#100 anni

Un comizio del segretario Enrico Berlinguer

#100anni#pci

Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi, può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell’uomo, del suo benessere, della sua felicità. La prova per questo obbiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita. 

7 Giugno 1984, Padova

#EnricoBerlinguer

PIO LA TORRE: l’uomo che incastrò la Schifosa Mafia

pio la torre

«Esponente politico fortemente impegnato nella lotta alla criminalità organizzata di stampo mafioso, promotore della coraggiosa legge che ha determinato una innovativa strategia di contrasto alla mafia, mentre era a bordo di una vettura guidata da un collaboratore, veniva proditoriamente fatto oggetto di numerosi colpi di arma da fuoco da parte di sicari mafiosi, perdendo tragicamente la vita nel vile agguato. Fulgido esempio di elevatissime virtù civiche e di rigore morale fondato sui più alti valori sociali spinti fino all’estremo sacrificio.»
MEDAGLIA D’ORO AL MERITO CIVILE, 30 aprile 1982 Palermo

da Repubblica.it
L’agguato, da Repubblica.it

La mattina del 30 aprile 1982 viene assassinato a Palermo mentre sta raggiungendo la sede del partito a Via Turba a bordo di una macchina guidata dal compagno di partito Rosario Di Salvo, che perde la vita insieme a lui.

Il quadro delle sentenze intervenute sul caso ha permesso di individuare nell’impegno antimafia di Pio La Torre la causa determinante della condanna a morte inflittagli dalla mafia. Il 12 gennaio 2007 la Corte d’Assise d’Appello di Palermo ha emesso l’ultima di una serie di sentenze che ha portato a individuare gli autori materiali dell’omicidio. Dalle rivelazioni di un collaboratore di giustizia, è stato peraltro possibile identificare i mandanti dell’omicidio nelle persone di Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Bernardo Brusca e Antonino Geraci.

da: http://archiviopiolatorre.camera.it/biografia

Pio La Torre con Enrico Berlinguer, da Repubblica.it
Pio La Torre con Enrico Berlinguer, da Repubblica.it

“Lo so… lo so che per voi la mafia vi sembra un’onda inarrestabile… ma la mafia si può fermare… e insieme la fermeremo!!!”On. Pio La Torre, Palermo, 24 dicembre 1927 – Palermo, 30 aprile 1982 

LA REPUBBLICA PARTITOCRATICA

Da Maranini a Berlinguer fino ai Radicali

LA REPUBBLICA PARTITOCRATICA

Per il politologo Eugenio Capozzi: “i partiti hanno sostituito le istituzioni”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Il nodo è l’occupazione della cosa pubblica”, “incredibile senso di impunità raggiunto”, “presenza dei partiti nelle Asl, delle nomine, degli accordi e delle spartizioni”. Questi alcuni termini utilizzati dalla radicale, oggi anche vicepresidente del Senato, Emma Bonino per descrivere il momento particolare che sta attraversando la politica italiana.

E’ sempre lo stesso concetto che ritorna. La famosa, ma raramente applicata, ‘questione morale’. Per la Bonino: “il problema della partitocrazia è ben più ampio e il caso che riguarda la Lega e Fincantieri è solo l’ultimo di una lunga serie. Dovremmo parlare della presenza dei partiti nelle Asl, delle nomine nelle municipalizzate, degli accordi e delle spartizioni con il mondo degli affari”. Lo aveva già detto nel 1981 Enrico Berlinguer: “I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti”.

Cosa è cambiato dopo 31 anni? Lo abbiamo chiesto a Eugenio Capozzi, docente di Storia Contemporanea all’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli e autore di molti testi, tra cui ‘Il sogno di una Costituzione’ Il Mulino)i Radicali sono stati in Italia tra i pochi a portare avanti quelle che erano state le tesi di Maranini sulla partitocrazia. Sono stati quelli che hanno reso di nuovo popolare questo termine. Hanno interpretato la cultura liberale in contrapposizione alla democrazia dei partiti così come si è attuata in Italia”.

In che Italia viviamo oggi?

Volendo sintetizzare con una formula dico che noi abbiamo avuto una democrazia partitizzata, fortemente basata sul consociativismo dei partiti e che oggi i partiti sono in fortissima crisi, ma le strutture del consociativismo partitico sono rimaste in piedi. Abbiamo una gigantesca spesa pubblica, un apparato statale enorme messo in piedi dalconsociativismo dei partiti, ma non abbiamo più una classe politica in grado di gestirla, come si è visto nella paralisi che ha colpito il sistema politico italiano in coincidenza con la crisi economica finanziaria globale. Abbiamo ancora le strutture statali della partitocrazia, ma non ci sono più i partiti.

Nel 1981 il segretario del Pci Berlinguer parlava di ’questione morale’. Da allora cosa è cambiato?

Il termine ‘questione morale’ è profondamente ambiguo ed equivoco. Non a caso veniva usato da Berlinguer per marcare la differenza tra la classe politica di governo dell’epoca, ma i comunisti sono stati una parte di questo grande sistema di gestione della cosa pubblica. Sono stati parte integrante del sistema. La questione non è tanto morale, chi è onesto e chi è disonesto, la questione è che in Italia i partiti hanno sostituito le Istituzioni per motivi storici profondi e hanno creato una sorta di struttura di compensazione tra la società civile e le Istituzioni dello Stato. Un po’ come aveva fatto il fascismo, che aveva messo in piedi una grande struttura di mediazione sociale. I partiti dell’Italia repubblicana hanno fatto un’operazione in continuità con quella fascista. Con la differenza che c’era il pluralismo e la guerra fredda. C’erano le discriminanti ideologiche che da una parte dividevano e dall’altraingessavano il sistema e lo rendevano più stabile. Il problema della moralità pubblica è da vedere in relazione a questo, il partito che si sostituisce alle Istituzioni e, quindi, la fedeltà di partito che si sostituisce a quella nei confronti dello Stato.

Quando crollano i partiti che succede?

Rimane in piedi non tanto l’interesse dei partiti, ma quello delle singole cordate e dei singoli politici. I partiti vengono colonizzati da gruppi di potere personale.

Nel suo libro si parla di Giuseppe Maraini, ricordato per la sua tenace lotta contro la partitocrazia da lui condotta nel secondo dopoguerra. L’argomento è ancora attuale?

E’ attuale se non pensiamo che esistano ancora partiti come quelli che noi abbiamo sperimentato nel secondo dopoguerra e fino alla fine degli anni ’80.

E a cosa dobbiamo pensare?

Adesso abbiamo, paradossalmente, un grande bisogno di partiti efficienti che magari siano dei partiti di tipo diverso. Partiti strutturati come macchine per selezionare candidati competitivi come avviene nelle democrazie avanzate di tipo anglosassone. Dove i partiti sono forti e non è vero che non contano. In Italia i partiti hanno una struttura padronale, di distribuzione clientelare di fondi. Servirebbero dei partiti forti che riuscissero a svolgere l’importantissima opera di selezione della classe dirigente.

E’ possibile in Italia, oppure stiamo parlando di fantascienza?

Non è fantascienza, noi viviamo questa alternativa drammatica dei partiti inefficienti che non sono più in grado di gestire la dialettica politica e una tecnocrazia che adesso ci appare sotto una veste attraente ma che senza una classe politica che gli sta dietro non può reggere a lungo. Anche la tecnocrazia montiana non può essere un’alternativa, deve necessariamente, prima o poi, trovare una veste politica, deve integrarsi con il pluralismo politico, e quindi con i partiti. Se non ci fosse un concerto, una maggioranza politica che lo sostiene durerebbe ben poco. Bisogna sperare che in questo periodo di transizione i partiti, attraverso questa gestione indiretta della responsabilità di governo, utilizzino il tempo che hanno a disposizione per fare delle riforme importanti. Riforme delle Istituzioni, dei regolamenti parlamentari e anche per la struttura interna dei partiti, come ad esempio l’istituzionalizzazione delle primarie.

L’Indro.it di giovedì 12 Aprile 2012, ore 20:23

http://www.lindro.it/La-Repubblica-partitocratica,7897#.T6UKzug9X3Q

IORIO E QUESTIONE MORALE IN MOLISE

Il presidente della Giunta Regionale, condannato per abuso d’ufficio, non si dimette

IORIO E QUESTIONE MORALE IN MOLISE

L’accusa: aver favorito il figlio in cambio di consulenze concesse all’azienda dove lavorava. Per iL PDL “un incidente di percorso”

di Paolo De Chiara – dechiarapaolo@gmail.com

Era il 1981. Enrico Berlinguer, il segretario del partito comunista, rilasciò un’intervista ad Eugenio Scalfari per Repubblica. Le sue parole sono ancora attuali. Da allora poco è cambiato. Anzi molto è peggiorato. I partiti continuano ad essere delle “macchine di potere”, utilizzate dal signorotto di turno per il proprio tornaconto. E’ utile rileggere le parole di Berlinguer. “La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano”. Anche in Molise, nella seconda Regione più piccola d’Italia, esiste una questione morale. Ecco come la classe dirigente molisana, che non conosce la parola dimissioni, difende questi principi. “Dopo quattro decenni di vita amministrativa, incappare in un incidente di percorso può essere fisiologico. Parlare di dimissioni è un puro esercizio speculativo dei suoi avversari politici, ai quali vale la pena ricordare che è stato il popolo a maggioranza ad avergli conferito il mandato di governo per la terza volta”. Queste le parole pronunciate, senza timore di ricevere sonori fischi, dal presidente della Provincia di Isernia, Luigi Mazzuto (Pdl), dopo la condanna, in primo grado, emessa nei confronti del governatore del Molise, Angelo Michele Iorio. Un anno e sei mesi per abuso d’ufficio più 18 mesi di interdizione dai pubblici uffici. Può essere definito “incidente di percorso” aver favorito, secondo i magistrati, il proprio figlio affidando due consulenze (una per la sanità e l’altra per la famosa autostrada del Molise) ad una multinazionale? E chi lavorava in quella società di consulenza? Secondo l’accusa gli incarichi furono affidati per favorire la carriera del figlio Davide nella società Bain&Co. L’inchiesta della Procura della Repubblica di Campobasso è iniziata nel 2007 e i fatti si riferiscono al 2003. Quando la Giunta assegna due consulenze alla Bain&Co., dove lavorava uno dei suoi figli, “per perseguire – secondo il pm Fabio Papa – un interesse proprio e di un proprio strettissimo congiunto”. Nel 2009 il rinvio a giudizio per il presidente della giunta regionale del Molise. Dopo tre anni (22 febbraio scorso) la sentenza. La prima condanna per il presidente, già imputato e indagato in altri procedimenti, rieletto nel 2011 per la terza volta alla guida della Regione Molise. Conosciuto a livello nazionale, soprattutto, per la questione “parentopoli”. Così titolava Repubblica il 20 febbraio 2009: “Tre figli, due fratelli e due cugini e la dinastia Iorio occupò Isernia”, mentre l’Espresso del 10 febbraio 2011: “Quanti camici bianchi a casa Iorio”. Una “scelta fatta – secondo Iorio – per l’equità dei costi e l’alta professionalità della multinazionale”. Ma era opportuno affidare due incarichi alla società dove lavorava suo figlio? E’ un buon esempio? Iorio, che non conosce il significato della parola ‘dimissioni’, si difende con le unghie: “ho la coscienza a posto, ho agito per il bene del Molise”. Per il suo avvocato, Arturo Messere: “resto fermamente convinto della completa estraneità ai fatti contestati. Chiederò giustizia per il mio difeso ai giudici di Appello”. Ma in attesa della giustizia come può un soggetto politico, condannato in primo grado, proseguire con serenità il suo compito istituzionale, anche se conferito per la terza volta dai suoi elettori? E’ moralmente accettabile un comportamento del genere? Le opposizioni, subito dopo la sentenza, hanno chiesto inutilmente le dimissioni. “Vogliamo credere – ha sentenziato il senatore molisano del Pdl Ulisse Di Giacomo – che la loro sia solo una battuta da teatro. E’ cronaca nazionale di questi giorni di mazzette che girano tra autorevoli esponenti della sinistra; di tesorieri di partito che fanno sparire decine di milioni di euro di rimborsi elettorali (e lo scandalo delle tessere del Pdl?, ndr); di parlamentari di sinistra (il senatore dimentica la vicenda di Romano e di Cosentino, ndr) per i quali le Camere sono chiamate a negare la richiesta di misure cautelari in carcere. Ma tant’è per Iorio non valgono i tre gradi di giudizio né la presunzione di innocenza fino al termine dell’iter giudiziario”. Per il Senatore del Pdl, garantista con la sua parte politica e forcaiolo con i suoi avversari, bisogna attendere il terzo grado di giudizio. Ecco perché la questione morale “è il centro del problema italiano”. Ma cosa succede in Europa? Partiamo dalla Gran Bretagna. Chris Huhne, ministro dell’Energia e dell’Ambiente, si è dimesso per “ostruzione di giustizia”. Dopo una multa per eccesso di velocità tentò di scaricare le responsabilità sulla moglie. Liam Fox, ministro della Difesa, si è dimesso, non per una condanna per abuso d’ufficio, ma per essersi fatto accompagnare, in diversi viaggi ufficiali, da un amico come consigliere. Jacqui Smith, ministro dell’Interno, si è dimesso per aver fatto pagare al contribuente inglese il noleggio di due film porno. Passiamo alla Svizzera. Philipp Hildebrand, governatore della Banca Centrale svizzera, ha lasciato il suo incarico per uno scandalo bancario. E’ accusato di insider trading. In Francia? Michele Alliot-Marie, ministro degli Esteri, si è dimessa per una visita in Tunisia. Accettò un viaggio sul jet privato di un uomo d’affari molto vicino a Ben Alì. Si è scoperto, grazie a una libera stampa, che la sua famiglia faceva affari con il dittatore tunisino. Non mancano esempi in Repubblica Ceca. In Germania una tesi copiata ha portato alle dimissioni il ministro della Difesa. Per non parlare degli Stati Uniti d’America, dove Michele Iorio è andato spesso a pregare. Lo scandalo, conosciuto come Watergate, scoperto da due giornalisti del “Washington Post”, portò alle dimissioni del presidente Richard Nixon. In Italia, e in Molise, chi chiede le dimissioni, dopo una condanna di un tribunale, è accusato di essere giustizialista. E si continua a far finta di nulla su troppe questioni. Il Molise è la Regione degli sprechi, della sanità malata. E’ la Regione dove chi ha causato il disastro nella Sanità ne è diventato il commissario. E’ la Regione del terremoto, dell’alluvione e dell’articolo 15. E’ la Regione che “sogna” l’Aeroporto, senza infrastrutture. E’ la Regione che ha stanziato, con una legge regionale, 300mila euro per alcuni editori. Per comprare il silenzio. Per acquistare il consenso. Quello che fa vincere le elezioni. “C’è qualcuno in Italia che sa cosa sta succedendo da molti anni nel Molise?” Chiedeva Nicola Tranfaglia su l’Unità il 16 marzo 2010. “E’ la regione italiana governata dal presidente Michele Iorio del Popolo della Libertà, vicino a Berlusconi. Il regno del Molise ha una serie di primati impressionanti: per esempio c’è il numero più alto a livello nazionale di dipendenti della regione: 2,79 ogni mille abitanti contro l’0,39 in Lombardia, l’0,59 del Veneto, l’0,64 del Lazio e dell’Emilia Romagna. L’organico molisano prevede 981 dipendenti. Oltre 300 sono responsabili di ufficio. Spropositato il numero dei dirigenti: un centinaio più sei direttori generali. La Lombardia impiega tre dirigenti, ogni 100 mila abitanti, il Molise 27”.

da L’Indro.it di giovedì 1 Marzo 2012, ore 17:24

http://www.lindro.it/Iorio-e-questione-morale-in-Molise,6926#.T1H7f4caPwl

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