LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Tutti pazzi per il modello danese: ma come funziona?

LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Flexsicurity e il ’triangolo d’oro’ tra imprenditori, lavoratori e sindacati

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Scambio di informazioni”, “riforma strutturale”, “l’Italia guarda con interesse alle esperienze danesi nel mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali”. Ecco le parole chiave dell’incontro tra il presidente del consiglio Mario Monti e il primo ministro danese Helle Thorning Schmidt.

L’incontro tra i rappresentanti dei due Governi si è avuto a Palazzo Chigi. A Monti piace il modello danese. Lo ha ribadito e, probabilmente, attenderà la chiusura dei lavori per la finanziaria (che di ’equo’, per adesso, ha ben poco) per accelerare sul mercato del lavoro. Un settore da ristrutturare, magari guardando con un occhio di riguardo ai lavoratori. Anche per evitare di contribuire a rendere ancora più difficile i rapporti con i sindacati, già imbufaliti per la manovra economica illustrata dal governo tecnico. Con le lacrime della ministra Elsa Fornero e con il sangue di chi chiede vera equità sociale.

Il modello danese sembra piacere un pò a tutti. Ad esempio all’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton che, ultimamente, ha dichiarato di essersi ispirato “per le scelte di politica sociale” all’apprezzato modello danese. Dominique de Villepin (Ministro francese) ha studiato i segreti dello stato sociale del sistema danese. Tutti sembrano innamorati di questo modello. Ma cos’è il sistema danese? Tutto ruota intorno alla parola chiave: ’flexsecurity’. La flessibilità economica unita alla sicurezza sociale. Prendere come punto di riferimento il modello danese vuol dire toccare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (cosa mai riuscita al Governo Berlusconi), rendere i licenziamenti più facili e offrire più ammortizzatori sociali.

In Danimarca gli imprenditori hanno la massima libertà di licenziare con un preavviso di soli cinque giorni. Il lavoratore licenziato percepisce un assegno da parte dello Stato pari all’80-90% del suo stipendio per quattro anni. Un impiego dura in media quattro anni e ogni danese cambia almeno cinque volte datore di lavoro nel corso della sua vita. E i punti deboli? Rifiutare una proposta di lavoro comporta la sospensione del sussidio. Un serio problema per i lavoratori, costretti anche ad accettare un lavoro al di sotto delle loro competenze per evitare di restare disoccupati e senza soldi. Problemi esistono anche per gliimmigrati. La maggior parte è tagliata fuori dal sistema degli ammortizzatori sociali. Chi non ha mai avuto un impiego e chi non ha un titolo di studio si trova fuori dal mercato dellavoro.

Ma un simile modello può funzionare in un contesto come quello italiano? La popolazione danese è pari a 5,5 milioni di abitanti e il governo danese può contare su un prelievo fiscale tra i più alti al mondo. Senza problemi di bilancio. E in Italia problemi seri ci sono sia per il prelievo fiscale (con un’evasione pari a 150miliardi di euro) che per il bilancio statale. Perennemente in rosso. Per non parlare della differenza di popolazione tra l’Italia e la Danimarca. Anche i rapporti tra gli imprenditori e i sindacati sono diversi. Molti parlano di una ’economia negoziata’, con una concertazione che va avanti da oltre un secolo. Nel BelPaese accade il contrario. La vicenda Fiat (come per la disdetta dei contratti) ne è l’esempio più evidente.

I danesi chiamano il loro modello di organizzazione del mercato del lavoro ’golden triangle’ (triangolo d’oro), perché è composto dallo Stato, dai sindacati e dai datori di lavoro. Ed è veramente un modello funzionante”. Queste le parole utilizzate, qualche anno fa, da Cesare Damiano, responsabile Lavoro dell’allora Ds. Per Damiano: “l’entrata e l’uscita dal mondo del lavoro non è un problema perché esiste una forte protezione sociale. Mentre da noi la discontinuità del lavoro è portatrice di malessere e insicurezza, qui la mobilità nel mercato (che investe circa 800mila persone sul totale di 4 milioni di lavoratori) non fa paura, perché l’accesso a un altro impiego è garantito, anche grazie al ruolo attivo del sindacato nella gestione del sistema di orientamento e formazione. In Danimarca, la metà dei disoccupati trova un posto di lavoro in meno di un anno”.

Dello stesso avviso anche Tiziano Treu, ex Ministro del Lavoro. “L’idea che avevamo quando abbiamo scritto la riforma del collocamento l’avevamo presa proprio in Danimarca: servizi per l’impiego basati su un sistema tripartito, che intercettassero i disoccupati e li accompagnassero, con un percorso personalizzato, a un nuovo lavoro e che fossero basati suun ’patto di fiducia’ tra sindacati, impresa e cittadini”.

Sembra, quindi, un buon esempio da seguire, una “buona pratica” da applicare. Mavarrebbe anche nel nostro Paese? Questo aspetto lo spiega il professor Bruno Amoroso, dell’Università di Roskilde: “il modello danese del mercato del lavoro è un sistema integrato in un sistema di relazioni sociali le cui componenti di welfare sono rappresentate dall’insieme costituito dalle politiche del lavoro, istruzione, sanità, servizi sociali, cultura, infrastrutture, ecc. Questo insieme di strutture del welfare è fortemente intrecciato con il sistema dei costi sociali così come il sistema della produzione lo è con il sistema sociale nel suo complesso. Esiste una sorta di simbiosi, diversamente dal sistema italiano cha ha visto l’organizzazione della società e delle sue istituzioni (anche sindacali) costruite intorno alla centralità del sistema industriale, a scapito dell’agricoltura e dei suoi spazi, e lasciando la piccola impresa a elemento residuale e spontaneo. Per queste ragioni i sistemi di relazioni sociali e del mercato del lavoro che come la flexsecurity presuppongo la centralità dell’impresa sul sistema sociale, e sostituiscono alla cittadinanza sociale, i profitti e l’efficienza produttiva, introducono elementi ancora estranei a queste culture”.

Per il giuslavorista Pietro Ichino: “hanno da guadagnare le nuove generazioni, nessuno sarà inamovibile. Il modello danese comporta che una persona che perde il posto di lavoro riceva il 90% dell’ultima retribuzione nel primo anno che poi scala all’80, 70 e 60% nei tre anni successivi. Proprio il costo elevato di questo sostegno al reddito costituisce l’incentivo per l’impresa a far funzionare molto bene i meccanismi di ricollocazione e riqualificazione del lavoratore, perché questo è l’incentivo che funziona in Danimarca”.

Abbiamo sentito anche il professore di Politica Economica, Nicola Acocella, dell’Università La Sapienza di Roma: “In Italia il sistema danese può essere applicato, ma da solo non risolve i nostri problemi e non può essere l’elemento principale. Con questo sistema è il lavoratore che deve darsi da fare”. Però esistono molte differenze con il nostro Paese. Sarà possibile superarle? “Noi spendiamo un sacco di soldi per le casse integrazioni. Con i soldi risparmiati potremo finanziare il nuovo sistema, una volta che andrà a regime. Tra molti anni”. Eppure, lo si è detto, in Danimarca i rapporti tra i sindacati e gli imprenditori sono diversi. “Possiamo utilizzare la concertazione per un nuovo patto sociale, per raggiungere un obiettivo fondamentale: la produttività. Bisogna però vedere il contorno, come verrà applicato questo nuovo modello per il nostro Paese. Che induce, certe volte, a sprecare il talento dei lavoratori qualificati”. Ma abbiamo la mentalità giusta? “Oltre a una mentalità giusta ci vuole un cambio della classe dirigente. Senza questi due elementi nulla può essere applicato in Italia”.

da lindro.it di martedì 13 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Lavoro-c-e-del-buono-in-Danimarca,5009#.TvRtSTXojpk

IL ’COLPO DI SPUGNA’ DELLA FIAT

Ieri la notizia della disdetta dei contratti nazionali con i sindacati

IL ’COLPO DI SPUGNA’ DELLA FIAT

Il parere degli economisti: “col modello Pomigliano il lavoratore è meno tutelato. Si tocca il sistema in modo selvaggio”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Vi comunichiamo il recesso a far data dal 1° gennaio 2012 da tutti i contratti applicati nel gruppo Fiat, e da tutti gli altri contratti e accordi collettivi aziendali e territoriali vigenti, compresi quelli che comprendono una clausola di rinnovo alla scadenza, nonché da ogni altro impegno derivante da prassi collettive in atto”.

Questo è uno dei passaggi della lettera che il gruppo Fiat ha inviato ai sindacati di categoria. Il nuovo modello di contratto, che si adatterà alle esigenze dei vari stabilimenti, è nato aPomigliano. Dove pochi mesi fa un referendum tra i lavoratori, che non lasciava molta scelta, ha creato le nuove condizioni. Un colpo di spugna, da molti ampiamente previsto dopo l’uscita della Fiat da Federmeccanica e da Confindustria (prevista per il 1° gennaio 2012).

Ma cosa accadrà il nuovo anno dopo la decisione dell’Azienda torinese? Per i dipendenti italiani della Fiat (circa 70mila) non ci sarà più il contratto nazionale dei metalmeccanici, ma un contratto nazionale dei dipendenti Fiat. Diversi osservatori parlano di un mero regolamento interno, anche se per il giuslavorista della Fiom, Alleva: “non è sufficiente la disdetta unilaterale di un accordo per non applicarlo più. L’accordo resta in vigore sino a un nuovo accordo, perché vale la clausola di ultrattività”. Anche il nuovo Presidente del consiglio Mario Monti, nel suo primo discorso (17 novembre) aveva fatto riferimento alla contrattazione collettiva: “Intendiamo perseguire lo spostamento del baricentro dellacontrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro”.

Proprio l’Amministratore Delegato Sergio Marchionne ha accolto il nuovo Governo con queste parole: “spero sinceramente che Monti resti al governo fino al termine dellalegislatura. Ho bisogno di questo tempo per introdurre le misure necessarie”. Quali sono queste misure necessarie? Costruire un contratto del settore auto secondo il modelloPomigliano. Dalla lettera, datata 21 novembre, si legge anche una certa apertura del gruppoFiat: “saranno promossi incontri finalizzati a valutare le conseguenze del recesso ed eventualmente alla predisposizione di nuove intese collettive” con “l’obiettivo di assicurare trattamenti individuali complessivamente analoghi o migliorativi rispetto alle precedenti normative”.

Ma gli esempi del passato, in caso di mancato accordo, portano facilmente ad immaginare un’azione unilaterale del Lingotto. Che su questi argomenti non va tanto sul sottile. Per il segretario generale della Fiom Maurizio Landini, che non esclude uno sciopero generale: “finchè c’è lo Statuto dei Lavoratori la Fiat non può decidere quali sindacati stanno in fabbrica e quali no. Noi andremo avanti con le azioni legali e con le denunce”. Landini, che ha anche annunciato “uno sciopero di due ore da utilizzare per assemblee informative entro il 29 novembre, nomina lo Statuto dei Lavoratori, che negli ultimi anni è stato sempre al centro delle polemiche politiche.

Il bersaglio dichiarato è l’articolo 18 (“reintegrazione nel posto di lavoro”). Ma cos’è il modello Pomigliano? Attraverso il referendum, fine dicembre 2010, sono state approvate diverse regole. Per l’attività lavorativa: tre turni di otto ore al giorno, a rotazione, per sei giorni lavorativi alla settimana. Per gli straordinari: 120 ore obbligatorie, a richiesta dell’azienda. Per la clausola di responsabilità si prevede il non rispetto degli impegni assunti con l’accordo che comporta delle sanzioni in relazione ai contributi sindacali, ai permessi per direttivi e sindacali. Sulla pausa per i lavoratori (argomento fortemente contestato) se ne prevedono tre di 10 minuti. E la pausa mensa è stata prevista a fine turno, per la durata di trenta minuti. Tre le norme inserite nel testo finale dell’accordo: la rappresentanza sindacale (solo per le sigle sindacali firmatarie dell’accordo), il nuovo inquadramento (cinque gruppi professionali per semplificare l’avanzamento di carriera) e l’incremento salariale (30 euro lordi, in media, al mese per dodici mensilità, con aumento fino a 100euro al mese sui minimi).L’accordo di Pomigliano venne firmato, tranne dalla Fiom, da tutte le altre sigle sindacali di categoria (Fim. Uilm, Ugl metalmeccanici, Fismic, associazione dei quadri Fiat e Lingotto).

Oggi Rocco Palombella, della Uilm, parla di “fatto grave”. Mentre per Giuseppe Farina, segretario generale della Fim: “a noi non è piaciuta, ma ne abbiamo preso atto”. Cremaschidella Fiom parla di “fascismo aziendalistico” perché la decisione di Marchionne “ha il solo scopo di togliere le residue libertà ai lavoratori Fiat. Molti osservatori hanno sottolineato l’immobilismo del nuovo Governo. Per l’ex vice presidente di Confindustria, GuidalbertoGuidi: “il governo non si può occupare di quelli che sono gli accordi sindacali. La cosa riguarderà le parti sociali. Dovrebbe invece cambiare lo Statuto dei Lavoratori”. Passano gli uomini politici, cambiano i governi, ma lo Statuto dei Lavoratori del 1970 è sempre al centrodella questione lavoro. La palla è nelle mani del nuovo Ministro del Welfare, Elsa Fornero(torinese) che in passato ha partecipato a un congresso della Fiom di Landini.

Per capire meglio come potrebbe mutare lo scenario dopo quest’ultima presa di posizione dell’Ad Marchionne abbiamo sentito Luigi Aldieri, docente di Economia presso l’Università degli Studi di Napoli Parthenope: alla Fiat, ci dice“Vogliono applicare l’accordo diPomigliano. L’obiettivo è incrementare la produttività, aumentare il lavoro con pari stipendio. Vogliono fare emergere gli incrementi di produttività. Non livellare, ma trattare i singoli secondo la produttività. Per premiare la competitività e la produttività.

Sulle condizioni del nuovo contratto il professore chiarisce: “la cosa importante è vedere bene il superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Si passa dalla contrattazione collettiva a quella locale. Ma il diritto dei lavoratori non è uguale dappertutto. Non è tutelato con un altro accordo in un altro settore. Si toccano, con questa scelta, i diritti dei lavoratori, non assicurati a livello nazionale”.

Nessuna ricaduta a danno dei lavoratori, dunque? A cosa si devono allora dichiarazioni pesanti come quelle di Cremaschi: “Io parlerei di una rivoluzione del lavoro. – rispondeAldieri – I benefici e i costi ci sono in tutte le cose. Questa scelta però può portare più costi che benefici. Prima di pensare all’Europa dovremo pensare ad un equilibrio. Invece si toccano dei settori con sistemi selvaggi. L’alibi della crisi viene utilizzato per poter agire in certi settori in questo modo. Ora inizieranno una serie di ricorsi.”.

Nicola Acocella, anch’egli professore, ordinario alla facoltà di Economia de La Sapienza di Roma ci va più pesante “non ci sono più le protezioni. Il lavoratore è meno tutelato. Le relazioni industriali rischiano un’involuzione in materia di godimento dei diritti”. Le sue previsioni sul dopo- Pomigliano sono decisamente pessimistiche, e riguardano l’intero mondo del lavoro:“vigerà un sistema in cui i lavoratori si ribelleranno invece di collaborare”, sentenzia Acocella.

Eppure il caso non pare conoscere una grossa eco nei media internazionali. Ancora si ricorda il modo in cui testate di peso come il ’Financial Times’ accolsero l’accordo di Pomigliano,definendolo quasi come una conseguenza inevitabile delle dinamiche nel mercato del lavoro mondiale. Anche il professore ricorda un caso fuori dai confini italiani “in Germania, ad esempio, che non ha improntato la sua politica su queste scelte, si è riusciti a salvare l’occupazione anche se sono stati ridotti gli orari di lavoro e gli stipendi. Lì il sistema ha tenuto, ma non credo che la stessa cosa sia replicabile in Italia”.

da lindro.it di mercoledì 23 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Il-colpo-di-spugna-della-Fiat,4622#.TvRjJjXojpk

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE

Mario Monti ufficializza la squadra del governo tecnico

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE

Personalità di alto profilo con qualche trascorso. Per il ’Financial Times’ “è l’ultima chance”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

E’ l’ultima chance” per il ’Financial Times’, che spiega: “se un fallimento in Grecia sarebbe un semplice fastidio, in Italia sarebbe devastante. Quello che dovrà fare Monti sarà estremamente difficile”, gli servirà “una grossa dose di fortuna”. Ma non solo. Servirà impegno, serietà e coerenza per risollevare le sorti del Paese, gestito in questi ultimi anni in modo molto approssimativo.

La squadra di tecnici, composta dal nuovo Presidente del consiglio, è stata resa pubblica. Dopo diverse ore di colloquio con il Capo dello Stato, Monti ha ufficializzato i nomi dei nuovi ministri. Ecco la lista: Mario Monti, Presidente del consiglio con delega alle Economia e alle Finanze; Corrado Passera, allo Sviluppo e Infrastrutture; Giampaolo Di Paola, alla Difesa;Anna Maria Cancellieri, all’Interno; Paola Severino, alla Giustizia; Giulio Terzi di Santagata,agli Esteri; Elsa Fornero, al Lavoro e alle Politiche Sociali; Francesco Profumo, all’Istruzione, Università e Ricerca; Lorenzo Ornaghi, ai Beni culturali; Renato Balduzzi, alla Salute; Mario Catania, alle Politiche Agricole e forestali; Corrado Clini, all’Ambiente. Cinque ministri senzaportafoglio: Enzo Moavero Milanesi, Affari Europei; Piero Gnudi, Turismo e Sport; Fabrizio Barca, Coesione territoriale; Piero Giarda, Rapporti con il Parlamento; Andrea Riccardi, Cooperazione internazionale. Antonio Catricalà, presidente dell’Antitrust, sottosegretariodella Presidenza del Consiglio.

Il programma di Governo sarà presentato domani. Ma chi sono gli uomini del presidenteMonti?

Partiamo dal banchiere Corrado Passera, ministro allo Sviluppo Economico e alle Infrastrutture. Uno dei protagonisti della privatizzazione dell’Alitalia, dove gli italiani si sono preoccupati delle perdite e la nuova cordata ha investito nella società sana. Durante la conferenza stampa lo stesso Monti ha tenuto a precisare: “ho considerato la sua storia come una importante premessa e promessa di una sua attività proficua senza che ci siano nelle sue nuove funzioni possibili intralci legati alla sua attività passata”. Ma chi è Passera e perché, anche dopo Berlusconi, si torna a parlare di conflitto di interessi? E’ l’amministratoredelegato di Intesa Sanpaolo. Membro del Consiglio di Amministrazione dell’Università Bocconi e della Fondazione Teatro alla Scala, è consigliere e membro del comitato esecutivodell’Associazione Bancaria Italiana. E’ stato anche direttore generale di Cir, direttore generale di Arnoldo Mondadori Editore e del gruppo L’Espresso. Da ’Il Fatto Quotidiano’ del2 settembre 2010 si apprende: “la banca guidata da Passera, finanzia la compravendita di una società di cui lo stesso Passera è azionista. E i Fontana (industriali brianzoli, ndr),secondo quanto dichiarano all’epoca, sono pronti ad acquistare, oltre alla quota di controllo parcheggiata in una finanziaria lussemburghese, anche le azioni dei piccoli soci dell’Hotel. Quindi, in teoria, anche quelle dei Passera. Per togliersi dall’imbarazzo il banchiere avrebbe potuto rendere nota la sua posizione agli altri consiglieri di amministrazione di Intesa chiamati ad approvare il prestito. Ma Passera tace”. La stessa famiglia Fontana entrò nella cordata organizzata dal banchiere per rilevare Alitalia.

Giampaolo Di Paola, Ministro della Difesa, ammiraglio. Presidente del comitato militaredella Nato. E’ stato Capo di stato maggiore della Difesa e capo di gabinetto con il ministrodella Difesa Carlo Scognamiglio (centro-destra) e con Sergio Mattarella (centrosinistra).

Anna Maria Cancellieri, Ministro dell’Interno. Già commissario prefettizio a Bologna, dopo le dimissioni di Del Bono per il ’Cinziagate’. Nominata da poco commissario a Parma. Ha ricoperto anche il ruolo di commissario del teatro Bellini di Catania.

Paola Severino, Ministro della Giustizia. Vicina all’ex presidente del consiglio Romano Prodi. Avvocato penalista, ha difeso Cesare Geronzi, i Caltagirone, Roberto Formigoni, Romano Prodi, Gaetano Gifuni (ex segretario della presidenza della Repubblica) e Salvatore Buscemi, il capomandamento della famiglia mafiosa di Passo di Rigano. Ha assistito uno dei dirigenti di polizia imputati per l’irruzione nella scuola Diaz.

Giulio Terzi di Santagata, Ministro degli Esteri. Attuale ambasciatore italiano a Washington. Ha ricoperto la carica di consigliere politico della rappresentanza d’Italia presso la Nato. E’ di casa alla Farnesina, dove ha già ricoperto l’incarico di vice segretario generale, direttore generale per la cooperazione politica multilaterale e diritti umani e direttore politico. E’ stato ambasciatore d’Italia in Israele e rappresentante permanente d’Italia alle Nazioni Unite a New York. Giurerà domani.

Elsa Fornero, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali. Vicepresidente del Consiglio disorveglianza d’Intesa San Paolo, docente di Economia Politica (facoltà di Economia) all’Università di Torino e componente del Nucleo di valutazione sulla spesa previdenziale presso il ministero del Lavoro. Ha fondato il Cerp, Centre for Research on Pensions and Welfare Policies, a Moncalieri.

Il dopo Gelmini si chiama Francesco Profumo, Ministro all’Istruzione, Università e Ricerca.Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche. E’ stato Visiting Professor in USA, in Giappone, in Repubblica Ceca e in Argentina. Membro del Consiglio di Amministrazione di Telecom Italia.

Lorenzo Ornaghi, Ministro ai Beni Culturali. Rettore dell’Università Cattolica di Milano, al terzo mandato. Direttore dell’Aseri (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali), dellarivista Vita e Pensiero. E’ vicepresidente di Avvenire e della Fondazione Vittorino Colombo di Milano. Membro del Cda della Fondazione Policlinico Irccs di Milano. Pochi anni fa ha ricevuto dal Comune di Milano “l’Ambrogino d’Oro”.

Renato Balduzzi, Ministro alla Salute. Professore di diritto costituzionale nell’Università delPiemonte Orientale. Ha presieduto la commissione ministeriale per la riforma sanitaria.Consigliere giuridico del Ministro delle politiche per la famiglia.

Mario Catania, Ministro alle Politiche Agricole e Forestali. Capo dipartimento delle politiche europee e internazionali del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali.

Corrado Clini, all’Ambiente. Direttore generale del ministero dell’Ambiente. Indagato per l’inquinamento prodotto da un impianto di incenerimento di rifiuti della società svizzera Thermoselect, difeso dall’avvocato Carlo Taormina. Posizione archiviata. Clini rientra anche in una vicenda sollevata dai cambogiani e dal ’Corriere della Sera’, dopo una denuncia presentata da padre Alex Zanotelli. Che, nel corso di una conferenza stampa, aveva posto interrogativi legati al risanamento e trasferimento della più grande discarica di Dandora (Nairobi). Il neo ministro utilizzò queste parole per rispondere: “forse disturbiamo the lords of pauperty, i cosiddetti benefattori di professione, che vivono sulla miseria dei disperati”. La storia la racconta Gianni Ballarini sulla rivista ’Nigrizia’: “A gestire, direttamente da Roma, l’operazione è Corrado Clini. Sarà lui che il 14 e il 15 agosto del 2007 scenderà a Nairobi per incontrare le autorità locali e gli stessi comboniani, per convincerli della bontàdell’iniziativa e per garantire su Eurafrica (una società italiana con uffici in Kenya e 10mila euro di capitale sociale, ndr.). Perché, nel frattempo, compare questa società, con sedi a Napoli e Roma, alla quale è stato affidato lo studio di fattibilità. E qui i misteri iniziano a infittirsi. Innanzitutto, non è chiaro chi le abbia assegnato l’incarico. Clini, nei suoi documenti, scarica la responsabilità sui colleghi kenyani. I quali cascano dalle nuvole”. “Al dottor Clini – hanno commentato Greenpeace, Legambiente e Wwf – vanno le nostre congratulazioni per il prestigioso incarico che gli è stato conferito. Ci aspettiamo che il suo impegno nel gabinetto Monti possa segnare una svolta positiva e un cambio di direzione nelle politiche italiane sull’ambiente a partire da quelle sui cambiamenti climatici”.

Enzo Moavero Milanesi, Ministro per le Politiche Europee. Giudice del Tribunale di primo grado della Corte di Giustizia della Ue. Collaboratore storico di Mario Monti.

Piero Gnudi, Ministro dello Sport e del Turismo. Consigliere di amministrazione di Unicredit, Astaldi e de ’Il Sole 24Ore’. Membro direttivo di Confindustria, della giunta direttiva di Assonime (associazione tra le società per azioni), del comitato esecutivo dell’Aspen Institute. E’ stato presidente di Iri e di Enel. Amico di bicicletta di Romano Prodi.

Fabrizio Barca, Ministro alla Coesione Territoriale. Direttore generale presso il ministerodell’Economia e delle Finanze. Un curriculum di studi internazionale. Figlio di Luciano Barca, partigiano, deputato nelle fila del Pci, direttore dell’Unità ed economista. Collaboratore diEnrico Berlinguer. E’ stato accolto da Calderoli (Lega) con queste parole: “se il buongiorno si vede dal mattino, allora è notte”. Il neo ministro è stato nominato presidente del comitato per le Politiche territoriali dell’Ocse.

Piero Giarda, Ministro per i rapporti con il Parlamento. Responsabile del Laboratorio di Analisi Monetaria dell’Università Cattolica di Milano e componente del Comitato direttivodella scuola per il dottorato in Economia e finanza delle amministrazioni pubbliche. Ha insegnato all’Università Cattolica, all’Università degli Studi della Calabria all’Università di Harvard. Vice presidente della Fondazione Milano per la Scala, presidente della Fondazione Internazionale Monte Rosa, componente del Consiglio di amministrazione del Teatrodell’Opera di Roma. Così rispondeva ad una domanda, dello scorso 4 novembre, sulla famosa lettera inviata dal Governo italia all’Europa: “L’Italia ha bisogno di provvedimenti concreti e non di lettere. Nello specifico la lettera contiene pochissime indicazioni concrete ed è firmata da un personaggio che ha perso molta della sua credibilità”.

Andrea Riccardi, Ministro della Cooperazione Internazionale. Professore di Storia contemporanea presso l’Università degli Studi Roma Tre. Ha fondato la Comunità di Sant’Egidio. Per molti è uno dei rappresentanti del Vaticano.

Antonio Catricalà, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Presidente dell’Antitrust.Consigliere e presidente di sezione del Consiglio di Stato. Professore di Diritto Privato all’Università di Tor Vergata, insegna Diritto dei Consumatori alla Luiss. Capo di gabinettodel Ministro delle Poste Maccanico. Ha collaborato con Berlusconi come segretario generale di Palazzo Chigi.

Per il giornalista economico Claudio Kaufmann, vice direttore di Borsa e Finanza: “E’ l’ultima chance. E’ il migliore dei governi possibili. Viviamo una situazione peggiore di come veniva raccontata. L’unico rischio per questo governo è la politica”.

da lindro.it di mercoledì 16 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Tutti-gli-uomini-del-Presidente,4481#.TuZAy7KXvq4