibernetica? E la guerra cibernetica come ce la dobbiamo attendere?

È fuori discussione che con la cosiddetta guerra cibernetica si possono mettere fuori uso tutti i sistemi di distribuzione d’acqua e d’energia di un’intera Nazione. L’incidente occorso in India poche settimane fa nella distribuzione di energia elettrica è un esempio dellavulnerabilità che caratterizza le strutture da cui dipende la vita di tutti i giorni. Detto in termini sintetici: è possibile mettere in ginocchio un’intera Nazione senza usare né missili intercontinentali né bombe nucleari. La guerra cibernetica va presa sul serio, come insegna la Storia. L’umanità, dall’alba della civiltà ai tempi di oggi, ha combattuto cinquantamilaguerre. Le prime le ha vinte chi riusciva ad avere la supremazia sulla superficie terrestre; le successive vennero vinte da coloro che avevano il dominio dei mari; l’ultima guerra ha visto vincente la Nazione (USA) che dominava il cielo. Poi sono venute le guerre spaziali che la Scienza è riuscita a evitare. Adesso siamo alle guerre ‘elettroniche’; è questo il vero significato di guerra cibernetica che la comunità scientifica della WFS studia grazie al gruppo di lavoro che ha dentro i più grandi specialisti sia del ‘soft’ sia dell’‘hard’. Infatti per vincere è necessario non dimenticare che la matrice del ‘soft’ sta nella parte ‘hard’. Esempio: le Ferrari hanno bisogno sia della macchina (hard) sia di Fernando Alonso che la sa guidare (soft). Ma se vogliamo vincere non basta avere Alonso; è necessario fornirgli una macchina quanto più perfetta e potente tra tutte le possibili macchine. Questa difesa della componente ’hard’ delle attività umane nasce in quanto io appartengo alla componente ’hard’ dell’attività scientifica, spesso dimenticata a tutti i livelli, pur essendo il motore del progresso ’hard’ e ’soft’.

Lei ha affermato che “la Cultura del nostro tempo, che è detta moderna, in verità è pre-aristotelica“. Che significa?

Significa che della ‘Cultura del nostro tempo’ non fanno parte né la Logica Rigorosa Teorica (meglio nota come attività matematica) né la Logica Rigorosa Sperimentale (meglio nota come Scienza). Per la Cultura detta moderna è come se la Scienza non fosse stata scoperta. Chi usa il telefonino, Internet ecc. .., e chi ha bisogno delle moderne tecnologie mediche è convinto che questi strumenti siano stati inventati dalla tecnologia dell’informazione e dalla tecnologia medica. Non è così che stanno le cose (come abbiamo visto già). Se non fosse per le scoperte che hanno portato a scrivere le equazioni della Elettrodinamica Quantistica (QED: Quantum ElectroDynamics) alla cui costruzione io ho dato contributi notevoli, non potrebbero esistere le tecnologie sopra citate. Enrico Fermi diceva: “Quando c’è in gioco il proprio lavoro bisogna abbandonare la modestia“. Enrico Fermi fu il più grande Galileiano dell’ultimo secolo e visse sulle sue spalle l’enorme responsabilità di capire l’importanza della Cultura nella vita di tutti i giorni. Purtroppo morì all’età di appena 53 anni e non poteva che raccomandare ai suoi allievi di Chicago di battersi affinché all’Hiroshima politica non seguisse l’Hiroshima culturale. Siamo in piena Hiroshima culturale. Parlano infatti di Scienza persone che non hanno mai scoperto né inventato nulla, ma che il grande pubblico considera ’scienziati’. Ecco l’origine della confusione tra Scienza e Tecnica e di tutte le altre mistificazioni culturali di cui siamo vittime noi scienziati.

Come giudica il livello di conoscenza e consapevolezza scientifica della classe politica dei grandi Paesi del mondo?

C’è un enorme risveglio. Ai Seminari di Erice hanno preso parte esponenti illustri della politica italiana e straniera. Il Presidente della Repubblica Ceca Václav Klaus, è stato con noi a Erice dove sono venuti anche il Ministro Anna Maria Cancellieri, gli Onorevoli Alessandro Pagano e Alfredo Mantovano; il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica Italiana Donato Marra per portare agli scienziati della WFS il sostegno di Giorgio Napolitano al progetto della WFS per un Centro Studi e Ricerche sulle Emergenze Planetarie. Le ultime notizie da Cina, Russia e USA sono molto incoraggianti essendo le Emergenze Planetariefinalmente riuscite ad attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica che in questi grandi Paesi agisce da centro propulsore dell’azione politica: negli USA il Presidente Obama intende porre le Emergenze Planetarie nel suo programma elettorale.

da L’INDRO.IT di mercoledì 29 Agosto 2012, ore 19:14

http://www.lindro.it/Le-Emergenze-Planetarie,10086#.UHRr3pgxooc

’ABBIAMO BISOGNO DELL’ALTRA ITALIA’

Intervista al giornalista e scrittore Goffredo Palmerini

’ABBIAMO BISOGNO DELL’ALTRA ITALIA’

“Con gli immigrati di oggi abbiamo la memoria corta. Ora saremmo noi a dover chiedere un aiuto agli italiani all’estero”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“C’è sempre un grande interesse quando tornano nel loro Paese, per ricucire il legame con le loro radici. È molto diverso oggi, che esiste un sistema di informazione più largo, non come 50 anni fa. Le fonti di informazione erano molto meno diffuse, le condizioni culturali della nostra altra Italia, che era partita, che oggi assomma quasi sessanta milioni tra emigranti ed oriundi”.

L’altra Italia’ la chiama Goffredo Palmerini, gli italiani che vivono all’estero e che rientrano in ’questa Italia’ soprattutto durante il periodo estivo. Uno dei tanti appuntamenti dedicato a loro si svolge ogni anno in Calabria, a Francisa. In questo paese della provincia di Vibo Valentia i protagonisti sono gli emigrati, che per questioni di lavoro si sono trasferiti all’estero. Ma oltre alle tante feste di paese, distribuite in tutte le Regioni, cosa trovano? “Lo spirito è sempre lo stesso. Da quel che ho potuto ossevare, noto che quelli della prima generazione, ormai ridotti in pochi, hanno sempre avvertito un forte richiamo alle proprie radici, verso la terra che li aveva generati. Un forte desiderio di tornare, con aspetti legati alle tradizioni che avevano lasciato. La seconda generazione, i figli insomma, possiede un po’ una forma di distacco rispetto a questo tipo di atteggiamento. La terza invece generazione comincia a ricucire i legami molto di più rispetto alla precedente. Si chiude il cerchio tra i nonni e i nipoti, c’è uno spirito di scoperta. Sentono il desiderio di tornare sulle vie delle proprie radici, per conoscere l’Italia o la loro Regione di provenienza, anche per conoscerne aspetti culturali insoliti”.

Ma secondo Palmerini, giornalista e scrittore abruzzese molto conosciuto all’estero, c’è ancora molto da lavorare e da investire in questo settore anche per stimolare questo interesse favorevole a un turismo di ritorno.Se il nostro Paese fosse un poco più attento con l’altra Italia… la classe politica italiana è stata sempre di atteggiamento molto sufficiente e paternalistico nei confronti delle realtà fuori dai confini”.

Palmerini ha anche scritto un libro sul tema, (intitolato per l’appunto ‘L’Altra Italia’, One Groupe Edizioni). Una selezione di articoli pubblicati in Italia e all’estero, una raccolta di fatti e personaggi dedicata ai connazionali oltre confine. ’Sessanta milioni di storie’, di talenti e di esempi illustri, spesso poco conosciuti. “C’è una scarsissima conoscenza di quale sia oggi la realtà della nostra emigrazione. Si immagina che siano ancora quelli che sono partiti con la valigia di cartone e che magari nel frattempo hanno raggiunto la propria crescita economica. Non c’è quella voglia di investire davvero su quella che è la realtà attuale dell’emigrazione italiana. I nostri emigrati all’estero hanno fatto i loro progressi e le loro fortune, i figli hanno riempito le università, hanno dimostrato in quei Paesi di saper competere alla pari e non solo: molti di loro sono diventati cattedratici, stanno nei centri di ricerca e nei vari Parlamenti del mondo”.

In passato l’emigrazione italiana era accompagnata da molti pregiudizi.

Per superarli i nostri connazionali hanno dovuto fare tanti sacrifici, allontanare i sospetti e i vecchi modi di pensare. Hanno dimostrato laboriosità, il talento, l’ingegno e la determinazione, ma anche la capacità di comportarsi bene, anche meglio dei cittadini del luogo, rispettando le leggi. Parlo in generale, poi c’è sempre una tara da fare…

Non è una situazione tanto diversa da quella degli immigrati che vengono nel nostro Paese.

Certamente lo spirito di gran parte degli stranieri che arrivano nella nostra Italia è più o meno questo. Come sempre abbiamo memoria corta: se almeno una parte degli italiani ricordassero bene quello che è stato e quello che ha accompagnato l’esodo italiano verso tutti e cinque i continenti, probabilmente avrebbe un comportamento più attento nei confronti di chi viene da noi”.

Secondo lei quindi l’Italia non investe abbastanza in questo settore?

Oggi saremmo noi ad aver bisogno dei nostri italiani all’estero. Per le tante possibilità che potrebbero offrire al nostro Paese in un momento di difficoltà economica, con le opportunità che potrebbero crearsi se la migliore Italia ’dentro’ e la migliore Italia ’fuori’ collaborassero. Loro invece si aspettano quell’attenzione che non trovano: il fatto stesso che si voglia ridurre e riconsiderare la rappresentanza politica è molto indicativo su quale e quanta sia l’attenzione verso l’altra Italia. Quello sarebbe un bacino notevole di anche di promozione per i nostri commerci, costituirebbe un ritorno economico. Ho scoperto che alcune Regioni già intrattengono questo tipo di rapporti con l’estero e trovano dei riscontri assai positivi in diversi campi: il turismo, i nostri prodotti alimentari tipici e le altre eccellenze italiane. È un settore nel quale ci vorrebbe più umiltà da parte di chi dirige le sorti del Paese, dal Parlamento in giù.

Non bastano le feste estive organizzate in Italia?

Le feste sono importanti, accendono quel lumicino che serve. Questi fatti hanno una loroepisodicità, mentre dovrebbero avere continuità. Serve continuare ad avere un atteggiamento umile nell’approfondire la conoscenza di certe realtà e maturare le relazioni, superando il nostro difetto di conoscenza. Così da far conoscere le nostre comunità di italiani all’estero, i nostri ambasciatori nel mondo.

Quali sono le sensazioni degli emigrati che tornano a casa, nel loro Paese di origine?

Ritrovare un Paese che conoscono. Le sensazioni sono immutate rispetto alla parte emotiva-morale. Quello che osservano solitamente è questa stranezza, questa singolarità dell’Italia, specie per quanto riguarda la conduzione politica. All’estero loro hanno una conoscenza molto diversa delle democrazie, dove la politica è più semplice. Certi bizantinismi nostri, certi atteggiamenti che sono i vizi della nostra italietta, non li comprendono, per loro questo modo di fare è inconcepibile. Ecco l’esempio che potrebbero darci, forti di altre esperienze. Quando tornano qui hanno un primo impatto con una realtà democratica che non riescono a comprendere: ma c’è sempre cura e attenzione nel riscoprire il loro passato, le loro radici. All’estero vogliono conoscere le cose più segrete riguardo all’Italia, le cose più insolite. Quando la stampa italian riesce a riportare questi aspetti singolari, in loro si accendono molti interessi. Quando tornano nella loro Regione vogliono riscoprire i posti più belli e meno conosciuti.

da L’INDRO.IT di giovedì 23 Agosto 2012, ore 17:28

http://www.lindro.it/Abbiamo-bisogno-dell-Altra-Italia,10025#.UHRqo5gxooc

CHI VIENE E CHI VA, L’ITALIA È UN CROCEVIA

Se gli italiani all’estero sono una risorsa

CHI VIENE E CHI VA, L’ITALIA È UN CROCEVIA

Più consistenti i rapporti economici con i paesi con grandi comunità tricolori. Pugliese. “l’emigrazione è un fenomeno che riguarda il nostro presente”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Si afferma solitamente che l’Italia, tradizionale paese di emigrazione, sia ora diventata paese di immigrazione. L’affermazione, all’apparenza ovvia, contiene un grave elemento di confusione, che consiste nell’assenza di un avverbio: di un “anche”. L’Italia infatti è divenuta negli ultimi decenni un paese di immigrazione, anzi un importante paese di immigrazione, mentre ha continuato a essere un paese di emigrazione, un importante paese di emigrazione”.

Queste le parole utilizzate dal professore ordinario di Sociologia del Lavoro all’Università la Sapienza, Enrico Pugliese, sul tema dell’emigrazione. Per l’ex direttore dell’Istituto di ricerche sulla Popolazione e Politiche Sociali del CNR: l’emigrazione italiana non è solo un fenomeno che riguarda la storia del paese bensì un fenomeno che riguarda, e in maniera significativa, anche la realtà attuale del paese stesso. E ciò non solo perché ci sono all’estero ancora consistenti comunità di italiani i quali si identificano come emigrati, ma esistono tuttora importanti flussi migratori tra l’Italia e altri paesi, soprattutto europei. Insomma l’Italia è un crocevia migratorio dove lavoratori stranieri affluiscono e sempre piùconsolidano la loro presenza con i ricongiungimenti familiari mentre cittadini italiani, frequentemente giovani, lasciano l’Italia verso altri paesi soprattutto europei.

E’ interessante anche lo studio sulla risorsa emigrazione a cura dell’Istituto per gli Studi di politica internazionale, che approfondisce la presenza degli italiani all’estero “tra percorsi sociali e flussi economici” dal 1945 ai giorni nostri. Scrive ancora Pugliese “dopo l’Unità, negli ultimi decenni dell’Ottocento, c’è stata una grande ondata migratoria verso i paesi transoceanici, in particolare quelli del continente americano. Il processo ha avuto inizio nelle regioni del Nord e si è poi esteso progressivamente alle regioni del Mezzogiorno, che nel periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento hanno contribuito maggiormente a quella che sarà definita la Grande emigrazione. Questo grande flusso si riduce progressivamente a partire dagli anni venti del Novecento fino a esaurirsi completamente con la Seconda guerramondale. A determinare questo esito contribuisce prima la politica restrittiva degli Stati Uniti che instaurano, con il Johnson Act, una politica restrittiva e discriminatoria nei confronti dei paesi dell’Europa mediterranea, sia la politica anti-migratoria del fascismo, sia infine la grande depressione degli anni Trenta che riduce l’attrazione verso quella che era stata, e continuerà a essere la meta più ambita: gli Stati Uniti”.

L’emigrazione dall’Italia riprende subito dopo il secondo conflitto mondiale. Secondo lo studio di Pugliese tra il 1960 e il 1970 le partenze per l’estero diminuiscono: dalle 383.908 del 1960 alle 151.854 del 1970. “Nel 1973 per la prima volta l’Italia conta un saldo migratorio positivo: la quantità di coloro che rimpatriano in Italia è infatti superiore di 1366 unità alla quantità di coloro che espatriano. I dati del 1973 manifestano una tendenza nuova, che si rafforza negli anni successivi”. Una scelta dettata dalle situazioni economiche e lavorative dei paesi di destinazione.

Ma il fenomeno dell’emigrazione non si è mai fermato. Anche in questi ultimi anni molti italiani sono partiti per trovare fortuna all’estero. Il fenomeno ha riguardato anche chi in Italia ha ricevuto la formazione e poi, per mancanza di lavoro, ha preferito abbandonare il proprio paese di origine, spesso lamentando politiche poco attente alle esigenze, soprattutto lavorative, dei propri cittadini. Una tendenza etichettata come ‘fuga dei cervelli’.

Nello studio curato da Colucci, ricercatore presso il Consiglio nazionale delle ricerche, è possibile trovare un dato molto interessante: il legame tra l’interscambio commercialedell’Italia e le aree geografiche maggiormente interessate dall’emigrazione italiana del passato e dai flussi del presente. “Occorre innanzitutto considerare che al 1° gennaio 2012 l’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) segnala la presenza di 4.208.977 persone residenti oltreconfine, un’incidenza che rappresenta il 6,9% della popolazione nazionale. È il sud a fare la parte del leone. Sono infatti 1.465.493 i registrati presso l’Aire provenientidall’Italia meridionale, 777.693 quelli provenienti dalle isole, 668.501 quelli dal Nordest, 657.196 dal Nordovest e 640.094 dall’Italia centrale”. I primi cinque paesi in cui sono presenti cittadini italiani residenti sono Argentina (664.387 persone), Germania (639.283), Svizzera (546.614), Francia (366.170), Brasile (298.370). “Se si confrontano i dati dell’Aire con le serie statistiche relative all’import export dell’Italia si evince che i paesi in cui l’emigrazione italiana è più consistente hanno relazioni molto proficue sul piano economico con l’Italia. A questi cinque paesi occorre poi aggiungere gli Stati Uniti, che risultano settimi nella classifica del 2012 dei cittadini residenti all’estero (216.767 persone)”.

Nel 2011 i prodotti del ’made in Italy’ nei quattro paesi – Argentina, Germania, Svizzera e Francia – hanno presentato perfomance positive. Tra il 2010 e il 2011 la presenza italiana in Argentina è cresciuta da 648.333 a 664.387 persone, in Germania da 631.243 a 639.283 persone, in Svizzera da 536.607 a 546.614 persone, in Francia da 364.165 a 366.170 (Fondazione Migrantes su fonti Aire). L’emigrazione italiana è ancora oggi presente “e tendenzialmente in aumento. Che si tratti di lavoratori nel settore della ricerca, di funzionari di multinazionali o di istituzioni internazionali, di cooperanti, di operai, di tecnici, tutti coloro che vanno e vengono dall’Italia portano con sé bisogni culturali, consumi, stili di vita che rendono la loro esperienza un fattore di internazionalizzazione per l’economia italiana.

L’Italia è, oggi, il paese dell’emigrazione (“l’apertura internazionale che essa ha veicolato ci permette oggi di inquadrarla piuttosto come un’importante ‘risorsa’”) e dell’immigrazione.Proprio l’immigrazione è il tema utilizzato, soprattutto nelle campagne elettorali, da una classe politica xenofoba e alla perenne ricerca di facili consensi elettorali. Ma anche i cittadini stranieri residenti nel BelPaese sono una importante risorsa. Ad oggi, secondo le registrazioni anagrafiche, se ne contano più di 4 milioni, di cui oltre la metà donne. A questi numeri bisognerebbe aggiungere gli ‘irregolari’, ma non esiste una documentazione per appurare il dato esatto. Sempre grazie a una certa politica, quella del facile rimpatrio, è ancora più difficile portare alla luce queste persone. “E’ da notare”, secondo Pugliese, “comeper un’interessante coincidenza il numero dei italiani ufficialmente residenti all’estero, 4 milioni e 30 mila unità, sia molto prossimo al numero degli stranieri in Italia. E questo è un ennesimo indicatore del ruolo dell’Italia come crocevia”. Un crocevia di speranza, in entrata e in uscita.

Al centro di questi freddi numeri ci sono le persone, con le loro storie, i loro drammi e le loro speranze. Ecco perché questi studi sono fondamentali per capire la questione e per accogliere nel miglior modo possibile le tante ‘risorse’ che arrivano quotidianamente nel nostro Paese. “Oltre che alle necessità dell’economia, il lavoro degli immigrati viene incontro alle esigenze della società. A ciò va aggiunta la ricchezza rappresentata dagli elementi di diversità culturale portata dagli immigrati, così come gli emigranti italiani l’hanno portata nei loro paesi di destinazione”.

da L’INDRO.IT di martedì 21 Agosto 2012, ore 18:34

http://www.lindro.it/Chi-viene-e-chi-va-l-Italia-e-un,9994#.UHRpfZgxooc

RIFORME? LA POLITICA SI ORGANIZZA

Dopo le scelte del Governo tecnico si registrano le posizioni dei partiti

RIFORME? LA POLITICA SI ORGANIZZA

Esodati e lavoro: i temi dell’imminente campagna elettorale

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Le riforme del Governo Monti sembrano non piacere ai partiti. Agli stessi partiti che in questi ultimi mesi hanno appoggiato in tutto e per tutto l’esecutivo voluto e sostenuto fortemente dal presidente della Repubblica. Dopo il lavoro dei tecnici si è già messa in moto la macchina della politica per ‘demolire’ l’impianto realizzato per gli esodati (“il costo degliesodati è maggiore del risparmio ottenuto”, aveva attaccato l’altro giorno l’ex ministroTremontie per la questione lavoro. Per molti di loro ci sono degli errori da correggere. La stessa cosa si è ripetuta qualche minuto dopo l’approvazione della spending review.

L’Italia è un Paese strano. I rappresentanti del parlamento accettano e votano la fiducia e subito dopo proclamano: “questa spending review qualche imperfezione ce l’ha. Ci sono cose che vanno un po’ riviste, come sulla scuola. Si tratta di tagliare gli sprechi ma non la spesa sociale”. Il concetto è stato espresso qualche giorno fa dal leader del Pd, Bersani. Gli stessi ragionamenti si stanno ripetendo per la riforma delle pensioni e del lavoro del ministro ElsaFornero. A cosa servono questi tecnici, se dopo il loro intervento ci sono i partiti che cercano nuove modifiche? Non sarebbe meglio farle prima, evitando la fiducia? Che ruolo sta avendo il Parlamento in Italia? Tutto è nelle mani di un Governo super blindato. Quando si registra una piccola critica, ci si appella alla crisi economica mondiale. Per zittire il contestatore di turno. Ora nel mirino dei partiti, in vista anche della nuova campagna elettorale, ci sono le pensioni, il problema degli esodati e la riforma del lavoro.

Alla Camera dei Deputati è passato l’ordine del giorno bipartisan dell’ex ministro del Lavoro Damiano (Pd). Cinque articoli per unificare le proposte di legge DamianoDozzo(Lega) e Paladini (Idv), che hanno ricevuto il voto di Pdl, Udc e Fli. Nella mozione c’è la possibilità di un allargamento per gli esodati ancora da salvaguardare e c’è l’introduzione di un nuovo canale aggiuntivo di pensionamento. Una controriforma per cancellare il lavoro, aspramente criticato non solo dalla politica, del Ministro Fornero. Per il giuslavorista Ichino:“Si può tornare sulla riforma delle pensioni, ma non per depotenziare la legge Fornero, bensì per completarla con opportunità aggiuntive di lavoro”. Dello stesso avviso il senatoreMorando“Non si può rimettere in discussione l’impianto della legge Fornero, ma bisogna senza alcun dubbio affrontare il problema sociale degli ’esodati’. Questo deve essere affrontato come un problema sociale, non da mettere sul conto della previdenza”. Ma non tutte le posizioni sembrano essere favorevoli: il capogruppo del Pdl, Cicchitto ha dichiarato:“Su questa ipotesi di legge bipartisan sulle pensioni abbiamo moltissime perplessità specifiche e una ulteriore di fondo”. Per Mario Adinolfi (Pd): “Se si prevede una controriforma delle pensioni che noi abbiamo votato e sostenuto, vorrei una sede nella quale discuterne”.

Ha spiegato il ’Corriere della Sera’: “la proposta di legge, passata col voto bipartisan in commissione Lavoro, introduce infatti la sperimentazione fino al 2017 della possibilità di andare in pensione per uomini e donne in una età vantaggiosa: per i lavoratori dipendenti 58 anni (57 le donne) fino a tutto il 2015 e poi 59 (58 le donne) fino alla fine del 2017, purché si abbiano 35 anni di contributi e ricevendo però un assegno più leggero perché calcolato tutto col sistema contributivo. Oggi, dopo la riforma Fornero, per andare in pensione anticipata ci vogliono almeno 42 anni e un mese di contributi (41 e un mese per le donne) e 62 anni di età (sotto scattano le penalizzazioni)”. Gli esodati “potrebbero andare in pensione con le vecchie regole: i lavoratori coinvolti in accordi di mobilità stipulati entro il 31 dicembre 2012 anche in sede non governativa; le persone autorizzate alla contribuzione volontaria, eliminando i vincoli attuali (aver versato almeno un contributo prima del 4 dicembre 2011 e non aver lavorato dopo l’autorizzazione)”.

Il Pd e il Pdl hanno previsto anche come finanziare la loro proposta. Aumentando il prelievo fiscale su giochi pubblici online e sulle lotterie istantanee. Questa sembra essere la ricetta dei due partiti che ha fatto registrare diverse spaccature, diversi punti di vista. La stessa apparente convergenza non è stata raggiunta, però, sulla questione lavoro. Anche questa riforma, siglata dalla Fornero, non sembra accontentare tutti. Anzi, sembra non piacere a nessuno. Norme, che per molti, vanno incontro alle aziende e a danno dei lavoratori. Il Pd e ilPdl, su questo tema, si trovano agli antipodi, soprattutto sull’articolo 18 (c’è in ballo l’accordo elettorale con Sel di Vendola). E, sulla carta, sono già pronti a darsi battaglia in campagna elettorale su un tema fondamentale per il futuro del Paese. Sulla carta.

da L’INDRO.IT di martedì 14 Agosto 2012, ore 19:30

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