SMART CITY: UN ABISSO TRA IL SUD E IL NORD DEL PAESE. Intervista al direttore generale del FORUM PA, Gianni Dominici

Intervista al direttore generale del FORUM PA, Gianni Dominici

SMART CITY: UN ABISSO TRA IL SUD E IL NORD DEL PAESE

Il Governo italiano ha stanziato 400milioni di euro per sanare le differenze: “Stiamo parlando di nuovi modelli operativi per far fronte ai problemi che ci sono nelle nostre città”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Bologna, Parma e Trento sono le città più smart d’Italia. Questa è la classifica realizzata da FORUM PA e presentata, in collaborazione con Bologna Fiere, nella giornata di apertura di Smart City Exhibition. Dai dati emerge il ritratto di un Paese diviso in due, con un netto predominio del Centro-Nord in tutte le dimensioni analizzate: economia, ambiente,governance, qualità della vita, mobilità, capitale sociale. 

“Nel nostro Paese – spiegano al Forum – la corsa verso le smart city è appena cominciata, ma alcune città hanno già un bel vantaggio sulle altre. E purtroppo, ancora una volta, l’Italiaappare divisa in due: grandi o piccole che siano, infatti, le città intelligenti stanno tutte alCentro-Nord”. Bologna, Parma e Trento occupano la testa della classifica generaleseguite da Firenze, Milano, Ravenna, Genova, Reggio-Emilia, Venezia e Pisa. Solo al 43° posto la prima città del Sud, che è Cagliari, seguita da Lecce (54°) e Matera (58°).

Fanalino di coda Caltanissetta, Crotone ed Enna. “La classifica, piuttosto che considerarsi un punto di arrivo, vuole essere utile per fotografare lo stato attuale, di partenza dei processi in corso”, secondo Gianni Dominici, direttore generale di FORUM PA. “Per quanto riguarda lostacco tra le città del Centro-Nord e quelle del Sud in prospettiva si spera che la compattezza di questo schieramento venga incrinata, anche grazie ai finanziamenti già assegnati con il primo bando del MIUR esclusivamente rivolto alle regioni dell’obiettivo convergenza. Diversamente anche le Smart Cities, le comunità intelligenti, rischiano di diventare l’ennesima occasione perduta per un territorio in cerca di prospettive”.

La classifica è stata formata con oltre cento indicatori, riferiti alle dimensioni della governance della città, dell’economia, della mobilità, dell’ambiente, del capitale sociale e della qualità della vita. Abbiamo contattato il curatore della ricerca, Gianni Dominici, per capire meglio il progetto: “Stiamo parlando di nuovi modelli operativi per cercare di far fronte ai problemi che ci sono nelle nostre città e nei nostri territori”.

Quali devono essere le caratteristiche fondamentali per una città smart?

Una nuova concezione di considerare il territorio e, soprattutto, gli attorti nel territorio, non più semplici destinatari degli interventi dei servizi e delle politiche, ma come soggetti e protagonisti coinvolti. Una smart city è una città che coinvolge, con obiettivi chiari e condivisi, basati sulla qualità della vita, sullo sviluppo sostenibile e sullo sviluppo del capitale umano.

Tutto questo come si riflette sulla società e sull’economia?

Si riflette sia a livello collettivo che individuale, condividendo i vari modelli operativi. In termini economici è evidente che abbiamo bisogno di considerare anche i nuovi modelli per lo sviluppo. Non si può più semplicemente parlare di pil, ma di benessere, di qualità della vita. È necessario immaginarci nuove forme di sviluppo, non basate semplicemente sul pil, ma anche su concetti come il benessere, la qualità della vita e lo sviluppo sostenibile.

Bologna, Parma e Trento sono le città più smart d’Italia. Quali sono le differenze con le città del meridione?

Purtroppo le differenze con le città del meridione ci sono e sono anche evidenti. La prima città del meridione in classifica è Cagliari, che è 43^. La nostra vuole essere una classifica finale, più che un punto di arrivo, un punto di partenza. La nostra è una griglia di partenza, con la quale le città si sono schierate per seguire questo percorso. Purtroppo le città del sud partono svantaggiate perché pagano anni e anni di sottosviluppo e di malgoverno.

Partono svantaggiare, ma sono destinate a rimanere indietro?

Speriamo di no. Il Governo si sta muovendo e attrezzando.

In che modo?

Sono già stati assegnati circa 400milioni di euro alle città del meridione. Speriamo che questi soldi portano a dei risultati concreti.

Quattrocento milioni di euro stanziati da questo Governo…

Si, il Ministero dell’Università e della Ricerca scientifica ha stanziato un miliardo di euro. Una prima gara per le città del sud e una gara, ancora in corso, che si chiuderà a metà novembre. Una bella iniezione di denaro.

Basta l’iniezione di denaro per eliminare il distacco tra Sud e Nord?

È evidente che il gap non è soltanto infrastrutturale e tecnologico. Ci vogliono anni e anni per ridurre questo distacco.

da L’INDRO.IT di martedì 30 Ottobre 2012, ore 18:30

http://lindro.it/Smart-City-un-abisso-tra-il-Sud-e,11309#.UJl8gG9mJ7s

TAGLI ANCHE PER LE COOPERATIVE SOCIALI. Intervista a Eugenio De Crescenzo, presidente di Agci

Intervista a Eugenio De Crescenzo, presidente di Agci

TAGLI ANCHE PER LE COOPERATIVE SOCIALI

“Il Governo dei tecnici è miope. Ci stiamo avvicinando alla Grecia. Con il ddl stabilità si mettono a rischio servizi necessari e 40mila posti di lavoro”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“L’impatto dell’aumento dell’IVA alle cooperative sociali non è accettabile; avrà una serie di effetti deprimenti per le famiglie, le stesse cooperative sociali e per le istituzioni locali, senza alcun vantaggio reale per lo Stato”Non usa mezzi termini l’Alleanza per le Cooperative italiane per criticare il ddl stabilità e per denunciare una situazione drammatica “per una scelta miope del Governo dei tecnici, che non conoscono questa materia”.

In un documento dettagliato elencano, punto per punto, tutto quello che sta accadendo etutti i pericoli che possono essere scongiurati. Come i 20 mila posti di lavoro, “che però potranno raddoppiare a 42mila”, tagliati nelle cooperative sociali“L’art. 12 del disegno di legge di stabilità, ai commi 14-16, prevede che le prestazioni socio sanitarie, educative, di assistenza domiciliare o ambulatoriale o in comunità o simili o ovunque rese, in favore di anziani ed inabili adulti, tossicodipendenti e malati di AIDS, degli handicappati psico-fisici, dei minori, anche coinvolti in situazioni di disadattamento e di devianza rese da cooperative sociali e loro consorzi siano assoggettate ad aliquota del 10% e non più del 4%; ferma restando la facoltà per le cooperative sociali di optare per il regime di esenzione previsto dal d. lgs. 460/97 sulle ONLUS”.

Ma cosa significa? Che vengono cancellati, con un colpo di spugna, asili nido, presidi sanitari, educativi. Che vengono negati servizi essenziali agli anziani, ai minori, ai malati. Per capire meglio cosa sta accadendo abbiamo contattato il presidente dell’AGCI (Associazione generale cooperative italiane), responsabile del settore Solidarietà, Eugenio De Crescenzo.“Nel sentire del Governo c’è una visione ragionieristica dei dati, senza analisi e conoscenza delle conseguenze che le scelte provocano. Questa questione non può essere coperta da una presunta infrazione in sede comunitaria”.

Il riferimento è alla questione posta dalla Commissione europea della compatibilità con il diritto comunitario (la direttiva Iva 2006/112/CE) del regime IVA (aliquota al 4%) riservato dall’ordinamento italiano alle prestazioni socio sanitarie ed educative rese dalle cooperative e loro consorzi. Un progetto pilota (’EU Pilot’), una richiesta di informazioni che non comporta necessariamente una procedura di infrazione, “procedura che, sottolineiamo con forza, comunque non è stata ancora avviata”.

In Italia sono circa 12 mila le cooperative sociali. È un settore che offre lavoro a quasi400mila persone ed è in costante crescita. Nel corso degli anni ha aggregato una rete di servizi di welfare che, attualmente, raggiunge circa 7 milioni di cittadiniGli ultimi, i più sfortunati. Il 70% del fatturato della cooperazione sociale arriva dagli enti pubblici, il 30% dalla domanda privata pagante, cioè dalle famiglie. Ma cosa si rischia? Nel documento preparato dall’Alleanza per le Cooperative italiane c’è un lungo elenco che tocca gli enti locali, che non hanno risorse per far fronte all’aumento di sei punti percentuali e che forniranno nel 2013 meno servizi sociali ai cittadini; l’aumento di evasione e irregolarità del lavoro; il taglio dei servizi di inclusione sociale per le fasce più deboli; i ritardi di pagamento;il freno per l’economia sociale (“nessuno può reggere nel contesto della crisi economica un aumento del 150% dell’Iva”); il taglio di 20mila posti di lavoro, che potranno arrivare a42mila; il senso di frustrazione e rabbia dei soci verso l’azione del Governo, giudicata come“un accanimento” dell’’Esecutivo e dei suoi rappresentanti. Secondo De Crescenzo “il Governo non ha la memoria interna di quello che è successo. Perché le cooperative sociali hanno l’Iva al 4%?”.

Lo dica lei.

Non è un caso del destino, non è per fare concorrenza sleale nel sistema imprenditoriale della produzione del welfare. È una scelta politica mirata e consumata che è stata fatta nel momento in cui si sono analizzati tutti gli elementi specifici, originali della cooperazione sociale delle cose che fa. Per cui questa memoria in questo Governo non c’è. Non c’è uno che ne capisce di questa roba. Nello stesso decreto si abbassa la potenzialità di detrazione derivante dalle donazioni a favore delle Onlus (Organizzazioni non lucrative di utilità sociale,ndr). Se è un disegno organico del Governo per smantellare il welfare privato del Paese ce lo dicano. Potrebbero presentare una piattaforma e dire ‘il terzo settore per noi è un peso’. Così si prendono l’onere di dimostrarlo.

Che significa smantellare il welfare privato nel Paese?

In un documento del Governo si dice che aumenta il costo dei servizi sociali agli Enti locali, che sono stati decurtati delle loro capacità finanziarie per intervenire sulle politiche sociali, con un aumento del 150% sull’indice, dal 4 al 10, che diventa 11% per l’aumento complessivo dell’Iva, vuol dire che non ci si rende conto che si sta parlando di 400mila operatori sociali, di 12mila aziende che danno servizi alla fascia più debole del Paese e questa cosa qui, l’incasso di 150milioni dall’aumento, crea un danno enorme. Se poi nel documento si mette pure che i soggetti privati, attraverso l’istituto della donazione, non hanno più vantaggi fiscali, si toglie linfa a un pezzo d’Italia che si occupa degli ultimi, dei sette milioni di disagiati presenti nel nostro Paese, certificati dall’Istat. Prendersela con i nani è la strada scelta dal Governo.

Praticamente, che significa toccare in questo modo questo settore?

Aumenta il costo del servizio, conseguentemente i servizi andranno tagliati. Gli Enti locali non hanno le risorse per poter aumentare il costo del servizio. Stiamo contestando anche l’articolo 15 del ddl, che dice che bisogna fare tagli del 5% alle Asl.

Ci stiamo avvicinando sempre di più alla Grecia?

Certo, abbiamo fatto un grande passo nel canale d’Otranto. Noi prevediamo un’espulsione di20-25mila persone dal mondo del lavoro, con costi sociali altissimi. Non c’è un disegno strategico, ma solo un’ignoranza dei dati. I costi che vengono fuori da questa azione sono molto, ma molto maggiori dai vantaggi ragionieristici e di cassa che loro ne avrebbero.

Come si può risolvere questa situazione?

Magari aprire un dossier su una cosa di questo tipo, incontrarsi e discuterne.

Lei dice che i tecnici sono ignoranti in questo campo…

Si rivolgano a chi questo lavoro lo fa. Le politiche sociali in Italia, trent’anni fa, l’hanno fondate le nostre sigle. I propulsori di un movimento culturale.

Qual è l’azione che voi porterete avanti?

Abbiamo incontrato tutti i capigruppo dei partiti politici, abbiamo incontrato le Commissioni, abbiamo inviato al Governo una relazione specifica. Sono tanto europeisti, ma lo sanno che la comunità europea sta ridiscutendo il sistema generale dell’Iva?

Se la situazione dovesse rimane così com’è…

Il 31 ottobre siamo sotto Palazzo Chigi, non ci stiamo ad essere complici di un abbassamento del livello di civiltà di questo Paese. Vogliamo discutere tutto.

da L’INDRO.IT di venerdì 26 Ottobre 2012, ore 18:46

http://lindro.it/Tagli-anche-per-le-cooperative,11251#.UJl6S29mJ7s

CRISI? I LAVORATORI NON HANNO PIÙ BISOGNO DEL PADRONE. Intervista al docente della Sapienza di Roma, Alberto Zevi

Intervista al docente della Sapienza di Roma, Alberto Zevi

CRISI? I LAVORATORI NON HANNO PIÙ BISOGNO DEL PADRONE

A Trento un seminario dedicato alle imprese recuperate dai dipendenti: “In Italia c’è una lunga tradizione. Si rileva l’impresa e poi la si gestisce come cooperativa”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“In Italia c’è una lunga tradizione di lavoratori che, di fronte alla crisi della propria impresa, si propongono di rilevarla del tutto o parzialmente per poi gestirla come cooperativa. Questa è un’antica tradizione che risale, addirittura, al secolo scorso”Con queste parole Alberto Zevi, uno dei maggiori esperti italiani nel finanziamento delle cooperative, ha spiegato il nuovo fenomeno che si sta riaffacciando in Italia.

Convertire le imprese in difficoltà in imprese gestite dai lavoratori è una soluzione che in molti casi si è rivelata vincente. Proprio su questo tema è stato organizzato da Euricse e da Rizoma, un seminario dal titolo: “Recuperare le imprese, rivitalizzare le comunità: contrastare la crisi convertendo le imprese in difficoltà in imprese gestite dai lavoratori”,presso la facoltà di Economia di Trento. “Il seminario – secondo gli organizzatori – si pone l’obiettivo di mettere in evidenza come queste riconversioni in cooperative di lavoro, o in altre forme di imprese gestite da lavoratori, stiano aiutando le comunità a salvaguardarsi dalla crisi e dallo sfruttamento socio-economico. Si approfondirà una nuova pista di ricerca interdisciplinare e internazionale su questo fenomeno, al fine di comprendere meglio le specificità organizzative di queste cooperative, i loro processi di progressiva affermazione, al fine di incoraggiare le politiche in grado di promuovere processi di recupero attraverso la forma cooperativa o altri modelli di Impresa Sociale”.

Esempi di empresas recuperadas (impresa recuperata) provengono anche da altri Paesi, in particolare quelli colpiti dalla crisi macro-economica, come l’Argentina, il Brasile, l’Uruguay, la Francia e la Spagna. Secondo Alberta Bottini di COSPE (cooperazione per lo sviluppo dei paesi emergenti), l’Organizzazione non governativa operativa anche in Argentina“a partire dalla crisi del 2001 i settori popolari della popolazione hanno saputo elaborare nuove pratiche economiche come risposta sociale e collettiva alla povertà e alla precarietà lavorativa. Sono circa 220 le imprese recuperate, costituite in cooperativa, e circa 15.000 i lavoratori protagonisti di questa storia. Il dato più rilevante è che dal 2001 ad oggi nessuna impresa recuperata ha chiuso, mentre continuano a recuperarsi fabbriche in tutto il paese, in America Latina e soprattutto ora, in Europa”.

E In Italia? Ci sono diversi esempi di imprese recuperate dai lavoratori. Come la D.&C. Modellaria, a pochi chilometri da Padova, o la Calcestruzzi Ericina di Trapani (confiscata alla mafia nel 2000). Dopo un passato burrascoso queste due aziende sono gestite da cooperative di lavoratori. Anche l’Esplana Sud di Nola (Napoli), azienda di imballaggi per ortofrutta, è stata rilevata dalla Carovana Coop, formata da 40 ex dipendenti. Abbiamo contattato Alberto Zevi, docente presso l’Università La Sapienza di Roma per capire meglio il fenomeno“E’ un’antica tradizione che risale, addirittura, al secolo scorso. Ha avuto uno sviluppo forte negli anni ’80 e ’90, che poi si è ridimensionata, ma che appare con forza in questi ultimi due o tre anni. I lavoratori che di fronte al rischio o alla certezza di diventare disoccupati si pongono come obiettivo quello di rilevare loro l’impresa e di provare a gestirla”.

Qual è il meccanismo di recupero da parte dei lavoratori?

In generale ci sono vari meccanismi, spesso quando l’impresa è fallita i lavoratori possono pensare, se il curatore fallimentare è d’accordo, di affittarla per un certo periodo di tempo, riservandosi poi di acquistarla dal fallimento. Altre volte l’acquistano direttamente. Con il loro capitale, con il capitale che ottengono da altri strumenti gestiti dal movimento cooperativo, acquistano un’impresa, i macchinari, gli immobili e la gestiscono direttamente. Sono due i meccanismi: prima l’affitto e l’acquisto o direttamente l’acquisto.

Cosa accade in altri Paesi?

Esiste da sempre, si è accentuato a seguito delle due crisi petrolifere degli anni ’70. Negli anni ’80 ha avuto un grande sviluppo, sostenuto da politiche statali. In altri Paesi è diventato significativo. In Argentina, a seguito della grande crisi degli inizi degli anni 2000, molti gruppi di lavoratori hanno pensato, di fronte all’abbandono dell’imprenditore o al fallimento dell’impresa in cui erano impegnati, di cercare di rilevarla per conto proprio. In questo Paese il fenomeno ha avuto una grande rilevanza, però si è sviluppato anche in Uruguay, in Francia, in Spagna. Non è un fenomeno soltanto italiano.

Riguarda le grandi aziende o anche le piccole e medie imprese?

Prevalentemente riguarda le piccole e medie. Ci sono stati anche casi di imprese un po’ più grandi, ma il fenomeno è più limitato. In Italia, in questo periodo, ha riguardato soprattutto imprese tra i 10 e i 50 lavoratori.

Secondo lei, perché?

La grande impresa è molto difficile trasformarla. Una cooperativa può diventare grande via, via. Però trasformare un’impresa in una cooperativa di lavoro è più complesso. Anche gli incentivi che esistono sono rivolti alla piccola e media impresa.

da L’INDRO.IT di  giovedì 25 Ottobre 2012, ore 18:23

http://lindro.it/Crisi-I-lavoratori-non-hanno-piu,11225#.UIus1W8xooc

CORRUZIONE E BUROCRAZIA: I DUE MALI DELL’ITALIA.

A Torino la grande manifestazione dei cittadini e degli imprenditori italiani

CORRUZIONE E BUROCRAZIA: I DUE MALI DELL’ITALIA

Le tangenti danneggiano economicamente l’intero Paese. Ma la politica non riesce ad approvare una dura legge per contrastare il fenomeno
di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“E’ ora di dire basta”. Questo è l’urlo che proviene da Torino, dalla manifestazione nazionale organizzata da ICR (Imprese che resistono), dove si è registrata la presenza di imprenditori, dipendenti e cittadini. “Siamo stufi di un’Italia che non cresce, nessun aiuto alle medie e piccole imprese e una pressione fiscale del 68%, ci stanno uccidendo. Non ce la facciamo più. Basta con le ingiustizie di Equitalia”. 

Tutti uniti per resistere alla crisi, alla pressione fiscale eccessiva, alla inutile e dannosa burocrazia e alla politica fallimentare di questi ultimi anni. L’eccessiva burocrazia, che in molti casi spalanca la strada alla corruzione, sta mettendo seriamente in difficoltà gli imprenditori italiani. Che non sentono l’appoggio del Governo, quello dei tecnici. Anzi, si sentono soli, accerchiati da un Paese pieno di corrotti e corruttori. Si sentono abbandonati.Continuano ad ascoltare slogan vuoti, di una politica inesistente. Che rincorre il consenso, ma che non pensa alle problematiche di chi, quotidianamente, lotta per la sopravvivenza.

I dati sulla corruzione sono drammatici. Oltre ai tanti politici e manager indagati, imputati e colti con le mani nella marmellata, la corruzione danneggia economicamente l’intero Paese.Anche e soprattutto per gli investimenti stranieri. È lo stesso capo del Governo Monti a illustrare il suo pensiero su questo tema: “Ho chiesto all’emiro del Qatar quale fattore in passato avesse scoraggiato più di tutti gli investimenti in Italia e la risposta è stata: in primo luogo la corruzione”.

Era l’aprile scorso. Oggi la situazione sembra essere peggiorata. “Il diffondersi delle pratiche corruttive mina la fiducia dei mercati e delle imprese, scoraggia gli investimenti dall’estero, determina quindi, tra i suoi molteplici effetti, una perdita di competitività del Paese. È per queste ragioni che la lotta alla corruzione è stata assunta come una priorità del governo”ha scritto lo stesso Monti nell’introduzione al Rapporto sulla corruzione presentata dal ministro della Giustizia Paola Severino. Parole, per ora, rimaste solo sulla carta. La corruzione costa all’Italia, secondo il libro bianco preparato dal Governo, 60 miliardi di euro all’anno. Una cifra spaventosa. 

Ma la cifra potrebbe arrivare a circa 100 miliardi, data la diffusa pratica di gonfiare i costi delle grandi opere pubbliche anche del 40%, l’azione della burocrazia che rallenta tutto e la riluttanza delle vittime a denunciare gli atti di corruzione. La grande burocrazia esistente è il miglior terreno per tangenti e azioni illegali”. Ecco perché la corruzione e l’asfissiante burocrazia vanno sottobraccio. Secondo l’organizzazione Transparency International, solo la Bulgaria, la Grecia e la Romania sono davanti all’Italia. 

Se poi si aggiunge che l’Italia non è in grado, per la presenza in Parlamento di politici condannati, imputati e indagati, di dotarsi di una legge seria sulla corruzione, il quadro, soprattutto per chi vuole continuare a fare impresa in questo Paese, è drammatico. È molto interessante l’analisi tracciata dal professore universitario Franco Amisano, dell’Università del Piemonte Orientale. Per lo studioso il problema della corruzione ha caratterizzato la società a vari livelli in tutti i paesi ed in ogni periodo storico. “La corruzione si verifica qualora le persone preposte a determinati incarichi si avvalgono della propria posizione per procurarsi vantaggi di natura personale, non necessariamente consistenti in compensi monetari”.

La fotografia di quello che sta accadendo in questi ultimi anni in Italia. Ma quali sono le possibili forme di corruzione? “Quella amministrativa è di particolare interesse. L’attività amministrativa consiste in larga parte nel compimento di atti compiuti a vantaggio di singoli o di collettività, anche quando non si tratta di un’allocazione di beni e servizi in senso materiale. I funzionari pubblici preposti a tali compiti si trovano perciò in una posizione di potere nei confronti degli aspiranti beneficiari”.

Secondo il dossier presentato da Libera contro le Mafie, Legambiente e Avviso Pubblico dal titolo “Corruzione, la tassa occulta che impoverisce ed inquina il Paese” sono state chieste tangenti al 12 per cento degli italiani. Una vera e propria zavorra per l’economia, che non si riesce ad eliminare. Un fenomeno drammatico che avvantaggia l’ecomafia e la massiccia presenza delle organizzazioni criminali, sparse e operative sull’intero territorio nazionale.Che va ad aumentare quella pericolosa zona grigia, composta da politici, amministratori e dirigenti corrotti e collusi con il sistema criminale.

Sono chiare le parole di Riccardo Rastrelli, il titolare della ditta Sert srl di Leinì, che esprime la sua opinione sulla sua esperienza, denunciando la presenza della ‘ndrangheta nel suo Comune. “Non mi stupisce – scrive su un blog – che anche a Caselle vi siano le stesse infiltrazioni mafiose presenti a Leinì, e ho la piena convinzione che siano anche ad altissimo livello politico locale, e non è un caso che stia lottando caparbiamente da due anni contro leistituzioni deviate presenti sul nostro territorio, per difendere i miei diritti, volontariamente calpestati da questi fenomeni da circo”.

Rastrelli non ha paura di illustrare la sua opinione su questi temi“Le infiltrazioni mafiose sono presenti a tutti i livelli dei partiti politici, indipendentemente dallo schieramento, non esiste più destra o sinistra, ma solo la visione miope di fare business in fretta ed a qualunque costo, non vi è il minimo rispetto del territorio, e nemmeno dei diritti dei cittadini, ed i dannicagionati da questi lanzichenecchi tra poco la collettività dovrà pagarli con gli interessi. Secondo me siamo ancora in tempo a recuperare la situazione, ma occorre agire subito, e da cosa ho potuto vedere nel mio comune di Leinì, pur sapendo da anni, quasi tutti i cittadini che dietro il sindaco c’era qualcosa di strano, (ovviamente nessuno immaginava questi intrecci con la ‘ndrangheta) non vi è stata un’indignazione popolare per far dimettere la giunta, ed a mio avviso l’indifferenza e la non indignazione sono i limiti principali per riuscire a cambiare gli eventi”.

Il Paese è pieno di uomini e donne come Rastrelli, di cittadini coraggiosi che si oppongono al malaffare. Da Torino è partito il primo forte appello. Non è più possibile andare avanti, per i cittadini e per gli imprenditori, in queste condizioni. In un articolo sulla corruzione in Grecia il ’Deutsche Wirtschafts Nachrichten’ ha affermato che la corruzione “persiste se non è rimossa la struttura burocratica”. In Italia, sino ad oggi, non si è riusciti a rendere meno feroce la burocrazia e nemmeno si è stati in grado di approvare leggi severe contro questo fenomeno. In questo momento di forte crisi, creata dalla finanza, chi è che paga i danni?  I cittadini onesti e gli imprenditori. Quelli che ci credono e fanno al meglio il loro mestiere. 

da L’INDRO.IT di mercoledì 24 Ottobre 2012, ore 19:30

https://paolodechiara.wordpress.com/wp-admin/post-new.php?post_type=post

I PUNTI DI FORZA (DIMENTICATI) DELL’ITALIA. Intervista al responsabile investimenti esteri di Invitalia, Giuseppe Arcucci

Intervista al responsabile investimenti esteri di Invitalia, Giuseppe Arcucci

I PUNTI DI FORZA (DIMENTICATI) DELL’ITALIA

È iniziato il Forum Eurasiatico: al centro dell’attenzione le Pmi e le start up più innovative: “Bisogna internazionalizzare e puntare sugli aspetti che hanno reso famoso il made in Italy”

Innovazione e internazionalizzazione. Queste sono le parole chiave del Forum Eurasiatico che si sta svolgendo a Verona. “L’appuntamento bilaterale – spiega Antonio Fallico, presidente Banca Intesa Russia e dell’Associazione Conoscere Eurasia – che da cinque anni rappresenta la piattaforma per lo sviluppo delle relazioni istituzionali e dei rapporti commerciali tra Italia e Federazione Russa. Il Forum ha visto aumentare nel tempo il proprio prestigio presso le istituzioni, l’opinione pubblica e i player economici, divenendo un imprescindibiledriver in grado di favorire e concretizzare la competitività internazionale delle aziende Italo-Russe.

Nel 2011 l’interscambio commerciale tra i due Paesi ha registrato un incremento del 23 per cento. “La trasformazione dei mercati globali e globalizzati – secondo Fallico – unitamente al mutamento degli scenari economici sono alla base della novità programmatica dell’incontro di quest’anno”. Quest’anno al Forum Eurasiatico si è registrata la partecipazione di rappresentanti politici, imprese, istituti finanziari di Bielorussia, Ucraina, Kazakistan e Cina, oltre alle consolidate presenze provenienti dalla Federazione Russa.

Tra le varie sessioni c’è quella dedicata alle Pmi (piccole e medie imprese) innovative, alle start up e all’internazionalizzazione. Tutti fattori da considerare come motore della crescita. Abbiamo avvicinato uno dei relatori, Giuseppe Arcucci, responsabile business unitinvestimenti esteri di Invitalia (Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa), che ha affrontato il tema degli ‘Investimenti esteri come fattore di crescita delle Pmi e delle start-up tecnologiche’.

Un grande appuntamento per rilanciare e consolidare i rapporti tra società e realtà italiane, europee e di tutto il mondo eurasiatico. In particolare, il tema su cui si è focalizzato l’evento di quest’anno è sull’importanza dell’innovazione e dell’internazionalizzazione dello sviluppo dell’economia. In quanto responsabile dell’agenzia Invitalia, il mio intervento è focalizzato sull’importanza degli investimenti diretti dall’estero nello sviluppo dell’innovazione e delle tecnologie, in termini anche di start-up e di Pmi. Dell’importanza dei flussi dei capitali esteri per lo sviluppo nei Paesi in cui arrivano queste realtà”.

Perché è importante questo aspetto?

C’è tutta una letteratura sui vantaggi degli investimenti dall’estero. Si discute spesso sull’opportunità o meno di incentivarli e su quali sono le vere ricadute. Ma lo stiamo vedendo anche con l’esperienza diretta. Quando si tratta di temi legati alle nuove tecnologie ci sono una serie di ricadute positive che aiutano anche a sviluppare in termini di indotto il tessuto industriale in cui si vanno a localizzare. Ed è in questi termini che noi riteniamo che sia importante porre in essere politiche di attrazione di investimenti soprattutto con riferimento a nuove tecnologie e a investimenti di ricerca e sviluppo che possono generare la creazione di nuove filiere nel nostro Paese.

Come possono gestire l’innovazione le piccole e medie imprese italiane?

Hanno sempre gestito l’innovazione sulla base del loro impegno. Il made in Italy è stato reso famoso nel mondo proprio per la capacità di innovare in termini di processo di prodotto delle nostre aziende. Quello che è mancato, ultimamente, è stata una forte politica di supporto nella introduzione di innovazione tecnologiche di ultima generazione. Supporto che – se guardiamo alla cronaca delle ultime settimane – questo Governo sta cercando di rilanciare, con il tema dell’aiuto alle start-up innovative. Cominciamo a vedere un po’ di attenzione e un po’ di impegno. Quello degli investimenti esteri è un discorso importante.

Perché è mancata una forte politica di supporto in questi ultimi anni?

Per una serie di motivi, se vogliamo, contingenti. Il fatto che, in qualche modo, si è lasciato fare anche un po’ al mercato. Veniamo da un periodo in cui si è data molto importanza al liberismo. In Italia negli ultimi anni non si è parlato di politica industriale, cosa che adesso sta cominciando a riemergere. Non mi voglio spingere in considerazioni politiche.

E sulla credibilità del nostro Paese?

È necessario uno sforzo per spiegare meglio i punti di forza che il nostro Paese ha su questi temi.

Quali sono i punti di forza?

Storicamente c’è un’immagine dell’Italia non sempre positivissima, ma questo dipende da una serie di pregiudizi. In questi anni in cui mi sono occupato di questa attività, nel momento in cui si riesce a far vedere e a far toccare con mano le eccellenze che ci sono nel nostro Paese, la reazione degli investitori è positiva. È un problema anche di riuscire a trasferire un’immagine diversa, in termini di contenuti. Questo è importante e questo si fa sul campo, cercando di smorzare quelli che sono i pregiudizi storici. Siamo famosi per la moda, per il cibo, però non si parla delle tecnologie e in realtà abbiamo delle eccellenze anche nel campo delle tecnologie.

da L’INDRO.IT di giovedì 18 Ottobre 2012, ore 18:00

http://www.lindro.it/I-punti-di-forza-dimenticati-dell,11078#.UIWJW28xooc

LO STATO DI SALUTE DELLE CAMERE DI COMMERCIO ALL’ESTERO. Intervista al segretario generale dell’Assocamerestero, Gaetano Esposito

Intervista al segretario generale dell’Assocamerestero, Gaetano Esposito

LO STATO DI SALUTE DELLE CAMERE DI COMMERCIO ALL’ESTERO

“Sono fondamentali punti di riferimento per tutte le aziende che intendono operare al di fuori dei confini”

“Reti, filiere e qualità dell’internazionalizzazione per i Territori: cultura, turismo, credito e servizi per le PMI”. Questo è il tema della XXI edizione della Convention mondiale delleCamere di Commercio Italiane all’Estero, che si sta svolgendo a Perugia in questi giorni.

L’iniziativa, organizzata dalla Camera di Commercio di Perugia, in collaborazione conUnioncamere e Assocamerestero, “costituisce – secondo gli organizzatori – un momento di sviluppo dei rapporti della rete camerale all’estero con tutti i soggetti attivi nella promotion italiana, in particolare con quelli operativi nel territorio ospitante, e favorisce l’incontro diretto tra i delegati camerali e le imprese del territorio. Le Camere di Commercio Italianeall’Estero costituiscono da sempre dei validi punti di riferimento per tutte le aziende che intendono operare all’estero, grazie alla loro profonda conoscenza dei mercati di sbocco e al continuo monitoraggio delle opportunità di business in tutte le aree del mondo”.

Abbiamo contattato il segretario generale dell’Assocamerestero, Gaetano Fausto Esposito, per fare il punto sulla situazione: “gli argomenti sono stati fondamentalmente due: il primo relativo alle politiche di promozione sull’estero per le imprese piccole e medie, mentre il secondo tema, di grande importanza, ha riguardato il sistema Italia, come ci si organizza per supportare queste imprese”.

Quali le differenze con le passate edizioni della convention mondiale?

Ci siamo sempre occupati di politiche di propulsione, quindi sul primo versante ci siamo posti in continuità con le altre edizioni. Abbiamo analizzato il sistema di subfornitura, ampiamente assente dall’approccio sui mercati internazionali.

Spieghiamo cosa fa il subfornitore.

Sostanzialmente vende pezzi al produttore finale che li assembla e li esporta. Analogamente l’esportatore sul discorso della distribuzione finale e dell’assistenza post-vendita è un po’ carente. Dobbiamo, quindi, articolare anche l’attività di propulsione sull’estero. Che significa, da un lato, una politica diversa per l’importazione strategica. Dall’altro lato c’è un discorso sulle reti distributive e di assistenza per le quali, obiettivamente, serve un maggiore contenuto di finanza. Da questo punto di vista è intervenuto anche il ministroPassera.

Come si sta comportando il governo tecnico in questo settore?

Ha scelto un approccio di grande concretezza e di grande plausibilità.

Si spieghi meglio.

Il governo ha detto ‘quali sono i principali soggetti che in Italia istituzionalmente aiutano le imprese sull’attività di promozione?’. In Italia abbiamo le Camere di commercio italiane, che sono diffuse sui territori. Quindi bisogna fare in modo che presso le Camere di commercioitaliane ci siano in Italia dei punti di prima assistenza. E sull’estero quali sono i soggetti radicati che fanno attività per l’estero? Le Camere di commercio italiane all’estero, soggetti di matrice privata che grazie al riconoscimento dello Stato italiano supportano le imprese sui mercati esteri.

Facciamo qualche esempio.

Ogni anno un’attività di supporto alla promozione si aggira intorno ai 50 milioni di euro, con un basso cofinanziamento da parte dello Stato italiano. Non arriviamo al 20 per cento. Un ente pubblico deve cercare di aprire le strade laddove non c’è ancora un interesse del mercato, abbiamo ancora tutta l’Africa subsahariana, molto interessante, che ancoranecessita di un interesse di mercato forte. Abbiamo parti consistenti dell’Asia, che non sono soltanto Cina, India e Giappone, ma sempre di più Vietnam, Cambogia, ecc. Abbiamo parti consistenti di quella che era una volta un pezzo dell’Unione Sovietica. Su questi mercati la nostra presenza verrà rafforzata. Sui mercati in cui c’è già una buona presenza dell’Italia investiamo di più sulle Camere di commercio italiane all’estero, perché costano poco e riescono a supportare, a condizioni di mercato, le imprese. Il tutto avviene all’interno di un contenitore che è, sostanzialmente, l’Ambasciata o il Consolato che viene a rappresentare l’interesse complessivo del Paese, che orienta le diverse priorità del Paese. Noi facciamo un discorso di importazione strategica e qui rientrano le Camere di commercio italianeall’estero. Questa è stata la proposta del Governo e noi ci stiamo già muovendo.

Qual è lo stato di salute del sistema camerale all’estero?

Varia dal discreto al buono. Abbiamo attraversato un anno di grandissima difficoltà, il 2010 èstato un anno in cui, dalla sera alla mattina, le Camere italiane all’estero per i provvedimenti di contenimento del governo si sono viste tagliare il 50 per cento del cofinanziamento ai propri progetti, soldi che erano già stati spesi. Nel 2010 facevamo come fatturato complessivo circa 53/54 milioni di euro, adesso facciamo 47/48 milioni. Nel 2010 le Camereavevano circa 600 tra dipendenti e collaboratori e adesso siamo di poco superiore ai 500. Ci sono stati dei grossi processi di riorganizzazione. Però mentre nel bilancio 2010 verificavamouna situazione di grandi difficoltà per 20/25 Camere di commercio, i bilanci attuali ci dicono che una parte consistente di queste situazioni di difficoltà sono state superate.

Avete perso due Camere di commercio all’estero.

In Austria e in Canada. Abbiamo attraversato una grossa situazione di sofferenza su Parigi, che è in fase di risoluzione. Le Camere ci sono se servono.

da L’INDRO.IT di martedì 16 Ottobre 2012, ore 19:36

http://www.lindro.it/Lo-stato-di-salute-delle-Camere-di,11029#.UIWIY28xooc

SFRATTI ZERO, ANCHE L’ITALIA SI MOBILITA. Intervista a Massimo Pasquini, della segreteria Unione Inquilini di Roma

Intervista a Massimo Pasquini, della segreteria Unione Inquilini di Roma

SFRATTI ZERO, ANCHE L’ITALIA SI MOBILITA

Nel 2011 in Italia sono state emesse 64mila sentenza di sfratto. Senza che mai venisse garantito il passaggio da casa a casa: “O la legge si applica o il Governo abbia il coraggio di eliminarla”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Campagna Sfratti Zero. Questo è lo slogan lanciato dall’International Alliance of Inhabitants(IAI) a Mumbai nel gennaio del 2004, per mobilitare la solidarietà internazionale, per ridare la speranza della dignità e della sicurezza abitativa utilizzando tutti gli strumenti necessari.

L’obiettivo è il diritto alla casa per tutti, perché nessuna persona deve essere sgomberata. In caso di trasferimento necessario si devono trovare preventivamente soluzioni abitative dignitose, sicure e concordate con gli abitanti interessati. Un segnale di civiltà importante. Dall’IAI fanno sapere che “un miliardo di persone in tutto il mondo soffre attualmente per l’insicurezza abitativa causata da grandi investimenti del capitale finanziario ed immobiliare, discriminazioni sociali, economiche e razziali, guerre, disastri naturali. Questo numero di senzatetto e mal alloggiati, anziché diminuire di 100 milioni entro il 2015 come stabilito dall’obiettivo n. 7 dei Millennium Development Goals, è destinato a crescere di altri 700 milioni entro il 2020”.

Dati drammatici che fanno immaginare storie drammatiche. Ma quali sono le cause principali? Secondo l’Interntional Alliance of Inhabitants le ragioni devono essere ricercate nelle regole “neoliberali dettate dal FMI e dalla Banca Mondiale” che impongono i tagli alle politiche sociali e le privatizzazioni del settore.

Anche in Italia, da ieri, sono partite le giornate dedicate all’iniziativa ’Sfratti Zero’: un centinaio le manifestazioni, organizzate da oltre 500 promotori per sensibilizzare i governi nazionali e locali a rispettare il diritto alla casa, stabilito dall’art. 11 del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (PIDESC). Ratificato dall’Italia con la legge 881/77,“quotidianamente e pesantemente violato dalle scelte governative nazionali e locali”.

Per l’IAI “il governo Monti e gli enti locali lasciano fare al libero mercato, tagliano la spesa pubblica, azzerando il fondo per gli affitti e il finanziamento delle case popolari, in particolare provocando sfratti senza alternativa, sono responsabili delle pesanti violazioni degli obblighi legali assunti dall’Italia con la ratifica del PIDESC”.

La relatrice speciale ONU sul Diritto alla casa, Raquel Rolnilk, partecipando al Tribunale Internazionale sugli sfratti organizzato a Napoli, è rimasta sconcertata dalle denunce presentate e ha dichiarato che l’Italia è ormai in cima all’agenda delle sue prossime missioni ufficiali.

Abbiamo contattato Massimo Pasquini, componente della segreteria dell’Unione Inquilini di Roma e autore del documento sulle iniziative partite ieri, per capire meglio la situazione italiana. “Noi siamo partiti dai dati diffusi dal Ministero degli Interni qualche mese, relativi al 2011. Quei dati dicevano che nel solo 2011 erano state emesse 64mila sentenze di sfratto, 56mila per morosità. Nove sfratti su dieci sono tanti e la crisi economica sta mordendo, in particolare, le famiglie che stanno in locazione”.

Il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali è stato ratificato con legge 881 del 1977.

Non è stato mai applicato. Nella norma si dice che i governi e gli enti locali si impegnano a garantire il passaggio da casa a casa. Questo non avviene in Italia. Due sono le cose: o si applica o il Governo italiano abbia il coraggio di eliminarlo, perché non è capace di metterlo in pratica.

Come si sta comportando il governo dei tecnici su questa tematica?

Il governo Berlusconi aveva tagliato dell’85 per cento il fondo nazionale contributo affitto, il governo Monti lo ha completamente azzerato. Faccio presente che al contributo affitto, in Italia, partecipano 300mila famiglie, che senza il contributo vanno in morosità.

Quali sono le ragioni di questi comportamenti?

Il governo, da Berlusconi a Monti, e le Regioni, hanno continuato a fare piani casa per le grandi aree urbane. L’ultimo è il piano città, due miliardi per 70mila appartamenti privati. Si continua a pensare che il problema casa sia un problema delle grandi aree urbane, ma abbiamo visto che il problema casa aggredisce soprattutto i piccoli e medi centri.

Perché si continua a intervenire nelle grandi aree urbane?

Perché la speculazione, la rendita fondiaria ha maggiori introiti. Bisogna uscire da questa logica, bisogna ragionare su fatti e su situazioni reali. In Italia ci sono 650mila famiglie collocate nelle graduatorie.

E l’impegno del Parlamento?

Dal punto di vista parlamentare c’è un’arretratezza dei singoli parlamentari, da parte di tutti. Il governo ha ottimi e affidabili amici, nessuno si è mai posto il problema della questione casa in maniera chiara e concreta, a partire dai fabbisogni reali. Continuiamo a lavorare come se nulla fosse e come se fossimo ancora a trent’anni fa. È una situazione allarmante e sconcertante, però prima o poi dovranno fare i conti con noi.

Su questa questione è intervenuta anche la relatrice speciale ONU, Raquel Rolnilk.

Il suo intervento non è stato minimamente preso in considerazione. La relatrice Onu sarà in Italia a breve, per venire a verificare lo stato di attuazione dell’articolo 11. Pare strano che si parla di Europa soltanto quando si parla di banche. Vorrei ricordare che in Europa, ad esempio, hanno quattro volte le case popolari che ci sono in Italia. La Francia, a partire anche da Sarkozy, ha deciso di costruire nei prossimi anni 150mila alloggi sociali all’anno. Esattamente il contrario di quello che facciamo in Italia.

La campagna ‘sfratto zero’ è partita nel 2004…

Si, l’Alleanza Internazionale degli Abitanti che è un organismo internazionale che associa strutture, sindacati, comitati, associazioni, architetti, enti locali di tutto il mondo, ha lanciato il mese di mobilitazione. In Italia è la prima volta, quest’anno, che arriviamo a questa campagna in maniera così forte, così articolata e così presente sul territorio. Abbiamo voluto lanciare un segno, che in Italia il problema casa esiste, che non è un problema di una minoranza e che non è una questione da sottovalutare. L’azione continua, abbiamo programmato picchetti antisfratto in tutt’Italia nei prossimi giorni. Il 26 ci sarà un’iniziativa unitaria dei ’sindacati inquilini’ davanti a tutte le prefetture e a metà novembre è prevista una manifestazione davanti al Ministero delle Infrastrutture. Proseguiamo nella battaglia e saremo anche noi in questo autunno di rivendicazioni e di diritti sociali.

da L’INDRO.IT di giovedì 11 Ottobre 2012, ore 18:47

http://www.lindro.it/Sfratti-Zero-anche-l-Italia-si,10943#.UIWGU28xooc

FONDAZIONE UMAN: RITORNO ALLA FINANZA SOCIALE. Intervista al docente di economia politica Stefano Zamagni

Intervista al docente di economia politica Stefano Zamagni

FONDAZIONE UMAN: RITORNO ALLA FINANZA SOCIALE

Filantropia e capitalismo: “E’ un’idea antica che può essere un volano per rilanciare l’economia”. Facilitando il legame tra chi dispone di grandi risorse e chi sa trasformarle in progetti

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Anche in Italia è arrivata la finanza sociale. È stata presentata a Roma la Fondazione Uman, per “connettere l’Italia – si legge nel sito – con la filantropia internazionale e promuovere un capitalismo più umano. Vogliamo superare il concetto tradizionale di beneficenza e sviluppare anche nel nostro Paese una nuova cultura del ’giving’, promotrice di innovazione e sviluppo”.

La Fondazione, presieduta da Giovanna Melandri (parlamentare del Pd e già ministro della cultura, delle politiche giovanili e dello sport) nasce per indirizzare risorse private verso imprese sociali e per innovare con la finanza sociale.

Il ruolo di UMAN Foundation sarà quello di facilitare un legame positivo tra chi dispone di grandi risorse economiche e chi sa trasformarle in concreti progetti di impresa creativa esociale nel nostro Paese e nei Paesi in via di sviluppo. Tutto questo sarà possibile anche grazie alla relazione costante che UMAN Foundation intende praticare con la rete internazionale delle fondazioni filantropiche già da tempo protagoniste sulla scena globale”.Ha spiegato la Melandri“vogliamo difendere il modello di welfare europeo, renderlo più efficiente, ma agganciarlo anche ai nuovi orizzonti della finanza sociale, in crescita ovunque”.

Per capire meglio di cosa si tratta abbiamo contattato il docente di economia politica presso l’Università di Bologna, Stefano Zamagni: “la fondazione Uman nasce come tentativo di introdurre nel nostro Paese questo concetto nuovo in tempi recenti, ma antico per quanto riguarda la nostra tradizione. La finanza è nata in Italia settecento anni fa ed è nata comefinanza sociale. È nata tra il 1300 e il 1400, quando nacquero i Monti di Pietà ad opera del pensiero francescano. La finanza prima non esisteva e nasce come finanza sociale”.

 

Cioè?

Come attività di raccolta di fondi per opere di pubblica utilità, in ambito assistenziale quando nascono gli ospedali, per opere culturali e educative. L’Università è un’invenzione italiana e si finanziavano con la finanza sociale. Quando la finanza esce dalla Toscana, che era il centro, e va ad Amsterdam, siamo nel 1600, cambia tutto. La finanza diventa speculativa e va avanti come tutti sappiamo e come questa crisi ha messo in evidenza. Con la Fondazione Uman si vuole recuperare un pezzo del terreno perso e trovare i modi di raccolta delle risorse finanziarie, tra la gente, tra le imprese, tra Istituzioni varie per finalizzarle a opere o iniziative di pubblica utilità. È un ritorno all’antico.

Perché è necessario?

Perché il singolo donatore a causa delle asimmetrie informative non si può fidare del fatto che i propri soldi vadano a finire bene. Ha bisogno di un intermediario, che godendo di reputazione e di fama dia la garanzia. Molti italiani non donano perché non ci sono queste strutture di riferimento. È un’urgenza improcrastinabile, perché le aree del bisogno crescono e dobbiamo rialimentare i circuiti dalla fiducia pubblica. Quando le persone non si fidano le une delle altre è ovvio che non ci può essere capitale sociale e sviluppo.

Come la finanza sociale può intervenire per favorire innovazione e sviluppo?

Se ci sono questi enti, come la Fondazione Uman, che raccolgono i soldi e li danno a quei soggetti che offrono garanzie di un utilizzo ottimale delle risorse. In Italia abbiamo un potenziale di imprese sociali che non riesce ad operare perché non ha le risorse. Una finanzasociale di questo tipo finirebbe con costituire uno dei volani per rilanciare l’economia. Si tratta di prestare soldi, non si tratta di filantropia vecchio stile, a chi realizza dei progetti in ambito educativo, assistenziale, sanitario, ambientale, culturale. Abbiamo l’Italia che sta crollando, Pompei sta crollando, il Colosseo sta perdendo i pezzi. I soldi pubblici non ci sono più per la manutenzione e quindi il rischio è di perdere un patrimonio inestimabile.

Per la Melandri bisogna difendere il modello di welfare europeo. Lei concorda?

Gli americani hanno inventato il welfare capitalism, gli europei hanno inventato il welfare state. Oggi quest’ultimo è in crisi irreversibile e quindi quello che si sta realizzando in Europa, la transizione in atto è dal welfare state al welfare society. La fondazione Uman è un esempio di cosa vuol dire welfare society, perché è formata da persone fisiche. Va mantenuta l’idea europea del welfare, che deve essere universalistico, per tutti. I modi con cui questo obiettivo viene raggiunto devono adeguarsi ai tempi. Oggi, in questa fase storica, uno di questi modi è quello di mettere in azione la finanza sociale.

da L’INDRO.IT di mercoledì 10 Ottobre 2012, ore 18:38

http://www.lindro.it/Fondazione-Uman-ritorno-alla,10919#.UIWFJm8xooc

LA TOBIN TAX È REALTÀ. ANCHE L’ITALIA ADERISCE. Intervista al docente universitario Emiliano Brancaccio

Intervista al docente universitario Emiliano Brancaccio

LA TOBIN TAX È REALTÀ. ANCHE L’ITALIA ADERISCE

Approvata la tassa sulle transazioni finanziarie: “E’ importante che venga ridimensionata la centralità del mercato finanziario. Ma è un provvedimento benefico anche per le piccole imprese”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Il ‘sì’ dell’Italia per la Tobin Tax è certo. “Avremo nove Paesi” aveva affermato ieri il ministro delle finanze francesi, Pierre Moscovici. Ma perchè proprio nove? Perché è il numero minimo per l’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie, attraverso la cooperazione rafforzata, prevista dal Trattato di Lisbona (almeno 9 Paesi su 27).

La proposta è partita da una lettera di Francia e Germania, firmata da Austria, Portogallo, Slovenia, Belgio, Grecia, con l’aggiunta di Spagna e Slovacchia. L’Estonia ha dichiarato il proprio sostegno, in attesa che il suo Parlamento si pronunci. Da nove si è passati a undici Stati. Diverse fonti provenienti dall’Unione Europea hanno confermato l’appoggio dell’Italia all’iniziativa. Secondo il sito ’Borsaitaliana.it’“l’Italia parteciperà alla ‘cooperazione rafforzata’ per introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie”. La posizione è stata ufficializzata dall’ambasciatore presso la Ue, Ferdinando Nelli Feroci.

Abbiamo sentito Emiliano Brancaccio, ricercatore in Economia politica e docente di Fondamenti di Economia politica e di Economia del lavoro presso la Facoltà di Scienze economiche e aziendali dell’Università del Sannio, a Benevento. Estensore della proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di una imposta sulle transazioni valutarie,avanzata dalla associazione ATTAC e depositata in Parlamento nel 2002 con 180 mila firme di sostegno. “Quando Keynes e Tobin proposero, rispettivamente, un’imposta sulle transazioni finanziarie e un’imposta sulle transazioni valutarie, il loro scopo prioritario era quello di fissare un’aliquota sufficientemente elevata in modo da scoraggiare le transazioni. Il proposito principale, infatti, non era quello di ricavare gettito dagli scambi di titoli o di valuta. Al contrario, l’intento era di scoraggiare quegli scambi. In particolare, Keynes mirava a render costose le transazioni al fine di ridimensionare il ruolo della Borsa. Tobin puntava a rendere onerosi i movimenti internazionali di capitale in modo da ripristinare almeno in parte la sovranità dei singoli paesi sulla politica monetaria. L’imposta di cui si parla oggi, invece, viene concepita con un’aliquota bassa, che cioè non scoraggi le transazioni. Il motivo è semplice: si vuole ottenere gettito fiscale dagli scambi, per cui questi non devono essere disincentivati”.

Cosa sta accadendo in Europa?

Sono molti anni che si discute della possibilità di introdurre una imposta sulle transazioni finanziarie, che in realtà è qualcosa di diverso rispetto alla cosiddetta ‘Tobin Tax’. JamesTobin, che aveva originariamente avanzato questa proposta, in realtà mirava ad una imposta che agisse sulle sole transazioni valutarie, cioè sulle sole transazioni che implicassero scambi da una valuta all’altra. Lo scopo di Tobin era quello di tenere sotto controllo i tassi di cambio. Invece questa proposta di cui si discute oggi in Europa verrebbe applicata a tutti i tipi di transazioni. Potremmo definirla una ‘Keynes Tax’, perché fu proprio Keynes a proporre una soluzione simile. La Commissione Europea e, in primo luogo, Germania e Francia mirano a realizzare un’imposta che punti a creare gettito, cioè entrate fiscali, per rimpinguare il bilancio dell’Ue. Per fare questo bisogna fare in modo che l’imposta sia sufficientemente bassa.

Sembra un controsenso…

Sembra, ma non lo è. Se l’aliquota d’imposta fosse alta le transazioni, che sono l’oggetto dell’imposta, verrebbero scoraggiate. Paradossalmente se si vuole che questa imposta crei gettito bisogna applicare un’aliquota relativamente bassa. L’intenzione originaria non era quella di creare gettito, ma di scoraggiare le transazioni.

Cosa cambia per le piccole e medie imprese e per i consumatori?

Se parliamo di piccole imprese, di piccoli risparmiatori, questo tipo di provvedimento è benefico.

Perché?

Questi soggetti pagano pesantemente il prezzo della speculazione. Oggi la speculazione finanziaria è quella che contribuisce a far crescere i tassi di interesse. È anche in virtù dell’azione degli speculatori che i tassi di interesse in Italia, e negli altri Paesi deboli dell’Europa, sono così alti e ricadono sulle condizioni di vita di tanti lavoratori e pensionati e sulle condizioni operative delle piccole imprese. Se si riuscisse, attraverso un’imposta sufficientemente elevata, a scoraggiare la speculazione, di sicuro le imprese che devono finanziarsi, nonché i lavoratori e i pensionati, che si ritrovano a pagare il prezzo degli alti tassi di interesse, ne guadagnerebbero.

Quali sono gli effetti positivi e negativi?

I primi sono tanto maggiori se l’imposta viene effettivamente utilizzata per ridimensionare il ruolo e la centralità del mercato finanziario. La finanza è stata, nel corso di questi anni, al centro del funzionamento del sistema economico. Oggi sappiamo che la centralità della finanza genera prevalentemente danni. La possibilità che alcuni strumenti riducano un po’ la centralità della finanza all’interno del sistema è un fattore positivo.

L’elemento negativo?

Che questo tipo di soluzione si riveli un pannicello caldo, cioè che in realtà si adotti un’imposta modestissima che non scoraggerà minimamente la speculazione e che alla fine produrrà un gettito molto minore rispetto alle attese. Il rischio, fondamentalmente, è che tutti si entusiasmino per questo tipo di soluzione ma poi, per il modo in cui questa imposta viene applicata, si riveli essere uno strumento molto modesto e di capacità limitata.

Esistono dei rischi?

Questo tipo di imposta per poter funzionare in un’area limitata, pensiamo all’Ue, e se si vuole evitare che i capitali fuggano, per esempio sulla piazza di Londra – che potrebbe decidere di non applicare l’imposta -, è necessario affiancare all’adozione di questa imposta dei provvedimenti di controllo dei movimenti di capitale al di fuori della zona Euro.

Ci faccia capire meglio…

L’imposta da sola provocherebbe una fuga di capitali. Il modo necessario per poter evitare che si verifichi questa fuga è di imporre dei controlli dei movimenti di capitale verso quei Paesi che decidessero di non adottare l’imposta. Si dice agli altri Paesi ‘se voi adottate l’imposta i capitali possono circolare liberamente, se voi non adottate l’imposta noi adottiamo dei controlli sui movimenti da e verso le vostre finanze’. Questo è l’unico modo per poter ovviare al pericolo.

Si andrà verso questa direzione?

Dipende molto dagli sviluppi della crisi. È chiaro che la crisi economica sta scompaginando le carte della politica economia e della visione economica prevalente. Il punto fondamentale è che l’imposta sulle transazioni finanziarie così come i controlli sui movimenti di capitali sono dei provvedimenti che entrano in contraddizione con la visione liberista che ha dominato nel corso di tutti questi anni. È chiaro, quindi, che fino a quando domina una concezione liberista del funzionamento del sistema economico è difficile che questi provvedimenti possano essere introdotti. Noi sappiamo che il liberismo finanziario ha dominato e resiste tuttora. Ovviamente se la crisi tende ad inasprirsi e ci si rende conto che soluzioni di tipo liberista non fanno altro che aggravarla, diventa più probabile che cambi l’agenda della politica economica e che, di conseguenza, anche provvedimenti antagonisti rispetto al liberismo finanziario imperante è possibile che vengano adottati. Molto dipende da come evolve la crisi.

da L’INDRO.IT di martedì 9 Ottobre 2012, ore 19:00

http://www.lindro.it/La-Tobin-Tax-e-realta-Anche-l,10894#.UIWDoW8xooc

“BISOGNA INVESTIRE NEI PIÙ GIOVANI. E NEL SUD ITALIA”

Intervista al presidente del consorzio PattiChiari, Filippo Cavazzuti

“BISOGNA INVESTIRE NEI PIÙ GIOVANI. E NEL SUD ITALIA”

Domani la premiazione del concorso ’Sviluppa la tua idea imprenditoriale’, rivolta ai ragazzi delle scuole. “Sono progetti che non hanno grande rilievo. Ma di importanza fondamentale”

’Sviluppa la tua idea imprenditoriale’. Questo è il titolo del concorso nazionale, giunto alla V edizione, che vede coinvolte 19 classi, 50 insegnanti e 450 studenti provenienti da tutta Italia. L’iniziativa, che vuole introdurre i giovani degli ultimi anni delle scuole secondarie di II grado ai temi dell’economia, è promosso dal consorzio PattiChiari (che riunisce 80 banche per promuovere la qualità, l’efficienza del mercato e l’educazione finanziaria), in collaborazione con le banche tutor e con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca.

La finale nazionale è fissata per domani a Roma, l’evento verrà trasmesso in diretta su diversi siti online. Il concorso è una competizione tra idee imprenditoriali, realizzate attraverso un apposito software o altri strumenti. La competizione è articolata in due tappe: una selezione locale e una successiva selezione nazionale, in cui verrà proclamato il vincitore finale.

L’obiettivo è incentivare la cultura economico-finanziaria attraverso una esercitazione pratica, finalizzata allo sviluppo di un business plan per la creazione di un’impresa di utilità sociale per il proprio territorio di riferimento.

Abbiamo avvicinato un membro della giuria, il prof. Filippo Cavazzuti, presidente del consorzio PattiChiari e docente di economia e regolamentazione dei mercati finanziari presso l’Università di Bologna, per capire meglio di cosa si tratta. “È un’iniziativa che coinvolge centinaia di scuole in tutta Italia, alla classe viene chiesto di presentare un progetto per la creazione di un’impresa. I ragazzi vengono assistiti da un insegnante e da una banca sponsor. Questa è un’attività riservata alle banche consorziate in cui si cerca di far sviluppare ai ragazzi un’idea imprenditoriale. L’anno scorso sono stati coinvolti oltre 15mila studenti in più di trenta province italiane, che hanno prodotto più di cento progetti. Da qualche anno questo è un appuntamento fisso che ha lo scopo di sviluppare la fantasia dei ragazzi. Abbiamo delle selezioni di carattere regionale, in cui si forma una giuria che valuta i diversi progetti, i progetti che concorrono al premio nazionale vengono segnalati”.

 

I giovani, una risorsa per il Paese.

Non c’è dubbio. È per questo che PattiChiari sta investendo sull’educazione finanziaria, sta investendo nelle scuole e in particolare, per esempio quest’anno, vogliamo insistere sul meridione. Un’attività sussidiaria del consorzio nei confronti della scuola è un ottimo esempio di collaborazione pubblico-privato. Per questo insistiamo sui giovani, cercando di stimolare in loro la fantasia di un’idea imprenditoriale, cercando di avvertirli su tutti i rischi della finanza. Nel meridione vogliamo lavorare a programmi che spieghino quali sono i sottili confini tra la finanza e la illegalità, in modo che questi ragazzi comincino a riflettere su certi problemi.

Cosa devono fare questi ragazzi concretamente?

Devono preparare un business plan, che deve essere completo, con le risorse, i tempi. Poi ci deve essere una presentazione, generalmente sotto froma di video. I criteri per decidere il vincitore si basano sulla validità economica del progetto e sulla capacità di presentarlo di fronte al pubblico..

Perché è una sfida che guarda all’Europa?

Guardiamo all’Europa per ricordare che l’Europa c’è ed è bene che noi ci stiamo dentro. Cerchiamo di far capire tutti i vantaggi che derivano dall’Europa, non a caso la classe che vince va a passare qualche giorno a Bruxelles, per cercare di conoscere le Istituzioni comunitarie. L’Europa c’è e la vogliamo mantenere, ed è un bene che i ragazzi comincino a conoscere anche l’Europa, fin da quando sono giovani studenti.

Lei ha fatto riferimento al meridione. Cosa pensa dei giovani del Sud?

Ho conosciuto dei giovani del sud Italia che sono fantastici, splendidi, intelligenti, colti e pieni di fantasia. Ci sono occasioni in cui si scopre un mondo spesso trascurato. Vale la penainvestire in tutt’Italia, facendo programmi mirati sulle singole cose. Nel progetto Calabria abbiamo coinvolto 120 insegnanti che a loro volta hanno coinvolto 10/12mila studenti. Queste sono cose che non appaiono in grandissimo rilievo, ma sono di importanza fondamentale.

Un investimento per l’intero Paese.

Non c’è dubbio, è un investimento sul capitale umano dei ragazzi del mezzogiorno. Io ne sono molto fiero.

Cosa resta ai ragazzi dopo aver partecipato al concorso?

Generalmente chi ha vinto o chi è stato selezionato per la giuria nazionale ci riprova anche l’anno dopo. In alcuni casi, per esempio, ci sono stati piccoli tentativi di trasformare l’esperienza in una start-up. Rimane una bella esperienza.

L’educazione finanziaria è la strada da percorrere per fronteggiare la crisi?

È un modo per comprendere meglio alcuni segmenti della crisi. Per meglio difendersi. Il mio vero mestiere è allevare delle nuove generazioni che scalzino le vecchie generazioni, me compreso.

da L’INDRO.IT di giovedì 4 Ottobre 2012, ore 18:00

http://www.lindro.it/Bisogna-investire-nei-piu-giovani,10805#.UIWB-W8xooc

SVILUPPO: “ALL’ITALIA SERVE LA BANDALARGA”

Intervista a Irene Visentini

SVILUPPO: “ALL’ITALIA SERVE LA BANDALARGA”

Al Festival dell’innovazione di Bolzano si discute di digitalizzazione. Ma la penisola è ferma: “Bisogna tenersi al passo coi tempi e portare avanti istanze politiche”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Artigianato digitale. Questa è la parola d’ordine al Festival dell’Innovazione che si sta svolgendo a Bolzano. L’appuntamento è promosso da CNA giovani imprenditori. Ma cosa significa innovazione dell’artigianato attraverso il digitale? Secondo lo studio ‘Fattore Internet’, commissionato da Google a The Boston Consulting group, le Pmi attive su internetfatturano, assumono, esportano di più e sono più produttive di quelle che su internet non sono presenti. “Si stima che nel triennio le piccole e medie imprese online abbiano aumentato i ricavi dell’1,2%, contro il -4,5% registrato dalle aziende che non hanno un posizionamento sul web. Inoltre per le aziende digitali si riscontra un’incidenza di vendite all’estero del +15%, mentre negli ultimi 15 anni sono stati creati circa 700mila nuovi posti di lavoro collegati al web, molti legati ai settori dell’artigianato”.

La Broadband Commission for Digital Development, organismo dell’Unione europea preposto allo sviluppo delle reti veloci, ha pubblicato la prima istantanea dello stato di diffusione della banda larga in tutto il mondo, paese per paese. Secondo lo studio dell’Onul’Italia occupa il 29° posto (su 177 Stati) per la diffusione della banda larga fissa e al 35° per la banda larga mobile“Se il Tav Torino-Lione costa all’Italia tra i 15 e i 20 miliardi di euro, secondo il Ministero dello Sviluppo ne servono altrettanti (15) per collegare il “100% dei cittadini a 30 Mbps”. In Corea e Giappone viaggiano tutti a banda ultralarga, che nelBelpaese copre solo il 10% del territorio. Ma può valere fino al 3% del Pil”, così scriveva il 6 agosto scorso Eleonora Bianchini su Il Fatto Quotidiano.

Abbiamo intervistato la responsabile dei giovani imprenditori, Irene Visentini per capire meglio di cosa si tratta e siamo partiti da due parole: artigianato e digitale: “Un connubio tra due parole che rappresentano mondi apparentemente lontani. Nel senso che l’artigianato è molto legato alle tradizioni, mentre il digitale è il futuro. In tanti casi il digitale si unisce all’artigianato per creare anche nuove prospettive per i lavori tradizionali”.

 

 

Cosa succede con il digitale?

Digitale in senso lato, ci sono tanti aspetti che un artigiano può innovare nella propria azienda, ad esempio la comunicazione, attraverso i social media. Che creano delle reti, che possono portare grandissima innovazione nelle aziende, anche molto piccole. Ci sono anche nuove professioni che emergono, c’è il coinvolgimento delle giovani generazioni.

Facciamo un esempio…

Ci sono una serie di imprese che stanno nascendo, che lavorano in rete. Sono attività che vengono svolte non in un capannone, ma attraverso i siti e le tecnologie.

Questa digitalizzazione può favorire, dal punto di vista economico, questo settore?

Bisogna tenersi al passo coi tempi, quindi sicuramente ci sono degli aspetti, anche comunicativi, a cui le aziende non possono rinunciare a prescindere, per rimanere sul mercato.

Per conquistare nuove fette di mercato?

Certo, sia come comunicazione, come marketing, come ricerca di fornitori, contatti con partner, con clienti. Sicuramente la digitalizzazione apre i campi che sono preclusi a chi rimane nel suo settore e non cerca un’innovazione per la propria azienda.

Come si superano gli ostacoli alla digitalizzazione che esistono in Italia? Si parla spesso della linea veloce, ma siamo lontanissimi da altri paesi europei. Questo è un problema che per voi, per il vostro progetto, in questa prima fase, può essere superato o è un ostacolo?

Ci sono delle ricerche che indicano gli ostacoli, sia tecnici che burocratici, che bloccano l’evoluzione tecnologica delle aziende. Ovviamente bisogna farne presente, portare avanti gli obiettivi e il fabbisogno comune delle aziende.

Quali sono questi ostacoli?

Sono di carattere tecnologico per quanto riguarda le connessioni veloci, che non arrivano ovunque, e poi ci sono anche, in questo periodo, degli ostacoli economici. Le aziende da sole, spesso, non riescono a digitalizzarsi, ad andare in rete perché non riescono economicamente a sostenere le spese.

Chi ha il compito di abbattere questi ostacoli?

Non lo so, come associazione portiamo avanti le necessità più stringenti, cercando di superare questi ostacoli. Servono sicuramente contatti anche a livello politico.

È la politica che deve risolvere il problema?

Non penso che ci sia una chiave che apre la porta a tutte le aziende.

Anche il premier Monti ha parlato della banda larga.

Sono sicuramente istanze politiche che bisogna portare avanti.

Perché ci troviamo in questa condizione?

Perché il concetto di innovazione è un po’ bloccato, bisogna un po’ costruirselo. Sembra così lontano. Bisogna farsi trainare dalle eccellenze che ci sono nel nostro Paese, portare esempi di imprese che ce la fanno, che vanno avanti.

da L’INDRO.IT di venerdì 28 Settembre 2012, ore 18:13

http://www.lindro.it/Sviluppo-All-Italia-serve-la-banda,10674#.UIWAn28xooc

LA NUOVA ECONOMIA PASSA DALL’INNOVAZIONE SOCIALE. Intervista al segretario di Iris Network, Flaviano Zandonai

Intervista al segretario di Iris Network, Flaviano Zandonai

LA NUOVA ECONOMIA PASSA DALL’INNOVAZIONE SOCIALE

Per uscire dalla crisi bisogna cambiare tutto in modo radicale. Percorrendo una nuova strada “basata su una moltitudine di iniziative dal basso”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La sfida dell’innovazione sociale. Ma il sociale innova?”. Questo è il titolo del seminario organizzato da Euricse (European Research Institute on Cooperative and Social Enterprise), inserito nel Festival dell’Innovazione, promosso dalla Provincia Autonoma di Bolzano. “Il seminario – secondo il presidente di Euricse, Carlo Borzaga – sarà un’occasione per approfondire quali siano i significati e le principali applicazioni dell’innovazione sociale, se questa riuscirà a salvare l’Europa dalla crisi economica e di legittimità, e quale ruolo possono giocare imprese cooperative e sociali, che della produzione di socialità fanno la loro missione”.

Ma cos’è la social innovation? Perché è necessaria? Dal libro bianco sull’innovazione sociale gli autori Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan (edizione italiana a cura di Alex Giordano e Adam Arvidsson) spiegano: “Quanto allo stato, almeno quello italiano, pare palesemente incapace di risolvere, o anche solo interessarsi ai problemi sociali del paese, che peraltro si fanno sempre più gravi: disoccupazione giovanile, precarietà economica ed esistenziale, mancanza di servizi, montagne di immondizia e degrado ambientale… Per quanto riguarda l’innovazione, anche quella tecnologica e commerciale,l’Italia manca di un sistema di ricerca e sviluppo nazionale, e gli istituti di ricerca che rimangono stanno per chiudere, anche quelli di eccellenza internazionale. L’unica innovazione sociale viene fatta da piccole imprese che lavorano in modo individuale, indipendenti dal sistema. Per questo, secondo WIPO, l’Italia produce tanti brevetti quanto la Svizzera, ma con una popolazione quasi nove volte più grande”.

Una situazione che potrebbe cambiare. “Dietro la passività delle strutture economiche e politiche di questo paese sembra emergere una nuova ondata di creatività e energia, particolarmente fra le generazioni più giovani, quelli sotto i quarant’anni. Molti di questi sono cresciuti nel nuovo ambiente informatico di cui internet e i social media diventano parte integrante della vita quotidiana, e sono perciò abituati a nuovi modi di trovare informazioni, di mettersi in contatto con altri e collaborare”.

L’innovazione è necessaria per una riorganizzazione delle relazioni produttive e sociali. Per andare avanti, secondo gli autori del libro bianco, bisogna ripensare tutto in modo radicale. L’innovazione sociale mostra una nuova strada “basata su una moltitudine di iniziative dal basso, di esperimenti quotidiani”. Ma quali sono le applicazioni dell’innovazione sociale? Quale influenza ha nella risoluzione della crisi economica?

Ne abbiamo parlato con Flaviano Zandonai dell’Euricse e segretario di Iris Network, che si occupa di ricerca sull’impresa sociale: “Mettiamo al centro del dibattito il rapporto che esiste tra innovazione e produzione di socialità. Vogliamo porre all’attenzione questa cosa, soprattutto guardandola dal punto di vista delle organizzazioni che dovrebbero essere orientate più socialmente, come le cooperative e le imprese sociali. E vogliamo capire come funziona davvero la produzione di innovazione sociale da parte di queste realtà”.

E In Italia cosa accade? Nel libro bianco sull’innovazione sociale si fa riferimento al nostro Paese…

C’è un sacco di innovazione sociale nascosta. Ci sono certamente delle esperienze interessanti, anche l’approccio di quel libro bianco, indubbiamente, ha il merito di svelare alcuni settori, alcuni contesti dove si fa oggi innovazione sociale. Esistono diverse realtà che, in qualche modo, hanno contribuito anche a cambiare, a innovare socialmente la produzione.

Perché esiste l’innovazione nascosta?

In primo luogo bisogna dire che le stesse organizzazioni che la fanno non sono neanche consapevoli o arrivano adesso a percepire l’importanza innovativa della loro attività. E poi perché, soprattutto nel campo del welfare, si dà per scontato che queste organizzazioni private, non lucrative, sono dei sostituti della pubblica amministrazione. Invece non è sempre così, sono dei soggetti che sono anche in grado di produrre un modo nuovo di fare welfare. Questa cosa è anche poco conosciuta dai provvedimenti governativi e dalle politiche.

Cosa sono le ’iniziative dal basso’?

Un percorso inevitabile, ma anche difficile. Cercare di creare innovazione a partire da esperienze dal basso, cioè localizzate, contestualizzate, vicine ai bisogni delle persone e delle comunità che hanno la capacità di mettersi insieme. Di diventare un patrimonio di conoscenze, di sapere, di professioni che diventa disponibile come un sistema, a livello Paese. Oggi è un po’ complicato, perché le reti dell’innovazione sociale italiana sono tutte poco omogenee, fatte da soggetti con la stessa natura, dello stesso territorio, dello stesso contesto e dello stesso approccio. Invece le reti servono per portar su l’innovazione sociale, formate da soggetti diversi. E si fa ancora poco.

È la strada giusta per contrastare la crisi?

Credo che ci tocchi per certi versi. È un po’ una condanna questa dell’innovazione in campo sociale. Ci scommette anche l’Unione Europea che poco tempo ha emanato una comunicazione molto importante (l’iniziativa per l’imprenditoria sociale, ndr), per portare questo tipo di organizzazioni al centro dell’ecosistema dell’innovazione sociale, dell’economia in generale. Si assegna la centralità a tutte quelle organizzazioni che sanno fare innovazione sociale come perno di una nuova economia. È un mandato molto ambizioso, non so se si riuscirà a portare a regime questo tipo di approccio. Però la strada, per certi versi, è obbligata e non è solo una scelta. È data dal momento storico in cui viviamo.

da L’INDRO.IT di giovedì 27 Settembre 2012, ore 18:00

http://www.lindro.it/La-nuova-economia-passa-dall,10645#.UIV_VW8xooc

“LA MATURITÀ DEI MUSULMANI ITALIANI”. Intervista al vice presidente del Coreis, Yahya Pallavicini

Intervista al vice presidente del Coreis, Yahya Pallavicini

“LA MATURITÀ DEI MUSULMANI ITALIANI”

“Abbiamo sensibilizzato la nostra comunità, non si risponde con la violenza”. E intanto Obama prepara il suo discorso all’Onu

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Su direttiva del primo ministro Erdogan (premier islamico della Turchia, ndr) sono in corso degli interventi tecnici per bloccare l’accesso al film anti-Islam che insulta il sacro profeta Maometto”. Il lungometraggio ‘L’Innocenza dei Musulmani’, che ha scatenato violente proteste, continua a creare dibattito nel mondo islamico. 

L’emittente ’Nbc’ ha anticipato il discorso che Obama terrà alle Nazioni Unite alla 67^ Assemblea generale: “Gli attacchi delle ultime due settimane non sono solo contro l’America, ma colpiscono gli ideali su cui si fonda l’Onu”. In Libia la rabbiosa reazione ha portato alla morte dell’ambasciatore americano, Chris Stevens e di tre funzionari statunitensi. L’ondata di proteste ha coinvolto l’Africa del Nord, il Medio Oriente, l’Europa Occidentale e l’Asia. E in Italia? Qual è l’umore della comunità islamica italiana dopo l’uscita del film?

Lo abbiamo chiesto all’Imam Yahya Pallavicini, vice presidente della comunità religiosa islamica italiana (Coreis). “L’organizzazione della comunità religiosa islamica italiana, in queste settimane, ha intensificato la sensibilizzazione della nostra comunità in Italia e in Europa per evitare qualsiasi emotività istintiva, giustificata o ingiustificata, che potesse dare adito a delle provocazioni o a delle reazioni irrazionali. Sono relativamente contento di dire che almeno in Italia e in Francia, forse, c’è una maggiore maturità dei musulmani.Ribadisco la nostra ferma condanna a qualsiasi violenza”.

Come avete sensibilizzato la comunità dopo le reazioni violente?

Soprattutto all’interno dei nostri luoghi di ritrovo, nei vari centri islamici, nelle moschee, tramite le prediche o tramite un numero abbastanza crescente di contatti telefonici o via mail. Per tranquillizzare gli animi. Ero in Marocco dove c’è stato un grosso congresso e abbiamo trattato anche questo tema. Il mondo islamico riunito ha voluto esplicitare la condanna ad Al Qaeda per quello che era successo a Bengasi e per il mantenimento di un certo livello critico nei confronti di alcune provocazioni, ma civile dal punto di vista deicomportamenti.

Qual è l’umore della comunità islamica in Italia?

Non è dei migliori. Prevale un dispiacere per la grande ricaduta internazionale e comunicativa che alcune provocazioni, che siano vignette o che siano film, provocano. Il malessere è da parte dei veri religiosi, di vedere la propria fede trattata senza rispetto. Però può essere un incentivo per sapere che esistono degli ignoranti o delle persone che vogliono provocare in maniera disonesta. Sta a noi cercare di superare queste idiozie e per cercare di rafforzare un modello di società civile dove i musulmani, anche in Italia, possono dimostrare di essere differenti e superiori rispetto a certe insinuazioni.

Come si risponde alle provocazioni?

Se una provocazione, come in questo caso, è la diffamazione della nostra religione noi dobbiamo rispondere religiosamente.

Che vuol dire?

Dare una dimostrazione di poter essere saggi. Non vuol dire umili nei confronti degli idioti, ma vuol dire anche non fare l’errore sciocco di pensare che qualche cittadino che vive in un Paese, o che si dice di una comunità o di una cultura, possa determinare la generalizzazione con tutto un popolo, con tutta una storia, con tutta una comunità. Purtroppo in tutte le famiglie e in tutte le comunità ci sono delle persone che lavorano in maniera disonesta e che feriscono gratuitamente la sensibilità religiosa. Dobbiamo distinguerci sia dai criminali e dai provocatori.

Cosa succede nel resto d’Europa?

I musulmani europei, anche negli Stati Uniti, hanno acquisito una migliore maturità. Non è la prima volta che la nostra religione viene strumentalizzata da alcuni dei nostri stessi fratelli in maniera violenta o viene attaccata da altre persone di altre culture in maniera blasfema. Forse si è acquisita un po’ più di maturità rispetto a queste situazioni negative. Quello che spero è che maturi anche una nuova coscienza, per poter essere persone profondamente religiose ma anche cominciare a capire quali sono le coordinate del pensiero moderno occidentale. La dignità della nostra cultura non può essere misconosciuta per l’intolleranza di qualche fanatico o di qualche persona perversa. C’è una maggiore superiorità e forse questo può essere un modello per i musulmani nel resto del mondo.

Chi c’è dietro questi scontri?

Ci sono due livelli negativi, ma diversi. Uno è il livello peggiore, quello della matrice terroristica di Al Qaeda che aveva già la strategia di voler colpire alcune ambasciate degli Stati Uniti, perché hanno questo perverso conflitto contro gli americani, che identificano con l’avversario. Noi rispondiamo dicendo che siamo amici di ogni popolo e di ogni cultura. E vediamo, anche nel modello del popolo americano, un modello amico e condanniamo l’uso gratuito della violenza nei confronti di innocenti o di rappresentanti diplomatici di qualsiasi Nazione.

L’altro livello?

Un piano meno brutale, in cui ci sono degli individui che si divertono a manipolare una informazione scorretta nei confronti di simboli religiosi.

Lo ha visto questo film?

No.

Qual è il giudizio che ha raccolto?

Mi è bastata la reazione che ha voluto provocare e le persone che ho incontrato e che lo hanno visto mi hanno detto di essere disgustati del livello, ma soprattutto dalla manipolazione. Due sono le reazioni: è brutto e profondamente disonesto, va a toccare le sensibilità delle persone. È fatto con la capacità di provocare il disgusto.

Cosa pensa della politica di Obama?

Ho una visione molto favorevole, positiva della sua leadership. Obama cerca di rappresentare un modello molto interessante di interculturalità e sensibilità al pluralismo religioso.

da L’INDRO.IT di martedì 25 Settembre 2012, ore 18:30

http://www.lindro.it/La-maturita-dei-musulmani-italiani,10590#.UIV9f28xooc

TESTAMENTO BIOLOGICO? IN ITALIA È TUTTO FERMO. Intervista al docente dell’Università Sapienza Gilberto Corbellini

Intervista al docente dell’Università Sapienza Gilberto Corbellini

TESTAMENTO BIOLOGICO?

IN ITALIA È TUTTO FERMO

“Nel nostro Paese questo tema è molto sentito, ma c’è la Chiesa”. Solo il 5% degli italiani, però, si dice contrario

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Per noi il rispetto per la loro posizione è automatico, quello che loro non riescono a fare è rispettare noi. Noi non ci sogneremo mai di imporre l’abbandono terapeutico. Nessuno può togliere il diritto di essere curati ma nessuno può togliere agli altri il diritto a non curarsi e a lasciarsi morire”.

Queste le parole di Beppino Englaro, il padre di Eluana, la ragazza vittima di un incidente stradale, che tutta l’Italia ha conosciuto, grazie anche alla forza e alla dignità di suo padre. Che ha lottato per rispettare il volere di sua figlia (“Preferirei morire piuttosto che continuare a restare in un letto incapace di intendere e di volere”).

E che ha ottenuto dalla Cassazione, dopo tanti ricorsi, il 16 ottobre 2007, una sentenza che ha stabilito i due presupposti necessari per poter autorizzare l’interruzione dell’alimentazione artificiale. “Quando la condizione di stato vegetativo sia, in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi sia nessun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pur flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno”, “sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona”.

Il 19 luglio del 2008 la Corte d’Appello di Milano autorizzò Beppino Englaro ad interrompere il trattamento che manteneva in vita la figlia. Eluana (che ha vissuto gli ultimi diciassette anni in stato vegetativo) e suo padre Beppino hanno riportato al centro del dibattito italiano il testamento biologico. Uno strumento per rifiutare le cure non desiderate.

Ma dopo le forti polemiche di quei giorni di questo strumento si son perse le tracce. “Come Associazione Luca Coscioni – ha dichiarato Filomena Gallo, Segretario dell’associazione –abbiamo l’obiettivo di riportare le libertà civili nell’agenda pubblica e istituzionale e di aiutare concretamente chi vuole affermare i propri diritti. I cittadini, infatti, devono sapere che attualmente in assenza di una legge sul testamento biologico, in ogni caso possono comunque validamente esprimere le proprie dichiarazioni anticipate di trattamento.

In Italia sono circa 3mila i ‘casi Englaro’, secondo l’indagine ‘Funzionamento e disabilità negli stati vegetativi e di minima coscienza’ un familiare su quattro si occupa dei pazienti fino a sei ore al giorno e il 16% supera i sei anni in stato vegetativo. Ma quali sono gli atteggiamenti degli italiani nei confronti del testamento biologico?

Secondo un sondaggio del marzo 2009, realizzato dall’Ispo, il 51% della popolazione dichiara di “sapere di cosa si tratta”. La maggioranza assoluta (60%) ritiene che sia necessaria una regolamentazione legislativa e solo il 5% si dichiara contrario a una legge. Ne abbiamo parlato con il docente di storia della medicina dell’Università Sapienza di Roma, Gilberto Corbellini. “Il biotestamento è un’espressione un po’ forte, che riguarda le direttive anticipate”.

Cosa sono le direttive anticipate?

Sono delle direttive che un paziente intende dare nell’eventualità in cui si trovi nell’incapacità di decidere, cioè perda coscienza. Queste direttive sono rivolte alle persone, ai loro cari, in modo particolare al medico, perché riguardano il modo in cui eventualmente il paziente non vuole essere trattato. Cosa non vorrebbe che gli fosse fatto nel momento in cui perda coscienza.

A che punto siamo in Italia con il testamento biologico?

Siamo a un punto fermo, perché esiste una legge che è passata in Senato e che non è ancora stata approvata alla Camera, la quale legge è piuttosto strana perché non consente le direttive anticipate.

In che senso?

Per esempio non consente di rifiutare l’idratazione e l’alimentazione artificiale e consente al medico di eccepire, giustificando le ragioni per cui non ne vuole tenere conto. Nell’eventualità questa legge passasse è del tutto inutile fare un testamento biologico.

Per far ripartire il dibattito su questi temi dobbiamo aspettare un nuovo ‘caso Englaro’?

Questo tentativo di mettere in atto queste direttive anticipate in realtà è stato lanciato per dire che non deve esserci mai più un ‘caso Englaro’ e questo vuol dire che non deve esserci mai più la possibilità che una persona che si trovi nella condizione di Eluana Englaro – e abbia fatto delle direttive anticipate – non possa stabilire alcuni tipi di decisioni, in modo particolare queste decisioni riguardano l’idratazione e l’alimentazione.

Facciamo un esempio.

Se io in questo momento, in stato di coscienza, finisco all’ospedale e un medico mi dice che mi deve fare un certo trattamento, ho il diritto di rifiutare un trattamento terapeutico e questo medico non mi può mettere le mani addosso. Ma se io arrivo in ospedale incosciente, anche se avessi fatto delle direttive anticipate, per alcuni trattamenti non potrei rifiutare. Le direttive anticipate, nei Paesi dove non ci sono troppe interferenze ideologiche, non sono altro che la continuazione del consenso informato.

In Italia?

In Italia no. Sono un modo per impedire che questa continuazione del consenso informato venga estesa anche alla condizione in cui il paziente non è più cosciente.

La presenza della Chiesa è un limite?

Il problema in Italia è stato esattamente in questi anni il ruolo importante che la Chiesa ha giocato nella discussione bioetica, in cui invece di segnalare la propria contrarietà e far avvenire la discussione e l’introduzione di norme, secondo quello che è un impianto costituzionale di tipo liberal-democratico, la Chiesa invece ha deciso che si deve andare secondo i propri criteri, i propri valori, anche sul piano della convivenza civile cui si devono imporre questi valori anche a coloro i quali si muovono e vivono sulla base di altri valori. La stessa cosa è accaduta intorno alla legge 40, sulla fecondazione assistita. È diventata un colabrodo, anche la Corte Europea l’ha giudicata non coerente con una serie di principi e di valori fondamentali che riguardano i diritti dell’uomo.

Il tema del testamento biologico come incide sulla sensibilità sociale del Paese?

È un tema molto, molto sentito. Il Paese sta invecchiando, la medicina è diventata estremamente potente e riesce a far sopravvivere in condizioni che in passato non erano compatibili con la vita. Ci sono molte famiglie che assistono ai loro cari che vengono mantenuti a lungo in condizioni di sofferenza o in condizioni in cui queste situazioni rappresentano un grosso peso per la famiglia. Molte persone si trovano a dover vivere in condizioni che per loro sono ritenute non dignitose, quindi preferirebbero non continuare. In Italia, ormai, c’è un orientamento favorevole nella maggioranza dei cittadini anche ad ammettere che le persone possono essere aiutate a morire, nel momento in cui loro decidono che non vogliono più continuare a vivere in certe condizioni. È un tema sentito, ma su questo tipo di tematiche, la nascita e la morte, le religioni giocano una partita molto importante sul piano dell’influenza culturale. Le religioni da un certo punto di vista offrono anche un aiuto, ma un conto è offrire un aiuto e un conto è pretendere che non si possano più prendere delle decisioni o si debba accettare delle condizioni imposte da altri. O da altri sistemi di valori che non sono condivisi da tutti.

da L’INDRO.IT di giovedì 20 Settembre 2012, ore 19:56

http://www.lindro.it/Testamento-Biologico-In-Italia-e,10491#.UIV8Xm8xooc

“SOLO LA CREATIVITÀ PUÒ SALVARCI”. Intervista all’imprenditore Gabriele Centazzo

Intervista all’imprenditore Gabriele Centazzo

“SOLO LA CREATIVITÀ PUÒ SALVARCI”

Per esprimere il suo pensiero ha comprato tre pagine sui quotidiani: “L’Italia è alla deriva, ma non mi candido”
di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Ha comprato tre pagine di giornali (’Repubblica’ e ’Corriere della Sera’) per diffondere il suo manifesto, il suo pensiero. Per dire la sua, senza peli sulla lingua, sulla politica italiana, sui politici, su Confindustria e sul sistema sindacale. La sua piattaforma programmatica è totalmente a disposizione della classe politica, anche perché non intende scendere in campo.

“Mi fate tutti la stessa domanda, non mi interessa fare politica”. Lui è un imprenditore di Pordenone, si chiama Gabriele Centazzo e la sua azienda, la Valcucine, ha 170 dipendenti con un fatturato di oltre 40 milioni di euro. Il suo ’Nuovo Rinascimento italiano’, la sua analisi, è accompagnata da un’illustrazione. Una nave che rappresenta l’Italia, quasi alla deriva. Con i protagonisti della politica italiana.

Una “nave senza guida” che non sa su quale isoletta approdare. “Perché in questi ultimi anni non è stato fatto nulla di buono. Anche otto anni fa portammo avanti un’iniziativa del genere. Ma nessuno ci ha dato ascolto”. Le sue proposte si poggiano sulla creatività, sulla bellezza e sulla ricerca. Lo abbiamo contattato per capire cosa lo ha spinto a prendere una posizione così netta e siamo partiti proprio dal sistema di informazione italiano: “Oggi è molto difficile per una persona non conosciuta arrivare a poter comunicare il proprio pensiero. I mezzi di comunicazione sono fossilizzati sulle stesse persone, sulle stesse facce, sulle stesse voci”.

Perché lei parla di un ‘Nuovo Rinascimento’?

Il problema più grosso dell’Italia è che non ha una visione, non ha una linea guida. Io ho un’azienda e so benissimo che se un’azienda non ha una linea guida non può stare in piedi. L’Italia è come una grande azienda, deve trovare la sua linea guida, la sua visione. Oggi l’Italia è come una barca in mezzo al mare, piena di falle. Noi stiamo lavorando per tappare le falle, altrimenti la nave affonda, ma questo è il presente ed è un lavoro ciclopico. Noi siamo concentrati solo sul presente, dimenticando che la nave deve avere un timoniere che sa dove andare. L’Italia oggi non sa dove andare, è questa la metafora che è espressa nel giornale, con le varie isole. Dove deve dirigersi questa nave? Sull’isola delle materie prime non può, perché non ne ha. Nell’isola di produzione di grandi numeri nemmeno, perché ci sono paesi dove la manodopera costa un decimo. Nell’isola della ricerca di base no, perché non l’abbiamo fatta. Rimane solo l’isola della creatività e della bellezza. Questa è l’unica possibilità per salvarsi, per dare un futuro alle generazioni future”.

A chi deve essere affidata la guida di questa ‘nave’?

Deve essere affidata a un bravo personaggio che abbia un carisma tale da riuscire a coinvolgere tutta la ciurma litigiosa, ad orientarsi verso un’unica direzione.

Esiste questo ‘carismatico personaggio’?

Non lo so chi è, probabilmente non c’è nessuno. Questo è un altro problema dell’Italia. Io spero che ci sia e possa nascere nelle nuove generazioni. Per esempio nella sinistra puòessere Renzi. La destra, invece, deve esprimere un suo giovane. Bersani deve cedere il passo a Renzi e Berlusconi deve cedere il passo a un altro giovane. E questi due giovani devono poi indicare una direzione.

C’è anche Grillo in questo momento. Lei cosa ne pensa?

Beppe Grillo sta facendo un esperimento molto interessante. La nostra politica è come un tumore, se entro dentro il tumore per andare a cercare di salvare le cellule sane ne resto infettato. Allora lui dice ‘dentro questo tumore non entro, bisogna estirpare il tumore completo’. È una sua visione che rispetto, è una strada. Lui ha tracciato la sua strada.

A cosa serve questo manifesto?

Se ci sono dei partiti intelligenti possono avere spunto per delle azioni concrete. Perché per ogni critica, a me piace proporre una proposta. Può essere sbagliata, ma sicuramente deve far discutere. Oggi i partiti muoiono per mancanza di creatività. Sono anni che parlano di visioni e poi escono con dei programmi populisti. Si sono anche accusati di averli copiati l’uno dall’altro. Siamo al ridicolo. Stiamo fossilizzando la mente degli adolescenti, che è l’unica possibilità di sviluppo del futuro. Stiamo fossilizzando anche la loro creatività.

In un passaggio lei fa riferimento anche a Confindustria. E non è tanto tenero…

Non sono tenero perché Confindustria ha preso gli stessi vizi della politica. Abbiamo costruito un carrozzone che ogni anno incassa 500milioni di euro. In Francia 23.3, in Inghilterra 23. Con tutti questi soldi è possibile mettere in piedi un centro di ricerca, qualcosa di concreto per l’industria. Niente, tutto viene mangiato nell’immensa struttura. Questo non l’accetto.

Lei invita i suoi colleghi imprenditori a disdire il rapporto con l’Associazione.

Mentre sul tumore politico non possiamo intervenire, qui abbiamo gli strumenti per intervenire. Perché dobbiamo andare avanti per inerzia? In Italia la forza prevalente è l’inerzia. Qui possiamo fare qualcosa. Considero Confindustria un baraccone.

Qual è il suo giudizio sul governo dei tecnici?

Si son trovati in mano una nave piena di buchi che stava affondando. Hanno fatto quello che potevano.

Molti criticano questo governo per la vicinanza con il sistema bancario. Lei che ne pensa?

È il sistema bancario che sarebbe da riformare, come per Confindustria. L’Europa ha dato i soldi all’1 per cento, se li son tenuti e hanno fatto acquisti per investire in posti dove prendono il 4/5 per cento. E non hanno dato niente all’Industria. Il sistema bancario ha le sue colpe.

Nel suo manifesto c’è anche un riferimento alle ‘relazioni sindacali’. La politica continua a occuparsi dello Statuto dei Lavoratori…

È tempo di smettere di parlare di questa roba. Sia da una parte che dall’altra, son tutte cazzate.

Se qualcuno le chiedesse di mettere il suo impegno in politica…

In politica non ci vado. Ho 63anni, è tempo che la mia generazione lasci lo spazio ai giovani e si inventino il loro futuro. Noi il futuro glielo abbiamo fregato. Tutti mi chiedono ‘sta roba, ma sa perché me lo chiedete?

No.

Perché tutti quelli che dicono ‘io non entrerò mai in politica’ dopo entrano. Ma io non sono così.

Secondo lei, la ‘nave’ si salva?

La nostra nave si salverà per disperazione. Ma una volta salvata ci vuole qualcuno che la orienti e riesca a creare un qualcosa di diverso per tutti gli italiani. C’è bisogno che ogni italiano, prima di fare una cosa, deve farsi una domanda: ‘sto facendo una cosa bella’?. A quel punto ci sarà una visione per l’Italia.

da L’INDRO.IT di venerdì 14 Settembre 2012, ore 19:30

http://www.lindro.it/Solo-la-creativita-puo-salvarci,10367#.UIV3hW8xooc

L’ITALIA DA TRIPLA A. Intervista a Maurizio Liuti di Crif

Intervista a Maurizio Liuti di Crif

L’ITALIA DA TRIPLA A

Nonostante il periodo di crisi, nel nostro paese ci sono oltre 24mila aziende che raggiungono il massimo del rating. “Ma spesso non lo sanno neanche”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Sono oltre 24 mila le imprese italiane che hanno un rating di eccellenza, da A1 ad A4. Si parla tanto di crescita difficile, se non impossibile, in questo lungo momento di forte crisi. Ma a quanto pare anche nel Belpaese ci sono delle aziende da tripla A. La Lombardia, secondo gli studi, è la prima regione, con il numero più alto di Pmi eccellenti (32% delle imprese) ed è seguita dal Piemonte. All’ultimo posto c’è una regione del sud, la Calabria. Dove comunque ci sono 126 imprese con un fatturato superiore ai 5 milioni di euro e con il massimo del rating. Le imprese più performanti sono quelle industriali e le utility, mentre si continuano a registrare difficoltà per le aziende dell’edilizia e dei servizi.

Nelle Marche, per esempio, oltre 600 aziende sono top perfomer. Dalle analisi dell’agenzia di rating italiana Crif, è possibile vedere al primo posto Ancona, con 226 casi di eccellenza. A seguire Fermo con 99, Macerata con 148, Pesaro e Urbino con 76, Ascoli Piceno con 60. L’analisi sulla distribuzione per classi di rating è stata effettuata da Crif, su dati aggiornati a marzo 2012 e riferiti alle imprese non appartenenti al settore pubblico, con un fatturato superiore a 5 milioni di euro.

Crif è la prima e unica società italiana a essere stata registrata a livello europeo come agenzia di rating, con l’autorizzazione della Consob ed Esma. Tra le aziende valutate come top performer, circa 2.500 hanno un fatturato superiore ai 50 milioni di euro“una dimensione – si legge nella nota diffusa dalla società – che consente generalmente di avere elevati livelli di innovazione tecnologica, di prodotti e di mercati. Queste imprese eccellenti potrebbero qualificarsi agevolmente sui mercati di capitali ma anche di fronte a equities, partners, clienti e fornitori, sia locali che internazionali, a prescindere dal rischio paese che probabilmente oggi le penalizza. Bisogna considerare che oggi solamente 209 società sono quotate alla Borsa di Milano e che sono solo 9 i fondi specializzati negli investimenti su PMIdomestiche rispetto ai 57 presenti in Germania e i 61 della Francia. A fronte di questo, le imprese italiane spesso si caratterizzano per dimensioni ridotte e una capitalizzazione non sempre adeguata”.

Per commentare questi risultati abbiamo contattato Maurizio Liuti, responsabile comunicazione dell’agenzia di rating italiana. “Abbiamo fatto questa analisi ed è emerso che ci sono oltre 24mila imprese in Italia che si collocano in una fascia di rating con perfomer ad altissima affidabilità. Molte imprese non sanno di avere una valutazione così positiva”.

Qual è l’aspetto rilevante?

Ci sono, a fronte della crisi economica che ormai caratterizza il quadro congiunturale da quattro anni, degli aspetti di accesso al credito. Avere, in qualche maniera, la certificazione di una terza parte che qualifica queste imprese come eccellenti dovrebbe favorire l’accesso al credito. Ma c’è dell’altro, come ad esempio il posizionamento nei confronti di fornitori piuttosto che clienti. Un’impresa che viene valutata come eccellente sicuramente offre un elemento di garanzia.

Come è possibile definire la situazione italiana?

Molto, molto delicata. Fuori di quello che è l’aspetto strettamente collegato alle agenzie di rating, valutiamo tutta una serie di altri elementi, come la rischiosità delle imprese piuttosto che i ritardi di pagamento. Indubbiamente la situazione è collegata a una fortissima debolezza della domanda, di prodotti e servizi. Per cui assistiamo a una sovracapacità produttiva rispetto a quello che i mercati di riferimento possono recepire. Anche le piccole dimensioni delle imprese, in alcuni casi, possono essere penalizzanti. La capacità di essere esportatori non è nella capacità di tutti.

Il premier Monti ha affermato che siamo alla fine di questa crisi economica. Lei concorda?

Ritengo che sicuramente questa crisi sarà, intanto, fortemente caratterizzata dalla possibilità di attaccarci al traino di una ripresa globale. Magari gli altri mercati che partiranno prima di quello interno italiano e questo consentirà di riattivare un processo virtuoso. Un aspetto molto forte è che il fattore congiunturale negli ultimi anni ha condizionato molto il consumo delle famiglie. Parlo del marcato italiano, ma non solo. Questa è una crisi che ha coinvolto tutto il pianeta. Il fatto di avere una ripresa nei consumi è il passaggio obbligato per uscire da questa situazione.

da L’INDRO.IT di giovedì 13 Settembre 2012, ore 19:34

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LE EMERGENZE PLANETARIE

Intervista al professor Antonino Zichichi

LE EMERGENZE PLANETARIE

Sono 71, e per essere studiate è necessario un “Centro Internazionale impegnato a unificare Scienza, Tecnologia e Cultura affinché l’azione politica sia al passo con le conquiste scientifiche”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Si è conclusa lo scorso 25 agosto la 45° edizione dei Seminari internazionali sulle emergenze planetarie, organizzati dalla World Federation of Scientists (WFS) e dal Centro di cultura scientifica Ettore MajoranaTema della settimana di lavoro è stato Il ruolo della scienza nel terzo millennio’. Dalla guerra -che molto probabilmente non sarà nucleare bensì cibernetica-, al nucleare -sicuro se sfilato dalle mani della politica e riaffidato esclusivamente alle competenze scientifiche-, all’emergenza alimentare, come ogni anno i Seminari 2012 hanno offerto una grande occasione per capire qualcosa di più del mondo e dell’ignoranza umana alla base della progressiva distruzione del pianeta.

Con il professor Antonino Zichichi, fondatore del Centro, tra i fisici europei più illustri e brillante divulgatore scientifico, abbiamo tentato di fare il punto su alcuni tra i temi più interessanti dibattuti nella settimana di lavoro.

Centodieci scienziati di quaranta Nazioni a Erice per studiare le Emergenze Planetarie. Qual è il ruolo della scienza nel III millennio?

Quello di far capire a tutti quali sono le vere Emergenze Planetarie e quali non sono. Esempio. La ‘Cultura Dominante’ è riuscita a demonizzare l’effetto serra e l’anidride carbonica. Ebbene queste due ‘cose’ non le ha fatte l’uomo ma la Natura. Se queste due ‘cose’ non esistessero non potremmo essere qui a discuterne. Non potrebbe esistere la vita in questo satellite del Sole. Su queste due ‘cose’ è concentrata l’attenzione di tutti i Governi del mondo; prova ne è la quantità di miliardi Dollari (in USA) e di Euro (in Europa) già stanziati per far fronte a queste due ‘cose’ che tutti pensano siano due EmergenzePlanetarie. Così non è, come è venuto fuori dai Seminari di Erice. Purtroppo le vereEmergenze ci sono e non sono due, bensì 71. I miliardi di Dollari vanno spesi per affrontare e risolvere queste vere Emergenze. Il pericolo grave è che i Governi restino senza fondi per leEmergenze Planetarie il cui studio ha bisogno di un Centro Internazionale interamente impegnato a unificare Scienza, Tecnologia e Cultura affinché l’azione politica sia al passo con le conquiste scientifiche.

Lei ha dichiarato “oggi noi viviamo come se nessuno sapesse quali sono le leggi fondamentali che reggono il mondo“. Le chiedo, operativamente, come far entrare la scienza nella vita quotidiana degli individui, nel loro patrimonio di conoscenze? Come deve cambiare la scuola e come la formazione perenne?



C’è bisogno di Scienza nella vita di tutti i giorni, anche se nessuno se ne rende conto. La Tecnologia Medica (Raggi X, Risonanza Magnetica, TAC, PET ecc. …) non potrebbe esistere se noi scienziati non avessimo scoperto le leggi che reggono la realtà in cui viviamo e di cui siamo parte. La Scuola deve cambiare e anche la formazione di chi vuol essere parte di questa battaglia culturale che è la più civile battaglia che si possa immaginare. Il nemico numero uno dell’umanità è infatti l’Ignoranza: un male perfettamente curabile.

In questo, quali sono le responsabilità dei media?

Enormi. La Potenza informatica dei media è cresciuta enormemente. Il suo livello si è inveceenormemente abbassato. Le faccio un esempio. Hanno fatto una domanda a portatori di telefonino fermi ai semafori di una grande città d’Europa. Chi ha il telefonino porta in mano le frontiere della Elettrodinamica Quantistica. Ecco la domanda: “Lei sa che il Sole sorge a Oriente e tramonta a Occidente. Secondo quanto Lei sa è la Terra che gira o il Sole?” Il 70% degli intervistati ha risposto: “Il Sole”. Ecco perché ho detto che fa più Cultura MaurizioCrozza che l’insieme dei Media. Crozza ha detto: “La Terra gira attorno al Sole senza fermarsi mai. Sapete perché? Non trova parcheggio”. Chi ha ascoltato Crozza non dirà mai che è il Sole a girare attorno alla Terra.

Quali sono le 71 Emergenze Planetarie? Potrebbe elencarcele?

Sono nei 45 volumi degli atti dei nostri seminari sulle emergenze planetarie. Io posso limitarmi a dire che le sorgenti di queste 71 Emergenze sono quindici: acqua, suolo, cibo, energia, inquinamento, limiti dello sviluppo, cambiamenti climatici, monitoraggio del pianeta, minacce belliche nel mondo multipolare, scienza e tecnologia per il Terzo Mondo, sostituzione degli organi, Aids e altre malattie infettive, inquinamento culturale, difesa contro oggetti cosmici, gli ingenti investimenti militari. Ciascuna di queste quindici sorgenti genera diverse emergenze.

Quest’anno la relazione di apertura è stata tenuta dal Presidente della Repubblica Ceca, professore Václav Klaus. Esiste un forte connubio tra scienza e politica, parliamone.

Non è connubio è alleanza. Il Professore Klaus è uno dei Presidenti più colti che esista al mondo. Segue da anni i lavori degli scienziati di Erice che hanno le loro radici nella WFS(diecimila scienziati di 115 Nazioni). Noi infatti non ci siamo limitati a studiare teoricamente le Emergenze Planetarie citate prima. Abbiamo saputo progettare e realizzare ben 100 progetti-pilota in 50 Paesi per dimostrare che se c’è volontà politica è possibile affrontare e risolvere le 71 Emergenze Planetarie. Le faccio un esempio di progetto-pilota realizzato in Cina negli anni 90: il ‘Sistema di previsione in tempo reale e della gestione delle inondazioni del Basso Fiume Giallo’, volto a risolvere gli enormi problemi creati dalle periodiche inondazioni nel bacino del Fiume Giallo che ogni anno causavano migliaia di vittime. Il costo del progetto pilota è stato 3,4 milioni di dollari. I risultati da noi ottenuti hanno permesso alle autorità cinesi di intraprendere l’attuazione del progetto completo con un finanziamento di un miliardo di dollari della Banca Mondiale.

Parliamo del nucleare. Qual è la sua posizione?

La tecnologia nucleare non esisteva nel 1940. In appena cinque anni si passa dalla totale assenza di questa tecnologia alla esistenza delle centrali nucleari e purtroppo anche alle bombe (dette atomiche ma in realtà a fissione nucleare) che hanno distrutto Hiroshima e Nagasaki. Nel corso dei cinque anni sopra citati (in realtà il Progetto Manhattan è durato appena 38 mesi) si passa quindi dal nulla alla tecnologia nucleare di potenza inaudita per quei tempi, senza alcun incidente. Come si spiega questa totale mancanza di incidenti conChernobyl e Fukushima? Il Progetto Manhattan era in mano alla vera grande Scienza;Chernobyl e Fukushima invece sono stati in mano alla violenza politica ed economica. I disastri di Chernobyl e di Fukushima non sono dovuti alla tecnologia nucleare ma all’uso che di questa tecnologia ne fa la violenza politica (Chernobyl) ed economica (Fukushima). Io ho avuto il privilegio di conoscere tutti i fisici del Progetto Manhattan. Essi si erano posti esattamente i problemi oggi di straordinaria attualità, partendo da un dato di fondamentale importanza. Il fuoco nucleare regala all’umanità un fattore pari a un milione di volte la potenza di tutti i precedenti ‘fuochi’. Per produrre la stessa quantità di energia ci sono due strade: bruciare un milione di chili di petrolio, carbone, legna, gas (qualsiasi combustibile di tipo elettromagnetico), oppure bruciare appena un chilo di combustibile di tipo nucleare. Immagini di avere due macchinette. In una Lei mette un Euro ed esce un panino. Nell’altra mette sempre un Euro ma escono un milione di panini. Quale sceglierebbe? I nostri posteri non ritorneranno all’età della pietra per mancanza di energia. Useranno il milione di volte citato prima. L’umanità ha bisogno di energia per vivere bene.

Esiste il rischio di una guerra nucleare nei Paesi Arabi e di una guerra tra Israele e Iran? E come è possibile uscire da queste situazioni?

Il pericolo è fuori discussione che esista. Bisogna fare in modo che questo pericolo non diventi realtà. Come? Cercando in tutti i modi di convincere gli uni e egli altri che a nessuno dei due conviene scatenare un conflitto. La Scienza è il motore di pace più efficace che esista al mondo. Ecco uno dei motivi per cui la World Federation of Scientists ha studiato il progetto per creare un Centro di Studi sulle Emergenze Planetarie. Coloro che vorrebbero scatenare una guerra debbono capire che tutti abbiamo un nemico comune e che questo nemico sono leEmergenze Planetarie. Emergenze che, se non vengono affrontate e risolte, in tempi brevi, colpiranno tutti gli abitanti di questo satellite del Sole; nessuno escluso. Invece dicombatterci a vicenda è molto più saggio combattere insieme le Emergenze Planetarie.

Guerra nucleare o cibernetica? E la guerra cibernetica come ce la dobbiamo attendere?

È fuori discussione che con la cosiddetta guerra cibernetica si possono mettere fuori uso tutti i sistemi di distribuzione d’acqua e d’energia di un’intera Nazione. L’incidente occorso in India poche settimane fa nella distribuzione di energia elettrica è un esempio dellavulnerabilità che caratterizza le strutture da cui dipende la vita di tutti i giorni. Detto in termini sintetici: è possibile mettere in ginocchio un’intera Nazione senza usare né missili intercontinentali né bombe nucleari. La guerra cibernetica va presa sul serio, come insegna la Storia. L’umanità, dall’alba della civiltà ai tempi di oggi, ha combattuto cinquantamilaguerre. Le prime le ha vinte chi riusciva ad avere la supremazia sulla superficie terrestre; le successive vennero vinte da coloro che avevano il dominio dei mari; l’ultima guerra ha visto vincente la Nazione (USA) che dominava il cielo. Poi sono venute le guerre spaziali che la Scienza è riuscita a evitare. Adesso siamo alle guerre ‘elettroniche’; è questo il vero significato di guerra cibernetica che la comunità scientifica della WFS studia grazie al gruppo di lavoro che ha dentro i più grandi specialisti sia del ‘soft’ sia dell’‘hard’. Infatti per vincere è necessario non dimenticare che la matrice del ‘soft’ sta nella parte ‘hard’. Esempio: le Ferrari hanno bisogno sia della macchina (hard) sia di Fernando Alonso che la sa guidare (soft). Ma se vogliamo vincere non basta avere Alonso; è necessario fornirgli una macchina quanto più perfetta e potente tra tutte le possibili macchine. Questa difesa della componente ’hard’ delle attività umane nasce in quanto io appartengo alla componente ’hard’ dell’attività scientifica, spesso dimenticata a tutti i livelli, pur essendo il motore del progresso ’hard’ e ’soft’.

Lei ha affermato che “la Cultura del nostro tempo, che è detta moderna, in verità è pre-aristotelica“. Che significa?

Significa che della ‘Cultura del nostro tempo’ non fanno parte né la Logica Rigorosa Teorica (meglio nota come attività matematica) né la Logica Rigorosa Sperimentale (meglio nota come Scienza). Per la Cultura detta moderna è come se la Scienza non fosse stata scoperta. Chi usa il telefonino, Internet ecc. .., e chi ha bisogno delle moderne tecnologie mediche è convinto che questi strumenti siano stati inventati dalla tecnologia dell’informazione e dalla tecnologia medica. Non è così che stanno le cose (come abbiamo visto già). Se non fosse per le scoperte che hanno portato a scrivere le equazioni della Elettrodinamica Quantistica (QED: Quantum ElectroDynamics) alla cui costruzione io ho dato contributi notevoli, non potrebbero esistere le tecnologie sopra citate. Enrico Fermi diceva: “Quando c’è in gioco il proprio lavoro bisogna abbandonare la modestia“. Enrico Fermi fu il più grande Galileiano dell’ultimo secolo e visse sulle sue spalle l’enorme responsabilità di capire l’importanza della Cultura nella vita di tutti i giorni. Purtroppo morì all’età di appena 53 anni e non poteva che raccomandare ai suoi allievi di Chicago di battersi affinché all’Hiroshima politica non seguisse l’Hiroshima culturale. Siamo in piena Hiroshima culturale. Parlano infatti di Scienza persone che non hanno mai scoperto né inventato nulla, ma che il grande pubblico considera ’scienziati’. Ecco l’origine della confusione tra Scienza e Tecnica e di tutte le altre mistificazioni culturali di cui siamo vittime noi scienziati.

Come giudica il livello di conoscenza e consapevolezza scientifica della classe politica dei grandi Paesi del mondo?

C’è un enorme risveglio. Ai Seminari di Erice hanno preso parte esponenti illustri della politica italiana e straniera. Il Presidente della Repubblica Ceca Václav Klaus, è stato con noi a Erice dove sono venuti anche il Ministro Anna Maria Cancellieri, gli Onorevoli Alessandro Pagano e Alfredo Mantovano; il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica Italiana Donato Marra per portare agli scienziati della WFS il sostegno di Giorgio Napolitano al progetto della WFS per un Centro Studi e Ricerche sulle Emergenze Planetarie. Le ultime notizie da Cina, Russia e USA sono molto incoraggianti essendo le Emergenze Planetariefinalmente riuscite ad attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica che in questi grandi Paesi agisce da centro propulsore dell’azione politica: negli USA il Presidente Obama intende porre le Emergenze Planetarie nel suo programma elettorale.

da L’INDRO.IT di mercoledì 29 Agosto 2012, ore 19:14

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’ABBIAMO BISOGNO DELL’ALTRA ITALIA’

Intervista al giornalista e scrittore Goffredo Palmerini

’ABBIAMO BISOGNO DELL’ALTRA ITALIA’

“Con gli immigrati di oggi abbiamo la memoria corta. Ora saremmo noi a dover chiedere un aiuto agli italiani all’estero”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“C’è sempre un grande interesse quando tornano nel loro Paese, per ricucire il legame con le loro radici. È molto diverso oggi, che esiste un sistema di informazione più largo, non come 50 anni fa. Le fonti di informazione erano molto meno diffuse, le condizioni culturali della nostra altra Italia, che era partita, che oggi assomma quasi sessanta milioni tra emigranti ed oriundi”.

L’altra Italia’ la chiama Goffredo Palmerini, gli italiani che vivono all’estero e che rientrano in ’questa Italia’ soprattutto durante il periodo estivo. Uno dei tanti appuntamenti dedicato a loro si svolge ogni anno in Calabria, a Francisa. In questo paese della provincia di Vibo Valentia i protagonisti sono gli emigrati, che per questioni di lavoro si sono trasferiti all’estero. Ma oltre alle tante feste di paese, distribuite in tutte le Regioni, cosa trovano? “Lo spirito è sempre lo stesso. Da quel che ho potuto ossevare, noto che quelli della prima generazione, ormai ridotti in pochi, hanno sempre avvertito un forte richiamo alle proprie radici, verso la terra che li aveva generati. Un forte desiderio di tornare, con aspetti legati alle tradizioni che avevano lasciato. La seconda generazione, i figli insomma, possiede un po’ una forma di distacco rispetto a questo tipo di atteggiamento. La terza invece generazione comincia a ricucire i legami molto di più rispetto alla precedente. Si chiude il cerchio tra i nonni e i nipoti, c’è uno spirito di scoperta. Sentono il desiderio di tornare sulle vie delle proprie radici, per conoscere l’Italia o la loro Regione di provenienza, anche per conoscerne aspetti culturali insoliti”.

Ma secondo Palmerini, giornalista e scrittore abruzzese molto conosciuto all’estero, c’è ancora molto da lavorare e da investire in questo settore anche per stimolare questo interesse favorevole a un turismo di ritorno.Se il nostro Paese fosse un poco più attento con l’altra Italia… la classe politica italiana è stata sempre di atteggiamento molto sufficiente e paternalistico nei confronti delle realtà fuori dai confini”.

Palmerini ha anche scritto un libro sul tema, (intitolato per l’appunto ‘L’Altra Italia’, One Groupe Edizioni). Una selezione di articoli pubblicati in Italia e all’estero, una raccolta di fatti e personaggi dedicata ai connazionali oltre confine. ’Sessanta milioni di storie’, di talenti e di esempi illustri, spesso poco conosciuti. “C’è una scarsissima conoscenza di quale sia oggi la realtà della nostra emigrazione. Si immagina che siano ancora quelli che sono partiti con la valigia di cartone e che magari nel frattempo hanno raggiunto la propria crescita economica. Non c’è quella voglia di investire davvero su quella che è la realtà attuale dell’emigrazione italiana. I nostri emigrati all’estero hanno fatto i loro progressi e le loro fortune, i figli hanno riempito le università, hanno dimostrato in quei Paesi di saper competere alla pari e non solo: molti di loro sono diventati cattedratici, stanno nei centri di ricerca e nei vari Parlamenti del mondo”.

In passato l’emigrazione italiana era accompagnata da molti pregiudizi.

Per superarli i nostri connazionali hanno dovuto fare tanti sacrifici, allontanare i sospetti e i vecchi modi di pensare. Hanno dimostrato laboriosità, il talento, l’ingegno e la determinazione, ma anche la capacità di comportarsi bene, anche meglio dei cittadini del luogo, rispettando le leggi. Parlo in generale, poi c’è sempre una tara da fare…

Non è una situazione tanto diversa da quella degli immigrati che vengono nel nostro Paese.

Certamente lo spirito di gran parte degli stranieri che arrivano nella nostra Italia è più o meno questo. Come sempre abbiamo memoria corta: se almeno una parte degli italiani ricordassero bene quello che è stato e quello che ha accompagnato l’esodo italiano verso tutti e cinque i continenti, probabilmente avrebbe un comportamento più attento nei confronti di chi viene da noi”.

Secondo lei quindi l’Italia non investe abbastanza in questo settore?

Oggi saremmo noi ad aver bisogno dei nostri italiani all’estero. Per le tante possibilità che potrebbero offrire al nostro Paese in un momento di difficoltà economica, con le opportunità che potrebbero crearsi se la migliore Italia ’dentro’ e la migliore Italia ’fuori’ collaborassero. Loro invece si aspettano quell’attenzione che non trovano: il fatto stesso che si voglia ridurre e riconsiderare la rappresentanza politica è molto indicativo su quale e quanta sia l’attenzione verso l’altra Italia. Quello sarebbe un bacino notevole di anche di promozione per i nostri commerci, costituirebbe un ritorno economico. Ho scoperto che alcune Regioni già intrattengono questo tipo di rapporti con l’estero e trovano dei riscontri assai positivi in diversi campi: il turismo, i nostri prodotti alimentari tipici e le altre eccellenze italiane. È un settore nel quale ci vorrebbe più umiltà da parte di chi dirige le sorti del Paese, dal Parlamento in giù.

Non bastano le feste estive organizzate in Italia?

Le feste sono importanti, accendono quel lumicino che serve. Questi fatti hanno una loroepisodicità, mentre dovrebbero avere continuità. Serve continuare ad avere un atteggiamento umile nell’approfondire la conoscenza di certe realtà e maturare le relazioni, superando il nostro difetto di conoscenza. Così da far conoscere le nostre comunità di italiani all’estero, i nostri ambasciatori nel mondo.

Quali sono le sensazioni degli emigrati che tornano a casa, nel loro Paese di origine?

Ritrovare un Paese che conoscono. Le sensazioni sono immutate rispetto alla parte emotiva-morale. Quello che osservano solitamente è questa stranezza, questa singolarità dell’Italia, specie per quanto riguarda la conduzione politica. All’estero loro hanno una conoscenza molto diversa delle democrazie, dove la politica è più semplice. Certi bizantinismi nostri, certi atteggiamenti che sono i vizi della nostra italietta, non li comprendono, per loro questo modo di fare è inconcepibile. Ecco l’esempio che potrebbero darci, forti di altre esperienze. Quando tornano qui hanno un primo impatto con una realtà democratica che non riescono a comprendere: ma c’è sempre cura e attenzione nel riscoprire il loro passato, le loro radici. All’estero vogliono conoscere le cose più segrete riguardo all’Italia, le cose più insolite. Quando la stampa italian riesce a riportare questi aspetti singolari, in loro si accendono molti interessi. Quando tornano nella loro Regione vogliono riscoprire i posti più belli e meno conosciuti.

da L’INDRO.IT di giovedì 23 Agosto 2012, ore 17:28

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CHI VIENE E CHI VA, L’ITALIA È UN CROCEVIA

Se gli italiani all’estero sono una risorsa

CHI VIENE E CHI VA, L’ITALIA È UN CROCEVIA

Più consistenti i rapporti economici con i paesi con grandi comunità tricolori. Pugliese. “l’emigrazione è un fenomeno che riguarda il nostro presente”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Si afferma solitamente che l’Italia, tradizionale paese di emigrazione, sia ora diventata paese di immigrazione. L’affermazione, all’apparenza ovvia, contiene un grave elemento di confusione, che consiste nell’assenza di un avverbio: di un “anche”. L’Italia infatti è divenuta negli ultimi decenni un paese di immigrazione, anzi un importante paese di immigrazione, mentre ha continuato a essere un paese di emigrazione, un importante paese di emigrazione”.

Queste le parole utilizzate dal professore ordinario di Sociologia del Lavoro all’Università la Sapienza, Enrico Pugliese, sul tema dell’emigrazione. Per l’ex direttore dell’Istituto di ricerche sulla Popolazione e Politiche Sociali del CNR: l’emigrazione italiana non è solo un fenomeno che riguarda la storia del paese bensì un fenomeno che riguarda, e in maniera significativa, anche la realtà attuale del paese stesso. E ciò non solo perché ci sono all’estero ancora consistenti comunità di italiani i quali si identificano come emigrati, ma esistono tuttora importanti flussi migratori tra l’Italia e altri paesi, soprattutto europei. Insomma l’Italia è un crocevia migratorio dove lavoratori stranieri affluiscono e sempre piùconsolidano la loro presenza con i ricongiungimenti familiari mentre cittadini italiani, frequentemente giovani, lasciano l’Italia verso altri paesi soprattutto europei.

E’ interessante anche lo studio sulla risorsa emigrazione a cura dell’Istituto per gli Studi di politica internazionale, che approfondisce la presenza degli italiani all’estero “tra percorsi sociali e flussi economici” dal 1945 ai giorni nostri. Scrive ancora Pugliese “dopo l’Unità, negli ultimi decenni dell’Ottocento, c’è stata una grande ondata migratoria verso i paesi transoceanici, in particolare quelli del continente americano. Il processo ha avuto inizio nelle regioni del Nord e si è poi esteso progressivamente alle regioni del Mezzogiorno, che nel periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento hanno contribuito maggiormente a quella che sarà definita la Grande emigrazione. Questo grande flusso si riduce progressivamente a partire dagli anni venti del Novecento fino a esaurirsi completamente con la Seconda guerramondale. A determinare questo esito contribuisce prima la politica restrittiva degli Stati Uniti che instaurano, con il Johnson Act, una politica restrittiva e discriminatoria nei confronti dei paesi dell’Europa mediterranea, sia la politica anti-migratoria del fascismo, sia infine la grande depressione degli anni Trenta che riduce l’attrazione verso quella che era stata, e continuerà a essere la meta più ambita: gli Stati Uniti”.

L’emigrazione dall’Italia riprende subito dopo il secondo conflitto mondiale. Secondo lo studio di Pugliese tra il 1960 e il 1970 le partenze per l’estero diminuiscono: dalle 383.908 del 1960 alle 151.854 del 1970. “Nel 1973 per la prima volta l’Italia conta un saldo migratorio positivo: la quantità di coloro che rimpatriano in Italia è infatti superiore di 1366 unità alla quantità di coloro che espatriano. I dati del 1973 manifestano una tendenza nuova, che si rafforza negli anni successivi”. Una scelta dettata dalle situazioni economiche e lavorative dei paesi di destinazione.

Ma il fenomeno dell’emigrazione non si è mai fermato. Anche in questi ultimi anni molti italiani sono partiti per trovare fortuna all’estero. Il fenomeno ha riguardato anche chi in Italia ha ricevuto la formazione e poi, per mancanza di lavoro, ha preferito abbandonare il proprio paese di origine, spesso lamentando politiche poco attente alle esigenze, soprattutto lavorative, dei propri cittadini. Una tendenza etichettata come ‘fuga dei cervelli’.

Nello studio curato da Colucci, ricercatore presso il Consiglio nazionale delle ricerche, è possibile trovare un dato molto interessante: il legame tra l’interscambio commercialedell’Italia e le aree geografiche maggiormente interessate dall’emigrazione italiana del passato e dai flussi del presente. “Occorre innanzitutto considerare che al 1° gennaio 2012 l’Aire (Anagrafe degli italiani residenti all’estero) segnala la presenza di 4.208.977 persone residenti oltreconfine, un’incidenza che rappresenta il 6,9% della popolazione nazionale. È il sud a fare la parte del leone. Sono infatti 1.465.493 i registrati presso l’Aire provenientidall’Italia meridionale, 777.693 quelli provenienti dalle isole, 668.501 quelli dal Nordest, 657.196 dal Nordovest e 640.094 dall’Italia centrale”. I primi cinque paesi in cui sono presenti cittadini italiani residenti sono Argentina (664.387 persone), Germania (639.283), Svizzera (546.614), Francia (366.170), Brasile (298.370). “Se si confrontano i dati dell’Aire con le serie statistiche relative all’import export dell’Italia si evince che i paesi in cui l’emigrazione italiana è più consistente hanno relazioni molto proficue sul piano economico con l’Italia. A questi cinque paesi occorre poi aggiungere gli Stati Uniti, che risultano settimi nella classifica del 2012 dei cittadini residenti all’estero (216.767 persone)”.

Nel 2011 i prodotti del ’made in Italy’ nei quattro paesi – Argentina, Germania, Svizzera e Francia – hanno presentato perfomance positive. Tra il 2010 e il 2011 la presenza italiana in Argentina è cresciuta da 648.333 a 664.387 persone, in Germania da 631.243 a 639.283 persone, in Svizzera da 536.607 a 546.614 persone, in Francia da 364.165 a 366.170 (Fondazione Migrantes su fonti Aire). L’emigrazione italiana è ancora oggi presente “e tendenzialmente in aumento. Che si tratti di lavoratori nel settore della ricerca, di funzionari di multinazionali o di istituzioni internazionali, di cooperanti, di operai, di tecnici, tutti coloro che vanno e vengono dall’Italia portano con sé bisogni culturali, consumi, stili di vita che rendono la loro esperienza un fattore di internazionalizzazione per l’economia italiana.

L’Italia è, oggi, il paese dell’emigrazione (“l’apertura internazionale che essa ha veicolato ci permette oggi di inquadrarla piuttosto come un’importante ‘risorsa’”) e dell’immigrazione.Proprio l’immigrazione è il tema utilizzato, soprattutto nelle campagne elettorali, da una classe politica xenofoba e alla perenne ricerca di facili consensi elettorali. Ma anche i cittadini stranieri residenti nel BelPaese sono una importante risorsa. Ad oggi, secondo le registrazioni anagrafiche, se ne contano più di 4 milioni, di cui oltre la metà donne. A questi numeri bisognerebbe aggiungere gli ‘irregolari’, ma non esiste una documentazione per appurare il dato esatto. Sempre grazie a una certa politica, quella del facile rimpatrio, è ancora più difficile portare alla luce queste persone. “E’ da notare”, secondo Pugliese, “comeper un’interessante coincidenza il numero dei italiani ufficialmente residenti all’estero, 4 milioni e 30 mila unità, sia molto prossimo al numero degli stranieri in Italia. E questo è un ennesimo indicatore del ruolo dell’Italia come crocevia”. Un crocevia di speranza, in entrata e in uscita.

Al centro di questi freddi numeri ci sono le persone, con le loro storie, i loro drammi e le loro speranze. Ecco perché questi studi sono fondamentali per capire la questione e per accogliere nel miglior modo possibile le tante ‘risorse’ che arrivano quotidianamente nel nostro Paese. “Oltre che alle necessità dell’economia, il lavoro degli immigrati viene incontro alle esigenze della società. A ciò va aggiunta la ricchezza rappresentata dagli elementi di diversità culturale portata dagli immigrati, così come gli emigranti italiani l’hanno portata nei loro paesi di destinazione”.

da L’INDRO.IT di martedì 21 Agosto 2012, ore 18:34

http://www.lindro.it/Chi-viene-e-chi-va-l-Italia-e-un,9994#.UHRpfZgxooc

RIFORME? LA POLITICA SI ORGANIZZA

Dopo le scelte del Governo tecnico si registrano le posizioni dei partiti

RIFORME? LA POLITICA SI ORGANIZZA

Esodati e lavoro: i temi dell’imminente campagna elettorale

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Le riforme del Governo Monti sembrano non piacere ai partiti. Agli stessi partiti che in questi ultimi mesi hanno appoggiato in tutto e per tutto l’esecutivo voluto e sostenuto fortemente dal presidente della Repubblica. Dopo il lavoro dei tecnici si è già messa in moto la macchina della politica per ‘demolire’ l’impianto realizzato per gli esodati (“il costo degliesodati è maggiore del risparmio ottenuto”, aveva attaccato l’altro giorno l’ex ministroTremontie per la questione lavoro. Per molti di loro ci sono degli errori da correggere. La stessa cosa si è ripetuta qualche minuto dopo l’approvazione della spending review.

L’Italia è un Paese strano. I rappresentanti del parlamento accettano e votano la fiducia e subito dopo proclamano: “questa spending review qualche imperfezione ce l’ha. Ci sono cose che vanno un po’ riviste, come sulla scuola. Si tratta di tagliare gli sprechi ma non la spesa sociale”. Il concetto è stato espresso qualche giorno fa dal leader del Pd, Bersani. Gli stessi ragionamenti si stanno ripetendo per la riforma delle pensioni e del lavoro del ministro ElsaFornero. A cosa servono questi tecnici, se dopo il loro intervento ci sono i partiti che cercano nuove modifiche? Non sarebbe meglio farle prima, evitando la fiducia? Che ruolo sta avendo il Parlamento in Italia? Tutto è nelle mani di un Governo super blindato. Quando si registra una piccola critica, ci si appella alla crisi economica mondiale. Per zittire il contestatore di turno. Ora nel mirino dei partiti, in vista anche della nuova campagna elettorale, ci sono le pensioni, il problema degli esodati e la riforma del lavoro.

Alla Camera dei Deputati è passato l’ordine del giorno bipartisan dell’ex ministro del Lavoro Damiano (Pd). Cinque articoli per unificare le proposte di legge DamianoDozzo(Lega) e Paladini (Idv), che hanno ricevuto il voto di Pdl, Udc e Fli. Nella mozione c’è la possibilità di un allargamento per gli esodati ancora da salvaguardare e c’è l’introduzione di un nuovo canale aggiuntivo di pensionamento. Una controriforma per cancellare il lavoro, aspramente criticato non solo dalla politica, del Ministro Fornero. Per il giuslavorista Ichino:“Si può tornare sulla riforma delle pensioni, ma non per depotenziare la legge Fornero, bensì per completarla con opportunità aggiuntive di lavoro”. Dello stesso avviso il senatoreMorando“Non si può rimettere in discussione l’impianto della legge Fornero, ma bisogna senza alcun dubbio affrontare il problema sociale degli ’esodati’. Questo deve essere affrontato come un problema sociale, non da mettere sul conto della previdenza”. Ma non tutte le posizioni sembrano essere favorevoli: il capogruppo del Pdl, Cicchitto ha dichiarato:“Su questa ipotesi di legge bipartisan sulle pensioni abbiamo moltissime perplessità specifiche e una ulteriore di fondo”. Per Mario Adinolfi (Pd): “Se si prevede una controriforma delle pensioni che noi abbiamo votato e sostenuto, vorrei una sede nella quale discuterne”.

Ha spiegato il ’Corriere della Sera’: “la proposta di legge, passata col voto bipartisan in commissione Lavoro, introduce infatti la sperimentazione fino al 2017 della possibilità di andare in pensione per uomini e donne in una età vantaggiosa: per i lavoratori dipendenti 58 anni (57 le donne) fino a tutto il 2015 e poi 59 (58 le donne) fino alla fine del 2017, purché si abbiano 35 anni di contributi e ricevendo però un assegno più leggero perché calcolato tutto col sistema contributivo. Oggi, dopo la riforma Fornero, per andare in pensione anticipata ci vogliono almeno 42 anni e un mese di contributi (41 e un mese per le donne) e 62 anni di età (sotto scattano le penalizzazioni)”. Gli esodati “potrebbero andare in pensione con le vecchie regole: i lavoratori coinvolti in accordi di mobilità stipulati entro il 31 dicembre 2012 anche in sede non governativa; le persone autorizzate alla contribuzione volontaria, eliminando i vincoli attuali (aver versato almeno un contributo prima del 4 dicembre 2011 e non aver lavorato dopo l’autorizzazione)”.

Il Pd e il Pdl hanno previsto anche come finanziare la loro proposta. Aumentando il prelievo fiscale su giochi pubblici online e sulle lotterie istantanee. Questa sembra essere la ricetta dei due partiti che ha fatto registrare diverse spaccature, diversi punti di vista. La stessa apparente convergenza non è stata raggiunta, però, sulla questione lavoro. Anche questa riforma, siglata dalla Fornero, non sembra accontentare tutti. Anzi, sembra non piacere a nessuno. Norme, che per molti, vanno incontro alle aziende e a danno dei lavoratori. Il Pd e ilPdl, su questo tema, si trovano agli antipodi, soprattutto sull’articolo 18 (c’è in ballo l’accordo elettorale con Sel di Vendola). E, sulla carta, sono già pronti a darsi battaglia in campagna elettorale su un tema fondamentale per il futuro del Paese. Sulla carta.

da L’INDRO.IT di martedì 14 Agosto 2012, ore 19:30

http://www.lindro.it/Riforme-La-politica-si-organizza,9967#.UHRn0pgxooc

AUTUNNO CALDO? “CI SARÀ UN’ESPLOSIONE DELLE CRISI AZIENDALI”

Dopo le parole della Fornero, abbiamo intervistato Enzo Masini della Fiom

AUTUNNO CALDO? “CI SARÀ UN’ESPLOSIONE DELLE CRISI AZIENDALI”

Per il sindacalista il Governo non si è mai interessato al sistema industriale

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Sicuramente l’autunno non sarà facile, come dimostrano i dati sulla produzione industriale. Questa crisi è molto pesante e mette a rischio il futuro industriale del nostro Paese. L’assenza di industria mette a rischio il lavoro, e quindi sull’industria dobbiamo e possiamo ancora contare”. Mette le mani avanti il ministro del Lavoro Elsa Fornero. Annuncia, dai microfoni di ‘Radio Anch’io’ un autunno difficile per gli italiani. Nel 1969, anche il leader socialista Francesco De Martino parlò di “autunno caldo”. Una mobilitazione che coinvolse5 milioni di lavoratori. Operai, lavoratori, impiegati e studenti: tutti in piazza per rivendicare soldi, dignità e diritti. Stiamo rivivendo quei tempi? Ci sono, oggi, punti in comune con quel periodo? Lo abbiamo chiesto a Enzo Masini della Fiom-Cgil, senza dimenticare il riferimento della Fornero sulla Fiat e su Marchionne: “Ritengo che incontri di franca discussione siano sempre utili, e personalmente non mi sono mai sottratta, anzi mi sono offerta più volte. Con l’ad Sergio Marchionne mi sono sentita recentemente e abbiamo pensato a un incontro anche nel mese di agosto. Allo stato non ci sono motivi per pensare che Fiat non mantenga i suoi impegni di investimento”. 

Per Masini non è possibile fare il paragone con il 1969. “Anni di difficoltà e di comportamenti delle imprese non proprio esaltanti, ma arrivavamo da una fase di sviluppo del Paese. Una crisi momentanea molto leggera, eravamo su un’onda del boom economico. Esplose una rivendicazione operaia e incrociò una rivolta di tipo generazionale. Questa volta siamo in un contesto completamente diverso”.

Cioè?

Siamo al quinto anno di crisi mondiale, con una ripresina nel 2011. Solo un palliativo. Siamo di fronte al fatto che la crisi sta erodendo proprio le grandi conquiste sindacali fatte all’inizio degli anni ’70. Viene messo continuamente in discussione lo Statuto dei Lavoratori, insieme agli spazi di libertà sindacale. Il 1969 fu anche l’anno della riforma delle pensioni, oggi siamo alle controriforme, con colpi pesanti sul versante della previdenza. Siamo di fronte al fatto che la crisi economica sta aprendo un disastro dal punto di vista sociale e della trattenuta economica delle imprese. Che può tradursi nel licenziamento di centinaia di lavoratori, per non dire migliaia nelle realtà più calde.

Lei come prevede questo ‘autunno caldo’ annunciato dalla Fornero?

Prevedo un autunno caldo sul versante del lavoro, perché proprio le ultime riforme fatte da questo Governo, sia per quanto riguarda la previdenza e la progressiva riduzione degli ammortizzatori sociali, farà sì che di fronte alle crisi che ci sono e che si accentueranno non avremo a disposizione neppure i classici ammortizzatori sociali. Avremo un’esplosione delle crisi aziendali, che diventeranno crisi sociali. E rischiano di diventare veri e propri scontri nel Paese. Il Ministro del Lavoro, più che lanciare allarmi, dovrebbe preoccuparsi di quali interventi poter fare. Sia sul versante delle politiche industriali, insieme al Ministro Passera, e sia sugli ammortizzatori sociali per contenere gli effetti della crisi. Dire che ci sarà un autunno caldo è una previsione molto facile.

Sull’industria possiamo e dobbiamo puntare” ha dichiarato la Fornero.

Sul sistema industriale italiano questo Governo non sta facendo assolutamente niente. Purtroppo è in continuità con tutti gli altri Governi. L’Italia non ha nessuna politica industriale, non ha mai fatto scelte rispetto ai settori da sviluppare, mantenere e difendere. Siamo in totale balìa di quelli che si chiamano i mercati, che in altri Paesi sono il frutto di decisioni politiche dei Governi. Non è che sono questa cosa così astratta. In Italia mancano le decisioni da parte del Governo. Il nostro tessuto industriale, ancora molto ricco, rischia di impoverirsi notevolmente.

Arriviamo alla Fiat. Ad agosto il Ministro Fornero potrebbe incontrare Marchionne. Qual è la situazione?

Occorre distinguere il settore della Fiat che produce camion, trattori e macchine di movimento terra che ha una crisi minore. Ma è in corso un processo pericoloso per il nostro Paese, perché sarà unificata la Iveco con la CNH. Avranno una sede sociale e una società di diritto olandese. Questa società non sarà più quotata alla borsa di Milano, come ha dichiarato Marchionne. Questo è un segnale pericoloso, perché questi settori hanno anche un indotto molto radicato, molto importante e molto specializzato.

Invece nel settore dell’auto?

Siamo al disastro. Siamo sotto le 500 mila auto prodotte in Italia, uno dei Paesi in Europa dove non ci si confronta più con la Germania, la Francia, l’Inghilterra, la Spagna. Per trovare questi volumi bisogna andare in piccoli Paesi che hanno una dimensione industriale non come la nostra. Oltre a questo, c’è il fatto che Marchionne continua a non investire in Italia. Dei 20 miliardi che aveva detto di voler investire in quattro anni, ne ha tirati fuori due e mezzo. Siamo di fronte al fatto che mentre si apre un altro stabilimento in Europa, in Italia non si procede assolutamente a nessuna innovazione. Per fare la produzione attuale basta un solo stabilimento. Ci sono diversi stabilimenti a rischio.

Quali sono?

Pomigliano, Cassino, Melfi e Mirafiori. Gli unici stabilimenti che non sono a rischio sono la Ferrari, la Maserati e le ex carrozzerie Bertone, rilevate dalla Fiat. Tutti e quattro gli stabilimenti possono essere sottoposti a una processo di chiusura.

da L’Indro.it di venerdì 10 Agosto 2012, ore 20:05

http://lindro.it/Autunno-caldo-Ci-sara-un,9936#.UCz6llbN_BE

FARMACI GENERICI, QUESTIONE DI CULTURA

Nella spending review il provvedimento controverso

FARMACI GENERICI, QUESTIONE DI CULTURA

Incentivare i medicinali ’no griffati’ per risparmiare. AssoGenerici: “nelle altre nazioni è presente dal 1974”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Una recente indagine sulla conoscenza dei farmaci generici ha mostrato con dati inconfutabili che il cittadino non è adeguatamente informato dal medico o dal farmacista della presenza di medicinali equivalenti che possono essere acquistati in sostituzione di un farmaco di marca a costi nettamente inferiori. La carenza di informazione non ha permesso finora al cittadino di scegliere di acquistare a minor prezzo e a parità di qualità terapeutica. In questo ambito è in atto quella che si può considerare una vera e propria ’coalizione della disinformazione’, che difende interessi corporativi, facendo pagare ai cittadini le terapie e, in aggiunta, anche i costi di marketing e pubblicità che non hanno nulla a che vedere con la salute”.

Queste le parole utilizzate nel comunicato della Federconsumatori per illustrare il proprio punto di vista sulla polemica di questi giorni. Il nostro Paese è ancora lontano dalle diverse realtà europee e mondiali. “Basti pensare che in Italia solo il 16-18% della popolazione ricorre ai farmaci equivalenti, mentre la media europea si attesta su una percentuale attorno al 40-50%. Il maggior utilizzo di questi farmaci potrebbe permettere, al sistema sanitario italiano, di risparmiare ogni anno tra i 600 e i 700 milioni di euro. Ben venga, quindi, la norma introdotta dal Governo, che impone non il nome del farmaco bensì il principio attivo che ha identico effetto terapeutico”. 

Questa è la svolta, secondo molti, per la vendita di farmaci in Italia.

farmaci generici sono quei farmaci che contengono lo stesso principio attivo di un farmaco di marca. Secondo molti, le aziende farmaceutiche non hanno provveduto ad abbassare i prezzi proporzionalmente alla riduzione del rimborso statale. E i clienti si trovano a dovere sostenere la differenza tra il prezzo di vendita e quello di rimborso.

Ma le aziende sostengono che la situazione italiana è diversa da quella europea ed è un punto sul quale non hanno tutti i torti. Siamo indietro rispetto agli altri per una mancanza di cultura su questo tema. In queste ore si è sentito ripetere che questa norma non rientrerebbe nella spending review, in quanto non genera direttamente un risparmio di spesa. È un’interpretazione che rigettiamo”, ha affermato Giorgio Foresti, Presidente dell’Associazione AssoGenerici“Favorire il ricorso ai generici, permettendo alle industrie che li producono di raggiungere volumi di mercato adeguati è il solo modo di far scendere ulteriormente i prezzi. Non dovrebbe essere un mistero per nessuno il fatto che gli equivalenti, nel resto d’Europa, costano molto meno che in Italia proprio perché non esiste il monopolio del farmaco di marca. Basti pensare che se la concorrenza generasse una discesa del prezzo degli equivalenti anche soltanto del 10%, il servizio sanitario risparmierebbe 400 milioni l’anno. Se si tiene presente questo dato di realtà, è evidente come questa norma rientri a pieno titolo tra quelle di revisione e razionalizzazione della spesa pubblica”.

Sull’argomento si è espresso anche il chirurgo di fama internazionale Ignazio Marino, oggi parlamentare del Pd: “Sui farmaci non riesco a comprendere perché la norma susciti tanta polemica. Nel Regno Unito, dove ho lavorato come chirurgo per anni, da sempre esiste la possibilità di prescrizione della molecola. Poi se si preferisce una specifica casa produttrice si deve specificare. Con i farmaci equivalenti si risparmia.

La norma controversa è contenuta nell’articolo 15, comma 11 bis, del maxiemendamento del Governo sulla spending review.

Abbiamo contattato l’associazione AssoGenerici per capire meglio la nuova norma sui medicinali partendo proprio dalle polemiche che sono scoppiate intorno al provvedimento. “Le polemiche arrivano dai medici di famiglia, di medicina generale e in seconda battuta dalla Farmindustria, l’associazione che rappresenta anche le aziende italiane. Le polemiche si sono create per una ragione semplicissima: adesso il medico di medicina generale dovrà prescrivere il farmaco equivalente attraverso il principio attivo. E’ un cambiamento molto importante per il mercato dei farmaci generici”.

 

E per il paziente che cosa cambia?

Assolutamente nulla. Fondamentalmente quello che cura della medicina è il principio attivo. Bisogna rassicurare i pazienti e i cittadini italiani sui farmaci generici. Presenti in tutti i Paesi del mondo, dove superano il 50% della prescrizione. Senza che i cittadini si siano mai lamentati per efficacia e sicurezza. E’ una questione culturale. In Germania una nota azienda farmaceutica che produce generici nasce, addirittura, nel 1974. Il problema culturale, oggi, è il frutto della polemica. L’agenzia italiana del farmaco ha l’obbligo di controllare, certificaree autorizzare i farmaci generici come gli altri farmaci. E’ una polemica sterile. I cittadini devono sapere che l’anno scorso hanno speso 177 milioni di euro per comprare farmaci griffati. E devono sapere che il risparmio generato dall’utilizzo dei farmaci generici consentirà di finanziarie le medicine innovative molto costose.

 

Perché in Italia esiste questo problema culturale?

Quando in un Paese il farmaco generico è presente dal 1974, le nuove generazioni sono abituate e non hanno pregiudizio nei confronti di un farmaco in commercio da pochi anni.

 

Con questo provvedimento è possibile sanare questo problema culturale?

Questo provvedimento sicuramente aprirà ulteriormente il mondo del farmaco, permettendo l’aumento dei farmaci generici. Con un abbassamento dei prezzi per i farmaci.

da L’Indro.it di martedì 7 Agosto 2012, ore 20:05

http://lindro.it/Farmaci-generici-Una-questione,9886#.UCz41lbN_BE

SCRUTINO ELETTRONICO PARCHEGGIATO IN UN CASSETTO

Intervista al titolare della Ales srl, Antonio Puddu

SCRUTINO ELETTRONICO PARCHEGGIATO IN UN CASSETTO

E’ stato sperimentato solo in Italia fino al 2006, ma “è stato un successo”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Lo scrutinio elettronico delle tradizionali schede elettorali cartacee, è utile e sicuro, non rivoluziona il metodo tradizionale di voto, perchè non cambiano le modalità di votazione: l’elettore nell’ambiente protetto della cabina, a garanzia della segretezza del voto, continuerà a tracciare un segno sulla scheda elettorale con la matita copiativa”. Questo è quello che afferma l’Ales srl, l’azienda sarda che da anni si occupa di programmazione informatica, “con un impegno mirato alla ricerca di soluzioni innovative per le aziende e la Pubblica Amministrazione”.

In Italia, nel corso degli anni, sono stati fatti diversi tentativi per “informatizzare e snellire la procedura fondamentale su cui si basa ogni democrazia: il processo elettorale”. Si sente parlare spesso di voto elettronico e di scrutinio elettronico elettorale. Sono due cose diverse. Il voto elettronico è dematerializzato, cioè senza scheda cartaceamentre con loscrutinio elettronico si vota nella maniera tradizionale, con matita copiativa e scheda cartacea. E’ informatizzato il conteggio delle schede. Nel primo caso la scelta del cittadino elettore è affidata ad uno strumento elettronico, che consente di eliminare la fase di scrutinio. Il conteggio automatizzato del voto avviene nel momento stesso in cui si esprime la propria scelta; con lo scrutinio elettronico viene informatizzata soltanto la fase di scrutinio, il conteggio e l’elaborazione dei voti.

In Italia il percorso dello scrutinio elettronico parte dalla sperimentazione del 2001(elezioni politiche del 13 maggio), in alcuni comuni della Sardegna. L’Ales è l’azienda sarda che è stata autorizzata dal Ministero degli Interni per questa sperimentazione. Nel 2004(elezioni europee del 12 e 13 giugno) la sperimentazione è stata finanziata dal CIPE e realizzata in 1.500 sezioni. Le operazioni di scrutinio elettronico si sono ripetute nel 2005(elezioni regionali del 3 e 4 aprile) in 1.800 sezioni della Liguria. L’ultima sperimentazione si è registrata nel 2006 (elezioni politiche del 9 e 10 aprile) in 12.680 sezioni elettorali in Sardegna, Liguria, Puglia e Lazio. Poi il progetto è stato parcheggiato in un cassetto. Con la caduta del governo Prodi non si è più parlato di scrutinio elettorale elettronico. Abbiamo incontrato il titolare dell’azienda Ales, Antonio Puddu, per capire cos’è e a cosa serve questo progetto, utilizzato solo in fase sperimentale. In generale la gente non ha fiducia nel voto elettronico, perché può essere manomesso. Noi abbiamo ipotizzato di lasciare sempre le schede elettorali, l’elettore utilizza la matita copiativa, il presidente di seggio è l’unica persona titolata a scegliere a chi va il voto, non è la macchina che lo decide. Solo dopo inizia l’automazione”.

Sono già state fatte delle sperimentazioni.

Abbiamo ceduto le licenze nel 2004 per la sperimentazione che era stata fatta. Nel 2004 il Ministero ha avuto 10 milioni di euro dal Cipe per finanziare la sperimentazione. Noi l’avevamo già sperimentata in Sardegna nel 2001. Ho impiegato tre anni per convincere il Ministero della bontà della procedura. Nel 2004 è stato sperimentato in 49 città ed è stato un successo.

Qual è la differenza con il vecchio sistema?

Si guadagna tempo, si evitano gli errori del conteggio. Ogni volta che c’è un’elezione c’è sempre casino. Con questo sistema servirebbe meno gente, meno tempo e si eviterebbero gli errori. Lo scrutinio elettronico consente l’integrazione di soluzioni tecnologiche come il controllo audio e video nella fase di spoglio e attribuzione dei voti, consentendo il monitoraggio esterno delle operazioni, aumentando la trasparenza rispetto allo scrutinio tradizionale. Lo scrutinio elettronico oltre a velocizzare la fase di acquisizione dei voti, diminuisce il carico di lavoro che grava sulla commissione elettorale.

I costi?

Sono modestissimi. Basta un pc per ogni seggio.

Anche all’estero viene usato questo sistema?

No, assolutamente. Proprio in questi giorni è stata fatta una sperimentazione in Brasile, però si tratta sempre di voto elettronico. Cinque o sei mesi fa in Svizzera, dove dovevano fare il voto totalmente elettronico, hanno bloccato questa procedura perché hanno avuto dei problemi. Non erano più sicuri che la volontà dei cittadini fosse stata rispettata. Ci sono stati dei blackout dei computer, della trasmissione. Ci possono essere degli hacker che si infilano. Se il voto è solo elettronico non c’è verifica se, invece, c’è la scheda cartacea è sempre possibile verificare.

Il sistema sarà sperimentato anche nelle prossime elezioni?

Non credo. Ho parlato con una serie di deputati che facevano parte di commissioni specifiche. C’era tutta la buona volontà, però mancava il tempo. Ogni volta c’erano dei problemi. Tutti dicono che è bello, ma è sempre lì parcheggiato.

Come spiega questa scelta?

Hanno interessi diversi in questo momento. Non sempre vengono fatte le cose migliori per i cittadini.

E’ tutto fermo al 2006?

Dal 2006 questa sperimentazione non è stata più rifatta. Nel 2007, Lucio Stanca (senatore di Forza Italia, ndr) ha presentato un disegno di legge. Lo hanno firmato 80 senatori della destra, quando c’era Prodi al governo. Quando è caduto Prodi si è fermato il giocattolo. Ma sono fiducioso che aumenti l’attenzione sull’argomento che può permettere di risparmiare per ogni votazione circa 400 milioni di euro. Dalla relazione del Ministero si prevede un risparmio del 25%. Verrebbero eliminate anche le code. Un’altra versione di questo software la utilizziamo per gestire i concorsi pubblici e quando si presentano i candidati, in un attimo vengono riconosciuti.

da L’Indro.it di venerdì 3 Agosto 2012, ore 19:19

http://lindro.it/Scrutino-elettronico-parcheggiato,9850#.UCj636HN_BE

REDDITO MINIMO? “UNA BATTAGLIA DI CIVILTÀ”

Intervista al presidente di Bin Italia, Luca Santini

REDDITO MINIMO? “UNA BATTAGLIA DI CIVILTÀ”

Per la Fornero: con questa garanzia “gli italiani sarebbero tutti a casa a mangiare pasta al pomodoro”
di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La campagna sul reddito minimo garantito è stata lanciata. Nelle piazze italiane si stanno raccogliendo le firme per la proposta di legge, sostenuta da un comitato, aperto e trasversale, con la presenza di movimenti, associazioni, partiti e sindacati. Come la Bin Italia (Basic Income Network), un’associazione che da tanti anni si batte per introdurre anche in Italia una misura di welfare presente in tutta Europa. Per presentare la legge occorrono 50 mila firme, che devono essere raccolte entro la fine dell’anno.

Ma cos’è il reddito minimo garantito? Lo abbiamo chiesto a Luca Santini, presidente di Bin Italia: “Il reddito minimo garantito è un insieme di risorse economiche, ma anche di servizi in natura che si chiama reddito indiretto, che è rivolto a tutti i residenti di una determinata comunità politica che si trovano al di sotto di un certo reddito di risorse e di benessere. Si rivolge a tutti coloro che queste risorse non le hanno”.

Ai disoccupati e ai precari.

Principalmente a loro, ma anche alle persone impossibilitate a lavorare.

E’ stata presentata una proposta di legge di iniziativa popolare per istituire questo reddito minimo garantito. A che punto siamo?

La proposta è formalizzata, secondo la legge ci sono sei mesi di tempo per raccogliere almeno50mila firme entro la fine dell’anno, per poter presentare questo progetto alla discussione delle Camere. Ci sono molte adesioni che sono arrivate da singole personalità, dal mondo associativo e anche alcune forze politiche hanno ritenuto la bontà della proposta e l’hanno fatta propria. Si stanno organizzando appuntamenti e banchetti di raccolta firme in tutta Italia. Un fatto un po’ anomalo e curioso nel mese di luglio che non favorisce l’iniziativa politica, nemmeno quella dal basso e della società civile. Però, dalle notizie che abbiamo, la raccolta firme sta andando molto bene. L’obiettivo delle 50mila firme è certamente nel mirino, ma sentiamo di poterci dare un obiettivo anche più ambizioso che è quello di fare entrare con prepotenza il tema nel dibattito politico ufficiale, di farlo vivere nel corpo sociale.

Lei fa parte di un’associazione che da tanti anni si batte per introdurre anche nel nostro Paese una misura di welfare presente in tutta Europa, tranne in Italia e in Grecia. Perché questa anomalia è presente in questi due Paesi?

Come ci si è arrivati a questa anomalia è difficile dirlo. Ci sono delle sedimentazioni storiche, anche risalenti. Tradizionalmente i Paesi latini, mediterranei hanno una struttura dello stato sociale più debole rispetto a quelle delle socialdemocrazie nordiche o del centro Europa. Alcuni di questi Paesi mediterranei nel corso degli anni ’90 questa lacuna l’hanno colmata. Questa misura di reddito minimo, ad esempio, in Spagna esiste e anche in questo periodo tormentato non viene messa in discussione la sua esistenza. Quello che noi proponiamo è che anche qui da noi, in Italia, si colmi finalmente questa lacuna perché quella del reddito minimo, sicuramente, è un tassello fondamentale, irrinunciabile per ogni politica sociale degna di questo nome.

La politica come sta rispondendo?

I partiti della sinistra hanno risposto. Oltre a Sel anche il Partito di Rifondazione Comunista, mi sembra, ha aderito a livello nazionale e con molte articolazioni locali a questa iniziativa. Poi ci sono alcune adesioni dei singoli esponenti del Partito Democratico. Ad esempio Cofferati come europarlamentare ha aderito, anche Balzani che è un’europarlamentare eletta a Genova, che è molto sensibile al tema, ha aderito. C’è anche un movimento dentro il Pd che, però, ha dei meccanismi un po’ più complessi e non solo su questo tema. Speriamo che qualcosa si muova.

E il centro-destra come ha risposto?

Non ha dato nessuna risposta. Naturalmente sarebbero benvenuti anche loro. Ci sono dei precedenti che ci lasciano poco sperare. Dove, ad esempio, c’erano delle esperienze regionali promettenti, come nel Lazio e nella Campania, dopo che alle ultime tornate elettorali si sono imposte delle maggioranze di centro-destra subito queste leggi che istituivano il reddito minimo garantito o il reddito di cittadinanza sono state, se non del tutto abolite, poco finanziate. C’è un atteggiamento, fino adesso, di netta chiusura. Però ci piacerebbe che ci fosse un confronto con queste forze politiche conservatrici, tenendo conto che i conservatori d’Europa non si sono mai sognati di abolire le misure di reddito minimo che esistono nei rispettivi Paesi.

C’è stata una risposta da parte del Governo Monti, è intervenuto il Ministro del LavoroFornero: “con il reddito gli italiani sarebbero tutti a casa a mangiare pasta al pomodoro”. Lei cosa risponde?

Questo è un cliché offensivo che non si colloca su un terreno di serio dibattito su quelle che sono le questioni attualmente evidenti nella questione sociale del nostro Paese. E’ una fandonia mettere una misura di reddito garantito in contraddizione con l’attivazione delle persone. In realtà noi abbiamo molte persone che sono stabilmente escluse dal mercato del lavoro, si sentono scoraggiate dall’attivarsi. Questo senza una misura di reddito minimo garantito.

Cosa può fare il reddito minimo garantito?

Rendere impossibile l’accettazione di certi lavori, come esistono adesso, con contratti improponibili. Con paghe scadenti, con delle violazioni sulle norme, sulla sicurezza e quindi dei lavori che hanno delle caratteristiche di pericolosità e che, naturalmente, ben difficilmente potrebbero essere accettate da un disoccupato che fosse assistito da una misura di reddito garantito efficace e realmente funzionante. Si potrebbe creare un’alleanza virtuosa, tra il diritto al reddito e l’inclusione sociale.

E’ possibile paragonare o accostare il reddito minimo garantito al servizio sanitario nazionale?

E’ una battaglia di civiltà questa sul reddito minimo, che assomiglia alla battaglia per l’introduzione nell’immediato secondo dopoguerra del servizio sanitario nazionale. Soprattutto perché questa misura di reddito minimo, al di là dei costi che può avere, può rappresentare delle opportunità in termini di vivibilità generale del contesto sociale, che può portare a dei vantaggi che non sono nell’immediato economicamente calcolabili.

da L’Indro.it di mercoledì 1 Agosto 2012, ore 19:39

http://lindro.it/Reddito-minimo-Una-battaglia-di,9815#.UCj5I6HN_BE

“CONOSCO MONTI, NON SI RICANDIDERÀ”

Nasce l’associazione filogovernativa ’Indipendenti per l’Italia’.

“CONOSCO MONTI, NON SI RICANDIDERÀ”

Intervista al professore Andrea Gilardoni, collega ’bocconiano’ del premier: “ma resta sempre quel posto al quirinale”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

E’ nata a Roma ‘Indipendenti per l’Italia’, l’associazione impegnata ad “aiutare il Presidente Monti a ricostruire il Paese”. Tra i promotori gli economisti Massimo Lo Cicero eStefano Micossi, i docenti universitari Michele Bagella e Andrea Gilardoni, i giornalistiErnesto Auci e Paolo Mazzanti, i manager Umberto Quadrino e Giovanni Canepa, il professionista Alberto Pera e i dirigenti pubblici Guido Bolaffi e Costanza Pera. All’incontro ha partecipato anche Giovanni Palladino, l’esponente del movimento politico, di ispirazionesturziana, ’Italiani Liberi e Forti’.

Ma a cosa serve questa nuova associazione? Si sta preparando il terreno a Monti per le elezioni politiche del 2013? Secondo Mazzanti: “Siamo qui per cominciare a dare risposta alle domande che arrivano da tutto il mondo e chiedono di sapere se Monti gode davvero del sostegno del Parlamento e dell’opinione pubblica, se dopo le elezioni il percorso di risanamento proseguirà e se c’è la reale volontà di modernizzare il sistema politico”.

Il giornalista Augi chiede aiuto ai cittadini “che devono partecipare attivamente alla ricostruzione del Paese in modo da offrire un futuro sia ai tanti giovani oggi emarginati sia agli attuali lavoratori oggi avviliti per le troppe tasse e per l’ingiustizia e l’inefficienza complessiva del sistema politico e burocratico. La crisi economica richiede azioni rapide e decise. Ma alle debolezze e indecisioni dell’Europa si sommano le nostre gravissime carenze, prima fra tutte, l’assoluta inadeguatezza del nostro sistema politico che rimane ancorato agli schemi di gestione del passato e manda continui segnali di insofferenza verso le riforme di Monti”.

Nelle prossime settimane Indipendenti per l’Italia avvierà contatti con organizzazioni e movimenti per proporre una piattaforma comune. Per capire meglio cosa si sta muovendo intorno all’attuale Presidente del consiglio ormai ’in scadenza’, abbiamo contattato un suo collega, il professor Andrea Gilardoni. Docente alla Bocconi di Milano e amico del senatore.“Ho partecipato a una riunione in cui ho espresso l’apprezzamento per l’iniziativa. Sono andato perché Auci mi ha invitato, è una persona che stimo, e l’idea mi sembrava di interesse”.

 

Qual è l’idea?

Secondo me, l’idea ruota intorno allo stile di Monti.

 

Uno stile sobrio.

Sobrio, si certo. Ma anche consapevole, colto e, talvolta, ironico. Anche se, nel suo Governo, ci sono state delle situazioni un po’ contraddittorie.

 

Con questa associazione Monti scende ufficialmente nell’arena politica per il 2013?

Monti negherebbe decisamente. Conoscendo Monti, avendolo visto all’opera, so che è una persona che se dichiara che farà il senatore a vita, allora esistono elevate probabilità che lui faccia così. Ma è anche vero che questa è una dichiarazione opportunistica, perché se facesse diversamente il Governo salterebbe dopo un quarto d’ora. Però lui l’ha detto, l’ha dichiarato ed è difficile che cambierà idea. Almeno lo credo, conoscendo il tipo di persona. Anche perché, poi non dimentichiamoci, c’è un’altra posizione che si libera.

 

La presidenza della Repubblica.

Si, comunque io penso che il concetto sia un’iniziativa che vuole portare avanti il modello Monti. Se tra sei mesi si verificheranno delle convergenze, delle ipotesi per cui Monti riterràdi modificare il suo atteggiamento – cosa che ritengo improbabile ma possibile – forse continuerà. Però, ripeto, è molto improbabile.

 

Un movimento che si ispira alle politiche di Monti, quindi?

Al ’modo di fare il politico’. Alla fine è un politico. E il suo modo di far politica è un modello che noi dobbiamo, come Paese, senza dubbio puntare. Ricordo le parole di Montanelli, quando diceva che Berlusconi è una malattia che bisogna contrarre per poi guarirne. Berlusconi è stato anche un po’ criminalizzato, c’è stata un’esagerazione.

 

Torniamo a Monti.

Quello che è importante di Monti è l’understanding internazionale. La rete di relazioni, l’apprezzamento. Questo è un suo grande punto di forza. Se si vuole fare un partito allora non sono così convinto. Se invece si intende fare un soggetto culturale lo trovo molto interessante.

 

Lei come giudica l’azione politica del Governo presieduto da Monti?

In quella sede ho detto alcune cose. La mia è una formazione aziendalistica, non sono un economista. Avrei fatto una forte azione sul debito: per me la soluzione ragionevole è il prestito, quello che viene chiamato il prestito patrimoniale. Un prestito forzoso basato sul patrimonio degli individui. Il debito si è formato a fronte del fatto che molti si sono arricchiti, ed è equo caricare chi si è arricchito in questi ultimi venti anni. E’ doveroso colpire i redditi internazionali. Galera per chi costituisce capitali all’estero, galera se non li importano immediatamente. Intervenire in modo drastico: entro certi limiti c’è già la sanzione penale, bisogna confermarla in modo deciso. L’Imu ha una serie di difetti, va a toccare le cose più care che le persone hanno. Si tratta di un prelievo che non risolve il problema e mette a repentaglio la stabilità del mercato immobiliare italiano, una delle cose che fino ad oggi invece ha retto. Ma era già in difficoltà prima dell’Imu, lo vedo in grande difficoltà ora. Per fortuna non siamo come la Spagna, che è crollata proprio per il mercato immobiliare. Eppure, nonostante tutto il debito pubblico aumenta.

 

Secondo Lei, Monti ha realizzato tutto quello che aveva in mente o è rimasto ostaggio di questo Parlamento?

Cosa Monti avesse in mente quando ha assunto l’incarico non è che lo abbia mai detto con grandissima chiarezza. Lo ha fatto dire a qualche Ministro. Sulla riforma del Lavoro della Fornero ho delle serie perplessità. Non sono un economista del lavoro, ma vedo incrementare significativamente il costo dei contratti, non so quale sarà poi il risultato. Credo che Monti si sia affidato alla Fornero, non è che sia un esperto di queste tematiche. Se devo essere sincero il punto chiave che vedo mancato è il tema del rilancio della politica industriale. Noi abbiamo una situazione preoccupante, siamo schiacciati dalla competizione internazionale, le nostre aziende sono pressate dai costi e se ne vanno appena possono. Non dico che sia facile, ma vedo che è stato fatto abbastanza poco… anche questo decreto sviluppo licenziato ieri alla Camera. Noi cosa stiamo facendo per far rimanere le industrie in Italia? Credo abbastanza poco. Le banche sono in una situazione incredibile, hanno avuto questi soldi all’uno per cento e li impiegano al cinque. Anche io e lei saremo capaci di guadagnare, possiamo stare tranquilli, andarcene al mare e guadagnare comunque. Credo invece che per lo sviluppo si siano fatte alcune cose, per esempio la ‘cabina di regia’ per l’export. Credo molto al progetto sulla banda ultra-larga, la vedo come l’autostrada del Sole degli anni ’50: una cosa che va fatta. Vedo molto bene il ragionamento sulla logistica, la necessità di ridurre i costi di trasporto, di trasferimento per attrarre merci internazionali. E poi c’è tutto il tema del turismo. Ci sono sette, otto, dieci settori che sono importanti per il nostro Paese e su cui vedo, in questo momento, che è stato fatto relativamente poco.

da L’INDRO.IT di venerdì 27 Luglio 2012, ore 19:38

http://lindro.it/Conosco-Monti-non-si-ricandidera,9763#.UBk1BGGdDPo

LEGGE ELETTORALE: “GLI ITALIANI NE HANNO LE TASCHE PIENE”

Intervista al Presidente dei Senatori dell’Idv, Felice Belisario

LEGGE ELETTORALE: “GLI ITALIANI NE HANNO LE TASCHE PIENE”

La riforma, se si farà, potrebbe portare a una nuova spaccatura nel centro-sinistra

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“La vera ragione per cui non trovano la quadra è perchè non sanno più quale può essere la lista che potrebbe ottenere la maggioranza dei voti”. Questo il commento a caldo di Antonio Di Pietro, il leader dell’Italia dei Valori, sulle varie ipotesi che stanno emergendo per la nuova legge elettorale. Il riferimento è agli incontri tra ABC (AlfanoBersani e Casini), i tre segretari del Pdl, Pd e Udc. Non vanno giù ai rappresentanti dell’IdV, e dei partiti minori, le scelte che stanno caratterizzando gli incontri per trovare la ‘quadra’. Antonio Di Pietro è chiaro: “Siamo stati avvertiti in questi minuti, i partiti della maggioranza avrebbero trovato un accordo su un sistema in parte proporzionale, in parte per collegi, in parte con le preferenze e in parte no. Una legge scritta in modo che si sappia prima chi sono gli eletti e chi invece deve restare fuori. Troveremo una soluzione a ogni tentativo di ghettizzarci e metterci all’angolo attraverso la legge elettorale”. E invita il Capo dello Stato a vigilare: “mi appello al Capo dello Stato perchè non permetta la costruzione di una legge elettorale che non consenta ai cittadini di essere rappresentati: sarebbe un’altra pagina buia che offende la democrazia”. 

Dello stesso avviso il presidente dei senatori dell’IdV, Felice Belisario, che non le manda a dire: “dopo il porcellum, rischiamo un superporcellum. Ma saranno gli italiani a decidere questa volta. Dovranno fare i conti con i cittadini”. La nuova legge elettorale, se si farà, potrebbe portare a una nuova spaccatura nel centro-sinistra. La famosa foto di Vasto, sempre al centro di ragionamenti politici, sembra essere stata sostituita da quella con i tre segretari (Alfano, Bersani e Casini, con l’aggiunta di Monti). Un nuovo Governo politico potrebbe vedere di nuovo Monti alla testa di un esecutivo politico. Potrebbe nascere un nuovo asse, formato da Idv, Sel e Movimento 5 Stelle. Che non sembra appassionare i nuovi alleati. Vendola (Sel) prende tempo: “per adesso non ci riguarda”. Tutto è da verificare nei prossimi giorni e tutto dipenderà dalla legge che sta prendendo forma.

Per capire meglio la posizione dell’Italia dei Valori abbiamo sentito il senatore Felice Belisario, che non ha dimenticato il milione di firme raccolte dai cittadini per la riforma elettorale. Dobbiamo capire quale sarà la legge elettorale. Se è una legge elettorale proporzionale a tutto tondo, senza coalizioni, senza programma condiviso ognuno giocherà la partita in proprio. Se ci saranno delle coalizioni, noi sappiamo che in Italia stiamo governando un Paese, Regioni, Province e Comuni, con il Partito Democratico. Se ci dice che non ci vuole… stiamo spiegando che l’omogeneità la decidono gli elettori e non le alchimie delle segrete stanze, per cui se gli elettori di centro-sinistra riconoscono Pd, Sel e Idv come punto di partenza per la coalizione, è evidente che da qui dobbiamo partire. Se il Pd non è d’accordo è evidente che l’Italia dei Valori, che ha un ruolo nel Parlamento, che è presente in tutte le realtà del Paese e che si è distinta in varie battaglie, si presenterà agli elettori”.

Con chi?

Con chi condivide un programma e vuol essere forza di governo.

Dal 2006 in Italia è presente la legge porcata, che non ha dato ai cittadini la possibilità di esprimere la propria opinione, di scegliere i propri rappresentanti. Oggi, questo Paese, di che legge elettorale ha bisogno?

Noi, insieme al comitato promotore per i referendum, un anno fa abbiamo depositato un milione e 200mila firme. Evidentemente per far rivivere il ‘mattarellum’, che aveva dato prova di sé, aveva garantito il principio dell’alternanza e, comunque, aveva un sostegno di un milione e 200mila italiani. Noi ritenevamo che si potesse partire e avremmo avutoconfezionata in un’ora la legge, con tutto quanto serviva. Le nostre richieste, al momento, sono disattese. La legge va cambiata, bisogna evitare di passare da un ‘porcellum 1’ a un‘porcellum 2’ o, come vado dicendo io, al ‘superporcellum’.

Una proposta di legge è stata presentata anche dal leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo.

E’ dal 2008 che abbiamo presentato disegni di legge, non solo per la ineleggibilità, ma per laincandidabilità dei condannati. Grillo con noi sfonda una porta aperta.

Come va a finire questa storia sulla legge elettorale?

Se facciamo fare la legge elettorale, piuttosto che le leggi, ancora ai condannati evidentemente non avremo la riforma della giustizia, ma soprattutto i condannati o coloro i quali hanno dei procedimenti penali gravi cercheranno di rientrare in Parlamento e siconfezioneranno una legge elettorale che faccia al caso loro. Noi ci siamo attrezzati per fare un referendum per cancellare la legge e riportare in vita quella precedente, che riteniamo diecimila volte meglio del porcellum.

Non la pensano così gli altri partiti.

Se gli altri partiti, per le loro convenienze, fanno riunioni in stanze segrete che vuole da me?

Le fa anche il Pd queste riunioni segrete?

Certo, non lo dico io. Lo dicono i giornali. Fanno incontri tra Alfano, Bersani, Casini e ci mettono dentro Migliavacca, Bressa, Adornato. Però non tirano fuori un ragno dal buco. Mi auguro che non si crei il ‘superporcellum’.

Che succede in questo caso?

Gli italiani sapranno con chi prendersela.

Per Di Pietro gli altri partiti temono il nuovo asse tra Idv, Sel e Movimento 5 Stelle. Anche lei è dello stesso avviso? 

Fanno bene a temere non tanto e non solo Idv, Sel, Movimento 5 Stelle e tutte le altre forze che si muovono sul territorio. Devono temere gli italiani, che non ne possono più. Ne hanno le tasche piene, per cui o il trio dell’apocalisse, ABC, capisce che ormai non ce n’è per nessuno, oppure si sveglieranno con una brutta sorpresa il giorno delle elezioni.

da L’INDRO.IT di giovedì 26 Luglio 2012, ore 19:39

http://lindro.it/Legge-elettorale-Gli-italiani-ne,9740#.UBkzLWGdDPo

LEGGE ELETTORALE? “NON SI FARÀ NULLA”

Intervista al responsabile Giustizia di Rifondazione Comunista

LEGGE ELETTORALE? “NON SI FARÀ NULLA”

Russo Spena: “Siamo in un pasticcio istituzionale gravissimo, Pd e Pdl non la cambieranno”
di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Una legge che deve essere cambiata al più presto”, “con il bipolarismo e il porcellum si è distrutto ogni prestigio della politica”, “la legge porcata del 2006 è contro i cittadini”, “non cambiare la legge elettorale è un suicidio per i partiti”. Tutti sembrano d’accordo. Ma la legge elettorale è sempre la stessa. Sembra di rileggere ‘Il Gattopardo’ di Tomasi di Lampedusa. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. “Non la cambieranno nemmeno per il 2013” ha affermato il responsabile giustizia di Rifondazione Comunista, Giovanni Russo Spena. La legge elettorale va bene così. Per loro. Per i segretari di partito che possono scegliersi meglio i loro uomini di fiducia. Senza dar conto a nessuno. Per puro calcolo personalistico. L’ex senatore Russo Spena è convinto della sua posizione.“Per l’immediato purtroppo, nonostante il porcellum sia veramente una legge che degrada la politica e la rappresentanza, temo che non si farà nulla. Perché i partiti stanno pensando più ai propri interessi di partito. Il problema del Parlamento e della politica italiana è la crisi di rappresentanza. Si stanno registrando solo pasticci nella Commissione Affari Costituzionali, pasticci che rispondono a calcoli di bottega”.

A nessuno piace la legge elettorale vigente, ma tutti se la tengono.

Piace ai grossi partiti, questa è la verità. Questa è l’unica legge che ha insieme una soglia di sbarramento alta e un premio di maggioranza altissimo. Con il 27-30% si può verificare che governi una coalizione al posto dell’altra. La centralità del Parlamento non esiste più, ma con questa soglia e con questo premio si formano coalizioni intorno al grosso partito, creando il voto utile. Ecco perché il Pd e il Pdl non vogliono sostanzialmente cambiare la legge. Sperano di costringere i partiti piccoli e medi a mettersi in coalizione con loro. Di programmi non si parla, non si parla di alternative e Monti resterà a vita. Se non Monti, il montismo in quanto tale con il fiscal compact. Non cambia nulla, le coalizioni si fanno intorno ai grandi partiti che oggi appoggiano questo governo. Siamo in un pasticcio istituzionale gravissimo.

Un vero e proprio suicidio per le forze politiche.

Qualche piccolo cambiamento ci sarà, spero che a settembre ci sia un’autocritica. Ma allo stato attuale, tutti lo pensano, ci saranno piccolissimi cambiamenti. Per le preferenze, per la soglia di sbarramento, per il premio di maggioranza per il Senato. Io penso che sia un suicidio. Le forze politiche dimostrano di non avere nessuna capacità di autoriforma. Non riescono a ricollegarsi ai bisogni e alle richieste della popolazione, in una fase di crescente antipolitica. Che in parte è giustificata dal fatto che i partiti non hanno fatto il proprio mestiere, molto spesso rubando anche risorse pubbliche. Tutto questo preoccupa.

In questo momento il vuoto politico non lo state riempiendo voi, ma il movimento di Beppe Grillo.

Il montismo e il grillismo, come fenomeni istituzionali, sociali e mediatici, sono due fenomeni speculari. Due facce della stessa medaglia.

Ritorniamo alle legge elettorale. Lei è d’accordo sull’ineleggibilità dei parlamentari condannati in via definitiva e sulla sospensione dei parlamentari condannati in via non definitiva?

Sul piano giuridico è un buon passo. E’ ovvio che per ogni garantista, io lo sono, la condanna deve essere definitiva. Però in politica, soprattutto in questo momento, occorre che ci sia ancora più trasparenza e che nessun dubbio possa esistere. Una condanna in primo grado deve portare alla non partecipazione alla competizione politica.

La questione morale di Berlinguer.

Appunto. La questione morale sta diventando la questione strutturale di questo Paese.

E sul tetto dei due mandati che dice? E’ d’accordo?

Certamente si. Noi, come Rifondazione Comunista, l’abbiamo applicata. Abbiamo nel nostro statuto che non possono esserci più di due mandati consecutivi nella stessa Istituzione. E’ sacrosanto, per il rinnovamento dei gruppi dirigenti. Se quelli che stanno lì da trent’anni diventano un tappo per il rinnovamento.

Lei come vede questa nuova ridiscesa in campo di Berlusconi?

Rischiamo il ridicolo, il grottesco. Ha fallito come politico, è fallito il suo disegno. E’ un ritorno al passato, noi abbiamo bisogno di futuro.

da L’INDRO.IT di venerdì 20 Luglio 2012, ore 19:23

http://lindro.it/Legge-elettorale-Non-si-fara-nulla,9661

LEGGE ELETTORALE, LAVORI IN CORSO

Intervista a Gaetano Azzariti, docente di Diritto Costituzionale

LEGGE ELETTORALE, LAVORI IN CORSO

Tutti vogliono cambiarla, ma nessuno lo ha ancora fatto. In Senato 39 proposte, tra le quali quella di Grillo

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Tutti vogliono cambiarla, ma nessuno è interessato a farlo. I proclami sulla legge elettorale continuano. Tutti sono intervenuti su questo tema. La politica sembra in fermento, disponibile a eliminare questo scempio per la democrazia. L’ultima, quella che è oggi vigente, è definita una ‘porcata’. Il termine è stato coniato dal suo creatore. Dopo il leghistaCalderoli tutti hanno aggiunto qualcosa, ma moltissimi si trovano bene con le attuali norme.

Il sistema di potere è concentrato in poche mani e in pochissime menti. La decisione spetta ai segretari di partito. Sono loro che scelgono i rappresentanti, che non rappresentano più i cittadini. “Mi auguro che si arrivi ad una intesa o comunque ad un confronto conclusivo in sede parlamentare. Ho ritenuto che fosse ormai il momento di portare alla luce del sole l’esito dei tentativi di intesa che ci sono stati”, queste le parole del Capo dello Stato,NapolitanoMa quanti anni sono passati dalla legge porcata? Era il 2006. Dopo sei anni a nessuno va bene, ma tutti se la tengono. 

“I partiti hanno oggi solo due obiettivi. Il primo sono le alleanze. Il secondo obiettivo è una nuova legge elettorale per fottere il Movimento 5 Stelle”, ha scritto Beppe Grillo sufacebook. In commissione Affari Costituzionali del Senato ci sono diverse proposte,trentanove, e tra tutte spicca quella del comico genovese. Di iniziativa popolare, che prevede l’ineleggibilità dei condannati in via definitiva e la sospensione di parlamentari condannati in via non definitiva. Con un tetto di due mandati e l’introduzione di una preferenza. “Non cambiare la legge elettorale è un suicidio per le forze politiche”, ha affermato il professore Gaetano Azzariti. Con il docente di diritto Costituzionale alla Sapienza di Roma siamo partiti dalla legge ‘porcata’ del 2006. “Noi abbiamo la peggiore delle possibili leggi elettorali. Non è una valutazione soggettiva, la stessa Corte Costituzionale ha indirettamente esplicitato che ci sono gravi dubbi di costituzionalità sulla legge stessa. E’ chiaro che è una legge che si deve cambiare al più presto. Il paradosso è che tutti lo riconoscono ma nessuno lo fa e comunque non si riesce a fare una riforma della legge elettorale”.

Perché ci troviamo in questa situazione?

La materia elettorale, dal punto di vista strettamente politico, incide direttamente sugli interessi dei partiti politici. E’ sempre valutata dai soggetti che devono cambiare legge elettorale in chiave di interesse. Individuale, per singolo partito. E’ ovvio che non è un buon viatico, un buon principio per una riforma così importante che è quella elettorale, che dovrebbe seguire non gli interessi ma i principi generali della democrazia.

Qual è la legge elettorale migliore per l’Italia?

La legge più semplice possibile, che rispecchi nel modo migliore i criteri della rappresentanza.

Quali sono questi principi che rispecchiano la rappresentanza?

Ci sono due grandi famiglie di leggi elettorali: quella maggioritaria e quella proporzionale. Come è noto, in Italia, non si è mai scelto tra questi due principi. Si può scegliere, ovviamente, come è già avvenuto dal 1993 in poi, un mix tra proporzionale e maggioritario. Quello che normalmente è seguito non è un principio, ma la creazione di una legge arlecchino. Un pezzetto che faccia comodo ad ogni partito e che faccia uscire alla fine una legge mostruosa, una legge mostro che accontenti tutti.

C’è anche la proposta di legge, di iniziativa popolare, di Beppe Grillo. Per un Parlamento pulito.

E’ essenziale fare la legge elettorale, all’interno della quale devono, ma lo sono anche attualmente, essere previste le cosiddette incompatibilità e ineleggibilità. La storia del nostro Paese ha dimostrato come bisogna essere più rigorosi nel far valere le incompatibilità e le ineleggibilità. In via di principio ritengo che sia opportuno che chi, fatto santo il principio di non colpevolezza, è stato condannato anche in primo grado, è plausibile che non possa essere candidato. Almeno questo. Anche il rinvio a giudizio, per alcuni reati, deve far sospendere il diritto di elettorato passivo.

Lei cosa pensa del tetto di due mandati?

Lo vedo in termini favorevoli. Anche qui, non in assoluto, abbiamo il problema della classe politica. C’è una retorica a favore dei giovani che non è che valga di per sé, perché non è un problema anagrafico. Ci sono ottime persone di una certa età non utilizzate nella politica e pessimi giovani che è meglio che la politica non la frequentino mai. E’ inutile fare esempi concreti, basta leggere i giornali. Il vincolo dei due mandati è interessante per avere un ricambio, non tanto generazionale, quanto proprio di classe politica. Un politico di professione non necessariamente deve fare per tutta la vita il parlamentare. Un segretario di partito, dopo aver svolto due mandati, non si capisce perché non possa continuare, per esempio, a fare il segretario di partito.

Si riuscirà a fare, entro il 2013, questa benedetta riforma del sistema elettorale?

Se ciò non dovesse essere, se questo Parlamento non dovesse riuscire a cambiare la legge elettorale, questo rappresenterebbe un suicidio per le forze politiche attualmente presenti in Parlamento. Questo auspico fortissimamente e auguro agli stessi partiti che attualmente siedono in Parlamento di avere le forza di cambiarla questa legge elettorale. Non cambiarla fa male all’Italia, alla rappresentanza, ma fa anche male a loro stessi. Si convincessero che se non vogliono suicidarsi è opportuno che un accordo, che una legge elettorale migliore dell’attuale la trovino, la realizzino e l’approvino.

da L’INDRO.IT di martedì 17 Luglio 2012, ore 19:30

http://lindro.it/Legge-elettorale-lavori-in-corso,9586#.UAkwiGGdDPo

PROVE DI CONCERTAZIONE

PROVE DI CONCERTAZIONE: “Monti sbaglia, è un’analisi frettolosa”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Ora tocca alla concertazione. Dopo la riforma delle pensioni e del lavoro, e la strana vicenda degli esodati e la spending review il rapporto tra Governo e sindacati continua a diventare sempre più delicato.

Lo scontro tra due filosofie di pensiero può trovare il suo culmine finale proprio nelle parole del Presidente del consiglio Monti, durante l’assemblea dell’Associazione bancaria italiana. Gli esercizi di concertazione del passato hanno generato i mali contro cui lottiamo oggi e per i quali i giovani non trovano lavoro, proprio perché lo Stato interveniva”.

E’ quindi la concertazione il ‘male’ da abbattere e depotenziare, secondo il Governo dei tecnici (e delle banche). Monti ha spiegato anche il suo punto di vista sulle parti sociali che, dice, “devono restare parti, parti vitali e importanti ma non soggetti nei cui riguardi il potere pubblico applichi una sorta di outsourcing della responsabilità politica. Non ci si deve sorprendere delle reazioni delle parti sociali di fronte ad una durezza dettata dall’emergenza, ma bisogna capire che ci possono essere reazioni di non soddisfazione non solo e non tanto su singoli provvedimenti quanto in risposta di una riduzione oggettiva del loro ruolo nel sistema decisionale”.

In questo stato di continua emergenza si stanno toccando diversi diritti, che fino a qualche anno fa sembravano intoccabili. E’ toccato anche all’articolo 18 e a molti altri settori. Ora è la forza e la presenza delle parti sociali che viene messa in discussione. Su questo ultimo punto si è registrata una ferma presa di posizione delle sigle sindacali.

Susanna Camusso, leader della Cgil, è stata chiara: “Non accettiamo lezioni di democrazia da chi è stato cooptato e non si è confrontato con il voto degli elettori, un po’ imbarazzante per il futuro democratico del Paese. Farlo poi nella platea delle banche e degli interessi bancari, dentro questa grande crisi, meriterebbe un’ulteriore riflessione. Monti quando parla di queste cose non sa di cosa sta parlando. L’ultima concertazione salvò dalla bancarotta il Paese, con cui si fece una riforma delle pensioni equa, al contrario di quella fatta dal governo attuale, e che permise al Paese di entrare nell’euro”.

Per il segretario generale della Cisl, Raffaele BonanniNon c’è alternativa alla concertazionein nessun Paese a democrazia matura e ad economia avanzata. I governi, per quanto autorevoli e composti da personalità di altissimo profilo, non possono guidare da soli questa difficile stagione di cambiamenti e di riforme senza un ampio consenso sociale”. Fa eco il segretario della Uil, Luigi Angeletti“L’Europa consiglia il dialogo sociale come strumento per la crescita. Ma il nostro presidente del Consiglio è più realista del re: pensa di poter salvare l’Italia senza preoccuparsi di salvare gli italiani” e quella della Ugl, GiovanniCentrella“E’ riduttivo oltre che irrispettoso nei confronti dei sindacati e dei lavoratori affermare che siano stati gli esercizi di concertazione a generare i mali contro cui oggi il Paese lotta”.

Ma cos’è la concertazione? E perché, in questo momento particolare, è uscita fuori la posizione netta di Monti? Come funziona negli altri Paesi? Ne abbiamo parlato con un docente universitario, la professoressa Piera Loi, già direttore del CSRI (centro studi di relazioni industriali) e docente del Master di Diritto del Lavoro e Relazioni Industriali presso l’Università di Cagliari. La concertazione è un metodo di assunzione delle decisioni politiche, che presuppone il confronto con le parti sociali. Con le rappresentanze dei lavoratori e dei datori di lavoro. Nel nostro sistema la concertazione ha avuto la sua regolazione, il suo culmine con il protocollo Ciampi, che ne ha stabilito anche la formalizzazione in un accordo di tipo triangolare. Però non è una caratteristica soltanto del nostro sistema. Esiste in molti altri ordinamenti, dove si applica questo metodo concertativo. Il decisore politico invece di assumere unilateralmente le decisioni si confronta con le parti sociali”.

Negli ultimi anni, in Italia, a quali risultati ha portato questo metodo?

La concertazione ha passato delle fasi alterne. Di grande riconoscimento e importanza negli anni ’90. Poi, ad esempio durante il governo Berlusconi, si è verificato un certo abbandono delle pratiche concertative. Nel cosiddetto ‘libro bianco’ del mercato del lavoro già non si parlava più di “concertazione”, ma di dialogo sociale. Il governo sente le parti sociali e assume autonomamente la sua decisione. Normalmente la concertazione è vista di buon favore dai governi di centro-sinistra. Nel nostro Paese a che risultati ha portato? Si possono vedere aspetti positivi e aspetti negativi.

Partiamo da quelli positivi.

Una maggior pace sociale. Perché una legge concertata, una riforma del lavoro concertata ha l’appoggio delle parti sociali e si riduce il conflitto. Si evitano gli scioperi e si evita il conflitto sociale. A volte serve anche per dividere le responsabilità. Il decisore politico non ha la forza di assumere da solo la responsabilità di certe scelte e le vuole condividere con le parti sociali, specialmente quando le scelte comportano sacrifici per i lavoratori, per le categorie deboli.

E gli aspetti negativi?

A volte la concertazione è un po’ pervasiva, vuole toccare materie e aspetti che non sono strettamente collegati al rapporto di lavoro, al livello di redditi. Nel nostro ordinamento c’è stato questo difetto, ma non significa che dobbiamo buttare a mare la concertazione.

Cosa accade invece negli altri Paesi?

Ci sono diversi modelli, come quello tradizionale dei Paesi Nordici, quello svedese, il classico esempio dei modelli neocorporativi. Un ruolo importante viene assunto dalle parti sociali, una concertazione di tipo statale. Poi c’è il modello giapponese, che fa una concertazione di tipo aziendale. Un modello completamente diverso. Quelli vicini a noi sono il modello francese e il modello spagnolo. Anche lì ci sono stati enormi cambiamenti, la crisi ha radicalmente modificato lo schema della concertazione. La Germania è un tipico paese dove le pratiche della concertazione si sono sempre attuate. Non siamo affatto un’eccezione.

Secondo Monti: “Gli esercizi di concertazione del passato hanno generato i mali contro cui lottiamo oggi e per i quali i giovani non trovano lavoro”. Lei è d’accordo?

No, non sono per niente d’accordo. Monti sbaglia nel fare questa analisi frettolosa, dicendo che i mali del mercato del lavoro italiano dipendono dalla concertazione.

Lei come interpreta queste parole? Perché Monti ha rilasciato, in questo momento particolare, queste affermazioni?

Non so quali siano le ragioni recondite. Certo, lui ha una forza sindacale, la Cgil, che lo contrasta e, in qualche modo, voleva bloccare, arginare. E ha bisogno di agire in fretta. Purtroppo siamo in un momento nel quale la democrazia è gravemente compromessa, il potere degli Stati è gravemente compromesso dal fatto che sentiamo la pressione dei mercati. I sindacati, in questo momento, rappresentano un ostacolo per decidere rapidamente. Ma la concertazione non è responsabile della crisi nella quale ci troviamo, la crisi economica non dipende né dagli Stati né dai sindacati e dalle loro pratiche. La situazione nella quale ci troviamo, oggi, è il malfunzionamento del sistema economico e finanziario mondiale. Le riforme, così, rischiano di essere traballanti. Neanche i mercati ci credono alle riforme fatte in questo modo. Perché sanno che possono essere messe fortemente in crisi da un sindacato che si mobilita, che mobilita i lavoratori e che fa nascere conflitti.

da L’INDRO.IT di giovedì 12 Luglio 2012, ore 19:30

http://www.lindro.it/Prove-di-concertazione,9512

LIBIA, IL NEW DEAL DELL’ECONOMIA?

Intervista al presidente della Camera Italo-Libica, Gianfranco Damiano

LIBIA, IL NEW DEAL DELL’ECONOMIA?

“Il Paese con il pil più elevato dell’Africa. Grandi le opportunità per le imprese italiane”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Sono lontani i giorni del “baciamano” di Berlusconi a Gheddafi. Delle giovani donne italiane raggruppate e pagate per rendere omaggio al leader libico. Il dittatore non c’è più, ma sono rimasti gli affari. Per la nuova Libia si sono aperti nuovi scenari e innumerevoli interessi internazionali. Ma restano, però, i diritti civili violati.

E’ Amnesty International che in un rapporto denuncia la drammatica situazione. “Trascorso poco meno di un anno dalla caduta di Tripoli nelle mani dei thuwwar (i combattenti rivoluzionari), le continue violazioni dei diritti umani – tra cui arresti e imprigionamentiarbitrari, torture con conseguenze anche mortali, omicidi illegali e sfollamenti forzati di popolazioni eseguiti con impunita’ – stanno gettando un’ombra negativa sulle prime elezioni nazionali dalla caduta del regime di Muhammar Gheddafi”.

Per il sito medarabnews“in queste settimane la Libia è meta di una vera e propria ’corsa diplomatica’ che vede delegazioni di mezzo mondo affollarsi a Tripoli per stringere rapporti con l’autonominato (e ancora tutt’altro che legittimato a livello popolare) Consiglio Nazionale Transitorio (CNT), nella speranza di mettere in sicurezza i contratti pregressi e di posizionarsi vantaggiosamente in previsione della futura assegnazione di appalti per la ricostruzione e di nuovi contratti petroliferi. Nel frattempo, l’aeroporto internazionale della capitale è tuttora in mano a una milizia – quella di Zintan, cittadina a sudovest di Tripoli – invece che al CNT, il quale dovrebbe rappresentare la nuova autorità nazionale. La Libia è il paese con le maggiori riserve petrolifere del continente africano, e molti libici si augurano che gli investimenti stranieri portino ad un rapido sviluppo economico. Costoro ritengono che, grazie alle sue risorse, il loro paese ’dovrebbe essere come Dubai’. Sebbene la Libia trabocchi di armi e di miliziani sono in molti a ritenere che il paese rappresenti una potenziale ’opportunità’.

Abbiamo ascoltato il Presidente della Camera di Commercio Italo-Libica, Gianfranco Damiani, per parlare del sistema economico nazionale nella nuova Libia e delle nuove ‘opportunità’. La riconversione dalla precedente economia di Stato, parte dell’egemonia della dittatura di Gheddafi, sta mutando. C’è la dismissione di parte delle aziende di Stato, quelle controllate. C’è stato un cambio ai vertici, ovviamente, con sostituzioni di personaggi molto più vicini al CNT, comunque ai governi locali, e quindi c’è un nuovo, diciamo, new dealdell’economia. Che si va a scontrare con la mancanza di sovvenzioni da parte dello Stato, per cui devono entrare in una regola di mercato. Con tutte le dinamiche del mercato. Questo è già un primo passaggio abbastanza complesso. Tutta la struttura produttiva va rivisitata, tutta la struttura di commercializzazione va rivisitata e attendiamo anche tutta una serie di modifiche a livello normativo. Per ora siamo ancoràti a quello che era il vecchio ordinamento e su questo, per ora, ci andiamo ad organizzare. Esiste una nuova flessibilità da parte dei nuovi organismi”.

Un sistema liberista?

In base a quello che con le elezioni si sta configurando, ci sarà un aspetto molto più liberista. Consideriamo che la Libia è anche il Paese con il Pil più elevato dell’Africa, quindi è un Paese con grandi dinamiche economiche, forti capacità di spesa. Che si misura, oggi come oggi, con gli effetti post guerra civile, dando più respiro alla parte alimentare, alla sanità, alla difesa e al creare occasioni di lavoro. Grandi iniziative ci possono essere e grandi opportunità per le imprese italiane”.

Quali sono le potenzialità di questo sistema economico che si sta sviluppando?

Per quanto riguarda il settore delle infrastrutture, costruzioni e delle comunicazioni è tutto da mettere in piedi. Gheddafi aveva iniziato a suo tempo e ora è tutto un processo che andràriagguantato e ripreso. C’è anche il settore oli e gas che è quello che trascina sempre di più.

Quali sono gli interessi dell’Italia?

Noi dobbiamo risolvere ancora il problema dei crediti pregressi. E’ un problema pesante, parliamo di un miliardo e 200 milioni di euro. Su questo il Ministro degli Esteri e dello Sviluppo Economico stanno lavorando. Ci stiamo lavorando insieme a Confindustria. Dobbiamo risolvere anche questo problema. I tempi non sono brevi, però molte aziende stanno chiudendo per queste inadempienze del passato.

Quali sono i rapporti che esistono oggi tra l’Italia e la Libia?

I rapporti sono migliori perché c’è maggiore consistenza e sono molto più concreti. Abbiamo uno scenario più aggressivo a livello internazionale, ma questa è una regola di mercato. La presenza dei turchi è veramente pesante, a livello di competizione. Ma possiamo battercelabene.

In questo contesto non possiamo dimenticare il Rapporto di Amnesty International sul mancato rispetto dei diritti umani.

Ai tempi di Gheddafi e di Berlusconi questo tema era in agenda degli organismi internazionali.

E oggi?

E’ aggravato dal fatto che c’è stata una rivoluzione civile. Questo è un tema che purtroppo è pesante e sul quale si dovrà andare a discutere. In questo passaggio la Libia va anche aiutata.

A Tripoli si terrà la nona edizione della Libyan Healthcare Exhibition. L’ente organizzatore ha affidato in esclusiva alla vostra Camera la gestione dello ‘spazio Italia’.

Siamo presenti con questa iniziativa, con alcuni convegni, in partnership con il Ministero della Sanità italiana e, quindi, abbiamo grandi possibilità per dare un forte contributo alla rinascita e alla risoluzione di alcuni problemi del Paese.

A che punto siamo con la ricostruzione della nuova Libia?

Negli ultimi anni Gheddafi aveva iniziato alcuni processi di rinnovamento: ora bisogna ripartire e andare avanti. E’ ovvio che tutto l’apparato va ricostruito: dall’apparato di sicurezza all’esercito e a livello energetico soprattutto. C’è tantissimo lavoro per le piccole e medie imprese italiane. Per quanto riguarda la costruzione delle strutture organizzative c’è ancora parecchio da fare, soprattutto nel campo della sicurezza e della sanità. Settori di sviluppo ci sono, il mercato è molto attento alla Libia anche perché il nostro mercato non si può più rivolgere all’Europa, per la crisi nera e paurosa. I mercati del Nord Africa sono un’alternativa per noi come Paese, e forse anche l’unica in questo momento.

da L’INDRO.IT di martedì 10 Luglio 2012, ore 19:59

http://lindro.it/Libia-il-new-deal-dell-economia,9468