Apparati dello Stato in via D’Amelio per attendere la strage e rubare l’Agenda Rossa

L’INTERVISTA/Seconda ed ultima parte. Parla Angelo Garavaglia Fragetta, uno dei fondatori del Movimento Agende Rosse e collaboratore di Salvatore Borsellino. «Tutti sapevano che da qualche tempo Paolo teneva questa Agenda. Ucciderlo e basta non aveva senso. Bisognava anche arrivare a prendere quella borsa e, soprattutto, prendere quell’Agenda.»

Apparati dello Stato in via D’Amelio per attendere la strage e rubare l’Agenda Rossa
Fotogrammi (strage via D’Amelio) gentilmente concessi da Angelo Garavaglia Fragetta

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Questa è la prima volta che viene fuori. Questa è una novità assoluta. Quando ho proiettato il video con questo aggiornamento alla presenza di un magistrato da sempre impegnato nella lotta alla mafia mi ha guardato e ha detto: ‘questo non è materiale giornalistico, questo è materiale per gli investigatori’».

Queste sono le parole pronunciate da Angelo Garavaglia Fragetta, uno dei fondatori del Movimento delle Agende RosseLa sua teoria l’abbiamo raccolta nella prima parte di questa lunga intervista. «Il PM Cardella vede la borsa nell’ufficio di La Barbera e la reperta il 5 novembre. Più di un mese dopo La Barbera chiede a Maggi di produrre una relazione di servizio che giustifichi la presenza della borsa nel suo ufficio. La borsa (“in pelle marrone, chiusa e bruciacchiata”, nda) sembra essere o dentro o accanto un sacchetto di plastica. Vengono repertare le cose che ci sono all’interno della borsa e del sacchetto. Ci sono varie cose. E poi c’è anche un biglietto con su scritto ‘Ritrovato sul luogo della strage, assistente Francesco Maggi’.

Questo bigliettino, secondo me, è il motivo per cui Arnaldo La Barbera chiede a Francesco Maggi di fare la relazione di servizio».

E in questi anni nessuno ha mai sentito l’assistente Maggi su questo fatto. Perché? In questo modo sono state condotte le indagini? Ma sono state condotte le indagini? 

Quanti anni sono passati dall’eccidio di via D’Amelio? Perché aleggia ancora questo segreto intorno all’Agenda Rossa di Paolo Borsellino? Chi l’ha fatta sparire? Chi la sta utilizzando come «arma di ricatto»?

«L’Agenda Rossa non doveva essere distrutta, doveva sparire – secondo Salvatore Borsellino -. E c’era chi attendeva in via D’Amelio che ci fosse quella esplosione per mettere in atto tutto quello che è stato fatto. L’Agenda Rossa doveva sparire altrimenti l’assassinio di Paolo non sarebbe servito a nulla. E, sicuramente, non interessava alla mafia farla sparire.»

L’Agenda Rossa è sparita, come è sparito il contenuto delle agende elettroniche di Giovanni Falcone, come è sparito il pc dalla Procura della Repubblica di Palermo (con 10 anni di indagine su Matteo Messina Denaro), come è sparito il contenuto della cassaforte di Totò Riina (a seguito della mancata perquisizione della sua abitazione dopo la “consegna” da parte di Provenzano), come sono sparite le carte del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Come sono sparite le prove in tante altre circostanze.

In questo Paese tutto sparisce. Compresa la verità.

Riprendiamo l’ultima parte dell’intervista con Angelo Garavaglia Fragetta, perché noi continueremo a seguire questa storia.

E ripartiamo da via D’Amelio, pochi minuti dopo la strage. Quante asportazioni della borsa di Borsellino ci sono state?

«Partendo dal presupposto che questa ultima asportazione (quella di Maggi, nda) sembra la più inverosimile, guardando tutti i video e riascoltando tutte le testimonianze, credo di aver individuato la seconda asportazione della borsa, quella di cui parla Ayala. Mettere insieme la testimonianza di Ayala e quella di Arcangioli è praticamente impossibile. Ho sempre pensato che uno dei due mentisse o stessero parlando di due asportazioni diverse.

Intorno alle 17:40/42 ho estrapolato un’immagine in cui si vede Ayala e tutta una serie di persone accanto alla macchina di Paolo.

Dalla ricostruzione fatta da Ayala, lui arriva in via D’Amelio, viene fermato perché devono spegnere il fuoco, poi passa vicino alla macchina di Paolo, si accorge che quella è la macchina di Paolo e chiede, addirittura, di aprirla per vedere se c’è qualcuno all’interno e dopo va nei giardinetti.

Tornando indietro nel tempo, stiamo parlando delle 17:21/22 circa, va nel giardinetto, riconosce il corpo di Paolo dopodiché dice ‘torno verso la macchina aperta e vedo che all’interno c’è una borsa’. E a quel punto lui dà delle versioni: ‘l’ho presa io’, ‘l’ha presa un ufficiale dei carabinieri’, ‘l’ha presa un uomo con abiti civili’. Io mi sono concentrato sui punti in comune e, in pratica, i punti in comune sono che lui quella borsa non la tiene in mano, ma la consegna o la fa consegnare a un ufficiale dei carabinieri che c’è lì vicino.

Questa versione viene confermata dal suo amico Felice Cavallaro che si ricorda addirittura il grado di questo ufficiale, perché riconosce due stellette con la torre sulla divisa estiva.»

Chi è questo tenente colonnello?

«Nelle immagini sono riuscito ad estrapolare questa persona, si tratta dell’allora tenente colonnello Emilio Borghini.

Sono le 17:40/45, nella versione di Ayala e di un carabiniere di scorta dopo che fanno questa operazione vanno via, praticamente, da via D’Amelio. Non rimangono più. Quando ho trovato questa immagine ho pensato che questa fosse il secondo momento in cui Ayala passasse vicino alla macchina di Paolo e che fosse questo il momento in cui ci fosse la sua versione dell’asportazione della borsa. Quella confermata da Cavallaro. È una ripresa fatta da molto lontano, però le persone più alte si vede chi sono, tant’è che c’è anche questo Emilio Borghini (all’epoca comandante del gruppo carabinieri di Palermo, nda). Questa credo sia la seconda asportazione, quella definitiva. Che ci siano state due asportazioni della borsa è praticamente certo. Arcangioli non avrebbe nessun motivo di dire ‘ho rimesso la borsa in macchina’, visto che va assolutamente contro di lui questa versione. Perché non ha nessun senso rimettere una borsa in una macchina che sta bruciando.»

C’era qualcuno in via d’Amelio, prima dell’esplosione, che attendeva il momento opportuno per prelevare l’Agenda?

«Tutti sapevano che da qualche tempo Paolo teneva questa Agenda. Ucciderlo e basta non aveva senso. Bisognava anche arrivare a prendere quella borsa e, soprattutto, a prendere quell’Agenda.»

Quindi c’era “qualcuno” che stava aspettando per prenderla?

«Era in zona per arrivare a prendere quella Agenda. Secondo me c’era più di uno.»

Perché?

«Chi avrebbe avuto in mano quell’Agenda avrebbe avuto potere rispetto a qualcun altro.»

Possiamo spiegare meglio questo concetto?

«Chi dice che c’erano i servizi segreti, ed è una cosa che è stata confermata da alcune testimonianze. Però, secondo me, c’era anche qualcuno del ROS dei carabinieri che aveva bisogno di quell’Agenda per avere potere.»

Cosa significa “avere potere”?

«È sicuro che qualcuno dello Stato era lì per mettere le mani sull’Agenda Rossa.»

Necessaria per Cosa nostra o per “qualcuno” legato agli apparati dello Stato? A chi interessava l’Agenda?

«Agli apparati dello Stato. A Cosa nostra non credo interessasse granché.»

Per Salvatore Borsellino: «Chi ha ucciso Paolo è chi ha prelevato l’Agenda Rossa».

«Diciamo che tra i mandanti, sicuramente, ci sono le stesse persone.»

I fatti restano fatti.

«Nel video metto una serie di fatti, ognuno è libero di trarre le proprie conclusioni. Arcangioli, anni dopo, si occuperà delle intercettazioni del caso Calciopoli. Nicola Penta, che è un uomo di Moggi, racconta in una sua lettera che Arcangioli è uomo di assoluta fiducia di Mori.

Poco tempo fa è stato trovato un appunto molto importante sui taccuini di Falcone in cui, per la prima volta, si diceva che Berlusconi pagava la mafia. Che Paolo questa cosa non la sapesse dubito fortemente. L’ultima intervista che rilascia è proprio su quell’argomento. Nel 2003 il Governo Berlusconi mette a capo dei servizi segreti Mario Mori, quello che poi si saprà essere colui che trattava con la mafia.»        

Che fine ha fatto l’Agenda Rossa?

«È ancora in mano a qualcuno.»

È un’arma di ricatto?

«Assolutamente sì. Chiusa in qualche cassaforte.»

Vogliamo spiegare cosa è successo durante il processo, quando è stato proiettato il vostro video?

«Al Borsellino quater era arrivato il giorno dell’arringa della nostra parte civile, dove è stato proiettato questo video che poteva fornire indicazioni molto importanti. Soprattutto per la Procura. Sinceramente non abbiamo capito perché a quell’udienza i PM non hanno ascoltato l’arringa di Fabio Repici. Quel video poteva essere molto importante, anzi lo era. Perché poi sappiamo che è stato fatto un supplemento d’indagine.»

Lei cosa ha pensato quando ha visto questa scena?

«È stata proprio una sensazione di sconforto. E quella sensazione che mi assale ogni volta che proviamo a dare il nostro contributo esterno. E questo contributo non viene recepito. Non ho mai pensato alla malafede, però ho sempre avuto la sensazione che ci sia una sorta di arroganza. Come dire: ‘lo sappiamo noi come si fanno le cose’. Però quando vai a studiare le carte, a vedere i video e ti accorgi che c’è qualcosa che non va capisci che il lavoro, a volte, non viene fatto bene. E non c’è chi ha il coraggio di ammetterlo.»

Ad oggi, a livello processuale, qual è il punto fermo sull’Agenda Rossa?

«Non so come stanno andando le indagini, se sono state archiviate. So che tutto il materiale che avevo l’ho dovuto consegnare.»

La Trattativa Stato-mafia è ancora in corso?

«È sempre ancora in corso, assolutamente.»

Perché?

«Matteo Messina Denaro è ancora in circolazione.»   

Si potrà arrivare alla Verità e alla Giustizia in questo Paese, su questi fatti?

«Purtroppo penso di no. Non ci credo. Mi rendo conto che ci sono una serie di ostacoli che sono insormontabili. Noi sappiamo che lottiamo contro entità occulte che ha poteri enormi, ma non è solo questo.»

Possiamo fare un esempio?

«Ho provato, da collaboratore di Salvatore Borsellino, a chiedere a tutti i fotografi che c’erano quel giorno in via D’Amelio se potevamo darmi una mano per ritrovare le foto. Ho fatto cinque o sei richieste, mi ha risposto soltanto uno che dalla seconda volta non mi ha più dato niente. Oltre a lottare contro entità occulte lottiamo anche contro determinati atteggiamenti che non portano alla possibilità di avere verità e giustizia.»

Gli ostacoli sono insormontabili perché determinati soggetti sono ancora all’interno delle Istituzioni?

«Queste persone o sono ancora all’interno delle Istituzioni o hanno amici e complici all’interno delle Istituzioni.»

In questi anni sono arrivate pressioni, avvertimenti, minacce?

«È successo un fatto strano. Non so se è il caso di citarlo. Diciamo che ce ne sono stati due.»  

                2 parte/fine

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La PRIMA parte dell’intervista.

Agenda Rossa: spunta «una novità assoluta»

LEGGI l’Intervista a Salvatore BORSELLINO

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto» 

  • L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

«Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

L’INTERVISTA a Salvatore BORSELLINO/Seconda parte. «Sicuramente dal castello Utveggio, se non è stata direttamente comandata l’esplosione, c’è stata la cabina di regia. Il centro del SISDE venne smantellato in fretta e furia dopo la strage. Ogni anno faccio salire i miei ragazzi dell’Agenda Rossa fino al castello Utveggio per far vedere, dalla torretta, come si vede esattamente il portone di via D’Amelio. Da lì, sicuramente, hanno potuto seguire tutti i movimenti e poi, con altre basi nei dintorni come la casa in costruzione dei fratelli Graziano dove c’era un altro punto di osservazione, comandare la strage». Sull’eccidio di via D’Amelio: «La mafia, forse, l’avrebbe ucciso. Ma non così presto. Non era negli interessi neanche della mafia uccidere Paolo, a soli 57 giorni dall’assassinio di Giovanni Falcone. A meno che Paolo non rientrasse nel prezzo, come io ritengo nelle riflessioni che ho fatto, posto dalla mafia per poter portare avanti la Trattativa. E pezzi deviati dello Stato hanno accondisceso a tutto questo. Hanno sacrificato Paolo Borsellino.»

«Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»
Salvatore Borsellino con l’Agenda Rossa (foto gentilmente concesse da Rita Rossi)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Gli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato». Le parole di Salvatore Borsellino sono chiare, nette. Non ammettono replica. Lo stesso discorso vale per la morte di Attilio Manca, l’urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), massacrato a Viterbo. Un altro “mistero” che si somma ai tanti “misteri” di questo Paese. Da Portella della Ginestra (1° maggio 1947) in poi. Anzi, dall’Unità d’Italia in poi.

Con Salvatore Borsellino abbiamo toccato diversi argomenti. Nella prima parte ci siamo soffermati sulla morte del magistrato Paolo Borsellino (strage di Stato, 19 luglio 1992), senza dimenticare il massacro di Attilio Manca, la schifosa Trattativa Stato-mafia, le stragi, le bombe e la mancata cattura di Bernardo Provenzano.

Iniziamo questa seconda parte con la domanda lasciata in sospeso, legata alla scelta di Salvatore Borsellino di ricordare un’altra vittima di mafia e di Stato, Luigi Ilardo, il confidente del colonnello dei carabinieri Michele Riccio

Ilardo viene ammazzato perché stava consegnando su un piatto d’argento il latitante Provenzano?

«Certo. Provenzano doveva essere protetto e non poteva essere catturato. Penso che la mancata cattura di Provenzano fosse uno dei punti della Trattativa. Provenzano si vende Riina e si assicura l’impunità.

Per proteggere Provenzano viene, appunto, ucciso Attilio Manca, c’è la mancata cattura di Santapaola con quella sceneggiata messa in atto per poterlo avvertire, per farlo scappare. Undici anni di latitanza assicurata a Provenzano che, ovviamente, è in grado di ricattare lo Stato. E, credo, che oggi la cosa continui con Matteo Messina Denaro.

La mancata perquisizione del covo di Riina e, quindi, la possibilità – per chi doveva farlo – di prendere la cassaforte e portarla via con tutti i segreti inconfessabili che doveva contenere

Non sarebbe meglio utilizzare la parola al plurale: Trattative tra mafie e Stato?

«Noi parliamo di Trattativa, ma dobbiamo parlare di Trattative. La Trattativa nel nostro Paese comincia con l’assassinio di Salvatore Giuliano».

Dalla strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947)?

«Sì. Anche quella è una strage di Stato, di Cia, di servizi segreti, di Decima Mas, ect. In nome dell’anticomunismo, purtroppo, in questo Paese si è fatto di tutto. E, appunto, si è instaurata questa collaborazione, questi interessi comuni con la mafia, questa Trattativa vista come un argine verso il comunismo nel nostro Paese. E ha portato a tutto quello che ha portato. A tutte le nefandezze che sono state compiute. Nefandezze, in buona parte, in cui lo Stato si è servito della mafia per compiere i lavori sporchi, per servire gli interessi di chi voleva combattere il comunismo con questi mezzi scellerati.»

È ancora in corso, oggi, una Trattativa Stato-mafia?

«Fino a quando Matteo Messina Denaro sarà a piede libero vuol dire che la Trattativa, sicuramente, è ancora in corso e ancora vigente. Purtroppo ci sono degli apparati che sono invariabili. Ci sono degli apparati di potere che sono a monte dei Governi, al di sopra. Centri di potere che non sono soltanto centri di potere politici, ma sono anche centri di potere industriali per inconfessabili rapporti tra mafia e, appunto, questi ambienti imprenditoriali. È un nodo difficile da spezzare. Dobbiamo ricordarci che una enorme parte del PIL del nostro Paese arriva dall’attività criminale. Questi soldi sporchi rientrano in circolo nell’economia pulita. 

Oggi, con l’avvento della ‘ndrangheta, rispetto alla mafia, che ha ancora una più elevata capacità imprenditoriale, è una cosa che si sta diffondendo e che sta drogando l’economia pulita del Nord.

In un momento di crisi come questo ci sono, al Nord, industriali che non guardano da dove arrivano i soldi che gli vengono offerti. Questo sta drogando l’economia, anche perché sempre maggiori attività vengono acquisite con l’utilizzo di capitali che, sicuramente, non hanno una provenienza pulita.»

Nella foto il castello Utveggio Palermo (ph concessa da Patricia & Guido Di Gennaro)

Abbiamo parlato di apparati dello Stato. Non si può non ricordare il castello Utveggio di Palermo. E questo ci porta direttamente in via D’Amelio e agli apparati presenti prima e durante la strage di Stato.

«Purtroppo quelle indagini si sono interrotte, quelle indagini che stava portando avanti Gioacchino Genchi. Sono state stoppate e, quindi, non si è andato avanti su quel versante. Però Paolo, sicuramente, sapeva che al castello Utveggio c’era un centro del SISDE. Lo disse negli ultimi giorni della sua vita, anche a sua moglie, aggiungendo di chiudere le finestre della stanza da letto perché dal castello Utveggio potevano spiare.

Sicuramente dal castello Utveggio, se non è stata direttamente comandata l’esplosione, c’è stata la cabina di regia. Il centro del SISDE venne smantellato in fretta e furia dopo la strage.

Ogni anno faccio salire i miei ragazzi dell’Agenda Rossa fino al castello Utveggio per far vedere, dalla torretta, come si vede esattamente il portone di via D’Amelio. Da lì, sicuramente, hanno potuto seguire tutti i movimenti e poi, con altre basi nei dintorni, come la casa in costruzione dei fratelli Graziano dove c’era un altro punto di osservazione, comandare la strage.»

Salvatore Borsellino e le Agende Rosse (ph Rita Rossi)

Ed ecco arrivati alla famosa Agenda Rossa di Paolo Borsellino. Sparita subito dopo la strage.

«Per me è uno snodo fondamentale l’Agenda Rossa. Chi ha ucciso Paolo è chi ha prelevato l’Agenda Rossa. Sicuramente».

È stata una mano mafiosa?

«No, assolutamente no. Che cosa poteva interessare ai mafiosi l’Agenda Rossa di Paolo. C’erano riportate delle cose che, sicuramente, non interessavano alla mafia. Ci poteva essere il fatto che Paolo dice ad Agnese (la signora Borsellino, consorte del magistrato, nda) che Subranni era punciutu

E cosa vuol dire punciutu?

«Punciutu non vuol dire colluso con la mafia, ma vuol dire affiliato alla mafia. E cosa poteva significare per Paolo, nei giorni precedenti al suo assassinio, sapere che Subranni, il capo del Ros, è affiliato, addirittura, alla mafia. Deve essere crollato un mondo a Paolo, che aveva una fiducia enorme nello Stato. Io che sono di natura anarchica avevo anche scontri con Paolo su questo argomento. Paolo che aveva una fiducia immensa nello Stato rendersi conto che lo Stato era bacato, addirittura, a quei livelli. Credo che gli aveva proprio fatto perdere la voglia di vivere. Ritengo che a un certo punto Paolo abbia preferito sacrificare la sua vita pur di non continuare a vivere in un mondo in cui lo Stato, in cui tanto credeva, lo stava tradendo. E lo aveva condannato a morte».

Subranni è un nome, insieme ad altri, che appare spesso in determinate situazioni.

«Addirittura, se ben ricordo, nel depistaggio per la morte di Peppino Impastato (Salvatore Borsellino ricorda bene: il generale Subranni per quella vicenda è stato prescritto per favoreggiamento. “Gravi omissionied evidenti anomalie investigative”, scriverà il gip di Palermo, nda). Si inizia da lontano per quanto riguarda Subranni.»

Il generale Antonio Subranni è stato condannato, in primo grado, nel processo sulla Trattativa Stato-mafia?

«Sì, certo.»

Il magistrato Di Matteo, nel novembre del 2018, ha dichiarato: «La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Lei è d’accordo?

«Sono assolutamente d’accordo. Ascoltare queste parole mi crea disgusto. Ma questo va al di là dei Governi. Adesso stiamo parlando di Berlusconi, ma non c’era Berlusconi quando è iniziata la Trattativa. Non c’era Berlusconi quando Mancino, mentre Paolo sta interrogando Mutolo, lo chiama al Viminale e gli fa trovare Contrada.

Nessuno dovrebbe sapere della collaborazione di Mutolo e Contrada dice a Paolo‘dica a Gaspare che se ha qualcosa da dire lo può raccontare a me’.

Paolo deve aver respirato, veramente, aria di morte nel momento in cui incontra Contrada. Ritengo che abbia incontrato Mancino e che Mancino abbia detto che doveva fermare le sue indagini sull’assassinio di Giovanni Falcone, perché lo Stato stava trattando con la mafia. E come avrebbe potuto reagire Paolo? Deve avere minacciato di rivelare quella Trattativa all’opinione pubblica, di percepirla come reato. A questo punto non esisteva che una possibilità.»

Quale?

«Eliminare Paolo e fare sparire la sua Agenda Rossa. Non solo, ma impedire, come aveva richiesto a gran voce nel suo ultimo incontro pubblico del 25 giugno, di essere chiamato a Caltanissetta.

È possibile che Paolo, il migliore amico di Falcone, l’unico che aveva letto i suoi diari, dopo 57 giorni dalla strage di via Capaci, non era stato ancora convocato a Caltanissetta?

Queste sono le cause concomitanti che hanno portato all’accelerazione dell’assassinio di Paolo.

La mafia, forse, l’avrebbe ucciso. Ma non così presto. Non era negli interessi neanche della mafia uccidere Paolo, a soli 57 giorni dall’assassinio di Giovanni Falcone. A meno che Paolo non rientrasse nel prezzo, come io ritengo nelle riflessioni che ho fatto, posto dalla mafia per poter portare avanti la Trattativa. E pezzi deviati dello Stato hanno accondisceso a tutto questo. Hanno sacrificato Paolo Borsellino.»                

Perché ad un certo punto, dopo le stragi e le bombe del ’92 e del ’93, termina la «strategia della tensione»?

«Perché la Trattativa era stata conclusa. Era arrivata alla fine. Non ci sarà più bisogno dell’ultima strage, quella dell’Olimpico di Roma.»

Cosa significa “la Trattativa era arrivata alla fine”?

«Viene assicurata l’impunità a Provenzano. Viene assicurata l’accettazione dei punti, che non sono soltanto, secondo me, quelli posti nel papello di Totò Riina. Ma ce ne sono degli altri. Viene accettata la richiesta sui benefici carcerari ai detenuti. Tanto è vero che poco tempo dopo il ministro Conso (della Giustizia, nda) decide di mettere fuori 300 condannati al 41 bis. Quando c’è una Trattativa si tratta, da un lato, per ottenere qualcosa; dall’altro si discute su cosa concedere e cosa non concedere. Ad un certo punto si sono messi d’accordo e, quindi, le stragi non erano più necessarie. Infatti, improvvisamente, si fermano.»

Lei ha parlato del depistaggio sulla morte di Peppino Impastato. Anche su via D’Amelio ci sono stati dei depistaggi. Non possiamo non citare la vicenda del falso pentito Scarantino. Ma possiamo parlare di depistaggio di Stato?

2 parte/continua

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PRIMA PARTE: «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

  • Leggi anche:

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

  • Per approfondimenti:

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato» 

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

  • L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato:

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»