Più forte della Camorra

Più forte della Camorra

 

“I cambiamenti possono avvenire. Chi dice che Napoli non può cambiare è un uomo senza speranza. Perché gli irrecuperabili non esistono, sono frutto della nostra fantasia. Le conversioni che racconto sono la testimonianza che le conversioni possono avvenire. I cambiamenti avvengono con il coraggio della verità e con il sangue, un elemento molto fertile. I martiri sono una grande testimonianza”.

(di Paolo De Chiara – dechiarapaolo@gmail.com)

 “Come mai questi camorristi, pur vedendo amici ammazzati con ferocia e pur convivendo con la morte sin da piccoli, non smettono di vivere nell’illegalità? Me lo sono sempre chiesto benedicendo quelle salme, e la mia risposta è che nessuno aveva mai aiutato quei ragazzi perché la loro esistenza era considerata senza alcun valore”. Siamo partiti da questa affermazione, dalla quarta di copertina del libro di don Aniello Manganiello (Gesù è più forte della camorra), presentato ad Isernia, per discutere di legalità con l’ex parroco di Scampia (Napoli). Allontanato dai suoi superiori nel 2010 dopo l’ennesimo scontro. Nel libro don Aniello racconta i suoi 16anni vissuti in una terra difficile. Dove ha prestato aiuto ai malati di Aids e ai tossicodipendenti e dove ha condotto battaglie sociali, facendo visita nelle case dei camorristi. Ottenendo anche significative e importanti conversioni.

Don Aniello è così difficile rialzare la testa?
E’ difficile scrollarsi di dosso i tentacoli di questa piovra che è la camorra. Ci sono diversi fattori che provocano una sorta di fatalismo nella gente. Il primo motivo è l’assenza delle Istituzioni. La gente non si sente sufficientemente tutelata dalle forze dell’ordine, dallo Stato.

Perché ha invitato lo scrittore Roberto Saviano a Scampia?
Per conoscere bene quei territori, per capire le problematiche, per comprendere anche questo atteggiamento omertoso della gente che in altre parti d’Italia scandalizza. Bisogna vivere in certi territori. Non si possono fare affermazioni in maniera superficiale o senza dare un’occhiata sulla situazione in maniera complessiva. Non metto in contrapposizione Saviano con don Aniello, non metto in contrapposizione l’antimafia culturale con l’anticamorra delle opere. Racconto la mia esperienza durata 16anni in quel territorio, nel quale sono arrivato con molte paure che mi portavo da ragazzino.

Nel suo libro spiega di non aver mai trattato i camorristi come lebbrosi
Sono stato sempre molto fermo nelle cose. Altrimenti non gli avrei rifiutato il matrimonio, il battesimo o l’iscrizione alla prima comunione. Sono stato sempre molto cordiale, tant’è che loro nei miei confronti avevano una grande stima e anche un grande rispetto. L’organizzazione camorristica è molto diversa dall’organizzazione mafiosa. La camorra, in tutta la Campania, è frantumata in centinaia di clan, uno si alza la mattina e costituisce un clan. Pur di fare soldi facilmente, pur di succhiare il sangue alla povera gente. Ecco il perché delle faide, delle guerre che di tanto in tanto scoppiano. Sono arrivato in questo contesto e mi sono preoccupato di dare voce a quella gente, di dare speranza di fronte a tanta paura, tanta omertà. Non si può chiedere alla gente solo di denunciare, di rispettare le regole, di non rivolgersi alla camorra per risolvere i problemi o questioni grosse. Ma bisogna dare il buon esempio.

Come si dà il buon esempio?
Ho messo in conto i pericoli che potevo incontrare e ho cominciato a denunciare, a prendere posizione.

Qual è stato il gesto iniziale?
L’abbattimento del muro dei sacerdoti della mia congregazione che avevano costruito a protezione del Centro don Guanella. Un muro alto tre metri con un’inferriata di un metro. Ma non è possibile proteggersi chiudendosi al territorio, facendo capire alla gente che si hanno nei loro confronti pregiudizi. Un muro costruito abbatte i rapporti. Noi dobbiamo essere costruttori di ponti, non di muri. E’ stato uno dei primi gesti, un segnale che abbiamo voluto dare di un nuovo corso, di un mondo migliore possibile.

Un mondo migliore è possibile anche in quei territori?
I cambiamenti possono avvenire. Chi dice che Napoli non può cambiare è un uomo senza speranza. Perché gli irrecuperabili non esistono, sono frutto della nostra fantasia. Le conversioni che racconto sono la testimonianza che le conversioni possono avvenire. I cambiamenti avvengono con il coraggio della verità e con il sangue, un elemento molto fertile. I martiri sono una grande testimonianza.

Cosa si può fare in concreto per la cultura della legalità?
Alcuni malavitosi si erano allacciati sulla tubatura dell’acqua del nostro centro e i miei confratelli, i sacerdoti, pagavano le bollette esose di 6/7 milioni di lire perché avevano paura, perché non volevano noie. Quando arrivai e mi resi conto di questa vergogna affrontai questi malavitosi, che mi offrirono dei soldi per pagare le bollette. Dopo quindici giorni tagliai gli allacci. Non ebbi nessuna solidarietà dalla mia comunità.

Come si trova questo coraggio?
E’ una terra meravigliosa la Campania, una terra dalle grandi contraddizioni. Dove i picchi di male si affrontano con i picchi di bene che ci sono. Fu una grande sofferenza per me non aver trovato una grande solidarietà, ma il gesto fu molto apprezzato dalla gente del Rione don Guanella.

E’ difficile denunciare?
Come si fa a denunciare se alle due di notte vedo due poliziotti che mangiano la pizza sul cofano della macchina di servizio con il capo della piazza di droga ‘Pollicino’ legato ai Lo Russo, a cui ho negato il matrimonio e che adesso ho denunciato ancora sui giornali perché si è appropriato di 300metri quadrati di suolo pubblico e ci ha fatto un muro di 40metri per farci il parco gioco per i figli. E la gente non ha parlato per paura. Nemmeno i vigili, nemmeno la polizia e i carabinieri si sono preoccupati di un manufatto abusivo. Ho chiamato la mia amica giornalista de Il Mattino, Giuliana Covella, e ho fatto la denuncia con la mia foto e con il titolo: Don Aniello, abbattete il muro del boss. Quello che mi ha più sconcertato, ecco perché la gente ha paura, è il silenzio assordante che moltiplica il male in quei territori. Dobbiamo cambiare la qualità della vita della gente. Dobbiamo ridurre lo spazio di azione della camorra.

Lei scrive: “Si fa presto a dire che Scampia è abitata dall’illegalità e dalla delinquenza, ma andiamoci piano. Su 80mila persone, 10mila sono coinvolte nella droga, nei furti, nella prostituzione. Gli altri 70mila abitanti sono brava e povera gente che cerca di vivere e di sopravvivere”.
Servono massici investimenti per aiutare questa gente, per avere una qualità della vita a misura d’uomo, a misura della dignità dell’uomo. Chi l’ha fatto quel peccato originale? Costruire un quartiere dormitorio che arriva a 100mila abitanti. Chi li ha messi lì? Senza un centro commerciale, senza una sala cinematografica, senza investimenti lavorativi, senza nulla. Oggi stanno costruendo due edifici per la succursale della facoltà di Medicina della Federico II. Non è possibile. Tutto l’amore per la cultura, ma non è possibile dare certe risposte. Il peccato originale non l’ha fatto la gente. La corruzione ai piani bassi è invasiva e pervasiva come quella ai piani alti, che mortifica la gente.

da MALITALIA.IT del 25 novembre 2011

http://www.malitalia.it/2011/11/piu-forte-della-camorra/

MORIRE DI LAVORO IN MOLISE

Il caso di Gheorghe Radu, morto nel 2008 nelle campagne di Campomarino

MORIRE DI LAVORO IN MOLISE

Il prossimo 17 gennaio l’udienza per proprietari del terreno e datori di lavoro del bracciante.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Chiedo giustizia per la morte di mio marito. Sono passati tre anni e ancora è tutto fermo. Voglio conoscere la verità processuale, i responsabili devono essere individuati. Gheorghe è stato lasciato morire come un cane”. Dopo una lunga attesa la giustizia ha dato una prima risposta alla giovane moglie, Maria Radu. Donna di grande dignità, che non si dà pace per la morte assurda del marito.

Venuto in Italia nel 2004 per trovare fortuna, il bracciante rumeno raccoglieva i pomodori per un’Azienda di Torremaggiore (Fg), pagava i contributi ma lavorava in nero. In Italia doveva pensare a sua moglie e a sua figlia Valentina, che oggi ha 14 anni, ma ancora non è ancora riuscita a capire perchè il padre non è più tornato a casa. Perchè nessuno lo ha salvato e lo hanno lasciato morire “come un cane”. E, soprattutto, cosa è successo il 29 luglio del 2008 nelle campagne di Campomarino, in Molise.

Le due donne sono rimaste sole, con il proprio dolore e il silenzio che ha circondato questa morte. Gheorghe è morto di lavoro in Molise, di lavoro nero.

Nel rapporto dell’Istat ’Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo’, del 12 gennaio 2010 si legge: “la quota di lavoro irregolare del Mezzogiorno è più che doppia rispetto a quella delle due ripartizioni settentrionali… Tra le regioni meridionali spicca il valore particolarmente alto della Calabria (27.3%), seguita a distanza da Molise e Basilicata”. In Molise la Uil ha indicato un calo delle ispezioni. Proprio in uno studio del sindacato del febbraio 2009 (’Lavoro irregolare: il sommerso è ancora una metastasi’) si legge: “ci preoccupa la significativa diminuzione dell’attività ispettiva, che pur se prospettata nel segno di una maggiore qualità (…) rischia di aumentare la sacca di lavoratori in nero e irregolari”.

Nei territori del basso Molise c’è un uso quotidiano del lavoro nero. A quanto pare tutti sanno, tutti sono a conoscenza di questa metastasi, ma poi pochi denunciano. E quando ci scappa il morto nessuno osa chiedere spiegazioni Il coordinatore regionale dell’epoca dellaFillea-Cgil del Molise, Domenico Di Martino, denunciava con queste parole la situazione regionale: “si vorrebbe far passare il Molise come un’isola felice, in cui le regole fissate dalla legge e dai contratti sono sostanzialmente rispettate e i fenomeni di ’criminalità padronale’ sono lontani e limitati a pochi episodi, collegati a realtà imprenditoriali che vengono dall’estero”. Doveroso aggiungere che è spesso la criminalità organizzata, soprattutto la Sacra Corona Unita, a fare uso di questo sistema di lavoro. Lo aveva denunciato l’ex Presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Lumia a Campobasso: “In Molise le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la camorra e la Sacra corona unita (la cosiddetta ‘societàfoggiana’ che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza)”. E Campomarino, il luogo dove Gheorge ha trovato la morte, confina proprio con la provincia di Foggia.

Il Gup ha fissato per il prossimo 17 gennaio 2012, alle ore 11.30, l’udienza preliminare. Gli imputati sono Teodoro Zullo (proprietario del terreno, teatro dell’evento letale), DomenicoScarano e Edilio Cardinale (che assumevano e organizzavano) che “per negligenza, imprudenza e violazione della normativa sulla salute e sicurezza sul lavoro, destinavanoGheorghe Radu a lavoro agricolo in spregio a qualsiasi accortezza”.

Gheorghe aveva problemi di cuore e non ha retto alla fatica. Quel giorno, durante la pausa pranzo, si era accorto che qualcosa non andava. Aveva avvertito i compagni. Non era rientrato sui campi per raccogliere e riempire le cassette di pomodoro. Aveva trovato riparo nei pressi di un tir. Nessuno si è accorto del giovane lavoratore. “E’ stato lasciato morire come un cane” ripete la moglie. “Non è possibile morire a 35anni per lavoro. Durante la mattinata avevo provato a chiamare mio marito. Il telefono squillava, ma nessuno mi ha risposto. Solo la sera ho saputo che mio marito era morto. L’ho saputo da un carabiniere”.

Per l’ex segretario della Cgil, oggi consigliere regionale Petraroia “se fosse stato soccorso forse poteva salvarsi, ma nessuno ha avuto pietà ed è prevalsa la paura”. Aveva iniziato a lavorare, secondo le varie testimonianze, intorno alle 10. Già intorno alle 13 aveva manifestato i primi malori. Morirà qualche ora dopo.

C’è stata omissione di soccorso? Chi si è accorto del malore? I lavoratori, secondo le testimonianze, a un certo punto della giornata vennero allontanati dai campi. Attesero qualche ora per sapere cosa fare.

Con l’imputato Domenico Scarano, il datore di lavoro, il giovane rumeno aveva già lavorato nel 2007 per la durata due contratti: il primo di 20 giorni e il secondo di 51 giorni. “Diverse volte – ha spiegato la moglie Maria – usciva di casa la mattina presto e rientrava a casa intorno alle 23. Gli dicevo sempre che era pesante quel lavoro. Faceva fatica a lavorare. Quel giorno raccoglieva i pomodori. Prendeva i cassoni. Arrivavano anche undici tir al giorno. Ogni autocarro ha 88 cassoni. Un cassone pesa 40 chili”.

Con queste parole la giovane vedova ricorda il marito: “era una persona che non ammetteva le bugie. A lui piaceva la giustizia e la verità. Ho giurato di andare avanti per lui. E per mia figlia che mi dà la forza di continuare questa battaglia”. Ogni anno, da sola, organizza la commemorazione davanti la chiesa e sul campo di lavoro, dove ha posizionato una croce e una foto del marito, per ricordare la tragedia che ha colpito la sua famiglia. Ma in pochi rispondono all’appello di Maria. Ciononostante lei va avanti. “Mi costituirò parte civile. Sono anni che aspetto l’inizio di questo processo”. Il giorno della verità è quasi arrivato. I tre imputati sono chiamati a rispondere di vari reati “concorrendo tra loro a provocare al lavoratore Gheorghe Radu, un evento cardiaco improvviso e con effetti letali, lasciando il medesimo sul terreno agricolo, solo con se stesso nella gestione dei primi sintomi del medesimo evento sino al decesso, fatto di cui gli altri lavoratori e gli stessi Zullo, Scarano e Cardinale si accorgevano solo dopo alcune ore”. Maria è decisa: “i colpevoli devono pagare”.

da lindro.it di giovedì 17 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Morire-di-lavoro-in-Molise,4498#.TuZDq7KXvq4

SE NON FOSSIMO IL PAESE CHE SIAMO… con il Procuratore di Napoli LEPORE

Giovandomenico Lepore
Giovandomenico Lepore


Per la Legalità, per la Democrazia…

… per un’Italia e un MOLISE migliore

SE NON FOSSIMO IL PAESE CHE SIAMO…

Cosa fare per riaffermare la Cultura della Legalità

 

Il giornalista Paolo DE CHIARA incontra:

Lorenzo DIANA

(Coord. Nazionale RETE PER LA LEGALITA’ – Ass. Antiracket e Antiusura)

Enrico TEDESCO

(Segretario generale Fondazione POL.I.S.)

 Rossana VENDITTI

(Sostituto procuratore della Repubblica di Campobasso)

Vincenzo SINISCALCHI

(Avvocato, già parlamentare e componente CSM)


Armando D’ALTERIO

(Procuratore capo Dda Campobasso)

 Giovandomenico

LEPORE

(Procuratore della Repubblica di Napoli)

 

SALUTI: Paolo ALBANO (Proc. della Repubblica di Isernia);  Guido GHIONNI (Pres. Tribunale Isernia)

 ISERNIA giovedì 17 novembre 2011 – ore 18.00

Aula Magna ITIS “E. Mattei”, viale dei Pentri

 

Per info: dechiarapaolo@gmail.comhttp://paolodechiaraisernia.splinder.com/

Finalità mafiosa

Massimo Sabatino
Massimo Sabatino

Finalità mafiosa

9 luglio 2011 (malitalia.it)

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)
“E’ la prima volta che l’Autorità giudiziaria di Campobasso afferma con una sentenza definitiva l’aggravante di un reato con la finalità mafiosa commesso in Campobasso. Abbiamo fatto la nostra parte fino in fondo”. E’ soddisfatto il Procuratore della Dda di Campobasso Armando D’Alterio. Il magistrato tenace del caso Siani. Nella sentenza del 5 maggio scorso si parla chiaramente di “carattere mafioso del movente che spinse il Sabatino”, su mandato di Carlo Cosco (ex convivente di Lea Garofalo) ad introdursi nell’abitazione della donna a Campobasso. Lea Garofalo andava punita per la sua collaborazione. Era il 5 maggio 2009. L’ex convivente di Carlo Cosco, residente in una casa in affitto in via S. Antonio Abate a Campobasso, (dove viveva con la figlia Denise) riceve la visita di un pluripregiudicato di Pagani (Massimo Sabatino) mandato dal suo ex compagno, il padre di Denise. Il piano era stato studiato nei minimi particolari. Nella casa c’era bisogno di un idraulico. Il Cosco era a conoscenza del guasto alla lavatrice delle due donne. Quale momento migliore per attuare il suo piano criminale? Il Cosco era impegnato nella scalata ai vertici del clan. “Doveva essere considerato estremamente pericoloso – si legge nella sentenza – poichè determinato ad eliminare ogni ostacolo materiale si frapponesse a tale ascesa, e, primo fra tutti, la presenza, ai vertici del clan, proprio di quei Garofalo, che dovevano cadere sotto i suoi colpi”. Erano un serio ostacolo le rivelazioni di Lea nei due processi contro la ‘ndrangheta di Petilia Policastro (Kr). Uno relativo all’uccisione di suo fratello Floriano. L’altro per l’uccisione di Antonio Comberiati. Fatto di cronaca consumato a Milano nel 1995. (“Omicidi nei quali il Cosco aveva svolto un ruolo di primo piano, nell’ottica di conquista dei vertici del clan, e della egemonia del territorio”).Proprio a Milano fanno affari e risiedono molti esponenti della famiglia Cosco. A Milano Lea Garofalo è stata rapita, interrogata e sciolta nell’acido. A Milano è iniziato il processo che vede alla sbarra sei imputati. Il padre di Denise (Carlo Cosco), gli zii Vito (il protagonista della strage di Rozzano) e Giuseppe (detto Smith, ha gestito il traffico di droga a Milano e “sembra essere il responsabile dell’omicidio Comberiati”), Carmine Venturino, Rosario Curcio e Massimo Sabatino. Sempre a Milano la piccola Denise ha deciso di testimoniare, costituendosi parte civile. “Chi ha ucciso mia madre deve pagare, solo allora mi sentirò libera per ricominciare”. Il primo tentativo di sequestro, organizzato per costringere la vittima a riferire i contenuti, segreti, della collaborazione e per punirla, non va a buon fine. Il Sabatino, condannato definitivamente a sei anni di carcere (con rito abbreviato), non porta a termine la missione. Viene incalzato dalla coraggiosa Lea. Che non ci vede chiaro. Inizia a fare domande, scoprendo l’inganno. Il falso elettrotecnico Sabatino aggredisce la donna tentando di immobilizzarla e di soffocarla. Ma non ci riesce. “Non solo per la pronta reazione della vittima, ma anche per l’intervento della figlia Denise”. Il piano salta. Viene rinviato. Carlo Cosco e Massimo Sabatino (uno dei luoghi tenenti della famiglia) verranno arrestati il 4 febbraio del 2010 dai militari del Nor della compagnia carabinieri di Campobasso. Il primo a Petilia Policastro e il secondo a Milano. “Avevano messo in atto – queste le parole utilizzate durante la conferenza stampa del febbraio 2010 – un reato tipicamente mafioso, cercando di restare nell’anonimato. Ma non ci sono riusciti”.

Dopo due anni esatti dal fatto è arrivata la condanna definitiva per Massimo Sabatino. Sei anni di reclusione con interdizione in perpetuo dai pubblici uffici e legale per la durata della pena. Per tentato sequestro di persona e lesioni volontarie. Reati commessi su mandato di Carlo Cosco. Una sentenza arrivata grazie all’importante lavoro dei magistrati della Procura di Campobasso, coordinati e diretti dal capo della Dda Armando D’Alterio. Che, dal primo momento, ha cercato di capire quale fosse il senso di quella aggressione misteriosa verificatasi nel maggio 2009 nel capoluogo di Regione. Il lavoro è stato svolto, ha tenuto a sottolinearlo D’Alterio, “in coordinamento con la Procura nazionale nella persona del Procuratore Pietro Grasso e della dottoressa Vittoria De Simone. Abbiamo chiesto e ottenuto riunioni di coordinamento con i colleghi milanesi, con i colleghi della Dda calabrese per uno scambio di informazioni e di supporto investigativo, ma anche ideativo, che secondo noi è alla base di questo primo risultato definitivo che abbiamo ottenuto”. La prima sentenza non definitiva era già stata trasmessa alla Procura di Milano. “Ci apprestiamo a trasmettere – ha continuato il Procuratore Armando D’Alterio – anche quella definitiva che sicuramente potrà essere acquisita a quel dibattimento. Riteniamo che questa sia una pietra miliare anche per quel processo”. In Molise, con l’arrivo di Armando D’Alterio, si respira una nuova aria. Si comincia a fare sul serio.

malitalia.it

http://www.malitalia.it/2011/07/finalita-mafiosa/

Informatizzare la giustizia

Guido Chionni, presidente Tribunale Isernia
Guido Chionni, presidente Tribunale Isernia

 

In attesa della visita del Ministro Brunetta il presidente del Tribunale di Isernia non si sbilancia. 

(di Paolo De Chiara – dechiarapaolo@gmail.com)

“In un clima così acceso, certamente stupido e inopportuno, sarebbe gettare benzina sul fuoco. Questo in un contesto nel quale io sono di quei magistrati che ritiene che il magistrato deve fare il magistrato. Non può fare l’opinionista”. Con questa avvertenza è iniziata l’intervista al Presidente del Tribunale di Isernia Guido Chionni. Con il magistrato non c’è stato verso di affrontare la “riforma” della Giustizia (“Del processo breve non voglio parlare”). Su questo argomento Chionni si è dimostrato intransigente. E, allora, abbiamo analizzato i problemi della giustizia, gli attacchi quotidiani che la magistratura subisce dalla classe politica e l’informatizzazione annunciata dal ministro Brunetta. Che nei prossimi giorni farà visita al Tribunale del capoluogo pentro.

Ma questa “riforma” risolve i problemi della giustizia? Cosa deve sapere l’opinione pubblica?

“Detto che non è mio compito parlare di questa riforma, quello che da magistrato con 42 anni di servizio, con la responsabilità di dirigere un ufficio, penso di poter dire innanzitutto una cosa. Il problema della giustizia per la lunghezza dei processi riguarda soprattutto la giustizia civile e un po’ meno la giustizia penale”.

Problemi che toccano da vicino i cittadini.

“Che toccano da vicino i cittadini come il penale. Il problema principale della situazione della giustizia, dei difetti, dei guai, dei problemi della giustizia oggi sta in due termini fondamentali. Uno: la mentalità, l’approccio, le norme. Due: la quantità del contenzioso”.

Si spieghi meglio.

“Il nostro è un Paese troppo litigioso. Si litiga anche per le cose più stupide e più piccole. E questo è un difetto enorme che ci portiamo addosso. Non so perché, si sveglia uno la mattina e dice: “adesso sai che faccio? Faccio l’esposto alla Procura della Repubblica che risolve tutto”. E quanti magistrati? Ci vorrebbero milioni di magistrati. Il che è ridicolo, è ridicolo anche solo ipotizzarlo. Il contenzioso è eccessivo”.

Il processo breve risolve i problemi della giustizia?

“Del processo breve non voglio parlare. Quando il magistrato esprime dei pareri, in qualche modo, è come se prendesse posizione e produce l’effetto di farlo incasellare in un orientamento. Il giudice deve impegnarsi con tutte le sue forze ad essere e ad apparire terzo in ogni sua manifestazione. In ogni sua opinione. E’ chiaro che il giudice ha le sue opinioni, ma se le deve tenere per sé”.

Lei crede di far parte di una casta?

“I magistrati sono uomini come gli altri. Ci sarà il magistrato più bravo, il magistrato meno bravo. Ci sarà pure il magistrato che ha qualche problema. Da qui a fare di tutta un’erba un fascio, etichettare… Io credo nella magistratura. Quello che mi dispiace è vedere il clima che si va deteriorando. Sento di fare ogni sforzo per oppormi al clima che va degenerando. E uno dei modi è quello di rimanere ciascuno nel suo ambito”.

Un suo illustre collega, Giovanni Falcone, rivolgendosi al suo amico Paolo Borsellino disse: “la gente fa il tifo per noi”. C’è oggi quell’entusiasmo intorno alla magistratura?

“Il momento è difficile, il problema è grosso. Coinvolge i mezzi di informazione. Il sistema dell’informazione è in grado di orientare molto le persone. E’ cambiata anche la gente. C’è una crisi delle Istituzioni che coinvolge un po’ tutti. Mentre prima vi era un rispetto generalizzato, le crisi che hanno caratterizzato il nostro tempo, certi problemi, certi scandali hanno minato questo sistema. Oggi chiunque si sente in diritto di esprimere giudizi che prima nessuno si sarebbe mai sognato di esprimere. Arriva uno, si sveglia e dice: “ma il presidente del consiglio dovrebbe fare così o colì. Ma la Corte Costituzionale sarebbe meglio se facesse così..”. Ma questo riguarda un po’ tutti. Oggi sono cambiati i tempi. La gente è cresciuta, forse, anche disordinatamente per effetto della televisione, dei giornali, ect. Sente, sente tante cose e ad un certo punto si sente all’altezza, se vogliamo usare questo termine, di dare dei giudizi. Di sostituirsi. La democrazia è tanto bella e apprezziamola, difendiamola e ha anche dei risvolti negativi. Certe volte mettere sempre in discussione tutto e tutti non è un bene”.

Dopo 40 anni di attività, cosa ha pensato quando ha visto il manifesto contro i magistrati: “Via le Br dalle Procure”.

“Cosa dire. E’ mortificante ed è spiacevole. Questo contrasto può portare addirittura a eccessi di questo tipo. Credo sia giusto che ognuno si faccia un esame di coscienza e si limiti. Perché, ripeto, esasperare, fino ad arrivare a questo tipo di iniziative, è un danno grave. Che resta. Probabilmente nasce o da rancori personali oppure da posizioni politiche”.

Il Tribunale di Isernia è stato scelto dal Ministero. Siete stati accolti a Roma dal ministro Brunetta che, nei prossimi giorni, sarà presente nel capoluogo pentro. A che punto siamo con l’informatizzazione?

“L’informatizzazione è una delle pochissime armi che abbiamo. Senza intervenire con modifiche normative, che sono importanti, ma in mancanza di quelle è l’unica arma che abbiamo per fare un passo avanti”.

A che punto siamo nel Tribunale di Isernia?

“Stiamo andando avanti”.

Può indicare un termine?

“Noi procederemo per gradi perché siamo in una fase in cui si sta valutando quali sono le esigenze del Tribunale a livello di macchinari. E poi procederemo per gradi perché questa trasformazione non è che si può fare presto, tutto e subito. E’ collegata a tante altre cose. Si potrà cominciare con qualcosina, poi se ne potrà fare un’altra e poi piano piano”.

L’azione di Brunetta per l’informatizzazione della giustizia sembra una riproposizione di un vecchio spot.

“Non mi sentirà dire “è uno spot”. Devo tenerla per me la mia opinione. Posso dire che l’informatizzazione è un’arma utilissima ed efficacissima”.

Forse, al contrario del processo breve, se l’informatizzazione venisse attuata in maniera ottimale un aiuto potrebbe anche darlo alla giustizia.

“Del processo breve non voglio parlarne. Per quanto riguarda l’informatizzazione è uno strumento di grande utilità. Perchè certamente ci può far recuperare dei tempi”.

da Malitalia.it

http://www.malitalia.it/2011/05/informatizzare-la-giustizia/