Siamo ancora in alto mare

UN PAESE SENZA VERGOGNA. Prima parte/Le mafie sono entrate in Parlamento, nei consigli di amministrazione, negli apparati statali, nei consigli regionali, in quelli provinciali, in quelli comunali. Hanno messo le loro radici ovunque. Hanno occupato i territori nel silenzio generale. Hanno imposto con la forza i loro affari nell’impunità totale.

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

Siamo ancora in alto mare

«Vivo tutti i miei giorni aspettando Godot. Dormo tutte le notti aspettando Godot. Ho passato la vita ad aspettare Godot». E in questo Paese, senza vergogna e senza dignità, ancora siamo tutti in attesa di Godot. Dalla fondazione di questo Stato italiano, nato grazie alle mafie e alle Trattative, che continuiamo ad assistere agli stessi avvenimenti. Ciclicamente i corsi e i ricorsi storici hanno illustrato benissimo di che pasta siamo fatti.

Che schifo e che malinconia, cantava Claudio Lolli.

Mafie di Stato

«Il nodo è politico» diceva il giudice Paolo Borsellino. E mai nessuno, nel corso della nostra storia, ha avuto il coraggio di tagliare questo maledetto filo. Il legame con la politica è stato ed è ancora molto forte. I voti delle mafie a tutti piacciono e su questo tema l’interesse abbraccia tutte le forze politiche. Poche sono le “anomalie”. Le schifose organizzazioni criminali piacciono molto alla politica. A certa politica. È doveroso sottolineare questo aspetto. Non bisogna mai commettere l’errore di essere qualunquisti. In questi casi, e in molti altri, non serve a nulla. Solo a confondere le situazioni, le idee e l’azione. E ad allontanare i cittadini da un mondo che deve essere abitato e vissuto pienamente.

Come diceva il poeta massacrato ad Ostia bisogna sempre “gettare il corpo nella lotta”. E, in questi ultimi anni (secoli), certi spazi sono sempre stati occupati da certi personaggi indegni. Le schifose mafie hanno preso il sopravvento ed hanno utilizzato la politica per i loro scopi personali e disonorati. Nel corso degli anni si sono anche evolute. In molti casi hanno sostituito gli eletti direttamente con il loro affiliati.

Le mafie sono entrate in Parlamento, nei consigli di amministrazione, negli apparati statali, nei consigli regionali, in quelli provinciali, in quelli comunali. Hanno messo le loro radici ovunque. Hanno occupato i territori nel silenzio generale. Hanno imposto con la forza i loro affari nell’impunità totale.

Commemorazioni all’italiana

È doveroso rinnovare la memoria. Le persone perbene, coloro che sono stati ammazzati dal crimine organizzato, devono essere assolutamente ricordate. Ma le commemorazioni non possono trasformarsi in mere passerelle per coloro che cercano costantemente la visibilità. È arrivato il momento di smetterla con questi show mediatici che non servono a nulla, che lasciano il tempo che trovano, che sono dannosi per questa guerra che, nonostante tutto, molti stanno conducendo nel solito silenzio generale.

Per prima cosa cominciamo a smetterla con il concetto degli “eroi”. Queste figure mitologiche non esistono nel mondo reale. Tutti i morti ammazzati dalle mafie non erano degli “eroi”.

Falcone, Borsellino, Chinnici, Dalla Chiesa, Siani, Alpi, Fava, Alfano, Manca e tanti (troppi) altri erano semplicemente persone perbene che facevano il proprio mestiere con dignità, passione e coraggio.

Rinnovare la memoria per un giorno, piangere e scrivere inutilmente le frasi di circostanza (per apparire e per dire “io ci sono”), non porta a nulla. La memoria deve essere rinnovata nel quotidiano, dalle piccole cose. Scardinando la mentalità mafiosa. Ecco come si possono e si devono ricordare i personaggi che sono stati ammazzati dalle mafie.

Le persone, però, vanno difese quando sono in vita. Non si aspetta la morte di un magistrato, di un giornalista e anche di un politico (perbene) per deporre la corona della credibilità. Falcone, un esempio per tutti, in vita è stato maltrattato, infangato, calunniato, diffamato, isolato. E poi ammazzato. Dalle mafie e dallo Stato deviato. Questo è il copione che è stato sempre utilizzato in questi ultimi anni. Ecco i corsi e i ricorsi storici. E sino ad oggi non abbiamo capito un cazzo. O facciamo finta.

Prima parte/continua

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