Sanità in Molise, parla Pastore: «Il futuro è segnato»

L’INTERVISTA. «Da vent’anni stanno perseguendo il progressivo abbattimento della sanità pubblica per cederla ai privati. Adesso siamo nella fase del passaggio finale e questo sarà il destino, molto probabilmente, a cui si andrà incontro. Solo se dovesse sorgere un’area politica che vuole cominciare a discutere in maniera diversa allora, probabilmente, ci sarebbe qualche speranza». Non sono mancate le critiche alla Giunta comunale di Isernia: «Se questa nuova Giunta è semplicemente la somma di tanti soggetti, ognuno portatore di micro interessi, allora è una Giunta che non avrà più storia di innovazione.»

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

Sanità in Molise, parla Pastore: «Il futuro è segnato»

Lucio Pastore, direttore UOS pronto soccorso di Isernia

«Quando stanno per arrivare le elezioni tutti quanti si ergono a “salvatori della sanità”. Improvvisamente ricompaiono diversi personaggi: da Di Stasi ad Astore che hanno fatto atterrare la Cattolica in Molise che ha determinato l’ingorgo strutturale, per cui i fondi non sono stati più sufficienti per mantenere una struttura pubblica. Poi ci sta Michele Iorio che, nei suoi otto anni di gestione politica, ha concesso una quantità enorme di accreditamenti per quanto riguarda le convenzioni con i privati. Non solo: ha avuto i fondi da Prodi per azzerare il debito e gli ha scialacquati. Ha rottamato un’intera generazione di medici a suon di milioni, l’ha rottamata nel momento in cui non poteva più assumere».

Ultimamente molti personaggi, vecchi e nuovi, si stanno impegnando a (s)parlare di sanità. A breve, meno di un anno, si terranno le elezioni per il rinnovo del consiglio regionale ed ognuno, nel Paese senza memoria, sta pensando a come riposizionarsi. In Molise il sistema pubblico è stato smantellato negli ultimi anni. Un allarme lanciato in tempi non sospetti. Dopo anni di silenzi e azioni chirurgiche per abbatterlo si sta arrivando alla resa dei conti. Per fare chiarezza abbiamo raccolto il punto di vista di Lucio Pastore, direttore dell’UOS del pronto soccorso di Isernia. Uno dei pochi a tenere alta l’attenzione su queste tematiche. Non da ieri, ma da circa vent’anni. E non ha risparmiato i vecchi e i nuovi gestori della cosa pubblica.     

La rottamazione di Iorio cosa ha comportato?

«Il depauperamento del capitale umano. Ha creato questa situazione di crisi profonda. Poi è venuto Frattura e ha continuato sulla stessa linea, addirittura, portando i fondi alle strutture private al 40%, sottraendole al pubblico. Ha ceduto il 43% dei posti letto pubblici ai privati. Oggi abbiamo la nostra gente che sta buttata su barelle oppure attende per giorni o per mesi un posto in ospedale. I posti letto ceduti vengono utilizzati per una mobilità attiva, il cui guadagno va alle strutture private».

A cosa hanno portato tutti questi passaggi?

«A una progressiva distruzione della struttura pubblica. Frattura non era solo, aveva vicino a sé il Pd, alcuni rappresentanti sono presenti anche in questo consiglio regionale, e aveva i rappresentanti dell’estrema sinistra che hanno votato tutti i suoi provvedimenti. Quindi sono corresponsabili.»

Negli ultimi anni il posto di Frattura è stato occupato da Toma.

«Nella piena continuità di gestione ha continuato a distruggere il sistema pubblico, non ha utilizzato i fondi Covid per cercare di invertire la tendenza e, adesso, siamo a una situazione di collasso. E improvvisamente tutti quanti si svegliano e sono “salvatori della Patria”. Abbiamo Iorio che propone di riaprire gli ospedali con una legge regionale che non può essere fatta perché in una situazione di commissariamento la regione non ha alcun potere di legiferare. L’unica funzione è quella di una lotta interna con Toma per disturbarlo e per metterlo in imbarazzo. Si presenta come il “salvatore” dopo aver distrutto. Abbiamo il vecchio Pd fratturiano che ha provocato tutti i danni con Frattura e adesso vuole giocare la carta della medicina territoriale.»

È una buona carta?

«Vogliono fare una medicina territoriale senza andare minimamente a recuperare quei fondi ceduti ai privati, per cui non si riesce a capire questa medicina territoriale come la vogliono attuare. Se si vuole spostare una organizzazione da “ospedalocentrica” a territoriale prima bisogna creare le strutture territoriali, per vedere come funzionano, e poi gradualmente si chiudono gli ospedali. Si sono chiusi gli ospedali, i servizi. È stato depauperato il patrimonio umano della struttura e adesso, in questo deserto, dicono di voler fare la medicina territoriale.»

Quindi è una idea sbagliata?

«La scelta va fatta con un criterio. A me sembra più una pubblicità pre-elettorale. O stanno spostando l’attenzione?»

In che senso?

«Invece di vedere come risolvere i problemi vogliono parlare di macro regioni. In questo contesto sembrano tutte operazioni elettorali che abbiamo già visto centinaia di volte. Ogni volta che chiudevano gli ospedali promettevano di riaprirli e non è mai successo. Adesso Toma ha promesso che vuole costruire un nuovo ospedale, come se il problema fosse la struttura fisica dell’ospedale di Isernia e non la mancanza del capitale umano. Sono tutti problemi che hanno una vaga sensazione di “facimm ammunina”, essenzialmente per arrivare alle elezioni e per porsi sempre nello stesso modo, con le stesse persone. Lo stesso Jurassic Park

Quale logica c’è dietro a questo disegno che parte da lontano e che comprende tutte le forze politiche regionali da destra a sinistra?

«La logica è una volontà chiara, evidente, non solo locale, di rompere con la universalità e con la capacità di un sistema pubblico di funzionare per arrivare, progressivamente, verso la privatizzazione. Far calare la Cattolica in una Regione dove c’erano sei ospedali, dove c’era la Neuromed significa creare un ingorgo strutturale. Si è deciso di dare i soldi al privato e, quindi, il pubblico piano piano viene smantellato».

E in questa situazione non possiamo dimenticare il debito.  

«Si chiudono gli ospedali, si chiudono i servizi, il capitale umano viene depauperato continuamente e il debito è sempre lì.  Questi soldi dove vanno a finire?»

Dove vanno a finire?

«Posso immaginare che probabilmente non vanno a finire nel pubblico, vengono sprecati a livello clientelare. Essenzialmente vanno a rimpinguare le casse delle strutture private. Però questo non bisogna vederlo. Non si vuole fare un’analisi dell’origine del debito perché potrebbe mettere in evidenza cose che non si devono vedere. Dopo 13 anni di commissariamento qualcuno vuole andare a vedere perché ci sta questo debito? Perché dobbiamo pagare più tasse? Perché dobbiamo avere meno servizi? Perché la sanità è al collasso? Perché il debito permane? Qualcuno vuole andare a vedere?»

Quali sono le cose che non si vogliono vedere?

«Non si vuole vedere che questi soldi non vanno nel pubblico ma vanno essenzialmente a finire nel privato e che, quindi, la vera ragione del debito è lo spostamento dei fondi verso i privati. Ma il piano non è solo regionale, è anche nazionale. Lo si vede in tutta Italia.»

Qual è la finalità?

«Demolire la legge del ‘78 che aveva reso universale il diritto alla cura. La spesa privata, al di là di quello che sono i fondi pubblici, in Italia ha superato i 40 miliardi di euro».

Come possiamo interpretare questo dato?

«Non c’è più una risposta pubblica efficace ed efficiente, ognuno deve cercare di arrabattarsi con i propri soldi.»

Ci sarà uno step successivo?

«La creazione di una assicurazione come seconda gamba del sistema. Oltre i soldi che noi spendiamo per mantenere il sistema sanitario nazionale dovremo assicurarci. I premi assicurativi, molto probabilmente, all’inizio saranno bassi e poi aumenteranno in rapporto all’età e alle patologie. Si arriverà, in pratica, alla privatizzazione complessiva del sistema. Questa è la ratio di fondo. Ci hanno messo vent’anni per fare questo smantellamento. Adesso sono arrivati al punto finale. Devono solo fare il salto finale».

E chi non potrà permettersi questa assicurazione?

«Non si curerà, come succede negli Usa e nei paesi africani.»

A proposito dei paesi africani, ma che fine ha fatto la richiesta di coinvolgere Emergency in Molise?

«C’è stata la risposta ultima di Toma che ha detto che non vogliono Emergency ma vogliono percorrere la via istituzionale, cioè vogliono fare i concorsi, dove non viene nessuno. E, quindi, automaticamente ci sta il depauperamento di quello che è il capitale umano. Così il sistema collasserà. Già abbiamo visto come sono stati chiusi alcuni ospedali piccoli come Venafro, Larino, e lo stesso Agnone che sta aperto sulla carta ma, nella sostanza, non funziona più. E adesso si dovrà chiudere Isernia e Termoli.»

E cosa rimane?

«Rimarrà solo Campobasso che dovrà essere riassorbito dal Gemelli. Tutta la regione sarà gestita, tramite il cavallo di Troia dei convenzionati, da una medicina privata».

Cosa significa “situazione al collasso”?

«Mancano i medici di base, mancano i medici del 118, mancano i medici negli ospedali. Ad Isernia la pediatria, che rischia di chiudere, la stanno mantenendo con delle cooperative. Se chiude la pediatria anche la ginecologia chiuderà. Il pronto soccorso si mantiene soltanto sulle attività aggiuntive. Tutti i reparti si mantengono sulle attività aggiuntive».

Tutto questo cosa comporta?

«Per poter mantenere il servizio non puoi far lavorare semplicemente dei medici per quello che è il loro orario ma devi chiedere ai medici altre ore. Ci sono alcuni che si sono anche arricchiti, perché hanno fatto una quantità di ore aggiuntive, raddoppiando e triplicando mediamente gli stipendi. Ma il grosso della qualità tende a decadere. Neanche più con le attività aggiuntive si riesce a mantenere. È un sistema che si sta depauperando, sta collassando. Non ha alcuna prospettiva futura di crescita, però si vuole creare un bell’ospedale nuovo ad Isernia che sarà fondamentale a risolvere tutti i problemi».

I cittadini molisani hanno le loro responsabilità?

«I cittadini, in genere, hanno dei riferimenti politici per poter aggregarsi e, casomai, anche reagire. Da noi non c’è una forza politica che ha un pensiero diverso sulla sanità, un progetto diverso di sanità. Questo è il dramma che sta vivendo l’Italia ma in particolare il Molise. Non esiste una forza politica che abbia una progettualità alternativa, un’antitesi a questo smantellamento e a questo sfascio. Si fanno soltanto delle operazioni di facciata per far vedere che dobbiamo resistere, ma nella sostanza un vero progetto politico per poter rilanciare non esiste».

Tra poche ore, ad Isernia, ci sarà un’Assemblea pubblica convocata dall’amministrazione comunale.

«So che, a livello ufficiale, sono stati invitati i politici, sono stati invitati i sindaci. Ma ad esempio il Forum oppure il Comitato di Isernia, che ha stimolato il sindaco, non ha ricevuto alcun invito ufficiale. Un significato politico lo potrebbe avere.»

Che tipo di significato?

«Probabilmente un impegno vero, una linea politica vera e nuova non esiste. Però si vuole far vedere che comunque si è attivi su quello che è il problema. Perché crea disagio alla gente. Si vuole confondere la popolazione. Non c’è la chiarezza di una linea politica alternativa che esce fuori. Personalmente speravo che dalla nuova giunta di Isernia potesse nascere questa voglia di creare una alternativa. Sino ad ora questa possibilità non si è vista».

Lei da più di vent’anni si batte in difesa della sanità pubblica. In tutti questi anni i cittadini come hanno affrontato questa problematica?

«Si è registrata una sensibilità notevole e il clou si è avuto proprio nella manifestazione del 2015, la più grossa manifestazione che si è registrata in Molise sulla sanità. Questa volontà non ha avuto alcuna espressività in quelle che sono le istituzioni. Non c’è stato alcun soggetto politico, ed io personalmente speravo nei 5stelle, che lo portasse nelle Istituzioni come una istanza. Non si è avuta la forza di creare un’alternativa politica che potesse dare un senso a questa azione. I cittadini si sono scoraggiati. Esiste un malcontento molto forte e manca un contenitore politico capace di dare un’espressività a questo malcontento. Dobbiamo ricordare che il Molise è una regione piccola dove domina un clientelismo sfegatato, con la possibilità di ricatti trasversali».

Ha perso le speranze anche nei confronti dei 5stelle?

«Era soltanto un vento di una innovazione senza progetto politico e alla fine si è visto il risultato. Si sta squagliando come neve al sole».

Tra meno di un anno ci saranno anche le regionali per il rinnovo del consiglio regionale. Lei prevede qualcosa di nuovo sul fonte politico?

«Esiste un forte fermento, un movimento carsico non solo nella Regione ma nella società italiana. Ci sono dei fermenti ma non riescono ad avere la consapevolezza di una espressività politica. Il Jurassic Park della politica, che mantiene i punti nevralgici del potere, riesce ancora a controllare che formazioni nuove possano prendere una forma. Ad Isernia speravo che potesse nascere da questa nuova Giunta ma per il momento non si vede assolutamente.»

È una delusione o un’attesa?

«Dall’attesa si comincia a trasformare un po’ in delusione. Se questa nuova Giunta è semplicemente la somma di tanti soggetti, ognuno portatore di micro interessi, allora è una Giunta che non avrà più storia di innovazione. Se si riesce a fare una sintesi politica nuova da questa esperienza allora probabilmente qualcosa di nuovo potrà esserci. Però questo non si vede ancora e non so se si vedrà, arrivati a questo punto».

Sulla sanità pubblica è possibile invertire la rotta?

«Ci vuole, prima di tutto, una volontà politica forte che possa permettere di invertire la tendenza alla privatizzazione. Ho già esposto diverse volte alcuni principi fondamentali che dovrebbero essere un decalogo di riferimento».

Può esporli nuovamente?

«Se la salute è un bene comune deve essere essenzialmente un servizio pubblico perché le scelte da fare dovrebbero essere legate ad un’analisi dei bisogni del territorio e, quindi, stabilire le strutture da attivare; poi la contabilità analitica per vedere come vengono spesi questi soldi ed evitare di arrivare a questi debiti fatti; la forza lavoro distribuita in base ai reali carichi di lavoro. Sono dei criteri mai adottati che permetterebbero di dare un senso. Però ci sarebbe anche un’altra cosa importante da fare…»

Cosa?

«Abbiamo una Università che in parte è vuota. Bisogna considerare l’idea di coinvolgere l’Università in una gestione della sanità e in maniera tale che ci sia anche la capacità di formare personale, oltre che essere attrattivi. Sono volontà politiche enormi. Sono discorsi teorici che si possono fare ma nel momento in cui si volesse passare all’attuazione pratica penso che avrebbero diversi ostacoli».

Come vede il futuro per la sanità pubblica?

«Come stanno le cose, in assenza di forze che possono realmente contrapporsi, il futuro è segnato. Da vent’anni stanno perseguendo il progressivo abbattimento della sanità pubblica per cederla ai privati. Adesso siamo nella fase del passaggio finale e questo sarà il destino, molto probabilmente, a cui si andrà incontro. Solo se dovesse sorgere un’area politica che vuole cominciare a discutere in maniera diversa allora, probabilmente, ci sarebbe qualche speranza. Continuare questa agonia fino al 2023, per poter influenzare la popolazione e per far vedere che non viene completamente distrutto il sistema pubblico, è una follia. Un’agonia che mette a rischio gli operatori, mette a rischio gli utenti. Così non si può andare avanti. Se le cose stanno così conviene che il piano venga attuato subito e la politica si prenda la sua responsabilità in maniera chiara».

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