Il ritorno della bestia Carlo Cosco

OMICIDIO LEA GAROFALO. Il suo assassino è ritornato per quattro ore in paese, a Pagliarelle (Crotone). Ufficialmente per fare visita a sua madre “moribonda”. La donna, Piera Bongera, solo qualche giorno prima è stata vista arzilla e serena in un supermercato. Cosa hanno in mente questi criminali? Perchè sul territorio è rientrato anche il cugino Vito Cosco, implicato nella strage di Rozzano? Per l’avvocato Guarnera: «Hanno preparato l’ambiente per dare un segnale allo stesso ambiente».

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

Il ritorno della bestia Carlo Cosco

L’ergastolano Carlo Cosco saluta la sua gente

Pagliarelle, frazione di Petilia Policastro (Crotone), luglio 2022. Nove anni dopo (29 maggio 2013) la sentenza di secondo grado della Corte di Assise di appello di Milano (presidente Anna Conforti) l’ergastolano ‘ndranghetista Carlo Cosco ha rimesso piede in Calabria. Ufficialmente per un permesso concesso per andare a trovare sua madre, Piera Bongera. La madre dei fratelli mafiosi Cosco (Carlo, Massimo, Vito, Giuseppe).

Il ritorno del mafioso, con una «capacità criminale di straordinario spessore», ha mobilitato un intero paesino. Sua madre, ufficialmente “moribonda”, è stata vista (solo due giorni prima) in un supermercato per fare la spesa. 

Ma è possibile tutto questo in un Paese normale?

Nella foto si vede il mafioso Cosco che saluta, senza manette ai polsi. E’ normale questo trattamento da parte della polizia penitenziaria? Non c’è solo il saluto, ripreso con un video e pubblicato sui social (un chiaro segnale mafioso), a destare preoccupazione. Il ritorno della bestia (la mente criminale della banda dei petilini a Milano) è stato accolto da mezzo paese. Su quel tavolino, che in parte si vede nel fermoimmagine, erano piazzate bevande e dolciumi per “festeggiare” un assassino. 

Lea Garofalo, che oggi troviamo sulle bandiere e sui prodotti alimentari, è stata ammazzata dal clan Cosco (uccisa a Milano il 24 novembre del 2009 e bruciata in un bidone in provincia di Monza a San Fruttuoso). Dall’omicidio, che ha fatto piangere l’intero Paese (anche se in vita non è mai stata presa in considerazione da nessuno), sono passati 13 anni. Dalla sentenza di Cassazione, che ha confermato gli ergastoli (Carlo Cosco, Massimo Sabatino, Vito Cosco, Rosario Curcio), l’assoluzione per uno dei fratelli (Giuseppe Cosco, detto Smith) e 25 anni di carcere per il collaboratore di giustizia (Carmine Venturino), sono passati appena 8 anni (18 dicembre 2014, prima sezione penale, presidente Maria Cristina Siotto).

E’ ammissibile tutto questo? Perchè un ergastolano rientra nel suo paesino nel silenzio generale? E’ normale vederlo senza manette salutare i tanti presenti? Che segnale è stato lasciato dal mafioso Carlo Cosco? E’ una coincidenza il ritorno del cugino Vito Cosco, implicato nella strage di Rozzano? 

Lo abbiamo chiesto ad un esperto, l’avvocato Enzo Guarnera (Presidente Associazione Antimafia e Legalità): «Un articolo dell’ordinamento penitenziario prevede che quando un familiare è in pericolo di vita o gravemente ammalato, valutata anche la pericolosità del soggetto, il comportamento tenuto in carcere e i pareri che il gruppo di osservazione comportamentale del carcere formula, il Tribunale di Sorveglianza può concedere un permesso per gravi motivi familiari che, comunque, normalmente per gli ergastolani è un permesso sorvegliato. Non viene lasciato libero ma costantemente sorvegliato. Il fatto che lui sia senza manette non è una cosa strana, perchè è chiaro se sta al capezzale di un familiare gravemente ammalato, ovviamente, in casa ci sta libero. Per poter esprimere una valutazione bisognerebbe leggere il provvedimento del Tribunale di Sorveglianza». Sulla accoglienza paesana cosa si può aggiungere? «Sono situazioni molto diffuse. Quando ci sono delinquenti di un certo livello vi è una solidarietà diffusa nell’ambiente. Il vederlo dopo tanto tempo suscita uno spontaneo applauso. Questo fa parte di quella che è la bassissima coscienza civile e antimafia del nostro Paese, soprattutto in alcune realtà. Più sono grandi mafiosi e più vengono applauditi. Una forma di devozione». Il video diffuso sui social può essere interpretato come un segnale mafioso? «Può essere un segnale di presenza e di affermazione del proprio potere criminale. Culturalmente può avere questo significato. Hanno preparato l’ambiente per dare un segnale allo stesso ambiente. Su questo non c’è dubbio».                         

In tutto questo schifo resta un fatto molto grave: la reazione della popolazione del posto. Molti, alla faccia di Lea Garofalo, hanno accolto un assassino mafioso ‘ndranghetista come un uomo di rispetto. Il segnale è devastante. Resta, però, un dato da riportare: Carlo Cosco non è affatto un uomo di rispetto. Ma solo un pezzo di merda vigliacco che, insieme ad altri vigliacchi, ha massacrato una donna. 

Noi, su questa storia, resteremo vigili. Questa gentaglia non deve avere scampo. Nei prossimi mesi saremo presenti su quel territorio.

La famiglia Cosco, secondo il collaboratore di giustizia Venturino: «Carlo Cosco, diciamo, dopo aver fatto ammazzare Floriano è lui che dirige le cose al paese, a Pagliarelle. Per qualsiasi cosa bisogna andare dai Cosco. Diciamo che i Cosco sono una famiglia di ‘ndrangheta; Carlo Cosco è un santista, Giuseppe Cosco ha la dote dello sgarro, Vito Cosco è un camorrista; Massimo Cosco è un picciotto, è stato battezzato dopo la morte dei fratelli Comberiati a Petilia Policastro nel 2008; loro praticamente appartengono alla famiglia dei Comberiati, appartenevano; nel 2008, in Calabria ci fu la pace tra le famiglie di ‘ndrangheta e praticamente fu dichiarato il capo locale che era, è ancora vivo, e era Vincenzo Comberiati, fu rimpiazzato da Vincenzo Manfreda e Carlo Cosco diciamo che apparteneva a Vincenzo Manfreda; Vincenzo Manfreda è stato ucciso nel gennaio-febbraio 2012. Loro sono una forte, una potente famiglia di ‘ndrangheta. Carlo Cosco è un uomo molto pericoloso, molto influente e ha molte amicizie. Si è legato anche alla famiglia Megna. È legato alle famiglie Nicoscia di Isola Capo Rizzuto. È legato a tutte le famiglie ‘ndranghetiste del crotonese, rispettate da tutti. A Milano avevano tanti amici. Erano una famiglia abbastanza influente; imponevano il pizzo. Avevano un grosso commercio di cocaina», verbale di udienza, aula 1^ Assise appello, 11 aprile 2013.

Nella foto la faccia da ebete di Carlo Cosco

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