Molise, Covid e RSA. «Siamo tutti infetti. Aiutateci»

LA DENUNCIA. Cosa sta accadendo nelle due strutture di Castel del Giudice? Abbiamo contattato due operatori della RSA San Nicola: «Tre pazienti sono già morti. Gli altri sono stati tutti contagiati». Per il sindaco Gentile: «Ho sempre fatto tutto di comune accordo con l’Asrem». Per un’infermiera: «Non siamo stati tutelati, non ci hanno fornito i Dpi adeguati.»

Molise, Covid e RSA. «Siamo tutti infetti. Aiutateci»
Foto di Syaibatul Hamdi da Pixabay

di Paolo De Chiara, WordNews.it

CASTEL DEL GIUDICE (Isernia). «Aiutateci, non sappiamo a chi rivolgerci». Questo è l’invito di una operatrice sanitaria, messa in quarantena, per aver contratto il virus sul luogo di lavoro. «Si sarebbe sviluppato – apprendiamo – un importante cluster di diffusione da virus Covid 19». In mattinata abbiamo ricevuto una nota da parte del segretario generale della FP Cgil MoliseAntonio Amantini. «Sembrerebbe che numerosi operatori e ospiti siano risultati positivi a tale virus, e siano nell’impossibilità di lasciare la struttura, senza che nessuno abbia contezza in merito alle terapie e alle procedure utilizzate per la cura e per il contenimento del contagio». La comunicazione è stata, inoltre, inviata al Prefetto di Isernia, al direttore generale della Asrem e ai Nas di Campobasso. «Chiediamo – scrive Amantini – un urgente intervento a tutela della salute degli operatori, degli utenti e della cittadinanza tutta.»

Ma cosa sta succedendo nelle due strutture (una RSA e una casa alloggio) di Castel del Giudice? Abbiamo contattato l’operatrice sanitaria che ha cercato aiuto. Non sveleremo il suo nome reale, rispettiamo la sua scelta di rimanere in anonimato. E la chiameremo Maria. «Noi siamo all’incirca 26/27 persone che lavorano all’interno delle due strutture». In questo numero, come ci ha spiegato la donna, rientrano gli infermieri, le donne delle pulizie, gli OSS, la cuoca, la coordinatrice». E i pazienti? «Quelli rimasti si aggirano intorno ai 13 per la RSA e 6 o 7 per la Casa di riposo. Alla RSA tre sono già morti. L’ultimo aveva 81 anni, in questi giorni ha chiamato la figlia e voleva sapere come è morto suo padre. Gli altri sono tutti contagiati. C’è un paziente intubato, trasferito a L’Aquila e un altro sta morendo dentro la struttura. Ne sono rimasti tredici, così mi diceva ieri un mio collega.»

Per Maria i primi casi si sono registrati agli inizi di dicembre. «Ma non è stato fatto niente. Poi è diventato tutto Covid. Noi, con tutti loro. Sarebbe il caso di andare in fondo». Maria è una donna combattiva, le sue parole sono chiare e dure. «Noi sappiamo come è entrato là dentro il Covid. In queste strutture da marzo non è entrato più nessuno. Ultimamente se entrava qualcuno era sempre a prenotazione, a distanza e con le dovute cautele. Una persona alla volta. Siamo stati attenti su tutto, ci siamo attenuti a tutte le regole». E allora cosa è successo? Perché oggi le due strutture sono state blindate? «Abbiamo scoperto che queste regole sono state violate, da qualcuna di noi. Questa persona è stata a contatto con i suoi familiari con la febbre, è tornata in struttura, ha fatto i suoi turni e dopodiché ha telefonato dicendo che era positiva. Attualmente non fanno uscire nessuno. C’è la cuoca che è stremata. Dal giorno in cui dovevo rientrare a lavorare, il 12 dicembre, stanno tutti chiusi dentro. Sono tutti positivi. Ma si può lavorare in queste condizioni?».

Nelle due strutture lavorano gli stessi operatori. E una parte della gestione è partecipata dal Comune di Castel del Giudice. «Per me la responsabilità – aggiunge Maria – è del Sindaco. E comunque si deve andare in fondo. Noi sappiamo chi ha portato il virus nella struttura. Noi ci abbiamo rimesso la salute e la faccia. Questo argomento è tabù a Castel del Giudice. C’è un ragazzo che ha il padre che sta morendo e lui non può uscire dalla struttura. Ha minacciato di licenziarsi. Stanno lavorando, stanno tutti male. Non c’è un medico. Chiamano ogni tanto, fai questo, fai quell’altro…».

E chi assiste i pazienti? «Gli assistenti e gli operatori».

L’appello della donna è drammatico: «chiediamo aiuto alla giustizia. Stiamo rischiando le nostre vite. Devono chiudere, trasferire i pazienti e disinfestare tutto. E ricominciare da capo. È diventato un circolo vizioso, sono tutti malati. Così non ne usciamo vivi. Abbiamo bisogno di aiuto, ci dovete aiutare.»

La signora Maria ha citato il Sindaco Gentile. Per correttezza abbiamo raccolto anche il suo punto di vista. «Questa struttura è partecipata anche dal Comune. Ho letto la nota del sindacato, ma io ho già fatto – di comune accordo con la Asrem – il soggiorno obbligatorio, per evitare un contagio esterno. Le persone presenti nelle strutture non possono uscire fuori». Sono tutti in quarantena. «Per evitare una contaminazione integrale. L’Asrem si reca nelle strutture per fare i tamponi. Sono due le strutture, per un totale di 27/30 pazienti. I dipendenti sono una quindicina. Ci sono stati dei decessi, un paziente è stato portato al Cardarelli. Parliamo di persone anziane, con problemi molto pesanti. Ho anticipato la nota del sindacato. Già dal 7 dicembre ho fatto la nota al prefetto. Ho chiesto supporto alla Asrem e alla protezione civile. Nessuno è stato abbandonato. Sto lavorando notte e giorno su queste problematiche».

Quanti sono i positivi all’interno di queste strutture? «Sono quasi tutti positivi. Ne basta uno per scatenare i contagi».

Lei ha blindato le due strutture. Quale sarà il prossimo step? «È tutto blindato, fino al 27 dicembre. Quando ci sarà un altro giro di tamponi».

È prevista una sanificazione della struttura? «E come facciamo con i dipendenti e con gli ospiti dentro. La sanificazione è naturale. Non è questo il problema. Ci sono persone anziane, spero che la situazione si sia stabilizzata. Continueremo a fare i tamponi. Il controllo esiste, con tutte le difficoltà che conosciamo. Il problema è che tutti hanno preso il virus».

Ma come si è diffuso il virus? «Non lo so, forse tra qualche operatore. Noi abbiamo blindato da febbraio. Abbiamo fatto di tutto e di più, ma basta veramente poco. Ho sempre fatto tutto di comune accordo con l’Asrem».

I parenti dei pazienti conoscono queste problematiche? «Il rapporto è di trasparenza, di comunicazione. Informiamo i parenti, sono coinvolti per ogni nostra decisione. Mi è dispiaciuta la nota del sindacato. Prima di sparare bisogna informarsi. A me non interessa, l’importante è stare apposto con la propria coscienza.»

Ma per un’altra operatrice, che chiameremo Luisa, le responsabilità sono da addebitare proprio al primo cittadino. Anche lei è in quarantena, presso la sua abitazione. Per l’infermiera della RSA San Nicola «la situazione è desolante. Non è bello sentire i colleghi che vorrebbero lasciare il lavoro. Sono esausti, non ce la fanno più. Quello che stiamo vivendo è peggio di un incubo. È già passata una settimana dall’ordinanza del Sindaco». Ma cosa poteva e doveva fare il primo cittadino? «Ci doveva tutelare».

Cosa significa? «Ci sono stati forniti dei dispositivi di protezione che non erano idonei. Non riuscivo a capire come ho contratto il virus e, poi, ho scoperto che la tuta era buona solo per evitare la polvere. La visiera, le mascherine e i guanti erano a norma. Ma la tuta non è servita a nulla. La scelta della chiusura doveva essere presa prima. Tre persone sono decedute. I miei colleghi non ce la fanno più. Non è giusto lavorare in queste condizioni.»                          

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«Uno Stato che non ammette di aver sbagliato è uno Stato che non esiste»

SPECIALE PINO PINELLI/Seconda parte. L’Italia delle STRAGI e dei SEGRETI DI STATO, dicembre 1969. L’INTERVISTA a Silvia Pinelli, la figlia della staffetta partigiana. Il ferroviere anarchico innocente, “precipitato” dal quarto piano della questura di Milano. «Sono 51 anni che chiediamo di sapere. Ci sono delle persone che sanno e che sono ancora vive. So che ha subìto tortura, so che è entrato vivo e ne è uscito morto, dal quarto piano dell’ufficio del commissario Calabresi. So che l’idea del “malore attivo” è un’ipotesi che non esiste. Sappiamo che nostro padre è stato ammazzato nel momento in cui è entrato in quella questura.»

«Uno Stato che non ammette di aver sbagliato è uno Stato che non esiste»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

“Il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa”. Il fantasioso questore-fascista di Milano, Marcello Guida, cerca in tutti i modi di allontanare i sospetti che, dalla stanza del commissario Calabresi, hanno invaso un Paese intero. Tutti hanno capito, tutti hanno compreso. La “caduta” non si può attribuire né ad uno “scatto felino” (suicidio) né ad un “malore attivo”. Termine quest’ultimo apparso in una sentenza scandalosa. Un uomo entra dalla porta principale e “precipita” dalla finestra-balcone (con una ringhiera alta 97cm.) dell’ufficio politico del commissario Calabresi al quarto piano della questura di Milano.

Il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio (con la sentenza di proscioglimento per tutti gli imputati, ottobre 1975) si trasforma in un Ponzio Pilato. Nessun colpevole, nessun omicidio, nessun suicidio. Ecco cosa si può leggere nella famosa sentenza romanzata: «Pinelli accende la sigaretta… L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto. Tutti gli elementi raccolti depongono per questa ipotesi. La mancanza di qualsiasi indizio e di qualsiasi motivo di sospetto per l’omicidio volontario. L’assenza di una qualsiasi causa scatenante l’impulso suicida. L’assenza comprovata di una rincorsa per superare l’ostacolo… La presenza di fattori alteranti del centro di equilibrio. La traiettoria molto prossima a quella derivante dalla sola forza viva della rotazione del corpo intorno alla ringhiera. La sigaretta che precipita insieme al corpo».

E ad un tratto Pinelli cascò!

Con 51 anni di ritardo sono arrivate le parole del generale Maletti, ex numero due del servizio segreto militare. Questa è la sua versione pubblicata dal Fatto: “Pinelli si rifiuta di rispondere alle domande. Gli interroganti ricorrono quindi a mezzi più forti e minacciano di buttarlo dalla finestra. Lo strattonano e lo costringono a sedere sul davanzale. A ogni risposta negativa, Pinelli viene spinto un po’ più verso il vuoto. Infine perde l’equilibrio e cade”.

Un metodo giù utilizzato e denunciato da altri anarchici. Sicuramente, non servivano le parole di un generale per smontare la tesi del “malore attivo” o delle balle raccontate dai protagonisti e dai presenti in quella stanza delle torture (ufficio politico della questura di Milano).

Pinelli, 41 anni, già staffetta partigiana, ferroviere anarchico e padre di famiglia subisce un trattamento vergognoso. Ad oggi, nessuno ha pagato per quella morte. Anzi lo Stato, responsabile di quella morte e di tante altre morti, ha fatto pure pagare le spese processuali alla vedova Pinelli.

E siccome la memoria (nel Paese senza memoria) è fondamentale abbiamo ritenuto utile rinfrescarla con qualche altro passaggio della vergognosa sentenza.

«Dall’attento e critico esame degli atti processuali, emerge che, subito dopo la precipitazione vi furono, da parte dei presenti, reazioni di sgomento dovute non tanto a sentimenti di pietà verso il Pinelli quanto a considerazioni più o meno conscie delle conseguenze negative personali che da quell’episodio potevano loro derivare. …il dott. Allegra dopo essersi portato le mani fra i capelli e lo stesso dott. Calabresi, non si preoccuparono di precipitarsi nel cortile e di accertare le condizioni di salute del Pinelli ma di avvertire il Questore…». Marcello Guida, l’ex direttore del carcere di Ventotene, luogo di confino per gli antifascisti, «tenne una conferenza stampa sulle modalità della morte del Pinelli nel corso della quale fece affermazioni poi riportate dalla stampa, quali: «Era fortemente indiziato». «Ci aveva fornito un alibi ma questo alibi era completamente caduto». «Il funzionario e l’ufficiale gli hanno rivolto un’ultima contestazione. Un nome, un gruppo: li conosceva? Li aveva visti? Quando? Poi sono usciti dalla stanza. Di improvviso Giuseppe Pinelli è scattato. Ha spalancato i battenti della finestra socchiusi e si è buttato nel vuoto» («Corriere della Sera» del 16-12-69). «Quando si è accorto che lo Stato che lui combatteva lo stava per incastrare, ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico» («l’Unità» del 17-12-69), «È stato coerente con i suoi principi. Se fossi stato in lui avrei fatto la stessa cosa. Quando ha visto che la legge lo aveva preso si è tolto la vita» («Corriere d’Informazione» del 16-12-69)».

Balle vergognose di un rappresentante dello Stato vergognoso (che, in seguito, verrà pure promosso), utilizzate «come strumento per avvalorare la tesi della colpevolezza degli anarchici».

Bugiardi di Stato. Il questore Giuda, meglio conosciuto come bagnino penale (per la sua esperienza a Ventotene), è in ottima compagnia. Queste le versioni raccolte dal magistrato Caizzi il giorno successivo (16 dicembre 1969): «scatto felino» per il brigadiere di polizia Vito Panessa; «scatto verso la finestra» per il tenente dei carabinieri Savino Lograno e per il brigadiere di polizia Carlo Mainardi; «tuffo oltre la ringhiera» per il brigadiere di polizia Pietro Mucilli; «balzo repentino verso la finestra» per il brigadiere di polizia Giuseppe Caracuta.

Tutti presenti nella stanza da cui “precipitò” Pinelli, tutti assolti dalla magistratura. Prosciolti, «perché il fatto non sussiste».

Versioni che cambieranno, in continuazione. Addirittura il brigadiere Caracutta (udienza 28 ottobre 1970) ammetterà di aver mentito. «Mentre rileggevo le copie dei verbale udii sbattere la finestra, vidi Panessa (nei pressi della ringhiera) sporgersi come per trattenere qualcosa».

Ma come viene trattato l’innocente Pinelli durante il fermo di polizia illegale? «Dalle 18,30 del 12 dicembre sino a pochi minuti prima delle 24 del 15 dicembre, fu sottoposto ad una serie di stress, non consumò pasti regolari e dormì solo poche ore, una sola volta steso in una branda. Fermato intorno alle 18,30 fu collocato in un salone del quarto piano dell’Ufficio Politico… Alle 3 del mattino fu sottoposto al primo interrogatorio… Rimase ancora nello stesso stanzone senza possibilità di stendersi e di beneficiare di un sonno ristoratore sino alle 23,30 del 13 dicembre, ora in cui venne accompagnato nelle camere di sicurezza della questura. La mattina del 14 fu ricondotto nel salone dell’ufficio politico e subì lo stress dell’attesa di un nuovo interrogatorio… subì ancora lo stress di un nuovo interrogatorio… Subì quindi ancora lo stress dell’attesa di un nuovo interrogatorio… Alle ore 19 del 15 dicembre, senza che avesse potuto beneficiare di un sonno ristoratore in un letto, fu chiamato di nuovo per l’interrogatorio. «Valpreda ha confessato» esordì il commissario Calabresi. Era vero o era il solito «saltafosso» della polizia?… La mancanza di sonno, di un’alimentazione adeguata, le numerosissime sigarette fumate, dettero il loro contributo allo stato di stanchezza che ne derivò». Ecco come arriva il famoso e fantasioso «malore attivo». Degno di un mediocre romanziere.   

Licia Pinelli

«Pino è stato il granellino di sabbia che ha inceppato un meccanismo», spiega la signora Licia, la vedova Pinelli, nel bellissimo libro Una storia quasi soltanto mia, scritto con Piero Scaramucci. «Dopo la bomba di piazza Fontana avevano cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole, e poi sarebbero andati avanti grado a grado contro tutta la sinistra. La morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo dentro per anni, come Valpreda. Invece gli è successo questo infortunio e lì l’opinione pubblica ha cominciato a capire.»

Ma chi era Pino Pinelli? E conquesta domanda riprendiamo il dialogo con sua figlia Silvia.

«Di Pino si conosce molto dopo. Si parla sempre del dopo, di come è morto. Noi raccontiamo nostro padre anche attraverso le persone che lo hanno conosciuto. Mio padre era del ’28, era nato a Milano. A dieci aveva dovuto lasciare la scuola perché aveva dovuto aiutare economicamente la famiglia. Era una cosa molto comune in quegli anni. Il primo datore di lavoro lo aveva preso come magazziniere e fu lui che gli diede i primi libri da leggere sull’Anarchia. A mio padre mancava il fatto di non aver potuto continuare a studiare. Grazie a questi libri si appassiona all’idea, leggendo Bakunin o Proudhon. A quindici anni partecipa alla lotta partigiana, come staffetta. Di quel periodo non conosciamo quasi niente, perché i partigiani hanno cominciato a raccontare dopo. Non credo trasportasse armi, perché era un non violento di natura. La sua famiglia era sfollata a Lacchiarella e mio padre spariva per giorni. Mia nonna veniva a Milano, con il coprifuoco, a cercarlo. Poi ogni tanto ricompariva. Finito il periodo della resistenza l’impegno di Pino è continuato.»

Pino Pinelli

In che modo?

«Aveva partecipato, nel corso degli anni, all’apertura di vari Circoli anarchici. Aveva fondato la Croce Nera Anarchica che, in teoria, doveva dare supporto agli Anarchici che venivano perseguitati nel mondo. Un supporto anche di tipo economico. Già nel 1968 dovevano aiutare gli Anarchici accusati degli attentati che non avevano compiuto. Aveva ridato vita all’Unione Sindacale italiana.»

Di cosa si occupava?

«Come sindacalista si occupava della tutela della salute nei luoghi di lavoro. Temi che riportano a ciò che sta succedendo in questi giorni. Licia la conobbe nella scuola di esperanto e poi si sposarono. L’esperanto è una lingua universale, in disuso, che una volta avrebbe dovuto aprire le frontiere. Però, probabilmente, aveva uno spirito anche diverso, gli esperantisti erano dei pacifisti aperti verso un mondo di pace, di libertà, di eguaglianza. Con Licia si sposarono dopo che aveva vinto il concorso alle ferrovie. Sono tanti i racconti delle persone che lo hanno conosciuto nel corso degli anni. Ricordano di nostro padre che faceva da tramite tra i giovani e i vecchi. E non aveva quella supponenza, ma accoglieva. Le prime cose che dava erano i libri da leggere. Questo è mio padre in linea di massina, fino ad arrivare a quel giorno del 12 dicembre.»

Cosa è l’Anarchia?

«Da quello che ho visto è un bellissimo sogno. È un sogno, secondo me.»

Perché è un sogno?

«È un sogno dove ognuno possa sentirsi responsabile degli altri come si sentirebbe responsabile di sé stesso. Dove non esiste una proprietà privata, dove tutto è di tutti e si lavora insieme, per creare qualche cosa di bello. È una grande utopia.»

E perché, nel corso degli anni, questa “grande utopia” viene costantemente colpita?

«Perché il movimento anarchico è il movimento che ha meno controlli all’interno. Era più facile entrare. C’è un episodio che ci è stato raccontato da un amico di mio padre. Stavano facendo una riunione al Ponte della Ghisolfa e ad un certo punto mio padre dice: “so che c’è un infiltrato della polizia. Adesso spengo la luce, conto fino a tre. Quando la riaccendo, se questa persona non è sparita, io la indico”. Spegne la luce, si sente un grande trambusto e quando viene riaccesa la luce manca una persona. Mio padre era un pacifista, non era uno sprovveduto.»

Perché il movimento viene individuato come capro espiatorio?

«Era più facile da colpire. Non era ben inviso dai partiti istituzionali il movimento anarchico. Pensavano, probabilmente, che incolpando gli anarchici nessuno si sarebbe mosso. Anche adesso, quando non sanno cosa dire, accusano gli anarchici. Non ha un’organizzazione, come poteva avere un partito Comunista.»

Subito dopo lo scoppio della bomba del 12 dicembre suo padre viene “invitato” dal commissario Calabresi…

«A seguire la volante con il suo motorino.»

La famiglia quando viene a sapere di questo “invito” in questura?

«Con la perquisizione a casa. Tanto è vero che i poliziotti avevano chiamato in questura, dicendo: “qua Pinelli non c’è”. E dalla questura rispondono: “è già qua da noi”.»

E ci resterà fino alla fine dei suoi giorni.

«Fino alla notte del 15 dicembre, quando uscirà dalla finestra del quarto piano dell’ufficio del commissario Calabresi. Dopo che il fermo era diventato illegale, perché non era stato confermato dal magistrato.»

Tre giorni di totale illegalità.

«Dai verbali risultano gli interrogatori. Mio padre è stato privato di sonno, di cibo. Questo risulta anche dalle varie sentenze. Tanto è vero che D’Ambrosio conclude la sua istruttoria dicendo, appunto, che fu “privato di sonno, privato di cibo…”, non ha detto torturato. Ma comunque questa è tortura. Io non so cosa sia successo, sono 51 anni che chiediamo di sapere. Ci sono delle persone che sanno e che sono ancora vive. So che ha subìto tortura, so che è entrato vivo e ne è uscito morto, dal quarto piano dell’ufficio del commissario Calabresi. So che l’idea del “malore attivo” è un’ipotesi che non esiste. Sappiamo che nostro padre è stato ammazzato nel momento in cui è entrato in quella questura. È stato privato di tutti i diritti. Era già stato ammazzato.»

Chi era presente in quelle stanze della questura di Milano? Soggetti legati al ministero dell’Interno, ai servizi…

«Queste cose sono venute fuori nel corso degli anni. Mi chiedo come mai non si sia indagato. Molti sono morti, ma molti furono sentiti dal giudice Pradella, che nel 1994-’95 aveva preso in mano l’indagine sulla strage di Piazza Fontana. Probabilmente non c’è oggi la volontà politica di riaprire un’inchiesta giudiziaria.»

Nella stessa notte il questore di Milano, Marcello Guida, ex direttore fascista della colonia di confino di Ventotene organizza una conferenza stampa…

«Poi hanno anche detto che “era un bravo ragazzo, non ci aspettavamo che fosse implicato nella strage”. Invece di avvisare la famiglia il questore di Milano indisse una conferenza stampa. La prima cosa che fece Licia fu la denuncia per diffamazione, che è stata archiviata. Guida venne assolto perché il fatto non costituisce reato. Venne anche promosso a ispettore generale di pubblica sicurezza al ministero. La sentenza fu depositata prima della pausa estiva e verso settembre non ci fu nemmeno un trafiletto. Nel 1970, quando mia mamma e la mamma di Pino presentano una denuncia, contro ignoti, per la morte di Pino, anche questa verrà archiviata come “morte accidentale”. Poi c’è anche il lavoro di Dario Fo. La sentenza verrà depositata in concomitanza con lo sciopero dei grafici. Tutte cose casuali…»

Lo spettacolo di Dario verrà portato in scena prima dello stupro di Franca Rame (9 marzo 1973)?

«Sì, la prima volta verrà portato in scena a Varese. Dopo le minacce e le denunce lo spostarono a New York.»

Quali erano i rapporti tra suo padre e il commissario Luigi Calabresi?

«Si conoscevano, mio padre era referente del movimento anarchico a Milano. Non c’era un rapporto di amicizia, c’è da dire che nell’ultimo periodo mio padre veniva anche minacciato in continuazione. Dicevano: “Ti possiamo arrestare anche se attraversi con il rosso”».

Da chi arrivavano le minacce?

«Veniva minacciato. Comunque non c’era nessuna amicizia. Quando venne regalato a Pino il libro, mio padre lo scambiò con un altro libro. Era una persona generosa, quando riceveva qualcosa faceva in modo di restituirla. Mio padre si sentiva perseguitato.»

Ritornando a Guida, il questore di Milano, non possiamo non ricordare l’episodio con l’allora presidente della Camera Sandro Pertini (comandante della Resistenza), che si rifiutò di stringere la mano all’ex direttore della colonia fascista di Ventotene.

«Non perché lui era stato il direttore del confino di Ventotene ma perché Pinelli era morto in quel modo quando lui era questore a Milano.»

Quali sono i rapporti tra la famiglia Pinelli e la famiglia Calabresi?

«Di nessun tipo, nel senso che la prima volta che abbiamo incontrato la famiglia è stato nel 2009, quando ci fu l’incontro al Quirinale dove Pino venne ricordato, in occasione delle vittime del terrorismo e delle stragi. Per la prima volta la più alta carica dello Stato ha riconosciuto nostro padre come vittima innocente. Nel corso degli anni più volte ci siamo incontrati in manifestazioni pubbliche. Comunque le famiglie non c’entrano assolutamente niente.»

Come si può ricordare, dopo 51 anni, la tragica vicenda di un anarchico innocente ucciso dallo Stato?

«Ne dobbiamo parlare. Ma dobbiamo smettere di parlare di queste cose solo quando ci sono gli anniversari. Dobbiamo fare della memoria un motore per poter guardare verso il futuro. Dobbiamo cercare di cambiare le cose dall’interno. Se lo Stato avesse avuto il coraggio di condannare chi aveva sbagliato penso che non ci saremmo trovati, negli anni Settanta, con il terrorismo. Dopo lo Stato non condannerà mai sé stesso. Mia madre fece ricorso anche in sede civile, per il risarcimento. Venne rigettato e venne condannata al pagamento delle spese processuali. Come è successo per i famigliari della strage di Piazza Fontana. Noi abbiamo dei cittadini che entrano innocenti in una questura o entrano in una banca, vengono ammazzati, e lo Stato non ne risponde. E in più ti condanna alle spese processuali. Uno Stato che non ammette di aver sbagliato è uno Stato che non esiste. In questo Paese è il cittadino che deve attivarsi, attraverso le Associazioni, per far valere le proprie ragioni. Non è lo Stato che interviene a tutela del cittadino. Non è uno Stato democratico, non è uno Stato di diritto.»

Seconda parte

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Leggi anche:

PRIMA PARTE: Morte (poco) accidentale di un Anarchico

LA BALLATA DELL’ANARCHICO PINELLI

Quella sera a Milano era caldo
Ma che caldo che caldo faceva
Brigadiere apra un po’ la finestra
E ad un tratto Pinelli cascò.

“Commissario io gliel’ho già detto
Le ripeto che sono innocente
Anarchia non vuol dire bombe
Ma eguaglianza nella libertà.”

“Poche storie indiziato Pinelli
Il tuo amico Valpreda ha parlato
Lui è l’autore di questo attentato
E il suo socio sappiamo sei tu”

“Impossibile” – grida Pinelli –
“Un compagno non può averlo fatto
Tra i padroni bisogna cercare
Chi le bombe ha fatto scoppiar.

Altre bombe verranno gettate
Per fermare la lotta di classe
I padroni e i burocrati sanno
Che non siam più disposti a trattar”

“Ora basta indiziato Pinelli”
– Calabresi nervoso gridava –
“Tu Lo Grano apri un po’ la finestra
Quattro piani son duri da far.”

In dicembre a Milano era caldo
Ma che caldo che caldo faceva
È bastato aprir la finestra
Una spinta e Pinelli cascò.

Dopo giorni eravamo in tremila
In tremila al tuo funerale
E nessuno può dimenticare
Quel che accanto alla bara giurò.

Ti hanno ucciso spezzandoti il collo
Sei caduto ed eri già morto
Calabresi ritorna in ufficio
Però adesso non è più tranquillo.

Ti hanno ucciso per farti tacere
Perché avevi capito l’inganno
Ora dormi, non puoi più parlare,
Ma i compagni ti vendicheranno.

“Progressisti” e recuperatori
Noi sputiamo sui vostri discorsi
Per Valpreda Pinelli e noi tutti
C’è soltanto una cosa da far.

Gli operai nelle fabbriche e fuori
Stan firmando la vostra condanna
Il potere comincia a tremare
La giustizia sarà giudicata.

Calabresi con Guida il fascista
Si ricordi che gli anni son lunghi
Prima o poi qualche cosa succede
Che il Pinelli farà ricordar.

Quella sera a Milano era caldo
Ma che caldo che caldo faceva
Brigadiere apra un po’ la finestra
E ad un tratto Pinelli cascò.

Un gruppo di lavoratori dello spettacolo (nella foto Gian Maria Volontè, alle sue spalle i suoi colleghi attori)

Elio Petri – Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli (1970)

Il filmato: le tre versioni che la polizia fornì sul “suicidio” di Pinelli, ricostruite seguendo le diverse e contraddittorie indicazioni fornite dalla Questura di Milano.

Morte (poco) accidentale di un Anarchico

SPECIALE PINO PINELLI/Parte prima. L’Italia delle STRAGI e dei SEGRETI DI STATO, dicembre 1969. L’INTERVISTA a Silvia Pinelli, la figlia della staffetta partigiana. Il ferroviere anarchico innocente, “precipitato” dal quarto piano della questura di Milano. «Io e mia sorella (Claudia, nda) verso le 20:00 arriviamo a casa, contente, perché pensavamo che ci fosse nostro padre. Invece abbiamo trovato la casa completamente a soqquadro con i poliziotti che rovistavano dappertutto, che aprivano gli armadi e spacchettavano i regali che i nostri genitori avevano già comprato. Questo è il ricordo che noi abbiamo del 12 dicembre. Non ebbi neanche il coraggio di entrare, rimasi sulla soglia della porta a controllare lo sfacelo che vedevo.»

Morte (poco) accidentale di un Anarchico
La ricostruzione: il manichino utilizzato per simulare la «caduta» di Pinelli dalla finestra dell’ufficio politico della questura di Milano

di Paolo De Chiara, WordNews.it

La bomba è esplosa. Sono le 16:37 di venerdì 12 dicembre 1969“In dicembre a Milano era caldo. Ma che caldo che caldo faceva”, risuona un famoso ritornello. Quel calore investirà un Paese intero, al centro di una infinita strategia della tensione, pianificata negli anni.

Destabilizzare per stabilizzare.

E in quei giorni le menti raffinatissime (“gruppo di potenti”) decidono di destabilizzare, utilizzando i criminali di destra. Fascisti assassini, allevati durante e dopo la dittatura.  

Un forte boato colpisce il cuore pulsante della città. A pochi passi dal Duomo, all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura. La bomba fascista e di Stato uccide 14 persone, ferendone 87. In totale i morti arriveranno a 17.

Dopo poche ore la polizia trova – come già accaduto qualche mese prima – il capro espiatorio. Gli anarchici sono destinati a subire la reazione da parte chi ha creato il caos.

Destabilizzare per stabilizzare.

E per la strage di Piazza Fontana viene indiziato un anarchico, si chiama Giuseppe Pinelli. Un padre di famiglia, di 41 anni, già staffetta partigiana. Un uomo libero, di sani principi, lontano dalla becera violenza. Pino ha dato il suo contributo per annientare i criminali fascisti e nazisti durante la Resistenza. Saranno proprio quei personaggi, immersi in quella cultura criminale, a privarlo della sua vita. Il questore di Milano, un certo Marcello Guida, è un fascista, ex direttore del carcere di Ventotene, luogo di confino per molti antifascisti, come Sandro Pertini.

Un “semplice accertamento” si trasforma in un fermo illegale. Una vergogna per uno Stato di diritto.

Tre giorni di interrogatori, di minacce, di torture, di violenza verbale. Chiedono a Pinelli di confessare, di fare i nomi dei compagni. Ma Pinelli è innocente e non può confessare nulla.

Il 15 dicembre viene arrestato Pietro Valpreda, il ballerino anarchico. Passerà 1110 giorni nel carcere di Regina Coeli. Da innocente.  

Negli uffici della questura di Milano la polizia ci va pesante. Usa i suoi metodi antidemocratici. Tre giorni di pura follia criminale, di estenuanti interrogatori. Dopo la mezzanotte del 15 dicembre l’innocente anarchico Pino Pinelli “precipita” dal quarto piano della questura. Muore poco dopo al Fatebenefratelli di Milano.

Il fascista-questore, in una conferenza stampa, senza vergogna dirà: “Pinelli era fortemente indiziato di concorso in strage. Il suo alibi era crollato. Si è visto perduto. Si è trovato come incastrato. È crollato. È stato un gesto disperato, una specie di autoaccusa”. Aggiungerà qualche giorno dopo: “Vi giuro, non l’abbiamo ucciso noi”. Uno Stato che uccide impunemente. Non sarà il primo e non sarà l’ultimo caso. Pino Pinelli è stato ammazzato. Era innocente. Era una persona perbene.

Le verità tardano ad arrivare. Ma dopo mezzo secolo un altro elemento si aggiunge alle ipotesi fatte in questi anni.

L’ex numero due del servizio segreto militare, il generale Maletti, ha raccontato ad Alberto Nerazzini e Andrea Sceresini(Il Fattola sua versione: «Pinelli si rifiuta di rispondere alle domande. Gli interroganti ricorrono quindi a mezzi più forti e minacciano di buttarlo dalla finestra. Lo strattonano e lo costringono a sedere sul davanzale. A ogni risposta negativa, Pinelli viene spinto un po’ più verso il vuoto. Infine perde l’equilibrio e cade”.

E ad un tratto Pinelli cascò!

da Il Fatto Quotidiano

Abbiamo contattato Silvia Pinelli, una delle due figlie (l’altra si chiama Claudia). Due donne dignitose che, insieme alla signora Licia (la vedova di Pino), continuano a ricordare quei fatti. Perché la memoria, nel Paese senza memoriae “orribilmente sporco”, è necessaria per guardare avanti e per ottenere Verità e Giustizia. Due parole fondamentali in una Nazione piena di lati oscuri, misteri e segreti di Stato.

Sono passati 51 anni dalla morte di suo padre, come è cambiato questo Paese?

«È cambiato in peggio. Ce ne rendiamo conto da tante piccole cose. È venuto a mancare quel movimento che spinse negli anni Sessanta a ribellarci contro determinate cose, per portare avanti un percorso di conquiste che furono, purtroppo, represse nel sangue. Adesso ci ritroviamo a perdere le conquiste di quegli anni. Guardiamo a uno Statuto dei Lavoratori, alla sicurezza dei luoghi di lavoro. Si combatteva per questo e siamo nella stessa situazione, peggio forse, di cinquant’anni fa. Volevamo una sanità pubblica e ci troviamo una privatizzazione. Una scuola pubblica, abbiamo combattuto in quegli anni perché l’Università fosse aperta a tutti, e adesso abbiamo anche una scuola privata che riceve dei finanziamenti da parte dello Stato, a discapito del pubblico. La situazione non è delle migliori.»

E in questi giorni, nelle città italiane, sono comparsi questi mega manifesti sulla pillola abortiva RU486.

«Una propaganda che punta sulla parte più becera di noi. Anche quei manifesti che sono apparsi sono orripilanti. Manca una reazione, una presa di posizione seria, anche se ci troviamo in un periodo particolare in cui nessuno si aspettava di poter vivere. Manca un coinvolgimento da parte di alcuni parlamentari che ci sono e si potrebbero smuovere su determinate cose. Sembra che ci sia più paura. È un ritorno indietro.»

Solo da parte dei parlamentari o anche dei cittadini?

«Con le elezioni noi eleggiamo i nostri rappresentanti in Parlamento. I nostri rappresentanti sono nei Comuni, nelle Province. Come cittadini, sicuramente, abbiamo un compito fondamentale che è quello di portare avanti delle istanze. Ma chi ci rappresenta dovrebbe rappresentarci effettivamente.»

Non siamo rappresentati?

«Non siamo rappresentanti. Nel momento in cui si vota, votiamo una lista, delle persone. Qualcuno lo ritengo che sia in buona fede, ma c’è un contesto che, comunque, ti impedisce di poter portare avanti un lavoro comune.»

Un male che ci portiamo dietro da troppi anni. Abbiamo subìto la dittatura e anche dopo la caduta del fascismo ci siamo ritrovati i fascisti all’interno dei posti di comando. Ed hanno mantenuto il controllo delle varie Istituzioni.

«Avevamo ai vertici di ministeri e prefetture persone che arrivavano dal disciolto partito fascista. Solo nel ’46 è stato ricostituito, dai reduci della Repubblica di Salò, il Movimento Sociale italiano. Come è stato possibile consentire una cosa di questo tipo?»

E queste parole riportano agli anni Sessanta: il convegno fascista finanziato dal Sifar (servizio informazioni forze armate); la rete occulta, meglio conosciuta come Gladio; il colpo di Stato dei colonnelli in Grecia (con a capo Papadopoulos, già collaboratore dei nazisti); gli squadristi di Almirante; la nascita del Fronte nazionale di Valerio Borghese (già comandante della X Mas e salvato dagli americani); le bombe del 1969: Padova (15 aprile), Fiera di Milano (25 aprile); Milano e Venezia (8 e 9 agosto), Trieste (4 ottobre).

La strategia della tensione, termine per la prima volta utilizzato dal settimanale The Observer, inaugurata con la prima strage di Stato (Portella della Ginestra), 1° maggio 1947. Senza dimenticare i sindacalisti ammazzati dalle mafie, come: Miraglia, Rizzotto, Carnevale, La Torre. In totale 54 omicidi. I braccianti ammazzati dalla polizia ad Avola (Siracusa) il 2 dicembre del 1968: 2 morti e 48 feriti. I rappresentanti dello Stato sparano sui manifestanti che chiedono il rinnovo del contratto di lavoro. A Forte dei Marmi il 1° gennaio del 1969 una protesta giovanile. Una contestazione davanti alla Bussola, il locale dei ricchi. La polizia spara e ferisce gravemente alla schiena un giovane. Poi la strage di Battipaglia. I manifestanti sono scesi in piazza, gridano “difendiamo il nostro pane”. È il 9 aprile del 1969, la polizia spara ancora una volta: 2 morti e 200 feriti. Da più parti si chiede il “disarmo della polizia”, oggi non è ancora possibile identificare un appartenente alle forze dell’ordine.

Ma andiamo avanti.

I tentati colpi di Stato: nel 1964 il “piano Solo” (con il generale De Lorenzo, già ai vertici del Sifar); il golpe Borghese: nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970, il tentativo di “creare panico e disorientamento”. I congiurati occupano il ministero dell’Interno per qualche ora, poi arriva il contrordine. Tutto organizzato dal Fn di Borghese, insieme ad Avanguardia nazionale, Ordine nuovo, Europa Civiltà, con l’appoggio dei vertici delle forze armate, di personalità criminali e il sostegno dei servizi segreti, della P2 e della Cia; nel 1973 l’ennesimo tentativo con “la Rosa dei Venti”. Nello stesso calderone gerarchi della Repubblica Sociale, criminali, neofascisti, massoni, generali dell’Esercito, ufficiali delle forze armate, industriali. Un “gruppo di potenti”, formato da “persone serie ed importanti”, che – in questo Paese “orribilmente sporco” – ha dato disposizioni e assicurato protezione politica.      

Continui segnali, continui proclami. Il 10 dicembre del 1969, due giorni prima della strage di Piazza Fontana, il fascista Almirante, intervistato da Der Spiegel, dichiara: “Le organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile… tutti i mezzi sono giustificati per combattere i comunisti… misure politiche e militari non sono più distinguibili”. Oggi vorrebbero farlo passare per uno statista. C’è chi vorrebbe intitolargli delle strade, come se non bastassero quelle intitolate ad altri fascisti (Farinacci docet). Ma giusto per far chiarezza è importante sdoganare questo pessimo soggetto, descritto con queste parole dal peggior presidente della Repubblica (Napolitano): «Ha avuto il merito di contrastare impulsi e comportamenti anti-parlamentari che tendevano periodicamente ad emergere, dimostrando un convinto rispetto per le istituzioni repubblicane che in Parlamento si esprimeva attraverso uno stile oratorio efficace e privo di eccessi…». Ecco i fatti: nel 1938 firma il Manifesto della Razza; dal ’38 al 1940 collabora alla rivista La difesa della Razza; dopo l’8 settembre aderisce alla Repubblica Sociale, si arruola nella guardia nazionale con il grado di capomanipolo; il 30 aprile del 1944 diventa capo di quel “gabinetto” del ministero della cultura popolare e il 17 maggio firma il manifesto della RSI (“…gli sbandati ed appartenenti a bande che non si consegneranno ai comandi nazifascisti entro il 25 maggio saranno passati per le armi mediante fucilazione alla schiena”). Un “servo dei nazisti. Come Almirante collaborava con gli occupanti tedeschi”, titolerà l’Unità il 27 luglio del 1971; diventa tenente della brigata nera, impegnato nella lotta contro i partigiani; nel 1946 fonda i Fasci di azione rivoluzionaria. Racconta De Marzio, ex capogruppo Msi alla Camera, di un incontro tra Almirante e Borghese nel 1970, l’anno del tentato golpe. Il fascista “privo di eccessi” (secondo Napolitano) avrebbe detto: “Comandante (Borghese, nda), se parliamo di politica e tu sei dei nostri devi seguire le mie direttive. Ma se il terreno si sposta sul campo militare allora saremo noi ad attenerci alle tue indicazioni”. La memoria è importante, caro Napolitano.    

La destra eversiva, in questo Paese, è stata protetta da un sistema di potere nazionale e internazionale (Wikileaks, gli Usa e la strategia della tensione, l’Espresso, 2015). L’opera strategica e stragista è proseguita nel corso degli anni, ecco soli alcuni esempi: i Moti di Reggio (Msi, Avanguardia Nazionale e Fronte nazionale con un forte legame con la ‘ndrangheta); deragliamento della Freccia del Sud (6 morti, 72 feriti); un ordigno ritrovato a Verona; le bombe di Catanzaro (1 morto); la strage di piazza della Loggia (8 morti); l’Italicus (12 morti e 44 feriti); la stazione di Bologna (85 morti, 200 feriti); il rapido 904 (17 morti e 267 feriti). A seguire, fino ad oggi, una lunga scia di sangue. Comprese le bombe e le stragi di mafia.

La “strategia della tensione”, in questo Paese, non è mai terminata.

Gaetano Lunetta (Fn Liguria) spiega (Domani): «Il golpe c’è stato, siamo stati padroni del Viminale. Il risultato politico è stato raggiunto: congelamento della politica di Aldo Moro (che verrà poi ucciso dalle Br, nda), allontanamento del Pci dall’area di governo, garanzia di una totale fedeltà filoatlantica e filoamericana. Il golpe c’è stato ed è riuscito.»

In tutta questa lunga storia di bombe, strategie, silenzi, complicità, destabilizzazioni, stabilizzazioni, rientra la strage di piazza Fontana del 12 dicembre del 1969 a Milano. L’ordigno posizionato nella Banca Nazionale dell’Agricoltura. Una strage di Stato compiuta dalla destra eversiva. Ma non solo.

Signora Pinelli, lei quanti anni aveva?

«Nove anni.»

E cosa ricorda di quella giornata?

«Non ricordiamo niente, in pratica. Ricordiamo che mio padre era smontato dalla notte e che quel giorno avevamo mangiato tutti assieme e, poi, mio padre era uscito per andare con i suoi amici. Poi era andato in ferrovia a ritirare la tredicesima e poi era andato al Circolo al Ponte della Ghisolfa, dove aveva scritto una lettera a Paolo Faccioli, uno degli anarchici che erano in carcere, falsamente accusati delle bombe alla Fiera di Milano.»

Il 25 aprile del 1969 alla Fiera di Milano, intorno alle 19:00, si verifica un’esplosione all’interno dello stand della Fiat: venti feriti. Alle 21:00 una seconda bomba deflagra nell’ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni, nessun ferito. Solo panico e disorientamento. Vengono individuati e arrestati i responsabili: sei anarchici. Alcuni rilasciati qualche giorno dopo, gli altri processati e assolti nel maggio del 1971.

Possiamo soffermarci su questa lettera?

«Purtroppo diventerà il suo testamento. Dove dice, tra le altre cose, che l’Anarchia non è violenza, “che rigettiamo, ma non vogliamo subirla. L’Anarchia è ragionamento e responsabilità”. Dopodiché si reca al Circolo di via Scaldasole, nel quartiere Ticinese, dove c’è la volante della polizia. Mio padre, in quel momento, ancora non sapeva che era scoppiata una bomba. E da lì Calabresi lo invita a seguire la volante della polizia con il suo motorino, in questura. Cosa che mio padre farà.»

Perché non sapevate nulla della bomba di piazza Fontana?

«A casa nostra la televisione era rotta, quindi non si sapeva assolutamente niente. Io e mia sorella (Claudia, nda) verso le 20:00 arriviamo a casa, contente, perché pensavamo che ci fosse nostro padre. Invece abbiamo trovato la casa completamente a soqquadro con i poliziotti che rovistavano dappertutto, che aprivano gli armadi e spacchettavano i regali che i nostri genitori avevano già comprato. Questo è il ricordo che noi abbiamo del 12 dicembre. Noi eravamo abituate a vedere gente in casa, però ricordo che mia madre ci avvisò che erano dei poliziotti. Non ebbi neanche il coraggio di entrare, rimasi sulla soglia della porta a controllare lo sfacelo che vedevo.»

Poliziotti dell’ufficio politico della questura di Milano?

«Sì, sicuramente.»

Il commissario era Lugi Calabresi?

«Era Calabresi. È stato lui ad invitare il mio papà ad andare in questura per degli accertamenti.»

1 parte/continua

Pino Pinelli

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LA LETTERA/TESTAMENTO DI PINO PINELLI

Indirizzata all’Anarchico Paolo Faccioli, accusato ingiustamente (insieme ad altri compagni) delle bombe alla Fiera di Milano del 25 aprile 1969.

Caro Paolo,

rispondo con ritardo alla tua, purtroppo tempo a disposizione per scrivere come vorrei ne ho poco; ma da come ti avrà spiegato tua madre ci vediamo molto spesso e ci teniamo al corrente di tutto. Spero che ora la situazione degli avvocati si sia chiarita.

Vorrei che tu continuassi a lavorare, non per il privilegio che si ottiene, ma per occupare la mente nelle interminabili ore; le ore di studio non ti sono certamente sufficienti per riempire la giornata.

Ho invitato i compagni di Trento a tenersi in contatto con quelli di Bolzano per evitare eventuali ripetizioni dei fatti.

L’anarchismo non è violenza, la rigettiamo, ma non vogliamo nemmeno subirla: essa è ragionamento e responsabilità e questo lo ammette anche la stampa borghese, ora speriamo che lo comprenda anche la magistratura.

Nessuno riesce a comprendere il comportamento dei magistrati nei vostri confronti. Siccome tua madre non vuole che invii soldi, vorrei inviarti libri, libri non politici (che me li renderebbero) così sono a chiederti se hai letto Spoon River, è uno dei classici della poesia americana, per altri libri dovresti darmi tu i titoli.

Qua fuori cerchiamo di fare del nostro meglio, tutti ti salutano e ti abbracciano, un abbraccio in particolare da me ed un presto vederci.

Tuo Pino.

Morte accidentale di un anarchico.

Spettacolo rappresentato per la prima volta il 5 dicembre 1970 a Varese da Dario Fo e il suo gruppo teatrale “La Comune”.

Sanità in Molise. «Il presidente della Regione deve dimettersi e chiedere scusa»

L’INTERVISTA. Parla l’avvocato Enzo Iacovino, da sempre impegnato sul fronte dei diritti e delle battaglie civili. Lo abbiamo contattato per affrontare l’annoso problema della sanità molisana e la relativa situazione emergenziale: «La Regione Molise ha fallito, così come ha fallito la sanità molisana nella gestione dell’emergenza. La politica regionale non racconta la verità dei fatti». E sul centro Covid di Larino: «Il commissario Giustini ha subìto pressioni.»

Sanità in Molise. «Il presidente della Regione deve dimettersi e chiedere scusa»
L’avvocato Enzo Iacovino

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Sto preparando un modello per l’accesso alle cartelle cliniche, perché l’Asrem ha eccepito che vorrebbe le firme di tutti gli eredi. Noi sosteniamo che basta un singolo erede per poter accedere alle cartelle cliniche. Stiamo preparando l’accesso agli atti per avere tutti i documenti da parte del ministero e da parte della Asrem, tutti i dati trasmessi al ministero, lavorati secondo gli indici espressi nella circolare dell’aprile di quest’anno, in virtù della quale è stato stabilito il colore della Regione. Vogliamo capire se i dati sono reali oppure no. Noi abbiamo dei dati disponibili informalmente e vogliamo verificare i dati che hanno inviato.»    

Comincia così la nostra conversazione con l’avvocato Enzo Iacovino, da sempre impegnato sul fronte dei diritti civili. In questi ultimi mesi è diventato anche un punto di riferimento sulle tematiche legate alla malasanità e all’emergenza Covid. Proprio la settimana scorsa ha presentato in videoconferenza, insieme agli altri fondatori e iscritti, il Comitato «Dignità e Verità» per le vittime del Covid.

«Un gruppo di persone, parenti di vittime Covid, che hanno condiviso le proprie storie» – come ha specificato il presidente del Comitato Francesco Mancini -. «La verità deve venir fuori affinchè si possa mettere fine una volta e per tutte a questo strazio, perchè è proprio di questo che si tratta se pensiamo come sono morte quelle povere persone in quei reparti isolati, emarginati, abbandonati e privati di dignità. Dalle diverse storie che abbiamo raccolto e documentato si evince chiaramente che i nostri ammalati hanno chiesto aiuto in tutti i modi e con tutti i mezzi in loro possesso

«È chiaro che chi aderisce al Comitato – ha spiegato l’avvocato Iacovino – vi aderisce perché c’è stato un decesso e ha subito una grande sofferenza. Adesso bisogna capire è successo dal ricovero al decesso di tante persone. Quello che posso dire è che se, normalmente, in un reparto c’era un numero di infermieri e di medici, questo numero stabilito dalla legge è assolutamente saltato al reparto di malattie infettive del Cardarelli.»

Facciamo un esempio…

«Nel reparto di malattie infettive ci sono cinque sanitari, tra medici e infermieri e queste persone fanno dei turni e orari massacranti per garantire assistenza a circa sessanta ricoverati. Sono tantissimi e vanno ben oltre ogni limite consentito dalla legge. Un conto è accudire dieci persone altro è accudire cinquanta ricoverati.»

Per quanto riguarda questi malati, ad oggi, qual è la situazione?

«Se viene accertata la positività della persona, questa su rivolge al medico di famiglia e viene invitata a fare una quarantena, che può essere fiduciaria, laddove il soggetto è stato a contatto con un positivo oppure obbligatoria se ritenuto positivo. In quarantena si seguono delle profilassi non sempre omogenee. Ed invero ci risulta che sono diversi i protocolli terapeutici, già questo è pericoloso.»

Perché?

«Perchè non c’è un protocollo uniforme in tutto il territorio per la cura del Covid. Se la situazione dovesse aggravarsi e diventare critica, sempre dopo aver consultato un medico di famiglia, si contatta il 118 che ti porta al pronto soccorso più vicino. Quindi Termoli, Isernia o Campobasso…»

E dopo cosa succede?

«Bisogna mettersi in contatto con malattie infettive per capire se c’è posto. E qui già si crea il primo ingorgo. Dopodiché questi pazienti vengono portati a malattie infettive.

Stessa trafila per i positivi che si trovano nelle diverse strutture sanitarie.»

Dove ci sono pochi posti letto…

«Pochi posti letto disponibili rispetto ai pazienti che hanno necessità di cure.»

Quanti sono i posti di terapia intensiva disponibili in Molise?

«Per quanto mi è dato di sapere pochi rispetto ai 30, più 14. Loro sostengono che ci sono dei posti occupati che risulterebbero inferiori ai posti disponibili ma in realtà danno semplicemente dei numeri…»

Chi sono “loro”? A chi si riferisce?

«A chi va spesso in televisione a dare dei numeri. Mi esimo anche dal dire chi da i numeri. Noi abbiamo altri numeri e mi risulta che i NAS (Nuclei Antisofisticazioni e Sanità dell’Arma, nda) sono andati a fare visita proprio per verificare questo aspetto. Quindi noi, a questo punto, attenderemo anche l’esito ispettivo per avere conferma di quelli che sono i nostri dubbi.»

Quindi non esiste una ufficialità sul numero dei posti di terapia intensiva?

«Sappiamo che terapia intensiva è satura e i posti sono inferiori a quelli che avrebbero dovuto attivare. Peraltro ci risulta che alcune sale operatorie siano state utilizzate per la terapia intensiva rendendone cosi inutilizzabili per gli interventi ordinari. Secondo le nostre fonti i dati sono diversi e siamo estremamente preoccupati su quella che è la mancanza di ufficialità rispetto alla colorazione della Regione in termini di gravità della pandemia. Tanto è vero che, se la Regione dovesse risultare diversamente colorata, in peggio, ci troveremo di fronte a delle condotte non restrittive che avrebbero agevolato l’espandersi della pandemia, con gravissime responsabilità.»

Perché il progetto del centro Covid, individuato inizialmente nella struttura sanitaria di Larino, è stato messo da parte?

«C’è stata una istanza da parte del 90% dei sindaci molisani (118, nda) che avevano caldeggiano la soluzione di Larino centro Covid, ma non per un fatto di campanile. Si conveniva su questa struttura chiusa per la sua modernità e oggettiva utilizzabilità per lo scopo. Ovviamente ha preso posizione anche il consiglio regionale, tanto è vero che la mozione votata in consiglio ha ricevuto la maggioranza dei voti. Non solo dalle opposizioni ma anche di quella parte di maggioranza che, in qualche modo, ha ritenuto di staccarsi per un motivo obiettivo e serio. Forte di questa posizione politica e amministrativa espressa dagli organi elettivi, sindaci e consiglieri, il commissario del Governo, Giustini, ha coerentemente predisposto un piano Covid individuandolo nell’ospedale di Larino.»

dalla trasmissione Titolo V, RaiTre

Cosa prevedeva questo piano Covid?

«Non solo la cura dei pazienti, ma anche la riabilitazione dei soggetti negativizzati e un loro sostegno psicologico. Sarebbe dovuto diventare, e non escludo che possa ancora diventarlo, un centro di eccellenza. Mi auguro che questi signori ci ripensino rimendiando in parte allo scempio che hanno fatto.»

E dove finisce il progetto di Giustini?

«Il giorno dopo ne è stato presentato un altro a firma del dirigente della sanità molisana, del direttore generale dell’Asrem e del sub commissario. Di fronte a questi due progetti Urbani, soggetto noto nel mondo della sanità che si occupa addirittura dei Lea (Livelli essenziali di assistenza, nda) e, pertanto, della sanità privata, ha chiamato il commissario.»

Per quale motivo Urbani ha chiamato il commissario?

«A noi risulta, perché c’è una lettera, che dopo aver osservato il progetto del commissario gli fa capire, senza mezzi termini – e questo è stato pubblicato in un articolo di un giornale -, che il progetto che avrebbe trovato concretezza sarebbe stato quello depositato dagli altri e non il suo.»

Ma il commissario alla fine ha firmato.

«Il commissario ha inspiegabilmente sottoscritto questo secondo progetto.»

Perché il commissario Giustini firma questo secondo progetto?

«A me risulta che lui sia stato quasi costretto a firmare questo progetto. La pressione che ha preceduto la sottoscrizione non mi risulta e sarebbe utile capire se e chi l’ha esercitata, rispetto a un commissario – un pubblico ufficiale –, al punto da indurlo a firmare un progetto che diversamente non avrebbe firmato.»

Lei come fa a dire questo?

«La prova che lui non avrebbe firmato, se non avesse ricevuto questa pressione, e sarebbe il caso che la Procura indagasse, la fornisce il commissario in un articolo, dove afferma che aver pregiudicato il progetto di Larino è stato un peccato, perché sarebbe stata l’unica struttura che avrebbe potuto garantire la cura e la riabilitazione dei soggetti malati.»

Stiamo parlando della famosa lettera sbandierata, in una trasmissione televisiva, dal presidente della regione Molise?

«Quel foglio non era altro che la lettera che aveva scritto Urbani a Giustini dove lo invitava, sostanzialmente, ad apportare delle modifiche. Però è improprio definire quella lettera una bocciatura. Quindi chi ha detto che il progetto è stato bocciato ha detto una bugia clamorosa.

Il progetto di Giustini non è stato mai bocciato.

Il commissario è stato costretto a firmare un altro progetto. Se io non fossi stato costretto a firmare qualcosa non mi lamenterei della scelta fatta. Questa è la mia deduzione.»

Lei, in un’intervista rilasciata qualche giorno fa a Radio Radicale, ha affermato che “gli ospedali molisani sono dei lazzaretti e nessuno parla”. A cosa si riferisce?

«Inopportunamente hanno introdotto la regola del silenzio ai medici impefendogli di comunicare e di esprimere la loro opinione e il loro diritto di critica. Diritti questi garantiti, compreso i dipendenti, dalla Costituzione e dallo Statuto dei Lavoratori. In questo caso ci troviamo di fronte ad un’azienda pubblica, che garantisce il diritto e la tutela della salute e a maggior ragione i medici dovrebbero parlare.

Noi cittadini abbiamo il diritto di sapere cosa accade in queste strutture, per sapere come stanno le cose. Nel rispetto del principio della libera scelta della struttura a cui rivolgerci. Se voglio, posso andare in qualsiasi ospedale della Repubblica italiana, perché è un mio diritto. E se mi viene detto che, ad esempio, a Campobasso non ci sono le precauzioni e la sicurezza giusta per potermi garantire da una infezione da Covid, devo essere libero di non andare. Ma devo essere, assolutamente, informato. La parola e la comunicazione tecnico/scientifica deve essere lasciata ai medici, non ai tecnici ne tanto meno ai politici manipolatori.»

La politica regionale racconta bugie ai cittadini?

«La politica regionale non racconta la verità dei fatti.»

La politica regionale è in grado di gestire questa emergenza?

«Ad oggi ha dimostrato di non essere in grado. Abbiamo delle certezze. La Regione Molise ha fallito, così come ha fallito la sanità molisana nella gestione dell’emergenza. Noi non godevamo di ottima salute in tema di sanità, vuoi per i grossi debiti pregressi, vuoi per il depauperamento a vantaggio di quella privata. Però il colpo di grazia lo hanno dato, in questa fase, coloro che avrebbero dovuto prendere delle iniziative a tutela dei cittadini. Non solo non hanno preso iniziative, ma hanno affossato gli ospedali molisani e, pertanto, oggi non abbiamo più gli ospedali che ci possono garantire la sicurezza in caso di ricovero per patologie diverse dal virus.»

Angelo Giustini

Il commissario Giustini è stato all’altezza del compito?

«A Giustini hanno dato un bellissimo cavallo, ma senza sella e senza stalla dove poterlo ricoverare. È un cavallo che corre da solo. Mi sono permesso di suggerire di utilizzare la guardia di finanza per lo svolgimento dei suoi compiti e prendere provvedimenti rispetto a chi non ha osservato compiutamente le leggi nella gestione della sanità. Ho anche suggerito di rimuovere il direttore generale della Asrem e comunque di dichiararlo decaduto. Come stabilisce il decreto legge Calabria, poi convertito in legge, che gli consente di poter gestire questa fase e di nominare un commissario, in sostituzione del direttore generale. La legge permette di nominare un direttore generale d’intesa con il presidente della giunta regionale…»

Esiste questa intesa?

«Se questa intesa non c’è la nomina spetta al ministro con un decreto, su proposta del commissario. Questo doveva già accadere. A me risulta che il direttore generale sia stato nominato direttamente dal presidente della giunta regionale, in violazione di questa legge.»

E perché Giustini non interviene?

«Bisogna chiederlo a lui. Ma c’è bisogno di decisionismo.»

Lei su Radio Radicale ha dichiarato: “stanno tenendo ben addomesticata l’informazione”. A chi si riferisce? Sta puntando il dito contro l’informazione nazionale o regionale?

«Mi riferisco a tutta l’informazione. A livello nazionale, ad esempio, non abbiamo un’informazione sul Molise, se non per piccole situazioni.»

“Abbiamo il fondato dubbio che questa Regione non abbia mandato i dati, quelli veri, al ministero”. Lei conferma questa sua affermazione?

«Assolutamente sì.»

È molto grave, se dovesse corrispondere alla realtà. Non crede?

«Qualcuno, se vuole, mi può querelare. Così, finalmente, facciamo i processi nel Molise.»

Ma per quale motivo: per una questione di attribuzione del colore o per nascondere qualcosa?

«Mi auguro che non sia solo un gioco.»

Cosa intende?

«Al momento lo potremo considerare un gioco di potere, quello di dire “io sono il più bello di tutti”. Nel Molise assistiamo ad un teatro dell’assurdo di soggetti che auto proclamano la loro efficienza ma in realtà non sono all’altezza della situazione. Soggetti che hanno provocato danni irreparabili e irreversibili. A mio avviso, il presidente della giunta, solo per come ha gestito l’emergenza dovrebbe semplicemente dimettersi e chiedere scusa ai cittadini molisani.»

AVVERTENZA: Poche ore fa abbiamo tentato di metterci in contatto con il commissario ad acta Angelo Giustini.

Non siamo stati fortunati.

Continueremo a farlo, per poter riportare anche il suo punto di vista.  

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Testimoni di Giustizia #tesidilaurea

GRAZIE DI CUORE Elena, dottoressa in Scienze criminologiche per l’investigazione e la sicurezza…

Auguri per il tuo traguardo.

#tesidilaurea#tdg#testimonidigiustizia

«Abbiamo dato dignità all’Ordine dei giornalisti del Molise»

L’INTERVISTA. Parla Enzo Cimino, presidente dell’OdG: «L’anno prossimo saremo i primi, in Italia, a dar vita al primo corso sulla lingua dei segni». A Campobasso nascerà la Scuola di Giornalismo: «Un Master di primo livello per quindici persone». E sulla sede dell’Ordine non è mancato l’affondo: «Non ci sono i bagni per disabili, non c’è la scala antincendio, non c’è la scala di sicurezza, ci sono le barriere che impediscono al disabile di salire e, soprattutto, nel contratto di locazione la sede non è aperta al pubblico. Ma nessuno si è accorto di nulla. Oppure ci sta qualcosa sotto?»

«Abbiamo dato dignità all’Ordine dei giornalisti del Molise»

Enzo Cimino, presidente dell’Ordine dei giornalisti

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Come devo commentare un 8 a 1 sul regionale e un 3 a 0 per i revisori? Facile: una vittoria pulita, netta, trasparente, che rasserena un ordine verso la compattezza. Auguri a tutti.» Questo è il messaggio apparso, nel mese di ottobre, sulla bacheca Facebook del professor Vincenzo Cimino, attuale presidente dell’Ordine dei giornalisti del Molise. Una carriera professionale iniziata a Roma e poi proseguita in Molise, con la direzione di diversi organi di informazione. Dieci anni presso il consiglio nazionale dell’Ordine e la nomina a Cavaliere della Repubblica hanno impreziosito il suo curriculum. Abbiamo deciso di intervistarlo per fare il quadro della situazione, dopo due mesi dalla sua elezione. E siamo partiti proprio dal risultato elettorale schiacciante. «Il dato più importante è l’affluenza – ha spiegato il presidente dell’Ordine -, generalmente in Molise andavano a votare intorno ai 250-300 pubblicisti. Ed era già una percentuale molto alta che si aggirava intorno al 60-65%. Questa volta, già dal primo turno, c’era la necessità di far confluire il maggior numero possibile degli elettori. Non per il risultato in sé, ma perché volevo una prova di forza.»

Che significa?

«Volevo una dimostrazione, perché dopo aver lavorato così assiduamente per diversi anni volevo che, almeno una volta, ogni tre anni i colleghi andassero a votare. Nonostante il Covid, nonostante la pioggia hanno votato circa 470 pubblicisti su 620 aventi diritto (con l’esclusione dei morosi). Su 470 aventi diritto al voto ho preso 426 voti validi.»

Una percentuale molto alta, stiamo parlando quasi del 92%. Un risultato bulgaro, ovviamente riferito al dato. Come si possono leggere questi numeri?

«Mi sono messo a disposizione dei colleghi per dieci anni e sono stato ripagato. Un risultato così importante prevede un altrettanto importante impegno da parte mia. È stato un lavoro di squadra. Mi ha aiutato anche il terzo seggio a Termoli, perché in passato i colleghi del basso Molise dovevano venire a votare a Campobasso. C’è stata più democrazia e più partecipazione. La mia gioia non è tanto il fattore numerico, la mia contentezza deriva dalla percentuale di anziani, dalla percentuale di colleghi che sono partiti da lontano, che hanno fatto centinaia di chilometri, per esprimere un voto. Un collega di ottant’anni è partito da Torino ed è venuto per darmi una mano. Queste sono attestazioni di stima che non posso trascurare.»

Questa “prova di forza” è legata esclusivamente ad un impegno personale o è anche una risposta dei colleghi molisani per cambiare pagina per quanto riguarda la gestione dell’Ordine?

«È normale che in campagna elettorale ognuno chieda il sostegno agli iscritti e si aspetta un bel risultato. Non ho voluto cambiare pagina perché, come diceva un famoso giornalista, lo sbarramento non lo fanno le leggi. Lo sbarramento lo fanno gli elettori. Finalmente possiamo dire che abbiamo messo una categoria al riparo da tutto, un risultato netto che ci dà grosse sensazioni di omogeneità. Oggi, possiamo dire che la categoria non è divisa. Più che bulgaro, direi, un risultato trasparente. Nessuno può adombrare dubbi.»

Quali sono le differenze con il passato?

«Innanzitutto l’impostazione. In un ambiente come il Molise ci sono circa 700 pubblicisti e 70 professionisti e tra questi ultimi dobbiamo toglierci i pensionati e coloro che lavorano fuori Regione. Quindi non vedo perché 700 persone devono farsi guidare da 70 colleghi. Settecento persone che versano la stessa quota. Dal punto di vista economico l’Ordine dei giornalisti del Molise è retto dai pubblicisti. Questo è un dato chiaro. Poi bisogna aggiungere anche un’altra cosa…»

Prego.

«Il professionismo in Molise non esiste.»

Che significa?

«Non esiste dal punto di vista contrattuale. Se togliamo alcune “oasi” non esistono contratti giornalistici degni di nota. Siamo una Regione piccola dove ci sono bravissimi giornalisti, molti dei quali sono pubblicisti. A volte per scelta loro, altre volte per scelta del mercato, altre volte per sfortune o per episodi che hanno contraddistinto la loro vita privata. Penso di essere uno di questi. Sono un professionista, tornato tra i pubblicisti. E lo dico con grande orgoglio. Sono felicissimo di essere pubblicista abilitato e come me ce ne sono tanti altri.»

Stiamo parlando del progetto di un Ordine unico?

«Sono per un Ordine unico, dove non esista l’esclusività professionale e dove tutti facciano l’esame. Esiste per tutte le professioni e, quindi, non vedo il motivo per il quale l’Ordine dei giornalisti debba avere un esame di stato appannaggio del consiglio dell’Ordine. Vorrei un corso di studi universitario con un esame stabilito dallo Stato. Questo è il mio desiderio. Oggi giorno il giornalista chi è? È l’editore che stabilisce chi diventa giornalista, è l’editore che fa i contratti e che ti dà la possibilità di sostenere l’esame, di diventare pubblicista o professionista. Oggi giorno se una persona vuole diventare professionista l’unica cosa che può fare è un Master. Come Ordine abbiamo tentato più volte di cambiare la legge professionale, ferma al 1963, dove non si parla nemmeno di posta elettronica, di giornali online. Ma, purtroppo, fino a quando la classe dirigente parlamentare non cambierà sia la norma istitutiva dell’Ordine e dell’esercizio della professione noi resteremo sempre fermi a cinquanta, sessant’anni fa.»

Qual è lo stato di salute dell’informazione regionale?

«Sono fiero dell’informazione regionale, lo abbiamo dimostrato e lo dimostriamo ancora oggi nell’emergenza Covid dove non ci sono grossi strafalcioni. Lo dimostriamo perché non ci sono grosse irregolarità nelle fasce protette. Sono molto soddisfatto. Poi se vogliamo parlare di qualità è normale che dobbiamo paragonare il prodotto a quello che l’editore offre. Giustamente se il giornalista è sottopagato non possiamo aspettarci grossi risultati. Però mi viene da dire che i giornalisti del Molise sono degli “eroi” e lo dico con grandissima onestà intellettuale. Noi abbiamo bellissime professionalità, come la persona che mi sta intervistando, che insistono nel voler dedicare tutta la loro vita, pur sapendo che avranno magri guadagni, tante querele ma molte soddisfazioni a livello intellettuale. Poche soddisfazioni a livello economico. E questo si ripercuote sulla vita privata. I giornalisti della nostra Regione fanno pochi figli, hanno poco tempo a disposizione, si sposano poco, passano da un Tribunale all’altro e, a volte, sono costretti a crearsi un loro giornale telematico, una loro testata per essere liberi di esprimersi nel miglior modo possibile. Sono tutti padroni della materia, sono tutti padroni del territorio ma poveri di finanziamenti in grado di poter elevare questa professione. La politica ha tentato di toglierci i mezzi, però la testa e la penna non ce la toglieranno mai.»

La qualità del giornalismo è possibile aumentarla anche con i corsi di aggiornamento?

«Ogni Ordine offre il suo pacchetto di corsi. Dobbiamo tener presente delle limitazioni del budget ma, nonostante questo, stiamo sfruttando le maggiori espressioni professionali della nostra Regione e metterle all’attenzione dei colleghi. Il Molise non ha soltanto il problema del precariato giornalistico o degli scarsi introiti. È una Regione piccola che soffre di tante difficoltà. I corsi sono importanti perché danno la possibilità di confrontarsi con il mercato e con i colleghi. Quindi ho preso i pubblicisti avvocati, i pubblicisti medici, i pubblici ingegneri e li ho messi insieme per dare loro dignità. Cos’è il pubblicismo? Come diceva l’On. Gonella, il fondatore del nostro Ordine, è l’elenco dei sapori e dei saperi. Questi ultimi sono legati alle professioni di ciascun pubblicista, mentre i sapori sono il gusto che il giornalista ci mette nell’amalgamare l’esperienza professionale a quella della scrittura. Non c’è giornalista migliore che il medico che scrive di medicina, l’avvocato che scrive di penale, il musicista che fa una critica di un concerto. Questo ho fatto all’interno dei miei corsi, ho messo le migliori professionalità al servizio dei colleghi, con grossi risultati.»

Come si comporta la classe dirigente molisana con il giornalismo regionale?

«C’è una forte commistione che è innegabile, che lega alcuni editori con la politica. Una commistione anche di sangue e non solo di amicizia e di affari. Il progresso tecnologico ha comportato che alcuni politici, in qualche modo, si sono creati un loro organo di informazione. E quindi, molti giornalisti sono diventati delle vittime. In un ambiente così piccolo è molto facile incidere attraverso editori o giornalisti. Nella nostra regione abbiamo un solo cartaceo e, paradossalmente, molti telematici che, molto spesso, trattano lo stesso argomento con il “copia e incolla” dei comunicati stampa.»

La politica cosa ha fatto?

«Una cosa positiva e una cosa negativa. La cosa positiva è quella di aver delineato una legge per l’editoria, insieme al sindacato e all’Ordine dei giornalisti. La politica ha dato una risposta, è venuta incontro alla stampa. Hanno messo i soldi a disposizione. Di leggi regionali ce n’era una sulla carta stampata, poi cassata in favore di una legge a tutto tondo. La legge 11 del 2015 cambiata ben 15 volte, mi sembra, nel giro di pochi anni.»

La notizia negativa?

«La politica dà dei fondi agli editori e i giornalisti devono sperare che gli editori prendano i soldi per essere pagati. Un controsenso. Un giornalista deve sperare che la politica paghi il proprio editore per poi, forse, prendere i soldi. Alcuni editori sono diventati, stranamente, pubblicisti. Alcuni editori hanno allargato le proprie redazioni facendo dei contratti a chi dicevano loro. Da questo punto di vista ho un’altra idea.»

Possiamo illustrarla?

«Da cittadino devo pagare le tasse e la Regione finanzia una legge regionale per i giornalisti. Ma i giornalisti e gli editori cosa danno alla società? La Regione paga un giornale, ma per cosa? Quindi io dico: diamo i soldi agli organi di informazione, ma purchè restituiscano al territorio qualcosa. Penso all’autoproduzione. Chi è che vigila? Come fai a quantificare la qualità di un prodotto editoriale? La Regione dà il 65% dei soldi per le maestranze assunte e il 35% per le spese generali, ma l’editore cosa sta restituendo alla società? Hanno stanziato un milione di euro ma alla fine le domande, che sono arrivate, non consentivano lo smaltimento di questa cifra. In base alle domande arrivate degli editori, aventi diritto al fondo, superavano i due milioni.»

E quindi cosa avrebbero dovuto fare?

«Fare una legge sull’editoria in base ai compartimenti. Ci sono dieci televisioni, dieci radio e, allora, mettiamo tanti soldi. Non creare un calderone. Sostanzialmente se, oggi, faccio un giornale telematico e assumo mia moglie fra tre anni rischio di prendere i soldi, senza che nessuno vada a verificare quello che ho detto. È un controsenso. Vorrei, come Ordine dei giornalisti, che la Regione dia a chi veramente fa informazione, con un auto produzione. Ma perché la Regione Molise deve pagare un giornalista scelto da un privato? L’editore sceglie il giornalista che dice lui e la Regione paga il 65% dello stipendio. Ma stiamo scherzando? Non è corretto.»

Facciamo un bilancio sulla legge dopo cinque anni.

«Ha migliorato l’attività dell’informazione? Bah. Ha migliorato le sorti dei giornalisti? Non mi pare.»

Che cosa ha prodotto la legge per l’editoria del Molise?

«Che le copie si sono perse, la pubblicità pure e gli editori hanno cominciato a litigare tra di loro per quei soldi. La politica ti dà lo zuccherino, ma poi ti blocca. Sfido qualsiasi editore, oggi, a fare inchieste contro chi, poi, a fine anno in qualche modo ti rimborsa per quello che fai. Alla fine i conti questi sono. Quante inchieste si fanno in questa Regione? Chi le fa? Quali risultati portano? Non è un caso che su 700 giornalisti ci sono 150-200 contratti. Gli altri che fanno?»   

L’Ordine del Molise ha avviato le procedure legali per denunciare i siti pirata per contrastare l’esercizio abusivo della professione. Il fenomeno è vasto in questa Regione?

«Vengo da ventidue anni di iscrizione all’Ordine, conosco le realtà, conosco i colleghi, sono stato dieci anni al consiglio nazionale e sono entrato all’interno dell’Ordine per cambiare le cose. Un musicista che fa cambiare la musica. Abbiamo in Molise alcuni spazi, alcuni contenitori che vengono riempiti di informazione, di notizie, di articoli, di fotografie. La giurisprudenza è molto ferrea: laddove c’è un giornale, un blog, uno spazio, un contenitore che viene aggiornato con costanza, dove ci sono le pubblicità, che è identificativo di un territorio, che ha le sembianze di un giornale telematico che, però, non è scritto da giornalisti, ma da persone che fanno altre attività, allora c’è l’esercizio abusivo della professione.»

È vasto il fenomeno?

«In un territorio così piccolo di testate abusive ne ho riscontrate almeno sei. È talmente allarmante che questa mattina (ieri, nda) sono stato inondato di telefonate di colleghi che volevano sapere chi fossero. Ma questi abusivi nel Molise li vedo solo io o li vedono anche altri? Un tempo c’era la polizia giudiziaria che chiamava e chiedeva: “dove hai attinto questa notizia?”. Oggi non si sentono più. Questa mattina ho lanciato un’altra denuncia.»

Quale?

«Un direttore responsabile si dimette e l’editore continua a pubblicare. Ovviamente quel giornale telematico lo vedo solo io. Allora per ritornare alla domanda iniziale: perché Cimino ha preso il 92%? Perché in Molise molti colleghi hanno paura. Una persona che è capace, che ha tempo libero, che ha uno stipendio sicuro che viene da un’altra professione, forse, può rappresentare in questo momento colui che, in qualche modo, può tutelare i più deboli, gli indifesi, coloro che non hanno voce. Ho rappresentato e rappresento queste persone. Forse parliamo di un ambiente mafioso?»

È un ambiente mafioso?

«Diciamo che in Molise non si spara, però c’è la mafia bianca. E hanno scelto il presidente giusto. Non so per quanto tempo lo farò, per ora ho voglia di farlo. Magari tarperanno le ali pure a me, chi lo sa.»

Social e giornalismo. Come sta cambiando l’informazione? Quali sono i problemi da risolvere?

«Oramai gli amministratori si fanno la propria pagina e comunicano. Per me possono fare quello che vogliono. Ormai ci sono le persone che escono fuori con il cellulare, fanno i video e li mettono in rete. Questi non sono dei giornalisti, potrebbero essere dei comunicatori. Lo abbiamo visto durante il Covid e lo vediamo ancora. Molta gente va su Facebook, ma per avere la conferma accendono la televisione o leggono i giornali. Significa che comunque c’è scetticismo. Ho fatto uno studio con l’Agcom sulle fake news, abbiamo realizzato dei prodotti che stanno sul sito (odgmolise.it) che la dicono lunga sulle boiate, sulle notizie false, parzialmente false o ingigantite che navigano. E sono molto pericolose. Questa pandemia ha rafforzato la figura del giornalista.»

Quindi i comunicati stampa, realizzati da chi non fa questo mestiere, devono essere cestinati?

«Ricevo un comunicato stampa senza firma, senza un numero di telefono al quale chiamare per avere una informazione in più… ma questo è giornalismo? Quando facevamo i giornalisti noi, dieci, dodici anni fa, il comunicato stampa veniva ribattuto da capo, si telefonava. È una notizia che hanno tutti e non pubblichi niente di nuovo. Si parte dal comunicato per andare oltre. Se la notizia non viene diffusa da un giornalista non bisogna pubblicarla. Così si renderanno conto, non pubblicandola, che avranno bisogno di un giornalista. Se nessuno pubblicasse nulla si risolverebbe il problema.»

L’Ordine dei giornalisti avrà, a breve, una sua testata?

«Da 16 anni l’Odg del Molise non comprava un giornale, un Ordine che non compra un giornale. La prima cosa che ho fatto è stata una convenzione con la casa editrice Volturnia edizioni di Isernia. Quando è venuto Carlo Verna a Campobasso (presidente nazionale OdG, nda) lo abbiamo omaggiato con due libri. In passato, quando venivano i presidenti dell’Ordine regalavano i caciocavalli, i fiori. Carlo Verna ha dormito a Campobasso in albergo che si è pagato lui. Non per una questione di scortesia, ma ha capito che è cambiata la musica. Ho registrato un giornale al Tribunale perché ci sono tanti giornalisti in Molise che non possono scrivere da nessuna parte, perché non li fanno scrivere, perché non si piegano ai due o tre euro a pezzo. Questi giornalisti che rischiano la radiazione per inattività scriveranno sul giornale dell’Ordine. Oggi i colleghi possono leggere i giornali presso la nostra sede, possono collegarsi a internet. Abbiamo dato dignità all’Ordine dei giornalisti. Abbiamo sistemato l’archivio digitale. E voglio segnalare altre due operazioni.»

Quali sono?

«Abbiamo dato vita al primo corso di lingua spagnola, con apprezzamenti che ci vengono da altri Ordini professionali. Corsi di dizione e lettura espressiva fatti anche online. E l’anno prossimo altre due perle e la vostra è la prima testata che ospita questa notizia.»

Che notizia?

«L’anno prossimo l’Ordine dei Giornalisti del Molise sarà il primo, in Italia, a dar vita al primo corso, in assoluto, per la lingua dei segni. Verrà una Associazione qualificata da Roma, farà un corso a numero chiuso, e comincerà a spiegarci il linguaggio dei segni. Il mio sogno è vedere le televisioni locali offrire l’informazione anche alle persone più sfortunate di noi. Abbiano Vittorio Venditti, direttore di Gambatesa News, collega pubblicista privo di vista che mi ringrazia tutti i giorni, perché il nostro sito (odgmolise.it) è fruibile, con un programma, anche per lui. La dignità dei molisani si vede anche da questo. Dall’offrire l’informazione alle persone più sfortunate, ma più capaci di noi. Sfido chiunque a fare il giornalista senza vedere e a fare il giornalista senza sentire.»

Cosa può rappresentare il corso sulla lingua dei segni?

«Una valvola di sviluppo e di occupazione per i giornalisti, che possono imparare una professione.»

La seconda notizia bomba?

«L’Università degli Studi di Fisciano ha chiuso la Scuola di Giornalismo. Come è chiusa quella di Sora. Apre a Campobasso. L’Ordine dei giornalisti del Molise, il Corecom, l’Ufficio scolastico regionale, insieme al professor Pardini di Scienze Politiche, daranno vita ad un Master di primo livello per quindici persone. Vogliamo continuare a litigare tra di noi o vogliamo cercare di andare d’accordo?»     

Prima di lasciarci dobbiamo affrontare la questione della sede dell’OdG del Molise.

«Non è a norma. Me ne sono accorto solo io. Ci stanno da più di dieci anni in via XXIV Maggio 137 e nessuno si è accorto di nulla. Questa cosa è molto strana.»

È anche gravissima.

«Il contenuto di questa notizia è molto grave. L’Ordine dei giornalisti del Molise, e lo può testimoniare l’avvocato Iacoponi che sta curando il percorso e il geometra Cinzia Cutone, sta in una sede dove non ci sono i bagni per disabili, non c’è la scala antincendio, non c’è la scala di sicurezza, ci sono le barriere che impediscono al disabile di salire e, soprattutto, nel contratto di locazione la sede non è aperta al pubblico. Come si fa a votare, a fare le riunioni, a fare il disciplinare, i revisori dei conti. Non dovremmo aprire la porta. Onde evitare che qualcuno ne risponda in altra sede nel corso della prima riunione ho disposto l’immediato trasferimento dell’Ordine. E voglio ricordare che l’Ordine è un Ente di diritto pubblico, ma nessuno si è accorto di nulla. Oppure ci sta qualcosa sotto?»

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LEA GAROFALO, la Testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e bruciata dalla ‘ndrangheta

SPECIALE LEA GAROFALO. UNDICI ANNI DOPO – Il 24 novembre del 2009 il clan Cosco mette le sue mani sporche su una fimmina calabrese. Una donna, nata in un contesto mafioso, che mai aveva commesso reati. In vita abbandonata dallo Stato (ma non solo), bruciata in un bidone dalla ‘ndrangheta e inserita, erroneamente, tra i collaboratori di giustizia.

LEA GAROFALO, la Testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e bruciata dalla 'ndrangheta
Lea Garofalo, la testimone di giustizia abbandonata

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Alla fine di questo racconto tragico, rimane una
grande amarezza. Siamo stati distratti, indifferenti, sordi, Lea ci chiedeva aiuto e noi – che pure ci riempiamo la bocca di parole e l’animo di indignazione nei convegni antimafia – non abbiamo voluto capire. “Ho bisogno di aiuto, qualcuno ci aiuti, please”. Si concludeva così la lettera che Lea inviò al Sig. Presidente della Repubblica il 28 aprile 2009. Lettera che però “non risulta essere pervenuta”, sul Colle più importante della Repubblica. Forse è così, ma un dato è certo: quelle parole non sono mai arrivate al nostro cuore, e della solitudine di Lea, della sua orrenda morte, siamo tutti un po’ responsabili.
L’Italia civile, democratica, l’Italia che chiama Falcone e Borsellino “Giovanni e Paolo”, l’Italia dello Stato che “sconfiggeremo le mafie”, nella vicenda tragica di Lea ha consentito che a vincere fosse la ‘ndrangheta.

dalla post-fazione (Il Coraggio di dire No, 2012 e 2018) di Enrico Fierro

Lea Garofalo è una fimmina ribelle calabrese, una donna che non ha girato la testa dall’altra parte, che l’ha alzata davanti ai mafiosi vigliacchi.

Nata in un contesto di ‘ndrangheta, ha sentito il puzzo della criminalità organizzata sin dalla culla. All’età di otto mesi, nel 1975, la prima tragedia: viene ammazzato a colpi di lupara suo padre Antonio, il boss di un paesino in provincia di Crotone.

Nel 2005 tocca a suo fratello Floriano, detto Fifì, il boss dei petilini a Milano, il contabile del clan. Checché ne dica l’ex ministro dell’Interno Maroni (addirittura chiese una puntata riparatrice alla Rai per rispondere a una denuncia dettagliata sulla presenza delle mafie nell’Italia settentrionale). Le mafie al Nord ci sono e fanno i loro sporchi affari da quarant’anni.

Lea Garofalo nasce in questo contesto criminale: con la morte del padre inizia la faida con i Mirabelli, l’altra famiglia mafiosa di Pagliarelle, una piccola frazione di Petilia Policastro (Kr). Sono gli anni della prima guerra di ‘ndrangheta che toccherà tutta la Calabria.

I vecchi boss, che si pisciano nelle mutande, vengono sostituiti dai nuovi capi bastone. Sul mercato sono prepotentemente apparse le sostanze stupefacenti, il grosso business dell’epoca che permetterà alla mafia calabrese di fare il salto di qualità e di trasformarsi nell’organizzazione criminale più forte al mondo, oggi, capace di mercanteggiare direttamente con i cartelli colombiani e di avere il monopolio in Europa per il traffico di cocaina.

Anche a Pagliarelle si spara. E si uccideranno per molto tempo, sino agli anni ’90. Quindici anni di faida, quindici anni di sangue. La nonna di Lea, davanti ai morti ammazzati della sua famiglia, ripeterà in continuazione: «il sangue si lava con il sangue».

Ma la giovane Lea è diversa, non è fatta di quella pasta. Incontra un piccolo e insignificante guappo di paese, Carlo Cosco. E si innamora.

Una mera illusione per la giovane donna, intenzionata ad affidare il suo cuore nelle mani di un uomo (in questo caso, di un quaquaraquà). Ma commette un grave errore: il guappo non ha sentimenti, è solo una bestia assetata di sangue e potere.

Lui sfrutterà l’amore della donna, la figlia del boss ammazzato e la sorella del contabile Fifì, per tentare la scalata criminale, per conquistare la piazza di spaccio milanese, in via Montello.

Un comprensorio, all’epoca, di proprietà dell’Ospedale Maggiore in mano alla ‘ndrangheta.

Trent’anni di anarchia criminale (spaccio di droga, omicidi, covo di latitanti, traffico di armi, locali affittati e venduti illegalmente agli immigrati), nella totale impunità, dove nessuno ha mai mosso un dito per riappropriarsi di una struttura pubblica.

Lea seguirà il suo uomo, il guappo diventato gregario di Fifì, proprio in via Montello.

Abbandona la sua terra per allontanarsi da un ambiente malsano. Ha una figlia piccola, Denise, concepita con il criminale dopo la tradizionale fuitina, da tutelare e proteggere.

Arriva nel comprensorio, ma la situazione non è affatto migliorata. Sembra di rivivere la faida di Pagliarelle. Non può uscire di casa, è succube del suo compagno violento. È costretta a subire la violenza animalesca della bestia, che conosce solo un linguaggio, e non è quello della ragione. Assiste anche a un omicidio, di un certo Antonio Comberiati, eliminato dai Cosco per completare la scalata criminale.

La donna decide di abbandonare il suo uomo, la sua “famiglia” e il covo mafioso. Prende sua figlia Denise e scappa. Ma una donna, secondo quella mentalità criminale, non può decidere con la propria testa. Comincia l’inferno per Lea Garofalo. Subisce due aggressioni durante i colloqui in carcere, dopo aver comunicato la sua definitiva decisione: il piccolo mafiosetto che colpisce senza pietà e due vigliacchi, il padre e uno dei fratelli, che guardano senza muovere un dito. 

La seguono, tentano continue mediazioni, anche il fratello boss prende posizione e la schiaffeggia in pubblica piazza. Tutti devono vedere, tutti devono sapere.

Ma sua sorella è calabrese, ha la testa dura, continua per la sua strada. Denise deve respirare un’altra aria.

Le bruciano tre macchine«Non mi volete far vivere in pace?»si confida con la sorella Marisa«Adesso vi sistemo io e dico tutto quello che so».

Capisce che l’unica strada da seguire è quella della Giustizia e si affida allo Stato. Incontra un magistrato, Salvatore Dolce, a Catanzaro («Dopo numerose minacce psichiche, verbali e mentali di denunciare tutti»scriverà nel suo memoriale nell’aprile del 2009«vengo ascoltata da un magistrato dopo un mese dalle mie dichiarazioni in presenza di un maresciallo e di un legale assegnatomi, mi dissero che bisognava aspettare di trovare un magistrato che non fosse corrotto dopo oltre un mese passato scappando di città in città con una figlia piccola, i carabinieri ci condussero alla procura della Repubblica di Catanzaro e lì fui sentita in presenza di un avvocato»e comincia a raccontare la sua storia, il suo dramma: parla della morte del padre, della faida di Pagliarelle, dei traffici e degli affari della sua famiglia, parla del fratello boss, degli affari dei Cosco, delle attività a Milano.

Svela ciò che non andava svelato e rompe il codice secolare della maledetta ‘ndrangheta. Diventa una collaboratrice di giustiziasenza aver commesso mai alcun tipo di reato.

Entra nel programma di protezione, dal 2002 al 2009: sette anni di tribolazioni. Le sue dichiarazioni non servono a nulla, non verrà mai istruito un processo.

In vita Lea Garofalo non viene ritenuta credibile. Anzi, viene definita una «pentita», una «prostituta», una «tossica». Il suo testamento, il memoriale scritto nel 2009, indirizzato al Capo dello Stato dell’epoca (Giorgio Napolitano, nda) e agli organi di informazione nazionali, verrà pubblicato solo dopo la sua tragica morte.

Non è mai stata aiutata da nessuno.

Negli anni della protezione cambia continuamente città, con sua figlia Denise è costretta a scappare da questi criminali che hanno deciso la sua condanna a morte. Durante il programma la protezione funziona. I tentativi dei Cosco, di mettere le mani sulla donna, risultano inutili. Ma questa nuova vita non soddisfa le esigenze delle due donne: sono anni difficili, pieni di sacrifici, non riescono nemmeno ad arrivare alla fine del mese.

A Bojano, in Molise, Lea chiama sua sorella e chiede di poter rientrare in Calabria. Svela la sua residenza protetta e viene cacciata, insieme a sua figlia, dal programma. Dopo un ricorso al Tar e al Consiglio di Stato, le due donne, riacquistano la protezione. Per poco tempo.

Rientrano in Calabria, con il permesso della ‘ndrangheta, e dopo diversi anni, la donna ribelle, si rivede con il suo ex convivente Carlo Cosco.

Nella sua mente criminale c’è il piano, nato agli inizi degli anni 2000, per l’eliminazione della donna. Sta cercando l’occasione giusta per sopprimere fisicamente la madre di sua figlia. Denise sta frequentando il secondo anno delle superiori a Campobasso e decidono di ritornare in Molise per permettere alla giovane di terminare l’anno scolastico.

È Cosco che si preoccupa di tutto, sembra cambiato, diverso. Ma è solo una tattica, una strategia. Tramite un’agenzia immobiliare affitta un’abitazione nel capoluogo molisano, in via Sant’Antonio Abate, numero 58.

Le due donne, insieme al Cosco e alla madre, ritornano in Molise. Ma Lea non è autorizzata a dormire nella nuova casa, deve restare in macchina.  

Dopo diversi giorni, stanca di essere trattata peggio di una bestia, fa irruzione in casa e affronta la suocera, la madre del mafiosetto di provincia.

Campobasso, via Sant’Antonio Abate, 58 (ph Paolo De Chiara)

Il 5 maggio 2009, il clan Cosco mette in pratica il piano preparato qualche anno prima. Un falso tecnico della lavatrice si presenta nell’abitazione molisana. La fimmina calabrese si accorge che il soggetto non è adatto ad aggiustare l’elettrodomestico rotto. È solo un sicario inviato dal clan per raggiungere l’obiettivo stabilito: stordire la donna, impacchettarla con dei cartoni, nasconderla in un furgone (prestato da un cinese, titolare di un’attività commerciale in via Montello a Milano), trasportala in Puglia, in aperta campagna, interrogarla, ucciderla e scioglierla nell’acido.

Secondo i magistrati di primo grado nel furgone parcheggiato davanti all’abitazione di Campobasso è presente un fusto con 50 litri di acido.

Il piano fallisce.

Miseramente.

Lea e Denise riescono ad avere la meglio. Sembrano dei dilettanti questi Cosco.

L’appuntamento con la morte è solo rinviato.

Il 24 novembre 2009, a Milano, dopo altri innumerevoli tentativi falliti, sei uomini si scagliano vigliaccamente contro una donna. Lea viene allontanata da sua figlia Denise, la fimmina che ha rotto il maledetto codice secolare della mafia calabrese deve morire.

La uccidono brutalmente in un appartamento. Per questi vigliacchi non basta, devono cancellare anche il suo corpo, che viene bruciato in un bidone in provincia di Monza.

Il luogo del delitto, San Fruttuoso – Monza (ph Paolo De Chiara)

Alla fine del primo grado di giudizio (30 marzo 2012), senza il corpo della donna, i magistrati parlano (e lo scrivono nelle motivazioni della sentenza) dei 50 litri di acido utilizzati per cancellare ogni traccia della donna.

Sei ergastoli: Carlo, Giuseppe e Vito Cosco, Rosario Curcio, Carmine Venturino e il falso tecnico della lavatrice Massimo Sabatino.

Tra il primo e il secondo grado si registra il colpo di scena. Uno dei soggetti condannati all’ergastolo diventa collaboratore di giustizia. Venturino (ritenuto dai magistrati parzialmente credibile), l’ex fidanzatino di Denise, utilizzato dal padre per controllare la figlia, offre la sua versione.

Lea Garofalo non è stata sciolta nell’acido. È stata uccisa a colpi di pugni, poi strangolata, poi trasportata in un magazzino a San Fruttuoso (Monza) e bruciata in un bidone.

Il bidone della morte (archivio Tribunale di Milano)

In un tombino – tre anni dopo la morte – verranno ritrovati 2.810 frammenti ossei della donna. Non riconosciuti con l’esame del DNA, ma utilizzando una vecchia lastra dentaria di Lea. Fornita da sua figlia Denise.  

Hanno distrutto una vita e un corpo, ma non sono riusciti a cancellare la memoria di una eroina che ha avuto la forza e il coraggio di dire No.

La fimmina calabrese ha vinto la sua battaglia: il clan è stato annientato con gli ergastoli. Nel secondo grado (29 maggio 2013) viene riformata parzialmente la precedente sentenza.

Quattro ergastoli: Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio, Massimo Sabatino; venticinque anni di reclusione per il collaboratore di giustizia Venturino e un’assoluzione per Giuseppe Cosco, detto Smith).

Il 18 dicembre del 2014 la Cassazione ha messo la parola fine, respingendo i ricorsi dei condannati. Denise, la figlia con lo stesso coraggio di sua madre, vive in località protetta, lontana da tutti e da tutto.

Oggi, Lea Garofalo, è ricordata in molte piazze, in molte città, in molte scuole. Perché la memoria, nel Paese senza memoria, è di vitale importanza.

Cimitero Monumentale, Milano (foto Paolo De Chiara)

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UNDICI ANNI DOPO. SPECIALE LEA GAROFALO

– LA LETTERAIl grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Graofalo

– LE TESTIMONIANZE. «Lea Garofalo è una testimone di giustizia»

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– LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

– UNDICI ANNI DOPO

«Lea Garofalo è una testimone di giustizia»

SPECIALE LEA GAROFALO. UNDICI ANNI DOPO – 24 novembre 2009. IL PAESE DEL GIORNO DOPO. La fimmina calabrese, uccisa brutalmente dalla ‘ndrangheta, è una TESTIMONE DI GIUSTIZIA. Il riconoscimento non è mai arrivato ufficialmente. Dall’inizio l’hanno inserita tra i collaboratori, ma la donna non aveva mai commesso alcun reato. Il 28 settembre del 2018 (nove anni dopo) il magistrato Salvatore Dolce dirà pubblicamente: «Lo Stato ha sbagliato con Lea Garofalo».

«Lea Garofalo è una testimone di giustizia»

La testimone di giustizia Lea Garofalo

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«No, non è una testimone. L’hanno inserita tra i collaboratori di giustizia. Non si può far rientrare Lea Garofalo tra i testimoni di giustizia.» Queste affermazioni, dopo undici anni dalla sua morte violenta, continuano ad essere utuilizzate – a sproposito – da chi non sa o, peggio, fa finta di non sapere. Allora bisogna dirlo e sostenerlo chiaramente (con carte alla mano). Lea Garofalo, uccisa a Milano e bruciata in un bidone a San Fruttuoso (Monza) è a tutti gli effetti una TESTIMONE DI GIUSTIZIA. Come Peppino Impastato, come Rita Atria è nata in una famiglia mafiosa (padre e fratello), ma non ha mai commesso alcun reato. Ha denunciato la sua famiglia e quella del suo convivente (clan) Cosco. E, in vita, non è stata ritenuta credibile. Le sue dichiarazioni sono state utilizzate dopo. I processi, con i relativi arresti, sono stati fatti dopo.    

«Sì, ma c’è la normativa che parla chiaro». In questa vicenda c’è una storia limpida che parla chiaro. Un riscatto cercato ed ottenuto con le proprie forze. Soprattutto per sua figlia Denise. Senza l’aiuto di nessuno, nè dello Stato nè delle Associazioni (che oggi sbandierano il suo nome). Questa donna è stata rivalutata dopo la sua morte, dopo il barbaro omicidio di ‘ndrangheta

«Ma non è stata riconosciuta vittima di mafia». Cosa rispondere a questa inutile provocazione? Prima di parlare o sparlare è doveroso studiare. E possibilmente capirle certe informazioni. Cosa è successo a Milano? Perchè è stato eliminato l’articolo 7, l’aggravante mafioso, durante il processo? In questo Paese si continua a ricordare solo quello che si vuole ricordare. Ma restano i documenti, i libri, gli articoli. Viva Dio! Bisogna informarsi, prima di fare brutte figure. 

Vi piacciono le provocazioni? Vi piace sparlare? Procediamo, allora, con una domanda retorica. Lea Garofalo è una testimone di giustizia o una collaboratrice di giustizia? In attesa di ricordare questa donna, in occasione dell’anniversario della sua morte (24 novembre 2009) , riproponiamo le considerazioni di magistrati, esperti, componenti della commissione antimafia. Possono bastare? Cosa serve, ancora, per eliminare queste perplessità intorno a questa eroina antimafia?

«Lo Stato ha sbagliato con Lea Garofalo», Salvatore Dolce, il primo magistro che ha “ascoltato” Lea, Firenze, 28 settembre 2018

«Deve essere considerata come una testimone di giustizia, così dovrebbe essere considerata. In alcuni casi ho visto dei verbali di interrogatorio in cui risultava indagata di reato connesso dai Pm di Catanzaro. Il problema è che l’assunzione di una determinata garanzia serve anche a garantire la validità delle dichiarazioni rese. Comunque, non ho trovato falle nel sistema di protezione, è tutto motivato.» 

Armando D’Alterio, DDA Campobasso, intervista realizzata nel giugno 2012.

Oggi il magistrato, già PM del caso Siani (Giancarlo, il giornalista precario de «Il Mattino», ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985), ricopre l’incarico di PG presso la Procura della Repubblica di Potenza.

«…i punti di criticità che l’attuale normativa presenta rispetto alle garanzie che dovrebbero essere dovute al testimone di giustizia. C’è stata la morte di Lea Garofalo, a questa morte credo che vadano anche aggiunte e attenzionate le morti per suicidio di altre due donne testimoni di giustizia calabresi (Maria Concetta Cacciola e Santa Boccafusca, nda).»

Lei ha definito Lea Garofalo una testimone di giustizia, ma…

«In realtà era una collaboratrice di giustizia. Lea Garofalo era una collaboratrice di giustizia come tanti altri collaboratori e, pur appartenendo a famiglie ‘ndranghetiste, non si sono macchiate di reati, non hanno ucciso. Li considero come testimoni. Se poi penso che la legge sul cosiddetto pentitismo consente dei benefici ai collaboratori di giustizia, caratterizzati spesso da persone che hanno alle spalle magari decine di omicidi, mi sento di definire Lea una testimone e non una collaboratrice.» 

On. Angela Napoli, componente commissione antimafia, intervista realizzata nel settembre 2012.

Ad oggi, ancora non si sono registrati riscontri alla interrogazione e alla interpellanza parlamentare.

Lei ha definito la Garofalo una testimone. La stessa cosa ha fatto Angela Napoli e anche Lea non si sentiva una collaboratrice di giustizia, ma nelle carte ufficiali…

«Naturalmente la linea di confine è sottile, noi la individuiamo come testimone perché Lea Garofalo non era una criminale. Aveva preso le distante dalla famiglia dei mafiosi, non aveva mai agito per rafforzare le finalità mafiose di questa famiglia. È un po’ la storia di Peppino Impastato, padre mafioso, lo zio capomafia ma lui aveva preso le distanze. Naturalmente Lea Garofalo non aveva gli strumenti culturali, non aveva la passione politica, il contesto era diverso di quello di Peppino Impastato. Ma ha fatto una scelta di tale portata e quindi questa scelta è tipica del testimone di giustizia, di chi non è nell’organizzazione mafiosa e dà un contributo allo Stato, con la sua testimonianza, con le sue conoscenze. Lea Garofalo deve essere valorizzata e considerata una testimone di giustizia. Anche Denise, un’altra donna straordinaria, una donna che non ha avuto dubbi, che non si è fatta assolutamente assorbire dalla omertà familistica, dove spesso si consumano violenze inenarrabili e si sta zitti. Lei ha capito che il padre, che gli zii, che il nonno, che il contesto familiare era un contesto di mafia, che aveva ucciso e sciolto nell’acido la mamma. Non ha avuto dubbi a schierarsi dalla parte giusta, della verità, della giustizia sino ad essere presente in tribunale.»

Sen. Giuseppe Lumia, componente commissione antimafia, intervista realizzata nel settembre 2012.

Ad oggi, ancora non si sono registrati riscontri alla interrogazione parlamentare.

«Lea Garofalo, donna e madre capace di sfidare la ‘ndrangheta diventando una testimone di giustizia, il 24 novembre 2009 veniva ammazzata dal suo ex compagno, ‘ndranghetista anche lui.

Eppure c’è chi ancora sostiene che le mafie rispettino donne e bambini.»

Nicola Morra, Presidente Commissione Antimafia, 24 novembre 2020

«Lea GAROFALO era una testimone di giustizia che aveva accusato molti mafiosi di Petilia Policastro e tra questi il boss che era stato il suo compagno Carlo Cosco, col quale aveva avuto una figlia.

Nel maggio 2009 in una prima occasione Cosco aveva tentato di farla rapire per ucciderla e poi il 24 novembre, dopo averla attirata in una trappola, la fece uccidere e il suo corpo fu dato alle fiamme e bruciato per tre giorni fino alla completa distruzione.

A Lea era stata data la protezione nel 2002, ma poi tolta nel 2006 perché ritenuta non attendibile. Quando morì non era protetta. La sua è stata una storia emblematica anche che riassume la DISATTENZIONE verso i testimoni ed i collaboratori di giustizia.

Il 28 aprile 2009, poco prima del primo tentativo di ucciderla, Lea Garofalo rinuncio’ alla protezione che gli era stata risata dal giudice amministrativo. Poi si rivolse al Presidente della Repubblica Napolitano con una lettera nella quale “lamentava di essere stata qualificata come collaboratrice di giustizia, di aver ricevuto un’assistenza legale carente sotto vari punti di vista, di essere stata obbligata a trasferirsi in diverse città con la figlia piccola nell’ambito del programma di protezione, di aver perso un lavoro precario, tutti i contatti sociali e la propria dimora anche per sostenere le spese degli avvocati.”

Oggi lo Stato la riabilita, con ritardo ed avendo molte molte colpe rispetto al suo sangue innocente.»

Sebastiano Ardita, magistrato, 24 novembre 2020 

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UNDICI ANNI DOPO. SPECIALE LEA GAROFALO

– LA LETTERAIl grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo

– IL RICORDO di Lea, domani 24 novembre 2020Lea Garofalo, la testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e uccisa dalla ‘ndrangheta.    

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