Dopo la puntata di Report revocata la scorta al testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

Ha svelato la corruzione in Autostrade: “Ora ho paura”

«Sono nel mirino del clan D’Alessandro: hanno giurato di spararmi in testa»

Nella foto il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

di Paolo De Chiara

«Nessuno risponde, a nessuno interessa la mia situazione». È affranta la voce del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Si sente isolato, senza alcun tipo di sostegno. Ha messo in discussione la sua vita per aver fatto una scelta netta e decisa. Ha denunciato la camorra nei lavori pubblici, i lavori fatti male, i crolli e le anomalie strutturali. In nove anni, il testimone, ha citato situazioni, ha prodotto prove sui lavori dati in appalto e in subappalto alle teste di legno, legate ad un clan camorristico di Catellammare di Stabia. Non ha solo denunciato i D’Alessandro e i Vuolo, ma ha coinvolto i funzionari di aziende pubbliche e private, compreso un generale dei carabinieri, legati ad un sistema di corruzione criminale. Anticipando, in diversi casi, anche alcuni crolli che poi, nel Paese del giorno dopo, si sono puntualmente verificati. Ha svelato le anomalie strutturali nelle opere pubbliche realizzate a Cinisello Balsamo, a Cherasco (nel 2008 è crollato il casello autostradale), a Rosignano, Senigallia, Settebagni, sull’autostrada A1, A11 e A12, dove i periti hanno attestato i “gravi cedimenti strutturali” e, quindi, il “grave pericolo”. Ma non solo. Tra le tante segnalazioni, ha indicato l’appalto sull’A22 per l’installazione delle barriere fonoassorbenti, l’appalto presso il carcere di Larino, informando la DDA di Campobasso.

Una montagna di carte e di prove consegnate agli investigatori. Ha spiazzato il “sistema” con un semplice, ma coraggioso, gesto. E cosa ha ricevuto in cambio? «A parte l’associazione Caponnetto, l’Anvu e alcuni giornalisti amici che non mi hanno fatto mancare il minimo affetto, devo sottolineare che dalle blasonate associazioni antimafia, compresa la stessa deputata Aiello, alla quale ho mandato un messaggio senza ricevere alcuna risposta, il presidente della commissione antimafia Morra che nemmeno ha risposto, si è registrato il totale silenzio. Lo stesso trattamento ho ricevuto dagli stessi testimoni di giustizia che lanciano continui appelli: “uniamoci, stiamo insieme”. Non sono solo deluso, ma cosciente che esistono determinati ingranaggi, dove non sono inserito, che mi condannano ad essere isolato, peggio della camorra. Questo fa molto male. In questi casi basta anche una parola, una telefonata. Ma il mio telefono è muto. Molti sanno, ma molti fanno finta di non sapere. Ho fatto un appello pubblico per l’udienza di giovedì (19 dicembre, nda) che si svolgerà presso il Tribunale di Roma, vediamo chi si presenta. Questa è la prova del nove. In questo Paese tutti vogliono parlare di lotta alla criminalità, tutti vogliono commemorare i morti, ma adesso che un testimone di giustizia vivo chiede aiuto intorno a lui c’è il vuoto».

La revoca della scorta al testimone di giustizia

Il verbale di notifica del Servizio Centrale di Protezione

Il 12 dicembre arriva la notizia. Sette giorni prima dall’udienza del processo che si sta svolgendo a Roma viene revocata la scorta al testimone di giustizia. L’unico teste di accusa. «Forse devo pagare per le mie dichiarazioni, per le ulteriori attività investigative che stanno svolgendo gli inquirenti. Sono un uomo morto». Ciliberto è abbattuto, dichiara di non credere più nelle Istituzioni, alle quali si è affidato. «L’Ucis (ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, nda) mi ha fatto notificare un atto, tramite il servizio centrale in località protetta, con il quale ha revocato qualsiasi tipo di tutela, in base ad un procedimento penale di cui non conosco nulla. L’Ucis, dalla sera alla mattina, senza tenere in considerazione il processo ancora in corso, i sette proiettili ricevuti e il percorso giudiziario che sto affrontando, che ricopre anche una veste di attualità perché parliamo di crolli e anomalie sulle autostrade, ha deciso di togliermi la scorta». Ma cosa significa “a seguito del reato penale”? «C’era un procedimento penale dove non sono né parte lesa né testimone. Parliamo delle minacce subìte fuori dal cimitero di Somma Vesuviana, minacce subìte davanti alla scorta. Ma questo fatto non è attinente né al mio percorso giudiziario né alle minacce della famiglia Vuolo né agli storici personaggi che io ho denunciato. Non c’entra nulla». Per il testimone Ciliberto è solo una scusa per raggiungere un obiettivo preciso: l’isolamento, l’esilio e la ritrattazione delle denunce effettuate negli ultimi anni. «Come fa l’Ucis a prendere un provvedimento vecchio che non ha nessuna attinenza? Non c’è nessun tipo di attinenza, perché l’unico che potrebbe dire che il sottoscritto non corre pericolo è la DNA o la Procura di Roma, dove sono incardinati i processi». Per il testimone è una storia che si ripete, puntualmente. Sempre in prossimità di un’udienza processuale. «Come se ci fosse un’entità che ad un certo punto mi comunica: “guarda, tu non sei più protetto. Stai attento, ti conviene andare ai processi? Ti conviene testimoniare?”. Come se fosse un avvertimento, peggio di una minaccia della camorra». Anche un anno fa si registrarono le forti prese di posizione del testimone, attraverso la sua denuncia pubblica. «Feci uno sciopero della fame fuori al Viminale, fui ricevuto dall’allora presidente Gaetti, il quale ripristinò la mia tutela. Attualmente, però, non abbiamo il presidente della Commissione Centrale e, quindi, qualsiasi rimostranza è inutile. Dovrebbe intervenire il ministro dell’Interno Lamorgerse». Il testimone, che ha denunciato i lavori fatti male e le certificazioni false, sente la sua vita in pericolo. E non nasconde questa sua preoccupazione: «Mi trovo nella piena fase giudiziaria, la fase più delicata perché ancora devo andare a testimoniare in contraddittorio. E in questo momento vengo lasciato solo e abbandonato. Due sono le cose: o i Vuolo non appartengono al clan D’Alessandro, quindi il clan D’Alessandro non è un clan di camorra e l’ultima relazione della DIA che lo definisce un clan attivo in tutta Italia è fasulla oppure l’Ucis ha facoltà di sapere che Pasquale Vuolo e tutto il clan D’Alessandro hanno giurato di non far male più al testimone di giustizia, cosa che si contrappone alle loro minacce che ho sempre ricevuto. Tanto è vero che mi dissero che mi avrebbero sparato in testa».

La minaccia: il ritrovamento dei proiettili

I poteri forti

Il provvedimento, però, arriva qualche giorno dopo la testimonianza rilasciata alla trasmissione Report. Una mera casualità? «L’ennesima coincidenza dei poteri forti. Il mio intervento a Report, dove sono state affrontate delle situazioni già acclarate con ampi riscontri da parte della polizia giudiziaria, ha avuto una risonanza mediatica molto grande. Addirittura c’è stata la decisione da parte di Atlantia, gruppo Benetton, di sospendere la liquidazione di Castellucci (amministratore delegato di Atlantia, nda). In quella trasmissione ho fatto i nomi dei big di Autostrade. E quindi è arrivato l’ennesimo messaggio che mi dice chiaramente che bisogna parlare poco. Cosa che io non farò». A chi si riferisce il testimone quando parla di “poteri forti”? «Non dobbiamo dimenticare che Autostrade per l’Italia è quotata in borsa e noi, oggi, non sappiamo quante azioni possa aver investito chi riveste cariche importanti, quindi che danno possa avere da una eventuale condanna oppure da situazioni che possono emergere agli occhi dell’opinione pubblica. Se queste carte giudiziarie venissero rese pubbliche, quindi portate a conoscenza dei cittadini, può darsi che qualcuno potrebbe decidere di vendere il titolo o il titolo avrebbe un crollo». Due sono i filoni che interessano il lungo percorso giudiziario, scattato dopo le denunce: da una parte gli affari della camorra, «che commette gli omicidi» e poi c’è l’altro filone, quello relativo ai colletti bianchi. «Interessi, intrecci di personaggi importanti, che possono ordinare un omicidio. Non bisogna dimenticare l’atto intimidatorio per rapina che subii a Roma, prima dell’ultima udienza, dove nella notte qualcuno ruppe il vetro della mia macchina per rubare non oggetti di valore, ma si preoccupò di prelevare lo zaino, portando via documenti secretati e altri tipi di memorie. Fortunatamente ne avevo pochi”. Ciliberto ci tiene a rimarcare che tutti gli atti, tutte le denunce fatte nel corso degli anni, sono custodite presso due notai e presso i suoi avvocati. «Quella fu un’operazione chirurgica. Altra cosa importante – aggiunge – è che quando arrivò la scientifica non rilevò alcuna impronta. Prelevarono lo zaino che mi ha fatto compagnia quando feci lo sciopero della fame sotto al Viminale, lo stesso zaino che portai in Commissione centrale, per presentare i documenti». Il riferimento ai crolli e alle anomalie, secondo la testimonianza, sono da legare alle attività dei funzionari di Autostrade per l’Italia. Infatti, nel processo romano, «oltre ad essere imputato il camorrista Vuolo Pasquale e Mario, troviamo anche funzionari di Autostrade, di Pavimental e troviamo anche funzionari di società indicate da Pavimental e Autostrade per le certificazioni». Certificati ritenuti falsi, «tanto è vero che tutta la documentazione dell’attività giudiziaria svolta dalla Procura di Roma, dalla DDA e dalla DIA di Firenze, è stata richiesta dalla Procura di Genova, perché attinenti ad un modus operandi vigente per anni in Autostrade che, purtroppo, ha causato delle vittime a seguito dei crolli dei ponti. La situazione, già nel 2011, era ben cristallizzata». Parole chiare per definire una vicenda drammatica. Le ditte interessate – sempre secondo le dichiarazioni di Ciliberto, parte lesa nel procedimento penale – non solo hanno provveduto «alla falsificazione  dei certificati, ma anche a coprire le anomalie costruttive e gli errori delle opere pubbliche realizzate dai Vuolo”.

Il giorno dell’inaugurazione del casello di Capannori. A destra, con gli occhiali da sole, Mario Vuolo, insieme a Vittorio Giovannercole (funzionario resp. uscite autostradali e RUP), funzionari ASPI e sindaco di Capannori.

I Vuolo di Castellammare di Stabia.

Ma chi sono i Vuolo? Cosa c’entrano con i lavori pubblici? La loro prima società è stata la Taddeo Vuolo, con sede in Emilia Romagna, intestata al figlio Taddeo. Dopo il fallimento arriva la VM Rag (Vuolo Mario e Ragazzi), con sede a Castellammare di Stabia. Anche questa azienda è fallita e «in questo caso sono stati condannati per bancarotta fraudolenta». Pasquale Vuolo, detto capastorta – si legge nel decreto di fermo della DDA di Napoli del 2011 -, è stato indicato come “esponente di spicco del clan camorristico D’Alessandro, capeggiato dal boss Pasquale D’Alessandro”. Nel 2007 Capastorta viene condannato per associazione camorristica ed estorsione. «I Vuolo operavano con la ditta Carpenteria Metallica Sas, intestata alla moglie di Pasquale Vuolo, una certa Lucia Coppola, figlia di un pregiudicato, di nome Gaetano, alias cassa mutua, vicino al clan D’Alessandro». Il primo lavoro della Carpenteria Metallica in ambito autostradale è stato quello del casello di Nocera Inferiore. L’interdittiva antimafia, confermata dal Consiglio di Stato nel febbraio del 2008, porta all’avvicendamento aziendale: dalla S.a.s., ormai bruciata, si passa ad una nuova azienda, la Carpenfer Roma srl. Ed arrivano gli appalti e i milioni di euro. La perizia del 2011 (richiesta dal pm Franca Macchia e redatta dall’esperto Massimo Maria Bardazza) per la passerella ciclopedonale realizzata a Cinisello Balsamo parla chiaro. Saldature “mal eseguite”, “intervento criminale”, “certificati falsi”, “si è constatata la presenza all’interno del cassone di un tondino da armatura simile a quello descritto nella denuncia”. Nel documento c’è un passaggio in cui si parla di “intervento criminale” effettuato dall’azienda dei Vuolo. “Il termine criminale è usato da chi scrive, nel senso che è impossibile non avere la consapevolezza di quanto si stava facendo approfittando della presenza di un complice e del fatto che le porcherie si celavano all’interno della struttura dove era ben difficile potersene accorgere. Il tutto avallato da certificati sulle saldature falsi”. Un’operazione riuscita perché “fatta con dolo e con la complicità di un dipendente infedele di Impregilo. Complicità vi è stata inoltre da parte della Quality Service srl che ha prodotto certificazioni sulle saldature false traendo in inganno, così, il direttore dei lavori e la commissione di collaudo”. Questo è il modus operandi dei criminali. «Tante sono le opere eseguite sia per Autostrade per l’Italia che per le altre controllate, tra cui Pavimental e Autostrade Meridionali. Nemmeno Autostrade conosce tutti gli appalti». Dopo la Carpenfer Roma srl arriva la PTAM (Pasquale, Taddeo, Antonio e Mario). «Con questa azienda, i Vuolo, fanno il salto di qualità, è la ditta che avrebbe dovuto partecipare ai lavori per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina». E tutte queste informazioni sono confluite nel processo di Roma.

Il processo

«La prossima udienza verterà sul rinvio a giudizio di questi imputati. Come parte lesa ho riscontrato all’interno delle carte una ottima attività investigativa. Gli inquirenti hanno rinvenuto i Rolex, oggetto di corruzione; hanno individuato le mazzette; hanno ricostruito tutto ciò che io ho denunciato, tanto da esserci un passaggio sulla mia eccezionale credibilità, rimarcando che senza le denunce del testimone di giustizia Ciliberto Gennaro nulla si sarebbe potuto iniziare». Il procedimento di Roma ha riunito varie inchieste, da quelle di Trento a quelle di Bologna, da quella di Milano a quella di Santa Maria Capua Vetere. «Parliamo di una serie di Procure che hanno messo insieme le loro indagini, i loro accertamenti in un solo filone. Bisogna aggiungere che c’è ancora un altro filone, che non posso rivelare, che dovrebbe partire a momenti, dove c’è un giro di riciclaggio di denaro della camorra». Da quanto tempo è iniziato il processo romano? «È ormai un anno, purtroppo. Come tutti i processi che vedono dodici imputati, anche di una certa importanza. Tra errori di notifiche, mancata traduzione del detenuto e scioperi vari ci troviamo, dopo un anno, che ancora dobbiamo iniziare la prima udienza». Il testimone di giustizia ci tiene a ricordare alcuni nomi degli imputati legati alla camorra, ma non solo. «Parliamo di Mario e Pasquale Vuolo, di Giovannercole, di Scorsone, di Marchi e di tanti altri funzionari. La cosa ancora più grave e che da questo processo sono scaturiti altri tre stralci, che riguardano la corruzione, le anomalie e le infiltrazioni che vedono altri dodici, tredici imputati». Una mega inchiesta con più di trenta soggetti coinvolti. «Stando fuori dal mondo del lavoro da più di dieci anni – continua l’ex dipendente dell’azienda dei Vuolo – non conosco nemmeno dove vivono. E la mia preoccupazione è sempre stata questa, magari un giorno mi ritroverò uno di questi soggetti in un bar o su un treno. E cosa ancor più grave e che da due giorni sono senza alcun tipo di protezione, e se dovesse succedere qualcosa devo comporre il numero unico di emergenza e fare tutta la trafila spiegando il come e il perché, senza nemmeno averne il tempo. Sappiamo bene che loro, quando ti devono colpire, sono dei professionisti e sanno fare bene il proprio lavoro». “Fuori dal mondo del lavoro”, una frase già ascoltata, in passato, dal testimone. «Mi fu detta da un alto funzionario dell’Impregilo, il quale mi disse “tu, con queste tue denunce non farai neanche più il moviere in un cantiere. E questa profezia si è avverata. Il messaggio che è passato è che sono stato un infame, un traditore. Chi denuncia non fa carriera nella pubblica amministrazione, invece gli imputati, anche se Autostrade ha dichiarato a Report che sono stati licenziati, in nove anni hanno fatto carriera guadagnando centinaia e centinaia di migliaia di euro». E gli esponenti della camorra, denunciati dal testimone, che fine hanno fatto? «Stanno in galera, qualcuno si è riciclato con altre attività. Ma come è possibile che il capostipite sta in galera e l’intera famiglia continua a fare il lusso? Questa è una delle tante anomalie che lo Stato dovrebbe riuscire a comprendere. Parliamo di Pasquale Vuolo, alias capastorta, che sta in galera da tanti anni e, comunque, riesce a far mantenere un tenore di vita alto alla sua famiglia: auto di lusso, cavalli, villa con piscina, feste con cantanti neomelodici. Un tenore di vita che non può essere sostenuto nemmeno con duemila euro al giorno».

“Sarò presente per l’udienza, anche senza scorta”

La speranza, per Ciliberto, è l’ultima a morire. La sua aspirazione è quella di poter assistere al trionfo della Giustizia. Vedere concretizzare il suo sforzo, scaturito da quasi dieci anni di impegno personale. «Mi aspetto che vengano portate a termine tutte le attività giudiziarie, svolte dagli investigatori, dalla DIA, dal ROS, e che possa arrivare finalmente la parola fine, con la condanna di queste persone. Spero solo che questo processo non si chiuda con delle prescrizioni, perché sarebbe una sconfitta, non tanto per il testimone di giustizia, ma per lo Stato». Se dovesse essere confermata la decisione sulla tutela revocata il testimone di giustizia si farà trovare pronto. Anche questa volta. «Io ci sarò. La mia presenza è il vero simbolo di legalità. Anche per una questione di esempio lo Stato, che dice sempre “denunciate, denunciate”, non dovrebbe mai venir meno nell’accompagnare un testimone di giustizia in un’aula di Tribunale. Noi siamo persone libere ed incensurate. E in questo momento la brutta figura la fa lo Stato, che ha ritenuto di abbandonare uno dei testimoni di giustizia più attuali, perché parliamo dell’attualità dei fenomeni dei crolli autostradali. Sono diversi giorni che vivo nel terrore e nella paura. Dovrò trovare la forza per essere presente. È anche vero che il Tribunale è una zona protetta, ma c’è un arrivo e una partenza in cui sarò da solo ed uscendo dal Tribunale non so chi mi aspetterà fuori».

L’Italia che crolla. Il testimone di giustizia lancia l’allarme

Parla il testimone: «Le opere sono pericolose, ci saranno altri disastri»

“Sull’A1 è sparita la cartellonistica. Una cosa gravissima”

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di Paolo De Chiara

Non è stata colpa del forte vento. Ne è convinto il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Il portale è crollato, il caso non è isolato. È già successo in passato, nonostante le denunce e i vari esposti fatti presso le DDA, gli organi preposti e il Ministero delle Infrastrutture. Nulla è cambiato, nulla è successo. “Ho denunciato la criminalità, la corruzione e le infiltrazioni in appalti pubblici. La criminalità che si mescola con i colletti bianchi, che viaggia sulla linea occulta delle coperture e delle tante convivenze che la rendono sempre più invisibile. Oggi il risultato è stato quello di perdere tutto”. Ciliberto, testimone attendibile secondo le Procure, da anni denuncia i lavori e gli appalti gestiti dalle mafie. Ma non solo: nelle sue denunce indica i lavori pericolosi: “Tutti i cavalcavia fatti dai Vuolo, nel tratto che va da Barra a Nocera Inferiore, sono a rischio crollo”; “L’appalto di Cinisello Balsamo è l’espressione della corruzione”, nella perizia del settembre 2011 gli esperti scrivono di “saldature mal eseguite”; “intervento criminale”; “certificati falsi”; “porcherie che si celavano all’interno della struttura”. E ancora: “Sto gridando da anni che il ponte di Tufino sulla A16, gemello di quello di Ferentino sull’A1, è un ponte molto pericoloso con diverse anomalie”. Nel 2008 crolla il casello di Cherasco (Cuneo), nel 2013 viene posto sotto sequestro il ponte di Ferentino, due anni prima, il 25 dicembre del 2011, sull’autostrada Napoli-Roma, collassa la segnaletica sulla carreggiata. Ed è successo di nuovo qualche giorno fa. Il pesante portale con le indicazioni stradali è crollato sulla Nola-Villa Literno. “E non è stato il forte vento”. La tragedia del ponte Morandi non ha insegnato nulla, i controlli sono un optional in questo Paese orribilmente sporco. E proprio sul nuovo crollo abbiamo intervistato il testimone Ciliberto per raccogliere il suo punto di vista. Siamo partiti dalle sue osservazioni.

“La prima cosa che ho fatto, appena mi hanno girato le fotografie, è stato ingrandire l’angolo retto e ho avuto di nuovo la conferma che la saldatura, oggetto dei tanti crolli, era collassata. Inoltre mi sono opposto al fatto, tesi sostenuta da alcuni organi di informazione, che fosse stato il vento. Io ribadisco con forza che se anche ci fosse stato il vento quel portale a bandiera non sarebbe dovuto crollare in maniera verticale, ma si sarebbe dovuto piegare verso l’alto”.

Ecco, soffermiamoci sull’oggetto dei tanti crolli: le saldature.

Da molti anni denuncio non solo un modus operandi delle saldature ma la mancanza di certificazioni e di verifiche. Bisogna stabilire con forza e con serietà che anche una saldatura fatta male, e l’ho sempre detto in questi anni, se accertata non idonea può essere recuperata prima che il portale o qualche altro elemento venga montato. Il vero problema è che i controlli non ci sono e chi esegue queste opere spesso ha delle certificazioni fasulle e della manodopera non idonea.

Ritorniamo al 25 dicembre del 2011: sull’autostrada Napoli-Roma collassa, sulla carreggiata, la segnaletica. Lei ci vede delle analogie con l’ultimo crollo?

È proprio un doppione, anche se le dimensioni dei portali sono differenti perché quello autostradale era più grande, ma si può dire che l’episodio è simile, perché dopo le mie denunce in molti portali è stato aggiunto un angolo di acciaio che va a sostegno di questi elementi. In molte vicende che si sono registrate, spesso, sia Anas che Autostrade quasi hanno vergogna ad ammettere che ci sono delle anomalie. Anche sul ponte Morandi di Genova stanno uscendo documentazioni in cui si evidenzia che Autostrade era a conoscenza di anomalie critiche della struttura.

Lei ha sempre dichiarato che «i lavori, in regime di monopolio per tutte le strutture metalliche delle autostrade, sono stati fatti in fretta e male». Cosa è successo dopo le sue innumerevoli denunce?

Abbiamo una rete autostradale che può sembrare nuova, ma è datata. La mia rabbia è che tuttora, nonostante i solleciti, le verifiche non sono state fatte. Sto gridando da anni che il ponte di Tufino sulla A16, fatto dai Vuolo, gemello di quello di Ferentino sull’A1, già sequestrato da Pignatone e riscontrato con anomalie, è molto pericoloso. Perché questo ponte non viene verificato? Perché i pannelli fonoassorbenti sulla tangenziale di Napoli non vengono verificati? Perché i cavalcavia dal tratto di San Giorgio a Cremano fino a Castellammare non vengono verificati? Ci sta un doppio problema: non solo il lucro e il modo criminale di chi ha seguito queste opere, ma anche la mancanza di volere intervenire. Il portale che è caduto è l’ennesimo miracolo.

Perchè?

Perché non ci sono state vittime. Guardando le foto non si ha la percezione di quanto può essere pesante tutto l’assemblaggio del cartello e del portale. In questo Paese industrializzato possiamo sempre sperare nei miracoli? Il portale si è spezzato nell’angolo dove la saldatura deve essere fatta a regola d’arte e, anche in questo caso, la saldatura non è stata eseguita a regola d’arte.

Adesso cosa succederà?

La ditta che ha eseguito questo benedetto portale dichiarerà che lo ha dato in subappalto e, sicuramente, la ditta in subappalto risulterà chiusa e tutto finirà nell’ennesima bolla di sapone. E dopo qualche giorno la vicenda sarà dimenticata. Ma quanti portali ci sono in queste condizioni, quante pensiline, quanti cavalcavia? Il sottoscritto, ritenuto attendibile perché tutto ciò che ha denunciato è stato riscontrato, perché deve ancora sgolarsi con l’Anac, con il Ministero, con le Procure? Perché deve passare per un ossessionato giustizialista? Assumendomi la piena responsabilità, posso aggiungere che non sarà l’ultimo a cadere. Ed è successa una cosa gravissima nelle ultime ore.

A cosa si riferisce?

I cartelloni sull’A1, con l’indicazione uscita Santa Maria Capua Vetere-Roma, lato Nord e uscita Santa Maria Capua Vetere-Napoli, lato Sud, prodotti dalla Carpenfer Roma (ditta legata ai Vuolo, nda), in subappalto Piccolo Costruzioni Srl, già oggetto di crollo, sono spariti. La cartellonistica è sparita, una cosa gravissima.

Lei ha denunciato la famiglia Vuolo, legata ad un clan di camorra, dirigenti Anas, Impregilo, Autostrade per l’Italia. A cosa hanno portato le sue denunce?

Ci sono due processi molto importanti, dove sono state riscontrate le anomalie. Ma tutta questa situazione ha portato alla distruzione e all’esclusione di Ciliberto Gennaro. Io vengo visto, nell’ambito dei lavori e appalti pubblici, come un nemico. Sono necessarie delle persone incorruttibili all’interno delle strutture. La camorra e la corruzione sono il collante, se non vi fosse stata la partecipazione e la benevolenza di funzionari, i camorristi non avrebbero mai avuto i lavori. Questo è il vero problema, la predisposizione di certi esseri umani che permettono che tutto questo avvenga.

Vogliamo spendere qualche parola sui processi..

Purtroppo non posso approfondire, posso però dire che tra gli imputati, oltre ad elementi della criminalità organizzata, ci sono alti funzionari che tuttora ricoprono ruoli importanti. La mia preoccupazione è che questi processi che tardano a partire, e non capisco il motivo, possano finire in una bolla di sapone, come spesso succede. Un uomo solo ha sfidato l’impero Autostrade, non dimentichiamo che in un’intercettazione del processo di Monza viene detto “dobbiamo farlo passare per pazzo, nessuno lo crederà” e quella frase grave di quel dirigente di Autostrade che dice: “anche se cade un ponte, quanti morti può fare?”. Il ponte è caduto e ha fatto 45 vittime. Ci saranno altri crolli, perché le opere sono pericolose. Spero tanto che il ministro Toninelli mantenga le promesse: gli esperti devono intervenire subito sulle opere, ma il problema è a monte, molte opere che vengono consegnate non sono collaudate e, troppo spesso, le carte sono fasulle. I Governi cambiano, ma i funzionari e i dirigenti restano. Serve una vera e propria rigenerazione della classe dirigenziale o dei manager all’interno di queste società partecipate o che hanno la gestione pubblica. Stiamo parlando di persone che hanno fatto la loro carriera su una spinta politica.

Perché le opere non vengono verificate?

Oggi le persone imputate nei miei processi ricoprono ancora ruoli di vertice, qualcuno è imputato nel crollo del ponte Morandi. Questi sono i personaggi di cui parliamo. Con le verifiche uscirebbero molte anomalie e le posizioni di queste persone, che occupano ruoli di comando, andrebbero a peggiorarsi. Autostrade, Arpi e Anas vogliono quotidianamente tranquillizzare l’utenza che è tutto a posto, ma non è vero. I controlli innesterebbero nell’opinione pubblica quel dubbio, perché i controlli delle opere che ho denunciato non si possono fare di nascosto, bisogna interrompere i tratti autostradali, vanno fatte le prove invasive. Non si fanno i controlli perché loro sanno che c’è stato il dolo, perché affidare in monopolio i lavori ai Vuolo o ad altre persone, significava dare del lavoro, con manodopera non specializzata, a delle ditte in odore di camorra, già interdette per camorra, ditte con certificazioni fasulle. Come può nascere un qualcosa di buono se a priori le SOA erano taroccate, se il ferro non era di prima qualità. I funzionari sanno, Autostrade sa, Anas sa, tutti sanno, ma tutti mentono.       

Secondo lei cosa bisognerebbe fare?

Bisogna iniziare dal basso, cambiare tutte le procedure di accertamento. Iniziare dalle SOA, una certificazione importante che permette alla ditta di poter partecipare agli appalti pubblici. Se le SOA sono false, come dichiarato e accertato nel mio processo di Monza, dove è stato anche condannato uno della ItalSoa, quante SOA false ci sono ancora in giro? Queste ditte, che non potrebbero lavorare perché non hanno i requisiti, come fanno a lavorare?

Oggi come vive il testimone di giustizia Ciliberto?

Mi sono dovuto rivalutare lavorativamente, ma vivo con un dolore interno. Questo dolore mi rende quasi inutile. Oggi vivo con una scorta in località protetta, però mi sento impotente. Le mie denunce, fatte di spontanea volontà all’apice della mia carriera, sono state inutili. Perché ho dovuto sacrificare la mia vita, quella della mia famiglia, il mio lavoro, la mia carriera? Per quale motivo? Per ricevere continue minacce, come i sette proiettili che mi hanno fatto ritrovare sulla macchina? Per vedere ancora crollare delle opere e vedere gli imputati o i condannati fare carriera? Io a questo non ci sto e lo griderò sino alla fine. Il testimone di giustizia deve essere tutelato, deve essere protetto. Invece ancora stiamo a lesinare sulla protezione. Il sottoscritto ha denunciato la camorra, ha bloccato appalti per milioni di euro. Ma uno che rompe le uova nel paniere alla camorra e ai colletti bianchi è un uomo che può vivere senza protezione? Può vivere una vita tranquilla? Se allora è così me lo scrivessero su un pezzo di carta, così me ne farò una ragione.