– APPUNTAMENTI — Il Coraggio di dire No & Testimoni di Giustizia

lea rosa rossa

IL CORAGGIO DI DIRE NO 

&

TESTIMONI DI GIUSTIZIA: 

– VIGARANO (Ferrara), 21 e 22 marzo 2017;
– LEINI (Torino), 23 marzo 2017;
– RHO (Milano), 24 marzo 2017;
– SANREMO (Imperia), 27 marzo 2017.

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#ndranghetamontagnadimerda

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Più forte della Camorra

Più forte della Camorra

 

“I cambiamenti possono avvenire. Chi dice che Napoli non può cambiare è un uomo senza speranza. Perché gli irrecuperabili non esistono, sono frutto della nostra fantasia. Le conversioni che racconto sono la testimonianza che le conversioni possono avvenire. I cambiamenti avvengono con il coraggio della verità e con il sangue, un elemento molto fertile. I martiri sono una grande testimonianza”.

(di Paolo De Chiara – dechiarapaolo@gmail.com)

 “Come mai questi camorristi, pur vedendo amici ammazzati con ferocia e pur convivendo con la morte sin da piccoli, non smettono di vivere nell’illegalità? Me lo sono sempre chiesto benedicendo quelle salme, e la mia risposta è che nessuno aveva mai aiutato quei ragazzi perché la loro esistenza era considerata senza alcun valore”. Siamo partiti da questa affermazione, dalla quarta di copertina del libro di don Aniello Manganiello (Gesù è più forte della camorra), presentato ad Isernia, per discutere di legalità con l’ex parroco di Scampia (Napoli). Allontanato dai suoi superiori nel 2010 dopo l’ennesimo scontro. Nel libro don Aniello racconta i suoi 16anni vissuti in una terra difficile. Dove ha prestato aiuto ai malati di Aids e ai tossicodipendenti e dove ha condotto battaglie sociali, facendo visita nelle case dei camorristi. Ottenendo anche significative e importanti conversioni.

Don Aniello è così difficile rialzare la testa?
E’ difficile scrollarsi di dosso i tentacoli di questa piovra che è la camorra. Ci sono diversi fattori che provocano una sorta di fatalismo nella gente. Il primo motivo è l’assenza delle Istituzioni. La gente non si sente sufficientemente tutelata dalle forze dell’ordine, dallo Stato.

Perché ha invitato lo scrittore Roberto Saviano a Scampia?
Per conoscere bene quei territori, per capire le problematiche, per comprendere anche questo atteggiamento omertoso della gente che in altre parti d’Italia scandalizza. Bisogna vivere in certi territori. Non si possono fare affermazioni in maniera superficiale o senza dare un’occhiata sulla situazione in maniera complessiva. Non metto in contrapposizione Saviano con don Aniello, non metto in contrapposizione l’antimafia culturale con l’anticamorra delle opere. Racconto la mia esperienza durata 16anni in quel territorio, nel quale sono arrivato con molte paure che mi portavo da ragazzino.

Nel suo libro spiega di non aver mai trattato i camorristi come lebbrosi
Sono stato sempre molto fermo nelle cose. Altrimenti non gli avrei rifiutato il matrimonio, il battesimo o l’iscrizione alla prima comunione. Sono stato sempre molto cordiale, tant’è che loro nei miei confronti avevano una grande stima e anche un grande rispetto. L’organizzazione camorristica è molto diversa dall’organizzazione mafiosa. La camorra, in tutta la Campania, è frantumata in centinaia di clan, uno si alza la mattina e costituisce un clan. Pur di fare soldi facilmente, pur di succhiare il sangue alla povera gente. Ecco il perché delle faide, delle guerre che di tanto in tanto scoppiano. Sono arrivato in questo contesto e mi sono preoccupato di dare voce a quella gente, di dare speranza di fronte a tanta paura, tanta omertà. Non si può chiedere alla gente solo di denunciare, di rispettare le regole, di non rivolgersi alla camorra per risolvere i problemi o questioni grosse. Ma bisogna dare il buon esempio.

Come si dà il buon esempio?
Ho messo in conto i pericoli che potevo incontrare e ho cominciato a denunciare, a prendere posizione.

Qual è stato il gesto iniziale?
L’abbattimento del muro dei sacerdoti della mia congregazione che avevano costruito a protezione del Centro don Guanella. Un muro alto tre metri con un’inferriata di un metro. Ma non è possibile proteggersi chiudendosi al territorio, facendo capire alla gente che si hanno nei loro confronti pregiudizi. Un muro costruito abbatte i rapporti. Noi dobbiamo essere costruttori di ponti, non di muri. E’ stato uno dei primi gesti, un segnale che abbiamo voluto dare di un nuovo corso, di un mondo migliore possibile.

Un mondo migliore è possibile anche in quei territori?
I cambiamenti possono avvenire. Chi dice che Napoli non può cambiare è un uomo senza speranza. Perché gli irrecuperabili non esistono, sono frutto della nostra fantasia. Le conversioni che racconto sono la testimonianza che le conversioni possono avvenire. I cambiamenti avvengono con il coraggio della verità e con il sangue, un elemento molto fertile. I martiri sono una grande testimonianza.

Cosa si può fare in concreto per la cultura della legalità?
Alcuni malavitosi si erano allacciati sulla tubatura dell’acqua del nostro centro e i miei confratelli, i sacerdoti, pagavano le bollette esose di 6/7 milioni di lire perché avevano paura, perché non volevano noie. Quando arrivai e mi resi conto di questa vergogna affrontai questi malavitosi, che mi offrirono dei soldi per pagare le bollette. Dopo quindici giorni tagliai gli allacci. Non ebbi nessuna solidarietà dalla mia comunità.

Come si trova questo coraggio?
E’ una terra meravigliosa la Campania, una terra dalle grandi contraddizioni. Dove i picchi di male si affrontano con i picchi di bene che ci sono. Fu una grande sofferenza per me non aver trovato una grande solidarietà, ma il gesto fu molto apprezzato dalla gente del Rione don Guanella.

E’ difficile denunciare?
Come si fa a denunciare se alle due di notte vedo due poliziotti che mangiano la pizza sul cofano della macchina di servizio con il capo della piazza di droga ‘Pollicino’ legato ai Lo Russo, a cui ho negato il matrimonio e che adesso ho denunciato ancora sui giornali perché si è appropriato di 300metri quadrati di suolo pubblico e ci ha fatto un muro di 40metri per farci il parco gioco per i figli. E la gente non ha parlato per paura. Nemmeno i vigili, nemmeno la polizia e i carabinieri si sono preoccupati di un manufatto abusivo. Ho chiamato la mia amica giornalista de Il Mattino, Giuliana Covella, e ho fatto la denuncia con la mia foto e con il titolo: Don Aniello, abbattete il muro del boss. Quello che mi ha più sconcertato, ecco perché la gente ha paura, è il silenzio assordante che moltiplica il male in quei territori. Dobbiamo cambiare la qualità della vita della gente. Dobbiamo ridurre lo spazio di azione della camorra.

Lei scrive: “Si fa presto a dire che Scampia è abitata dall’illegalità e dalla delinquenza, ma andiamoci piano. Su 80mila persone, 10mila sono coinvolte nella droga, nei furti, nella prostituzione. Gli altri 70mila abitanti sono brava e povera gente che cerca di vivere e di sopravvivere”.
Servono massici investimenti per aiutare questa gente, per avere una qualità della vita a misura d’uomo, a misura della dignità dell’uomo. Chi l’ha fatto quel peccato originale? Costruire un quartiere dormitorio che arriva a 100mila abitanti. Chi li ha messi lì? Senza un centro commerciale, senza una sala cinematografica, senza investimenti lavorativi, senza nulla. Oggi stanno costruendo due edifici per la succursale della facoltà di Medicina della Federico II. Non è possibile. Tutto l’amore per la cultura, ma non è possibile dare certe risposte. Il peccato originale non l’ha fatto la gente. La corruzione ai piani bassi è invasiva e pervasiva come quella ai piani alti, che mortifica la gente.

da MALITALIA.IT del 25 novembre 2011

http://www.malitalia.it/2011/11/piu-forte-della-camorra/

MORIRE DI LAVORO IN MOLISE

Il caso di Gheorghe Radu, morto nel 2008 nelle campagne di Campomarino

MORIRE DI LAVORO IN MOLISE

Il prossimo 17 gennaio l’udienza per proprietari del terreno e datori di lavoro del bracciante.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Chiedo giustizia per la morte di mio marito. Sono passati tre anni e ancora è tutto fermo. Voglio conoscere la verità processuale, i responsabili devono essere individuati. Gheorghe è stato lasciato morire come un cane”. Dopo una lunga attesa la giustizia ha dato una prima risposta alla giovane moglie, Maria Radu. Donna di grande dignità, che non si dà pace per la morte assurda del marito.

Venuto in Italia nel 2004 per trovare fortuna, il bracciante rumeno raccoglieva i pomodori per un’Azienda di Torremaggiore (Fg), pagava i contributi ma lavorava in nero. In Italia doveva pensare a sua moglie e a sua figlia Valentina, che oggi ha 14 anni, ma ancora non è ancora riuscita a capire perchè il padre non è più tornato a casa. Perchè nessuno lo ha salvato e lo hanno lasciato morire “come un cane”. E, soprattutto, cosa è successo il 29 luglio del 2008 nelle campagne di Campomarino, in Molise.

Le due donne sono rimaste sole, con il proprio dolore e il silenzio che ha circondato questa morte. Gheorghe è morto di lavoro in Molise, di lavoro nero.

Nel rapporto dell’Istat ’Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo’, del 12 gennaio 2010 si legge: “la quota di lavoro irregolare del Mezzogiorno è più che doppia rispetto a quella delle due ripartizioni settentrionali… Tra le regioni meridionali spicca il valore particolarmente alto della Calabria (27.3%), seguita a distanza da Molise e Basilicata”. In Molise la Uil ha indicato un calo delle ispezioni. Proprio in uno studio del sindacato del febbraio 2009 (’Lavoro irregolare: il sommerso è ancora una metastasi’) si legge: “ci preoccupa la significativa diminuzione dell’attività ispettiva, che pur se prospettata nel segno di una maggiore qualità (…) rischia di aumentare la sacca di lavoratori in nero e irregolari”.

Nei territori del basso Molise c’è un uso quotidiano del lavoro nero. A quanto pare tutti sanno, tutti sono a conoscenza di questa metastasi, ma poi pochi denunciano. E quando ci scappa il morto nessuno osa chiedere spiegazioni Il coordinatore regionale dell’epoca dellaFillea-Cgil del Molise, Domenico Di Martino, denunciava con queste parole la situazione regionale: “si vorrebbe far passare il Molise come un’isola felice, in cui le regole fissate dalla legge e dai contratti sono sostanzialmente rispettate e i fenomeni di ’criminalità padronale’ sono lontani e limitati a pochi episodi, collegati a realtà imprenditoriali che vengono dall’estero”. Doveroso aggiungere che è spesso la criminalità organizzata, soprattutto la Sacra Corona Unita, a fare uso di questo sistema di lavoro. Lo aveva denunciato l’ex Presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Lumia a Campobasso: “In Molise le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la camorra e la Sacra corona unita (la cosiddetta ‘societàfoggiana’ che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza)”. E Campomarino, il luogo dove Gheorge ha trovato la morte, confina proprio con la provincia di Foggia.

Il Gup ha fissato per il prossimo 17 gennaio 2012, alle ore 11.30, l’udienza preliminare. Gli imputati sono Teodoro Zullo (proprietario del terreno, teatro dell’evento letale), DomenicoScarano e Edilio Cardinale (che assumevano e organizzavano) che “per negligenza, imprudenza e violazione della normativa sulla salute e sicurezza sul lavoro, destinavanoGheorghe Radu a lavoro agricolo in spregio a qualsiasi accortezza”.

Gheorghe aveva problemi di cuore e non ha retto alla fatica. Quel giorno, durante la pausa pranzo, si era accorto che qualcosa non andava. Aveva avvertito i compagni. Non era rientrato sui campi per raccogliere e riempire le cassette di pomodoro. Aveva trovato riparo nei pressi di un tir. Nessuno si è accorto del giovane lavoratore. “E’ stato lasciato morire come un cane” ripete la moglie. “Non è possibile morire a 35anni per lavoro. Durante la mattinata avevo provato a chiamare mio marito. Il telefono squillava, ma nessuno mi ha risposto. Solo la sera ho saputo che mio marito era morto. L’ho saputo da un carabiniere”.

Per l’ex segretario della Cgil, oggi consigliere regionale Petraroia “se fosse stato soccorso forse poteva salvarsi, ma nessuno ha avuto pietà ed è prevalsa la paura”. Aveva iniziato a lavorare, secondo le varie testimonianze, intorno alle 10. Già intorno alle 13 aveva manifestato i primi malori. Morirà qualche ora dopo.

C’è stata omissione di soccorso? Chi si è accorto del malore? I lavoratori, secondo le testimonianze, a un certo punto della giornata vennero allontanati dai campi. Attesero qualche ora per sapere cosa fare.

Con l’imputato Domenico Scarano, il datore di lavoro, il giovane rumeno aveva già lavorato nel 2007 per la durata due contratti: il primo di 20 giorni e il secondo di 51 giorni. “Diverse volte – ha spiegato la moglie Maria – usciva di casa la mattina presto e rientrava a casa intorno alle 23. Gli dicevo sempre che era pesante quel lavoro. Faceva fatica a lavorare. Quel giorno raccoglieva i pomodori. Prendeva i cassoni. Arrivavano anche undici tir al giorno. Ogni autocarro ha 88 cassoni. Un cassone pesa 40 chili”.

Con queste parole la giovane vedova ricorda il marito: “era una persona che non ammetteva le bugie. A lui piaceva la giustizia e la verità. Ho giurato di andare avanti per lui. E per mia figlia che mi dà la forza di continuare questa battaglia”. Ogni anno, da sola, organizza la commemorazione davanti la chiesa e sul campo di lavoro, dove ha posizionato una croce e una foto del marito, per ricordare la tragedia che ha colpito la sua famiglia. Ma in pochi rispondono all’appello di Maria. Ciononostante lei va avanti. “Mi costituirò parte civile. Sono anni che aspetto l’inizio di questo processo”. Il giorno della verità è quasi arrivato. I tre imputati sono chiamati a rispondere di vari reati “concorrendo tra loro a provocare al lavoratore Gheorghe Radu, un evento cardiaco improvviso e con effetti letali, lasciando il medesimo sul terreno agricolo, solo con se stesso nella gestione dei primi sintomi del medesimo evento sino al decesso, fatto di cui gli altri lavoratori e gli stessi Zullo, Scarano e Cardinale si accorgevano solo dopo alcune ore”. Maria è decisa: “i colpevoli devono pagare”.

da lindro.it di giovedì 17 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Morire-di-lavoro-in-Molise,4498#.TuZDq7KXvq4

Finalità mafiosa

Massimo Sabatino
Massimo Sabatino

Finalità mafiosa

9 luglio 2011 (malitalia.it)

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)
“E’ la prima volta che l’Autorità giudiziaria di Campobasso afferma con una sentenza definitiva l’aggravante di un reato con la finalità mafiosa commesso in Campobasso. Abbiamo fatto la nostra parte fino in fondo”. E’ soddisfatto il Procuratore della Dda di Campobasso Armando D’Alterio. Il magistrato tenace del caso Siani. Nella sentenza del 5 maggio scorso si parla chiaramente di “carattere mafioso del movente che spinse il Sabatino”, su mandato di Carlo Cosco (ex convivente di Lea Garofalo) ad introdursi nell’abitazione della donna a Campobasso. Lea Garofalo andava punita per la sua collaborazione. Era il 5 maggio 2009. L’ex convivente di Carlo Cosco, residente in una casa in affitto in via S. Antonio Abate a Campobasso, (dove viveva con la figlia Denise) riceve la visita di un pluripregiudicato di Pagani (Massimo Sabatino) mandato dal suo ex compagno, il padre di Denise. Il piano era stato studiato nei minimi particolari. Nella casa c’era bisogno di un idraulico. Il Cosco era a conoscenza del guasto alla lavatrice delle due donne. Quale momento migliore per attuare il suo piano criminale? Il Cosco era impegnato nella scalata ai vertici del clan. “Doveva essere considerato estremamente pericoloso – si legge nella sentenza – poichè determinato ad eliminare ogni ostacolo materiale si frapponesse a tale ascesa, e, primo fra tutti, la presenza, ai vertici del clan, proprio di quei Garofalo, che dovevano cadere sotto i suoi colpi”. Erano un serio ostacolo le rivelazioni di Lea nei due processi contro la ‘ndrangheta di Petilia Policastro (Kr). Uno relativo all’uccisione di suo fratello Floriano. L’altro per l’uccisione di Antonio Comberiati. Fatto di cronaca consumato a Milano nel 1995. (“Omicidi nei quali il Cosco aveva svolto un ruolo di primo piano, nell’ottica di conquista dei vertici del clan, e della egemonia del territorio”).Proprio a Milano fanno affari e risiedono molti esponenti della famiglia Cosco. A Milano Lea Garofalo è stata rapita, interrogata e sciolta nell’acido. A Milano è iniziato il processo che vede alla sbarra sei imputati. Il padre di Denise (Carlo Cosco), gli zii Vito (il protagonista della strage di Rozzano) e Giuseppe (detto Smith, ha gestito il traffico di droga a Milano e “sembra essere il responsabile dell’omicidio Comberiati”), Carmine Venturino, Rosario Curcio e Massimo Sabatino. Sempre a Milano la piccola Denise ha deciso di testimoniare, costituendosi parte civile. “Chi ha ucciso mia madre deve pagare, solo allora mi sentirò libera per ricominciare”. Il primo tentativo di sequestro, organizzato per costringere la vittima a riferire i contenuti, segreti, della collaborazione e per punirla, non va a buon fine. Il Sabatino, condannato definitivamente a sei anni di carcere (con rito abbreviato), non porta a termine la missione. Viene incalzato dalla coraggiosa Lea. Che non ci vede chiaro. Inizia a fare domande, scoprendo l’inganno. Il falso elettrotecnico Sabatino aggredisce la donna tentando di immobilizzarla e di soffocarla. Ma non ci riesce. “Non solo per la pronta reazione della vittima, ma anche per l’intervento della figlia Denise”. Il piano salta. Viene rinviato. Carlo Cosco e Massimo Sabatino (uno dei luoghi tenenti della famiglia) verranno arrestati il 4 febbraio del 2010 dai militari del Nor della compagnia carabinieri di Campobasso. Il primo a Petilia Policastro e il secondo a Milano. “Avevano messo in atto – queste le parole utilizzate durante la conferenza stampa del febbraio 2010 – un reato tipicamente mafioso, cercando di restare nell’anonimato. Ma non ci sono riusciti”.

Dopo due anni esatti dal fatto è arrivata la condanna definitiva per Massimo Sabatino. Sei anni di reclusione con interdizione in perpetuo dai pubblici uffici e legale per la durata della pena. Per tentato sequestro di persona e lesioni volontarie. Reati commessi su mandato di Carlo Cosco. Una sentenza arrivata grazie all’importante lavoro dei magistrati della Procura di Campobasso, coordinati e diretti dal capo della Dda Armando D’Alterio. Che, dal primo momento, ha cercato di capire quale fosse il senso di quella aggressione misteriosa verificatasi nel maggio 2009 nel capoluogo di Regione. Il lavoro è stato svolto, ha tenuto a sottolinearlo D’Alterio, “in coordinamento con la Procura nazionale nella persona del Procuratore Pietro Grasso e della dottoressa Vittoria De Simone. Abbiamo chiesto e ottenuto riunioni di coordinamento con i colleghi milanesi, con i colleghi della Dda calabrese per uno scambio di informazioni e di supporto investigativo, ma anche ideativo, che secondo noi è alla base di questo primo risultato definitivo che abbiamo ottenuto”. La prima sentenza non definitiva era già stata trasmessa alla Procura di Milano. “Ci apprestiamo a trasmettere – ha continuato il Procuratore Armando D’Alterio – anche quella definitiva che sicuramente potrà essere acquisita a quel dibattimento. Riteniamo che questa sia una pietra miliare anche per quel processo”. In Molise, con l’arrivo di Armando D’Alterio, si respira una nuova aria. Si comincia a fare sul serio.

malitalia.it

http://www.malitalia.it/2011/07/finalita-mafiosa/

Intimidazioni mafiose in Molise

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza, la camorra”. Sono arrivate nel silenzio generale. In questa Regione non si è mai aperto un tavolo serio per affrontare la drammatica questione. Il pericolo delle infiltrazioni è stato sempre messo da parte. E le mafie continuano a fare i loro affari. Quelli sporchi. Che puzzano. Continuano a esserci strane presenze. Proprio qualche giorno fa a Venafro è stato prelevato e arrestato dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta Pasquale Pagano (classe 1970, da San Cipriano d’Aversa). Il “bambinone”. Un affiliato del gruppo Iovine. Clan dei casalesi. Accusato di associazione per delinquere di tipo camorristico e di concorso in detenzione illegale di armi da fuoco. Era domiciliato, con obbligo di firma, a Venafro. In provincia di Isernia. C’è stato per un mese e dodici giorni. Gli inquirenti in una perquisizione domiciliare sequestrarono un bunker ricavato nella sua abitazione. Probabilmente per nascondere il capo clan Antonio Iovine. Oggi al 41 bis. L’ex presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia è chiaro: “Le mafie sono arrivate”. Ed è arrivata anche la camorra. Con i suoi uomini. Con i suoi mezzi. Con i suoi rifiuti che avvelenano la terra. La nostra bella terra. La famosa Isola Felice. Così dipinta dalla classe dirigente. Dalla politica. Scrive Roberto Saviano nel suo libro Gomorra, a pagina 323: “Quattro ettari a ridosso del litorale molisano furono coltivati con concime ricavato dai rifiuti delle concerie. Vennero rinvenute nove tonnellate di grano contenenti un’elevatissima concentrazione di cromo. I trafficanti avevano scelto il litorale molisano – nel tratto da Termoli a Campomarino – per smaltire abusivamente rifiuti speciali e pericolosi provenienti da diverse aziende del nord Italia”. Proprio sui rifiuti e sui traffici del basso Molise qualcuno si è sentito toccato. Gli affari non possono andare a puttane. Ed ecco arrivare le minacce. Che non sono mai mancate. Ora sono state intensificate. Qualcuno ha voluto alzare il tiro. Per meglio far comprendere. Una testa di capretto sanguinante in un sacco nero. Con un biglietto allegato. Questo gravissimo episodio è capitato a un giornalista molisano. All’amico Michele Mignogna. Il cronista che ha descritto certi movimenti. Che ha toccato certi fili. Che ha fatto il proprio dovere. Non si può più far finta di non vedere. Di non sentire. I segnali sono chiari. Anche le presenze. Come quella di Francesco Moccia. Di lui scrive la Procura della Repubblica di Larino nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari per il Porticciolo di Termoli: “legato da stretti legami familiari e di affari con Angelo Marrazzo coinvolto in vicende giudiziarie del gruppo camorristico dei Casalesi, capeggiati da Francesco Schiavone, detto Sandokan, collegato a società fortemente indiziate di avere collegamenti con il clan Moccia di Afragola”. Per non parlare degli affari dietro l’eolico selvaggio regionale. Delle costruzioni, del ciclo del cemento. Del riciclaggio. Del traffico di droga. E’ giunto il momento di agire. Questi vigliacchi personaggi devono sapere che di fronte a loro hanno un esercito di persone Oneste. Di persone Perbene. Che non permettono più certi episodi. Schifosi e deplorevoli. Il Molise ha bisogno di una scossa di dignità. Da quanti anni si denunciano presenze pericolose? Quanti episodi sono stati raccontati? Quanti personaggi importanti hanno indicato la presenza delle mafie? Quante volte è stato lanciato l’allarme? Per il giornalista Alberigo Giostra: “Qui (in Molise, n.d.r.) c’è una democrazia sospesa. Il problema è un circuito perverso che c’è tra cattiva giustizia, cattivo giornalismo e cattiva politica. E’ un circuito mefitico, mafioso che non vedo nemmeno in Sicilia. Il Molise sembra un’isola beata, ma è una realtà mafiosissima, dove non c’è la lupara, dove non ammazzano, non ci sono crimini. C’è una mentalità mafiosa incredibile. Sono sconcertato dalle cose che ho visto in questa Regione”. Secondo l’ex Procuratore della Repubblica di Larino, Nicola Magrone: “In questo territorio la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. In Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. In Sicilia poi la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d’avvertimento”. Le mafie ci sono e fanno affari. Esiste una “mentalità mafiosissima” che danneggia il territorio. L’unica preoccupazione è colpevolizzare chi denuncia. Chi fa il proprio dovere. Secondo Lumia: “E’ mancato un lavoro di prevenzione, è mancato un lavoro di denuncia, è mancato un lavoro di costruzione di percorsi integrati di educazione e di crescita della cultura della legalità. Tali limiti hanno indebolito il tessuto sociale, economico ed Istituzionale della vostra realtà territoriale. E le mafie annusano, sentono da lontano dove si creano quegli spazi, quelle “opportunità” per la loro presenza. Nei territori della vostra Regione le classi dirigenti, con in testa la politica, hanno trascurato quelle cose importanti, con in testa la prevenzione. Ecco che sono venuti anche nella vostra Regione. Ecco che le mafie si sono presentate nei vostri territori. Ed hanno cominciato a fare quell’attività che tutte le organizzazioni mafiose fanno. Prima presentandosi con quel grande affare di cui tutti, ormai, ipocritamente ci siamo assuefatti, che è il traffico di droga. E poi la gestione delle opere pubbliche. E poi il riciclaggio. E poi la possibilità di entrare in alcuni settori economici. E poi la gestione dei rifiuti, di tutti i tipi”. Il 14 giugno scorso è stata approvata all’unanimità in consiglio regionale una mozione di solidarietà al collega Mignogna. E’ un buon segnale. Ma non basta. Ora bisogna lavorare. Raddoppiare gli sforzi per tagliare i tentacoli della criminalità. Del malaffare. “Fortunatamente – secondo Paolo Albano, Procuratore della Repubblica di Isernia – omicidi in Molise non ce ne sono stati. Speriamo che non ce ne saranno in futuro. Ciò non significa assolutamente nulla. Non perché non ci sono gli omicidi non esiste la camorra, non esistono le infiltrazioni criminali. Il pericolo, che da tempo è stato evidenziato anche dal Procuratore Magrone e, recentemente, dal collega D’Alterio della Dda, è assolutamente concreto. Innanzitutto per un fatto geografico. Perché la stretta vicinanza con la Campania, la Puglia e il basso Lazio porta necessariamente questo pericolo. Ma non soltanto per la vicinanza, ma proprio perché un territorio come quello del Molise è appetibile a una criminalità che si vuole inserire. Il punto fondamentale è che la magistratura molisana è pronta a raccogliere questo allarme. Bisogna tenere alta la guardia per impedire che ci siano queste infiltrazioni. Accanto al lavoro delle forze dell’ordine e al lavoro della magistratura è fondamentale che ci sia e si rafforzi la cultura della legalità”. La politica deve dare un segnale forte. Con la cultura della Legalità. Deve cominciare a dare il buon esempio. Per troppi anni in questa Regione si è dato il cattivo esempio. Per troppi anni in Molise la classe dirigente ha dato il cattivo esempio. I cittadini devono sentirsi sicuri nell’indicare anche il più piccolo episodio. Per cominciare a dare una mano alle forze dell’ordine e ai magistrati. Per riassaporare quel “fresco profumo di libertà” auspicato dal giudice Paolo Borsellino “che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità”.
 

Video FUORI LE MAFIE DAL MOLISE!

FUORI LE MAFIE DAL MOLISE

“E’ un argomento che dovete affrontare. E’ un argomento, la presenza delle mafie nella vostra Regione, con cui dovete fare i conti. Diffidate dalle classi dirigenti che difendono il buon nome della vostra Regione. Che si stracciano le vesti e gridano allo scandalo quando si affrontano tali temi. Le mafie vanno scoperte non quando ci sono gli omicidi. Le mafie vanno colpite quando riciclano. Quando costruiscono. Lì le classi dirigenti devono dimostrare la loro maturità, in quel momento devono dimostrare di voler realmente bene al proprio territorio” “Adesso ci si straccia le vesti, si scopre che il clan più potente della camorra oggi, che è quello dei casalesi, era qui. E certamente non erano qui solo per villeggiare, per godersi le vostre stupende bellezze naturali. Erano qui per trafficare. A mio avviso per riciclare. Per investire. Perché il clan dei casalesi è uno dei clan non solo più potenti sul piano militare, della violenza, ma è uno dei clan italiani più potenti nelle infiltrazioni nei settori dell’economia e della stessa politica”. (Giuseppe LUMIA, già presidente Commissione Antimafia).

LE MAFIE? UNA MONTAGNA DI MERDA!!!

CARTA CANTA, giugno 2011 [2] – IL SENSO DI RESPONSABILITA’

Roberto Saviano
Roberto Saviano


 Il senso di responsabilità

 

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“… ritengo che il senso civico imponga a chiunque amministri di avere profondo senso di responsabilità”.

Raffaele Mauro, consigliere regionale, seduta consiglio regionale, 23 novembre 2010

 

“Saviano è l’unica persona che ha scritto un libro, in un italiano molto discutibile, su argomenti molto discutibili, perché ho lavorato in Campania e conosco benissimo quegli ambienti, ed è l’unico che praticamente è diventato un eroe, ha costruito la sua fortuna economica e oggi in Consiglio regionale devo sentire evocare l’autorità di Saviano. Sapete quante altre persone sono morte per mano della camorra e non hanno avuto mai una scorta? Sapete quanto prendono di pensione le mogli e i figli dei poliziotti che sono caduti sotto i colpi della camorra? Quanti di questi hanno avuto o hanno la possibilità di andare in televisione, di fare conferenze e guadagnare centinaia e centinaia di migliaia di euro”.

Raffaele Mauro, consigliere regionale, seduta consiglio regionale Molise, 23 novembre 2010

 

“…una domanda all’icona Roberto Saviano. La sua storia la sappiamo, anche se qualche velato dubbio ci sorge, ma al di là delle chiacchiere filosofiche vorremmo chiedere a questo signore che oggi andrà in piazza “come giudica l’azione di repressione che il governo ha messo in campo dall’aprile 2008 sino a oggi in Campania e che ha permesso di arrestare un numero importante di camorristi. E ancora visto che questi signori erano per lo più residenti nella terra natia, come spiega che oggi con un ministro deciso e concreto si sia giunto a questo risultato, mentre nei due anni trascorsi la stessa azione repressiva non aveva prodotto simili risultati”.

Claudio Pian, oggi coordinatore provinciale PdL Campobasso, molisenotizie.it, 3 ottobre 2009

molisenotizie.it/articolo.php?id=32146

 

“In ogni caso attra­verso le dichiarazioni dei pen­titi emerge che le famiglie della camorra casalese sono una vera piovra con propag­gini nella provin­cia di Napoli, in parte dell’Abruzzo, del Molise, della Luca­nia, del Lazio, in Emilia Romagna, ma anche in Roma­nia e nel sud della Ger­ma­nia, inves­ti­menti in Sco­zia, nella Repub­blica di Santo Domingo ed in Africa occi­den­tale”.

Roberto Saviano, Terra di Lavoro, Il clan dei casalesi in perfetta forma, www.robertosaviano.it/articoli/terra

 

“Saviano è il Siani moderno”.

Armando D’Alterio, procuratore Dda Campobasso, il pm che fece luce

sull’assassinio di Giancarlo Siani, Isernia, 18 ottobre 2010

 

“… non metto in discussione l’impegno di Saviano, ma il suo stile. Metto in discussione il fatto che ci sono tante altre persone che quotidianamente svolgono il loro dovere e non hanno avuto e non hanno questa carica mediatica che gli viene attribuita e data sicuramente non soltanto perché ha scritto un libro. […]. Non manco di rispetto a nessuno, ma voglio essere rispettato. Non manco di rispetto a Saviano, è lui che manca di rispetto a me e alla collettività. Manca di rispetto a chi ideologicamente non la pensa come lui e lo Stato paga i contributi e la scorta che lo difende. […]. Metto in discussione il suo modo, il suo stile politico, le affermazioni che fa, quello che dice, non il resto (forse come dorme, ndr.), su cui posso anche essere d’accordo”.

Raffaele Mauro, consigliere regionale, seduta consiglio regionale Molise, 23 novembre 2010

 

“…il territorio del riciclaggio dei rifiuti tossici sta aumentando i suoi perimetri. Altre inchieste hanno rilevato il coinvolgimento di regioni che sembravano immuni come l’Umbria e il Molise. Qui, grazie all’operazione Mosca coordinata dalla Procura di Larino nel 2004, è emerso lo smaltimento illecito di 120 tonnellate di rifiuti speciali provenienti da industrie metallurgiche e siderurgiche. I clan erano riusciti a triturare 320 tonnellate di manto stradale dismesso ad altissima densità catramosa e avevano individuato un sito di compostaggio disponibile a mischiarlo a terra e quindi a occultarlo nelle campagne umbre. Il riciclo arriva a metamorfosi capaci di guadagnare esponenzialmente a ogni singolo passaggio. Non bastava nascondere i rifiuti tossici ma si poteva trasformarli in fertilizzanti, ricevendo quindi danaro per vendere veleni. Quattro ettari a ridosso del litorale molisano furono coltivati con concime ricavato dai rifiuti delle concerie. Vennero rinvenute nove tonnellate di grano contenenti un’elevatissima concentrazione di cromo. I trafficati avevano scelto il litorale molisano – nel tratto da Termoli a Campomarino – per smaltire abusivamente rifiuti speciali e pericolosi provenienti da diverse aziende del nord Italia”.

                                                                                                                                                               Roberto Saviano, Gomorra, pagina 323

 

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Per difendere il Molise dalle infiltrazioni malavitose, botta e risposta con l’assessore Vitagliano

Gianfranco Vitagliano
Gianfranco Vitagliano

 

 “Il nostro è un popolo di timorati di Dio, lontano dal disprezzo delle regole e legato agli uomini della sicurezza pubblica da rispetto, affetto e riconoscenza”…. “Questa terra ha bisogno di certezze, di  speranza, di valorizzare vocazioni e peculiarità, di dare spazio ai talenti che ha, non di avvitarsi, vergognandosi, su mali che non ha”. (Gianfranco Vitagliano, assessore regionale)

 

da ARTICOLO21.INFO http://www.articolo21.org/5608/editoriale/per-difendere-il-molise-dalle-infiltrazioni.html

Pubblichiamo di seguito due interventi pubblicati sul blog di Paolo De Chiara. Il primo è dell’assessore regionale alla programmazione il secondo la risposta dello stesso De Chiara.

Per il bene di un Molise offeso 

 di GIANFRANCO VITAGLIANO* Lo scritto di oggi di Paolo De Chiara – che leggo sempre con attenzione – ha provocato in me turbamento, interrogativi e, dopo un tranquillo ragionamento, delusione e bisogno  di reagire a difesa di questa regione, troppo spesso offesa, interpretata con esasperazione e pessimismo,  consegnata all’immaginario dei tanti che non la conoscono, da alcuni che la conoscono appena, per ragioni le più svariate ma che hanno poco a che vedere con la verità e con l’interesse dei molisani.

Intanto credo di poter individuare la causa di un tale agire nel populismo – che tanto bene tratteggia Galli Della Loggia, sul Corriere di oggi, attribuendogli quasi dignità ideologica – che tanti “a sinistra” hanno riscoperto dopo aver perso riferimenti ideali e capacità di proposta, in diretta conseguenza dello smarrimento in quel mare indistinto nel quale naviga, senza rotta, il PD.

Ovviamente è lungi da me ogni ipotesi di sottovalutazione del  fenomeno e, soprattutto, degli episodi citati, come paradigma, da De Chiara.
E, perciò, il turbamento iniziale con gli interrogativi.

Ma poi la conoscenza dei luoghi e della gente, le assicurazioni, pubbliche e in privato, di chi porta le maggiori responsabilità in tema di sicurezza e di ordine pubblico nella nostra regione, l’attività nota della magistratura, mi hanno ridato subito certezze, orgoglio, piacere per una “diversità” che è nostra peculiarità, di valore, tra l’altro poco valutata da noi stessi.
Un pò come la salute; quando la si ha non la si sente!

E, allora, è venuta  la reazione, con una consapevolezza che quelli che non la pensano come noi, in questa terra, hanno bisogno del nostro aiuto, di una maggiore ricerca di confronto e di dialogo da parte nostra perchè, relegati in angusta minoranza, sono costretti a cercare altre vie, oltre quella democratica per antonomasia, per distinguersi, esistere, per cercare di ribaltare il rapporto.
E metto nell’enclave tutti, Giostra, De Chiara, Di Pietro e quanti, più o meno lontani dal nostro vivere, dicono in giro che “la casa” è sporca e pericolosa, salvo poi  dimenticare e decantarne le qualità, una volta chi si riescono ad accomodare.

Che senso ha citare pochi beni confiscati a qualche delinquente non regionale? Ce ne sono a iosa in tutte le regioni.
Quale peso possono avere, per caratterizzare la società locale, alcuni colloqui in carcere tra ospiti di lunga durata, tutti nati e vissuti altrove? In tutte le carceri questo avviene e, con maggiore frequenza, in quelle dove albergano mafiosi e camorristi.
L’affermazione che, poi, in Molise” i carabinieri vengono massacrati, vilipesi e calunniati”  la trovo vergognosamente ingiusta per i molisani.  E trovo ingenuo ed anche incosciente che possa essere utilizzata per ragioni “politiche”.
Il nostro è un popolo di timorati di Dio, lontano dal disprezzo delle regole e legato agli uomini della sicurezza pubblica da rispetto, affetto e riconoscenza.
Se, ci si riferisce, ad episodi singolari – sui quali la magistratura sta facendo luce nell’ambito dei propri  doveri – intanto, si rispetti il lavoro d’indagine, non lo si condizioni e se ne aspettino le conclusioni nel giudizio.
Prima di tutto ciò non si trasformino gli indizi in colpe, non si generalizzi estendendo a tanti quello che potrebbe essere stato comportamento improvvido di alcuni e, soprattutto, non si facciano consapevolmente, alla dignità e alla storia di un popolo, danni ben maggiori rispetto a quelli che deriverebbero dagli ipotizzati comportamenti delittuosi.

Questa terra ha bisogno di certezze, di  speranza, di valorizzare vocazioni e peculiarità, di dare spazio ai talenti che ha, non di avvitarsi, vergognandosi, su mali che non ha.
E questo non significa voler negare l’attenzione ai fenomeni, l’esigenza di  controllare le deviazioni e di assumere iniziative per una coscienza collettiva vigile.

Così si onora la verità e si fa, ognuno nel  ruolo che ha, il proprio dovere civico.
E così voglio interpretare il timore di De Chiara, per quello che ha di costruttivo e di positivo.

Una riflessione, infine.
Ci sono buoni politici, bravi magistrati e ottimi giornalisti.
Poi, come in tutte le famiglie, la vicenda umana, nel suo variare, porta in ogni ambito  anche i cattivi.
E quando,  tra meno bravi e malevoli interessati,  si determinano cortocircuiti  è ovvio che vanno in difficoltà la verità, l’oggettività, i rapporti tra le istituzioni, la giustizia.

Qui dissento molto meno da De Chiara!
Guardo a queste condizioni, se dovessero affermarsi, con vera preoccupazione.
Le conseguenze per il nostro Molise sarebbero ben più allarmanti e gravi rispetto alla presenza di pochi beni da confiscare o a qualche colloquio in carcere!

*Assessore regionale alla Programmazione

 LA RISPOSTA:

PER DIFENDERE IL MOLISE DALLE INFILTRAZIONI MALAVITOSE.
di Paolo De Chiara*

Rispondo con piacere al lungo intervento dell’assessore regionale alla programmazione Gianfranco Vitagliano. Il mio “scritto” (come definito dall’assessore Vitagliano) dal titolo ‘Il “mafiosissimo” Molise’, pubblicato dal settimanale ‘Il Volantino’ è l’ultimo di una lunga serie di articoli sulle infiltrazioni malavitose che da molti anni si stanno registrando nella Regione Molise. Come già risposto a Claudio Pian, ribadisco che l’unico interesse del sottoscritto è quello di fare il cronista. Nei miei articoli sto facendo riferimento alle infiltrazioni malavitose (camorra, ‘ndrangheta e mafia) registrate da commissioni antimafia e denunciate da giornalisti, magistrati e operatori del settore. Ho riportato le vicende di Cantalupo del Sannio e di Venafro. Il mio dovere di giornalista è quello di informare. Non credo sia “populismo” parlare di rapporti (come quello della Confcommercio “Mani del crimine sul Molise” del 2006) dove si legge facilmente: “Il clan casertano dei casalesi esercita una sua influenza nella zona di Venafro in Molise”. Un giornalista ha il dovere di chiedere, di porre interrogativi. Dopo un sequestro fatto a Cantalupo del Sannio (stiamo parlando del boss di Sant’Anastasia) del valore di due milioni di euro, è possibile chiedere cosa sta accadendo? Nella relazione annuale della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata mafiosa o similare, a pagina. 43, si legge: “In Molise risiedono soggetti collegati alla cosca Bellocco di Rosarno”. Si può, senza provocare “turbamenti” e “delusioni”, capire chi sono questi delinquenti che vengono nella nostra amata terra a fare i loro sporchi affari? O dobbiamo ritenerli piccoli episodi e andare avanti facendo finta di nulla? Il dovere di un giornalista è quello di raccontare i fatti. E, da qualche tempo, io ho deciso di raccontare questi fatti. Non si tratta di offendere una Regione, ma di difenderla dalla criminalità organizzata (che è ben impiantata e fa affari). Il concetto è ben diverso da quello che si vorrebbe far passare. Non capisco poi, caro assessore, cosa significa: “quelli che non la pensano come noi, in questa terra, hanno bisogno del nostro aiuto, di una maggiore ricerca di confronto e di dialogo da parte nostra perchè, relegati in angusta minoranza, sono costretti a cercare altre vie, oltre quella democratica per antonomasia, per distinguersi, esistere, per cercare di ribaltare il rapporto”. Angusta minoranza? Cercare altre vie? Oltre quella democratica per anotonomasia? Per distinguersi? Per cercare di ribaltare il rapporto? Sino a quando non si capirà che questa battaglia dovrà essere combattuta per raggiungere un solo obiettivo continueremo a creare contrapposizioni e falsi problemi. Non è questione di destra o di sinistra. Non è soltanto una questione politica. Il problema serio, che esiste, riguarda tutti noi. Riguarda la politica (che su questi temi ha dormito), riguarda le forze dell’Ordine (che fanno quotidianamente il proprio dovere), riguarda tutte le Istituzioni e i cittadini. Senza questa coesione si continuerà a ragionare di mere “ragioni politiche”. Vorrei, poi, sapere chi ha trasformato, come scrive l’attento assessore, gli indizi in colpe e chi ha generalizzato i comportamenti di alcuni? Se si parla di ‘infiltrazioni della criminalità organizzata’ in questa terra significa considerare il Molise una Regione mafiosa? Significa offendere la dignità o la storia di un popolo? Questa terra ha bisogno, come spiega Vitagliano, “di certezze, di speranza, di valorizzare vocazioni e peculiarità, di dare spazio ai talenti che ha, non avvitarsi, vergognandosi, su mali che non ha”. Di questi temi dovrebbe occuparsene la politica regionale. Dovrebbe chiedersi perché tanti giovani molisani preferiscono ‘scappare’ da questa bellissima, ma sfortunata, Regione. Ogni tanto chiedetevi il perché di certe situazioni. A volte, con impegno, si trovano anche delle risposte. Accanto a queste problematiche perché non accendere il campanello d’allarme sulla presenza delle mafie? Sembra una vergogna parlare di certi problemi. Anche il sottoscritto, in un passaggio, “dissente molto meno”da Vitagliano. L’assessore regionale ha ragione quando scrive: “Guardo a queste condizioni, se dovessero affermarsi, con vera preoccupazione. Le conseguenze per il nostro Molise sarebbero ben più allarmanti e gravi rispetto alla presenza di pochi beni da confiscare o a qualche colloquio in carcere”. Ecco lo scopo dei miei “scritti”. Informare i cittadini molisani del pericolo. E invece di perdere tempo in queste inutili polemiche sarebbe opportuno iniziare a parlare, a confrontarsi sulle infiltrazioni mafiose. Credo fortemente, caro assessore, che è anche necessario continuare ad invitare personaggi come Lorenzo Diana (ex componente della commissione antimafia, minacciato di morte dalla camorra), Rosaria Capacchione (giornalista de Il Mattino, minacciata di morte dalla camorra), Raffaele Sardo (autore del libro ‘La Bestia’ con prefazione di Roberto Saviano) e tanti altri. Ma non basta. Prossimamente, altri personaggi antimafia verranno in Molise per portare la loro testimonianza. Io cerco di fare la mia parte. Di capire e di raccontare che l’isola felice non c’è più.

* giornalista (dechiarapaolo@gmail.com)

 

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Mio marito Gheorghe è morto come un cane

Gheorghe RADU, Campomarino 1 maggio 2011
Gheorghe RADU, Campomarino 1 maggio 2011

Nel 2008 il bracciante rumeno aveva 35 anni. Dopo tre anni sua moglie chiede giustizia.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)
“Chiedo giustizia per la morte di mio marito. Sono passati tre anni e ancora è tutto fermo. Voglio conoscere la verità processuale, i responsabili devono essere individuati. Gheorghe è stato lasciato morire come un cane”. Con queste parole Maria, la moglie del giovane rumeno morto di lavoro in Molise, è intervenuta alla manifestazione organizzata per commemorare il bracciante agricolo. Che il 29 luglio del 2008, a soli 35 anni, trovò la morte nei campi di lavoro di Nuova Cliternia. Una piccola frazione di Campomarino. In Molise. Dove il lavoro nero è pratica quotidiana. Soprattutto in quei territori, dove esiste un’alta percentuale di caporalato. Nel rapporto Istat del 2010 (Noi Italiani. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo) si legge: “la quota di lavoro irregolare del Mezzogiorno è più che doppia rispetto a quella delle due ripartizioni settentrionali… Tra le regioni meridionali spicca il valore particolarmente alto della Calabria seguita a distanza da Molise e Basilicata”. Ma in Molise il dibattito sul lavoro nero non è mai stato aperto. Nessuno ne parla. Nessuno s’indigna. I lavoratori sfruttati hanno paura di perdere il “lavoro”. E dormono anche nei campi. Si attrezzano e restano attaccati all’unica speranza lavorativa. In condizioni disumane. L’esempio di Gheorghe sembra non essere servito a niente. Proprio nel giorno della sua commemorazione, nel posto in cui è stata posizionata la croce in ricordo di quel vergognoso episodio, erano presenti dei braccianti che raccoglievano i finocchi. Nel giorno della festa dei lavoratori. “Viviamo in un mondo cattivo – ha aggiunto Maria Radu nella chiesa di Nuova Cliternia – non esiste solidarietà tra le persone. Ho subito un incidente stradale, sono finita in una cunetta. Ho avuto difficoltà a ricevere dei soccorsi. Le persone fanno finta di niente. Ma questa è la cosa più sbagliata”. Dopo le celebrazioni sul campo di lavoro, dove Gheorghe Radu è stato abbandonato e lasciato morire “come un cane”, la manifestazione si è spostata nella piazza di Nuova Cliternia. Dove il parroco ha messo a disposizione la sua chiesa per i vari interventi. Per non dimenticare un lavoratore. Che si pagava i contributi da solo. Che sperava in un futuro migliore per la sua famiglia. Per sua figlia Valentina. Che ha commosso tutti con la sua lettera indirizzata al caro papà. “Mi manchi tanto, ogni giorno che passa sento la tua mancanza, sempre di più. Vorrei che tu fossi qui con me e con la mamma. Sto crescendo in fretta, peccato che non sei qui vicino a me. Ti voglio abbracciare forte e non lasciarti mai più andar via. Tutti mi chiedono perché sono triste. Ma loro non sanno che io sto soffrendo, perché mi manchi tu”. Quanto tempo ancora, Maria e Valentina, devono attendere per conoscere la verità? Troppe sono le domande senza risposte. Quel giorno Gheorghe si sentì male. Non venne soccorso. Chi era presente? Chi non ha offerto i soccorsi? Probabilmente, Gheorghe, poteva essere salvato. Perché è calato un assordante silenzio su questa vicenda? Perché le Istituzioni regionali non si sono comportate da Istituzioni? L’Assessore regionale Angela Fusco Perrella ha così risposto, dopo diversi mesi dal fatto, a un’interrogazione regionale: “Non ci sono elementi di conoscenza per rispondere a questa interrogazione, ricordo che la delega alla sicurezza è dell’Assessorato alla Sanità. Per quanto mi riguarda ho solo competenza per il problema dell’emersione del lavoro nero e il controllo di alcune fasi lavorative in determinate aziende. Comunque sono a conoscenza dell’argomento, ma in maniera indiretta”. Ecco come argomenta la classe dirigente molisana. Che continua a non fare il proprio dovere. Per il secondo anno consecutivo a Campomarino si è voluto ricordare Gheorghe. Grazie anche all’impegno di una dignitosissima donna, come Maria Radu. Per il secondo anno consecutivo si è registrata la totale assenza delle Istituzioni regionali, della classe politica. E anche di un’opposizione spenta, dormiente, distruttiva e incapace di contrastare un centro-destra fallimentare. Impegnata con le campagne elettorali e con le continue sconfitte. In una Regione in cui le mafie fanno i loro sporchi affari. Secondo l’ex presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia in Molise operano tre mafie: la camorra, la sacra corona unita e la ‘ndrangheta. Per il ciclo del cemento, per il riciclaggio, per il traffico di sostanze stupefacenti, per i rifiuti tossici, per l’affare dell’eolico. E per il lavoro nero. L’isola felice, termine molto caro alla classe dirigente (impegnata a mettere sotto il tappeto i problemi invece di risolverli), è contraddistinta soltanto dalla capacità di sostituire magistralmente il diritto con il favore. Del signorotto di turno che, con le pacche sulle spalle, attua il clientelismo più becero. Per fini elettorali. L’unico obiettivo della politica molisana. Sono trascorsi tre anni da quel maledetto giorno. L’indagine della Procura della Repubblica di Larino ancora non è stata chiusa. Risultano indagati tre soggetti: Teodoro Zullo, Edilio Cardinale e Domenico Scarano (con il quale Gheorghe aveva già lavorato in altre due occasioni). “Chiediamo con forza – ha dichiarato il consigliere regionale del Pd Michele Petraroia – che la Procura della Repubblica di Larino dia delle risposte. Gheorghe Radu è la fotografia del nostro tempo di chi cerca una vita migliore e si ritrova clandestino e preda del caporalato. Di chi viene messo su un furgone quando è ancora notte e rientra a casa quando è nuovamente notte. Di chi nelle campagne è spremuto, sfruttato e privato di qualsiasi diritto nell’indifferenza e nell’ignavia di una società distratta, assente, collusa e silente”. Per Tiziano di Clemente del PCL Molise è necessario che il Comune di Campomarino individui un luogo da intitolare al giovane lavoratore rumeno. “Chiediamo che questa storia, proprio perché emblematica, sia rappresentata con una tabella esplicativa, nel luogo  che sarà individuato, perché tutti ricordino e tutti sappiano in quale società viviamo e quali sono le spietate leggi del modo di produzione dominante. Perché si rompa il silenzio e l’oblio su una vicenda che invece deve rimanere viva nell’opinione pubblica e nei lavoratori molisani”. Dallo sdegno e dall’indignazione deve nascere il riscatto.
(
02/05/2011)
da Malitalia.it
http://www.malitalia.it/2011/05/mio-marito-gheorghe-e-morto-come-un-cane/

da Articolo 21.info
http://www.articolo21.org/3107/notizia/morti-sul-lavoro–mio-marito-gheorghe.html


DE MAGISTRIS e le INTERCETTAZIONI

 

Luigi de Magistris e Paolo De Chiara

“Ho voluto scrivere questo libro per lasciare una testimonianza. So benissimo come funzionano le cose in Italia, come si disintegrano le indagini, come si polverizzano, come si modifica, come si falsifica. Nel libro c’è la mia verità e il racconto di un uomo e di un magistrato che ha vissuto e pagato in prima persona il torto di aver cercato di applicare, fino in fondo e fino alla fine, senza fare valutazioni di opportunità, la Costituzione e, in particolare, l’articolo 3 che dice che la legge è uguale per tutti”.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com) 

Il popolo c’è. E quando il popolo è presente c’è motivo per essere ottimisti. E se il popolo si mette in movimento lo siamo ancora di più tutti quanti”. In questo modo è intervenuto, qualche giorno fa ad Isernia, l’ex magistrato di Catanzaro, oggi europarlamentare, Luigi de Magistris. Toccando con mano lo sconforto (per l’attuale situazione del nostro Paese e del nostro piccolo, ma sfortunato, Molise) delle tante persone intervenute alla presentazione del suo libro Assalto al Pm (Chiarelettere, 14,00 euro). Insieme all’ex componente della commissione antimafia Lorenzo Diana e al direttore di Altromolise.it Antonio Sorbo. Nel corso dell’incontro non poteva mancare il riferimento all’ex collega, già governatore forzista della Calabria, Giuseppe Chiaravalloti, indagato proprio da de Magistris per associazione per delinquere nella famosa inchiesta Poseidone. In un’intercettazione telefonica, registrata il 16 novembre 2005 con la sua segretaria, l’ex presidente parla in questi termini del suo collega: “Questa gliela facciamo pagare… lo dobbiamo ammazzare. No, gli facciamo cause civili per danni e ne affidiamo la gestione alla camorra napoletana… saprà con chi ha a che fare… c’è quella sorta di principio di Archimede: a ogni azione corrisponde una reazione… siamo così tanti ad avere subìto l’azione che, quando esploderà, la reazione sarà adeguata!… Vedrai, passerà gli anni suoi a difendersi…”.

L’intera intercettazione è contenuta nel libro, impreziosito dalla prefazione del giornalista Marco Travaglio e dalla postfazione del magistrato antimafia Antonio Ingroia. L’autore di quella “profonda” conversazione è stato messo sotto inchiesta anche dai magistrati di Salerno per corruzione giudiziaria e minacce. “Chiaravalloti nonostante sia o sia stato indagato, non sto seguendo più di tanto le vicende giudiziarie, per fatti gravissimi e oltre ad essere l’autore delle minacce, attualmente è vice-presidente dell’Autorità nazionale per la privacy. Il motivo fondante della legge per le intercettazioni. Ci sarebbe già questo per non discutere su questa legge”. Per de Magistris la profezia di Chiaravalloti si è avverata: “Non mi avvalgo del legittimo impedimento. Ancora oggi, a distanza di anni, complessivamente, sono stati aperti sulla mia vicenda cento procedimenti. Nel momento apicale di Mani Pulite, mi hanno raccontato i colleghi, al massimo hanno potuto raggiungere i trenta-quaranta procedimenti penali a testa. Dobbiamo aggiungere i procedimenti disciplinari. Sono stato messo sotto procedimento disciplinare perché avevo osato dire la verità, accertata dalla Procura di Salerno. Che alcuni magistrati in Calabria sono collusi. Se non lo dice un cittadino che è stato magistrato e che ha visto con i propri occhi, con le proprie mani, con la propria testa e con il proprio cuore la collusione dei magistrati ma chi lo deve dire. Non ci si pone il problema di andare a vedere se è vero. Il fatto solo che abbia osato dire che alcuni magistrati sono collusi, cioè esattamente la verità, perché se la ‘ndrangheta, che conosco meglio per ragioni professionali, non viene sconfitta è per le sue collusioni con la politica, con le Istituzioni, con pezzi della magistratura, con pezzi delle forze dell’ordine, con pezzi dei servizi e con pezzi delle burocrazie. Poi ci sono i procedimenti civili. Ho una causa dove Mastella mi ha chiesto cinque milioni di euro. La profezia di Chiaravalloti si è avverata”.

Ma perché de Magistris ha scritto Assalto al Pm. Storia di un cattivo magistrato? “Ho voluto scrivere questo libro per lasciare una testimonianza. So benissimo come funzionano le cose in Italia, come si disintegrano le indagini, come si polverizzano, come si modifica, come si falsifica. Nel libro c’è la mia verità e il racconto di un uomo e di un magistrato che ha vissuto e pagato in prima persona il torto di aver cercato di applicare, fino in fondo e fino alla fine, senza fare valutazioni di opportunità, la Costituzione e, in particolare, l’articolo 3 che dice che la legge è uguale per tutti”. In questo momento particolare, dove “i deviati sono diventati normali e i normali sono diventati deviati”, è in pericolo, per la legge sulle intercettazioni, l’intero sistema democratico del Paese. “Questa è una legge che ha un obiettivo molto semplice. È fatta per favorire la criminalità, e soprattutto, la criminalità dei colletti bianchi. Questa legge non consentirà più di individuare i reati di mafia dei colletti bianchi, le truffe ai fondi europei. I reati più pericolosi. Tutte le intercettazioni telefoniche non nascono con delitto di mafia. Alla mafia ci si arriva con i cosiddetti “reati fine”.

Per arrivare al delitto di associazione mafiosa si deve cominciare a indagare sulla rapina, sull’estorsione, sull’usura, sull’omicidio, sul traffico di droga. Il tema è quello di portare a compimento il disegno piduista di Licio Gelli sul controllo della magistratura e dei mezzi di comunicazione. Vogliono che il Paese non venga a conoscenza. Per lasciarlo nell’ignoranza, nel pensiero unico, nella normalizzazione. Far passare il messaggio che tutto è normale”. Anche l’ex componente della commissione antimafia, Lorenzo Diana, minacciato di morte dal clan camorristico dei casalesi, non sembra aver dubbi sul provvedimento governativo: “E’ la pretesa di tagliare le mani, di fermare le inchieste della magistratura e quindi la pretesa delle mani libere negli affari, nell’illegalità. La pretesa di mettere il bavaglio ai giornalisti e ai giornali perché non forniscano informazioni. Non siamo di fronte a fenomeni nuovi. Già Gramsci e molti studiosi liberali hanno parlato dei tentativi eversivi di pezzi di classe dirigente e di pezzi di borghesia stracciona come questa. Rozza, che non accetta nemmeno di stare dentro le regole. Esiste la pretesa di essere intoccabili. Quelli che vogliono muoversi senza alcuna regola, senza alcun rispetto delle leggi dello Stato, per imporre il proprio dominio, le proprie logiche affaristiche dentro le Istituzioni. Questo deve far riflettere i cittadini. Chiunque abbia a cuore un impianto di Stato che possa rispondere meglio agli interessi generali e a garantire i diritti dei cittadini non può che ribellarsi rispetto a quanto sta avvenendo nel Paese”. Lo stesso concetto espresso dal maestro del cinema italiano Mario Monicelli, nella trasmissione di Santoro Rai per una notte (realizzata per rispondere alla decisione censoria del servizio pubblico di non mandare in onda i programmi di approfondimento durante la campagna elettorale per le Regionali): “Spero che il nostro film finisca con quello che in Italia non c’è mai stato… una bella rivoluzione…”.

Per l’europarlamentare è necessaria una differenza fondamentale: “Fino alla morte, oltre che alla Costituzione, difenderò l’indipendenza, il pluralismo e la libertà dell’informazione, l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, ben nella consapevolezza che ci sono giornalisti e magistrati che meritano queste libertà e magistrati e giornalisti che se la privano e che sono indegni di fare questi mestieri. Alcuni giornalisti sono megafono della propaganda di regime e alcuni magistrati sono il collante giudiziario di un disegno criminale e immorale che sta massacrando la nostra democrazia”. È necessaria, quindi, quella cultura della legalità auspicata dall’ex presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Lumia, sotto scorta per le minacce di morte della mafia siciliana. Ma cos’è la legalità? “Le più grandi nefandezze non avvengono con la mafia delle coppole e della lupara, ma le più gravi operazioni stanno avvenendo con l’istituto della legalità. Quando mi chiedono di parlare di legalità comincio ad avere un po’ di imbarazzo. Perché legalità è la legge sulle intercettazioni, il lodo Alfano, il processo breve, il legittimo impedimento, la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, i tagli alla scuola. Non avvengono con moti eversivi di piazza, ma attraverso leggi. Diceva Giovanni Falcone che senza una straordinaria mobilitazione culturale e civile le mafie e il malaffare, la corruzione non le sconfiggiamo”. Ed ecco di nuovo comparire il senso civico dei cittadini. L’impegno di ciascuno di noi per cambiare veramente le cose. “È chiaro che ci vuole una grande mobilitazione. Possono comprare tutto, ma non la coscienza e la dignità delle persone. Non critico chi non se la sente, perché mi rendo conto che di fronte a questo tsunami istituzionale qualcuno dice “io non ce la faccio, non reggo”. Ma chi sente dentro una fiamma civile deve fare qualcosa in più. Trovare forme di protagonismo attivo, di cittadinanza attiva, di partecipazione democratica nelle forme che ritiene più idonee alla propria indole.

L’ultimo segmento che ci è rimasto è la coscienza civile di un popolo in movimento, come ci consegna quell’immagine straordinaria del Quarto Stato. Dobbiamo mettere in moto una pacifica e sana ribellione sociale. Ci dobbiamo ribellare di fronte alle ingiustizie manifeste. Lo dobbiamo fare per noi stessi, ma ancor di più, per chi viene dopo di noi”.

*http://www.malitalia.it/2010/06/de-magistris-e-le-intercettazioni/

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Forgione: “Il Molise non è un’isola felice”

“In questo territorio – secondo il procuratore di Larino Nicola Magrone – la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. Qui in Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. In Sicilia poi la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d’avvertimento”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Quando arrivano i soldi dei mafiosi in Lombardia, in Molise, a Duisburg, a Madrid e in qualunque parte del mondo arrivano anche i mafiosi. E questo non è solo un tema delle forze di polizia, degli apparati investigativi o della magistratura. Riguarda la trasparenza dell’economia, il sistema delle imprese, il mercato, la politica, le Istituzioni”. Con queste parole è intervenuto in Molise l’ex presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione (nella foto a sinistra insieme al pm di Campobasso Rossana Venditti) e autore del libro Mafia Export (Baldini Castoldi Dalai Editore, 2009, euro 20). Lo stesso concetto ribadito in passato da diversi giornalisti, magistrati e operatori del settore. “In questo territorio – secondo il procuratore di Larino Nicola Magrone – la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. Qui in Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. In Sicilia poi la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d’avvertimento”. Sulla presenza delle mafie in Molise si è espressa anche il pm Rossana Venditti: “Il Molise non è un’isola felice. Lo dico ossessivamente ogni volta che mi è data la possibilità. Può essere calma e rassicurante la superficie. Sicuramente a un livello sottostante se solo vogliamo e possiamo arrivarci già riusciamo a cogliere e a intercettare dei segnali piuttosto inequivoci”. I segnali continuano ad essere registrati. Dai sequestri di beni legati alla criminalità organizzata alla presenza di soggetti vicini o parte integrante delle organizzazioni criminali, dalle denunce fino ai vari segnali di intimidazione. Ma in questa piccola Regione continua l’assordante silenzio intorno alla presenza delle mafie. E la politica, che dovrebbe intervenire, resta a guardare e a difendere “l’isola felice”, che come ha affermato Forgione “felice non è”. Secondo l’ex presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia, oggi componente dell’Antimafia: “Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza, la camorra. Il Molise per anni ha fatto finta di non vedere, per anni ha abbassato la guardia, per anni ha tacciato di irresponsabilità, paradossalmente isolando e colpendo, quelli che indicavano il male. Non c’è stata prevenzione, non c’è stata un’organizzazione e una strutturazione per impedire e bloccare le prime presenze dell’organizzazione mafiosa, ma si è trasformata la politica in clientelismo, non per esaltare le vostre stupende potenzialità, ma per umiliarle, negarle, offenderle”. E cosa fa la politica locale, oltre a dare il cattivo esempio? Ecco una dichiarazione dell’Assessore regionale alla Programmazione Gianfranco Vitagliano: “Che senso ha citare pochi beni confiscati a qualche delinquente non regionale? Ce ne sono a iosa in tutte le regioni. […]. Il nostro è un popolo di timorati di Dio, lontano dal disprezzo delle regole e legato agli uomini della sicurezza pubblica da rispetto, affetto e riconoscenza. Se, ci si riferisce, ad episodi singolari – sui quali la magistratura sta facendo luce nell’ambito dei propri doveri – intanto, si rispetti il lavoro d’indagine, non lo si condizioni e se ne aspettino le conclusioni nel giudizio. Prima di tutto ciò non si trasformino gli indizi in colpe, non si generalizzi estendendo a tanti quello che potrebbe essere stato comportamento improvvido di alcuni e, soprattutto, non si facciano consapevolmente, alla dignità e alla storia di un popolo, danni ben maggiori rispetto a quelli che deriverebbero dagli ipotizzati comportamenti delittuosi. Questa terra ha bisogno di certezze, di speranza, di valorizzare vocazioni e peculiarità, di dare spazio ai talenti che ha, non di avvitarsi, vergognandosi, su mali che non ha”. Mentre la classe dirigente molisana, quindi, continua a mettere sotto il tappeto problemi che andrebbero affrontati con onestà, coraggio e costanza è utile seguire il ragionamento del presidente dell’Anm Molise Rossana Venditti: “In Molise il fenomeno malavitoso non ha manifestazioni eclatanti, facilmente percepibili e facilmente decifrabili. Non abbiamo, per nostra fortuna, i morti per strada e non abbiamo le saracinesche che saltano. Cominciamo ad avere situazioni più sottili che vanno decifrate, comprese, ricollegate tra di loro e indagate con professionalità. Tutto ciò implica un livello di preparazione ancora maggiore di quello che viene richiesto in realtà dove il fenomeno oramai è conosciuto, indagato. Dove ci sono sentenze passate in giudicato che dicono che esiste una certa realtà criminale così denominata, che ha quella struttura, che ha quella storia. In Molise lavoriamo ancora in una fase sperimentale, di decifrazione. Fatichiamo molto a farlo. Non esistono le capacità di capire fino in fondo cosa sta succedendo e la disponibilità ad esporsi e ad assumere un ruolo, che per definizione è un ruolo scomodo: quello di chi denuncia, quello di chi testimonia, quello di chi inizia un percorso pieno di incognite. Come magistratura molisana ci proponiamo e cerchiamo di essere disponibili, autorevoli, rassicuranti. E’ una fatica quotidiana con i nostri numeri, con i nostri mezzi e con i nostri organici. Che sono, purtroppo, del tutto inadeguati. Non è ancora sufficiente perché non abbiamo quel ritorno che auspicheremmo. Se l’infiltrazione di tipo criminale è un’infiltrazione di tipo economico, noi siamo terra di investimento”. Fondamentale è quindi parlarne. Continuare con il concetto di “cultura della legalità”. Per cambiare le coscienze, per far conoscere la realtà, quindi anche i rischi e i pericoli. “Il giorno che è uscito questo libro – ha dichiarato Forgione – il presidente del consiglio non ha trovato di meglio che dire che non bisogna più scrivere libri di mafia perché rovinano l’immagine dell’Italia. Di mafia dobbiamo parlarne, perché dobbiamo rompere questo muro di omertà sul territorio. Mi fa piacere che è stato usato come pretesto il mio libro per aprire una riflessione in Molise, in questa isola che felice non è. Ho scritto un libro raccogliendo anche l’esperienza della Commissione Antimafia. Un libro contro l’ipocrisia. L’ipocrisia vale per il mondo. Vale per l’Australia, vale per la Germania, vale per la Lombardia e può valere anche per il Molise”. Qual è l’ipocrisia? “E’ quella che non vede le mafie fino al momento in cui le mafie non insanguinano le strade”. Ritorna il concetto che si riscontra da troppi anni in Molise. Per Forgione: “Il massimo di questa ipocrisia l’abbiamo riscontrata in questa dimensione internazionale con la strage di Duisburg. I tedeschi sapevano delle famiglie in lotta dal 1991, al punto che nel 2000 la polizia tedesca inviava un rapporto all’autorità italiane, descrivendo in modo minuzioso cosa facevano le famiglie di San Luca. Poi il problema era degli italiani. Riscoprono la ‘ndrangheta quando la notte di ferragosto del 2007 trovano per la prima volta sei corpi uccisi davanti al ristorante. L’altra faccia di questa ipocrisia qual è? Che puoi prendere, in qualunque parte dell’Italia e del Mondo, i soldi dei mafiosi con la presunzione che quando arrivano i soldi sporchi non arrivano anche i mafiosi. Quando abbiamo un fatturato criminale annuo che oscilla tra i 100 e i 150miliardi il problema non è più del rapporto tra l’economia legale e l’economia illegale. Il problema che abbiamo, che dovrebbe essere l’assillo di ogni governo e delle classi dirigenti, è tracciare la linea di confine tra economia legale ed economia illegale. La globalizzazione ha favorito la dispersione di questa traccia, di questo confine netto”. Per l’ex presidente della Commissione Antimafia: “La ricostruzione di un’etica pubblica del nostro Paese deve riguardare la politica, ma deve riguardare anche il mondo economico, deve riguardare le categorie professionali, deve riguardare la chiesa troppo silente in alcune aree del territorio. Deve riguardare tutti. Noi abbiamo il dovere di partire ognuno dal proprio ruolo se vogliamo far superare l’esclusività della dimensione penale e giudiziaria nella lotta alla mafia”. Ma come si riconoscono le mafie?Guardate cosa avviene sul territorio, guardate quante aree agricole stanno diventando commerciali, guardate le varianti ai piani di fabbricazione, guardate alle deroghe alle normative urbanistiche esistenti e cosa avviene in deroga, guardate quanti progetti vengono realizzati con il silenzio-assenso. E cominciate a capire cosa sono le mafie. Diciamoci la verità: in nome dello snellimento nelle procedure sono stati abbattuti tutti gli strumenti di controllo in questo Paese. I fondi europei – continua Forgione – vengono gestiti tutti con l’autocertificazione. È chiaro che tutti i procedimenti sono regolari. In Italia c’è l’anagrafe dei conti correnti bancari, stabilita con legge del 2001. Il decreto attuativo della legge viene fatto a febbraio del 2008. Quanti governi sono passati e perché non è stato fatto? Perché questo santuario del mercato è intoccabile. Bisogna fare un patto con gli imprenditori su questi temi. Il sistema dei subappalti con il massimo ribasso è un sistema criminogeno”. Quale deve essere l’impegno dell’antimafia? “La nostra antimafia deve ripartire da una rilettura del territorio, dei processi di modernizzazione. Oggi le mafie sono soggetti dinamici, imprenditoriali. Sono delle grandi holding economico finanziarie. La ricostruzione di un’etica pubblica passa attraverso la ricostruzione di un meccanismo di trasparenza dei comportamenti individuali e collettivi. Se facciamo questo la lotta alla mafia cambia di significato”. Ma qual è la situazione drammatica che dobbiamo affrontare? “Siamo un Paese che ha garantito la latitanza di Bernardo Provenzano per 40anni. Non esiste una latitanza che può durare tutti questi anni senza un sistema di coperture istituzionali, politiche e sociali. Non a caso che per quella latitanza ci sono vertici dei Ros che devono rispondere anche di fronte alla giustizia. Quando si arresta un latitante, quando si aggredisce la dimensione criminale militare delle mafie è sempre un bene. Ma se da un lato aggrediamo questa dimensione, riconquistiamo fette di territorio e dell’altra, però, garantiamo alla dimensione economico finanziaria di potersi espandere e di inquinare settori interi della nostra economia, anche attraverso processi legislativi che ne favoriscono l’espansione, la lotta alla mafia non la facciamo. Questa è la questione drammatica che noi oggi abbiamo di fronte”.
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