CARTA CANTA. La verità dei fatti

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

La distruzione della politica

«In queste ore il nostro Molise piange le vittime che sta provocando la pandemia, soffre per i tanti malati, in un clima di rabbia dobbiamo chiederci e chiarire qual è il compito della politica. (…) La mozione di sfiducia è uno strumento ambiguo perché presta il fianco a infiltrazioni esterne che possono camuffare la verità dei fatti… (…) Bisogna perseguire tutti coloro che danneggiano l’istituzione regione Molise. (…) La politica non la distrugge chi difende l’istituzione regione, la politica la distrugge chi sostituisce il confronto dialettico che è proprio delle sedi opportune con rappresentazioni esasperate della nostra collettività. (…)    

Vincenzo Niro, consigliere assessore, seduta consiliare Molise, discussione mozione di sfiducia a Toma, 24 marzo 2021

Naturale spinta

«Ho dedicato gran parte della mia vita all’impegno nel sociale e nella politica. Le motivazioni che mi hanno portato a farlo non saprei nemmeno individuarle, in quanto ho avvertito fin da giovanissimo una naturale spinta a partecipare alla vita pubblica, a dare il mio apporto nell’affrontare problemi e sostenere iniziative che coinvolgessero la mia comunità e lo facevo semplicemente perché provavo piacere a farlo».

Intervista al consigliere uscente e candidato alle elezioni regionali 2018 Vincenzo Niro, «gambatesablog.info», 27 marzo 2018 

Trasparenza

Eletto per la prima volta in Consiglio regionale nel 2001, per la lista Democrazia Europea, consigliere regionale del Molise. Segretario della I Commissione consiliare Sviluppo economico. consigliere delegato dal presidente della Giunta regionale per le problematiche della Cooperazione internazionale. Riconfermato consigliere regionale nel 2006. Vicepresidente III Commissione regionale permanente e vicepresidente Commissione speciale Cooperazione Interregionale nell’Area Adriatica. Rieletto consigliere regionale nell’ottobre del 2011, presidente della I Commissione consiliare. Alle consultazioni regionale del febbraio 2013 viene rieletto nella circoscrizione di Campobasso per le liste Il Molise di tutti e Udeur Popolari. Dal 9 aprile 2013 è capogruppo Udeur Popolari e presidente del Consiglio regionale del Molise.

Amministrazione trasparente, sito Regione Molise

Ausiliario

«Con sei pesanti condanne e un’assoluzione si è concluso nel Tribunale di Campobasso il processo contro i quattro agenti di custodia ed i tre detenuti accusati di aver introdotto armi all’interno del carcere del capoluogo molisano. […] L’agente ausiliario Vincenzo Niro ha avuto 3 anni e 7 mesi di reclusione e un milione e duecentomila lire di multa…».

Dure condanne inflitte per le armi in carcere, Cronaca del Molise, 1983

Armi, in cambio di denaro

«Nel prosieguo delle indagini essendo emersi indizi di responsabilità a carico degli agenti C., Niro e B. – anche a seguito della deposizione del loro collega M. Raffaele che aveva, non visto, ascoltato i primi due mentre litigavano per la ripartizione di una somma ricevuta per la introduzione di una pistola, ritirata in Napoli, nella casa circondariale, veniva emesso ordine di cattura, eseguito il 6.4.1983, nei confronti dei suddetti […]. Ha aggiunto il M. che iniziate le perquisizioni nel carcere, il Niro gli impose di non riferire nulla nel colloquio ascoltato per caso e gli fece anche larvate minacce ripetute dopo qualche tempo da due detenuti non identificati ed evidentemente istigati a tanto dal Niro medesimo». 

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983     

Atto scellerato

«Non si sa a qual fine le armi fossero introdotte nel carcere di Campobasso: certamente per un intento illecito che poteva consistere nell’eliminazione di rivali, nella rivolta, nella uccisione di coloro che, comunque, nelle carceri lavorano e accedono. Ed in epoca in cui tanti fedeli servitori dello Stato cadono in difesa delle istituzioni, appare veramente atto scellerato rifornire di armi chi è dall’altra parte della trincea: il crimine, pertanto, è particolarmente grave ed odioso e denuncia profondo scadimento morale. Tanto più che è stato commesso solo per lucrare somme di danaro, anche cospicue […]. Infine tali agenti non hanno mostrato segno alcuno di pentimento né hanno collaborato con la Giustizia al fine di rendere completamente chiari i meccanismi dell’operazione ed i nomi di tutti coloro che partecipavano; tuttavia il Collegio ritiene di dover prendere in considerazione la giovane età e l’inesperienza di taluno, i carichi di famiglia dell’altro e – di tutti – le difficili condizioni lavorative che possono far vacillare animi non forti e non opportunamente seguiti e guidati: e, quindi, infliggere pene non così severe come il fatto imporrebbe».

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983    

Per questi motivi

«Letti gli articoli 483, 488 C.P.P. dichiara gli imputati responsabili dei reati loro rispettivamente e concorsualmente  ascritti […], condanna 4) Niro Vincenzo alla pena di anni 3 e mesi 7 di reclusione e 1.200.000 di multa».

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983    

Gravità eccezionale

«Tanto premesso l’esame dei fatti delittuosi ascritti ai prevenuti rivela che essi sono di una gravità eccezionale perché commessi da individui, gli agenti di custodia, che avevano il compito specifico di vigilare sui detenuti per impedire loro, fra l’altro, di porre in essere proprio quello che invece costoro divisavano di fare raccogliendo le armi. Dunque violazione specifica dei propri doveri da parte degli agenti imputati che, anche se giovani ed inesperti avrebbero ben potuto rendersi conto di quello che stavano per fare solo se avessero riflettuto sulla divisa che indossavano e su quello che questa circostanza comportava».

Sezione di Corte d’Appello, Motivazioni Sentenza II grado, Campobasso, 26 gennaio 1984

Per tali motivi

«La Sezione di Corte di Appello di Campobasso, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Campobasso in data 18/06/1983 […] Assolve B., C. e Niro dai reati di detenzione di armi comuni e clandestine da sparo […]. Conferma la responsabilità degli imputati per tutti gli altri reati loro rispettivamente ascritti in rubrica […] e, con la concessione a tutti della riduzione di pena per porto abusivo di armi comuni da sparo, […] riduce la pena inflitta a Niro ad anni due di reclusione e 950.000 lire di multa».

Sezione di Corte d’Appello, Motivazioni Sentenza II grado, Campobasso, 26 gennaio 1984

Sentenza definitiva

«Sentenza irrevocabile per i ricorrenti dal 15 gennaio 1985 per Niro Vincenzo […]»

Sentenza Cassazione, 15 gennaio 1985

La riabilitazione

La Corte di Appello di Campobasso con sentenza del 16/11/89 ha concesso a Niro Vincenzo la riabilitazione dalla condanna riportata.

Corte di Appello, Campobasso, 16 novembre 1989

Ragazzi che sbagliano 

«Prendete il caso di Vincenzo Niro e parlo da persona che ha avuto una certa esperienza, prima che in politica, in magistratura. È stato un ragazzo ventenne che ha sbagliato e che ha pagato per il suo sbaglio. Poi ha chiesto e ottenuto la riabilitazione e si è impegnato in politica e nelle istituzioni. Magari fosse sempre questa la fine di coloro che sbagliano in gioventù e rimettono poi in gioco la propria vita al servizio della collettività. Questo vuol dire avere il coraggio di migliorarsi e di servire le istituzioni».

Antonio Di Pietro, «primapaginamolise», 3 febbraio 2013

Ragazzi che muoiono/1

«Quella legalità in difesa della quale Mimmo Beneventano dedicò tutta la sua giovane vita e per la quale la mattina del 7 novembre dell’80, ad Ottaviano, fu barbaramente ucciso dalla camorra. Aveva 32 anni. Il clan Cutolo, che in quel centro dell’area vesuviana aveva la sua base operativa, non accettava che quel giovane medico e giornalista, politicamente impegnato (in occasione delle comunali, fu eletto con una valanga di voti nelle liste del Pci) fosse divenuto un punto di riferimento per tante persone, giovani ed adulti. Era pericoloso e si doveva eliminare. Così avvenne».

Sasso di Castalda ricorda Mimmo Beneventano, «USB Ufficio stampa Basilicata», 6 novembre 2015

Ragazzi che muoiono/2

Giancarlo Siani era un giovane giornalista pubblicista napoletano. Fu ucciso a Napoli, la sera del 23 settembre 1985, sotto casa, nel quartiere residenziale del vomero: aveva compiuto 26 anni il 19 settembre, pochi giorni prima.

Chi era Giancarlo Siani?, «giancarlosiani.it»

Ragazzi che muoiono/3

«Giuseppe Impastato, detto Peppino, è stato un giornalista e un attivista siciliano, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978 a Cinisi, cittadina a pochi chilometri da Palermo, per ordine del boss mafioso Gaetano Badalamenti.

Il giornalista siciliano, che si era candidato alle elezioni comunali con Democrazia proletaria, fu ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio e il suo cadavere fu fatto saltare con del tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, così da far sembrare che si trattasse di un fallito attentato suicida.

Giuseppe Impastato era nato in una famiglia mafiosa il 5 gennaio 1948, ma fin da ragazzo aveva preso le distanze dai comportamenti mafiosi del padre e e aveva provato a denunciare il potere delle cosche e il clima di omertà e di impunità a Cinisi. Per questo motivo fu cacciato di casa dal padre fin da ragazzo».

Chi era Peppino Impastato ucciso dalla mafia, «L’Internazionale», 9 maggio 2016

Commemorazioni

«In questo doloroso giorno intendiamo onorare la memoria di quanti sono caduti nell’assolvimento del proprio dovere, a difesa dei valori della legalità, combattendo quasi sempre una battaglia ad armi impari. A tutti va il nostro senso di riconoscenza e gratitudine, unitamente alla consapevolezza che tutti dobbiamo continuare a fornire la nostra fattiva collaborazione per favorire a tutto il popolo, le migliori condizioni di vita, sociali ed economiche, respingendo ogni forma di intolleranza, specie quella proveniente dalle organizzazioni criminose…».

Anniversario della strage di Capaci, Niro: per non dimenticare, «Il Quotidiano del Molise», 23 maggio 2014

Nonostante la condanna

L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto… e no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire, beh ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest’uomo è un mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano il reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, ma che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati».

Paolo Borsellino, magistrato ucciso dalla mafia e dallo Stato, 26 gennaio 1989

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Parla Italo Testa: «In Molise esiste una cultura mafiosa»

L’INTERVISTA al Presidente del Forum per la Sanità pubblica in Molise: «Per colpa del debito sanitario stanno morendo i molisani». Il giudizio sulla politica è netto: «Toma è politicamente incapace. È stato messo lì ad arte perché avrebbe dovuto sistemare i bilanci. La responsabilità dei cittadini è altissima perché fanno le scelte elettorali. Però oggi non hanno alternative. Bisogna lavorare sui molisani perché si riprendano in mano il potere, non votino più in questo modo. Si dovranno cercare delle alternative.» Sui furbetti del vaccino: «È una furberia classica italiana che serve per mantenere nel modo più becero una clientela. Il clientelismo che sta nella mentalità degli italiani e dei molisani.»

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

«Non intendiamo partecipare perché non condividiamo l’origine. Noi siamo al fianco delle famiglie di coloro che hanno perso la vita per i quali ci siamo offerti presso gli avvocati di partecipare a qualsiasi azione legale che essi intendano portare avanti». Comincia così la nostra conversazione con il dottor Testa, presidente del Forum per la difesa della sanità pubblica in Molise. Siamo partiti proprio con la protesta in programma domani davanti alla sede del consiglio regionale per raccogliere il punto di vista di un uomo che da tanti anni combatte sul fronte sanitario. «Questo modo di procedere, “andiamo a fare caciara” per cacciare questi consiglieri regionali, è una cosa stupida». Per quale motivo? «Sono stati eletti e il governo non li può rimuovere e loro non si muovono. Tutto quello che stanno facendo sono operazioni interne che riguardano le posizioni di ognuno all’interno del consiglio e i desideri di ognuno di avere visibilità. Lo dimostra il fatto che l’azione che era stata portata avanti di sfiduciare Toma. Nessuno di questi signori vuole andare a casa. Non lo faranno mai».

E lo hanno dimostrato con la crisi della scorsa settimana, subito rientrata. Non si era mai visto che un consigliere, dopo aver firmato la sfiducia al presidente della giunta, accettasse di diventare assessore. Uno stretto collaboratore di quel presidente appena “sfiduciato”. Un’azione fulminea, durata pochi minuti. «Non vogliono perdere due anni di stipendio.»

Quindi fare “caciara” non serve a niente? «Serve a distrarre da quelli che sono i veri problemi che attanagliano la sanità molisana. Il problema che va affrontato oggi è il debito della sanità in Molise».

Sono 14 anni che si parla di debito pubblico. Sono cambiati diversi sGovernatori (Di Stasi, Iorio, Frattura, ora Toma) ma questa spada di Damocle pende da decenni sulla testa dei molisani. I consiglieri no, quelle belle facce sono sempre presenti in quell’aula. Al massimo hanno cambiato il colore della giacca.

Ma cosa comporta questo debito? «A causa del debito sanitario del Molise sta morendo la gente molisana». Perché? «In nome del debito sanitario è stata distrutta la sanità pubblica, privilegiando quella privata accreditata. È stato depauperato di personale tutto quello che è la sanità pubblica. Nel piano Frattura erano previsti due letti di malattie infettive, in tutto il Molise, nell’ospedale di Campobasso. Adesso i letti sono diventati ottanta e il personale è rimasto lo stesso».

E cosa significa? «Che la gente non può essere assistita. Non ci può essere una assistenza adeguata». Ma tutto questo accade per incapacità politica? «A questa condizione di mancanza di personale si è aggiunta una incapacità politica di porre un rimedio a questo fatto costruendo un ospedale Covid unico, con adeguato personale in previsione della seconda pandemia. Cosa che non si è voluto fare perché questo significava andare verso una sanità pubblica.»

Anche i commissari governativi hanno fallito la loro missione? «L’ultimo che è venuto (Giustini, nda), che ha fallito, non è stato messo in condizione di lavorare. Ma è stato l’unico a scoprire che i soldi che noi versavamo, come aumento dell’Irpef a causa del debito che dovevano essere messi sul fondo sanitario, sono stati utilizzati, per anni, per altre cose. E ha capito che se non si esce dal debito sanitario non si torna alla normalità. Il commissario avrà sempre il compito di tagliare. E siccome la politica molisana è gestita in un determinato modo i fondi vanno sempre in quella direzione. E per togliere il debito sanitario serve l’intervento dello Stato, come è stata fatto con la legge per la Calabria. Il governo e tutti i partiti che stanno al governo hanno una tendenza verso il liberismo, anche in medicina. Tutto quello che sta succedendo è legato al fatto che è stata smantellata la sanità pubblica».

In che modo? «Prima riducendo i finanziamenti poi smantellando il pubblico per avvantaggiare il privato. E oggi ci troviamo in questa situazione». Un dato impressionante, in questa situazione drammatica, accomuna il Molise con la Lombardia. «In percentuale nelle due regioni, la più grande e la più piccola, ci sono state le maggiori privatizzazioni. E abbiamo la maggiore mortalità.»

Il quadro non è affatto dei migliori: la politica è gestita in un determinato modo, la dirigenza sanitaria è legata alla politica fallimentare, il governo ha una tendenza verso la privatizzazione e i commissari, rappresentanti del governo, hanno fallito. Come se ne esce da questa situazione? «Innanzitutto abolendo il debito sanitario, così il Molise può progettare la sua sanità non con il commissario ma con tutto il consiglio regionale. Tutti i molisani dovrebbero chiedere al governo con forza di fare una legge ad hoc per abolire il debito sanitario.»

Ma in tutta questa situazione che tipo di responsabilità hanno i molisani? Anche perché questa scadente classe dirigente è stata scelta dai cittadini attraverso il voto. «La responsabilità dei cittadini è altissima perché fanno le scelte elettorali che poi ci portano a questo. Però oggi non hanno alternative. Bisogna lavorare sui molisani perché si riprendano in mano il potere, non votino più in questo modo. Si dovranno cercare delle alternative. Due sono i punti su cui lavorare.»

Iniziamo dal primo. «Togliere il debito sanitario. E su questa linea, noi come Forum, eravamo riusciti ad organizzare una convergenza di tutti quei comitati che erano sorti in difesa del proprio ospedale senza porsi il problema di quale fosse il vero danno. Questo fronte, che parla del debito sanitario, non è stato ripreso da nessuno dei partiti e dei movimenti che sta facendo la battaglia.»

E il secondo punto? «Una volta che i molisani sono tornati titolari della loro sanità è doveroso convincerli che la soluzione del liberismo è fallimentare. Come è fallimentare la presenza dei poteri forti.»

I fronti impegnati sul problema della sanità sono diversi. Comitati, associazioni, presidi, capipopolo non rendono unitaria la lotta per raggiungere gli obiettivi. Ognuno va per la sua strada. È possibile vincere una battaglia se i fronti sono divisi? «La battaglia diventa difficile se non si ha la chiarezza di quali sono i problemi. Se non si va all’origine del problema è tutto inutile. Mentre eravamo riusciti a coagulare tutti i comitati c’è stata la rottura del fronte». Perché è stato rotto il fronte? «Sta venendo fuori che il fronte è stato rotto perché sono entrate forze conservatrici che non volevano il cambiamento.»

Una rottura voluta? «È stata voluta». Quale sarà il vostro impegno? «Far comprendere il problema reale alla gente. Con la rabbia si toglie quel senso di frustrazione ma con quale risultato? Si perdono le forze. Questo modo di procedere viene stimolato dalla classe dirigente che non vuole cambiare.»

Cosa ne pensa del ministro della Sanità? Serve un medico per questo ruolo? «Il fatto che non sia un medico non è un fatto importante. L’importante è che il politico abbia dei tecnici adeguati. Vediamo il Molise: tra i tecnici non ci sono medici. Solo uno, la Scarfato, che non sappiamo se ha i titoli per fare quel lavoro. Il presidente è un commercialista, ma sta dimostrando di essere un politico incapace. Non ha neanche l’astuzia del politico».

Non l’ha dimostrata con la Calenda, il giorno della mozione di sfiducia? «Quella è furberia. Non è astuzia. È stato messo lì ad arte perché, essendo un ottimo commercialista, avrebbe dovuto sistemare i bilanci. Ma da chi è stato scelto?»

Da chi è stato scelto l’attuale sGovernatore del Molise? «Quando a Bojano le elezioni le vinse l’uomo di Frattura chi intervenne per indicare l’assessore esterno al bilancio?» Frattura? «Ecco. Quando Toma è diventato governatore ha messo tutti i collaboratori di Frattura nel suo entourage. Perché non c’è stato un cambio? Tutte persone che stanno lì senza titoli per starci.»

Non esiste più una differenza tra centro-sinistra e centro-destra? «Non è mai esistita, da quando c’è stata la caduta del muro di Berlino con la trasformazione del Pci. Si è passati da uno statalismo eccessivo a un iper liberismo. In periferia si è ripetuto quello che accadeva al centro. Renzi aveva fatto il patto con Berlusconi, aveva governato con i berlusconiani. E chi erano? Alfano e Lorenzin, ex ministro della Sanità. Dai giornali è venuto fuori che questi signori erano finanziati dall’AIOP, l’associazione delle case di cura private accreditate che hanno un peso economico notevole. Alfano è diventato il presidente della più grossa associazione di sanità privata. La Lorenzin è diventata la responsabile sanitaria del Pd».

Cosa significa tutto questo? «La linea politica è quella della privatizzazione. L’attuale ministro cosa può fare con il suo 1% di voti, ammesso che abbia capito l’importanza di tornare alla sanità pubblica.»

Nelle ultime settimane è scoppiata una vicenda vergognosa. Diversi personaggi, senza alcun diritto, sono stati vaccinati. Anche una trasmissione nazionale di inchiesta giornalistica ha approfondito la questione, facendo emergere le disparità di trattamento. Nelle scorse ore il gruppo dei 5 stelle in consiglio regionale ha inoltrato un esposto in Procura proprio su questa vicenda. Chiudiamo, allora, con i furbetti dei vaccini per comprendere il punto di vista di Italo Testa. «È una furberia classica italiana che serve per mantenere nel modo più becero una clientela. Il clientelismo che sta nella mentalità degli italiani e dei molisani. Una cultura mafiosa, nel senso che io faccio il piacere a te e tu poi dai il voto a me. È come per il precariato che tiene vincolate le persone al carro del padrone. Questo fatto di avere gente che non ha i titoli, soggetti che possono cacciare, è caratteristico di una cultura di mafia. Non dico che c’è la mafia, non dico che i molisani sono mafiosi ma è una cultura che va cambiata. Al posto giusto va messa la persona giusta. Chi è stato messo lì per grazia ricevuta ha bisogno di altre persone per governare.»       

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DIAMO VOCE. Seconda ed ultima parte. La VideoIntervista all’ex presidente del Parco dei Nebrodi realizzata da Paolo De Chiara e Daniele Ventura.

SCACCO MATTO ALLE MAFIE DEI PASCOLI. «Quando cominciai a dire che il problema non era legato solo ai Nebrodi, solo alla Sicilia e che il Protocollo non bastava, ma era doverosa una legge nazionale, decidero di fermarmi. Non parliamo di apparteneneti alle famiglie mafiose ma parliamo di capi siciliani, calabresi. Il giocattolo si è rotto, possono tentare oggi di aggirare la norma. Ci hanno provato e ne hanno arrestati 94. Tentano, ma non è facile. Ci sono delle intercettazioni di personaggi di spicco che dicono che non possono prendere un euro per il Protocollo.»    

LA PRIMA PARTE:

– Antoci: «Hanno cercato di fermarmi. Ma non ci sono riusciti»

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E la barzelletta continua…

CRISI RIENTRATA. La consigliera Filomena Calenda prima firma la mozione di sfiducia e poi diventa assessore.

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

E la barzelletta continua...

Il consiglio regionale del Molise? Una pessima barzelletta. Dalla mozione di sfiducia, firmata da 11 consiglieri, bisogna cassare un nominativo. La “combattiva” Calenda dopo la firma (nella foto in basso) diventa Assessore al posto del leghista Michele Marone

Questo è materiale da Bagaglino. Altro che le stronzate che ci propinano per televisione. Il cabaret si trova nel Palazzo Muffa di Campobasso, sede degli zombie della politica regionale. 

Lo avevamo scritto poche ore fa: qualcuno degli undici firmatari si tirerà indietro?

E’ successo. Era prevedibile. 

Ma forse la consigliera non aveva capito quale foglio stava firmando. Questa è la politica? Proprio con noi si era lamentata della gestione dello sGovernatore Toma (“Non mi fanno leggere le carte”). Ed ora è entrata nel suo esecutivo. 

La consigliera non potrà più lamentarsi, avrà tutto il tempo per leggerle. E nel giorno del giudizio politico (perchè arriva sempre, prima o poi) cosa dirà ai molisani?

Auguri Assessore, auguri molisani. Un po’, però, è pure colpa vostra!

Alla prossima mozione… alla prossima barzelletta. 

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Il voto e gli uomini peggiori

«Amico mio, chissà quante volte tu hai dato il tuo voto ad un politico corrotto, ignorante e stupido, sol perché una volta insediato al posto di potere egli poteva garantire una raccomandazione, la promozione ad un concorso, l’assunzione di un tuo parente, una licenza edilizia di sgarro.

Così facendo tu e milioni di altri cittadini italiani, avete riempito i parlamenti e le assemblee regionali, provinciali e comunali degli uomini peggiori, spiritualmente più laidi, più disponibili alla truffa civile, più dannosi alla società.

Di tutto quello che accade oggi in questa nazione, la prima e maggiore colpa è la tua.»

Pippo Fava, giornalista

Mozione di sfiducia, 11 firme per mandare a casa Toma

IL FALLIMENTO POLITICO IN MOLISE. Abbiamo contattato diversi consiglieri regionali per capire il loro punto di vista: Angelo Primiani, M5S (“Il peggiore governo regionale che poteva avere la Regione Molise, inadeguato”), Aida Romagnuolo, Fratelli d’Italia (“Adesso basta. Questo consiglio regionale è arrivato al capolinea”) e Micaela Fanelli, Pd (“Torniamo al voto. Mi aspetto uno scatto d’orgoglio”). Ora si attende la conferma in aula. Sarà la volta buona? Resta una grave frattura all’interno della maggioranza, ormai insistente e dannosa per l’intero Molise.

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

Una mozione a sorpresa che ha stordito la maggioranza di centro-destra in consiglio regionale. Era nell’aria, da tempo. Troppe le contraddizioni, le prese di posizione degli stessi appartenenti della coalizione governativa, le polemiche, le minacce (politiche). In Molise non si respira una bella aria. Al dramma del Covid si è unita una azione fallimentare di una intera classe dirigente.

Un Presidente (Donato Toma) scelto per guidare una Regione che si è rivelato totalmente inadeguato. Qualche giorno fa, proprio sul nostro giornale, la consigliera Calenda (eletta con la Lega) aveva espresso il suo punto di vista tagliente sulla sua stessa maggioranza. «Non ci informano di nulla, Non ci fanno leggere le carte». E la Calenda fa parte dei dissidenti, insieme a Michele Iorio (già sGovernatore del Molise) e Aida Romagnuolo.

Undici firme raccolte (nella foto): sei del Movimento 5 Stelle, due del Pd e tre dei dissidenti. Ovviamente, sulla carta queste firme non servono a niente. Bisognerà attendere il voto, entro 15 giorni, per la certificazione in aula. Qualcuno degli undici firmatari si tirerà indietro? Meglio non fare previsioni. La potente macchina si sta già muovendo. Toma lotterà con il coltello tra i denti. Ci riuscirà questa volta?

Abbiamo contattato diversi consiglieri regionali per capire il loro punto di vista. Siamo partiti da Angelo Primiani (M5S). «Siamo stanchi di questo teatrino che va avanti da più di un anno, siamo stanchi anche di queste diatribe all’interno della maggioranza. Una maggioranza che fa capo a Toma e una maggioranza che fa capo a Iorio. Si fanno la guerra intestina, trascinandoci per la giacchetta. Questa cosa non è più tollerabile, anche perché ci sono argomenti ben più importanti di cui parlare e trovare delle soluzioni.».

Ed è arrivata la mozione di sfiducia. In quindici giorni, però, potrebbe rientrare l’entusiasmo della firma. «Sicuramente va discussa. Quello che accadrà non lo sappiamo. Per noi era un atto dovuto. Lo abbiamo fatto un anno fa e ci è stata bocciata. In questo anno ci sono state più le volte che abbiamo registrato parole di dissenso da parte di questi tre della maggioranza e non le volte che hanno votato a favore. Loro l’hanno sottoscritta ma questo non vuol dire che la voteranno. Può accadere di tutto.» Come giudica l’operato della maggioranza? «Il peggiore governo regionale che poteva avere la Regione Molise, inadeguato perché è frutto di tante forze totalmente distanti da loro che si sono messe insieme per una competizione e che hanno mostrato tutti i limiti. Un continuo rimpallo di responsabilità, non più accettabile. È frustrante per l’opposizione lavorare in questo consiglio regionale.»

Pd da un lato e i tre dissidenti dall’altro. Di chi ci si può fidare di meno? «Sicuramente dei tre, lo hanno dimostrato già passato. Cambiano spesso posizione e visione.»

E allora abbiamo sentito Aida Romagnuolo (Fratelli d’Italia). Si precisa che sono stati contattati gli altri dissidenti (sia Michele Iorio che Filomena Calenda), ma nessuno dei due ha risposto alle nostre telefonate. «La goccia che ha fatto traboccare il vaso – ha spiegato la consigliera Romagnuolo – è stato anche l’emendamento che abbiamo presentato noi alla mozione della maggioranza.»

Con la quale si chiedeva la revoca dell’incarico al commissario Giustini, già dimissionario (e indagato dai magistrati di Campobasso). «Noi abbiamo presentato questo emendamento con il quale chiedevamo la destituzione di tutti coloro che hanno avuto un potere decisione e una responsabilità politica. Quindi anche la subcommissaria Ida Grosso, tra l’altro si è dimessa, e i vertici dell’Asrem. Per l’assessore Niro (link alla fine dell’articolo) sembrerebbe quasi che abbiamo commesso un reato, in quanto nell’emendamento abbiamo chiesto che si riapra un dialogo con il governo nazionale per valutare l’ipotesi di sospendere la realizzazione del centro Covid presso la torre del Cardarelli e riattivare l’ipotesi del Vietri di Larino. Solo inciuci nel campo sanitario mentre stiamo vivendo una situazione drammatica. Come consigliere regionale non mi hanno mai consentito di condividere un’idea sulla sanità, non sono mai stata coinvolta in nulla.»

Molto grave ciò che sta dicendo. «Una situazione gravissima. Sono stati inadeguati perché non hanno consentito la possibilità di difendere il diritto alla salute dei cittadini. Adesso basta, non ce la facciamo più. Ho firmato con convinzione. Ho dichiarato che ero disponibile a dimettermi se questo mio gesto serviva per sciogliere questo consiglio regionale perché era arrivato al capolinea. Sono contenta che i miei colleghi hanno presentato in maniera repentina, perché nessuno si aspettava questa mattina questa mozione, e ho sentito il dovere di firmarla. Credo che sia il caso di tornare a casa. In tre anni non sono stati capaci di proporre nulla di concreto per il territorio e per i cittadini.»  

Con queste firme si può affermare che la maggioranza, di cui lei fa parte, ne esce politicamente disintegrata? «Certo, tranquillamente. La maggioranza deve essere una squadra. Con me e con altri non hanno condiviso nulla. Venivo a conoscenza di alcuni provvedimenti sulla stampa.»

Lei come definisce il suo governo capeggiato da Toma? «Non posso utilizzare un mio aggettivo preciso sulla scelta del Toma. Questo presidente non lo conoscevo personalmente. Avevamo riposto fiducia in lui pensando che potesse avere il ruolo del buon padre di famiglia, invece ci siamo dovuti ricredere.»

Come possiamo definirlo? «Non ho un termine ben preciso. Non voglio sconfinare, mi voglio mantenere.»

Tra gli undici firmatari ci sono anche due esponenti del Partito Democratico. «È evidente che la maggioranza politica ha fallito – ha affermato la consigliera Micaela Fanelli –. E ha fallito il presidente Toma. Undici firme su una mozione di sfiducia è un dato politico incontrovertibile. Hanno sbagliato la gestione della sanità, ha sbagliato Toma la gestione della sanità e, chiaramente, il dissenso dei molisani è fortissimo e, quindi, noi abbiamo raccolto il dramma di un popolo che chiede di avere più sicurezza, di avere più vicinanza e di avere risposte. In questo abbiamo trovato tre consensi, partendo da una mozione a firma dei 5 Stelle e nostra.» Queste firme saranno trasformate in voti? «Invitiamo loro a confermare il voto, invitiamo tutti gli altri consiglieri di maggioranza ad ascoltare con attenzione le voci dei molisani. Torniamo al voto. Mi aspetto uno scatto d’orgoglio.»     

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Antoci: «Hanno cercato di fermarmi. Ma non ci sono riusciti»

DIAMO VOCE. Prima parte. La VideoIntervista all’ex presidente del Parco dei Nebrodi realizzata da Paolo De Chiara e Daniele Ventura. Domani alle ore 12:00 la seconda ed ultima parte.

MAFIA DEI PASCOLI. «Bisogna sempre parlarne di mafia e di lotta alla mafia. Come tutti gli uomini ho le mie paure, la paura è un sentimento che conosco. Non è stato facile entrare nell’aula bunker. Porterò attraverso i miei occhi tutti gli occhi delle tante persone che, in tutti questi anni, hanno subito vessazioni, pressioni, malversazioni, intimidazioni, mortificazioni. Interi territori sono stati tenuti sotto ricatto, in ostaggio. Persone che venivano intimidite solo perchè tentavano di avvicinarsi a partecipare ai bandi pubblici per l’affitto dei terreni. Un’attività che ha mortificato l’intero territorio.»    

«Un governo regionale superficiale e autoreferenziale»

L’INTERVISTA. Parla Paolo De Socio, segretario regionale della CGIL Molise: «c’è stata una superficialità nella gestione dell’intero sistema da parte di tutti i vertici della sanità regionale molisana con delle responsabilità oggettive che non possono essere scaricate, che sono attribuibili alla politica. Un’assoluzione politica non potrà mai essere concessa alla classe politica di questa regione.»

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

«C’è una carenza a tutti i livelli. Affrontare una pandemia in queste condizioni è stato da scellerati.» Queste le parole utilizzate dal segretario regionale della Cgil Molise Paolo De Socio. Lo abbiamo contattato per raccogliere il suo punto di vista sulla situazione regionale.

Il Molise, finalmente attenzionato anche dalla stampa nazionale, sta pagando un prezzo altissimo. Le responsabilità sono legate alle scelte politiche (di una classe dirigente indegna), ai vertici dell’Asrem (dirigenti scelti dalla politica) e da un atteggiamento padronale (che proviene da molto lontano) da parte di alcuni potentati locali.

Una testa è caduta. Il commissario (definito come il “Cottarelli molisano”), dopo l’avviso di garanzia da parte della magistratura, ha rassegnato le dimissioni. Il fallimento è sotto gli occhi di tutti. Ma non riguarda solo l’azione (che nessuno ricorderà) del generale Giustini (che non risponde alle nostre telefonate).

In questo calderone non potevano mancare i “furbetti del vaccino” che, con il loro menefreghismo, hanno permesso di far emergere un’altra questione drammatica: i forti legami tra i vari poteri (politica e informazione). Un vero e proprio cortocircuito.

È tutto mischiato nella regione del Gattopardo. Dove tutto cambia solo apparentemente. E questo dipende anche dalle scellerate scelte fatte dai cittadini che non hanno voglia di cambiare pagina. Si continua a gridare “al lupo, al lupo”. Ma le stesse facciacce – ovviamente elette dagli elettori “complici” – continuano a dettare il bello e il cattivo tempo.

E anche quando diventano ex continuano la loro azione distruttrice, soprattutto con l’invio di comunicati stampa (inutili) alle redazioni dei giornali. Si sono seduti accanto ai peggiori (sulla carta i nemici politici) senza dire mezza parola. Cosa non si fa per lo stipendio. E che stipendio. Ora, da ex (con una bandiera sbiadita in mano), vorrebbero pure far passare i loro concetti triti e ritriti. Ecco, è proprio il concetto di vergogna che non vuole essere assimilato. Dovreste mettere la testa sotto la sabbia, fino alla fine dei vostri giorni.       

Ma riprendiamo il ragionamento con l’attuale segretario della Cgil Molise. Per Paolo De Socio «c’è stata una superficialità nella gestione dell’intero sistema. Da parte di tutti i vertici della sanità regionale molisana con delle responsabilità oggettive che non possono essere scaricate, che sono attribuibili alla politica. Nel consiglio regionale sono stati votati degli ordini del giorno all’unanimità, anche dietro nostro intervento, che poi non hanno avuto riscontro. Si insiste su una linea politica. Anche il governatore deve dare seguito a quello che si decide in consiglio. Credo sia indispensabile un intervento del Ministero su questo territorio. Non si può lasciare tutto ai commissari, la responsabilità è di tutti. Anche del Ministero, perché le segnalazioni sono state multiple. Bisognava intervenire prima.»

Ma in questi mesi quali sono state le richieste da parte del sindacato molisano? «Ancora non c’era stato l’aumento dei contagi e dei morti. Avevamo chiesto un incontro al Ministero per avere un intervento diretto. Abbiamo assistito a scarichi di responsabilità assurdi e sulla popolazione si riflettevano ritardi sulla situazione pandemica. Siamo stati i primi a chiedere la riapertura del Vietri di Larino. Ma nulla è stato preso in considerazione, ci siamo trovati con scelte fatte dalla mattina alla sera». E cosa è cambiato con la campagna vaccinale? «Abbiamo mandato un dossier portando come esempio positivo l’organizzazione dell’Unimol che a regime potrebbe offrire circa 700 vaccini al giorno. Paradossalmente in 100 giorni poteva essere vaccinato l’intero Molise, dando la gestione a chi poteva realizzare un piano vaccinale. Sentire gli elicotteri che ci volano sulla testa ci fa venire il brivido.»

Quali sono le responsabilità dei vertici regionali? «Una struttura commissariale, se c’è lo Stato sul territorio, ha un potere da esercitare. E lo deve fare con chiarezza e con precisione. Deve tenere in considerazione anche una conoscenza che deriva da quella che è la parte politica regionale che deve dare seguito a una serie di adempimenti. In questo periodo invece di affrontare questo problema in sinergia hanno fatto rimpiattino sulle responsabilità. Poi abbiamo il problema della direzione sanitaria che è stata affidata ad un soggetto che, pare, non abbia la fiducia dello stesso organo politico regionale (Florenzano, nda). Noi non siamo mai stati convocati ai tavoli decisionali per gestire l’emergenza». I vertici della sanità sono in grado di gestire questa situazione emergenziale? «Se una rimozione ci deve essere, sulla gestione della pandemia, deve essere fatta a trecentosessanta gradi. Non sono in grado di gestire questa fase pandemica. È mancato un dialogo tra di loro. Non c’è nulla di chiaro rispetto a questa gestione.»

Qual è il problema in questa Regione? «In materia di sanità c’è sempre stato troppo interesse politico. La privatizzazione esagerata e sproporzionata della sanità molisana ha creato dei problemi, dalla scarsa presenza dei servizi diffusi sul territorio all’aumento inevitabile dei costi dei servizi sanitari. Ma tutto questo lo abbiamo denunciato già nel 2017. La sproporzione che c’è stata, forse nemmeno in Lombardia, dei posti letto e delle competenze ai privati, che hanno avuto la possibilità, perché ben remunerati, di offrire dei servizi migliori senza aver l’obbligo del pronto soccorso, è evidente. Il rischio è che questa influenza condizioni anche le scelte della politica. Bisognerebbe fare delle verifiche opportune, anche la magistratura dovrà capire come si sono determinate certe scelte. Ma credo che un’assoluzione politica non potrà mai essere concessa alla classe politica di questa regione». Da parte di chi? «Da parte dei cittadini elettori.»

Ma i cittadini elettori in questi anni hanno sempre scelto il peggio. Il problema viene da lontano e il Molise è stato gestito da Iorio, poi da Frattura e oggi da Toma. «Il voto è libero e democratico. In questo momento, purtroppo, stiamo pagando le conseguenze. In più di una occasione abbiamo assistito a cambi di casacca dei diversi attori che sono stati introiettati all’interno delle compagini vincenti. Cambiava il governatore, è cambiato il colore ma non sono cambiati i soggetti della politica. Noi auspichiamo che ci sia un cambio di passo e una perturbazione del sistema all’interno della politica molisana. È impossibile assistere a queste trasformazioni che hanno radici antiche ed effetti nefasti.»

Qual è il giudizio politico su Donato Toma? «Il governatore di questa Regione ha dei comportamenti altalenanti che non rispondono a quelli che sono i canoni di un dialogo sereno con una forza che rappresenta i lavoratori. È un governo autoreferenziale, che fa poca politica e molti conti. Ma i conti non quadrano e non abbiamo un riferimento politico. E non si vede la luce sulla programmazione. Da tempo chiediamo che alcune scelte strategiche non vengano fatte nel nostro territorio, a seconda degli umori di questi rappresentanti. I comportamenti di Toma, spesso, non seguono una linea di programma, sembrano piuttosto improvvisati. Nel bel mezzo di una pandemia, non dimentichiamolo, ha azzerato una giunta, togliendoci i riferimenti politici. Il mio giudizio è totalmente negativo.»

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La mafia corleonese uccide Placido RIZZOTTO

73 anni dalla morte violenta del sindacalista-partigiano (Brigata Garibaldi) Placido Rizzotto.

INTERVISTA al nipote del partigiano-sindacalista siciliano: «il corpo di mio zio è stato fatto a pezzi, perché doveva essere messo dentro delle bisacce per essere trasportato in cima alla montagna, dove è stato buttato nella foiba. La Repubblica italiana è nata malata per questa trattativa iniziale che ha condizionato pesantemente la politica e l’economia della Sicilia e dell’Italia».

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

Placido Rizzotto

(intervista realizzata il 10 marzo 2020)

Sono passati 72 anni dalla morte violenta del sindacalista-partigiano (Brigata Garibaldi) Placido Rizzotto, segretario della Camera del Lavoro di Corleone, presidente dei Reduci e Combattenti dell’Anpi, esponente del Psi e della Cgil. È stato ammazzato il 10 marzo del 1948, per il suo impegno, per il suo coraggio, per la forza di contrapporsi ai mafiosi dell’epoca. Per difendere gli ultimi, i contadini e le terre in mano ai prepotenti. I movimenti dei contadini, sostenuti da sindacalisti con la schiena dritta, stavano mettendo in difficoltà il potere dei notabili e dei mafiosi. Lo hanno fatto a pezzi, per dare l’esempio a tutti gli altri. Tra i responsabili dell’omicidio Luciano Leggio (esecutore materiale), Vincenzo Collura e Pasquale Criscione (complici), il medico-boss di Corleone Michele Navarra (mandante). Quest’ultimo verrà ammazzato dalla banda di Leggio, dove cominceranno a muovere i primi passi due giovani delinquenti: Riina e Provenzano. Ci sono voluti troppi anni per fare questi nomi, anche se tutti conoscevano le facce dei responsabili. Ma come disse il bravo giornalista d’inchiesta Gianni Bisiach nel suo famoso documentario, girato a Corleone nel 1962: «Il silenzio proteggeva la vecchia mafia del feudo. Il silenzio difende la giovane mafia che è nata nel dopoguerra per sfruttare la riforma agraria e la costruzione di strade, dighe e canali ottenendo appalti e imponendo balzelli». E Placido Rizzotto, il sindacalista “senza paura”, verrà ammazzato nel dopoguerra, insieme a tanti altri uomini liberi. «È stato sequestrato a Corleone – queste le parole del fratello Antonino, raccolte nel documentario girato 14 anni dopo -, poi è stato ritrovato sulla Rocca Busambra (1.613 metri, è la cima più alta della Sicilia occidentale), in una buca dove c’erano tanti cadaveri». La sera del 10 marzo del 1948, spiega a Bisiach il padre Carmelo, Placido viene ucciso a colpi di pistola e poi gettato dentro un crepaccio profondo 60 metri. «Solo dopo 21 mesi venimmo a sapere chi furono gli assassini». All’epoca nemmeno si nominava la parola mafia, all’epoca c’era l’abitudine, nei tribunali, di usare la discutibile formula “assolto per insufficienza di prove”. L’unico testimone, il pastorello Giuseppe Letizia, 13 anni, verrà eliminato per conto e per volontà del medico-mafioso Navarra. Per ricordare la figura del sindacalista siciliano abbiamo raccolto la testimonianza di suo nipote, che porta il suo stesso nome. Placido Rizzotto è il figlio di Antonino, il fratello del partigiano.

«Mio zio Placido era un contadino, dopo l’8 settembre aveva iniziato con altri giovani a fare la Resistenza contro il nazi-fascismo. In quel periodo ha acquisito una coscienza politica, che a Corleone non avrebbe maturato. Quando Placido Rizzotto rientra a Corleone nel 1945, insieme ad altri sindacalisti siciliani, comincia ad organizzare i contadini. Nacque in Sicilia il primo grosso movimento antimafia, non solo di lotta, ma di cultura ed informazione. Spiegavano ai contadini i loro diritti per far evolvere la classe dei braccianti, nelle città veniva fatto con la classe operaia».

E si arriva alle prime elezioni democratiche, vinte dal Blocco del Popolo.

«Nella regione siciliana, che aveva ottenuto nel frattempo lo statuto speciale, il risultato fu nettamente a favore delle forze di sinistra, socialisti e comunisti. Questo effetto preoccupò parecchi attori di quel periodo: la politica, la chiesa, gli americani e quel gruppo di fascisti, come la X Mas di Valerio Borghese. Tutte queste forze stabilirono che si doveva fermare questo movimento. I feudatari e i mafiosi non potevano perdere il loro potere; la politica, la chiesa, l’America e una parte deviata dello Stato non voleva farsi sfuggire il controllo della Sicilia, un posto strategico, lo spartiacque tra il blocco occidentale e il blocco orientale stabilito con l’accordo di Yalta. Con tutti i mezzi decisero di fermare questo movimento di contadini. Iniziarono le uccisioni di tanti sindacalisti, ci fu la strage di Portella della Ginestra, a seguire gli assalti alle Camere del Lavoro. Placido Rizzotto si ritrovò a Corleone, uno dei centri più caldi, a combattere contro i latifondisti e contro questa strategia della tensione stragista. Il 18 aprile, nelle prime elezioni repubblicane, vinse la Democrazia Cristiana e di colpo cessarono le uccisioni dei sindacalisti».

Ritorniamo al 1945: Placido Rizzotto, dopo la guerra e la lotta partigiana, ritorna a Corleone. In quale contesto si trova ad operare?

«La gente aveva fame di lavoro, aveva famiglie da mandare avanti. Soggiacevano allo sfruttamento, non osavano ribellarsi. A Corleone, tra il ’46 e il ’47, ci sono stati 52 omicidi, tutti ad opera di sconosciuti. Non c’è mai stata una condanna. Gli omicidi non erano regolamenti di conti tra bande mafiose, anche perché non c’erano bande. La guerra di mafia nasce negli anni ’50 quando Leggio si mette in contrapposizione con Navarra».

La storia di Rizzotto si intreccia con la storia di Italia…

«Esatto, per una serie di coincidenze si intreccia con la storia d’Italia. Corleone è stato un paese che negli anni successivi, come mafia, ha avuto quei risvolti di leadership, prima con Luciano Leggio poi con Riina e poi con Provenzano e, quindi, nell’immaginario collettivo è il paese della mafia. Ma così non è, perché insieme alla mafia è nata l’antimafia. È nata gente come Bernardino Verro. C’è stata gente uccisa perché cercava di ribellarsi. La storia di Placido Rizzotto si intreccia con la venuta a Corleone di Pio La Torre. Dopo un anno arriva Carlo Alberto Dalla Chiesa, che si interessa al caso Rizzotto e riesce ad arrestare i due partecipanti all’omicidio di mio zio, li fa confessare…»

Stiamo parlando di Collura e Criscione?

«Esattamente. Lui arresta un certo Giovanni Pasqua per l’omicidio della guardia campestre Calogero Comaianni (ucciso il 28 marzo 1945, nda). Dalla Chiesa arresta Pasqua che confida al Capitano dei carabinieri i nomi degli assassini di Rizzotto: Leggio, Criscione e Collura. Questi ultimi due confessano l’omicidio e indicano il luogo dove è stato buttato il corpo, Rocca Busambra. Dalla Chiesa fa un primo ritrovamento dei resti di mio zio, insieme ad altri due cadaveri. In seguito Collura e Criscione ritrattano la confessione dicendo che era stata estorta sotto tortura, la Procura non avvalora il riconoscimento dei familiari e, i due, vengono assolti per insufficienza di prove. Dalla Chiesa chiederà di andare di nuovo nella foiba per prendere i resti rimasti, ma questo permesso viene negato dal ministro Scelba».

Bisogna aspettare sessantuno anni per il ritrovamento definitivo dei resti, precisamente il 7 luglio del 2009.

«Con l’esame del DNA, che ai tempi non sarebbe stato possibile, si è potuto accertare che quelli erano i resti di Placido Rizzotto».

Dobbiamo ricordare anche il medico-mafioso Michele Navarra, il mandante dell’omicidio.

«Sì, il capomafia di Corleone. Leggio era il suo luogotenente, un giovane mafioso molto ambizioso, molto feroce a cui fu affidato il compito di eliminare mio zio».

Chi era il mafioso Michelle Navarra?

«Era uno che aveva molte relazioni con i politici, anche con gli americani. A Navarra gli americani, dopo lo sbarco, avevano dato la concessione di ritirare tutti i mezzi di trasporto che avevano abbandonato in Sicilia. Il Navarra, con il recupero di tutti questi mezzi di trasporto, impianta la prima agenzia di trasporti siciliana, intestata al fratello. Questa azienda di trasporti, poi, sarà venduta alla Regione siciliana. Il mandante locale era, sicuramente Navarra, ma con l’avallo e con le direttive, probabilmente, di persone molto più in alto».

L’omicidio Rizzotto porterà ad un altro omicidio: quello dell’unico testimone oculare, il pastorello Giuseppe Letizia.

«Da ricostruzioni recenti sappiamo che mio zio fu ammazzato quasi subito e poi fu portato in un casolare di campagna, dove c’era un altro mafioso che non è mai stato menzionato nelle indagini, un certo Giuseppe Ruffino, che si occupava di furto di bestiame e macellazione clandestina. Ruffino si è occupato di macellare il corpo di mio zio, fatto a pezzi perché doveva essere messo dentro delle bisacce che, con un mulo, dovevano essere trasportate in cima alla montagna. Nel crepaccio butteranno il mulo, insieme alle bisacce, con i pezzi del cadavere di mio zio. Il bambino, molto probabilmente, non ha assistito all’omicidio, ma alla macellazione del corpo. A quanto pare, ha fatto anche dei nomi. In preda al delirio viene portato, dal padre, in ospedale e preso in cura da Navarra, il quale appena capisce la situazione costringe un altro medico a praticare una iniezione letale».

Qual è l’insegnamento che, oggi, resta dell’azione di Placido Rizzotto, a 72 anni dalla sua morte?

«Bisogna con tutti i mezzi leciti reagire e non subire mai lo sfruttamento da parte di altri uomini, anche a costo della propria vita, perché con il tempo i risultati si ottengono, ovviamente se non si rimane isolati. Placido Rizzotto aggregava le persone con un obiettivo comune. Era il famoso teorema dei Fasci siciliani: una verga può essere spezzata, due verghe possono essere spezzate, ma un fascio non si riesce a spezzare. Nel dopoguerra stava nascendo una nuova classe dirigente. Furono tutti trucidati. Quel patto scellerato che fecero le istituzioni deviate con la mafia, la prima vera trattativa Stato-mafia, ha dato un potere enorme a questi mafiosi. La Repubblica italiana è nata malata per questa trattativa iniziale che ha condizionato pesantemente la politica e l’economia della Sicilia e dell’Italia».

Arte rivoluzionaria

«Il presidente Toma è politicamente debole»

SUCCEDE IN MOLISE. L’INTERVISTA alla consigliera di maggioranza (Gruppo Misto) Filomena Calenda: «Nessuno ci informa di nulla. Gli ordini del giorno presentati diventano carta straccia, le mozioni non trovano mai un’applicazione. Manca la volontà di fare azioni concrete sul territorio per la popolazione». Sulla gestione politica della pandemia: ««Da consigliere regionale apprendevo, quando facevamo il tavolo Covid, le informazioni dagli organi di informazione. Non ho mai avuto una informazione diretta, neppure da chi avrebbe dovuto informarmi.»

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

«Il presidente Toma è politicamente debole»
Filomena Calenda

Una maggioranza che fa la minoranza. E una minoranza che non sa fare l’opposizione. Questo accade, da diversi anni, in Molise, la famosa isola felice, definita così da chi (indegnamente) gestisce la cosa pubblica, continuando a nascondere sotto il tappeto i tanti problemi irrisolti. In questa regione, dove ognuno fa come cazzo gli pare, la politica – quella attività nobile – è stata sostituita dal teatrino. Eletti, da diverse legislature, che in passato sono stati condannati (e riabilitati) per aver portato le armi ai camorristi nelle carceri quando facevano un altro mestiere; parenti, amici, amanti che hanno occupato e occupano posti strategici per il controllo asfissiante delle istituzioni; politicanti e sindacalisti travestiti da falsi oppositori; ex presidenti che hanno contribuito all’attuale sfascio (non solo della sanità pubblica) che oggi rivolgono appelli con comunicati stampa che non servono a nulla.

E in questo show, «dove è stata scoperchiata la pentola», come ha affermato la consigliera regionale Filomena Calenda (eletta con la Lega, oggi nel Gruppo misto), è arrivata la pandemia. E il clamore ha superato i confini regionali. L’Italia, finalmente, si è accorta dell’esistenza di questa Regione in ostaggio di pericolosi notabili. Un clamore che durerà solo qualche giorno. Questi volponi lo sanno, tutto tornerà come prima. Peggio di prima. Calati juncu ca passa la china. Nonostante una sanità pubblica da terzo mondo, una pandemia che sta uccidendo centinaia di persone (300 mila abitanti, 370 vittime) e una classe dirigente scandalosamente indegna.

Gli annunci si sprecano. Dall’opposizione si ode un solo grido: mozione di sfiducia. Tutte miseramente ritornate al mittente con un bel pernacchio. Dalla maggioranza, invece, si alzano le inutili voci del dissenso: «Toma (sGovernatore del Regno del Molise, nda) è inadatto», «possiamo anche tornare a casa», «a noi non interessano le poltrone». Queste alcune affermazioni ad effetto (per chi fa finta di non capire) che lasciano il tempo che trovano. Nessuno ha il coraggio di tornare a casa.

«Penso che il tempo a disposizione sia finito – ha scritto sulla sua pagina facebook, il 27 febbraio scorso, la consigliera Calenda -. Commissari inadatti a ricoprire il ruolo, Asrem “assente” viaggia su binari morti, giunta assente sui problemi attuali. QUINDI TORNIAMO A CASA PRIMA che sia troppo tardi per guardaci allo specchio da persone oneste. Partiti che siedono in giunta e hanno pieno potere esecutivo ci attaccano. Mai avrei pensato che la mia esperienza regionale si limitasse ad un voto senza poter contribuire alla costruzione di un futuro per i molisani. Sono amareggiata, vi chiedo scusa!»

Dopo aver letto queste parole abbiamo deciso di capire il pensiero della consigliera che fa parte della stessa maggioranza che critica ferocemente. «Ci siamo trovati in questa pandemia e siamo stati impreparati. Noi avevamo già delle problematiche che erano riferite alla sanità. Questo momento ha scoperchiato tutte le pentole, il famoso vaso di pandora. Quindi si sono viste tutte le nostre difficoltà. Il problema è capire questa sanità nelle mani di chi è. Noi, oggi, abbiamo due commissari e abbiamo un direttore dell’Asrem, nominato dalla giunta regionale, che hanno iniziato a fare delle attività dove al tavolo Covid, che ho presieduto come vicepresidente del consiglio regionale, si portavano sterili informazioni che, forse, sono servite a poco.»

Quindi lei sta dicendo che i consiglieri regionali non vengono informati delle attività sanitarie che vengono intraprese e portate avanti? Non vi arrivano le carte?

«Da consigliere regionale apprendevo, quando facevamo il tavolo Covid, le informazioni dagli organi di stampa. Non ho mai avuto una informazione diretta, neppure da chi avrebbe dovuto informarmi.»

Questo cosa significa?

«Che ci vediamo cadere addosso tutto quello che accade. Non voglio scaricare le colpe. Come consigliere regionale non ho avuto mai le informazioni da nessuno. Per raggiungere i commissari ci vuole la mano di Dio. Giustini non è mai venuto ad un tavolo Covid, perché impegnato sui tavoli nazionali.»

Il problema è politico?

«Il problema è politico.»

Quindi se è un problema politico la responsabilità è politica. Allora possiamo dire che la gestione politica è stata pessima?

«Sì, assolutamente.»

Da chi è stata gestita male?

«Il presidente Toma è stato più volte sollecitato da tutti i consiglieri. Ma il presidente, probabilmente, avrebbe dovuto ascoltare. Purtroppo non è sempre disponibile a darci informazioni, a dirci quello che accade. Ed io con chi devo parlare?»

È grave ciò che sta dicendo.

«Purtroppo le cose gravi possono accadere anche in famiglia.»

Qual è lo stato di salute di questa “famiglia”?

«È una maggioranza dove forse qualcuno ci ritiene dei pivelli della politica, alle prime armi. Ordini del giorno presentati diventano carta straccia, le mozioni non trovano mai un’applicazione. Manca la volontà di fare azioni concrete sul territorio per la popolazione.»

Anche lo stesso Toma è un pivello…

«Non entro nel merito…»

Lei politicamente come valuta l’azione del suo presidente? È in grado di assolvere al suo ruolo?

«Lui non è un politico, ha iniziato con il consiglio regionale. Anche se aveva avuto l’esperienza come assessore (esterno, di centrosinistra, ndr) a Bojano.»

È in grado di fare il presidente?

«Tutti gli accadimenti hanno dimostrato che probabilmente è debole, si è indebolito. Solo gli stolti non capiscono che se c’è un problema bisogna fare squadra, ascoltare tutti i consiglieri e non limitarsi solo alla parte dell’esecutivo o solo a qualche assessore che lui ascolta che, probabilmente, ha dato delle indicazioni non consone.»

Deve continuare a fare il presidente?

«È ancora in tempo per poterlo fare. Lui è debole, e non lo devo dire io. Quante volte siamo andati sotto con le mozioni, anche per merito mio? In un momento di pandemia bisogna votare quelle azioni concrete che possano portare un beneficio. Ad oggi non ce n’è una, vedi la mozione sui vaccini ai disabili. Noi siamo gli unici a non avere una piattaforma.»

È debole e può, ancora, tornare sulla retta via?

«Sì»

E se non dovesse, a breve, tornarci?

«Queste sono decisioni che prenderò anche ascoltando qualche collega.»

Lei ha chiesto le dimissioni del commissario Giustini, del subcommissario Ida Grossi, del direttore generale Florenzano, del direttore sanitario Virginia Scafarto e di Lolita Gallo (direzione della salute). Questi cinque personaggi hanno fallito?

«Assolutamente sì.»

Qual è la sua posizione sulla riapertura del Vietri di Larino?

«Ho firmato la mozione di Michele Iorio (colui che fu, nda) per la riapertura del Vietri. Io ero per la riapertura, ma non sono un medico, non sono un tecnico.»

Lei è ancora per la riapertura?

«Certo. Ma trovo perplessità quando leggo la relazione dei tecnici. Noi abbiamo fatto una figura con Urbani quando abbiamo mandato a Roma il commissario. Urbani si è visto arrivare un commissario che presenta un progetto, poi un subcommissario che ne presenta un altro.»

Siamo una Regione poco credibile?

«Sì, non ci crede più nessuno. Mai avrei pensato che il Molise, di cui non si parlava mai, potesse arrivare alla ribalta della cronaca nazionale per queste situazioni.»

È stata scoperchiata la pentola…

«Lei pensava che…»

Lo speravo da tempo. E non solo per la gestione della sanità…

«Se tutto questo può far capire a Roma… e mi riferisco a tantissimi partiti che sono venuti qui a dirci che durante le elezioni regionali avrebbero riaperto gli ospedali. Queste persone non le ho più viste, ora non parlano proprio…»

La questione è regionale. Perché manca la volontà di aprire quella struttura pubblica?

«Manca la volontà perché siamo in piena variante. Si dovevano svegliare prima. Ma aggiungo che sarei contenta della riapertura del Vietri e spero che possa accadere. E, comunque, io ho chiesto il potenziamento dei vari ospedali presenti sul territorio.»

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AUGURI PA’

Bologna, 5 marzo 1922 “Non bisogna temere nulla, e soprattutto non bisogna temere quelle qualificazioni negative che possono essere ritorte all’infinito”.

Pier Paolo Pasolini

#poesia

Non è amore. Ma in che misura è mia

colpa il non fare dei miei affetti

Amore? Molta colpa, sia

pure, se potrei d’una pazza purezza,

d’una cieca pietà vivere giorno

per giorno… Dare scandalo di mitezza.

Ma la violenza in cui mi frastorno,

dei sensi, dell’intelletto, da anni,

era la sola strada. Intorno a me

alle origini c’era, degli inganni

istituiti, delle dovute illusioni,

solo la Lingua: che i primi affanni

di un bambino, le preumane passioni,

già impure, non esprimeva. E poi

quando adolescente nella nazione

conobbi altro che non fosse la gioia

del vivere infantile – in una patria

provinciale, ma per me assoluta, eroica

fu l’anarchia. Nella nuova e già grama

borghesia d’una provincia senza purezza,

il primo apparire dell’Europa

fu per me apprendistato all’uso più

puro dell’espressione, che la scarsezza

della fede d’una classe morente

risarcisse con la follia ed i tòpoi

dell’eleganza: fosse l’indecente

chiarezza d’una lingua che evidenzia

la volontà a non essere, incosciente,

e la cosciente volontà a sussistere

nel privilegio e nella libertà

che per Grazia appartengono allo stile.

Pier Paolo Pasolini

«Scelte sconsiderate da parte della politica molisana»

SANITA’ in Molise. L’INTERVISTA al segretario regionale dell’Anaao Assomed Molise. Parla Massimo Peccianti: «L’ospedale specifico per il Covid è una scelta che hanno fatto tutte le regioni d’Italia, cominciando dal vicino Abruzzo, dove ogni Asl ha realizzato il suo ospedale Covid. Noi, unici in Italia, non abbiamo fatto questa scelta. O noi siamo i più intelligenti del mondo oppure gli altri sono i più cretini. O viceversa.»

«Scelte sconsiderate da parte della politica molisana»
Massimo Peccianti, segretario regionale Anaao (ph TgR Molise)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«La situazione generale è quella che deriva da tutti gli anni di commissariamento. È chiaro che dopo tanti anni c’è stato un depauperamento degli organici, delle strutture e la riduzione solo ai fini economici, che poi economici non sono stati».

Continua il nostro viaggio nei mali della sanità regionale. Un settore messo in ginocchio da anni di malagestione politica, impegnata a distruggere il settore pubblico.

Questa volta abbiamo incontrato e ascoltato il segretario regionale dell’Anaao Assomed (il sindacato dei medici e dirigenti ospedalieri), Massimo Peccianti.

«Il nostro deficit non mi pare che sia molto migliorato, nonostante i tagli lineari a tutta la sanità regionale. Alcune cose sono state devolute alla sanità convenzionale che, ovviamente, non è un mostro. Serve anche quella, per carità. Non è una cosa cattiva, però sono i ruoli che non vanno bene. Dovrebbe essere il privato a integrare per alcune cose quello che si considera il sistema pubblico. Cosa che in Molise non accade.»

Facciamo un esempio?

«Un po’ di anni fa avevamo una neurochirurgia al Cardarelli (ospedale pubblico di Campobasso, ndr) che funzionava benissimo, che faceva di tutto con gente in gamba. Di punto in bianco, per i vari piani regionali, è stata chiusa e mandata, esternalizzata, alla Neuromed di Pozzilli. Anche la cardiochirurgia è stata esternalizzata, come la radioterapia. Mandata alla ex Cattolica, ora diventata Gemelli spa. Lo trovo incredibile. Un sistema che funzionava bene è diventato un sistema che funziona male.»

Ed oggi cosa sta succedendo?

«Arrivando velocemente ad oggi abbiamo avuto l’emergenza Covid che, naturalmente, ci ha trovati già in una situazione di emergenza per gli altri motivi. Tutti i problemi, ovviamente, si sono acuiti. Anche tanto, perché all’inizio della pandemia eravamo tutti, in tutta Italia, impreparatissimi. Alcune cose potevano essere recepite in un certo modo.»

Come l’ospedale misto?

«Questa logica poteva andare bene quando, rispetto all’Italia, avevamo poco e niente. Eravamo la regione fortunata, l’isola felice. Nessuno però ha fatto quella previsione che invece tutti hanno fatto. E quando il peggioramento è arrivato ci ha trovati con le strutture poco adatte per una pandemia. Una recettività modesta che poteva anche essere adatta ad un ospedale misto. Le cose sono andate avanti, sono peggiorate. Ci vorrà una recettività maggiore per tutte le specialità.»

Tutto questo cosa comporta?

«Che ci siamo trovati impreparati, che abbiamo avuto poca possibilità di accontentare l’utenza. Siamo arrivati in una situazione in cui, avendo rifiutato il discorso di Larino ospedale Covid a priori già dall’inizio di luglio, quando era molto più semplice trovare le attrezzature e il personale, poco è stato fatto. Ci si è basati sul solito ospedale misto. In realtà qualcosa si capiva che non andava bene. Da un ospedale misto siamo arrivati a tre.»

Lei questa scelta come la definisce?

«Se vogliamo essere buoni possiamo dire che è una scelta miope.»

Da parte di chi? Della politica, del commissario o della dirigenza?

«La scelta miope, ovviamente, è quella della politica.»

E il commissario Giustini?

«Bisogna riconoscere che nella sua ristretta visione di una prospettiva lunga della sanità, comunque, aveva pensato a Larino. Nel giugno aveva mandato avanti il primo progetto su Larino. Questo progetto poi, a sua insaputa, è stato sostituito prima dell’approvazione con il progetto ospedale misto. Evito alcune considerazioni che potrebbero ledere l’onorabilità di molte persone.»

Volendo essere cattivi?

«Scelte assolutamente sconsiderate. Mi fermo qui, ma capiamo bene che ci sono altre cose sotto. Non possiamo dimostrare nulla quindi non possiamo dire nulla. L’ospedale specifico per il Covid è una scelta che hanno fatto tutte le regioni d’Italia, cominciando dal vicino Abruzzo, dove ogni Asl ha realizzato il suo ospedale Covid. Noi, unici in Italia, non abbiamo fatto questa scelta. O noi siamo i più intelligenti del mondo oppure gli altri sono i più cretini. O viceversa.»

Ma chi ha cambiato il piano di Giustini?

«Il sottocommissario, la politica, altri poteri forti che noi abbiamo.»

Questo cambiamento cosa ha portato?

«Ha portato che anche Giustini si è adeguato e, quindi, anche lui ha la sua parte o il suo merito. Ma facciamo una considerazione…»

Prego…

«La scusa ufficiale è che riadattare Larino costa di più che non costruire la torre Covid. Soldi pubblici che richiederebbero una pubblicazione di queste scelte.»

Lei condivide questa “scusa ufficiale”?

«I conti veri non li conosco, come non li conosce nessuno. Se devo costruire una casa ad uso ufficio devo arredarla, metterci delle attrezzature e il personale. Sono tre cose. Se costruisco una torre Covid devo affrontare le spese per queste tre cose. Ma se uso l’ospedale di Larino la casa è già costruita e non possono dire che è inadatta perché è nata come ospedale. Le attrezzature sono obsolete? Può essere. Le attrezzature mancanti si comprano. Ma certo non dobbiamo comprare i letti, gli arredi. Non serve nemmeno comprare gli impianti perché già c’è tutto. Quindi bisogna metterci le attrezzature e il personale. Quindi come è possibile che è più economico costruire la torre Covid al Cardarelli, attrezzarla e metterci il personale piuttosto che attrezzare una costruzione già realizzata? All’uomo della strada questo sembra un discorso impossibile.»

Non c’è la volontà di aprire la struttura di Larino?

«Non c’è la volontà. Voglio anche dare una possibilità e dico che forse ci potrebbero essere dei conteggi validi, però non li conosciamo. Se fosse stata trattata con trasparenza questa situazione, come dovrebbe essere quando si utilizzano i soldi pubblici, oggi non ci sarebbero tutte queste polemiche. A noi sindacati non ci dicono molto, diverse cose le conosciamo attraverso i mezzi di informazione.»

È molto grave.

«Infatti. Lo abbiamo fatto presente e il direttore generale ci ha risposto in una videoconferenza che potevamo anche vederci il sito. La correttezza dei rapporti sindacali dice che ogni delibera deve essere mandata per conoscenza. Un modo per coinvolgere le persone e renderle consenzienti, più volenterose nel lavoro. Queste sono regole elementari che da noi non ci sono.»

Come si esce da questa situazione?

«Nell’emergenza bisogna fare le cose in maniera più veloce. Se ne esce in base alle necessità. Si programmano le cose a lungo tempo, ma tutto questo non si sta facendo.»                        

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Farabutti!!!

#finiràpresto

#saretegiudicatipercriminicontrolumanità

Il “Grilletto” dove lo metto, dove lo metto, per carità…

CARTA CANTA, marzo 2021

Foto di Prawny da Pixabay

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Nuovi adepti

“Draghi sembra un grillino, mi ha dato ragione su tutto.”

Beppe Grillo, RepTv, 10 febbraio 2021

Ottima impressione estiva

“L’incontro con Draghi? Guardi è stato un incontro istituzionale come ne tengo molti altri. In qualità di ministro degli Esteri è naturale che io interloquisca e abbia un dialogo anche con l’ex presidente della Bce Mario Draghi. Non ci vedo nulla di strano. C’è stato uno scambio di vedute su vari temi specificatamente in virtù del ruolo che ha ricoperto ai vertici della Banca Centrale Europea. È stato un incontro cordiale e proficuo, mi ha fatto un’ottima impressione.”

Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, Il Foglio, 12 luglio 2020

O Troika o morte!

Draghi getta la maschera. Con la mossa di impedire alle banche greche di poter utilizzare i bond ellenici come garanzia per rifinanziarsi, la Banca Centrale Europea impone il suo aut-aut: o Troika o morte. Draghi ubbidisce ossequiosamente alla linea tedesca e si dimostra, in questa Europa governata dall’egoismo, debole con i forti e forte con i deboli.

M5S Europa, La BCE contro la Grecia, beppegrillo.it, 5 febbraio 2015

L’Europa dei banchieri

“Se noi arriveremo a vincere le elezioni e a governare questa Europa cambierà in una settimana. Tra noi, i francesi e gli inglesi è finita questa Europa dei banchieri. Oggi su Repubblica un titolo così, Draghi della BCE che dice “se i Governi non fanno le riforme devono andare a casa”. Ma allora io dico, chi li manda a casa i Governi, un banchiere? Ma di che cazzo stanno parlando questi qua…”.

Beppe Grillo, Circo Massimo, 2014

Mario Mary Poppins

Mario Draghi è una Mary Poppins un po’ suonata che tira fuori dalla sua borsetta sempre le stesse ricette. Già in passato abbiamo visto come il taglio dei tassi non sia servito a ridare fiato all’economia, anzi paradossalmente l’ha affossata del tutto perché gli investitori vanno da chi fa fruttare i loro soldi. Se un titolo rende poco o nulla allora se ne sceglie un altro, magari fuori dall’Europa. Poi adesso c’è una nuova malattia: la deflazione salariale imposta dalla Merkel a tutti i Paesi mediterranei. Come si può uscire dalla crisi economica e sociale se in Grecia hanno tagliato stipendi e pensioni fino al 40%, se in Italia i rinnovi dei contratti del settore pubblico e privato sono congelati da anni, se in Portogallo e Spagna le riforme del mercato del lavoro hanno ucciso i diritti più elementari?

M5S Europa, Draghi Poppins, beppegrillo.it, 5 settembre 2014

IL CONSULENTE ECONOMICO DI MARIO DRAGHI (Governo, 2021)

“E se i greci non vogliono modernizzarsi, inutile insistere: d’altronde hanno votato a gran maggioranza un governo che continua ad essere popolare.

Hanno scelto, spero consciamente, di rimanere un Paese con un reddito pro capite modesto…

Penso sia venuto il momento di chiederci quanto sia importante per noi tenere la Grecia nell’Unione Europea, perché di questo si tratta: se Atene abbandonasse l’euro dovrebbe anche uscire dall’Ue”.

Francesco Giavazzi, giugno 2015