«Il clan dei casalesi è indebolito, ma non è sconfitto»

CASO DI MALAGIUSTIZIA. L’INTERVISTA/Terza parte. PARLA LORENZO DIANA, già Senatore della Repubblica (tre legislature), minacciato e condannato a morte dalla camorra casertana. Da sempre impegnato a combattere il sanguinario clan dei casalesi. L’unico politico preso come esempio positivo da Roberto Saviano nel libro Gomorra. Nel 2015 il fulmine a ciel sereno: viene accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Un calvario durato quasi sei anni. Da qualche mese sono cadute tutte le accuse. Abbiamo raccolto la sua testimonianza: «Bisogna porre attenzione alle mafie anche quando non sparano. E saper capire che oggi c’è un rischio enorme. Solo le antimafie retoriche, stupide e cieche non capiscono il problema strutturale che c’è nella società italiana.»

«Il clan dei casalesi è indebolito, ma non è sconfitto»
Lorenzo Diana (a sinistra) con Antonio Ingroia

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Riprendiamo l’ultima parte dell’intervista con Lorenzo Diana, già Senatore della Repubblica italiana. Siamo ripartiti dai collaboratori di giustizia. «Ritengo fondamentale l’istituto dei collaboratori di giustizia perché, spesso, lo Stato non sarebbe arrivato a risultati. Ma dobbiamo essere consapevoli che non si possono chiamare “pentiti”, tranne rarissimi casi. I collaboratori di giustizia sono coloro che fanno un calcolo di convenienza o perché sono braccati da altri pezzi di clan nemici o perché sconfitti dallo Stato, arrestati e condannati all’ergastolo o prossimi alla condanna a vita. Quindi c’è un puro calcolo di convenienza da parte del collaboratore e anche lo Stato ne valuta la convenienza a utilizzarli. Ma vale molto la capacità professionale dei magistrati. La scuola Falcone e Borsellino deve essere un riferimento solido. Certi collaboratori parlano con molta facilità, senza rivelare quasi mai i loro patrimoni. Antonio Iovine, ad esempio, non ha mai rivelato quali fossero i suoi patrimoni. Dall’altra parte, poi, abbiamo dichiarazioni fumose che diventano sensazionalistiche. Lasciate trapelare sulla stampa.»

Iovine è l’ex boss dei casalesi che ha accusato lei?

«In realtà non ha mai fatto una dichiarazione precisa nei miei riguardi. Lo abbiamo esaminato varie volte con il mio avvocato. Come aveva detto il dott. Ardituro, che lo trattava, Iovine non aveva detto nulla su di me. Mai un’accusa precisa.»

Cosa ha dichiarato il collaboratore Iovine?

«“Quando ci sono stati i lavori della metanizzazione noi a San Cipriano d’Aversa”, il mio Comune, “non ci siamo andati perché c’era Diana”. Punto. Si ferma qui. Intorno a questa dichiarazione è stato costruito un teorema investigativo.»

Cosa significa?

«“Non ci sono andato perché potrebbe esserci un patto con Diana”. Questo è il teorema. Successivamente, nell’ambito del processo che ha riguardato questa vicenda in cui non ero rinviato a giudizio, Iovine interrogato in udienza dal dottor Francesco Chiaromonte, che presiedeva il collegio giudicante, balbettava dicendo cose diverse. Il giudice lo incalza e lui dichiara, nel 2017: “Mi scuso Presidente, noi tutti, capi, affiliati e aggregati del clan, sapevamo che Lorenzo Diana era colui che aveva contribuito a farci arrestare nell’operazione Spartacus. E, quindi, ci tenevamo lontani, ci guardavamo bene dall’avvicinarci dove c’era Diana perché ci faceva arrestare. Ecco la fretta e l’approssimazione investigativa. Se si fossero approfondite quelle dichiarazioni non avrebbero avuto modo di proseguire, perché lui non dichiara mai che Diana è connivente e colluso. Si lascia una dichiarazione sospesa e viene avanzato un teorema investigativo che Iovine stesso, nel processo, chiarisce al presidente. I due collaboratori, che vengono utilizzati contro di me, affermano che Diana era ed è il nemico del clan. Uno è il braccio destro di Zagaria, Caterino Massimiliano, e l’altro è Antonio Iovine. Quello che veniva ritenuto come presunto accusatore fa chiarezza.»

Deve esserci una responsabilità per i magistrati che compiono degli errori?

«La magistratura deve avere la sua autonomia ma, sicuramente, un principio di responsabilità vi deve essere per tutti. Se vale per il Presidente della Repubblica non può non valere per tutti gli altri.»

E per quanto riguarda i tempi della Giustizia?

«Se i magistrati avessero avuto obblighi di rispettare determinati tempi questo non sarebbe accaduto. Tra i due PM, uno Sirignano è finito in un procedimento disciplinare del CSM perché coinvolto nelle telefonate con il giudice Palamara. In queste telefonate parlano di come mettere paura ai Procuratori di Firenze e di Perugia, perché non si prestano ai loro disegni; l’altro è il dottor Catello Maresca, oggi in pista per candidarsi a sindaco di Napoli. Resta un fatto…»

Quale?

«I cittadini devono essere fermamente convinti e mai avere qualche dubbio sul fatto che le indagini possano essere un elemento di promozione dell’indagine di chi le conduce. Sono sereno nei loro riguardi. A me interessava e interessa l’accertamento della verità, che si sia fatta chiarezza. Però è veramente intollerabile che un cittadino possa trovarsi, dalla mattina alla sera, in un dramma pur essendo innocente e incolpevole. Ci può essere, come dire, un incidente di percorso della Giustizia, che sicuramente è invasiva perché decide delle libertà e della vita delle persone. Ma questo potere invasivo deve essere ben regolamentato, circoscritto per evitare che faccia guasti. Quante altre persone sarebbero state in grado di difendersi con i miei strumenti culturali? Non tutti hanno queste capacità. Non tutti hanno risorse finanziarie per difendersi con le spese legali in una situazione del genere. Ecco perché la Giustizia deve essere molto più attenta. E su questo c’è bisogno di una Riforma e anche di una autoriforma del CSM.»

Cosa farà Lorenzo Diana nei prossimi mesi, politicamente parlando?

«Mi sono ritenuto sempre sul fronte, nella mia vita non ho mai fatto cose facili. So che la vita di un individuo non si risolve, non si salva senza gli altri. Non c’è salvezza, miglioramento a livello individuale. Noi miglioriamo se la nostra polis migliora complessivamente. Non posso star bene se non stanno bene gli altri. Ho profondo convincimento che la vita non può fare a meno della politica, l’arte più nobile verso gli altri. La politica non può non esistere. Sono sempre convinto che sia indispensabile. Da alcuni anni sono senza alcuna tessera di partito, anche perché non mi soddisfano i partiti come sono oggi. Sono amareggiato dell’abbassamento di qualità delle classi dirigenti.»

Il suo ultimo partito è stato il PD, dopo le esperiente con la Sinistra Democratica (L’Ulivo) e i Democratici di Sinistra…

«Lasciai il PD dieci anni fa, poi ho avuto una esperienza con il Sindaco di Napoli nella conduzione del Centro Agroalimentare. Poi sono rimasto senza partito…»

E il PD ha dimostrato la sua vicinanza?

«Sì, diverse persone. Ma devo dire che sono stato contattato da persone di vari schieramenti. Anche di destra e anche da molte autorità, magistrati, giornalisti.»

Antonio Bassolino, dopo la fine dei suoi processi e le assoluzioni, ha annunciato la sua disponibilità per le prossime amministrative a Napoli. Lei immagina un impegno politico in futuro?

«Il mio impegno non sarà, sicuramente, simile a quello che passato. Oggi avverto l’impegno di contribuire nel mio piccolo a far crescere la consapevolezza di una riforma della Giustizia. Ma, dall’altra parte, non mi sottraggo mai su quelle che sono state le mie scelte di vita. Una battaglia contro tutte le mafie e le ingiustizie.»

Nel suo territorio la camorra dei casalesi è stata sconfitta?

«Il clan dei casalesi è stato duramente colpito. I capi sono stati tutti arrestati. Ma come ho dichiarato in una intervista di quindici anni fa la camorra, ma soprattutto il clan dei casalesi, è una società per azioni. Quando viene arrestato un amministratore delegato viene sostituito da un altro amministratore delegato. Il restante clan dei casalesi ha sempre un capo, un reggente. Sempre. Questo vale per tutti. Anche chi resta fuori, che sia il figlio o la moglie o un familiare o un nuovo arrivo, continua quell’attività. Per cui il clan dei casalesi è indebolito, ma continua a estorcere, a gestire le attività delle sale scommesse, dello spaccio di droga. Dispongono ancora, e sempre, di patrimoni e di capitali accumulati nel tempo per cui gli imprenditori che hanno investito con la camorra, o sotto il nome della camorra, continuano ad esistere. Hanno la competenza per utilizzare le società, e i capitali, che sono state messe in piedi con la camorra. E questi sono scarsamente colpiti.»

Per la famosa spettacolarizzazione di cui parlava prima?

«Mi permetto di fare un appunto all’azione repressiva nei confronti dei clan…  

Prego…

«Talvolta, nel rincorrere la spettacolarizzazione della lotta alle mafie e alla camorra, ad ogni operazione si annuncia un colpo quasi mortale ai clan. Ma non è così. Per questa ragione si fa un cattivo servizio alla giustizia, nel momento in cui si lascia passare il messaggio di una operazione mortale. E questo, poi, si contraddice nella realtà, per cui la popolazione è sempre più sfiduciata. Sicuramente oggi lo Stato è molto più avanti, grazie alle battaglie condotte dalla società civile, da pezzi di magistratura, dello Stato, delle forze di polizia. Ma dobbiamo essere consapevoli che sia il clan dei casalesi che tanti altri clan sono indeboliti, ma non sconfitti.»

Bisogna tenere alta la guardia?

«Tenerla alta ma, soprattutto, se non si appunta il bisturi chirurgico nei momenti di difficoltà di questi clan noi li facciamo ricostruire e ricrescere. Per questo serve una magistratura molto professionale, molto attenta e consapevole. Le forze di polizia altrettanto. E una alta attenzione da parte della società. Quando calano i riflettori dell’attenzione pubblica cala anche il livello di impegno dello Stato nelle sue articolazioni. Ecco perché non si può sottovalutare. Noi dobbiamo lasciare, definitivamente, alle nostre spalle quell’antico convincimento poliziesco del contenimento delle camorre e delle mafie.»

Quando contenerli?

«Quando danno troppo fastidio. E, invece, bisogna sostituire questo principio antico, che è sbagliato, con il principio della sconfitta delle mafie e delle camorre. Ovviamente si ricostituiranno ma a un livello più basso. Se noi partiamo da questo principio attrezziamo meglio la magistratura, le forze di polizia e la società a contrastarle adeguatamente e continuatamente. Un messaggio va dato. Pure in una società sana ci sarà sempre qualcuno che commetterà dei reati e questo spiega perché, a livelli diversi, il problema della criminalità esiste in tutto il mondo. Bisogna capire non solo nel momento di alta patologia, come è accaduto nell’Italia delle stragi, ma anche in momenti meno rumorosi. In Italia, oggi, le mafie tendono alla cosiddetta politica dell’insabbiamento, per fare affari nel silenzio. Quando si spara si assiste ad un momento patologico della mafia e della criminalità. Bisogna porre attenzione anche quando non sparano. E saper capire che oggi c’è un rischio enorme

Che rischio?

«Durante questa pandemia, con la crisi economica di tanti settori, di tanti esercizi commerciali, di tante imprese chi dispone di denari, come le mafie, può accaparrarsi molte attività che oggi sono in grosse difficoltà ma che domani possono rendere. Bisogna alzare la guardia. E solo le antimafie retoriche, stupide e cieche non capiscono il problema strutturale che c’è nella società italiana che non riguarda solo il Sud, ma l’intero Paese.»

La sua condanna a morte è ancora valida?

«Mi auguro assolutamente di no, però non ci sono elementi per dire che un certo giorno abbiano deciso di rinunciare a qualcosa del passato. Un fatto è certo: quando lo Stato è più forte nell’offensiva contro la criminalità questi sono in difficoltà. Lo Stato deve far sentire la sua solidarietà sempre. Non vorrei vedere mai più una lettera della Prefettura che chiede di revocarmi la scorta, un anno e mezzo dopo le indagini, nel dicembre del 2006.»

Con quale motivazione?

«Con la risibile motivazione che risultavo indagato. Quella indagine basata sul nulla e ora è stata archiviata. Questo non può essere assolutamente il modo di stare affianco a un cittadino che sia a rischio. Avrei preferito altre motivazioni. Quindi basta che un cittadino o un delinquente faccia una denuncia, magari anche anonima, per eliminare la tutela da parte dello Stato. Vorrei ricordare che i problemi derivanti dai miei impegni contro le camorre non erano impegni rivolti al passato. Nei pochi mesi precedenti all’avviso di garanzia che mi raggiunse avevo avuto anche qualche avvisaglia minatoria.»

Per quali motivi?

«Avevo contribuito, in modo determinante, a denunciare e fare arrestare dei camorristi del clan locale di Volla perché erano venuti a sottoporre a minacce ed estorsioni gli imprenditori commercianti del mercato. Gli imprenditori ebbero paura a fare denuncia e ricevetti richiesta di aiuto. Non esitai a recarmi subito in Procura e dai carabinieri e, in pochi giorni, fu fatta una straordinaria operazione che portò agli arresti degli elementi che erano venuti a fare l’estorsione. La mia battaglia non era datata, non era rivolta al passato. In qualsiasi posto sono stato mi sono posizionato sul fronte della lotta alle camorre, anche al mercato avevo allontanato le ditte della camorra dalla gestione dei servizi. Avevo trovato le imprese di più clan napoletani e casertani. Infatti una delle accuse rivolte era quella di aver nominato un avvocato senza un avviso pubblico o gara. Ho nominato questo avvocato per difendere la società CAAN (Centro Agroalimentare di Napoli, ndr) nel giudizio, già in corso, contro la società Gesap di certo Angelo Grillo, tuttora nelle patrie galere per associazione mafiosa. Dovetti lottare con determinazione per cacciare dal mercato questa società che risultava essere in odore di camorra. Problemi che stavo affrontando in quei mesi, in cui è pervenuto l’avviso di garanzia. Questo era riscontrabile presso l’Arma dei carabinieri e presso la Procura. Non penso che una persona collusa vada a denunciare i personaggi con cui sarebbe colluso. Ho toccato con mano una certa approssimazione di una indagine che ha portato a guardare il clamore.»                                

Terza ed ultima parte

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

——————————————————————-

LEGGI ANCHE:

– PRIMA PARTE.«Sono stato giudicato da un tribunale morale»

– SECONDA PARTE. «Bisogna riformare la giustizia»

«Bisogna riformare la giustizia»

CASO DI MALAGIUSTIZIA. L’INTERVISTA/Seconda parte. PARLA LORENZO DIANA, già Senatore della Repubblica (tre legislature), minacciato e condannato a morte dalla camorra casertana. Da sempre impegnato a combattere il sanguinario clan dei casalesi. L’unico politico preso come esempio positivo da Roberto Saviano nel libro Gomorra. Nel 2015 il fulmine a ciel sereno: viene accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Un calvario durato quasi sei anni. Da qualche mese sono cadute tutte le accuse. Abbiamo raccolto la sua testimonianza: «Migliaia di persone si sono fatte sentire vicine, sin dal primo giorno delle indagini. Però devo anche constatare che molte persone hanno scelto la strada dell’allontanamento, dell’attendismo.»

«Bisogna riformare la giustizia»
Lorenzo Diana (foto profilo fb Roberto Saviano)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Abbiamo iniziato, l’altro giorno, una conversazione con Lorenzo Diana. Già Senatore della Repubblica italiana e componente della commissione Antimafia, impegnato da una vita a lottare contro il crimine organizzato. Per il suo impegno, civile e politico, è stato condannato a morte dal sanguinario e schifoso clan dei casalesi. Nel 2015 ha conosciuto e toccato con mano, mentre era alla guida del Centro Agroalimentare di Napoli, l’altra faccia dello Stato. Quella cieca, sorda, che rappresenta una giustizia malandata. «Da riformare» ripete con convinzione Diana.

Due avvisi di garanzia, l’allontanamento dal proprio territorio, l’interdizione dai pubblici uffici. Accuse gravi, tra cui un concorso esterno per associazione camorristica.

Un lungo calvario, durato quasi sei anni, per chi ha gettato il proprio corpo nella lotta. Nel Paese impregnato dalle secolari mafie il “garantismo” (parola inutile, insieme a “giustizialismo”) viene continuamente applicato a corrente alternata. Nel suo caso, non come in altri, quegli avvisi sono stati trasformati in condanne. E il nuovo mostro (quanti ne sono stati creati in questo Paese orribilmente sporco?) viene sbattuto in prima pagina.

Da martello (contro il clan) diventa incudine (accusato di aver favorito i camorristi che ha denunciato nel corso della sua vita).

Nel maggio 2019, la Procura chiede la prima archiviazione. Svanisce la prima accusa. L’incubo è finito il mese scorso. Anche l’altra accusa, la più infamante (aver agevolato la camorra), è caduta nel vuoto, miseramente. Lorenzo Diana, secondo i magistrati, non ha mai commesso quei reati contestati. Però è stato definito, nella fase preliminare delle indagini, “personalità doppiamente trasgressiva”, “persona senza remore a commettere reati”, “solo formalmente incensurato”. È questa una giustizia giusta?

Nel Paese, storicamente governato da politici corrotti, collusi e mafiosi, l’ex Senatore ha dovuto subire, «per mesi e mesi», la gogna mediatica. Mentre per altri (ancora sulla scena politica nazionale e regionale) la fedina penale sporca continua a fare curriculum.

In questa seconda parte riprendiamo il dialogo con l’ex segretario della commissione Antimafia. Abbiamo diviso l’intervista in più parti per dare la possibilità a Diana di raccontare il suo punto di vista, senza «omettere» nulla.         

Servivano le misure che le sono state comminate?

«Il divieto di dimora è durato appena 19 giorni. Mi fu comminato il 3 luglio e dopo 19 giorni lo stesso Gip, senza che noi andassimo a riesame, ritira quel provvedimento. La sensazione è che siano servite solo a dare il clamore della notizia dell’allontanamento. L’interdizione dai pubblici uffici, che era per un anno, appena arrivammo a presentare i ricorsi, fu annullata dallo stesso Tribunale. Quindi due misure cadute immediatamente. E sono stato allontanato dalla presidenza del Centro Agroalimentare. Ero stato chiamato dal sindaco di Napoli.»

Lei ha condiviso la scelta del sindaco De Magistris?

«Penso sia stato un atto affrettato.»

Perché?

«Eravamo di fronte a un avviso di garanzia, si potevano leggere le carte e capire. Il mercato è andato avanti per alcuni mesi con me, legittimo presidente, però si riuniva senza di me. Penso che si poteva meglio ponderare, però capisco che l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa creasse qualche problema.»

Il sindaco di Napoli come ha comunicato la sua decisione?

«Lo appresi dalla stampa. Per mio costume e scelta, in questi cinque anni e mezzo, ho dato battaglia per difendere la mia onorabilità, forte della convinzione che non poteva non finire così.»

Ritorniamo alla magistratura…

«Penso che nella magistratura ci sia da riflettere. Su questa commistione, di convinzione da tribunale morale, che diventa una convinzione autoritaria. Una cultura autoritaria congiunta al carrierismo, cercato con il clamore delle indagini. Questa inchiesta che mi riguardò fu sparata con un clamore senza precedenti per diversi mesi e alla fine si è rivelata un nulla. Meritavo tanto clamore? La stessa mattina della notifica degli avvisi non parte un percorso giudiziario, ma un processo mediatico che si sostituisce del tutto a quello giudiziario. Penso che sia necessario affrontare il problema anche dei processi mediatici.»

Perché?

«Ho la sensazione che alcuni pubblici ministeri quasi non credano loro stessi nell’indagine, nel percorso giudiziario previsto dalla legge. E come se sapessero che è difficile arrivare ad un processo e a una sentenza. Per cui alla fine viene anticipata la pena con una gogna mediatica.»

Quello che è successo a lei?

«Sono stato sottoposto ad una pena da cittadino innocente, nel corso delle indagini preliminari. Già lo stesso giorno finii sui telegiornali nazionali come il mostro. Questo non mi è stato più ripagato.»

Come si ripaga una cosa del genere?

«Con la riforma della giustizia, per eliminare alcune aberrazioni di una giustizia che funziona.»

Possiamo entrare nel merito?

«Le gogne mediatiche sono assurde, soprattutto, se precedenti ad una sentenza. A parte il fatto che c’è un principio costituzionale che garantisce la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Ma, per lo meno, fino alla sentenza di primo grado.»

Questo esiste sulla carta?

«Di fatto non c’è. Quindi una riforma deve, a mio parere, rimuovere le gogne mediatiche che diventano negazione dello Stato di diritto, del principio di giustizia e del principio di presunzione di innocenza. Dall’altra parte, bisogna affrontare i tempi della giustizia. Una giustizia così lenta, che ci impiega cinque anni e mezzo solo per archiviare un’indagine. E se fosse andata a processo quanti altri anni sarei stato sotto la gogna mediatica? Ma una giustizia così lenta, che non colpisce adeguatamente i colpevoli e crea problemi anche al cittadino innocente, non funziona. E se fossi stato un imprenditore? Ora mi si riconosce la mia innocenza. Ma la mia impresa sarebbe andata in fallimento. Questo è accaduto anche con il Centro AgroAlimentare.»

Cosa è accaduto?

«Quando arrivai aveva una perdita di cinque milioni di euro all’anno. In due anni lo portai in attivo, recuperai 140 lavoratori che erano stati licenziati prima. Ma sicuramente non è stato indolore il mio allontanamento. Dobbiamo riflettere sulla devastazione di atti e di questo uso abnorme delle misure già nel corso delle indagini preliminari, quando non ci sono elementi per valutare. E oggi posso dirlo con forza, perché non sono io a dichiararlo ma sono gli stessi magistrati che hanno iniziato il tutto. Non dobbiamo attendere più ad affrontare i temi della giustizia. Aggiungiamo le degenerazioni del correntismo, il tema del carrierismo denunciato dentro il CSM ma, soprattutto, nell’ANM. Da anni c’è un dibattito su questo. Queste questioni stanno creando seri problemi nella magistratura. L’indagine non diventa importante perché si fa clamore, l’indagine diventa importante se raggiunge il proprio scopo. Un problema che riguarda la giustizia, il parlamento e la stampa. C’è un corto-circuito che, ormai, tocca milioni di italiani. Bisogna riformare la giustizia. Nessuno più deve subire un trattamento simile al mio.»

Non ha insegnato nulla la vicenda di Enzo Tortora?

«Ci sembrava tanto lontana questa vicenda. Ma temo che sia molto attuale e presente. Ha insegnato molto poco. Il CMS, insieme al legislatore, dovrebbe riflettere su una cosa: gli indici di fiducia della magistratura, da molti anni, sono in netto crollo. Sono molti gli italiani che si vedono sbattuti come mostri, con un avviso di garanzia e una misura cautelare, e poi ignorati nel momento in cui vengono scagionati, prosciolti o assolti. Ho dovuto scrivere ad alcuni media per chiedere che mi sia ripristinata l’immagine. Televisioni e alcuni giornali avevano realizzato servizi e scritto articoli su di me, ma non hanno scritto un rigo, un trafiletto quando sono stato totalmente scagionato da qualsiasi accusa. Questo non è da Stato di diritto ed è un problema che si pone.»

Serve una giustizia diversa?

«Senza una giustizia moderna, veloce, efficiente, efficace il Paese non andrà da nessuna parte. Oggi subiamo il peso di una giustizia che non è più tale. Ho dato la mia vita a sostegno della giustizia e lo rifarei completamente.»

In questi anni si è sentito solo?

«Le mie battaglie, la mia presenza nel tempo lungo mi ha fatto dono di migliaia di persone che si sono fatte sentire vicine, sin dal primo giorno delle indagini. Però devo anche constatare che molte persone hanno scelto la strada dell’allontanamento, dell’attendismo. Perché c’è una mitizzazione acritica dell’intera magistratura. E così non può essere. Persino nel mondo dell’associazionismo antimafia ho dovuto registrare tante prese di posizione. Alcune associazioni, come Articolo21 e il Premio Borsellino, non mi hanno mai fatto mancare la solidarietà. Mi hanno voluto sempre presente alle loro iniziative. Lo hanno dichiarato in tutti modi. Ho avuto sostegni inaspettati di più personalità, come il professore Giovanni Verde, già vice presidente del CSM che fece un editoriale stupendo a mia difesa, criticando certa giustizia. Molti magistrati si sono dichiarati a mio favore, come CantoneArdituro e diverse altre persone. Devo però dire che pezzi dell’associazionismo hanno taciuto. Ho registrato dei silenzi che fanno rumore.»

Il sindaco De Magistris l’ha chiamata?

«Mi ha mandato un messaggio. Ho avuta tanta vicinanza e solidarietà ma anche tanti silenzi, abbandoni, allontanamenti che erano del tutto ingiustificati. Qualcuno ha dichiarato “forse dovevamo capire meglio”. Ma non ho capito cosa avessero da capire. Ci sono troppe persone che hanno una mitizzazione della magistratura e c’è un’antimafia molto retorica, molto formale. Mi ritengo una persona che ha combattuto la camorra sul campo. Non da lontano, non fuori dal regno dei camorristi ma dentro il loro regno, senza risparmio, senza presunzione. Con un principio che penso di aver contribuito ad affermare: tenere assieme l’impegno sociale e politico, l’impegno istituzionale, la collaborazione con lo Stato, la magistratura e le forze di polizia. Quella collaborazione mi ha portato a dialogare persino con capi della polizia, con prefetti, con magistrati, con procuratori e, persino, con Presidenti della Repubblica.»

Chi sono i Presidenti della Repubblica?

«Ho avuto due atti di forte attenzione da parte di più Presidenti della Repubblica, fra questi voglio ricordare Ciampi che nel 2003, il giorno del suo compleanno, venne in visita nel mio Comune nativo, San Cipriano d’Aversa, che non ha mai visto nella sua storia l’ombra di un Presidente della Repubblica. Venne in quel Comune e diede un segnale forte di vicinanza e sostegno alla nostra lotta di Liberazione della camorra. Come anche il presidente Napolitano, durante i mesi di mattanza da parte del killer Setola, che non esitò a ricevermi immediatamente, nel giro di quattro giorni, dalla mia richiesta per discutere di cosa potesse essere fatto per fermare quel pericolo che circolava per la nostra terra. Sono cresciuto in questa sinergia che mi ha caratterizzato. Per queste ragioni mi ha fatto male vedere, da una parte, questa azione non troppo attenta da parte di pezzi di Stato ma, dall’altra parte, sempre con maggior fastidio quel pezzo di antimafia retorica che non si misura mai sul campo, che diventa esclusivamente parolaia. Talvolta c’è la tendenza a volersi confondere come punta di diamante. Questo non aiuta l’antimafia.»

Come deve essere l’antimafia?

«Efficace, silenziosa, capace di costruire e non ripetere concetti come litanie poco credibili. Ho sentito molte litanie in convegni e nelle scuole di cui coloro che ascoltano farebbero facilmente a meno. L’antimafia più credibile è quella che parla con i fatti e con impegni non rumorosi.»

Lei viene accusato da Antonio Iovine, già boss dei casalesi, oggi collaboratore di giustizia. Oltre ad una riforma della giustizia bisognerebbe pensare anche ad una riforma dei collaboratori di giustizia?

Seconda parte/continua

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata

——————————————————————–

LEGGI ANCHE:

– PRIMA PARTE. «Sono stato giudicato da un tribunale morale»

«Sono stato giudicato da un tribunale morale»

CASO DI MALAGIUSTIZIA. L’INTERVISTA/Prima parte. PARLA LORENZO DIANA, già Senatore della Repubblica (tre legislature), minacciato e condannato a morte dalla camorra casertana. Da sempre impegnato a combattere il sanguinario clan dei casalesi. L’unico politico preso come esempio positivo da Roberto Saviano nel libro Gomorra. Nel 2015 il fulmine a ciel sereno: viene accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Un calvario durato quasi sei anni. Da qualche mese sono cadute tutte le accuse. Abbiamo raccolto la sua testimonianza: «Ho dovuto toccare con mano che c’è stato un modo molto approssimativo, raffazzonato nel condurre le indagini. Addirittura con forzature e distorsione di documenti, arrivando a falsare la realtà. Arrivando a non riscontrare, nelle stanze dello Stato, delle procure, delle prefetture, nelle carte dei processi in cui avevo dato testimonianza, le minacce subite.»

«Sono stato giudicato da un tribunale morale»
Lorenzo Diana (a sinistra) con don Aniello Manganiello

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Questa storia inizia il 3 luglio del 2015. Sono passati quasi sei anni da quella giornata particolarmente maledetta. I carabinieri bussano alla porta di Lorenzo Diana, già Senatore della Repubblica, per tre legislature, segretario della commissione Antimafia. Un uomo delle Istituzioni, impegnato da una vita a contrastare i clan della camorra casalese, nel suo territorio. A San Cipriano d’Aversa, in provincia di Caserta. La sua tenacia induce i criminali a minacciarlo in diverse occasioni. L’azione dei farabutti è costante e porta i camorristi a prendere una decisione definitiva: Lorenzo Diana deve morire. Arriva la condanna a morte. Nonostante le sue battaglie trentennali il Senatore diventa ostaggio di una giustizia ingiusta. Siamo nel Paese di Sciascia, dove tutto può succedere. E succede sempre di tutto e il contrario di tutto.

«Il ricordo di dolore di quella giornata – ha ricordato Diana su Articolo21.it – resta come una cicatrice che non si cancella. Da quel giorno un semplice avviso di garanzia sospese la mia vita privata, sociale, politica, istituzionale e niente potrà restituirmela, nemmeno il sopraggiunto provvedimento di archiviazione delle indagini.»
 

Due indagini e due avvisi di garanzia. Viene imposto il divieto di dimora nella sua regione di appartenenza, la Campania, e l’interdizione dai pubblici uffici. In poche ore è costretto ad abbandonare la sua abitazione, i suoi familiari, il suo territorio. Trattato come un pericoloso criminale. Come coloro che aveva combattuto in trent’anni di impegno civile e politico.

«Ha vissuto – ha scritto Roberto Saviano su l’Espresso di qualche giorno fa – osservando da vicino l’emergere del potere di Bardellino e di Sandokan, le faide, i massacri, gli affari. Può, più di ogni altro, raccontare quel potere, e i clan temono la sua conoscenza e la sua memoria. Temono che da un momento all’altro possa risvegliarsi l’attenzione dei media nazionali sul potere casalese, temono che in Commissione Antimafia il senatore possa denunciare ciò che ormai la stampa ignora, relegando tutto a crimine di provincia. Lorenzo Diana è uno di quei rari uomini che sanno che combattere il potere della camorra comporta una pazienza certosina, quella di ricominciare ogni volta da capo, dall’inizio, tirare a uno a uno i fili della matassa economica e raggiungerne il capo criminale. Lentamente ma con costanza, con rabbia, anche quando ogni attenzione si dilegua, anche quando tutto sembra davvero inutile e perso in una metamorfosi che lascia alternare poteri criminali a poteri criminali, senza sconfiggerli mai».
 

Una vita, è giusto ribadirlo, fatta di lotte alla criminalità. Questa è la storia di un uomo messo alla gogna, per troppi anni. A dicembre il gip Giordano, su richiesta del pm Maresca della procura di Napoli, ha archiviato l’ultima delle due indagini. Relativa ad un ipotizzato abuso d’ufficio. La questione ruotava intorno alla nomina di un avvocato. «Che da presidente del CAAN, il Centro Agroalimentare di Napoli – spiega Lorenzo Diana -, avevo dovuto nominare per la difesa nel giudizio contro la società Cesap, appartenente ad un noto camorrista tuttora detenuto.»

Ma è l’altra indagine che infama ancora di più. Il presunto concorso esterno in associazione camorristica. «Mi veniva rivolta l’accusa di essere stato “facilitatore” del clan nella realizzazione della metanizzazione del mio territorio da parte della cooperativa CPL-Concordia, azienda leader del settore, nei primi anni 2000.»

Abbiamo sentito il senatore Lorenzo Diana, per raccogliere la sua testimonianza. E per capire come può accadere, in un Paese civile (?), tutto questo. Come è possibile passare, da un giorno all’altro, da una sponda all’altra. Da simbolo dell’Antimafia a colluso e corrotto, complice della camorra. Ovviamente, secondo le accuse infamanti. Miseramente cadute. «Mi sono sentito liberato di un’accusa infamante per me.»

Perché infamante?

«Molto infamante per me che ho speso un’intera vita nel combattere la camorra, l’illegalità, con sacrifici non indifferenti, e anche con seri rischi. Non tanto per la mia persona, ma anche per chi mi è stato vicino, per i familiari e per gli amici.»

Cosa ha provato in questi anni?

«Una amarezza congiunta alla serenità di sapere che ne sarei uscito a testa alta, perché sapevo di non aver nulla di cui pentirmi. Sapevo di non aver fatto nulla di illecito, sapevo di aver dato l’intera vita nella battaglia contro la camorra, quando lo Stato non c’era. Sapevo di aver dato tutto me stesso per accendere i riflettori su una zona oscura, su un territorio, su clan ignorati. E, grazie a Dio, con le nostre battaglie riuscimmo ad attirare l’attenzione della magistratura, dello Stato, dei media. E anche di Roberto Saviano che, con il suo libro Gomorra nel 2006, sicuramente ci ha dato una forte mano ad accendere i riflettori su una camorra molto pericolosa che, fino a pochi anni prima, lo Stato aveva ignorato.»

Come possiamo definire questa storia? Una svista? Un errore?

«Ho riflettuto molto su questo. È stato anche un tormento per me vedere quasi due facce dello Stato: da una parte quello Stato che mi ha tutelato per ben 21 anni con una scorta che non mi ha lasciato mai e anche quella mattina del 3 luglio, in cui fui raggiunto dagli avvisi di garanzia. Ero da una parte con la scorta che mi accompagnava e mi tutelava e dall’altra parte avevo i carabinieri che, invece, mi intimavano di lasciare la mia Regione, avendo ricevuto due misure cautelari. Una di divieto di dimora nella mia Regione e l’altra di interdizione dai pubblici uffici. Ecco, due facce dello Stato. E mi sono chiesto come sia possibile.»

Che idea si è fatto?

«Ho pensato che da sempre ci siano più facce dello stesso Stato. Falcone e Borsellino hanno conosciuto tante facce dello Stato, non solo di condivisione, di solidarietà e di sostegno. Ma anche di pezzi di Stato che li hanno contrastati. Ovviamente, nessun rapporto indebito con la mia persona con questi due grandi uomini della Repubblica.»

Come è stato possibile?

«Queste indagini erano doverose, non contesto di essere stato indagato. Nessun cittadino può essere al di sopra della legge e del controllo di legge. Però mi chiedo perché non si sia indagato presto, riscontrate le notizie che gli stessi pubblici ministeri hanno dichiarato infondate. Come mai non è stato fatto presto e bene un riscontro per liberare il campo. Ho dovuto toccare con mano che c’è stato un modo molto approssimativo, raffazzonato nel condurre le indagini. Addirittura con forzature e distorsione di documenti, arrivando a falsare la realtà. Arrivando a non riscontrare, nelle stanze dello Stato, delle procure, delle prefetture, nelle carte dei processi in cui avevo dato testimonianza, le minacce subite.»

Possiamo spiegare meglio questo aspetto?

«Nel fascicolo delle indagini sono state omesse delle dichiarazioni che chiudevano la partita subito.»

Che significa?

«Vengono utilizzate delle dichiarazioni molto fumose di alcuni collaboratori di giustizia, che io avevo combattuto quando loro erano boss. Quegli stessi boss che avevano partecipato al vertice del clan che decise la mia condanna a morte. Avendoli combattuti non era molto difficile cercare di chiedersi se lo facessero per vendetta. Ma erano dichiarazioni fumose, come ha avuto a dichiarare sulla stampa, una settimana dopo l’avviso di garanzia, il PM che indagava su questi personaggi.»

Cosa dichiarò questo magistrato?

«Che questi collaboratori di giustizia non avevano detto nulla su Lorenzo Diana.»

E cosa succede?

«Successivamente abbiamo scoperto, io e il mio avvocato, che uno dei collaboratori che veniva citato nelle indagini, il braccio destro di Michele Zagaria, l’ultimo più potente capo del clan dei casalesi, interrogato dal pubblico ministero Maurizio Giordano, nel carcere di Carinola, ebbe a dichiarare quali fossero i politici amici del clan, ovviamente non riguardava me, ma quando il PM incalza il collaboratore e chiede se avessero qualche politico nemico, il collaboratore cita solo il mio nome.»

Cosa dice il “pentito”?

«Che Lorenzo Diana era inavvicinabile ed era sempre in guerra contro il clan. Questa dichiarazione, che è stata fatta contestualmente alle indagini svolte sul mio conto, perché non è stata inserita dentro il fascicolo?»

Chi è il responsabile di questa “omissione”?

«Penso che la polizia giudiziaria, quella che ha svolto le indagini, sia stata molto frettolosa. E mi sono posto qualche interrogativo.»

A quale conclusione è arrivato?

«Ho avuto un rapporto storico di collaborazione con le forze di polizia, con l’Arma dei carabinieri, con i magistrati. Alla fine penso che ci sia qualche elemento che desta inquietudine. Vedo una specie di deriva autoritaria in alcuni pezzi di forze di polizia, che stimo molto. Che ho visto essere molto capaci e al servizio dello Stato. Ma ci sono dei pezzi, anche purtroppo della magistratura, che si ritengono essi stessi la legge.»

Quindi, per capire bene, c’è stata una manina che ha sottratto delle prove?

«Non penso che ci sia stata una manina o un disegno. Penso, invece, che questa concezione autoritaria di ritenersi essi stessi la legge e tutto il resto della società, della politica, delle Istituzioni e, anche, dell’associazionismo antimafia non valga nulla, che abbia sempre connivenze, rapporti di collusione. Questo pregiudizio culturale porta a fare degli errori micidiali. Non penso ad un complotto, ma questo pregiudizio porta a fare passi frettolosi che vanno a confermare che la società è corrotta e persa, che la politica è tutta compromessa, che nelle Istituzioni e, anche, nel mondo antimafia quando qualcuno fa qualcosa lo fa sempre per altri reconditi motivi. La mia vicenda ha avuto grande clamore.

Da cittadino incolpevole, innocente, come riconoscono i magistrati che hanno indagato, ho dovuto subire due misure cautelari, sono stato allontanato da casa come un bandito, sono stato allontanato dalla direzione del Centro Agroalimentare di Napoli perché risultavo colpevole di nulla, come si è scoperto. Sono stato sottoposto ad un processo mediatico tremendo. Fui sbattuto nei telegiornali nazionali, su tutti i giornali italiani per anni, non per qualche giorno, come il mostro che era stato scoperto essere un falso paladino dell’anticamorra che, invece, aveva connivenze. Queste sono le misure che ho dovuto subire, che non penso nascano da complotti, ma da pregiudizi che sono pericolosi per la giustizia. Ecco perché denuncio una deriva autoritaria in alcuni pezzi delle forze di polizia e della magistratura. Un pregiudizio moralistico.»

Lei si riferisce agli avvisi di garanzia?

«Negli avvisi di garanzia ci sono tre definizioni nei miei riguardi che non hanno alcun supporto giuridico che fanno a pugni con la legge. Vengo definito una volta come “personalità doppiamente trasgressiva”, un’altra volta come “persona senza remore a commettere reati” e poi, con una definizione un po’ risibile, “solo formalmente incensurato”.

Cosa significa “solo formalmente incensurato”?

«Non lo so, non so cosa significa in italiano e nel linguaggio giuridico. Se sei incensurato, e lo sono, non puoi esserlo solo formalmente. Queste tre definizioni nascono da un pregiudizio moralistico e dal ritenersi come tribunale morale sui cittadini. Questo è accaduto nel corso delle indagini preliminari, quando loro non sapevano ancora nulla, stavano ancora verificando. Hanno sparato su di me giudizi moralistici, violando la legge. C’è ancora qualche pezzo di magistratura e di forze di polizia che si erge a tribunale morale. Ecco perché ho parlato di un virus di autoritarismo e carrierismo.»

Servivano le misure che le sono state comminate?

Prima parte/continua

WORDNEWS.IT © Riproduzione vietata