Castello di menzogne

«Non potranno mentire in eterno.
Dovranno pur rispondere,
prima o poi,
alla ragione con la ragione,
alle idee con le idee,
al sentimento col sentimento.
E allora taceranno:
il loro castello di ricatti,
di violenze,
di menzogne
crollerà».

Gli italiani, per una parte, sono ingenui e politicamente immaturi: ma sono naturalmente intelligenti e si stanno lentamente rendendo conto da che parte sta la ragione. Le nuove leve di giovani lo dimostrano.
1960
Pier Paolo #Pasolini

DIRITTI UMANI: ’L’ITALIA CATTIVO ESEMPIO’

La denuncia di Amnesty International alle politiche del passato governo

DIRITTI UMANI: ’L’ITALIA CATTIVO ESEMPIO’

Per l’attivista Shady Hamadi bisogna seguire lo slogan di Don Milani, ’I care’

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La strada verso la democrazia e le speranze che dobbiamo riporre nella Siria non influenzeranno solo il corso della storia di questo Paese, ma dell’intera area mediorientale. Dobbiamo avere coerenza, come l’Italia sta dimostrando in questo caso meglio di molti altri Paesi, ad ascoltare le richieste della società civile siriana che sarà la classe dirigente del domani perché sono i giovani, uomini e donne, in egual modo a dimostrare di essere la forza trainante del paese”.

Queste le parole utilizzate dallo scrittore italo-siriano Shady Hamadi, attivista per i diritti umani in Siria, durante la sua audizione alla Camera dei Deputati, di fronte al comitato permanente sui diritti umani. In contesti come quello della Siria, dell’Egitto e della Libia come si è comportata l’Italia? Secondo Valentina Pagliai, responsabile del dipartimento di educazione ai diritti umani della Robert F. Kennedy Foundation of Europe (creata nel 2005 per promuovere e sviluppare a livello europeo i progetti portati avanti dal RFK Center forJustice & Human Rights, con una particolare attenzione ai progetti di educazione ai dirittiumani): “il Governo italiano (quello dell’ex premier Berlusconi, ndr) è stato molto cauto. Ma non solo il Governo italiano. La primavera araba ha contraddistinto queste situazioni. Ci siamo ritrovati di fronte ad una forma nuova rispetto all’Afghanistan e all’Iraq. Vari Governi si sono trovati spiazzati. Abbiamo assistito a una rivoluzione pacifica promossa dai giovani attraverso nuove forme di comunicazione. Una protesta partita dal basso”.

La rivoluzione ha investito anche la politica internazionale. “Questo è soltanto il primo passo– ha aggiunto Pagliai -. L’Italia, nonostante un passato Governo poco attento a certi temi e a certe novità, è molto in prima linea dal punto di vista degli aiuti umanitari. I giovani hanno capito che il cambiamento è possibile e che dipende da ciascuno di noi. La protesta si è allargata a macchia d’olio e ha toccato anche Paesi Occidentali. Fenomeni diversi, ma con la stessa matrice. Oggi molti media hanno smesso di parlarne. Questa è la rivoluzione pacifica del futuro”.

E perché questa rivoluzione non ha toccato l’Italia? “Da noi è più difficile. Nei Paesi del Nord Africa la gente non ha più nulla da perdere. Anche se i fenomeni registrati in Occidente sono dei segnali per i Governi e per le Banche. Questo movimento si è registrato in tutto il mondo, tranne che da noi. Credo che sia da collegare anche a un fenomeno culturale”.

Ma qual è il bilancio delle politiche messe in atto concretamente negli ultimi anni sul tema dei diritti umani? Come si è intervenuti? Cosa è stato fatto concretamente? La denuncia diAmnesty International è chiara. Il nostro Paese, in tema di diritti umani, ha dato il cattivo esempio. Come può un Paese esportare la democrazia, con guerre di interesse, se nei suoi territori non esistono buone leggi che tutelano i diritti umani? Ecco un primo esempio: la legislazione sull’immigrazione e sull’asilo. La legge 94 del 2009 ha introdotto il reato di ingresso e soggiorno irregolare, punibile da 5mila a 10mila euro. Per non parlare del rinvio forzato dei richiedenti asilo politico. Nel 2009, denuncia Amnesty, “disquisizioni di diritto internazionale marittimo tra Italia e Malta sono state anteposte al salvataggio delle vite umane di 140 migranti e richiedenti asilo messi in salvo dalla nave cargo turca Pinar”.

I passeggeri sono stati lasciati per quattro giorni, senza acqua e cibo, sul ponte della nave. Dal maggio del 2009 le autorità italiane hanno trasferito in Libia migranti e richiedenti asilo politico avvistati in mare. Per l’Accordo di Amicizia tra il Governo italiano e quello libico diGheddafi. Come poteva un Governo, rappresentato da chi ha accolto con il baciamano il dittatore libico (con il quale molti Stati occidentali facevano affari), portare avanti azioni concrete sui diritti umani? Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati “la politica dei rinvii forzati ha provocato una drastica riduzione delle domande d’asilo presentate all’Italia, passate da 31mila del 2008 alle circa 17mila del 2009”. Ma gli esempi non finiscono qui. Se nel parlamento italiano diversi rappresentanti politici hanno attestato senza vergogna che Ruby “è la nipote di Mubarak” a livello governativo, senza alcuna vergogna, è stato fatto passare qualsiasi atteggiamento di discriminazione.

Come quello relativo ai diritti umani dei rom, a cui è stato negato un equo accesso all’istruzione, all’alloggio, alle cure mediche e all’occupazione. In diverse città (come Milano e Roma) sono stati autorizzati gli sgomberi forzati illegali. Nel campo del controterrorismo e sicurezza “le autorità italiane non hanno collaborato pienamente alle indagini sulle violazioni dei diritti umani”. Il 4 novembre 2009, “il tribunale di Milano ha condannato in primo grado 22 agenti della Cia, un ufficiale militare statunitense e due agenti dell’ex Sismi per il rapimento di Abu Omar, trasferito illegalmente in Egitto nel 2003 e detenuto segretamente per 14 mesi. Il segreto di stato posto sulla vicenda (sia da Prodi che da Berlusconi, ndr) ha determinato il non luogo a procedere per il direttore del Sismi all’epoca del rapimento, per il suo vice e per altri tre imputati italiani”.

Continua Amnesty: “nonostante le raccomandazioni degli organismi internazionali, l’Italia ha continuato a dare attuazione alla normativa che prevede una procedura accelerata di espulsione per presunti terroristi (Legge 155/05, c.d. Legge Pisanu). Sulla base di questa e di altre norme, anche nel 2009 le autorità italiane hanno rimpatriato in Tunisia, paese con una lunga e ben documentata storia di tortura e abusi sui prigionieri, persone per le quali la Corte europea dei diritti umani aveva richiesto la sospensione del rimpatrio, in vista dei rischi di tortura e maltrattamenti”.

L’Italia, spiega nel suo rapporto Amnesty “resta priva di uno specifico reato di tortura nel codice penale. Gli atti di tortura e maltrattamenti commessi dai pubblici ufficiali nell’esercizio delle proprie funzioni vengono perseguiti attraverso figure di reato minori e puniti con pene non adeguatamente severe e soggetti a prescrizione. Sono pervenute frequenti denunce di tortura e altri maltrattamenti commessi da agenti delle forze di polizia, nonché segnalazioni di decessi avvenuti in carcere in circostanze controverse”. Ma qual è la strada che l’Italia deve seguire? La indica Shady nel suo intervento sui diritti umani, citando un italiano illustre: “dobbiamo muoverci tutti uniti sotto il segno della libertà senza interessi particolari nel far finire questa strage. Don Milani insegnò ai suoi alunni due parole in inglese ’I Care’ io mi interesso, interessiamoci tutti”.

da lindro.it di mercoledì 21 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Diritti-umani-l-Italia-cattivo,5196#.TvRzuTXojpk

LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Tutti pazzi per il modello danese: ma come funziona?

LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Flexsicurity e il ’triangolo d’oro’ tra imprenditori, lavoratori e sindacati

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Scambio di informazioni”, “riforma strutturale”, “l’Italia guarda con interesse alle esperienze danesi nel mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali”. Ecco le parole chiave dell’incontro tra il presidente del consiglio Mario Monti e il primo ministro danese Helle Thorning Schmidt.

L’incontro tra i rappresentanti dei due Governi si è avuto a Palazzo Chigi. A Monti piace il modello danese. Lo ha ribadito e, probabilmente, attenderà la chiusura dei lavori per la finanziaria (che di ’equo’, per adesso, ha ben poco) per accelerare sul mercato del lavoro. Un settore da ristrutturare, magari guardando con un occhio di riguardo ai lavoratori. Anche per evitare di contribuire a rendere ancora più difficile i rapporti con i sindacati, già imbufaliti per la manovra economica illustrata dal governo tecnico. Con le lacrime della ministra Elsa Fornero e con il sangue di chi chiede vera equità sociale.

Il modello danese sembra piacere un pò a tutti. Ad esempio all’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton che, ultimamente, ha dichiarato di essersi ispirato “per le scelte di politica sociale” all’apprezzato modello danese. Dominique de Villepin (Ministro francese) ha studiato i segreti dello stato sociale del sistema danese. Tutti sembrano innamorati di questo modello. Ma cos’è il sistema danese? Tutto ruota intorno alla parola chiave: ’flexsecurity’. La flessibilità economica unita alla sicurezza sociale. Prendere come punto di riferimento il modello danese vuol dire toccare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (cosa mai riuscita al Governo Berlusconi), rendere i licenziamenti più facili e offrire più ammortizzatori sociali.

In Danimarca gli imprenditori hanno la massima libertà di licenziare con un preavviso di soli cinque giorni. Il lavoratore licenziato percepisce un assegno da parte dello Stato pari all’80-90% del suo stipendio per quattro anni. Un impiego dura in media quattro anni e ogni danese cambia almeno cinque volte datore di lavoro nel corso della sua vita. E i punti deboli? Rifiutare una proposta di lavoro comporta la sospensione del sussidio. Un serio problema per i lavoratori, costretti anche ad accettare un lavoro al di sotto delle loro competenze per evitare di restare disoccupati e senza soldi. Problemi esistono anche per gliimmigrati. La maggior parte è tagliata fuori dal sistema degli ammortizzatori sociali. Chi non ha mai avuto un impiego e chi non ha un titolo di studio si trova fuori dal mercato dellavoro.

Ma un simile modello può funzionare in un contesto come quello italiano? La popolazione danese è pari a 5,5 milioni di abitanti e il governo danese può contare su un prelievo fiscale tra i più alti al mondo. Senza problemi di bilancio. E in Italia problemi seri ci sono sia per il prelievo fiscale (con un’evasione pari a 150miliardi di euro) che per il bilancio statale. Perennemente in rosso. Per non parlare della differenza di popolazione tra l’Italia e la Danimarca. Anche i rapporti tra gli imprenditori e i sindacati sono diversi. Molti parlano di una ’economia negoziata’, con una concertazione che va avanti da oltre un secolo. Nel BelPaese accade il contrario. La vicenda Fiat (come per la disdetta dei contratti) ne è l’esempio più evidente.

I danesi chiamano il loro modello di organizzazione del mercato del lavoro ’golden triangle’ (triangolo d’oro), perché è composto dallo Stato, dai sindacati e dai datori di lavoro. Ed è veramente un modello funzionante”. Queste le parole utilizzate, qualche anno fa, da Cesare Damiano, responsabile Lavoro dell’allora Ds. Per Damiano: “l’entrata e l’uscita dal mondo del lavoro non è un problema perché esiste una forte protezione sociale. Mentre da noi la discontinuità del lavoro è portatrice di malessere e insicurezza, qui la mobilità nel mercato (che investe circa 800mila persone sul totale di 4 milioni di lavoratori) non fa paura, perché l’accesso a un altro impiego è garantito, anche grazie al ruolo attivo del sindacato nella gestione del sistema di orientamento e formazione. In Danimarca, la metà dei disoccupati trova un posto di lavoro in meno di un anno”.

Dello stesso avviso anche Tiziano Treu, ex Ministro del Lavoro. “L’idea che avevamo quando abbiamo scritto la riforma del collocamento l’avevamo presa proprio in Danimarca: servizi per l’impiego basati su un sistema tripartito, che intercettassero i disoccupati e li accompagnassero, con un percorso personalizzato, a un nuovo lavoro e che fossero basati suun ’patto di fiducia’ tra sindacati, impresa e cittadini”.

Sembra, quindi, un buon esempio da seguire, una “buona pratica” da applicare. Mavarrebbe anche nel nostro Paese? Questo aspetto lo spiega il professor Bruno Amoroso, dell’Università di Roskilde: “il modello danese del mercato del lavoro è un sistema integrato in un sistema di relazioni sociali le cui componenti di welfare sono rappresentate dall’insieme costituito dalle politiche del lavoro, istruzione, sanità, servizi sociali, cultura, infrastrutture, ecc. Questo insieme di strutture del welfare è fortemente intrecciato con il sistema dei costi sociali così come il sistema della produzione lo è con il sistema sociale nel suo complesso. Esiste una sorta di simbiosi, diversamente dal sistema italiano cha ha visto l’organizzazione della società e delle sue istituzioni (anche sindacali) costruite intorno alla centralità del sistema industriale, a scapito dell’agricoltura e dei suoi spazi, e lasciando la piccola impresa a elemento residuale e spontaneo. Per queste ragioni i sistemi di relazioni sociali e del mercato del lavoro che come la flexsecurity presuppongo la centralità dell’impresa sul sistema sociale, e sostituiscono alla cittadinanza sociale, i profitti e l’efficienza produttiva, introducono elementi ancora estranei a queste culture”.

Per il giuslavorista Pietro Ichino: “hanno da guadagnare le nuove generazioni, nessuno sarà inamovibile. Il modello danese comporta che una persona che perde il posto di lavoro riceva il 90% dell’ultima retribuzione nel primo anno che poi scala all’80, 70 e 60% nei tre anni successivi. Proprio il costo elevato di questo sostegno al reddito costituisce l’incentivo per l’impresa a far funzionare molto bene i meccanismi di ricollocazione e riqualificazione del lavoratore, perché questo è l’incentivo che funziona in Danimarca”.

Abbiamo sentito anche il professore di Politica Economica, Nicola Acocella, dell’Università La Sapienza di Roma: “In Italia il sistema danese può essere applicato, ma da solo non risolve i nostri problemi e non può essere l’elemento principale. Con questo sistema è il lavoratore che deve darsi da fare”. Però esistono molte differenze con il nostro Paese. Sarà possibile superarle? “Noi spendiamo un sacco di soldi per le casse integrazioni. Con i soldi risparmiati potremo finanziare il nuovo sistema, una volta che andrà a regime. Tra molti anni”. Eppure, lo si è detto, in Danimarca i rapporti tra i sindacati e gli imprenditori sono diversi. “Possiamo utilizzare la concertazione per un nuovo patto sociale, per raggiungere un obiettivo fondamentale: la produttività. Bisogna però vedere il contorno, come verrà applicato questo nuovo modello per il nostro Paese. Che induce, certe volte, a sprecare il talento dei lavoratori qualificati”. Ma abbiamo la mentalità giusta? “Oltre a una mentalità giusta ci vuole un cambio della classe dirigente. Senza questi due elementi nulla può essere applicato in Italia”.

da lindro.it di martedì 13 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Lavoro-c-e-del-buono-in-Danimarca,5009#.TvRtSTXojpk

MONICELLI, UN’EREDITÀ RIVOLUZIONARIA

Il regista tornò per primo a sdoganare la ’parola proibita’

MONICELLI, UN’EREDITÀ 

RIVOLUZIONARIA

L’appello seguito dai cortei dei giovani: “la speranza è una trappola dei padroni”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Spero che finisca con una bella rivoluzione. La rivoluzione non c’è mai stata in Italia. C’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, in Russia, in Germania, dappertutto meno che in Italia. Ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto. Da trecento anni schiavo di tutti. Se vuole riscattarsi, il riscatto non è una cosa semplice. E’ doloroso, esige anche dei sacrifici. Se no, vada alla malora – che è dove sta andando, ormai da tre generazioni”. Queste le parole utilizzate dal maestro Mario Monicelli nell’intervista rilasciata al giornalista Stefano Bianchi.

L’invito rivolto ai giovani durante una delle sue ultime apparizioni in televisione, ad Annozero, nel programma (oggi cancellato dalla programmazione Rai) di Michele Santoro. Era il 25 marzo 2010. Il grande regista, oggi, non c’è più. Sorprese tutti buttandosi dal quinto piano del reparto di urologia del San Giovanni di Roma.

Ma cosa è cambiato dall’appello di Mario Monicelli? Quanto è stata usata la parola ’rivoluzione’? In che contesti? Per capire la portata delle sue parole basta digitare due termini (“rivoluzione” e “mario monicelli”) su google: 420mila i risultati. L’appello rivolto ai giovani, tramite il suo testamento per il futuro del Paese, è stato utilizzato proprio dagli studenti durante diverse manifestazioni contro la riforma Gelmini (ormai ex Ministro dell’Istruzione pubblica). Su uno striscione la risposta dei giovani al maestro: “Ciao Mario, la faremo ‘sta rivoluzione…”.

In diversi cortei è stata utilizzata la parola ’rivoluzione’. Dopo tanti anni è stato sdoganato un termine che sembrava sparito. Nascosto nelle nostre paure. Pochi, prima di Monicelli, osavano pronunciare al grande pubblico la parola ’rivoluzione’, riferita alla situazione italiana. Alla dignità del popolo ’sottoposto’. Una parola che faceva quasi paura. Un termine utilizzato già, in un discorso del 1922, da Antonio Gramsci “esistenza di condizioni mature per una rivoluzione proletaria. Dopo due mesi da quell’intervento arrivò la marcia su Roma di Benito Mussolini e la lunga dittatura fascista. Un èpssibile parallelo con l’Italia di oggi. Con la dittatura mediatica dell’ex premier Silvio Berlusconi. Un parallelo fatto anche daMonicelli ai microfoni di Annozero: “gli italiani, gli intellettuali, gli artisti sono stati vent’anni sotto un governo fascista, ridicolo, con un pagliaccio che stava lassù. Avete visto quello che ha combinato. Ci ha mandato l’Impero, le falangi romane lungo via dell’Impero; ha fatto le guerre coloniali, ci ha mandato in guerra. Eravamo tutti contenti, che c’era uno che guidava lui, pensava lui, “Mussolini ha sempre ragione”, tutti stavano “bòni e zitti”. Adesso il grande imprenditore (Berlusconi, ndr) ha detto: “Lasciatemi governare, votatemi, perché io mi sono fatto da solo, sono un lavoratore, sono diventato miliardario, vi farò diventare tutti milionari”. Gli italiani sono fatti così: vogliono che uno pensi per loro. Se va bene, va bene. Se va male, poi lo impiccano a testa sotto”.

Ma la rivoluzione non va di pari passo con la ’speranza’. Che non porta alla rivoluzione, ma all’attesa infinita. Sempre secondo Monicelli: “la speranza è una trappola. Una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni, quelli che ti dicono “state buoni, zitti, pregate, che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà, perciò adesso state buoni, tornate a casa – sì, siete dei precari, ma tanto fra due-tre mesi vi assumiamo ancora, vi daremo un posto. State buoni, abbiate speranza”. Mai avere la speranza. La speranza è una trappola, è una cosa infame, inventata da chi comanda”.

E chi comanda non vorrebbe mai la rivoluzione, il cambiamento degli assetti istituzionalizzati. Monicelli ci ha lasciati con un invito. Preso al volo da diverse popolazioni confinanti. Realtà che per molti anni hanno subito la prepotenza del ’potente’ di turno. Ma perché solo in Italia questa parola non è stata mai utilizzata in concreto? Perché questa speranza di riscatto non sembra fatta per il popolo italiano? E’ solo una questione di opportunismo del popolo? Perché ancora non scoppia una rivoluzione in Italia? A rispondere è il filosofo Umberto Galimberti: “Marx ricordava agli operai ‘guardate voi non siete dei soggetti storici, voi siete co-storici’. Diceva: ‘la storia la fanno quelli che hanno i soldi, i vostri padroni, gli imperatori, i principi, la fanno gli eserciti, i potentati. Dovete prendere coscienza di classe. Se fate degli scioperi belli lunghi morirete di fame, ma costringerete la storia a includervi’. E la cosa è stata vera. Perché l’inclusione della classe operaia è avvenuta attraverso la presa di coscienza che il sistema sta in piedi sul loro lavoro. Ma bisogna ricominciare tutto da capo. I giovani che sono in una situazione spaventosa. Perché oggi non scoppia la rivoluzione? Perché il servo e il signore sono dalla stessa parte e sopra di loro c’è quella dimensione anonima che si chiama mercato, tecnica finanziaria, investimenti. Ecco la rassegnazione giovanile”. Per Monicelli: “Gli italiani hanno perso l’orgoglio e la spinta personale. La speranza è una trappola inventata da chi comanda, ci vorrebbe la rivoluzione”.

da lindro.i di venerdì 9 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Monicelli-un-eredita,4949#.TvRrRTXojpk

LIBERALIZZAZIONI, ORA O MAI PIÙ

Inserite nell’agenda politica del nuovo governo

LIBERALIZZAZIONI, ORA O MAI PIÙ

Dall’Istituto Bruno Leoni di Torino il monito anti-lobby: “l’Italia è un Paese a bassa libertà economica”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Nonostante la retorica della crescita, l’Italia resta un Paese a bassa libertà economica. Queste le parole utilizzate dall’Istituto di Torino Bruno Leoni per presentare il rapporto annuale che misura il grado di liberalizzazione in sedici settori dell’economia italiana, confrontandoli con i Paesi più liberalizzati d’Europa. Nel 2011 l’economia italiana appare liberalizzata al 49%, “un valore ancora molto basso”.

Ma perché in Italia esiste il problema delle liberalizzazioni? Chi mette i vincoli nei diversi settori? Gioco facile, in questo sistema, lo hanno le lobby che non vogliono assolutamente perdere i loro monopoli. E il problema si riflette sulla politica, troppo spesso, incapace di prendere decisioni forti per i legami dei parlamentari sia a livello nazionale che locale. Non si possono perdere voti e consenso per svantaggiare potenti macchine economiche, e così il Paese intero resta al palo.

Perché è necessario liberalizzare in Italia? Lo abbiamo chiesto a Carlo Stagnaro, il coordinatore del lavoro ’Indice delle Liberalizzazioni 2011’ per l’Istituto Leoni. “E’ necessario, perché il Paese ha un problema di bassa crescita e liberalizzare, creare occasione di competizione, è la tipica politica pro-crescita che, oltretutto, ha il vantaggio di non avere impatto diretto sui conti pubblici. E quindi di non aggravare la situazione delle finanze pubbliche”.

Perché ancora esistono dei vincoli? “Liberalizzare vuol dire rimuovere delle situazioni di monopolio o quasi monopolio e questo non fa piacere ai monopolisti. Loro, siano essi grandi aziende monopolistiche – penso ad alcuni colossi pubblici dalle Poste, all’Eni, ecc. – o siano essi organizzazioni, come gli Ordini professionali, utilizzano tutte le loro forze per contrastare ogni tipo di politica in senso della maggiore concorrenza”. Proprio gli Avvocati, in questi giorni, hanno esternato la loro preoccupazione, tramite l’Organismo unitario dell’avvocatura: “Un governo tecnico non può travolgere l’avvocatura – ha affermato il presidente del Consiglio Nazionale Forense Guido Alpa – e non può, come hanno sottolineato alcuni giornali, mettere mano a riforme importanti come quella che ci riguarda, ma che riguarda anche i diritti fondamentali dei cittadini”.

Un argomento inserito nell’agenda politica nazionale. Lunedì, tra le proposte del consiglio dei Ministri, ci sarà il tema delle liberalizzazioni. Monti ha già evidenziato la sua ricetta, attraverso cinque punti: ridurre il carico di oneri eccessivi delle procedure amministrative contro le rendite e le chiusure corporative; riordino delle professioni regolamentate con l’abolizione delle tariffe minime; rafforzare i poteri dell’Antitrust; completare la deregulation dei servizi pubblici locali; ridurre i tempi della giustizia civile. 

Ma ad oggi quali sono le eccellenze nelle liberalizzazioni? Secondo Stagnaro: “il settore più liberalizzato è quello dell’energia elettrica, perché è quello dove sono state fatte una serie di interventi. La struttura del mercato ha completamente cambiato lo scenario, sostanzialmente smantellando l’ex monopolista. Che oggi è un’Azienda importante ma che ha una quota di mercato intorno al 30%, quindi lontano dalla condizione di monopolio precedente. All’ex monopolista è stata tolta la proprietà e il controllo della rete di trasmissione nazionale, che è una condizione importante per poter avere concorrenza nel settore ed è stato consentito l’ingresso di una serie di soggetti italiani e stranieri che competono tra di loro. Restano dei problemi, degli interventi da fare. Però la struttura del mercato in questo momento, sicuramente, è di natura concorrenziale”.

E i punti deboli? “Esistono dei punti deboli, in parte, di natura tecnica. La rete ha bisogno di investimenti e questo richiede tempo. Ci sono una serie di altri problemi che sono nati negli anni e che derivano dall’esplosione delle fonti rinnovabili che per tutta una serie di ragioni, a partire dal fatto che sono sussidiate, hanno un effetto distorsivo sul mercato. L’impulso alle fonti rinnovabili nasce da obblighi del nostro Paese che ha nei confronti della Comunità Europea. Sarebbe sbagliato nascondersi dietro al fatto che questo ha un impatto sul funzionamento del mercato”. 

Quanto a quel che potrebbe o dovrebbe fare il governo Monti lunedì il Coordinatore Stagnaro commenta:“C’è solo l’imbarazzo della scelta tra le misure di concorrenza, di liberalizzazione e questioni relative ai fondi pubblici (pensioni, interventi sulla spesa e così via). Cosa potrà fare è una domanda da un milione di dollari. E’ ancora da capire quanto i passaggi parlamentari incideranno sui testi normativi. E’ il contesto che favorisce le decisioni – conclude – Siamo in una situazione tale che: o si fanno ora o mai più”.

Chi potrà mettere i bastoni fra le ruote, a parte le lobby? “Ci sono molti parlamentari, per convinzione o per altro, che interpretano gli interessi di alcune lobby e di alcuni gruppi di pressione. Penso agli avvocati per fare un esempio. E’ ovvio che il tipo di resistenza che ciascun monopolista pratica si declina a seconda delle sue caratteristiche specifiche. C’è chi si muove a livello locale e chi a livello nazionale”. Del resto, specifica l’analista, i blocchi alle leiberalizzazioni possono essere “di tanti tipi. Un blocco è quello della resistenza degli interessi di gruppi di pressione. Un altro tipo di blocco è di natura tecnica. E’ facile dire liberalizziamo, poi farlo è più complesso. Un terzo blocco deriva dal fatto che in molti casi il processo di liberalizzazione non si fa in un giorno e non si fa con un decreto, ma richiede una serie di cambiamenti che vanno introdotti nel tempo”. Qualche esempio? “Liberalizzareil mercato del gas vuol dire cambiamenti normativi, ma anche una riorganizzazione societaria dell’ex monopolista, arrivando alla separazione della rete. Tutto questo richiede determinazione e credibilità da parte di chi lo fa. Iniziare un processo non è la stessa cosa che portarlo a compimento e se vogliamo avere dei risultati nei termini delle prospettive del Paese, dell’attenzione che hanno i mercati internazionali per noi, dobbiamo fare in modo che la percezione del mondo esterno sia che il percorso lo abbiamo iniziato per chiuderlo”.

Resta da chiedersi se un Governo di tecnici è in grado di attuare le liberalizzazioni:  “Lo vedo sicuramente in grado di capirne l’importanza. Se sia politicamente in grado credo che sia troppo presto per dirlo”.

da lindro.it di giovedì 1 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Liberalizzazioni-ora-o-mai-piu,4796#.TvRp2TXojpk

Il VIDEO – Dagli Inciuci al Regime… sino a Le Mille Balle Blu

Filmato girato il 18 maggio 2006 in occasione dell’iniziativa con Marco Travaglio ad Isernia “Dagli inciuci al Regime… sino a Le Mille Balle Blu”. 
Video che vuole ripercorrere i cinque anni di regime mediatico in cui i pilastri della TV pubblica (Biagi, Santoro e Luttazzi) sono stati cacciati dalla Rai. 
Nel video si possono ripercorrere gli anni del berlusconismo che ha causato seri danni ai tanti settori del nostro Paese.

DOPO 5 ANNI NULLA E’ CAMBIATO!!! ANZI MOLTO E’ PEGGIORATO…

Video realizzato da Paolo De Chiara (giornalista)