Scarabeo: «IL MIO FUTURO POLITICO RIPARTE DALL’ASSOLUZIONE»

Massimiliano Scarabeo

Sei anni dopo è arrivata l’assoluzione per Massimiliano Scarabeo, già assessore regionale alle Attività produttive del Molise (Pd in quegli anni, oggi confluito in Fratelli d’Italia).

Ecco la nota firmata dallo stesso Scarabeo:

«Assolto. È racchiusa in una parola la mia più grande soddisfazione morale nei confronti dei miei elettori. Oggi il Tribunale di Campobasso ha emesso la sentenza stabilendo la mia totale estraneità ai fatti che nel 2015 comportarono il mio allontanamento dalla vita pubblica sia come decadenza dal ruolo di assessore regionale e poi, per l’applicazione della legge Severino, la sospensione dal ruolo di consigliere.

L’assoluzione di oggi (28 maggio 2021, ndr) rappresenta per me non solo l’affermazione della mia onestà intellettuale come imprenditore, ma anche e soprattutto simboleggia la mia onestà morale come politico che da oggi più nessuno potrà mettere in discussione.

Il mio futuro politico riparte da qui. E non mi fermerà l’escamotage di una maggioranza che mette alla porta consiglieri eletti, anche se supplenti, modificando e applicando in legislatura in corso la legge elettorale che ha visto formare questo Consiglio regionale. Ma questa è un’altra storia a cui un altro giudice metterà la parola fine.

Oggi mi riprendo la mia dignità di uomo e di politico agli occhi di tutti.

Vado avanti più forte di prima perché ciò che non ti abbatte ti fortifica.»

SEI ANNI PRIMA…

MOLISE, ARRESTATO L’ASSESSORE REGIONALE SCARABEO (PD)

Il voto e gli uomini peggiori

«Amico mio, chissà quante volte tu hai dato il tuo voto ad un politico corrotto, ignorante e stupido, sol perché una volta insediato al posto di potere egli poteva garantire una raccomandazione, la promozione ad un concorso, l’assunzione di un tuo parente, una licenza edilizia di sgarro.

Così facendo tu e milioni di altri cittadini italiani, avete riempito i parlamenti e le assemblee regionali, provinciali e comunali degli uomini peggiori, spiritualmente più laidi, più disponibili alla truffa civile, più dannosi alla società.

Di tutto quello che accade oggi in questa nazione, la prima e maggiore colpa è la tua.»

Pippo Fava, giornalista

Se questo è un presidente

SGOVERNATORI 3.0 – Il tris è servito. Dopo la gestione familistica di Michele Iorio e dopo l’imprenditore Frattura al piccolo Molise è “toccato” il terzo sGovernatore: il cantastorie Donato Toma. Ma anche la sua musica stona, soprattutto, con una sanità pubblica distrutta e sempre più ingabbiata. Un vero e proprio fallimento politico ed istituzionale. Perché non far gestire da Emergency di Gino Strada l’ospedale di Larino (chiuso e sbarrato dalla malapolitica)? È possibile farlo, caro commissario ad acta, o bisogna chiedere il permesso a qualcuno?

Se questo è un presidente
Donato Toma con il suo sorriso smagliante.

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«L’ironia è la scala mobile per le difficoltà della vita. È l’ingrediente “magico” nei contesti adeguati: quando sei alla presenza di persone intelligenti.» Questi sono i contenuti che si trovano sulla pagina social dell’attuale sGovernatore della Regione Molise. E lui, tomo tomo e cacchio cacchio, continua a canticchiare le sue canzonette. Altro che ironia, caro Toma. Servirebbero le dimissioni immediate. Sue (dalla politica) e di tutti quelli (dalla società) che l’hanno sostenuta e continuano a sostenerla.   

La situazione è drammatica e voi, tutti voi, continuate a giocare con il fuoco. Non ve ne frega niente di nessuno. Il 7 marzo scorso, undici mesi fa, sempre sulla sua pagina facebook Toma scriveva: «Il Governo a breve varerà misure maggiormente restrittive per contrastare la diffusione del contagio da COVID-19. Misure che richiederanno sacrifici per qualche settimana, misure che contribuiranno a tutelare la salute degli italiani. Intanto, cari giovani vi invito a rispettare nei rapporti sociali della “movida” la distanza di sicurezza (almeno un metro). La prevenzione è l’unica arma che batte la diffusione del contagio».

Un inutile appello ai giovani del virogolo-presidente.

Prevenzione? Qual è stata la vostra opera di prevenzione? Tenere chiuso un ospedale a Larino per la vostra inesistente politica?

I sacrifici? Ma lei è sicuro di conoscere il significato di questa parola? O la usa a sproposito, a vanvera, solo per agguantare qualche inutile like. L’unica cosa a cui si può aspirare, per la verità. I voti, lei e quelli come lei, potrà guardarli con il binocolo.

Questa gestione politica è la peggiore degli ultimi anni. E lei, con la chitarra e con quel panzone, se la canta, se la suona e se la ride. Addirittura, e non era affatto facile, siete riusciti a fare peggio delle passate gestioni politiche. In un colpo solo avete superato Michele Iorio – oggi ancora presente in consiglio regionale – con la sua gestione familistica e quell’altro, l’imprenditore Frattura. Che da capo dell’opposizione (arrivando dalla maggioranza), prima di diventare sGovernatore, voleva costruire centrali a biomasse dove non si potevano installare.

Le bocciature lentamente sono arrivate e dal cilindro è sbucato il giullare. Con quel sorrisino stampato perennemente sulla bocca. La situazione sanitaria è disastrosa, gli ospedali sono al collasso, gli operatori sono esausti, i dati sono maledettamente drammatici e lei ride. Mi scusi: ma che cazzo ha da ridere?

È consapevole che la sua gestione politica ed istituzionale è totalmente fallimentare? Riesce a comprendere che la sanità molisana fa schifo (ovviamente per colpa vostra)? È cosciente che i molisani sono stanchi delle vostre parole, dei vostri annunci, della vostra presenza, dei vostri faccioni? Avete lasciato questa Regione, per colpa delle vostre politiche arroganti, inconcludenti (per il bene comune) e pericolose, con le pezze al culo. Ma come si dice, a caval Donato non si guarda in bocca. E che bel dono si sono fatti i molisani. Molli nel protestare ma tosti nel votare a cazzo.  

Ma lui mostra le carte. Le mostra nelle trasmissioni nazionali che se ne fottono del Molise. E non si accorgono che quello che dice è il contrario di quello che c’è scritto. Perché questa è la verità. Fate il bello e il cattivo tempo perché ve lo permettono. Destinate i nostri soldi (pubblici) per cose inutili e lo fate senza nemmeno essere contestati. Non solo nessuno vi contesta (a parte qualche sparuta minoranza) ma vi continuano pure a votare.

Michele Iorio, lo tsunami della politica regionale, è stato votato e rivotato ovunque. Frattura è stato votato. E anche lei, caro Donatino, con le sue infinite liste, è stato sciaguratamente eletto. Altro che le sette piaghe d’Egitto. È vero, siete stati votati e siete stati eletti. Ma non siete diventati i padroni di tutto. Pensate di esserlo, ma è soltanto una vostra mera e passeggera illusione.

Il tempo è galantuomo, cari assessori e consiglieri. Avete fallito. Non siete in grado di governare nemmeno un bilocale. E vorreste governare un’intera Regione. Questa si chiama arroganza, presunzione. Pressapochismo. Pensate di essere degli strateghi della politica nostrana, ma non è così. Siete l’antitesi della politica. È talmente nobile questo termine che non può appartenervi. Rappresentate quel potere che vi permette di poggiare i vostri flaccidi deretani su quelle comode e remunerative poltrone.

Molisani, svegliatevi. Cacciate i mercanti dal Tempio.

Commissario se ci sei batti un colpo…

Da diverso tempo tentiamo di metterci in contatto con il commissario ad acta, di nomina governativa, Giustini. Non avrà un buon rapporto con il suo telefono. Lo stanno massacrando in tutti i modi ma lui, coerentemente, non risponde quasi a nessuno. Finalmente, qualche giorno fa un sussulto. Ha deciso di rivolgersi – carte alla mano – a chi di competenza. Ora si attendono sviluppi. Ma in attesa di risposte e di inchieste (possibilmente approfondite) perché non pensare a fottere questa politica distruttiva. Ecco la proposta. A Larino c’è una struttura nuova e abbandonata da chi persegue altri interessi. Perché non convocare in Molise il fondatore di Emergency e affidare quell’ospedale direttamente a Gino Strada?

È impossibile?

Per uscire dal guado bisogna sconquassare gli attuali equilibri. Una proposta del genere potrebbe creare tensione e provocare attacchi. Ma se dovesse andare in porto?

Potrebbe essere un modo per sparigliare le carte gestite e distribuite, negli ultimi decenni, dallo stesso mazziere.      

Un po’ di ironia.

Ora che abbiamo terminato (per adesso), caro sGovernatore, ce la canti pure una canzoncina. Vogliamo anche il suo sorriso e il suo bel panzone. Lei è napoletano e, quindi, non dovrebbe avere problemi con le parole di Carosone. Questo è il nostro suggerimento, così ce la facciamo tutti quanti una bella risata…

‘O chiámmano Giuvanne cu ‘a chitarra…/Pecché sape cantá tutte ccanzone./E’ stato ‘nnammurato ‘e na figliola/Che ll’ha lassato miezo scumbinato…/E porta ‘e sserenate a ‘e ‘nnammurate:/Pe’ ciento lire canta “Anema e core”,/Pe’ cincuciento fa ll’americano:/S’arrangia a ‘mpapucchiá “Johnny Guitar”…/’O chiámmano Giuvanne cu ‘a chitarra…/E pare ‘o pazzariello de ccanzone!

Zunzù… zunzù… zunzù…

«Che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi.»

Re Lear, Shakespeare

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Infrastrutture e infiltrazioni: Antonio Di Pietro si confronta con imprenditori e testimoni di giustizia

WordNews.it

«Metteremo in luce anni – spiega Daniele Ventura, denunciante ed ex imprenditore – di mala gestione delle infrastrutture pubbliche e le infiltrazioni della malavita con l’unico testimone d’Italia, Gennaro Ciliberto che da tempo ha denunciato la mancata manutenzione delle strade e le relative infiltrazioni della malavita. Parleremo – continua Ventura – delle condizioni delle nostre strade ed autostrade, ponti e viadotti che in questi anni hanno visto incredibili crolli e tante vittime, che potevano essere risparmiate con un controllo serio e una corretta gestione e manutenzione.

Ne parleremo assieme all’Avvocato ex Ministro delle infrastrutture Antonio Di Pietro, al direttore di WordNews.it Paolo De Chiara, alla collaboratrice di WordNews.it Alessandra Ruffini

Ovviamente, sarà presente con la sua testimonianza anche il denunciante ed ex imprenditore Daniele Ventura.

«I Mancuso sono ‘ndranghetisti e massoni»

L’INTERVISTA. Sulla vicenda del collaboratore di giustizia e, soprattutto, dopo le affermazioni negazioniste dell’avvocato del foro di Palmi, Carmelo Naso (“esiste il clan Mancuso?”), abbiamo raccolto il parere dell’On. Angela Napoli (per molti anni in commissione antimafia e minacciata di morte dai mafiosi di Limbadi), che ha spiegato: «All’interno della famiglia Mancuso c’è questo metodo di ricattare proprio sui figli minori. Ricattano appena c’è la minima possibilità di collaborazione da parte sia di un uomo, sia di una donna».

«I Mancuso sono ‘ndranghetisti e massoni»
Angela Napoli

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«I Mancuso ormai sono boss pluri-riconosciuti della ‘ndrangheta, come tali giudiziariamente. Anche se per molti anni sono riusciti a farla franca, fino a quando non hanno incontrato, nel loro cammino giudiziario, la dottoressa Manzini, la quale, finalmente, attraverso determinati processi li ha catalogati proprio boss della ‘ndrangheta.» Comincia così la nostra conversazione con l’On. Angela Napoli, per diversi anni impegnata in commissione antimafia. Una vera spina nel fianco per la famiglia mafiosa calabrese.

La Napoli è finita nel mirino dei Mancuso, per i suoi continui interventi in Parlamento. Con interrogazioni e interpellanze ha contrastato in diverse occasioni il clan di Limbadi. Facendoli anche condannare. È una profonda conoscitrice delle dinamiche di ‘ndrangheta e per queste ragioni ha subìto minacce di morte proprio dai Mancuso.

Dopo la lettera, inviata a tutti i giornali, del “rampollo del clan Mancuso di Limbadi” (“La mia bambina è in mano alla ‘ndrangheta ed usata come merce di scambio”) e dopo le affermazioni dell’avvocato Carmelo Naso (Foro di Palmi) che, addirittura, mette in discussione l’esistenza del feroce clan ‘ndranghetista, abbiamo raccolto il parere della Napoli, una donna calabrese combattiva.    

«Emanuele Mancuso appartiene proprio a questo clan, è un pezzo grosso. Ne ha fatte di cotte e di crude. Era interno alla cosca. Quando ha deciso di collaborare devo dire che anche io, all’inizio, ero molto titubante. Pensavo fosse un escamotage per uscire fuori, o perché si sentiva in pericolo. Non pensavo collaborasse.»

Il suo giudizio è cambiato?

«Adesso più si va avanti e più ci si rende conto, anche per la stessa inchiesta Rinascita-Scott di Gratteri che la sua collaborazione è estremamente valida. Per il discorso della figlia Gratteri è già riuscito ad inquisire anche la madre, che ha fatto di tutto. Ricattandolo proprio sulla figlia. Non so quanti soldi gli avevano promesso, addirittura di mandarlo fuori dall’Italia, pur di retrocedere dalla collaborazione. Chi rimane in quella famiglia appartiene a quegli ambienti, che sono ambienti di ‘ndrangheta. Non c’è niente da fare. Il padre della bimba, Emanuele, nel momento in cui chiede che venga sottratta la figlia a quegli ambienti lo fa, sicuramente, anche per una forma di ripicca nei confronti della ex convivente. Però, di fatto, sarebbe sempre un minore sottratto agli ambienti ‘ndranghetisti.»

L’avvocato dalla ex compagna di Emanuele Mancuso ha sminuito la portata del clan dei Mancuso di Limbadi. Lei cosa pensa?

«Nessuno ormai può dire, solo l’avvocato Naso o gli altri avvocati dei Mancuso, che peraltro sono tutti inquisiti, che i Mancuso non sono ‘ndranghetisti. Ci mancherebbe altro, ci sono tanti di quei processi. Nei primi tempi, quando c’è stata la notizia della collaborazione non si trovava più il padre e si pensava che fosse d’accordo con il figlio. In realtà è emerso che la famiglia, tutti i familiari hanno la preoccupazione perché sanno di essere denunciati da questo Emanuele. In questi stessi giorni è venuta fuori la storia della Chindamo (l’imprenditrice 44enne scomparsa, uccisa e fatta a pezzi, secondo la rivelazione di un pentito, nda). Ascone (Salvatore, indagato per l’omicidio della donna, nda) è parente dei Mancuso, è quello del famoso video di fronte alla proprietà. Il collaboratore denuncia di aver saputo tutta la storia della fine della povera Chindamo da Emanuele Mancuso. In carcere.

Quindi Mancuso sa un sacco di cose, perché era proprio integrato nella famiglia. È chiaro che questi famigliari fanno di tutto per cercare di farlo retrocedere».

La ‘ndrangheta è forte anche e, soprattutto, per i suoi legami familiari. Tra di loro sono tutti parenti. Cosa significa per un clan avere al proprio interno un collaboratore di giustizia? È una debolezza nei confronti degli altri clan?

«Pagheranno a livello giudiziario. Ma i collegamenti ce li hanno sempre. Loro considerano sempre che questa collaborazione è infamante, per il fatto stesso di appartenere alla ‘ndrangheta, e a livello familistico si sa che è inaccettabile per questi avere un collaboratore interno alla stessa famiglia. Ma loro procedono tranquillamente, gestiscono i loro affari tranquillamente. Continuano ad usurpare, ad espandersi, non solo, purtroppo, in Calabria, ma ben oltre.

Per loro è una forma da rinnegare, lo rinnegano. Ma, nello stesso tempo, è anche un modo per dimostrare, ecco perché proseguono nelle loro attività illecite, che la collaborazione non va ad inficiare la loro potenzialità malavitosa.»

Emanuela Mancuso scrive, nel documento inviato alla stampa: “la bambina è in mano alla ‘ndrangheta ed usata come merce di scambio”. Sembra di tornare indietro negli anni con la storia di Maria Concetta Cacciola.

«Non c’è dubbio. Questi sono i metodi classici delle famiglie di ‘ndrangheta. Non solo la Cacciola, ma all’interno della stessa famiglia Mancuso ci sono due casi. Uno l’ho vissuto personalmente, l’altro riguarda la Buccafusca, la ex moglie di Pantaleone Mancuso, Pantaleone il grande (detto Scarpuni, nda). La donna aveva cercato di collaborare e si era portata dietro la figlia. Nell’arco di una notte l’hanno fatta retrocedere e poi si è suicidata, ingerendo acido muriatico. E questa è proprio interna alla famiglia Mancuso.

L’altro caso?

«Una certa Ewelina, sposata con uno dei Mancuso (Ewelina Pytlarz, ex moglie di Domenico, fratello dello Scarpuni, nda). Questa ha anche testimoniato. Un giorno mi manda una mail e mi chiede aiuto, dicendomi che era sposata con uno di Limbadi, il quale voleva prendersi la bambina. Questi sono i metodi di ricatto che hanno, attraverso i figli minori. Ho dato tutte le notizie alla mia scorta del tempo e sono riusciti a trovarla che lavorava a Gioia Tauro. L’hanno messa subito in contatto con la dottoressa Manzini, la quale l’ha messa in protezione insieme alla figlia. La donna ha testimoniato, in fase processuale, di essere stata ricattata attraverso la bambina.

Perché la Pytlarz si rivolge a lei?

«Ha anche dichiarato che lei sentiva sempre in famiglia parlare molto male della dottoressa Manzini; del dottore Ruperti, che allora era capo della squadra mobile di Vibo e di Angela Napoli. All’interno della famiglia Mancuso c’è questo metodo di ricattare proprio sui figli minori. Ricattano appena c’è la minima possibilità di collaborazione da parte sia di un uomo sia di una donna.»

Che fine ha fatto questa donna?

«È sotto protezione con la bambina.»

È una testimone o una collaboratrice di giustizia?

«Una testimone di giustizia.»

In una conversazione registrata, Pantaleone Mancuso dice alla ex compagna dell’attuale collaboratore di giustizia proveniente dalla stessa famiglia: “Stai tranquilla. Io farò di tutto. Non ti preoccupare, stai tranquilla. Deve passare sul mio cadavere”. Cosa significa?

«Che piuttosto creano il cadavere di Emanuele, in questo caso.»

È un condannato a morte Emanuele Mancuso?

«Non c’è dubbio. Per qualsiasi famiglia ‘ndranghetista un parente collaboratore è condannato a morte. Per forza deve vivere in fase di protezione.»

Perché i Mancuso odiano Angela Napoli?

«Perché quando ero parlamentare non ho dato tregua. Allora non erano ancora classificati come ‘ndranghetisti.»

Per quale ragione?

«Avevano aiuti trasversali a livello di magistratura, di inquirenti, di avvocati. Sequestravano qualche bene e subito trovavano un cavillo e glielo restituivano. Per cui io facevo le interrogazioni parlamentari.»

Ci fu una interrogazione in particolare…

«Quella più grossa che ho fatto è quando ho ricevuto un plico di documentazione. Mi dicevano che Pantaleone Mancuso, che era nel carcere di Tolmezzo, al Nord, era stato mandato a Vibo nel mentre c’era in atto un processo contro di lui. Ed era stato mandato, con la scusa di un intervento ai denti, presso l’ospedale di Vibo. Ma la struttura, che aveva rilasciato anche una dichiarazione, non aveva gli strumenti idonei. Il giudice diede il permesso a questo criminale di andare, senza vincoli di tempo, presso uno studio dentistico privato, quotidianamente. Quando vengo in possesso di questa documentazione faccio una interrogazione parlamentare. Si stava svolgendo un processo e gli veniva data questa possibilità. Immediatamente lo rimandano, quel giorno successe il finimondo al Tribunale di Vibo, nel carcere di Tolmezzo.

Dopo due o tre anni, nella fase di una indagine, si viene a scoprire che questo Pantaleone Mancuso, parlando con un suo sodàle, dice: “per colpa di quella p… della Napoli sono stato condannato a otto anni di carcere in quel processo che si stava svolgendo, mentre il giudice mi aveva detto che mi avrebbe assolto. Si è spaventato di quella p… che ha fatto l’interrogazione. E non solo. Avevo avuto il permesso per andare al matrimonio di mia figlia e per colpa di quella p… mi hanno rispedito in carcere”.

E il sodàle risponde: “stai tranquillo, stiamo vedendo come farla fuori”. Questa è una delle cose…»

Poi c’è un altro episodio…

«Un altro dei Mancuso dice: “è inutile che continuiamo con questo processo, perché tanto io sono in galera, ma i miei avvocati sono fuori e leggono. La sentenza di questo processo l’ha già scritta Angela Napoli”. Questo è un altro dei fratelli Mancuso. Io continuavo a fare interrogazioni parlamentari, perché avevano le protezioni, dei magistrati… Quando poi è arrivata la Manzini ci è andata giù dura e, finalmente, è partita la prima fase, dove questi sono stati catalogati ‘ndranghetisti, a livello giudiziario.»

Quando parliamo di protezioni dobbiamo includere anche la politica e la massoneria?

«Pantaleone Mancuso diceva: “ma che ‘ndrangheta e ‘ndrangheta. Qui siamo tutti massoni”. La massoneria era, non c’è dubbio. Così come continua a Vibo a dominare. Parlo di massoneria deviata.»

Quindi, i Mancuso sono un clan di ‘ndrangheta e sono forti come prima?

«Sì.»        

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IO HO DENUNCIATO a MACCHIAGODENA (Is)

Grazie di Cuore a tutti.
#iohodenunciato #ihd #Macchiagodena

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Capodanno #gramsci

SCADENZA FISSA.
“Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.
Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.
E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 0 il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.
Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore.
Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca.
Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell’immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno le nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d’inventario dai nostri sciocchissimi antenati”.


Antonio Gramsci, 1 gennaio 1916, Avanti!, rubrica ‘Sotto la Mole’.

Ennio Flaiano #ilfascismo

Premio Internazionale “M. Buonarroti” #IHD

Auguri #Natale2019

«Tanti auguri ai fabbricanti di regali pagani! Tanti auguri ai carismatici industriali che producono strenne tutte uguali!
Tanti auguri a chi morirà di rabbia negli ingorghi del traffico e magari cristianamente insulterà o accoltellerà chi abbia osato sorpassarlo o abbia osato dare una botta sul didietro della sua santa Seicento!
Tanti auguri a chi crederà sul serio che l’orgasmo che l’agiterà – l’ansia di essere presente, di non mancare al rito, di non essere pari al suo dovere di consumatore – sia segno di festa e di gioia!
Gli auguri veri voglio farli a quelli che sono in carcere, qualunque cosa abbiano fatto (eccettuati i soliti fascisti, quei pochi che ci sono); è vero che ci sono in libertà tanti disgraziati cioè tanti che hanno bisogno di auguri veri tutto l’anno (tutti noi, in fondo, perché siamo proprio delle povere creature brancolanti, con tutta la nostra sicurezza e il nostro sorriso presuntuoso).
Ma scelgo i carcerati per ragioni polemiche, oltre che per una certa simpatia naturale dovuta al fatto che, sapendolo o non sapendolo, volendolo o non volendolo, essi restano gli unici veri contestatori della società. Sono tutti appartenenti alla classe dominata, e i loro giudici sono tutti appartenenti alla classe dominante».
#ppp #pasolini

Dopo la puntata di Report revocata la scorta al testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

Ha svelato la corruzione in Autostrade: “Ora ho paura”

«Sono nel mirino del clan D’Alessandro: hanno giurato di spararmi in testa»

Nella foto il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

di Paolo De Chiara

«Nessuno risponde, a nessuno interessa la mia situazione». È affranta la voce del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Si sente isolato, senza alcun tipo di sostegno. Ha messo in discussione la sua vita per aver fatto una scelta netta e decisa. Ha denunciato la camorra nei lavori pubblici, i lavori fatti male, i crolli e le anomalie strutturali. In nove anni, il testimone, ha citato situazioni, ha prodotto prove sui lavori dati in appalto e in subappalto alle teste di legno, legate ad un clan camorristico di Catellammare di Stabia. Non ha solo denunciato i D’Alessandro e i Vuolo, ma ha coinvolto i funzionari di aziende pubbliche e private, compreso un generale dei carabinieri, legati ad un sistema di corruzione criminale. Anticipando, in diversi casi, anche alcuni crolli che poi, nel Paese del giorno dopo, si sono puntualmente verificati. Ha svelato le anomalie strutturali nelle opere pubbliche realizzate a Cinisello Balsamo, a Cherasco (nel 2008 è crollato il casello autostradale), a Rosignano, Senigallia, Settebagni, sull’autostrada A1, A11 e A12, dove i periti hanno attestato i “gravi cedimenti strutturali” e, quindi, il “grave pericolo”. Ma non solo. Tra le tante segnalazioni, ha indicato l’appalto sull’A22 per l’installazione delle barriere fonoassorbenti, l’appalto presso il carcere di Larino, informando la DDA di Campobasso.

Una montagna di carte e di prove consegnate agli investigatori. Ha spiazzato il “sistema” con un semplice, ma coraggioso, gesto. E cosa ha ricevuto in cambio? «A parte l’associazione Caponnetto, l’Anvu e alcuni giornalisti amici che non mi hanno fatto mancare il minimo affetto, devo sottolineare che dalle blasonate associazioni antimafia, compresa la stessa deputata Aiello, alla quale ho mandato un messaggio senza ricevere alcuna risposta, il presidente della commissione antimafia Morra che nemmeno ha risposto, si è registrato il totale silenzio. Lo stesso trattamento ho ricevuto dagli stessi testimoni di giustizia che lanciano continui appelli: “uniamoci, stiamo insieme”. Non sono solo deluso, ma cosciente che esistono determinati ingranaggi, dove non sono inserito, che mi condannano ad essere isolato, peggio della camorra. Questo fa molto male. In questi casi basta anche una parola, una telefonata. Ma il mio telefono è muto. Molti sanno, ma molti fanno finta di non sapere. Ho fatto un appello pubblico per l’udienza di giovedì (19 dicembre, nda) che si svolgerà presso il Tribunale di Roma, vediamo chi si presenta. Questa è la prova del nove. In questo Paese tutti vogliono parlare di lotta alla criminalità, tutti vogliono commemorare i morti, ma adesso che un testimone di giustizia vivo chiede aiuto intorno a lui c’è il vuoto».

La revoca della scorta al testimone di giustizia

Il verbale di notifica del Servizio Centrale di Protezione

Il 12 dicembre arriva la notizia. Sette giorni prima dall’udienza del processo che si sta svolgendo a Roma viene revocata la scorta al testimone di giustizia. L’unico teste di accusa. «Forse devo pagare per le mie dichiarazioni, per le ulteriori attività investigative che stanno svolgendo gli inquirenti. Sono un uomo morto». Ciliberto è abbattuto, dichiara di non credere più nelle Istituzioni, alle quali si è affidato. «L’Ucis (ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, nda) mi ha fatto notificare un atto, tramite il servizio centrale in località protetta, con il quale ha revocato qualsiasi tipo di tutela, in base ad un procedimento penale di cui non conosco nulla. L’Ucis, dalla sera alla mattina, senza tenere in considerazione il processo ancora in corso, i sette proiettili ricevuti e il percorso giudiziario che sto affrontando, che ricopre anche una veste di attualità perché parliamo di crolli e anomalie sulle autostrade, ha deciso di togliermi la scorta». Ma cosa significa “a seguito del reato penale”? «C’era un procedimento penale dove non sono né parte lesa né testimone. Parliamo delle minacce subìte fuori dal cimitero di Somma Vesuviana, minacce subìte davanti alla scorta. Ma questo fatto non è attinente né al mio percorso giudiziario né alle minacce della famiglia Vuolo né agli storici personaggi che io ho denunciato. Non c’entra nulla». Per il testimone Ciliberto è solo una scusa per raggiungere un obiettivo preciso: l’isolamento, l’esilio e la ritrattazione delle denunce effettuate negli ultimi anni. «Come fa l’Ucis a prendere un provvedimento vecchio che non ha nessuna attinenza? Non c’è nessun tipo di attinenza, perché l’unico che potrebbe dire che il sottoscritto non corre pericolo è la DNA o la Procura di Roma, dove sono incardinati i processi». Per il testimone è una storia che si ripete, puntualmente. Sempre in prossimità di un’udienza processuale. «Come se ci fosse un’entità che ad un certo punto mi comunica: “guarda, tu non sei più protetto. Stai attento, ti conviene andare ai processi? Ti conviene testimoniare?”. Come se fosse un avvertimento, peggio di una minaccia della camorra». Anche un anno fa si registrarono le forti prese di posizione del testimone, attraverso la sua denuncia pubblica. «Feci uno sciopero della fame fuori al Viminale, fui ricevuto dall’allora presidente Gaetti, il quale ripristinò la mia tutela. Attualmente, però, non abbiamo il presidente della Commissione Centrale e, quindi, qualsiasi rimostranza è inutile. Dovrebbe intervenire il ministro dell’Interno Lamorgerse». Il testimone, che ha denunciato i lavori fatti male e le certificazioni false, sente la sua vita in pericolo. E non nasconde questa sua preoccupazione: «Mi trovo nella piena fase giudiziaria, la fase più delicata perché ancora devo andare a testimoniare in contraddittorio. E in questo momento vengo lasciato solo e abbandonato. Due sono le cose: o i Vuolo non appartengono al clan D’Alessandro, quindi il clan D’Alessandro non è un clan di camorra e l’ultima relazione della DIA che lo definisce un clan attivo in tutta Italia è fasulla oppure l’Ucis ha facoltà di sapere che Pasquale Vuolo e tutto il clan D’Alessandro hanno giurato di non far male più al testimone di giustizia, cosa che si contrappone alle loro minacce che ho sempre ricevuto. Tanto è vero che mi dissero che mi avrebbero sparato in testa».

La minaccia: il ritrovamento dei proiettili

I poteri forti

Il provvedimento, però, arriva qualche giorno dopo la testimonianza rilasciata alla trasmissione Report. Una mera casualità? «L’ennesima coincidenza dei poteri forti. Il mio intervento a Report, dove sono state affrontate delle situazioni già acclarate con ampi riscontri da parte della polizia giudiziaria, ha avuto una risonanza mediatica molto grande. Addirittura c’è stata la decisione da parte di Atlantia, gruppo Benetton, di sospendere la liquidazione di Castellucci (amministratore delegato di Atlantia, nda). In quella trasmissione ho fatto i nomi dei big di Autostrade. E quindi è arrivato l’ennesimo messaggio che mi dice chiaramente che bisogna parlare poco. Cosa che io non farò». A chi si riferisce il testimone quando parla di “poteri forti”? «Non dobbiamo dimenticare che Autostrade per l’Italia è quotata in borsa e noi, oggi, non sappiamo quante azioni possa aver investito chi riveste cariche importanti, quindi che danno possa avere da una eventuale condanna oppure da situazioni che possono emergere agli occhi dell’opinione pubblica. Se queste carte giudiziarie venissero rese pubbliche, quindi portate a conoscenza dei cittadini, può darsi che qualcuno potrebbe decidere di vendere il titolo o il titolo avrebbe un crollo». Due sono i filoni che interessano il lungo percorso giudiziario, scattato dopo le denunce: da una parte gli affari della camorra, «che commette gli omicidi» e poi c’è l’altro filone, quello relativo ai colletti bianchi. «Interessi, intrecci di personaggi importanti, che possono ordinare un omicidio. Non bisogna dimenticare l’atto intimidatorio per rapina che subii a Roma, prima dell’ultima udienza, dove nella notte qualcuno ruppe il vetro della mia macchina per rubare non oggetti di valore, ma si preoccupò di prelevare lo zaino, portando via documenti secretati e altri tipi di memorie. Fortunatamente ne avevo pochi”. Ciliberto ci tiene a rimarcare che tutti gli atti, tutte le denunce fatte nel corso degli anni, sono custodite presso due notai e presso i suoi avvocati. «Quella fu un’operazione chirurgica. Altra cosa importante – aggiunge – è che quando arrivò la scientifica non rilevò alcuna impronta. Prelevarono lo zaino che mi ha fatto compagnia quando feci lo sciopero della fame sotto al Viminale, lo stesso zaino che portai in Commissione centrale, per presentare i documenti». Il riferimento ai crolli e alle anomalie, secondo la testimonianza, sono da legare alle attività dei funzionari di Autostrade per l’Italia. Infatti, nel processo romano, «oltre ad essere imputato il camorrista Vuolo Pasquale e Mario, troviamo anche funzionari di Autostrade, di Pavimental e troviamo anche funzionari di società indicate da Pavimental e Autostrade per le certificazioni». Certificati ritenuti falsi, «tanto è vero che tutta la documentazione dell’attività giudiziaria svolta dalla Procura di Roma, dalla DDA e dalla DIA di Firenze, è stata richiesta dalla Procura di Genova, perché attinenti ad un modus operandi vigente per anni in Autostrade che, purtroppo, ha causato delle vittime a seguito dei crolli dei ponti. La situazione, già nel 2011, era ben cristallizzata». Parole chiare per definire una vicenda drammatica. Le ditte interessate – sempre secondo le dichiarazioni di Ciliberto, parte lesa nel procedimento penale – non solo hanno provveduto «alla falsificazione  dei certificati, ma anche a coprire le anomalie costruttive e gli errori delle opere pubbliche realizzate dai Vuolo”.

Il giorno dell’inaugurazione del casello di Capannori. A destra, con gli occhiali da sole, Mario Vuolo, insieme a Vittorio Giovannercole (funzionario resp. uscite autostradali e RUP), funzionari ASPI e sindaco di Capannori.

I Vuolo di Castellammare di Stabia.

Ma chi sono i Vuolo? Cosa c’entrano con i lavori pubblici? La loro prima società è stata la Taddeo Vuolo, con sede in Emilia Romagna, intestata al figlio Taddeo. Dopo il fallimento arriva la VM Rag (Vuolo Mario e Ragazzi), con sede a Castellammare di Stabia. Anche questa azienda è fallita e «in questo caso sono stati condannati per bancarotta fraudolenta». Pasquale Vuolo, detto capastorta – si legge nel decreto di fermo della DDA di Napoli del 2011 -, è stato indicato come “esponente di spicco del clan camorristico D’Alessandro, capeggiato dal boss Pasquale D’Alessandro”. Nel 2007 Capastorta viene condannato per associazione camorristica ed estorsione. «I Vuolo operavano con la ditta Carpenteria Metallica Sas, intestata alla moglie di Pasquale Vuolo, una certa Lucia Coppola, figlia di un pregiudicato, di nome Gaetano, alias cassa mutua, vicino al clan D’Alessandro». Il primo lavoro della Carpenteria Metallica in ambito autostradale è stato quello del casello di Nocera Inferiore. L’interdittiva antimafia, confermata dal Consiglio di Stato nel febbraio del 2008, porta all’avvicendamento aziendale: dalla S.a.s., ormai bruciata, si passa ad una nuova azienda, la Carpenfer Roma srl. Ed arrivano gli appalti e i milioni di euro. La perizia del 2011 (richiesta dal pm Franca Macchia e redatta dall’esperto Massimo Maria Bardazza) per la passerella ciclopedonale realizzata a Cinisello Balsamo parla chiaro. Saldature “mal eseguite”, “intervento criminale”, “certificati falsi”, “si è constatata la presenza all’interno del cassone di un tondino da armatura simile a quello descritto nella denuncia”. Nel documento c’è un passaggio in cui si parla di “intervento criminale” effettuato dall’azienda dei Vuolo. “Il termine criminale è usato da chi scrive, nel senso che è impossibile non avere la consapevolezza di quanto si stava facendo approfittando della presenza di un complice e del fatto che le porcherie si celavano all’interno della struttura dove era ben difficile potersene accorgere. Il tutto avallato da certificati sulle saldature falsi”. Un’operazione riuscita perché “fatta con dolo e con la complicità di un dipendente infedele di Impregilo. Complicità vi è stata inoltre da parte della Quality Service srl che ha prodotto certificazioni sulle saldature false traendo in inganno, così, il direttore dei lavori e la commissione di collaudo”. Questo è il modus operandi dei criminali. «Tante sono le opere eseguite sia per Autostrade per l’Italia che per le altre controllate, tra cui Pavimental e Autostrade Meridionali. Nemmeno Autostrade conosce tutti gli appalti». Dopo la Carpenfer Roma srl arriva la PTAM (Pasquale, Taddeo, Antonio e Mario). «Con questa azienda, i Vuolo, fanno il salto di qualità, è la ditta che avrebbe dovuto partecipare ai lavori per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina». E tutte queste informazioni sono confluite nel processo di Roma.

Il processo

«La prossima udienza verterà sul rinvio a giudizio di questi imputati. Come parte lesa ho riscontrato all’interno delle carte una ottima attività investigativa. Gli inquirenti hanno rinvenuto i Rolex, oggetto di corruzione; hanno individuato le mazzette; hanno ricostruito tutto ciò che io ho denunciato, tanto da esserci un passaggio sulla mia eccezionale credibilità, rimarcando che senza le denunce del testimone di giustizia Ciliberto Gennaro nulla si sarebbe potuto iniziare». Il procedimento di Roma ha riunito varie inchieste, da quelle di Trento a quelle di Bologna, da quella di Milano a quella di Santa Maria Capua Vetere. «Parliamo di una serie di Procure che hanno messo insieme le loro indagini, i loro accertamenti in un solo filone. Bisogna aggiungere che c’è ancora un altro filone, che non posso rivelare, che dovrebbe partire a momenti, dove c’è un giro di riciclaggio di denaro della camorra». Da quanto tempo è iniziato il processo romano? «È ormai un anno, purtroppo. Come tutti i processi che vedono dodici imputati, anche di una certa importanza. Tra errori di notifiche, mancata traduzione del detenuto e scioperi vari ci troviamo, dopo un anno, che ancora dobbiamo iniziare la prima udienza». Il testimone di giustizia ci tiene a ricordare alcuni nomi degli imputati legati alla camorra, ma non solo. «Parliamo di Mario e Pasquale Vuolo, di Giovannercole, di Scorsone, di Marchi e di tanti altri funzionari. La cosa ancora più grave e che da questo processo sono scaturiti altri tre stralci, che riguardano la corruzione, le anomalie e le infiltrazioni che vedono altri dodici, tredici imputati». Una mega inchiesta con più di trenta soggetti coinvolti. «Stando fuori dal mondo del lavoro da più di dieci anni – continua l’ex dipendente dell’azienda dei Vuolo – non conosco nemmeno dove vivono. E la mia preoccupazione è sempre stata questa, magari un giorno mi ritroverò uno di questi soggetti in un bar o su un treno. E cosa ancor più grave e che da due giorni sono senza alcun tipo di protezione, e se dovesse succedere qualcosa devo comporre il numero unico di emergenza e fare tutta la trafila spiegando il come e il perché, senza nemmeno averne il tempo. Sappiamo bene che loro, quando ti devono colpire, sono dei professionisti e sanno fare bene il proprio lavoro». “Fuori dal mondo del lavoro”, una frase già ascoltata, in passato, dal testimone. «Mi fu detta da un alto funzionario dell’Impregilo, il quale mi disse “tu, con queste tue denunce non farai neanche più il moviere in un cantiere. E questa profezia si è avverata. Il messaggio che è passato è che sono stato un infame, un traditore. Chi denuncia non fa carriera nella pubblica amministrazione, invece gli imputati, anche se Autostrade ha dichiarato a Report che sono stati licenziati, in nove anni hanno fatto carriera guadagnando centinaia e centinaia di migliaia di euro». E gli esponenti della camorra, denunciati dal testimone, che fine hanno fatto? «Stanno in galera, qualcuno si è riciclato con altre attività. Ma come è possibile che il capostipite sta in galera e l’intera famiglia continua a fare il lusso? Questa è una delle tante anomalie che lo Stato dovrebbe riuscire a comprendere. Parliamo di Pasquale Vuolo, alias capastorta, che sta in galera da tanti anni e, comunque, riesce a far mantenere un tenore di vita alto alla sua famiglia: auto di lusso, cavalli, villa con piscina, feste con cantanti neomelodici. Un tenore di vita che non può essere sostenuto nemmeno con duemila euro al giorno».

“Sarò presente per l’udienza, anche senza scorta”

La speranza, per Ciliberto, è l’ultima a morire. La sua aspirazione è quella di poter assistere al trionfo della Giustizia. Vedere concretizzare il suo sforzo, scaturito da quasi dieci anni di impegno personale. «Mi aspetto che vengano portate a termine tutte le attività giudiziarie, svolte dagli investigatori, dalla DIA, dal ROS, e che possa arrivare finalmente la parola fine, con la condanna di queste persone. Spero solo che questo processo non si chiuda con delle prescrizioni, perché sarebbe una sconfitta, non tanto per il testimone di giustizia, ma per lo Stato». Se dovesse essere confermata la decisione sulla tutela revocata il testimone di giustizia si farà trovare pronto. Anche questa volta. «Io ci sarò. La mia presenza è il vero simbolo di legalità. Anche per una questione di esempio lo Stato, che dice sempre “denunciate, denunciate”, non dovrebbe mai venir meno nell’accompagnare un testimone di giustizia in un’aula di Tribunale. Noi siamo persone libere ed incensurate. E in questo momento la brutta figura la fa lo Stato, che ha ritenuto di abbandonare uno dei testimoni di giustizia più attuali, perché parliamo dell’attualità dei fenomeni dei crolli autostradali. Sono diversi giorni che vivo nel terrore e nella paura. Dovrò trovare la forza per essere presente. È anche vero che il Tribunale è una zona protetta, ma c’è un arrivo e una partenza in cui sarò da solo ed uscendo dal Tribunale non so chi mi aspetterà fuori».

El Mimo #cilelibero

#cilelibero #giustizia #chile #danielacarrasco
#JusticiaparaElMimo #maledetti

IL CORAGGIO DI DIRE NO #10annidopo

GRAZIE DI CUORE #pioltello
10 anni dopo…
24 novembre 2009
24 novembre 2019

#fimminacalabrese

#lea #denise

ilcoraggiodidireno #leagarofalo #milano #10annidopo #ndranghetamontagnadimerda

SCARDOCCHIA

GIORNALISTA DI RAZZA.
Aveva cominciato a fare il giornalista giovanissimo all’Agenzia Italia. Poi era stato al Giorno, al Corriere della Sera, alla Stampa e a Repubblica, ricoprendo tra l’altro gli incarichi di corrispondente da Bonn, da New York e da Pechino. UNA intelligenza rigorosa, insistente, quasi calvinista, smentita vivente – per chi ne avesse ancora bisogno – di tutti i luoghi comuni sui meridionali. Una carriera straordinaria, eppure vissuta sempre con il pudore dei propri successi, da corrispondente, a notista politico, a direttore della Stampa a editorialista, negazione quotidiana della vanità e dell’ esibizionismo di noi giornalisti. Una personalità brusca e dolcissima, infastidita dalla stupidità del mondo eppure tollerante degli altri. #larepubblica

IO HO DENUNCIATO #scuole

IO HO DENUNCIATO a Miranda
Scuola media #ihd
13 novembre 2019

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IO HO DENUNCIATO #scuole

IO HO DENUNCIATO #ihd
GRAZIE di CUORE ai RAGAZZI e alle Professoresse.

Carovilli, 12 novembre 2019

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IO HO DENUNCIATO #scuole

GRAZIE DI CUORE alla dirigente, ai docenti e ai ragazzi della scuola media “Andrea d’Isernia”.
Un confronto costruttivo per occuparci del nostro presente e del vostro futuro.

iohodenunciato #libri #romanziitaliani #giovani #studenti #scuola #isernia #incontri #mafie #malaffare #politica #malapolitica #presente #futuro #nuovegenerazioni

https://www.isnews.it/cultura/64833-a-scuola-di-legalita-paolo-de-chiara-incontra-gli-alunni-dell-andrea-d-isernia.html

DIMISSIONI #disOnorevoleOcchionero

DIMISSIONI!!!

disOnorevoleOcchionero

E’ pesante il giudizio del gip di Sciacca Alberto Davico sulla deputata Giusy Occhionero, che aveva preso come collaboratore Antonello Nicosia, oggi in carcere per associazione mafiosa: ha avuto “un grave difetto di consapevolezza” oppure “una connivenza”

TOTALE SILENZIO sul MAFIOSO Nicosia e sulla POCO Onorevole Occhionero.
Dove sono le dimissioni della disOnorevole?
Nessuno lo sa. Si continua a girare la testa dall’altra parte.
🙈🙉🙊

mafia #stato #disOnorevoleOcchionero #sciacca #mafioso #dimissioni

LA COPPIA CHE SCOPPIA!
“Attendere la giustizia”… sta abbaiando qualche garantista da quattro soldi.
Una cosa è la “giustizia dei Tribunali”, che deve basare la sua azione penale sui fatti e sulle prove.
Altro è la RESPONSABILITÀ POLITICA!
Non bastano gli sms, non bastano le squallide intercettazioni? Cosa serve ai garantisti da strapazzo per evitare esternazioni dannose, inutili ed offensive?
Bisogna continuare ad attendere la giustizia dei Tribunali?
E per attendere sempre ci troviamo, oggi, completamente immersi nella merda!
Mi raccomando, continuate ad abbaiare anche sull’ergastolo… facciamoli uscire questi mafiosi. Almeno così i vari Nicosia non dovranno più recarsi nelle patrie galere per raccogliere i loro pizzini!
DIMISSIONI IMMEDIATE poco On. Occhionero!!!

mafiaepolitica #disOnorevoleOcchionero

LEA GAROFALO #10annidopo

DIECI ANNI DOPO…

24 novembre 2009
24 novembre 2019
Lea Garofalo
La fimmina calabrese che sfidò la schifosa ‘ndrangheta.

ilcoraggiodidireno #leagarofalo #milano #10annidopo #libri #storiavera #mafiemontagnadimerda #pdc

#IHD Premio 2019

I Premiati Legalità 2019: Gabriel Cash, Alessio Falconio Direttore di Radio Radicale e Paolo De Chiara.

IHD #ioLEGGOperchè

ioLEGGOperchè

DONIAMO LIBRI ALLE SCUOLE

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IHD Premio Legalità 2019

PREMIO LEGALITÀ 2019
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Regia Gabriel Cash
Sceneggiatura Paolo De Chiara
Grazie di cuore a tutti.
CinemaSet

IO HO DENUNCIATO #corto

IO HO DENUNCIATO
La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano.
#romanziitaliani
@iohodenunciato
#locandina #iohodenunciato #libri #mediometraggio

IO HO DENUNCIATO in Libreria #sicilia

IO HO DENUNCIATO 
#libreria#sicilia#libri#storiavera#mafiemontagnadimerda
@iohodenunciato @Capo d’Orlando

IO HO DENUNCIATO #radio

IO HO DENUNCIATO

#presentazione #intervista #ungiornospeciale #radioradio

Francesco Vergovich INTERVISTA l’autore del libro

IO HO DENUNCIATO #larino

GRAZIE di CUORE al Centro ‘Afra’ di Larino, a Caterina, a Gianluca e a Massimiliano (per il suo prezioso intervento) #sietepersoneeccezionali

Presentazione del libro IO HO DENUNCIATO a #larino
#libro#storiavera#iohodenunciato
@iohodenunciato
www.iohodenunciato.it

Il nuovo libro di Paolo De Chiara

“Io ho denunciato” è il nuovo libro di Paolo De Chiara

Posted by fidest press agency su giovedì, 28 febbraio 2019

La storia drammatica di un imprenditore italiano che ha denunciato due clan di Cosa nostra.
Un imprenditore italiano subisce, per tanti anni, l’arroganza criminale da parte di due clan di Cosa nostra: usura, estorsioni, violenze fisiche e morali. La sua storia è emblematica ed unica nel suo genere. Dopo una fortissima crisi interiore e un profondo senso di smarrimento denuncia gli aguzzini mafiosi. L’uomo entra in un mondo totalmente sconosciuto, viene trasferito in località protetta insieme ad una parte della sua famiglia. Anni di privazioni, difficili da sopportare. Estirpato dal suo territorio, perde il contatto con la sua terra, con i suoi amici, con il suo mondo lavorativo. Deve far perdere le sue tracce, diventare invisibile per scampare ad una condanna a morte sancita dai criminali senza scrupoli. Una vita da recluso, per aver compiuto il proprio dovere. I continui trasferimenti in diverse città italiane mettono a dura prova le sue certezze. Lo smarrimento, la destabilizzazione, la disperazione cominciano a convivere quotidianamente con la sua nuova vita. La storia narrata nel libro “Io ho denunciato”, è la vicenda realmente accaduta all’imprenditore italiano.Le accuse del testimone contro i clan sono devastanti per l’organizzazione: arrestati, processi, condanne, dopo un lungo travaglio e un percorso pieno di ostacoli, disseminati non solo dagli uomini del malaffare. L’imprenditore, dopo la denuncia, entra nel programma provvisorio di protezione in qualità di testimone di giustizia. Il tema trattato è scottante. L’informazione sui testimoni di giustizia è scarsa e nell’immaginario collettivo, spesso, la figura viene confusa, a volte con precisa intenzione, con quella dei collaboratori di giustizia, i cosiddetti pentiti. Due categorie completamente diverse. Lo Stato italiano, come forse mai nella storia, sprona il cittadino a denunciare e si prodiga con competenza e serietà alla sua protezione. Ma cosa succede quando si denuncia? Quali sono le procedure? Quali le rinunce, gli obblighi, i rischi e le privazioni? EDITORE: Romanzi Italiani Pagine: 152 Costo: 12,00 euro
Sito web: http://www.iohodenunciato.it

FONTE: Fidest, Agenzia giornalistica

Fidest - Agenzia giornalistica/press agency

La storia drammatica di un imprenditore italiano che ha denunciato due clan di Cosa nostra.
Un imprenditore italiano subisce, per tanti anni, l’arroganza criminale da parte di due clan di Cosa nostra: usura, estorsioni, violenze fisiche e morali. La sua storia è emblematica ed unica nel suo genere. Dopo una fortissima crisi interiore e un profondo senso di smarrimento denuncia gli aguzzini mafiosi. L’uomo entra in un mondo totalmente sconosciuto, viene trasferito in località protetta insieme ad una parte della sua famiglia. Anni di privazioni, difficili da sopportare. Estirpato dal suo territorio, perde il contatto con la sua terra, con i suoi amici, con il suo mondo lavorativo. Deve far perdere le sue tracce, diventare invisibile per scampare ad una condanna a morte sancita dai criminali senza scrupoli. Una vita da recluso, per aver compiuto il proprio dovere. I continui trasferimenti in diverse città italiane mettono a dura prova le…

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#lettori «Io ho denunciato»


Arrivato oggi, ho impiegato 2 ore circa a leggerlo tutto d’un fiato, ad un certo punto avevo la vista annebbiata dalle lacrime, una testimonianza unica, di facile lettura e comprensione, l’autore Paolo De Chiara, a mio avviso, lo ha scritto per farlo leggere a tutti i cittadini e, sempre secondo me, è da proporre come testo di educazione civica

http://www.iohodenunciato.it

#recensioni IO HO DENUNCIATO

GRAZIE di CUORE Monica
#lettrice #iohodenunciato #storiavera
Adoro leggere lo sai e quando inizio un libro lo finisco sempre anche se non è scorrevole nei contenuti ed è difficile da farmi mantenere l’attenzione su di sé. Devo farti i miei complimenti. In ogni frase che leggevo avevo la scena nella mente come le immagini di un film. Ho dato un volto ai luoghi, ai personaggi, alle situazioni. L’ho vissuto insomma. E quando l’ho terminato mi è quasi dispiaciuto. La storia del testimone di giustizia è, come quella di Lea e di altri tdg che ho imparato a conoscere tramite te, toccante e a tratti sconfortante. Storie di persone che hanno detto basta alle estorsioni, ai ricatti, alla mafia ma che in alcuni momenti si sono sentiti abbandonati dallo stato ma non hanno mollato e nel caso di Valerio, hanno vinto riscattando la propria vita. La propria libertà. Un messaggio positivo che spero possa servire a non abbassare la testa e diventare vittime di questa cultura mafiosa. Denunciare. Denunciare sempre avendo il coraggio e la forza di sfidare la mafia. Bellissimo messaggio. Complimenti.