– APPUNTAMENTI — Il Coraggio di dire No & Testimoni di Giustizia

lea rosa rossa

IL CORAGGIO DI DIRE NO 

&

TESTIMONI DI GIUSTIZIA: 

– VIGARANO (Ferrara), 21 e 22 marzo 2017;
– LEINI (Torino), 23 marzo 2017;
– RHO (Milano), 24 marzo 2017;
– SANREMO (Imperia), 27 marzo 2017.

#leagarofalo

#ilcoraggiodidireno

#ndranghetamontagnadimerda

#mafiemontagnadimerda

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STRAGE DI STATO #paoloborsellino

borsellino

19 luglio 1992… STRAGE DI STATO!!!

La Rivoluzione si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa dentro la cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara e più affilata di un coltello.
(Paolo Borsellino)

Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli,Walter Eddie CosinaClaudio Traina.

#‎paoloborsellino‬ ‪#‎palermo‬‪#‎viadamelio‬ ‪#‎scorta‬ ‪#‎tritolo‬ ‪#‎sTato‬ ‪#‎strage‬ ‪#‎mafia‬ ‪#‎cosanostra‬‪#‎mafiamontagnadiMerda‬ ‪#‎agendarossa‬

MASSACRO Borsellino

TESTIMONI DI GIUSTIZIA, LO STATO LATITA

Una petizione per garantire lavoro e sicurezza

TESTIMONI DI GIUSTIZIA, LO STATO LATITA

La protesta di Luigi Coppola: “La camorra ha iniziato, ma le istituzioni stanno continuando il lavoro”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Oggi e dopo tutti i precedenti mi chiedo ancora come ho potuto anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia”. Queste le drammatiche parole scritte da Lea Garofalo, la donna coraggio anti-‘ndrangheta sciolta nell’acido, dopo il tentativo di sequestro consumato a Campobasso, che aveva deciso di staccarsi dai legami criminali familiari.

Lea, prima di morire, decise di scrivere una lettera al Presidente della Repubblica. Il suo testamento morale venne pubblicato dai vari giornali solo dopo il suo assassinio. Non è semplice la vita dei testimoni di giustizia, che non hanno nulla a che fare con i collaboratori di giustizia. I testimoni di giustizia sono persone che hanno avuto coraggio a denunciare. “Oggi – scrive il comitato per la tutela dei testimoni di giustizia – in Italia decine e decine di testimoni di giustizia sono abbandonati a se stessi, in attesa di avere dallo Stato non solo la protezione che era stata loro garantita, ma persino un lavoro per poter vivere. Buona parte dei settanta testimoni di giustizia italiani hanno manifestato a Palermo per chiedere il rispetto degli accordi presi”.

E’ stata promossa da Movimenti Civici, Movimento Radical Socialista, Movimento Agende Rosse e da Democrazia e Legalità una petizione per garantire lavoro e sicurezza ai testimoni di giustizia. Tra i primi firmatari Salvatore Borsellino, Angela Napoli, Sonia Alfano, Giuseppe Lumia, Elio Veltri, Doris Lo Moro e Franco Laratta. Ma qual è la situazione dei testimoni di giustizia, oggi, in Italia? “La situazione – secondo Italo Campagnoli del comitato promotore della petizione per la tutela dei testimoni di giustizia – è veramente pesante. Il passato Governo, in particolare la figura del sottosegretario Mantovano, ha smantellato in maniera sistematica tutti i progetti di protezione. Ci sono situazioni tragiche, sconvolgenti. In Italia non sono centinaia i testimoni di giustizia e quindi non è un costo così gravoso, ma la maggior parte di loro sono stati progressivamente abbandonati. Abbiamo preparato anche una lettera destinata al Presidente Napolitano sottoscritta da una quindicina di testimoni di giustizia”.

Con il cambio di esecutivo le cose non cambiano. “L’attuale Governo, in questo momento, è del tutto latitante. Ci sono state delle risposte ufficiali e ufficiose: ‘faremo’, ‘ci stiamo interessando’, ‘stiamo prendendo atto della situazione’ ma non c’è stato assolutamente niente di concreto fino ad oggi. I testimoni non hanno avuto nessun segnale”.

Ma che tipo di tutela hanno oggi i testimoni di giustizia? “L’unica cosa che viene sempre lasciata, fino alla fine, è la scorta. Che tecnicamente, forse, è la cosa più importante ma non è assolutamente la soluzione del problema. Vicende più drammatiche ci raccontano di persone che sono state abbandonate anche dalla famiglia, altre che sono impazzite. C’è chi si è dato fuoco, chi è andato a protestare continuamente di fronte ai Ministeri, chi ha dei processi perché ha protestato in maniera esasperata. Ci sono delle situazioni tragiche”.

E’ importante ricordare la vicenda di Luigi Coppola, imprenditore di Pompei, che ha avuto il coraggio di fare il proprio dovere e denunciare. Sfrattato dall’hotel, dov’era momentaneamente sistemato, si trova ora in strada con tutta la sua famiglia. Ha una scorta, ma è costretto a vivere in auto. Il neo Ministro agli interni, Anna Maria Cancellieri, ha dichiarato che “si interesserà del caso”. Ma come vive oggi Coppola? “Abbiamo trovato – risponde lui – ospitalità presso un mio parente per pochissimi giorni. Viviamo senza un centesimo e la situazione è problematica”.

Grazie alle denunce di Luigi Coppola, nel 2001, vennero arrestati il boss di Boscoreale (Na) Giuseppe Pesacane, i suoi affiliati e un componente del clan Cesarano di Pompei (appartenenti al clan Gionta) per estorsioni, sfociate in usura. In totale 30 persone. “Ho pagato l’usura sull’estorsione”. Coppola ha la scorta ma “so che stanno tentando di togliermela. Sono l’unico dei testimoni di giustizia che è riuscito a ritornare nel proprio paese di origine. Chi va in località protetta, e io ci sono stato, non fa una bella vita. Mi devono mostrare uno che è andato in località protetta e si è realizzato. Tutti hanno problemi”. La situazione coinvolge anche i parenti più stretti di Coppola “La mia famiglia mi sta facendo rendere conto che, forse, aver denunciato…”. Si interrompe “Vorrei avere a che fare con uno Stato responsabile. Nonostante ciò conduco uno sportello Anti-camorra nel Comune di Boscoreale (sciolto due volte per infiltrazione camorristica, ndr) e mi batto per la legalità. Adesso ho paura per gli altri che avrei convinto a denunciare”.

Passiamo poi al capitolo minacce: “nel 2010, a seguito delle proposte di revoca delle misure di sicurezza, mi fu tolta la vigilanza fissa e prontamente la camorra pressò. Fecero trovare alla Polizia una bottiglia con del liquido infiammabile più una cartuccia di pistola inesplosa. Non era folklore napoletano, ma un segnale di apprezzamento nei confronti dello Stato che indietreggiava. La camorra mi faceva capire la fine che avevo fatto. La camorra ha iniziato, ma lo Stato sta continuando il lavoro”. Ma ha paura? “Si, ho paura anche per chi ci ospita. Per questo motivo sono stato sempre portato ad evitare contatti stretti con i familiari. Noi siamo degli isolati nello stesso nostro Paese. Lo Stato dovrebbe dare dignità alle persone che hanno fatto ciò che ho fatto io. Lo Stato pubblicizza le sue vittorie attraverso chi mette veramente la vita in gioco. Dovrebbero evitare le pubblicità e rendere degne le persone per ciò che hanno fatto”.

Coppola è rimasto solo con la sua famiglia. “Al di là della legalità che vediamo nei salotti, al di là di quella fatta dai professionisti della legalità che non dicono mai ciò che guadagnano facendo questo, non ho ricevuto nessuna telefonata di vicinanza dai famosi associazionismi titolati. Queste persone a Coppola non lo conoscono, perché Coppola sarebbe la prova che non funziona qualcosa. Le telefonate che sto ricevendo sono di persone che soffrono come me, di Italo Campagnoli e di alcuni personaggi della politica, degni di questo nome”.

Ciononostante l’imprenditore è ottimista sul futuro del paese “Tutti insieme ce la faremo. Con la politica giusta fondata sulla legalità e non sulle collusioni criminali e politiche. Allora non avremo bisogno di scorte”. Questo è lo Stato che dà il cattivo esempio? “Se miniamo – ha concluso Campagnoli – questa base di legalità chi avrà più il coraggio di denunciare? Pino Masciari, che ha sofferto le pene dell’inferno, grazie solo alla mobilitazione e a Beppe Grillo che lanciò per primo il problema, oggi è completamente coperto e ha anche degli incarichi per continuare a portare avanti questo tipo di azione. Una mosca bianca all’interno di una situazione dove gli altri sono stati completamente abbandonati”. Ultima nota dolente, l’informazione “Totalmente latitante. L’unica informazione che ha sostenuto la nostra campagna è quella alternativa. C’è un muro di gomma”.

da lindro.it di martedì 27 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Testimoni-di-giustizia-lo-Stato,5270#.TvsvDjXojpk

Più forte della Camorra

Più forte della Camorra

 

“I cambiamenti possono avvenire. Chi dice che Napoli non può cambiare è un uomo senza speranza. Perché gli irrecuperabili non esistono, sono frutto della nostra fantasia. Le conversioni che racconto sono la testimonianza che le conversioni possono avvenire. I cambiamenti avvengono con il coraggio della verità e con il sangue, un elemento molto fertile. I martiri sono una grande testimonianza”.

(di Paolo De Chiara – dechiarapaolo@gmail.com)

 “Come mai questi camorristi, pur vedendo amici ammazzati con ferocia e pur convivendo con la morte sin da piccoli, non smettono di vivere nell’illegalità? Me lo sono sempre chiesto benedicendo quelle salme, e la mia risposta è che nessuno aveva mai aiutato quei ragazzi perché la loro esistenza era considerata senza alcun valore”. Siamo partiti da questa affermazione, dalla quarta di copertina del libro di don Aniello Manganiello (Gesù è più forte della camorra), presentato ad Isernia, per discutere di legalità con l’ex parroco di Scampia (Napoli). Allontanato dai suoi superiori nel 2010 dopo l’ennesimo scontro. Nel libro don Aniello racconta i suoi 16anni vissuti in una terra difficile. Dove ha prestato aiuto ai malati di Aids e ai tossicodipendenti e dove ha condotto battaglie sociali, facendo visita nelle case dei camorristi. Ottenendo anche significative e importanti conversioni.

Don Aniello è così difficile rialzare la testa?
E’ difficile scrollarsi di dosso i tentacoli di questa piovra che è la camorra. Ci sono diversi fattori che provocano una sorta di fatalismo nella gente. Il primo motivo è l’assenza delle Istituzioni. La gente non si sente sufficientemente tutelata dalle forze dell’ordine, dallo Stato.

Perché ha invitato lo scrittore Roberto Saviano a Scampia?
Per conoscere bene quei territori, per capire le problematiche, per comprendere anche questo atteggiamento omertoso della gente che in altre parti d’Italia scandalizza. Bisogna vivere in certi territori. Non si possono fare affermazioni in maniera superficiale o senza dare un’occhiata sulla situazione in maniera complessiva. Non metto in contrapposizione Saviano con don Aniello, non metto in contrapposizione l’antimafia culturale con l’anticamorra delle opere. Racconto la mia esperienza durata 16anni in quel territorio, nel quale sono arrivato con molte paure che mi portavo da ragazzino.

Nel suo libro spiega di non aver mai trattato i camorristi come lebbrosi
Sono stato sempre molto fermo nelle cose. Altrimenti non gli avrei rifiutato il matrimonio, il battesimo o l’iscrizione alla prima comunione. Sono stato sempre molto cordiale, tant’è che loro nei miei confronti avevano una grande stima e anche un grande rispetto. L’organizzazione camorristica è molto diversa dall’organizzazione mafiosa. La camorra, in tutta la Campania, è frantumata in centinaia di clan, uno si alza la mattina e costituisce un clan. Pur di fare soldi facilmente, pur di succhiare il sangue alla povera gente. Ecco il perché delle faide, delle guerre che di tanto in tanto scoppiano. Sono arrivato in questo contesto e mi sono preoccupato di dare voce a quella gente, di dare speranza di fronte a tanta paura, tanta omertà. Non si può chiedere alla gente solo di denunciare, di rispettare le regole, di non rivolgersi alla camorra per risolvere i problemi o questioni grosse. Ma bisogna dare il buon esempio.

Come si dà il buon esempio?
Ho messo in conto i pericoli che potevo incontrare e ho cominciato a denunciare, a prendere posizione.

Qual è stato il gesto iniziale?
L’abbattimento del muro dei sacerdoti della mia congregazione che avevano costruito a protezione del Centro don Guanella. Un muro alto tre metri con un’inferriata di un metro. Ma non è possibile proteggersi chiudendosi al territorio, facendo capire alla gente che si hanno nei loro confronti pregiudizi. Un muro costruito abbatte i rapporti. Noi dobbiamo essere costruttori di ponti, non di muri. E’ stato uno dei primi gesti, un segnale che abbiamo voluto dare di un nuovo corso, di un mondo migliore possibile.

Un mondo migliore è possibile anche in quei territori?
I cambiamenti possono avvenire. Chi dice che Napoli non può cambiare è un uomo senza speranza. Perché gli irrecuperabili non esistono, sono frutto della nostra fantasia. Le conversioni che racconto sono la testimonianza che le conversioni possono avvenire. I cambiamenti avvengono con il coraggio della verità e con il sangue, un elemento molto fertile. I martiri sono una grande testimonianza.

Cosa si può fare in concreto per la cultura della legalità?
Alcuni malavitosi si erano allacciati sulla tubatura dell’acqua del nostro centro e i miei confratelli, i sacerdoti, pagavano le bollette esose di 6/7 milioni di lire perché avevano paura, perché non volevano noie. Quando arrivai e mi resi conto di questa vergogna affrontai questi malavitosi, che mi offrirono dei soldi per pagare le bollette. Dopo quindici giorni tagliai gli allacci. Non ebbi nessuna solidarietà dalla mia comunità.

Come si trova questo coraggio?
E’ una terra meravigliosa la Campania, una terra dalle grandi contraddizioni. Dove i picchi di male si affrontano con i picchi di bene che ci sono. Fu una grande sofferenza per me non aver trovato una grande solidarietà, ma il gesto fu molto apprezzato dalla gente del Rione don Guanella.

E’ difficile denunciare?
Come si fa a denunciare se alle due di notte vedo due poliziotti che mangiano la pizza sul cofano della macchina di servizio con il capo della piazza di droga ‘Pollicino’ legato ai Lo Russo, a cui ho negato il matrimonio e che adesso ho denunciato ancora sui giornali perché si è appropriato di 300metri quadrati di suolo pubblico e ci ha fatto un muro di 40metri per farci il parco gioco per i figli. E la gente non ha parlato per paura. Nemmeno i vigili, nemmeno la polizia e i carabinieri si sono preoccupati di un manufatto abusivo. Ho chiamato la mia amica giornalista de Il Mattino, Giuliana Covella, e ho fatto la denuncia con la mia foto e con il titolo: Don Aniello, abbattete il muro del boss. Quello che mi ha più sconcertato, ecco perché la gente ha paura, è il silenzio assordante che moltiplica il male in quei territori. Dobbiamo cambiare la qualità della vita della gente. Dobbiamo ridurre lo spazio di azione della camorra.

Lei scrive: “Si fa presto a dire che Scampia è abitata dall’illegalità e dalla delinquenza, ma andiamoci piano. Su 80mila persone, 10mila sono coinvolte nella droga, nei furti, nella prostituzione. Gli altri 70mila abitanti sono brava e povera gente che cerca di vivere e di sopravvivere”.
Servono massici investimenti per aiutare questa gente, per avere una qualità della vita a misura d’uomo, a misura della dignità dell’uomo. Chi l’ha fatto quel peccato originale? Costruire un quartiere dormitorio che arriva a 100mila abitanti. Chi li ha messi lì? Senza un centro commerciale, senza una sala cinematografica, senza investimenti lavorativi, senza nulla. Oggi stanno costruendo due edifici per la succursale della facoltà di Medicina della Federico II. Non è possibile. Tutto l’amore per la cultura, ma non è possibile dare certe risposte. Il peccato originale non l’ha fatto la gente. La corruzione ai piani bassi è invasiva e pervasiva come quella ai piani alti, che mortifica la gente.

da MALITALIA.IT del 25 novembre 2011

http://www.malitalia.it/2011/11/piu-forte-della-camorra/

PIU’ FORTE DELLA CAMORRA Don Aniello Manganiello a ISERNIA

Per la Legalità, per la Democrazia…
…per un’Italia e un MOLISE migliore

   

PIU’ FORTE DELLA CAMORRA
Don Aniello Manganiello, sedici anni a Scampia

Il giornalista Paolo DE CHIARA incontra:

Don Aniello MANGANIELLO
(sacerdote e autore del libro “Gesù è più forte della camorra”)

SALUTI: Caterina VALENTE (prefetto Isernia);  Vittorio DI LALLA (Capo Squadra Mobile Isernia) Don Salvatore RINALDI (direttore Caritas Diocesana)

ISERNIA giovedì 22 settembre 2011 ore 18
Sala Gialla della Provincia

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Un anno fa, nonostante le raccolte firme, le fiaccolate e le petizioni di duemila fedeli, il prete anticamorra don Aniello Manganiello è stato trasferito da Scampia al quartiere Trionfale di Roma, ufficialmente per “motivi di avvicendamento”. Ma tutti pensano che la causa del trasferimento sia un’altra. Don Aniello non ha paura di alzare la voce contro la camorra.
Il Fatto Quotidiano, 7 maggio 2011
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26 ANNI FA. Il 23 settembre 1985 la camorra uccide il giornalista de
Il Mattino Giancarlo Siani (26anni). L’agguato avviene alle 20.50 circa in via Vincenzo Romaniello, nel quartiere napoletano del Vomero. Per chiarire i motivi che hanno determinato la morte e identificare mandanti ed esecutori materiali sono stati necessari 12 anni.

Interverranno: le MAMME PER LA SALUTE (Venafro) e le AGENDE ROSSE di PAOLO BORSELLINO.

Per info: dechiarapaolo@gmail.com – http://paolodechiaraisernia.splinder.com/

INTERVISTA AL MAGISTRATO LUCA TESCAROLI, il PM che ha sbattuto in carcere gli assassini di Giovanni FALCONE

Luca TESCAROLI e Paolo DE CHIARA
Luca TESCAROLI e Paolo DE CHIARA

“Chi serve lo Stato diventa un losco figuro e il mafioso diventa un eroe”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)
Luca Tescaroli, oggi, è sostituto procuratore a Roma. È stato pubblico ministero nel processo di Capaci, dove lo Stato ha condannato gli assassini del giudice Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo e degli agenti della scorta. Ha condotto le indagini sui mandanti occulti per le stragi e si è occupato del processo Calvi-Ambrosiano. Ha scritto Perché fu ucciso Giovanni Falcone (2001), “I misteri dell’Addaura… ma fu solo Cosa Nostra?” (2001), “Le faide mafiose nei misteri della Sicilia” (2003), “Le voci dell’oblio… Il silenzio di coloro che non possono più parlare” (2005). Il magistrato antimafia è intervenuto a Isernia per presentare il libro “Colletti Sporchi. Finanzieri collusi, giudici corrotti, imprenditori e politici a libro paga dei boss”, un volume scritto a quattro mani con il giornalista Ferruccio Pinotti.
Perché l’esigenza di scrivere un libro sui “Colletti Sporchi”?
“Le ragioni sono diverse. Innanzitutto un proposito di divulgare le ragioni della pericolosità straordinaria e delle insidie che nasconde il crimine mafioso nel nostro Paese. E questo lo si è fatto attraverso l’esperienza professionale che ho vissuto e attraverso le persone con le quali nel corso della mia attività sono entrato in contatto. Questa esigenza di raccontare in cosa consiste questa straordinaria pericolosità e insidiosità discende dalla constatazione dell’esistenza nel nostro Paese di un’informazione poco indipendente e che molto spesso diffonde le notizie con finalità strumentali, ponendo in essere attacchi servili nei confronti di coloro che sono proiettati ad individuare responsabilità considerate troppo scomode. Con questa pubblicazione si vuole colmare il ‘gap’ che si è venuto a creare tra quella che è la realtà esistente che si vive, che la collettività vive, che i magistrati conoscono, attraverso i processi, e quella che ci viene rappresentata dai media”.
Come è vista l’informazione dalle associazioni criminali?
“L’informazione basata sulla verità è fondamentale ed è fortemente temuta dalle strutture mafiose. E abbiamo degli esempi importanti. Pensiamo ai casi dei giornalisti come Mario Francese, Giuseppe Fava, Mino Pecorelli, Giovanni Spampinato, Giuseppe Impastato che sono morti per aver raccontato cos’è la mafia, per le loro inchieste, per le accuse che hanno lanciato nei confronti dei mafiosi. L’informazione è temuta perché ostacola l’azione delle strutture mafiose, consente di tenere viva l’attenzione e permette di sensibilizzare l’opinione pubblica e le Istituzioni sulla sua pericolosità. L’informazione consente anche di sgretolare il consenso che le associazioni mafiose, attraverso la loro azione, cercano di conquistare. Questa pubblicazione vuole essere un modo per rendere omaggio alle tante, troppe vittime del crimine mafioso e un modo per raccontare la forza inesauribile dei valori dello Stato che ancora esistono, dei valori della legalità che ancora esistono e che molti con il loro sacrificio quotidiano hanno portato avanti e stanno portando avanti”.
Molte stragi di mafia e tanti delitti eccellenti sono rimasti ancora avvolti nel mistero.
“I responsabili appartenenti alle strutture mafiose sono stati individuati, sono stati processati, sono stati condannati e i latitanti sono stati arrestati. E non è una cosa da poco. Vi è stato un lavoro continuo e incessante da parte delle forze dell’ordine e dei magistrati. Per alcuni anni, sin quando l’attenzione è rimasta concentrata sull’area militare, c’è stata anche una partecipazione attiva di settori diversi della magistratura e delle forze dell’ordine in questo impegno. Si è cercato di dare una risposta, con questo libro, sul perché nel nostro Paese più di un terzo del territorio e dell’economia, da 150 anni, sono controllate dalle strutture mafiose che contengono il potere allo Stato. E’ un qualcosa di estremamente irrazionale. Secondo una logica manichea che contrappone il bene e il male sembra impossibile che due realtà antitetiche, che dovrebbero contrastarsi l’un con l’altra, coesistano. Lo Stato è molto più forte delle strutture mafiose che sono rappresentate da alcune decine di migliaia di mafiosi. Dovrebbe agevolmente schiacciare queste realtà criminali e così è accaduto con realtà come il terrorismo che è stato annichilito. Invece con le strutture mafiose ciò non è accaduto”.
Perché la mafia ancora non è stata annichilita?
“Una delle più importanti ragioni che hanno consentito questa coesistenza, tra struttura mafiosa e Stato, è sicuramente rappresentata dalla circostanza che la linea di discrimine tra il bene e il male non è così netto. Vi sono forti aree di compenetrazione e questo spiega perché ancora ci troviamo dinanzi a questo problema. Ancora vi è l’esigenza di portare avanti cammini e percorsi di legalità per far capire questa realtà. Nella pubblicazione abbiamo cercato, attraverso l’analisi dei casi concreti, di far capire come e perché accadono questi fenomeni. Perché accade questo fenomeno della compenetrazione. E sono state prese in rassegna tutta una serie di tipologie criminali e non di condotte, che corrodono la democrazia, i nostri rapporti sociali, l’economia e il mondo del lavoro”.
Nel suo libro ‘Colletti Sporchi’ si individuano anche i rapporti tra la mafia e la politica. Lei cosa aggiunge sul legame politico che da sempre sembra essere presente nella vita delle organizzazioni criminali?
“Alcune condotte ci fanno capire come Cosa Nostra, in questo caso, abbia potuto contare su appoggi che hanno consentito di ottenere l’impunità che una mera associazione di gangster non potrebbe altrimenti ottenere. Nella categoria degli uomini politici abbiamo tutta una serie di velenose creature che sono state selezionate e condannate anche con sentenze passate in giudicato da Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo, a Gianfranco Occhipinti. Vi sono anche una serie di condotte dove la magistratura non può agire perché ha dei limiti. Nel nostro Paese ci sono oltre 170 Comuni che sono stati sciolti per infiltrazioni di mafia. Alcuni sono stati sciolti per due volte. In questi casi non ci sono dei reati, ma delle intese tra rappresentanti dei cittadini e coloro che appartengono alle strutture mafiose”.
Cos’è la criminalità dei colletti bianchi?
“Vi è stato uno studioso, Edwin Sutherland, che nel contesto anglosassone, già a partire dal 1939, aveva fatto quest’analisi, dicendo che la criminalità dei colletti bianchi mina la fiducia nelle leggi e nello Stato, distrugge la certezza del diritto e le motivazioni dell’agire morale. Ha sottolineato che chi detiene il potere ha i mezzi per nascondere la propria criminosità o di presentarla sotto una falsa luce oppure di dare informazioni fuorvianti. Il delitto dei colletti bianchi rimane spesso impunito. Questa analisi dell’inizio del secolo fotografa la realtà italiana che oggi viviamo, che è caratterizzata da impunità, da processi di beatificazione di politici che vengono assolti o non condannati”.
Come vive oggi un magistrato?
“I pubblici ministeri sono al centro di una campagna di demonizzazione e di delegittimazione, di attacco volgare. Vengono indicati come dei fannulloni e come degli associati a delinquere. Per converso taluni mafiosi, come ad esempio Vittorio Mangano, il famoso stalliere di Arcore, viene indicato come eroe da detentori del potere. Chi serve lo Stato diventa un losco figuro e il mafioso diventa un eroe. Questo deve far riflettere. La realtà dimentica molto spesso che tra magistrati ve ne sono 27 uccisi dalla mafia o dal terrorismo e tantissimi rappresentanti delle forze dell’ordine che sono stati uccisi. L’elenco è lunghissimo”.
Il suo volume fa riflettere anche sulla realtà che viviamo oggi.
“Oggi si propina l’esigenza e la necessità di riformare la giustizia penale. Questo proposito di riforma viene concentrato sostanzialmente su tre punti: l’esigenza di separare le carriere dei giudici da quelle del pubblico ministero, l’esigenza di togliere la dipendenza dal pubblico ministero della polizia giudiziaria e le limitazioni sull’uso delle intercettazioni, strumento fondamentale di ricerca della prova. Appare piuttosto singolare tutto questo. Il vero grave problema della giustizia è l’infinità del tempo necessario per ottenere una pronuncia sulla responsabilità dell’imputato, che un meccanismo farraginoso che si chiama processo sembra ostacolare piuttosto che agevolare”.
Giovanni Falcone in un momento di euforia per le indagini condotte contro la mafia confidò al suo collega e amico Paolo Borsellino: ‘la gente fa il tifo per noi’. Lei si è occupato del processo Capaci, dove furono condannati gli assassini di Falcone. Lei provò la stessa sensazione descritta da Giovanni Falcone? La gente fece il tifo per voi?
“Subito dopo le stragi c’era una sollevazione popolare, c’era un’indignazione. La sicurezza nel Paese era stata minata. Si avvertiva e si percepiva con forza il sostegno della popolazione. Mi sembrava che la gente facesse il tifo per noi. Questa coesione è stata anche delle Istituzioni. Si giunse in tempi rapidi, nel settembre del 1997, alla condanna in primo grado di moltissimi boss mafiosi. In quel momento si continuava a respirare un’aria di tifoseria, di appoggio, di sostegno. Man mano che il tempo passava qualcosa è cambiato, soprattutto, quando si è cominciato a cercare di dare un volto a quei committenti esterni che le sentenze ci hanno detto, è apparso probabile che abbiano avuto interessi convergenti con quelli preminenti dell’organizzazione mafiosa”.
Qual è oggi lo stato di salute di Cosa Nostra?
“L’arresto di Bernando Provenzano ha inciso notevolmente sulla struttura mafiosa. E’ stato arrestato un boss malato e il mondo dell’informazione ha presentato quell’arresto e lo ha coniugato come la fine dell’organizzazione mafiosa. In realtà le cose non stanno così. C’è un impegno costante degli inquirenti nei confronti di Cosa Nostra che ha indebolito l’organizzazione. Ma questo non significa che sia stata sconfitta. Vi sono molte altre persone pronte a prendere il posto dei capi. Quello che è accaduto in seno a Cosa Nostra è una sorta di riequilibrio, potremmo dire, tra le forze dell’organizzazione e le forze del mondo politico che naviga nel male affare. Che ha un certo interesse a mantenere l’organizzazione meno forte e meno compatta, per acquisire un potere di controllo. Oggi il politico colluso può permettersi di mandare a quel paese questo o quel boss mafioso. Perché l’organizzazione si è compressa e quindi il potere contrattuale del politico colluso è sicuramente aumentata. L’associazione mira a portare avanti l’idea di fare impresa in silenzio, immergendosi e cercando di non destare allarme sociale con il compimento di delitti eccellenti. Però l’organizzazione continua a controllare il territorio. I siciliani sono imprigionati dalle loro paure”.

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