LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Tutti pazzi per il modello danese: ma come funziona?

LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Flexsicurity e il ’triangolo d’oro’ tra imprenditori, lavoratori e sindacati

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Scambio di informazioni”, “riforma strutturale”, “l’Italia guarda con interesse alle esperienze danesi nel mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali”. Ecco le parole chiave dell’incontro tra il presidente del consiglio Mario Monti e il primo ministro danese Helle Thorning Schmidt.

L’incontro tra i rappresentanti dei due Governi si è avuto a Palazzo Chigi. A Monti piace il modello danese. Lo ha ribadito e, probabilmente, attenderà la chiusura dei lavori per la finanziaria (che di ’equo’, per adesso, ha ben poco) per accelerare sul mercato del lavoro. Un settore da ristrutturare, magari guardando con un occhio di riguardo ai lavoratori. Anche per evitare di contribuire a rendere ancora più difficile i rapporti con i sindacati, già imbufaliti per la manovra economica illustrata dal governo tecnico. Con le lacrime della ministra Elsa Fornero e con il sangue di chi chiede vera equità sociale.

Il modello danese sembra piacere un pò a tutti. Ad esempio all’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton che, ultimamente, ha dichiarato di essersi ispirato “per le scelte di politica sociale” all’apprezzato modello danese. Dominique de Villepin (Ministro francese) ha studiato i segreti dello stato sociale del sistema danese. Tutti sembrano innamorati di questo modello. Ma cos’è il sistema danese? Tutto ruota intorno alla parola chiave: ’flexsecurity’. La flessibilità economica unita alla sicurezza sociale. Prendere come punto di riferimento il modello danese vuol dire toccare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (cosa mai riuscita al Governo Berlusconi), rendere i licenziamenti più facili e offrire più ammortizzatori sociali.

In Danimarca gli imprenditori hanno la massima libertà di licenziare con un preavviso di soli cinque giorni. Il lavoratore licenziato percepisce un assegno da parte dello Stato pari all’80-90% del suo stipendio per quattro anni. Un impiego dura in media quattro anni e ogni danese cambia almeno cinque volte datore di lavoro nel corso della sua vita. E i punti deboli? Rifiutare una proposta di lavoro comporta la sospensione del sussidio. Un serio problema per i lavoratori, costretti anche ad accettare un lavoro al di sotto delle loro competenze per evitare di restare disoccupati e senza soldi. Problemi esistono anche per gliimmigrati. La maggior parte è tagliata fuori dal sistema degli ammortizzatori sociali. Chi non ha mai avuto un impiego e chi non ha un titolo di studio si trova fuori dal mercato dellavoro.

Ma un simile modello può funzionare in un contesto come quello italiano? La popolazione danese è pari a 5,5 milioni di abitanti e il governo danese può contare su un prelievo fiscale tra i più alti al mondo. Senza problemi di bilancio. E in Italia problemi seri ci sono sia per il prelievo fiscale (con un’evasione pari a 150miliardi di euro) che per il bilancio statale. Perennemente in rosso. Per non parlare della differenza di popolazione tra l’Italia e la Danimarca. Anche i rapporti tra gli imprenditori e i sindacati sono diversi. Molti parlano di una ’economia negoziata’, con una concertazione che va avanti da oltre un secolo. Nel BelPaese accade il contrario. La vicenda Fiat (come per la disdetta dei contratti) ne è l’esempio più evidente.

I danesi chiamano il loro modello di organizzazione del mercato del lavoro ’golden triangle’ (triangolo d’oro), perché è composto dallo Stato, dai sindacati e dai datori di lavoro. Ed è veramente un modello funzionante”. Queste le parole utilizzate, qualche anno fa, da Cesare Damiano, responsabile Lavoro dell’allora Ds. Per Damiano: “l’entrata e l’uscita dal mondo del lavoro non è un problema perché esiste una forte protezione sociale. Mentre da noi la discontinuità del lavoro è portatrice di malessere e insicurezza, qui la mobilità nel mercato (che investe circa 800mila persone sul totale di 4 milioni di lavoratori) non fa paura, perché l’accesso a un altro impiego è garantito, anche grazie al ruolo attivo del sindacato nella gestione del sistema di orientamento e formazione. In Danimarca, la metà dei disoccupati trova un posto di lavoro in meno di un anno”.

Dello stesso avviso anche Tiziano Treu, ex Ministro del Lavoro. “L’idea che avevamo quando abbiamo scritto la riforma del collocamento l’avevamo presa proprio in Danimarca: servizi per l’impiego basati su un sistema tripartito, che intercettassero i disoccupati e li accompagnassero, con un percorso personalizzato, a un nuovo lavoro e che fossero basati suun ’patto di fiducia’ tra sindacati, impresa e cittadini”.

Sembra, quindi, un buon esempio da seguire, una “buona pratica” da applicare. Mavarrebbe anche nel nostro Paese? Questo aspetto lo spiega il professor Bruno Amoroso, dell’Università di Roskilde: “il modello danese del mercato del lavoro è un sistema integrato in un sistema di relazioni sociali le cui componenti di welfare sono rappresentate dall’insieme costituito dalle politiche del lavoro, istruzione, sanità, servizi sociali, cultura, infrastrutture, ecc. Questo insieme di strutture del welfare è fortemente intrecciato con il sistema dei costi sociali così come il sistema della produzione lo è con il sistema sociale nel suo complesso. Esiste una sorta di simbiosi, diversamente dal sistema italiano cha ha visto l’organizzazione della società e delle sue istituzioni (anche sindacali) costruite intorno alla centralità del sistema industriale, a scapito dell’agricoltura e dei suoi spazi, e lasciando la piccola impresa a elemento residuale e spontaneo. Per queste ragioni i sistemi di relazioni sociali e del mercato del lavoro che come la flexsecurity presuppongo la centralità dell’impresa sul sistema sociale, e sostituiscono alla cittadinanza sociale, i profitti e l’efficienza produttiva, introducono elementi ancora estranei a queste culture”.

Per il giuslavorista Pietro Ichino: “hanno da guadagnare le nuove generazioni, nessuno sarà inamovibile. Il modello danese comporta che una persona che perde il posto di lavoro riceva il 90% dell’ultima retribuzione nel primo anno che poi scala all’80, 70 e 60% nei tre anni successivi. Proprio il costo elevato di questo sostegno al reddito costituisce l’incentivo per l’impresa a far funzionare molto bene i meccanismi di ricollocazione e riqualificazione del lavoratore, perché questo è l’incentivo che funziona in Danimarca”.

Abbiamo sentito anche il professore di Politica Economica, Nicola Acocella, dell’Università La Sapienza di Roma: “In Italia il sistema danese può essere applicato, ma da solo non risolve i nostri problemi e non può essere l’elemento principale. Con questo sistema è il lavoratore che deve darsi da fare”. Però esistono molte differenze con il nostro Paese. Sarà possibile superarle? “Noi spendiamo un sacco di soldi per le casse integrazioni. Con i soldi risparmiati potremo finanziare il nuovo sistema, una volta che andrà a regime. Tra molti anni”. Eppure, lo si è detto, in Danimarca i rapporti tra i sindacati e gli imprenditori sono diversi. “Possiamo utilizzare la concertazione per un nuovo patto sociale, per raggiungere un obiettivo fondamentale: la produttività. Bisogna però vedere il contorno, come verrà applicato questo nuovo modello per il nostro Paese. Che induce, certe volte, a sprecare il talento dei lavoratori qualificati”. Ma abbiamo la mentalità giusta? “Oltre a una mentalità giusta ci vuole un cambio della classe dirigente. Senza questi due elementi nulla può essere applicato in Italia”.

da lindro.it di martedì 13 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Lavoro-c-e-del-buono-in-Danimarca,5009#.TvRtSTXojpk

IL ’COLPO DI SPUGNA’ DELLA FIAT

Ieri la notizia della disdetta dei contratti nazionali con i sindacati

IL ’COLPO DI SPUGNA’ DELLA FIAT

Il parere degli economisti: “col modello Pomigliano il lavoratore è meno tutelato. Si tocca il sistema in modo selvaggio”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Vi comunichiamo il recesso a far data dal 1° gennaio 2012 da tutti i contratti applicati nel gruppo Fiat, e da tutti gli altri contratti e accordi collettivi aziendali e territoriali vigenti, compresi quelli che comprendono una clausola di rinnovo alla scadenza, nonché da ogni altro impegno derivante da prassi collettive in atto”.

Questo è uno dei passaggi della lettera che il gruppo Fiat ha inviato ai sindacati di categoria. Il nuovo modello di contratto, che si adatterà alle esigenze dei vari stabilimenti, è nato aPomigliano. Dove pochi mesi fa un referendum tra i lavoratori, che non lasciava molta scelta, ha creato le nuove condizioni. Un colpo di spugna, da molti ampiamente previsto dopo l’uscita della Fiat da Federmeccanica e da Confindustria (prevista per il 1° gennaio 2012).

Ma cosa accadrà il nuovo anno dopo la decisione dell’Azienda torinese? Per i dipendenti italiani della Fiat (circa 70mila) non ci sarà più il contratto nazionale dei metalmeccanici, ma un contratto nazionale dei dipendenti Fiat. Diversi osservatori parlano di un mero regolamento interno, anche se per il giuslavorista della Fiom, Alleva: “non è sufficiente la disdetta unilaterale di un accordo per non applicarlo più. L’accordo resta in vigore sino a un nuovo accordo, perché vale la clausola di ultrattività”. Anche il nuovo Presidente del consiglio Mario Monti, nel suo primo discorso (17 novembre) aveva fatto riferimento alla contrattazione collettiva: “Intendiamo perseguire lo spostamento del baricentro dellacontrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro”.

Proprio l’Amministratore Delegato Sergio Marchionne ha accolto il nuovo Governo con queste parole: “spero sinceramente che Monti resti al governo fino al termine dellalegislatura. Ho bisogno di questo tempo per introdurre le misure necessarie”. Quali sono queste misure necessarie? Costruire un contratto del settore auto secondo il modelloPomigliano. Dalla lettera, datata 21 novembre, si legge anche una certa apertura del gruppoFiat: “saranno promossi incontri finalizzati a valutare le conseguenze del recesso ed eventualmente alla predisposizione di nuove intese collettive” con “l’obiettivo di assicurare trattamenti individuali complessivamente analoghi o migliorativi rispetto alle precedenti normative”.

Ma gli esempi del passato, in caso di mancato accordo, portano facilmente ad immaginare un’azione unilaterale del Lingotto. Che su questi argomenti non va tanto sul sottile. Per il segretario generale della Fiom Maurizio Landini, che non esclude uno sciopero generale: “finchè c’è lo Statuto dei Lavoratori la Fiat non può decidere quali sindacati stanno in fabbrica e quali no. Noi andremo avanti con le azioni legali e con le denunce”. Landini, che ha anche annunciato “uno sciopero di due ore da utilizzare per assemblee informative entro il 29 novembre, nomina lo Statuto dei Lavoratori, che negli ultimi anni è stato sempre al centro delle polemiche politiche.

Il bersaglio dichiarato è l’articolo 18 (“reintegrazione nel posto di lavoro”). Ma cos’è il modello Pomigliano? Attraverso il referendum, fine dicembre 2010, sono state approvate diverse regole. Per l’attività lavorativa: tre turni di otto ore al giorno, a rotazione, per sei giorni lavorativi alla settimana. Per gli straordinari: 120 ore obbligatorie, a richiesta dell’azienda. Per la clausola di responsabilità si prevede il non rispetto degli impegni assunti con l’accordo che comporta delle sanzioni in relazione ai contributi sindacali, ai permessi per direttivi e sindacali. Sulla pausa per i lavoratori (argomento fortemente contestato) se ne prevedono tre di 10 minuti. E la pausa mensa è stata prevista a fine turno, per la durata di trenta minuti. Tre le norme inserite nel testo finale dell’accordo: la rappresentanza sindacale (solo per le sigle sindacali firmatarie dell’accordo), il nuovo inquadramento (cinque gruppi professionali per semplificare l’avanzamento di carriera) e l’incremento salariale (30 euro lordi, in media, al mese per dodici mensilità, con aumento fino a 100euro al mese sui minimi).L’accordo di Pomigliano venne firmato, tranne dalla Fiom, da tutte le altre sigle sindacali di categoria (Fim. Uilm, Ugl metalmeccanici, Fismic, associazione dei quadri Fiat e Lingotto).

Oggi Rocco Palombella, della Uilm, parla di “fatto grave”. Mentre per Giuseppe Farina, segretario generale della Fim: “a noi non è piaciuta, ma ne abbiamo preso atto”. Cremaschidella Fiom parla di “fascismo aziendalistico” perché la decisione di Marchionne “ha il solo scopo di togliere le residue libertà ai lavoratori Fiat. Molti osservatori hanno sottolineato l’immobilismo del nuovo Governo. Per l’ex vice presidente di Confindustria, GuidalbertoGuidi: “il governo non si può occupare di quelli che sono gli accordi sindacali. La cosa riguarderà le parti sociali. Dovrebbe invece cambiare lo Statuto dei Lavoratori”. Passano gli uomini politici, cambiano i governi, ma lo Statuto dei Lavoratori del 1970 è sempre al centrodella questione lavoro. La palla è nelle mani del nuovo Ministro del Welfare, Elsa Fornero(torinese) che in passato ha partecipato a un congresso della Fiom di Landini.

Per capire meglio come potrebbe mutare lo scenario dopo quest’ultima presa di posizione dell’Ad Marchionne abbiamo sentito Luigi Aldieri, docente di Economia presso l’Università degli Studi di Napoli Parthenope: alla Fiat, ci dice“Vogliono applicare l’accordo diPomigliano. L’obiettivo è incrementare la produttività, aumentare il lavoro con pari stipendio. Vogliono fare emergere gli incrementi di produttività. Non livellare, ma trattare i singoli secondo la produttività. Per premiare la competitività e la produttività.

Sulle condizioni del nuovo contratto il professore chiarisce: “la cosa importante è vedere bene il superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Si passa dalla contrattazione collettiva a quella locale. Ma il diritto dei lavoratori non è uguale dappertutto. Non è tutelato con un altro accordo in un altro settore. Si toccano, con questa scelta, i diritti dei lavoratori, non assicurati a livello nazionale”.

Nessuna ricaduta a danno dei lavoratori, dunque? A cosa si devono allora dichiarazioni pesanti come quelle di Cremaschi: “Io parlerei di una rivoluzione del lavoro. – rispondeAldieri – I benefici e i costi ci sono in tutte le cose. Questa scelta però può portare più costi che benefici. Prima di pensare all’Europa dovremo pensare ad un equilibrio. Invece si toccano dei settori con sistemi selvaggi. L’alibi della crisi viene utilizzato per poter agire in certi settori in questo modo. Ora inizieranno una serie di ricorsi.”.

Nicola Acocella, anch’egli professore, ordinario alla facoltà di Economia de La Sapienza di Roma ci va più pesante “non ci sono più le protezioni. Il lavoratore è meno tutelato. Le relazioni industriali rischiano un’involuzione in materia di godimento dei diritti”. Le sue previsioni sul dopo- Pomigliano sono decisamente pessimistiche, e riguardano l’intero mondo del lavoro:“vigerà un sistema in cui i lavoratori si ribelleranno invece di collaborare”, sentenzia Acocella.

Eppure il caso non pare conoscere una grossa eco nei media internazionali. Ancora si ricorda il modo in cui testate di peso come il ’Financial Times’ accolsero l’accordo di Pomigliano,definendolo quasi come una conseguenza inevitabile delle dinamiche nel mercato del lavoro mondiale. Anche il professore ricorda un caso fuori dai confini italiani “in Germania, ad esempio, che non ha improntato la sua politica su queste scelte, si è riusciti a salvare l’occupazione anche se sono stati ridotti gli orari di lavoro e gli stipendi. Lì il sistema ha tenuto, ma non credo che la stessa cosa sia replicabile in Italia”.

da lindro.it di mercoledì 23 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Il-colpo-di-spugna-della-Fiat,4622#.TvRjJjXojpk