“Sono una vittima di camorra”: parla Augusto Di Meo, testimone dell’omicidio di don Peppe Diana

agusto di meo

“Abbiamo superato le 4mila adesioni, pare che anche la Chiesa si stia cominciando a muovere per promuovere questa petizione. Potrebbe essere la volta buona, il percorso è lungo, la ferita è ancora aperta, io sono rimasto nel mio territorio, dove faccio la sentinella. Però sono scontento, è negativo non riconoscere un testimone per un territorio così ancora in fase di cambiamento”. È un fiume in piena Augusto Di Meo, il fotografo-amico e testimone oculare dell’omicidio del prete di Casal di Principe don Peppino Diana. L’unico a presentarsi, qualche minuto dopo il fatto delittuoso, in caserma per denunciare l’assassino del giovane parroco, impegnato contro la criminalità. In quegli anni imperversavano impunemente i sanguinari esponenti del clan dei casalesi. Sono passati 23 anni da quel maledetto 19 marzo del 1994, quando la camorra – schiaffeggiata quotidianamente dalle parole e dalle azioni di don Peppe – decise di entrare in sacrestia e sparare cinque colpi di arma da fuoco.

Di Meo non è mai diventato un testimone di giustizia, per il Tar Lazio e per il Consiglio di Stato, non rientra nella legge 45 del 2001 (la norma sui collaboratori e sui testimoni), ma sta combattendo la sua battaglia personale in un territorio ancora difficile. La raccolta delle firme – iniziativa promossa dal Comitato don Peppe Diana, da Libera e dall’amministrazione di Casal di Principe – è una spinta per far ottenere ad Augusto Di Meo il riconoscimento di vittima della criminalità organizzata (legge 302 del 1990). “C’è un processo di beatificazione in corso per don Peppino e non lo so come fanno ad avere un testimone non riconosciuto, con tutte le problematiche che ci stanno sotto. Per me rimane ancora aperta questa ferita, sono coinvolto in prima persona”.

Partiamo dalle condanne degli assassini di don Peppe.
Nel 2004 finisce il processo in Cassazione, mi attivo per i benefici di legge, ma la legge del 2001 non è retroattiva. Io lasciai il territorio nel 1994, non mi permettevano di stare tranquillo, avevo coinvolto anche i miei familiari, e lo lasciai a mie spese. Sono stato in Umbria per quattro anni, aprii un’attività, chiusi la mia e mi convinsi che dovevo ritornare. Non sono io il problema, io dovrei essere una risorsa per il territorio. Per non parlare del chiacchiericcio, della delegittimazione, “lo sbirro”, “l’infamone”, “lo spione”, queste parole ancora mi fanno male e mi hanno fatto perdere tanto anche professionalmente. Ma io resisto, ed è giusto che sia così.

C’è stata anche una causa presso il Tribunale civile di Napoli per questo riconoscimento.
Nel 2004, dopo la fine del processo in Cassazione. Il giudice del Tribunale di Napoli dice che sono un testimone di giustizia, però non è competenza del Tribunale civile, ma del Tar di Roma.

E cosa succede?
Spendo altri soldi, mi rivolgo al Tar, poi al Consiglio di Stato che aveva già sentenziato che la legge non era retroattiva, quindi mi fermo. Faccio fare l’interrogazione parlamentare e altre azioni in questi anni. Ora c’è questa petizione che sta dando buoni frutti, la gente si sta dimostrando abbastanza sensibile. Mi ritrovo con questa patologia, ma vado avanti e faccio resistenza tutti i giorni.

Lei ha denunciato spontaneamente un omicidio di camorra. Rifarebbe questa scelta?
Rifarei tutto da capo senza ‘se’ e senza ‘ma’. La scelta è stata giusta e io non ho fatto questa scelta per diventare un testimone di giustizia. A volte mi chiedo perché io, perché io stavo là in quel momento, evidentemente c’era un disegno. Quella mattina in quella chiesa c’era un sacco di gente, non dimentichiamo che era il giorno di San Giuseppe, tutti quanti erano lì per fare gli auguri a don Peppe e per ascoltare la messa che doveva celebrare alle sette e mezza. Mi ci trovo vicino, e vedo che quello lo spara. Ho fatto una cosa giusta, ho scelto di andare in caserma a denunciare.

Alle 7:20 del 19 marzo 1994 don Peppe Diana viene colpito con cinque colpi di pistola: due alla testa, uno al volto, uno alla mano e uno al collo. Qual è il suo ricordo?
Arrivo alle 7:00 in parrocchia e incontro il sacrestano e lui mi disse che don Peppe stava nello studio, lo raggiungo e ci abbracciammo. Commentammo le varie situazioni del tempo, niente lasciava presagire il peggio. Lui doveva dire messa. Io vidi una persona con i capelli lunghi e sentii quando questo disse chiaramente “chi è don Peppe?”, aveva visto due persone. Don Peppe fece un cenno con la testa e questo tizio tranquillamente sparò cinque colpi. Non ebbi la consapevolezza, non potevo mai immaginare, stavo in una Chiesa. Vivevo queste dinamiche, fotografavo i morti ammazzati, ma non si poteva arrivare a tanto. Don Peppe cade all’indietro, in una pozza di sangue. Cominciai a chiamarlo, ma non rispondeva, evidentemente morì sul colpo. Alzai gli occhi per guardare verso la luce e vidi l’assassino che si metteva la pistola dentro la cintura e sentii la sgommata della macchina, insieme al trambusto generale.

E lei va subito in caserma.
Ricordo la faccia del piantone che rimase gelido. Andai a casa e avvisai mia moglie, poi ritornai in parrocchia. Personalmente non mi ricordavo nemmeno che era morto, ebbi un blocco mentale. Dopo dieci giorni, al comando provinciale dei carabinieri di Caserta, conobbi Cafiero de Raho (oggi Procuratore nazionale della DNA, ndr), il magistrato che mi interrogò. Non riuscivo a stare tranquillo. Mi convinsi che dovevo lasciare il territorio, a spese mie. Trovai questo negozietto in Umbria e mi trasferii con la famiglia. Ho riscoperto dopo che sono stato definito un soggetto adamantino, ma io non ho fatto niente, non mi sento di essere un eroe. Ho fatto solo il mio dovere e questo ha portato a fare giustizia, dopo tutto quel fango che la camorra ha gettato su don Diana.

 

Con la morte di don Peppe si sveglia anche lo Stato?
Da quel momento arriva lo Stato e fa piazza pulita, con le varie operazioni. A volte dispiace dirlo, ma quella morte ha portato, con la mia testimonianza…

L’unica testimonianza?
Il sacrestano che arriva al processo dice che non sapeva niente e che non voleva sapere niente, esce di scena e rimango solo.

Una solitudine soltanto processuale?
Quello che mi fa soffrire è proprio la solitudine, mi sento solo. Sono passati 23 anni, ma la ferita non si è mai rimarginata. Ci sono delle situazioni interiori, dei malesseri, non faccio più vita sociale.

E i cittadini del suo territorio?
Faccio una mia riflessione, ed è la mia chiave di lettura: non ti ammazzano materialmente, perché non conviene e l’ala militare sta in galera e, quindi, c’è una parte della società civile che reagisce bene. E sotto questo aspetto si è registrato un cambiamento, però se qualcuno deve dire la parolina non perde occasione.

Che parolina?
Ad esempio “non andare a fare le fotografie dallo sbirro”. La battaglia io l’ho vinta, insieme alla mia famiglia, però professionalmente….

Ancora oggi accade, dopo 23 anni dall’omicidio?
È una mentalità, ma non è più possibile subire questi comportamenti. Sembra che stanno tutti vicini a te, ma nei miei confronti non è mai stato fatto un progetto.

Chi era don Peppe Diana?
Una grande persona, un giovane sacerdote che aveva rotto gli schemi di quella Chiesa assuefatta. Arriva con questo documento (“Per amore del mio popolo”, ndr), la sua vulcanicità ti coinvolgeva. Il segnale era fortissimo, scuoteva gli animi, le coscienze. Don Peppe è un martire di Dio.

E come si è comportata “quella Chiesa” dopo la sua morte?
Dopo l’omicidio abbiamo avuto un periodo buio, anche nel ricordo. La vera freschezza è stata con l’arrivo di questo vescovo che abbiamo adesso ad Aversa.

da Restoalsud.it

don peppe

LEA Garofalo… 8 anni dopo la morte!

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OTTO ANNI FA! …per NON DIMENTICARE una grande donna: LEA GAROFALO (abbandonata da tutti, in vita) 
#ndranghetamontagnadimerda
Milano, 24 novembre 2009 

La sequenza è stata trasmessa da tutti i telegiornali, la videocamera piazzata nei pressi dell’Arco della Pace riprende gli ultimi istanti di vita di Lea Garofalo. È possibile vedere l’arrivo del Suv di Carlo Cosco e le due donne che salgono. “Mio padre propose di andare a salutare i fratelli in viale Montello. Mia madre, dopo aver ascoltato la proposta, scese dalla macchina”. Lo scudo di Lea, Denise, viene allontanato. Con una scusa Cosco accompagna la figlia dai suoi fratelli. Lea resta da sola. Continua a passeggiare, alle 18:30 telefona alla sorella Marisa, che non risponde. È a casa di un’amica, il telefono non prende.
Alle 18:37 Cosco ritorna con la sua macchina. Lea sale e sparisce per sempre.
Ore 18:39, è l’ultimo momento dell’esistenza di Lea che viene registrato.
Dalle 20:00 il suo cellulare risulta irraggiungibile, spento.
Morto.

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a ROMA

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ROMA, 23 novembre 2017
IL CORAGGIO DI DIRE NO… con i favolosi ragazzi 
#leagarofalo #Scuole #ilcoraggiodidireno #roma
Grazie di Cuore a tutti!

IL CORAGGIO DI DIRE NO a PARMA

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a PARMA
Rassegna culturale “Rosa shocking”

“Donne e mafia”
18 novembre 2017, ore 18:00 presso la Libreria Piccoli – Labirinti, via A. Gramsci, 5 (interno Galleria Santacroce).

TESTIMONI DI GIUSTIZIA a MODENA

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TESTIMONI DI GIUSTIZIA… a MODENA
venerdì 17 marzo 2017, dalle ore 21:00 – 
Organizzato da Associazione culturale L’Asino che vola
presso La Tenda
viale Monza, angolo viale Monte Kosica

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO a Casoli&Altino

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UNA BELLISSIMA GIORNATA. Grazie a tutti!!!

11 novembre 2017

A CASOLI (Chieti) con gli straordinari ragazzi dell’Ist. Comprensivo ‘G. De Petra’ e dell’Ist. Superiore ‘A. Marino’.

Ad ALTINO (Chieti), incontro con la cittadinanza.

 

agendine rosse

 

Molise: Veleni e Corruzione, una lezione con i ragazzi

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GRAZIE DI CUORE A TUTTI!
#insiemesipuò
1° appuntamento: Campobasso, Ist. Comp. “D’Ovidio” 
L’ITALIA DEI VELENI, SENZA DIMENTICARE IL MOLISE. 
#workinprogress #2appuntamento #dicembre #scuole #cultura&legalità #campobasso 
– fotografie Rossella De Rosa

 

È il primo di una serie di incontri quello che ieri si è svolto nell’auditorium dell’Istituto F. D’Ovidio di Campobasso, dove gli alunni delle classi terze della scuola secondaria hanno incontrato le mamme dell’Associazione Mamme per la salute e l’ambiente di Venafro, le mamme dell’Associazione Angeli Guerrieri della Terra dei Fuochi, don Aniello Manganiello e il giornalista e scrittore molisano Paolo De Chiara.

Cultura e legalità sono stati i temi affrontati durante l’incontro, organizzato dal comune di Campobasso e aperto con i saluti dell’assessore alla culturaEmma de Capoa, la quale ha spiegato che la scuola ha un ruolo sempre più importante nella diffusione dei valori della legalità e dei diritti civili. L’intento dell’amministrazione comunale di Campobasso – ha continuato – è quello di diffondere la cultura della legalità ed eventi come questo servono per potenziare dei percorsi culturali che aiutano i ragazzi a crescere liberi”.

Come rappresentante delle forze dell’ordine è intervenuta il capitano dei Carabinieri e Forestale Margherita Cretella che ha invitato gli alunni a prendere a cuore ciò è stato trasmesso durante l’incontro e di diventare sentinelle e tutori dell’ambiente.

Infatti proprio di ambiente si è parlato, di un territorio sempre di più contaminato e inquinato, quello della cosiddetta ‘terra dei fuochi’, ma anche quello della nostra regione che non esente da contaminazioni. A parlare della situazione della Campania sono intervenute le mamme dell’associazione ‘Angeli Guerrieri della Terra dei Fuochi’ nata il 6 aprile 2011 e che hanno spiegato la sofferenza della malattia, che colpisce sempre più bambini i quali non riescono a realizzare i loro sogni perché la loro vita viene spezzata. Sono mamme che hanno perso i loro figli, che non si sono date per vinte e insieme hanno deciso di combattere, denunciare quello che di marcio c’è nel sistema. “Ci siamo inventate qualsiasi cosa, abbiamo aiutato famiglie con bambini malati e ora stiamo mettendo dei punti fermi, ma dobbiamo fare qualcosa tutti insieme” e rivolgendosi ai ragazzi hanno detto “voi siete il futuro, voi potete cambiare le cose. È necessario capire dove sia il problema e partire da lì, anche se un piccolo gesto è una sola goccia nel mare, farà comunque tanto rumore”.

Della situazione molisana ha parlato Mariantonietta Di Nardo delle Mamme per la salute e l’ambiente di Venafro, che si sono battute affinchè venisse fuori quella verità celata per troppo tempo, che non doveva essere raccontata in un piccolo territorio visto come una terra sana, ma che risulta contaminata così come hanno evidenziato gli esami che loro stesse hanno portato avanti, studi taciuti dalle istituzioni e dagli enti preposti. L’invito rivolto agli studenti è stato quello di porre attenzione al proprio territorio e di imparare ad usare i social network per comunicare, segnalare, fotografare tutto ciò risulta anomalo, perché “i bambini non devono morire per queste cose” per cibi tossici e per l’aria inquinata della loro terra.

Situazione riportata anche dal giornalista e scrittore Paolo De Chiara nel libro ‘Il Veleno del Molise. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici’, raccolta in testimonianze e fatti legati alla nostra regione, “quello che troppo spesso manca è l’informazione e l’analisi approfondita dei problemi e per cominciare un percorso di legalità dobbiamo capire che nella nostra società, nella politica, nelle forze dell’ordine, nella chiesa, nel campo dell’informazione ci sono persone corrotte e vanno denunciate, solo così – ha continuato – si può iniziare un percorso di legalità”. Un intervento che ha visto fare nomi, riferimenti a vicende ancora presenti e il monito lanciato in chiusura ai ragazzi è chiaro. De Chiara ha citato don Lorenzo Milani ed ha invitato i ragazzi a imparare, a informarsi, a conoscere, perché “ogni parola che non imparate oggi è un calcio nel culo che prenderete domani”.

La conclusione è stata affidata a don Aniello Manganiello, fondatore dell’associazione ‘Ultimi’, che ha spiegato come intorno agli anni ’80 “mentre eravamo ubriachi del benessere loro hanno fatto quello che hanno voluto”: sono stati sotterrati rifiuti, l’illegalità ha preso piede e sempre più persone hanno ceduto alla corruzione ed oggi ne paghiamo le conseguenze.

“Quello che tutto questo mi ha insegnato – ha continuato il prete di Scampia – sono due valori fondamentali, come la sobrietà e l’essenzialità. Possiamo vivere con poco e noi abbiamo molto più di quanto ci serve”. Anche don Aniello ha rivolto ai ragazzi un proprio pensiero motivandoli ad avere la capacità di guardare attentamente i pericoli che si corrono. “Interessatevi alla vita – ha detto – solo così potrete prendere coscienza dei problemi e chiedervi cosa potrete fare voi come cittadini”.

Un primo incontro che si è chiuso positivamente, che ha visto ragazzi attenti e partecipi. Domande taglienti sono state poste sull’attuale scenario italiano e molisano che hanno reso onore alle parole cardine del percorso formativo iniziato oggi: cultura e legalità. Perché come è stato ricordato più volte in ballo, dietro a due semplici parole, c’è il futuro e la costruzione di una società migliore. 

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FONTE: moliseweb.it

Dopo le minacce al testimone parla il sindaco di Somma Vesuviana: “Noi non facciamo sconti a nessuno”

 

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Gennaro Ciliberto, testimone di giustizia

E il primo cittadino di Camposano rilancia: “da noi può fare l’assessore alla legalità”

“Ero andato a portare un fiore ai miei cari defunti al cimitero di Somma Vesuviana. Non solo uno sguardo, non solo quella parola (“lota”) gridata al passaggio dell’auto blindata. Ma una frase che fa tremare chiunque”. Questo è lo sfogo di Gennaro Ciliberto, cittadino di Somma Vesuviana e testimone di giustizia che ha denunciato le infiltrazioni criminali negli appalti pubblici.

Ciliberto ha deciso da che parte stare, affidandosi completamente allo Stato, portando alla luce i lavori dati in affidamento alle mafie, i rapporti illeciti tra i malavitosi e i dirigenti dell’Anas, dell’Impregilo e delle forze dell’ordine. Le sue dichiarazioni sono servite a svelare gli affari della camorra imprenditrice. Inserito nel programma di protezione è stato costretto ad abbandonare la sua terra, il suo lavoro e i suoi legami di amicizia. Per il giorno dei morti è tornato nel suo paese ed è stato accolto, insieme agli agenti della sua scorta, con la vergognosa frase “con il kalashnikov sfondiamo la blindata”.

L’impegno di Gennaro Ciliberto non si è fermato con le denunce presentate nelle Procure italiane, ma è costante, continua nel quotidiano con i suoi interventi pubblici. “Questi criminali non mi vogliono nel territorio e lo hanno dichiarato a viso aperto. Un grazie ai carabinieri, in particolare al personale di scorta”. Sulla vicenda abbiamo sentito il primo cittadino di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno: “A me dispiace, penso che sia normale che mi dispiaccia, non potrei non essere dispiaciuto”.

A parte il dispiacere, da primo cittadino cosa può aggiungere?

“Noi non facciamo sconti a nessuno, perché se capitasse a noi saremmo i primi a denunciare e a chiedere l’intervento della forza pubblica. È una cosa naturale, per un primo cittadino che è anche maresciallo della guardia di finanza”.

Perché accadono questi episodi?

“La questione precisa non la conosco, immagino che abbiano chiesto i soldi a qualcuno, penso che sia successa questa cosa. Non lo so il fatto che è successo fuori al cimitero, perché io non c’ero”.

C’è stata una frase urlata contro il testimone e la sua scorta: “i kalashnikov sfondano la blindata”.

“Questa è una cosa gravissima, questa è una cosa non solo da risalto mediatico ma penso che ci sia anche qualche risvolto penale. Spero che il Ciliberto abbia fatto la denuncia”.

Cosa possiamo aggiungere sulla figura dei testimoni di giustizia?

“Ben vengano, a me fa piacere quando qualcuno ha il coraggio di dire la verità e di mettersi dalla parte della giustizia. Sono vicino umanamente al testimone di giustizia Ciliberto”.

Che messaggio, da primo cittadino, sente di dare alla collettività quando accadono questi episodi?

“Bisogna ribellarsi, andare nelle sedi opportune e denunciare”.

Cosa bisogna fare per invertire la rotta?

“La prima cosa da fare è organizzare dei convegni sul tema, essere cittadini delle istituzioni e coinvolgere le scuole. Questo è il primo passo. Entrare nelle scuole con dei messaggi, essere dei cittadini che vogliono la legalità e che si battono per quello”.

Qual è il compito delle Istituzioni?

“Come sindaco sono vicino alla figura del testimone di giustizia Ciliberto che in questo momento ha avuto questa problematica. La prima cosa che dico è che sono vicino a lui”.

Che significa “sono vicino”?

“Cosa mi vuol far dire? Come Istituzione sono vicino a chi denuncia, ma se mi vuole far dire qualche altra cosa mi aiuti lei”.

In che modo si è vicini? Concretamente cosa si può fare per stare vicini a un testimone di giustizia che ha denunciato la camorra?

“Da uomo sono vicino a chi fa questo, da sindaco lo stesso. In questo momento se devo trovare un modo, non vorrei dire una baggianata, quindi mi astengo in questo momento. Vorrei capire come aiutarlo. Come sindaco posso fare ben poco per un testimone di giustizia, posso stargli vicino, posso organizzare un incontro, possiamo fare tutto ciò che potrebbe dare lustro e risalto a ciò che fa questo testimone di giustizia. Ma se ci sono dei risvolti che non sono solo mediatici, ma sono di natura penale il sindaco che può fare? Non penso che possa fare tantissimo. Stargli vicino, poi il modo lo troveremo insieme, questo è poco ma sicuro. Io non mi tiro indietro se devo stare vicino a una persona che soffre, perché è nella mia indole. Si figuri per uno che si batte per la legalità tutti i giorni. È l’educazione di vita che porta a fare delle scelte di vita, è ovvio che stia vicino a Ciliberto come sto vicino ai disadattati, come sto vicino… però purtroppo a volte i modi per aiutare determinate persone sono molto burocratici e ti fanno perdere tempo”.

Tocchiamo l’argomento camorra e presenze malavitose: qual è la situazione a Somma Vesuviana?

“A Somma Vesuviana non ci sono delle attenzioni eccezionali, qualcuno è fuori da questa località, altri sono nelle patrie galere. C’è qualcuno che purtroppo spaccia, però penso che i carabinieri stiano facendo un ottimo lavoro”.

Il territorio è attenzionato dalle forze dell’ordine?

“Assolutamente si. C’è una presenza quotidiana sul territorio, io li vedo e li sento quasi giornalmente, per scambiarci opinioni e per fare qualche cosa”.

Ma una frase del genere, secondo il suo punto di vista, è stata detta da semplici balordi o potrebbe esserci una regia legata alle denunce del testimone?

“Spero che siano dei balordi, però non sono frasi che si dicono tutti i giorni: è una via di mezzo. Io penso che chi fa il crimine seriale come fa a dire una stronzata del genere a un testimone di giustizia, per alzare l’attenzione? Glielo dice uno che conosce un po’ la materia, spero siano dei balordi perché altrimenti sono proprio stupidi”.

Anche il primo cittadino del Comune di Camposano, in provincia di Napoli, Franco Barbato, già onorevole con l’Italia dei Valori, è intervento, parlando di un “fatto gravissimo, che va stigmatizzato nel modo più viscerale possibile, condannando questi sbandati e delinquenti che pensano ancora di poter dettare legge su questi territori”. Per Barbato “c’è una mentalità che va oltre la camorra,un modo violento, arrogante di porsi e di muoversi all’interno della società. Ricordo le posizioni dei testimoni di giustizia quando si incatenarono davanti al ministero dell’Interno per contestare la poca attenzione da parte dei rappresentanti del Viminale durante il governo Berlusconi, rispetto a chi si schierava contro le mafie e aiutava la giustizia per continuare questo tipo di battaglie. Ora posso anche pensare, da uomo dello Stato, che sarebbe un bel gesto se lo Stato aprisse le braccia e accogliesse ancora di più Gennaro affinché potesse vivere in società in modo normale, riportando la sua vita alla normalità”.

In che modo?

“Sto immaginando che una risposta del genere potrebbe essere quella di proporlo come assessore alla legalità nel mio Comune, per dire che c’è lo Stato”.

Per quanto riguarda la situazione dei testimoni di giustizia, però, poco è cambiato.

“Sui testimoni di giustizia c’è stato uno scarto in positivo tra il periodo di Berlusconi e l’attuale governo… se ad esempio penso che Grasso oggi è la seconda carica dello Stato. Questo già dà un termometro diverso dell’attenzione, io parlo da osservatore esterno in questo momento. Quando sono stato parlamentare si faceva ben poco in merito alla lotta alle mafie, addirittura uomini di governo come Cosentino condividevano affari con la camorra”.

Ma le Istituzioni continuano a latitare su questi temi. 

“La politica presente nelle Istituzioni non sta rispondendo alle richieste che vengono dai cittadini e dai testimoni di giustizia, ed è la ragione per la quale c’è oggi un malessere diffuso rispetto alla politica istituzionale”.

Fonte: restoalsud.it

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IL CORAGGIO DI DIRE NO in ABRUZZO, 11 novembre 2017

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IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa ‘ndrangheta

CASOLI e ALTINO (Chieti), 11 novembre 2017

I APPUNTAMENTO: ore 9,45 Sala polivalente c/o palazzetto dello sport CASOLI (Chieti)

Introduce: Anna Di Marino, Dirigente scolastico “G. De Petra”

Saluti: Massimo Tiberini, Sindaco di Casoli

Relatori: Paolo De Chiara, giornalista e scrittore

Marisa Garofalo, sorella di Lea

Interventi/domande degli Alunni e loro letture

Modera: Massimiliano Travaglini, Agende Rosse

Casoli (CH) sabato 11 novembre 2017

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II APPUNTAMENTO: ore 17,00 c/o Comune sala consiliare “A. Clementino” ALTINO (Chieti)

Introduce: Anna Di Marino, Dirigente scolastico “G. De Petra”

Saluti: Vincenzo Muratelli, Sindaco di Altino

Relatori: Paolo De Chiara, giornalista e scrittore

Marisa Garofalo, sorella di Lea

Dibattito e lettura degli Alunni

Modera: Massimiliano Travaglini, Agende Rosse

Altino (CH) sabato 11 novembre 2017

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IL MASSACRO DEL POETA, 2 novembre 1975

IL MASSACRO
#ppp #pasolini
Idroscalo di Ostia, 2 novembre 1975

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CHI HA UCCISO IL POETA?
#maledetti #omicidiodiStato
“L’ “Italietta” è piccolo-borghese, fascista, democristiana; è provinciale e ai margini della storia; la sua cultura è un umanesimo scolastico formale e volgare. Vuoi che rimpianga tutto questo? Per quel che mi riguarda personalmente, questa Italietta è stata un paese di gendarmi che mi ha arrestato, processato, perseguitato, tormentato, linciato per quasi due decenni. Questo un giovane può non saperlo. Ma tu no…”.
Lettera aperta a Italo Calvino (Paese Sera, 8 luglio 1974)

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CULTURA & LEGALITA’

1° appuntamento con gli STUDENTI dell’Ist. “D’OVIDIO” Campobasso, 8 novembre 2017
#insiemesipuò

I appuntamento, novembre 2017, MANIFESTO

8 novembre 2017
L’ITALIA E I VELENI, SENZA DIMENTICARE IL MOLISE

INTERVENTI
Saluti Istituzionali

OSPITI:
Le MAMME dell’Associazione ‘Angeli e Guerrieri’ della Terra dei Fuochi 

Le MAMME per la Salute e l’Ambiente di Venafro

don Aniello MANGANIELLO, fondatore Ass. per la Legalità “ULTIMI”

Paolo DE CHIARA, giornalista (autore del libro Il Veleno del Molise)

Rappresentanti delle Istituzioni e delle Forze dell’ordine.

Modera: Lucrezia CICCHESE, giornalista

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