– APPUNTAMENTI — Il Coraggio di dire No & Testimoni di Giustizia

lea rosa rossa

IL CORAGGIO DI DIRE NO 

&

TESTIMONI DI GIUSTIZIA: 

– VIGARANO (Ferrara), 21 e 22 marzo 2017;
– LEINI (Torino), 23 marzo 2017;
– RHO (Milano), 24 marzo 2017;
– SANREMO (Imperia), 27 marzo 2017.

#leagarofalo

#ilcoraggiodidireno

#ndranghetamontagnadimerda

#mafiemontagnadimerda

12376278_1136516659734451_4373727867304803949_n

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a CATANZARO con i ragazzi dell’Ipsia,18 gennaio 2017

0

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a CATANZARO con i ragazzi dell’Ipsia

#ndranghetamontagnadimerda
GRAZIE di Cuore a Rita Tulelli (presidente Ass. ‘Universo Minori), alla collega Stefania Abbruzzo, alla dirigente scolastica, ai docenti, ai tecnici e ai ragazzi per la bellissima iniziativa.
#insiemesipuò

#Cultura della #Legalità con gli Studenti di Campobasso

0.jpg

GRAZIE DI CUORE.

Siete una risorsa per il futuro. Con i ragazzi dell’Istituto ‘Petrone’ di Campobasso, 20 novembre 2015.

#‎insiemesipuò‬

Testimoni di Giustizia. Il coraggio contro le mafie

4

di Miriam Iacovantuono e Davide Vitiello

Una giornata all’insegna della legalità, attraverso il ricordo e la testimonianza di donne e uomini che hanno sfidato la “schifosa mafia”: da Paolo Borsellino a don Pino Puglisi, fino alla testimone di giustizia Lea Garofalo. Davanti alla platea dei piccoli studenti dell’istituto comprensivo Petrone di Campobasso, il giornalista Paolo De Chiara ha lanciato il monito: “la mafia la si combatte attraverso il rispetto delle regole e pensando con la propria testa”.

Parlare di legalità, partendo dalle scuole e tra i giovani, è un progetto che l’Assessorato alla Cultura del Comune di Campobasso sta portando avanti da diversi mesi. Lo scrittore e giornalista Paolo De Chiara ha accettato di sostenere questo progetto incontrando e parlando agli studenti dell’Istituto Comprensivo “I. Petrone” del capoluogo.

L’Assessore alla Cultura, Emma De Capoa, presentando il progetto sulla legalità e introducendo il giornalista, ha rivolto un monito ai ragazzi “Studiate, crescete culturalmente, perché solo la cultura vi renderà liberi e vi farà contrastare chi vi potrà portare sulla strada dell’illegalità. Rimanete sempre fedeli a voi stessi e non abbassate mai la testa.”

Partendo proprio dalla facoltà di scelta che ogni individuo deve avere, Paolo De Chiara spiega ai ragazzi che cos’è la mafia, che un atteggiamento mafioso è anche non rispettare le semplici regole di ogni giorno, non rispettare le persone che hanno il colore della pelle diverso dal nostro o professano un’altra religione o semplicemente buttare la carta per terra, rompere un banco o scrivere su un muro.

Ha parlato di criminalità organizzata, ma soprattutto ha voluto raccontare l’esempio di tanti eroi che la mafia, supportata “dallo stato con la s minuscola”, l’hanno combattuta opponendosi ad essa e trovando la morte. De Chiara ha citato l’esempio di Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Alberto Dalla Chiesa, don Pino Puglisi, don Peppe Diana, Peppino Impastato.

Ha parlato dei testimoni di giustizia, quelle persone che hanno deciso di non rimanere inermi, denunciando l’arroganza mafiosa. In particolare donne coraggiose, come Lea Garofalo, che si sono ribellate al sistema mafioso, opponendosi finanche alle loro famiglie, alle loro madri, ai loro padri, ai loro mariti, per proteggere i propri figli e portarli fuori da quel mondo.

“Quella contro la mafia è una battaglia che si può vincere ragionando, pensando con la propria testa per cambiare la mentalità mafiosa – ha detto De Chiara – . Oggi e soprattutto domani dovete scegliere con la vostra testa” e citando ancora il magistrato Borsellino ha detto: “la rivoluzione si fa nelle piazze con il popolo, ma il cambiamento si fa nella cabina elettorale con la matita in mano. Quella matita, più forte di qualsiasi arma, più pericolosa di una lupara e più affilata di un coltello”.

Alla fine dell’incontro il giornalista ha risposto alle tante domande che gli studenti, che lo hanno seguito attenti e incuriositi, gli hanno rivolto su un argomento così ampio e importante come quello della legalità.

Il messaggio che il giornalista e scrittore molisano ha voluto lasciare ai giovani, che sono il futuro del Paese, è quello che ognuno liberamente deve decidere da che parte stare, ragionando con la propria testa, studiando e rispettando gli altri e soprattutto che tutti insieme si può fare di più anche per rendere onore a chi è stato lasciato da solo.

1.jpg

9.jpg

13.jpg

Parla Angela Napoli: “Favoriscono la mia morte” (restoalsud.it)

angela napoli

da restoalsud.it

di  | il 15 maggio 2013

“Con una macchina non blindata l’unica cosa che può succedere è la mia fine sicura”.

Queste sono le parole dell’On. Angela Napoli. L’ex componente della commissione parlamentare antimafia, impegnata da sempre contro la ‘ndrangheta. La maledetta mafia che opprime e uccide la sua terra.  Una politica di razza, con una vita blindata. L’ultima minaccia di morte a gennaio scorso: “stiamo lavorando per toglierla di mezzo”.

Parole intercettate al boss di ‘ndrangheta  Pantaleone Mancuso, nel carcere di Tolmezzo. Dopo un’interrogazione parlamentare presentata per chiedere spiegazioni sul provvedimento del Tribunale di Vibo Valentia che aveva disposto il trasferimento del boss in ospedale.  “La Calabria, come tutte le regioni che si trovano invase e contaminate dalla piaga dell’illegalità, ha bisogno di testimoni coraggiosi capaci di denunciare e svelare i meccanismi che impediscono il giusto sviluppo. È giusto che persone come Angela Napoli, che hanno fatto della loro vita un principio di legalità e di amore verso la propria terra, ricevano dallo Stato l’adeguata protezione a tutela della propria vita”, scrivono associazioni e cittadini in una lettera inviata al Prefetto di Reggio Calabria Vittorio Piscitelli.

Il prefetto che ha annunciato con una telefonata la revoca e che ha aggiunto: “se dovesse succedere qualcosa rivedremo la decisione”. Non ricandidata alle ultime elezioni politiche. Per Bocchino, la Napoli, “parla troppo di legalità”. Danneggia l’immagine, rompe gli equilibri. “In molti speravano che chiusa l’attività parlamentare mi sarei automaticamente chiusa in casa e avrei finito con le mie battaglie, le mie denunzie. La cosa non è avvenuta”. Ad Angela Napoli è stata tolta la scorta armata. L’esponente calabrese di ‘Risveglio Ideale’ rischia seriamente la vita, ma non si arrende: “Vado avanti”.

Angela Napoli, dopo la mancata candidatura alle politiche (per Bocchino, ex colonnello di Fini, lei parlava “troppo di legalità in Calabria”) le hanno revocato l’auto blindata, l’autista e un agente per la tutela. Come ha saputo di questo ‘strano’ provvedimento?

Ho ricevuto, prima, una telefonata di preavvertimento da parte del prefetto Piscitelli di Reggio Calabria e, il giorno dopo, ho ricevuto la lettera da parte della Prefettura. Naturalmente è un provvedimento che respingo. Si tratterebbe, intanto, di non avere la macchina blindata, dovrei mettere io stessa il conducente e, praticamente, lo Stato mi darebbe solo un uomo della polizia. Mettendo a rischio, automaticamente, la vita mia ma anche quella di due persone. Io non lo posso assolutamente permettere. Per cui ho indirizzato una lettera al Prefetto, mettendo tutti gli episodi, purtroppo, di minacce ai quali sono stata e continuo ad essere sottoposta. E ho chiesto la revoca del provvedimento. Quindi quello che accadrà non lo so.

Ci sono state risposte dopo la sua lettera?

No.

Cosa pensava mentre il prefetto Piscitelli le comunicava telefonicamente la decisione?

Intanto sono stata presa di sorpresa. È stata una comunicazione veramente inaspettata. A gennaio ho saputo dell’inchiesta ‘Purgatorio’ dove il boss Mancuso, praticamente, faceva capire di addebitarmi otto anni di carcere inflitti e un suo sodale diceva: ‘tranquillo, stiamo vedendo come farla fuori’. A metà gennaio aveva allertato, sia a Roma sia in Calabria, la scorta proprio in base a queste dichiarazioni. Trovo veramente strano che dopo tre mesi…  L’unica ragione che mi sono fatta è che, probabilmente, in molti speravano che chiusa l’attività parlamentare mi sarei automaticamente chiusa in casa e avrei finito con le mie battaglie, le mie denunzie. La cosa non è avvenuta, perché sono ripartita, devo dire anche alla grande, con grande successo, con la mia associazione ‘Risveglio Ideale’ e questo, con molta probabilità, sta dando fastidio. L’unico modo per farmi tacere è proprio quello di farmi chiudere in casa. O, addirittura, andar via.

È vero che il prefetto di Reggio Calabria durante la telefonata le ha detto: “se dovesse succedere qualcosa rivedremo la decisione?”

Si, è verissimo. Che deve succedere? Con una macchina non blindata l’unica cosa che può succedere è la mia fine sicura. Nella lettera che ho scritto, chiedendo la revoca del provvedimento, ho specificato tante e tante cose. Ad iniziare dal fatto che la scorta non l’ho avuta perché ricoprivo incarichi istituzionali o perché componente della commissione antimafia, l’ho avuta perché soggetto ad alto rischio. Non mi sono mai servita della scorta per vacanze balneari o di altro genere. Sono dieci anni che non vado al mare.

Chi ha deciso?

Il provvedimento lo ha preso il prefetto di Reggio Calabria, stando a quello che c’è scritto nella lettera, dopo la riunione del coordinamento delle forze di polizia che si sarebbe svolta, come c’è scritto nella lettera, il 10 aprile scorso.

Quali sono le ragioni?

Non ci sono ragioni. Il coordinamento constata, fa la valutazione sul rischio della persona. Probabilmente, pur avendo conoscenza di tutto quello che ho sopra la testa, non reputano che sia soggetto  a rischio.

Nel 2010 riceve una lettera “allarmante”, scritta dal pentito di ‘ndrangheta Gerardo D’Urzo. Le cosche della Piana di Gioia Tauro stavano organizzando un attentato contro di lei. Ora diventa tutto più difficile.

Sicuramente difficile e anche molto, molto rischioso. Diventa difficile muovermi, addirittura, nel mio stesso paese di residenza, Taurianova, il primo Comune in Italia ad essere sciolto per infiltrazione mafiosa, il consiglio comunale è stato sciolta per la seconda volta nel 2009 e nei mesi scorsi è stato sottoposto nuovamente ad una commissione di accesso. Con molta probabilità potrebbe arrivare il terzo scioglimento. Personaggi che ruotano nella mia città, che ho sempre combattuto, sono ben noti alle forze dell’ordine. Io stessa ho perfino fatto un’interrogazione per chiedere l’applicazione del 41bis a due fratelli ergastolani di Taurianova che avevano tentato l’evasione. Questi fratelli hanno un altro fratello che circola liberamente  per Taurianova e un cognato, sempre di Taurianova, che è latitante dal 1992.

Gente che non dimentica.

Magari dimenticasse, magari. Il Pantaleone Mancuso, a proposito del fatto che secondo lui sarebbe colpa mia l’inflizione di otto anni di galera, dice anche che, sempre per causa mia, non è riuscito a partecipare al matrimonio della figlia. E aggiunge: “Iddio non paga il sabato”, ha voluto dire: ‘tranquilla, te la faccio pagare’. L’avviso che il collaboratore di giustizia D’Urzo ha dato attraverso le sue lettere nel 2010 fanno riferimento alla possibile fine che avrebbero dovuto farmi fare le cosce di Rosarno, su indicazione di un politico della mia stessa coalizione. L’unico nome che non fa nella lettera è quello del politico. Questa la dice lunga. Io ho fatto i nomi di personaggi politici, che poi sono stati anche arrestati, che erano stati candidati alle elezioni regionali. Mi sono battuta per lo scioglimento del consiglio comunale di Reggio Calabria, ma anche di altri consigli comunali, dove c’è naturalmente l’implicazione della politica. Non ho mai guardato colore politico per fare determinate battaglie o coalizione di appartenenza. È chiaro che cercare di incidere nella zona grigia mi ha arrecato grave danno.

Gerardo D’Urzo è il collaboratore di giustizia che nel processo Genesi, a Vibo Valentia, ha svelato il piano della ‘ndrangheta per un uccidere con il lanciarazzi il magistrato Marisa Manzini.

Si, è lui. È stato sempre un collaboratore ritenuto attendibile. In quelle due lettere faceva nomi e cognomi del boss gli avrebbe dato questa notizia in carcere, le cosche che avrebbero dovuto uccidermi. L’unico nome che non faceva era quello del politico. Nello stesso periodo in cui ricevevo queste lettere sotto la mia casa romana, una sera, è stata individuata una macchina rubata, con i fili tranciati, con la ruota di scorta messa fuori dalla sua posizione, che gli inquirenti hanno ritenuto potesse essere una macchina predisposta per obiettivo nei confronti della mia persona.

Lei è stata promotrice del disegno di legge anti-infiltrazione in campagna elettorale e non andò a votare alle regionali del marzo 2010, per la presenza di personaggi “che seppure hanno la fedina penale pulita risultano vicini a esponenti della ‘ndrangheta o comunque sul piano etico e morale quantomeno discutibili”.

Avevo fatto anche dei nomi di personaggi candidati che poi sono stati anche arrestati. Non dimentichiamo che dopo c’è stato l’arresto dell’ex consigliere regionale Zappalà, l’arresto dell’ex consigliere regionale Morelli, l’arresto di Cosimo Cherubino legato alle cosche Commisso di Siderno. Nomi che avevo segnalato, l’intervento della giustizia è stato successivo all’evento temporale.

Pochi mesi fa la mancata candidatura in Calabria, oggi la scorta è stata revocata. Lei ci vede un disegno studiato a tavolino per colpire il suo impegno?

Sinceramente non vedo altra possibilità. La mancata candidatura era automaticamente un sollievo per coloro che ritenevano che l’incarico di parlamentare mi potesse dare agevolazioni nel fare determinate denunzie. Subito dopo ho dimostrato il mio impegno anche senza l’incarico di deputato. L’unica cosa che spero e che ancora mi auguro è quella che il coordinamento delle forze di polizia provinciale rivisiti la sua decisione e mi lasci la situazione di controllo della mia sicurezza. Questa è l’unica cosa, altrimenti che dovrei rinunciare anche al quarto livello, che non reputo assolutamente idoneo per garantire la mia sicurezza. Chiudermi in casa o accettare quello che qualcuno mi consiglia, cioè chiudere la porta di casa e andarmene in altro posto, non mi va. Le battaglie le ho fatte in favore della Calabria, amo questa terra, nonostante tutto quello che conosco. La stragrande  maggioranza dei cittadini calabresi è costituita da persone oneste, non mi va assolutamente di abbandonare quella terra e non mi va nemmeno di abbandonare le mie battaglie. Significherebbe annullare le stesse condotte per 25 anni. Sono stata quella che da sola ha presentato la lista nel famoso Comune di Platì, in provincia di Reggio Calabria, quando nessun partito riusciva a presentare una lista. Ho presentato una lista capeggiata da me e tutte donne di fuori. Le mie battaglie contro la ‘ndrangheta sono conosciute e sono annose.

Non ha trovato nessuno disposto a farle da autista.

Nessuno vuole rischiare la propria vita. Devo dire che nei giorni successivi all’annuncio ho ricevuto la disponibilità dei testimoni di giustizia. Di tre o quattro testimoni di giustizia, i quali sanno anche loro di essere sottoposti a rischio e, quindi, mi hanno dato questa diponibilità, della quale sono grata ma non posso approfittarne. È una questione anche morale, non corretta. Non  posso mettere a rischio la vita di altre persone, oltre la mia.

Dopo la frase del boss Mancuso “stiamo lavorando per toglierla di mezzo” sembra che qualcuno voglia anticipare il lavoro del boss e della ‘ndrangheta.

Mi sembra proprio di sì. C’è proprio la volontà di anticipare questa decisione o, meglio, di favorire la stessa.

restoalsud.it

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO – L’intervento di Angela NAPOLI 

Cosenza, 14 dicembre 2012
Presentazione del libro
IL CORAGGIO DI DIRE NO
LEA GAROFALO, LA DONNA CHE SFIDO’ LA ‘NDRANGHETA.
di Paolo De Chiara (FALCO Editore, Cosenza http://www.falcoeditore.it)

L’intervento dell’On. Angela NAPOLI, componente della Commissione Antimafia.

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Angela NAPOLI a Isernia 

LA DENUNCIA dell’On. Angela NAPOLI (Componente della Commissione ANTIMAFIA e sotto scorta perché minacciata di morte dalla ‘ndrangheta)
“Non c’è la voglia di combattere le mafie…”.
– Intervento integrale –

ISERNIA. Venerdì 8 febbraio 2013, ore 17.30
Presentazione “IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”.

Con:
Enrico FIERRO (Giornalista de il Fatto Quotidiano);
Nicola MAGRONE (già Proc. della Repubblica di Larino);
On. Angela NAPOLI (Comp. Commissione Parlamentare Antimafia).

Vincenzo CIMINO (Cons. naz. Ordine dei Giornalisti);
Don Paolo SCARABEO (Prete-Giornalista).

AULA MAGNA, ITIS ‘E. MATTEI’, viale dei Pentri (già S.S. 17)

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO a Folgaria 

L’intervento dell’On. Angela NAPOLI, già Componente della Commissione Parlamentare Antimafia.

SETTIMANA BIANCA CONTRO LE MAFIE…
27 febbraio 2013, h.17.00, con: 
• Paolo De Chiara, giornalista, autore del libro “Il Coraggio di dire
NO. Lea Garogalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”, collaboratrice di giustizia, bruciata dalla ‘ndrangheta in Lombardia
• On. Angela Napoli – Componente Commissione Parlamentare
Antimafia.

Folgaria, 27 febbraio 2013

 

 

Il pentito Bonaventura: “La mano della ‘ndrangheta dietro l’attentato di Roma”

Luigi Preiti arresto

 

Per il pentito Luigi Bonaventura un ‘chiaro, chiarissimo messaggio’

“La mano della ‘ndrangheta dietro l’attentato di Roma”

di Paolo De Chiara
“Sono disperato, cercavo il gesto eclatante, puntavo ai politici”. Queste le parole pronunciate dal disoccupato calabrese Luigi Preiti, 49 anni. Il protagonista della sparatoria in piazza Colonna. A Roma, tra Palazzo Chigi e Montecitorio. Nel giorno del giuramento del Governo Letta, targato Pd-Pdl. Due carabinieri colpiti dai proiettili. Era arrivato a Roma con il treno, dalla Calabria. L’uomo che voleva ‘uccidere i politici’ è di Rosarno, residente da molti anni ad Alessandria in Piemonte. Non è un pazzo, ha agito con premeditazione. È accusato di tentato omicidio, porto e detenzione di arma clandestina e ricettazione.‘Un’iniziativa isolata’ per il procuratore aggiunto della Procura di Roma Pierfilippo Laviani e per il sostituto Antonella Nespola. Per il ministro degli Interni, Angiolino Alfano: “Non risultano contatti di Preiti con ambienti eversivi. Un gesto isolato, un gesto sconsiderato. Non si possono leggere i prodromi di focolai di piazza o di tensioni eversive in grado di compromettere la tenuta dell’ordine pubblico e della sicurezza che resta comunque salda”. Non sembra esserci alcun legame con la ‘ndrangheta. Per Biagio Simonetta (il Sole24Ore): “In un quadro decisamente fosco e tutto da delineare, c’è una certezza assoluta sulla vita di Luigi Preiti: il 49enne che ieri ha sparato davanti a Palazzo Chigi ferendo due carabinieri non ha nulla a che fare con la ‘ndrangheta. E non è un dettaglio insignificante, se vieni da un posto come Rosarno e impugni una pistola. Nessuna denuncia, nessun legame con le famiglie che da sempre egemonizzano il territorio”. Per Enrico Fierro e Lucio Musolino (Il Fatto Quotidiano):“…quel cognome, Preiti, rimanda a Domenico e Roberto considerati vicini alla cosca Pesce. Sono suoi lontani parenti. Pochi rapporti con loro”. Un’interpretazione diversa arriva dal pentito di ‘ndrangheta Luigi Bonaventura, l’ex reggente del clan crotonese Vrenna-Bonaventura. Ascoltato da diverse Procure italiane, in diversi processi. Commenta il gesto di Preiti su facebook: “…dietro l’attentato a Roma ai Carabinieri (vero intento colpire i politici) c’è chiaramente la mano della ‘ndrangheta! È un messaggio forte e chiaro… ci scommetterei ogni cosa e non la perderei!!!”. Bonaventura parla di “messaggio, di azione forte”. La sua versione fa rabbrividire: “la ‘ndrangheta, le mafie erano presenti al giuramento e, com’è loro abitudine, lo hanno fatto con il sangue. Questa è un’azione pianificata. Sarebbe interessante capire chi morirà o sparirà in Calabria nei prossimi giorni”. Per Bonaventura: “è un gesto troppo simbolico  per non essere un messaggio. Nessun calabrese di buon senso, e lui non è affatto uno squilibrato, partirebbe dalla Calabria, soprattutto da zone come Rosarno, senza il permesso della ‘ndrangheta, per fare un gesto di così grande portata. Porterebbe troppe e non meglio quantificabili ripercussioni, senza nessun grosso interesse. Ad uno ad uno gli sterminerebbero la famiglia, ogni calabrese lo sa”. Il collaboratore di giustizia si sofferma anche sulla pistola utilizzata: “una 7.65, Pietro Beretta, modello 35, con canna sostituibile. In passato in dotazione alle forze armate italiane in calibro 9 corto, usata anche durante la seconda guerra mondiale. È uno dei modelli preferiti dalla ‘ndrangheta, facilmente reperibile e non inceppa mai. È come una firma. La ‘ndrangheta usa spesso queste persone che vivono, lavorano fuori e sono incensurate e insospettabili, ‘i cosiddetti colpi riservati’. Per un lungo periodo lo sono stato anch’io, fino a poi essere richiamato nel 1990 dalla Toscana per la strage di Piazza Pitagora (Crotone, novembre 1990, ndr)”. Per Bonaventura l’attentato è stato organizzato e pianificato dalla ‘ndrangheta. “Secondo me fa tutto parte di quella famosa strategia del terrore, ne ho parlato anche ai magistrati. Dovremo abituarci a nuove e raffinate strategie, che non sempre saranno facilmente comprensibili. Trovo, in qualche modo, molte similitudini con l’attentatore di Brindisi e un filo rosso con la morte del Carabiniere Giovanni Sali a Lodi”.

Finalità mafiosa

Massimo Sabatino
Massimo Sabatino

Finalità mafiosa

9 luglio 2011 (malitalia.it)

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)
“E’ la prima volta che l’Autorità giudiziaria di Campobasso afferma con una sentenza definitiva l’aggravante di un reato con la finalità mafiosa commesso in Campobasso. Abbiamo fatto la nostra parte fino in fondo”. E’ soddisfatto il Procuratore della Dda di Campobasso Armando D’Alterio. Il magistrato tenace del caso Siani. Nella sentenza del 5 maggio scorso si parla chiaramente di “carattere mafioso del movente che spinse il Sabatino”, su mandato di Carlo Cosco (ex convivente di Lea Garofalo) ad introdursi nell’abitazione della donna a Campobasso. Lea Garofalo andava punita per la sua collaborazione. Era il 5 maggio 2009. L’ex convivente di Carlo Cosco, residente in una casa in affitto in via S. Antonio Abate a Campobasso, (dove viveva con la figlia Denise) riceve la visita di un pluripregiudicato di Pagani (Massimo Sabatino) mandato dal suo ex compagno, il padre di Denise. Il piano era stato studiato nei minimi particolari. Nella casa c’era bisogno di un idraulico. Il Cosco era a conoscenza del guasto alla lavatrice delle due donne. Quale momento migliore per attuare il suo piano criminale? Il Cosco era impegnato nella scalata ai vertici del clan. “Doveva essere considerato estremamente pericoloso – si legge nella sentenza – poichè determinato ad eliminare ogni ostacolo materiale si frapponesse a tale ascesa, e, primo fra tutti, la presenza, ai vertici del clan, proprio di quei Garofalo, che dovevano cadere sotto i suoi colpi”. Erano un serio ostacolo le rivelazioni di Lea nei due processi contro la ‘ndrangheta di Petilia Policastro (Kr). Uno relativo all’uccisione di suo fratello Floriano. L’altro per l’uccisione di Antonio Comberiati. Fatto di cronaca consumato a Milano nel 1995. (“Omicidi nei quali il Cosco aveva svolto un ruolo di primo piano, nell’ottica di conquista dei vertici del clan, e della egemonia del territorio”).Proprio a Milano fanno affari e risiedono molti esponenti della famiglia Cosco. A Milano Lea Garofalo è stata rapita, interrogata e sciolta nell’acido. A Milano è iniziato il processo che vede alla sbarra sei imputati. Il padre di Denise (Carlo Cosco), gli zii Vito (il protagonista della strage di Rozzano) e Giuseppe (detto Smith, ha gestito il traffico di droga a Milano e “sembra essere il responsabile dell’omicidio Comberiati”), Carmine Venturino, Rosario Curcio e Massimo Sabatino. Sempre a Milano la piccola Denise ha deciso di testimoniare, costituendosi parte civile. “Chi ha ucciso mia madre deve pagare, solo allora mi sentirò libera per ricominciare”. Il primo tentativo di sequestro, organizzato per costringere la vittima a riferire i contenuti, segreti, della collaborazione e per punirla, non va a buon fine. Il Sabatino, condannato definitivamente a sei anni di carcere (con rito abbreviato), non porta a termine la missione. Viene incalzato dalla coraggiosa Lea. Che non ci vede chiaro. Inizia a fare domande, scoprendo l’inganno. Il falso elettrotecnico Sabatino aggredisce la donna tentando di immobilizzarla e di soffocarla. Ma non ci riesce. “Non solo per la pronta reazione della vittima, ma anche per l’intervento della figlia Denise”. Il piano salta. Viene rinviato. Carlo Cosco e Massimo Sabatino (uno dei luoghi tenenti della famiglia) verranno arrestati il 4 febbraio del 2010 dai militari del Nor della compagnia carabinieri di Campobasso. Il primo a Petilia Policastro e il secondo a Milano. “Avevano messo in atto – queste le parole utilizzate durante la conferenza stampa del febbraio 2010 – un reato tipicamente mafioso, cercando di restare nell’anonimato. Ma non ci sono riusciti”.

Dopo due anni esatti dal fatto è arrivata la condanna definitiva per Massimo Sabatino. Sei anni di reclusione con interdizione in perpetuo dai pubblici uffici e legale per la durata della pena. Per tentato sequestro di persona e lesioni volontarie. Reati commessi su mandato di Carlo Cosco. Una sentenza arrivata grazie all’importante lavoro dei magistrati della Procura di Campobasso, coordinati e diretti dal capo della Dda Armando D’Alterio. Che, dal primo momento, ha cercato di capire quale fosse il senso di quella aggressione misteriosa verificatasi nel maggio 2009 nel capoluogo di Regione. Il lavoro è stato svolto, ha tenuto a sottolinearlo D’Alterio, “in coordinamento con la Procura nazionale nella persona del Procuratore Pietro Grasso e della dottoressa Vittoria De Simone. Abbiamo chiesto e ottenuto riunioni di coordinamento con i colleghi milanesi, con i colleghi della Dda calabrese per uno scambio di informazioni e di supporto investigativo, ma anche ideativo, che secondo noi è alla base di questo primo risultato definitivo che abbiamo ottenuto”. La prima sentenza non definitiva era già stata trasmessa alla Procura di Milano. “Ci apprestiamo a trasmettere – ha continuato il Procuratore Armando D’Alterio – anche quella definitiva che sicuramente potrà essere acquisita a quel dibattimento. Riteniamo che questa sia una pietra miliare anche per quel processo”. In Molise, con l’arrivo di Armando D’Alterio, si respira una nuova aria. Si comincia a fare sul serio.

malitalia.it

http://www.malitalia.it/2011/07/finalita-mafiosa/