AUGURI Antonio GRAMSCI

Antonio Gramsci

AUGURI Antonio GRAMSCI.

Ales (Sardegna), 22 gennaio 1891.

“Sono Pessimista con l’intelligenza, ma Ottimista per la volontà”

#letteredalcarcere

#antoniogramsci

#compagno

#comunista

#uccisodaifascisti

La tomba di Gramsci, cimitero acattolico, Roma

Le ceneri di Gramsci #ppp

Uno straccetto rosso,

come quelloarrotolato al collo ai partigianie,

presso l’urna, sul terreno cereo,

diversamente rossi, due gerani.

Lì tu stai, bandito e con dura eleganza

non cattolica, elencato tra estranei

morti: Le ceneri di Gramsci…

Trasperanza

e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato

per caso in questa magra serra, innanzi

alla tua tomba, al tuo spirito restato

quaggiù tra questi liberi.

(O è qualcosadi diverso, forse, di più estasiato

e anche di più umile, ebbra simbiosi

d’adolescente di sesso con morte…)

E, da questo paese in cui non ebbe posala tua tensione,

sento quale torto – qui nella quiete delle tombe – e insieme

quale ragione – nell’inquieta sorte

nostra – tu avessi stilando le supreme

pagine nei giorni del tuo assassinio.

Ecco qui ad attestare il seme

non ancora disperso dell’antico dominio,

questi morti attaccati a un possesso

che affonda nei secoli il suo abominio

e la sua grandezza: e insieme, ossesso,

quel vibrare d’incudini, in sordina,

soffocato e accorante – dal dimesso

rione – ad attestarne la fine.

#pierpaolopasolini

La Cultura #gramsci

“Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri (…) Cosicché essere colto, essere filosofo lo può chiunque voglia.”

#antoniogramsci

#cultura

#scuole

#ragazzi

AUGURI #AntonioGramsci

AUGURI Antonio GRAMSCI. Ales (Sardegna), 22 gennaio 1891.
“Sono Pessimista con l’intelligenza, ma Ottimista per la volontà”

#letteredalcarcere
#antoniogramsci #compagno #comunista #uccisodaifascisti

Odio gli indifferenti

Antonio Gramsci
Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città.
Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti. E’ la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.
L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera.
E’ la fatalità; e ciò su cui non si può contare; e ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza» e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non e tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non e altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo.
Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non é responsabile.
Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente,
ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che e successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano cosi la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi da noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli
indifferenti.

Antonio Gramsci, «La Città Futura», 1917

MONICELLI, UN’EREDITÀ RIVOLUZIONARIA

Il regista tornò per primo a sdoganare la ’parola proibita’

MONICELLI, UN’EREDITÀ 

RIVOLUZIONARIA

L’appello seguito dai cortei dei giovani: “la speranza è una trappola dei padroni”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Spero che finisca con una bella rivoluzione. La rivoluzione non c’è mai stata in Italia. C’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, in Russia, in Germania, dappertutto meno che in Italia. Ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto. Da trecento anni schiavo di tutti. Se vuole riscattarsi, il riscatto non è una cosa semplice. E’ doloroso, esige anche dei sacrifici. Se no, vada alla malora – che è dove sta andando, ormai da tre generazioni”. Queste le parole utilizzate dal maestro Mario Monicelli nell’intervista rilasciata al giornalista Stefano Bianchi.

L’invito rivolto ai giovani durante una delle sue ultime apparizioni in televisione, ad Annozero, nel programma (oggi cancellato dalla programmazione Rai) di Michele Santoro. Era il 25 marzo 2010. Il grande regista, oggi, non c’è più. Sorprese tutti buttandosi dal quinto piano del reparto di urologia del San Giovanni di Roma.

Ma cosa è cambiato dall’appello di Mario Monicelli? Quanto è stata usata la parola ’rivoluzione’? In che contesti? Per capire la portata delle sue parole basta digitare due termini (“rivoluzione” e “mario monicelli”) su google: 420mila i risultati. L’appello rivolto ai giovani, tramite il suo testamento per il futuro del Paese, è stato utilizzato proprio dagli studenti durante diverse manifestazioni contro la riforma Gelmini (ormai ex Ministro dell’Istruzione pubblica). Su uno striscione la risposta dei giovani al maestro: “Ciao Mario, la faremo ‘sta rivoluzione…”.

In diversi cortei è stata utilizzata la parola ’rivoluzione’. Dopo tanti anni è stato sdoganato un termine che sembrava sparito. Nascosto nelle nostre paure. Pochi, prima di Monicelli, osavano pronunciare al grande pubblico la parola ’rivoluzione’, riferita alla situazione italiana. Alla dignità del popolo ’sottoposto’. Una parola che faceva quasi paura. Un termine utilizzato già, in un discorso del 1922, da Antonio Gramsci “esistenza di condizioni mature per una rivoluzione proletaria. Dopo due mesi da quell’intervento arrivò la marcia su Roma di Benito Mussolini e la lunga dittatura fascista. Un èpssibile parallelo con l’Italia di oggi. Con la dittatura mediatica dell’ex premier Silvio Berlusconi. Un parallelo fatto anche daMonicelli ai microfoni di Annozero: “gli italiani, gli intellettuali, gli artisti sono stati vent’anni sotto un governo fascista, ridicolo, con un pagliaccio che stava lassù. Avete visto quello che ha combinato. Ci ha mandato l’Impero, le falangi romane lungo via dell’Impero; ha fatto le guerre coloniali, ci ha mandato in guerra. Eravamo tutti contenti, che c’era uno che guidava lui, pensava lui, “Mussolini ha sempre ragione”, tutti stavano “bòni e zitti”. Adesso il grande imprenditore (Berlusconi, ndr) ha detto: “Lasciatemi governare, votatemi, perché io mi sono fatto da solo, sono un lavoratore, sono diventato miliardario, vi farò diventare tutti milionari”. Gli italiani sono fatti così: vogliono che uno pensi per loro. Se va bene, va bene. Se va male, poi lo impiccano a testa sotto”.

Ma la rivoluzione non va di pari passo con la ’speranza’. Che non porta alla rivoluzione, ma all’attesa infinita. Sempre secondo Monicelli: “la speranza è una trappola. Una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni, quelli che ti dicono “state buoni, zitti, pregate, che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà, perciò adesso state buoni, tornate a casa – sì, siete dei precari, ma tanto fra due-tre mesi vi assumiamo ancora, vi daremo un posto. State buoni, abbiate speranza”. Mai avere la speranza. La speranza è una trappola, è una cosa infame, inventata da chi comanda”.

E chi comanda non vorrebbe mai la rivoluzione, il cambiamento degli assetti istituzionalizzati. Monicelli ci ha lasciati con un invito. Preso al volo da diverse popolazioni confinanti. Realtà che per molti anni hanno subito la prepotenza del ’potente’ di turno. Ma perché solo in Italia questa parola non è stata mai utilizzata in concreto? Perché questa speranza di riscatto non sembra fatta per il popolo italiano? E’ solo una questione di opportunismo del popolo? Perché ancora non scoppia una rivoluzione in Italia? A rispondere è il filosofo Umberto Galimberti: “Marx ricordava agli operai ‘guardate voi non siete dei soggetti storici, voi siete co-storici’. Diceva: ‘la storia la fanno quelli che hanno i soldi, i vostri padroni, gli imperatori, i principi, la fanno gli eserciti, i potentati. Dovete prendere coscienza di classe. Se fate degli scioperi belli lunghi morirete di fame, ma costringerete la storia a includervi’. E la cosa è stata vera. Perché l’inclusione della classe operaia è avvenuta attraverso la presa di coscienza che il sistema sta in piedi sul loro lavoro. Ma bisogna ricominciare tutto da capo. I giovani che sono in una situazione spaventosa. Perché oggi non scoppia la rivoluzione? Perché il servo e il signore sono dalla stessa parte e sopra di loro c’è quella dimensione anonima che si chiama mercato, tecnica finanziaria, investimenti. Ecco la rassegnazione giovanile”. Per Monicelli: “Gli italiani hanno perso l’orgoglio e la spinta personale. La speranza è una trappola inventata da chi comanda, ci vorrebbe la rivoluzione”.

da lindro.i di venerdì 9 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Monicelli-un-eredita,4949#.TvRrRTXojpk