Carta Canta, FATTI INQUIETANTI

vincenzo niro

di Paolo De Chiara

 Fatti inquietanti

Naturale spinta

«Ho dedicato gran parte della mia vita all’impegno nel sociale e nella politica. Le motivazioni che mi hanno portato a farlo non saprei nemmeno individuarle, in quanto ho avvertito fin da giovanissimo una naturale spinta a partecipare alla vita pubblica, a dare il mio apporto nell’affrontare problemi e sostenere iniziative che coinvolgessero la mia comunità e lo facevo semplicemente perché provavo piacere a farlo».

Intervista al consigliere uscente e candidato alle elezioni regionali 2018 Vincenzo Niro, «gambatesablog.info», 27 marzo 2018 

Trasparenza

Eletto per la prima volta in Consiglio regionale nel 2001, per la lista Democrazia Europea, consigliere regionale del Molise. Segretario della I Commissione consiliare Sviluppo economico. consigliere delegato dal presidente della Giunta regionale per le problematiche della Cooperazione internazionale. Riconfermato consigliere regionale nel 2006. Vicepresidente III Commissione regionale permanente e vicepresidente Commissione speciale Cooperazione Interregionale nell’Area Adriatica. Rieletto consigliere regionale nell’ottobre del 2011, presidente della I Commissione consiliare. Alle consultazioni regionale del febbraio 2013 viene rieletto nella circoscrizione di Campobasso per le liste Il Molise di tutti e Udeur Popolari. Dal 9 aprile 2013 è capogruppo Udeur Popolari e presidente del Consiglio regionale del Molise.

Amministrazione trasparente, sito Regione Molise

Ausiliario

«Con sei pesanti condanne e un’assoluzione si è concluso nel Tribunale di Campobasso il processo contro i quattro agenti di custodia ed i tre detenuti accusati di aver introdotto armi all’interno del carcere del capoluogo molisano. […] L’agente ausiliario Vincenzo Niro ha avuto 3 anni e 7 mesi di reclusione e un milione e duecentomila lire di multa…».

Dure condanne inflitte per le armi in carcere, Cronaca del Molise, 1983

Armi, in cambio di denaro

«Nel prosieguo delle indagini essendo emersi indizi di responsabilità a carico degli agenti C., Niro e B. – anche a seguito della deposizione del loro collega M. Raffaele che aveva, non visto, ascoltato i primi due mentre litigavano per la ripartizione di una somma ricevuta per la introduzione di una pistola, ritirata in Napoli, nella casa circondariale, veniva emesso ordine di cattura, eseguito il 6.4.1983, nei confronti dei suddetti […]. Ha aggiunto il M. che iniziate le perquisizioni nel carcere, il Niro gli impose di non riferire nulla nel colloquio ascoltato per caso e gli fece anche larvate minacce ripetute dopo qualche tempo da due detenuti non identificati ed evidentemente istigati a tanto dal Niro medesimo». 

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983     

Atto scellerato

«Non si sa a qual fine le armi fossero introdotte nel carcere di Campobasso: certamente per un intento illecito che poteva consistere nell’eliminazione di rivali, nella rivolta, nella uccisione di coloro che, comunque, nelle carceri lavorano e accedono. Ed in epoca in cui tanti fedeli servitori dello Stato cadono in difesa delle istituzioni, appare veramente atto scellerato rifornire di armi chi è dall’altra parte della trincea: il crimine, pertanto, è particolarmente grave ed odioso e denuncia profondo scadimento morale. Tanto più che è stato commesso solo per lucrare somme di danaro, anche cospicue […]. Infine tali agenti non hanno mostrato segno alcuno di pentimento né hanno collaborato con la Giustizia al fine di rendere completamente chiari i meccanismi dell’operazione ed i nomi di tutti coloro che partecipavano; tuttavia il Collegio ritiene di dover prendere in considerazione la giovane età e l’inesperienza di taluno, i carichi di famiglia dell’altro e – di tutti – le difficili condizioni lavorative che possono far vacillare animi non forti e non opportunamente seguiti e guidati: e, quindi, infliggere pene non così severe come il fatto imporrebbe».

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983    

Per questi motivi

«Letti gli articoli 483, 488 C.P.P. dichiara gli imputati responsabili dei reati loro rispettivamente e concorsualmente  ascritti […], condanna 4) Niro Vincenzo alla pena di anni 3 e mesi 7 di reclusione e 1.200.000 di multa».

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983    

Gravità eccezionale

«Tanto premesso l’esame dei fatti delittuosi ascritti ai prevenuti rivela che essi sono di una gravità eccezionale perché commessi da individui, gli agenti di custodia, che avevano il compito specifico di vigilare sui detenuti per impedire loro, fra l’altro, di porre in essere proprio quello che invece costoro divisavano di fare raccogliendo le armi. Dunque violazione specifica dei propri doveri da parte degli agenti imputati che, anche se giovani ed inesperti avrebbero ben potuto rendersi conto di quello che stavano per fare solo se avessero riflettuto sulla divisa che indossavano e su quello che questa circostanza comportava».

Sezione di Corte d’Appello, Motivazioni Sentenza II grado, Campobasso, 26 gennaio 1984

Per tali motivi

«La Sezione di Corte di Appello di Campobasso, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Campobasso in data 18/06/1983 […] Assolve B., C. e Niro dai reati di detenzione di armi comuni e clandestine da sparo […]. Conferma la responsabilità degli imputati per tutti gli altri reati loro rispettivamente ascritti in rubrica […] e, con la concessione a tutti della riduzione di pena per porto abusivo di armi comuni da sparo, […] riduce la pena inflitta a Niro ad anni due di reclusione e 950.000 lire di multa».

Sezione di Corte d’Appello, Motivazioni Sentenza II grado, Campobasso, 26 gennaio 1984

Sentenza definitiva

«Sentenza irrevocabile per i ricorrenti dal 15 gennaio 1985 per Niro Vincenzo […]»

Sentenza Cassazione, 15 gennaio 1985

La riabilitazione

La Corte di Appello di Campobasso con sentenza del 16/11/89 ha concesso a Niro Vincenzo la riabilitazione dalla condanna riportata.

Corte di Appello, Campobasso, 16 novembre 1989

Ragazzi che sbagliano 

«Prendete il caso di Vincenzo Niro e parlo da persona che ha avuto una certa esperienza, prima che in politica, in magistratura. È stato un ragazzo ventenne che ha sbagliato e che ha pagato per il suo sbaglio. Poi ha chiesto e ottenuto la riabilitazione e si è impegnato in politica e nelle istituzioni. Magari fosse sempre questa la fine di coloro che sbagliano in gioventù e rimettono poi in gioco la propria vita al servizio della collettività. Questo vuol dire avere il coraggio di migliorarsi e di servire le istituzioni».

Antonio Di Pietro, «primapaginamolise», 3 febbraio 2013

Ragazzi che muoiono/1

«Quella legalità in difesa della quale Mimmo Beneventano dedicò tutta la sua giovane vita e per la quale la mattina del  7 novembre dell’80, ad Ottaviano,  fu barbaramente ucciso dalla camorra. Aveva 32 anni. Il clan Cutolo, che in quel centro dell’area vesuviana aveva la sua base operativa, non accettava che quel giovane medico e giornalista, politicamente impegnato (in occasione delle comunali, fu eletto con una valanga di voti nelle liste del Pci) fosse divenuto un punto di riferimento per tante persone, giovani ed adulti. Era pericoloso e si doveva eliminare. Così avvenne».

Sasso di Castalda ricorda Mimmo Beneventano, «USB Ufficio stampa Basilicata», 6 novembre 2015

Ragazzi che muoiono/2

Giancarlo Siani era un giovane giornalista pubblicista napoletano. Fu ucciso a Napoli, la sera del 23 settembre 1985, sotto casa, nel quartiere residenziale del vomero: aveva compiuto 26 anni il 19 settembre, pochi giorni prima.

Chi era Giancarlo Siani?, «giancarlosiani.it»

Ragazzi che muoiono/3

«Giuseppe Impastato, detto Peppino, è stato un giornalista e un attivista siciliano, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978 a Cinisi, cittadina a pochi chilometri da Palermo, per ordine del boss mafioso Gaetano Badalamenti.

Il giornalista siciliano, che si era candidato alle elezioni comunali con Democrazia proletaria, fu ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio e il suo cadavere fu fatto saltare con del tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, così da far sembrare che si trattasse di un fallito attentato suicida.

Giuseppe Impastato era nato in una famiglia mafiosa il 5 gennaio 1948, ma fin da ragazzo aveva preso le distanze dai comportamenti mafiosi del padre e e aveva provato a denunciare il potere delle cosche e il clima di omertà e di impunità a Cinisi. Per questo motivo fu cacciato di casa dal padre fin da ragazzo».

Chi era Peppino Impastato ucciso dalla mafia, «L’Internazionale», 9 maggio 2016

Commemorazioni

«In questo doloroso giorno intendiamo onorare la memoria di quanti sono caduti nell’assolvimento del proprio dovere, a difesa dei valori della legalità, combattendo quasi sempre una battaglia ad armi impari. A tutti va il nostro senso di riconoscenza e gratitudine, unitamente alla consapevolezza che tutti dobbiamo continuare a fornire la nostra fattiva collaborazione per favorire a tutto il popolo, le migliori condizioni di vita, sociali ed economiche, respingendo ogni forma di intolleranza, specie quella proveniente dalle organizzazioni criminose…».

Anniversario della strage di Capaci, Niro: per non dimenticare, «Il Quotidiano del Molise», 23 maggio 2014

Nonostante la condanna

L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto… e no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire, beh ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest’uomo è un mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano il reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, ma che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati».

Paolo Borsellino, magistrato ucciso dalla mafia e dallo Stato, 26 gennaio 1989

DIAZ, AGNOLETTO: “NAPOLITANO SI SCUSI”

Intervista a Vittorio Agnoletto, portavoce del Genova Social Forum

DIAZ: “NAPOLITANO SI SCUSI”

Dopo la sentenza di condanna, “lezione di democrazia e diritto”, una lettura storica

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“La sentenza della Corte di Cassazione va rispettata come tutte le decisioni della Magistratura. Il Ministero dell’Interno ottempererà a quanto disposto dalla Suprema Corte”.In questo modo il Ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri ha commentato la sentenza della Cassazione per l’irruzione alla scuola Diaz-Pertini di Genova, durante il G8 del 2001. Il blitz degli uomini dello Stato, delle forze dell’ordine, avvenne nella notte tra il 21 e 22 luglio di undici anni fa. Poliziotti in assetto da guerra, entrarono nella scuola dove alloggiavano i manifestanti, abusando del loro potere. Uomini e donne vennero brutalmente feriti con fratture alle mani, al cranio, alle costole. Un vero e proprio inferno quella notte, una ‘macelleria sociale’. Sangue, urla e pestaggi.

Il giorno prima, in piazza Alimonda, venne ucciso da un carabiniere Carlo Giuliani. Il giorno dopo l’irruzione, l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dichiarò alle telecamere: “ho avuto questa mattina una telefonata del Ministro degli Interni, che mi ha rappresentato il ritrovamento di armi improprie all’interno del Genova Social Forum e la individuazione di 60 persone appartenenti alle squadre violente che si erano occultate, a dire del Ministro, con la connivenza degli esponenti del Genova Social Forum”. A seguire una strana conferenza stampa organizzata dalla Polizia di Stato dove i giornalisti, senza fare domande, dovettero ascoltare la lettura di un comunicato: “Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. In vari locali dello stabile sono stati sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Tutti i 92 giovani sono stati tratti in arresto per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. All’atto dell’irruzione uno degli occupanti ha colpito con un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure in ospedali cittadini”. Una violentaperquisizione’ che si concluse con 93 arresti e 82 feriti con tre prognosi riservate. 

Ieri la sentenza della Corte di Cassazione. Con le condanne definitive per 25 poliziotti, con l’aggiunta dell’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. La sentenza colpisce anche alti funzionariFranco Gratteri, capo della direzione centrale anticrimine; GilbertoCaldarozzi, capo del servizio centrale operativo e Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell’Aisi (il vecchio Sisde). Tutti condannati per falso aggravato. Su twitter la deputata del Pdl, Jole Santelli, ha scritto: “Mi vergogno di essere italiana. Mi vergogno di una magistratura che condanna i migliori uomini dello Stato. Sentenza politica e pilotata”. Per il capo della Polizia, Manganelli: “è il momento delle scuse”.

Abbiamo sentito Vittorio Agnoletto, portavoce del Genova Social Forum 2001, che subito dopo la sentenza della Cassazione ha affermato: “oggi abbiamo ricevuto una lezione di democrazia e di diritto”. Chiedendo le dimissioni dell’ex Capo della Polizia, Gianni DeGennaro “responsabile etico e morale”. Oggi sottosegretario con delega ai servizi segreti. Il processo condanna in modo definitivo i numeri due, tre e quattro della Polizia. Queste persone da chi dipendevano? A chi rendevano conto? Al numero uno, al capo della Polizia.Che non era coinvolto in questo processo, anche perché materialmente in quei giorni non stava a Genova. Ma aveva la responsabilità di tutto quello che accadeva, di tutta la gestione dell’ordine pubblico. E’ possibile ritenere che tutti abbiano agito all’insaputa o, addirittura, contro i desideri del numero uno? Credo che sia naturale che anche Gianni De Gennarodebba dare le dimissioni. Credo che dovrebbe essere un atto dovuto e un atto di cui dovrebbe sentire l’esigenza etica e professionale lo stesso De Gennaro. Ho molti dubbi che il mondo politico che lo ha nominato sottosegretario osi chiederne le dimissioni”.

Lei ha rivolto un appello anche al Presidente della Repubblica.

Ritengo che sia un dovere che il Presidente Napolitano, che rappresenta l’insieme di questo Paese, faccia l’ atto di chiedere scusa a nome delle Istituzioni ai cittadini che sono stati picchiati alla Diaz e a Bolzaneto, per le violenze che hanno subito ad opera dei rappresentanti delle Istituzioni. E che chieda scusa all’insieme dei cittadini italiani per quello che non hanno fatto in tutti questi anni le Istituzioni per aiutare la ricerca della verità.

Nel suo libro ‘L’eclisse della democrazia’ si fa riferimento alla tortura. In Italia ancora non esiste questo tipo di reato.

Questo è un gravissimo scandalo per cui l’Italia è stata richiamata da tutte le Istituzioni internazionali e dopo quasi trent’anni dalla firma della Convenzione Internazionale l’Italia aveva il compito e il dovere di fare una legge, che non ha mai voluto fare. E non la farà nemmeno questo Governo. L’assenza del reato di tortura ha già inciso molto sul processo d’appello di Bolzaneto ed è destinata ad incidere molto anche sulla sentenza della Cassazione, per Bolzaneto, che arriverà tra oltre un anno. Dietro le resistenze della politica a fare una legge sul reato di tortura c’è una convinzione molto sbagliata. E cioè che le forze dell’ordine siano al di sopra della legge. E’ un reato previsto in tutti i Paesi civili.

Lei, subito dopo la sentenza della Cassazione, ha parlato di “lezione di democrazia e di diritto“.

Credo che la sentenza di ieri sia stata veramente una lezione di democrazia e di diritto. I cinque magistrati della Cassazione si sono trovati ad agire in una condizione pesantissima, che andava oltre il loro ruolo istituzionale. Sono stati caricati di una responsabilità che non era loro. Grandi media nei giorni precedenti la sentenza hanno continuato ad insistere che un eventuale conferma della condanna avrebbe portato alla decapitazione di importanti Istituzioni italiane, perché sarebbero stati obbligati a dimettersi persone che ricoprono ruoli importantissimi nella Polizia italiana. Questa non è una responsabilità che può essere scaricata sui magistrati. I magistrati non hanno colpa se chi ha commesso un reato ricopre ruoli importanti nello Stato. La responsabilità grossa è della politica, che in questi undici anni non ha fatto nulla. Anzi ha promosso tutti coloro che venivano condannati dai magistrati. Questi magistrati hanno dimostrato che la legge è uguale per tutti.

Undici anni dopo Genova, qual è la sua lettura storica?

Dovremo ricordare che il movimento di Genova veniva da Portalegre, sei mesi prima c’era stata la prima edizione del Forum Sociale Mondiale dove i movimenti di tutto il mondo si erano dati appuntamento in Brasile per parlare, discutere e progettare un mondo completamente diverso. Questo movimento in pochissimi mesi si diffuse in tutto il mondo. La repressione di Genova è attuata e praticata dalle forze dell’ordine e dai politici italiani, ma la decisione della repressione nasce a livello internazionale per stroncare questo movimento. Non possiamo dimenticarci che prima di Genova c’era stata Napoli, prima di Napoli c’era stata Goteborg e prima di Goteborg c’era stata Praga. Una decisione presa a livello internazionale per cercare di fermare la crescita di un movimento che si diffondeva, come poi è avvenuto, in tutto il mondo. E che aveva ragione. La realtà che viviamo oggi, la crisi economica e sociale che viviamo oggi è esattamente la conseguenza di quello che noi avevamo previsto undici anni fa. Quando nessuno ci ha dato ragione.

Un esempio?

In questi giorni i capi di Stato discutono se trovare il modo per applicare una tobin tax, che era quello che esattamente chiedevamo nel 2001. Abbiamo raccolto 150mila firme in Italia e nessuno ci ha preso in considerazione.

Lei crede che ci siano stati errori, responsabilità, leggerezze da parte del Movimento NoGlobal?

Se si parla delle giornate di Genova, il Movimento non ha nulla da rimproverarsi. Ci siamocomportati in un modo assolutamente trasparente. Eravamo convinti che il diritto a manifestare dovesse essere tutelato dalla Polizia. Come potevamo immaginare, per esempio, che potessero arrivare a Genova i black bloc a sfasciare tutto nell’indifferenza più totale delle forze dell’ordine, anzi nella tutela delle forze dell’ordine che li hanno lasciati sfasciare. Non potevamo prevedere simili atteggiamenti.

E in questi undici anni?

Abbiamo fatto due errori di tipo politico. Il non capire che la nostra unità era il più grande bene comune che avevamo. La forza di Genova era il fatto che insieme si sono mosse 1600 organizzazioni, di cui 900 italiane. Dopo Genova si è tornati ad agire ognuno per conto suo. Un grande errore. La seconda questione, quando c’è stato il governo Prodi, il delegare alla politica la speranza di un cambiamento. E la politica si è dimostrata incapace totalmente di qualunque cambiamento.

Come è cambiato il movimento in questi anni?

Il movimento di cui parliamo è un movimento mondiale. A livello globale il movimento ha fatto passi da gigante. Ha contribuito fortemente a cambiare profondamente la realtà di un intero continente, come l’America Latina. In Africa i movimenti sono riusciti a bloccare un accordo commerciale proposto dall’Unione Europea che avrebbe distrutto l’economia agricola africana. Ha cambiato le cose in India, in Asia. Abbiamo molte più difficoltà in Europa, questo però era naturale, per la repressione fortissima che c’è stata allora e poi perché in questa società gli apparati mediatici, culturali sono fortemente controllati dai poteri delle grandi multinazionali, dalle grandi concentrazioni economiche e finanziarie. Però abbiamo raggiunto degli obiettivi importanti. Non dimentichiamoci un anno fa i referendum per mantenere pubblica l’acqua. E’ a Genova che nasce il concetto di bene comune. E a Genova che per la prima volta si parla di acqua come bene comune.

Come è cambiata la società in questi anni?

La società italiana ha vissuto dieci anni narcotizzata. Oggi di fronte a una crisi economicapesantissima e gli indici di povertà che aumentano enormemente la società italiana, molto lentamente, forse si sta risvegliando. Ma il percorso sarà molto lungo. Abbiamo perso, prima che sul piano politico, sul piano culturale. E recuperare sul piano culturale richiede tempi lunghi.

da L’INDRO.IT di venerdì 6 Luglio 2012, ore 19:25

http://lindro.it/Diaz-Agnoletto-Napolitano-si-scusi,9420

CARTA CANTA, agosto 2011 – Gli amici molisani di “Vasa Vasa” (Totò Cuffaro)

Totò Cuffaro (Ansa)
Totò Cuffaro (Ansa)


“Cuffaro è ritenuto responsabile di aver favorito Cosa Nostra, in particolare il manager della sanità siciliana Michele Aiello, considerato il prestanome del boss Bernardo Provenzano”.

 di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Parliamo della vicenda di Totò Cuffaro. Lo conosco personalmente e posso assicurare che è una persona di grande spessore. Al di là del caos dei media, Cuffaro è stato condannato per un reato, a causa di una piccolezza: avendogli un poliziotto confidato che un suo amico personale era sotto intercettazione, pur non sapendo se fosse mafioso o meno, Cuffaro gli ha semplicemente detto: guarda che tu sei sotto intercettazione. Certo è un reato, è oggettivo, ma nella sua sostanza è banale”.

(Raffaele Mauro, consigliere regionale Molise, La Voce del Molise, 5 agosto 2011)

“Non ho difficoltà a dirlo: mi vanto di essere suo amico. Anzi andrò presto a visitarlo. Sono molto amico di Cuffaro e lo stimo tantissimo. Io non credo nella sua colpevolezza. Ma credo nella magistratura, e in maniera molto triste devo accettare il verdetto. Lo ha fatto anche lui, ci ha dato un grande esempio quando all’indomani della sentenza, senza clamori ma con grandissima umiltà, rivelando anche i suoi sentimenti di cattolico, si è presentato alle porte del carcere”.

(Luigi Velardi, Assessore Regione Molise, La Voce del Molise, 12 agosto 2011)

“Confermata, a carico dell’ex governatore della Sicilia Salvatore Cuffaro,  la condanna a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e violazione del segreto istruttorio nell’ambito del processo «talpe alla Dda». Lo ha deciso la seconda sezione penale. Cuffaro è già entrato nel carcere di Rebibbia. […] Cuffaro è ritenuto responsabile di aver favorito Cosa Nostra, in particolare il manager della sanità siciliana Michele Aiello, considerato il prestanome del boss Bernardo Provenzano. L’episodio che ha incastrato Totò Cuffaro è quello che si riferisce al boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Le informazioni di Cuffaro avrebbero permesso al capo mafia Guttadauro di scoprire una microspia nella sua abitazione e ciò ha favorito, secondo i giudici, l’intera organizzazione mafiosa. Oltre al favoreggiamento di Cosa Nostra la condanna di Salvatore Cuffaro si riferisce anche al reato di rivelazione di segreto istruttorio.”.

(Il Sole 24 Ore, 22 gennaio 2011)

“E’ “accertata” la “sussistenza di ripetuti contatti” fra l’ex governatore della Sicilia, Salvatore Cuffaro, e “vari esponenti” di Cosa Nostra, il che “spiega” quale sia stato “l’atteggiamento psichico” dello stesso Cuffaro nel rivelare al boss di Brancaccio, Guttadauro, “con il quale aveva stipulato un accordo politico mafioso”, la notizia che c’erano indagini sul capomandamento. Lo sottolinea la Cassazione, che ha appena depositato le motivazioni della sentenza con la quale lo scorso 22 gennaio ha confermato la condanna a sette anni di reclusione, a carico di Cuffaro, per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento personale, con l’aggravante di aver favorito l’intera organizzazione mafiosa di Cosa Nostra”.

                           (La Repubblica Palermo, 19 aprile 2011)

“Totò Cuffaro va in carcere. La Cassazione ha infatti reso definitiva la condanna a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e rivelazione di segreto istruttorio emessa nell’ambito del processo ‘talpe alla dda’ nei confronti di Cuffaro, ex governatore della Sicilia ed oggi senatore del Pid (Popolari Italia Domani). In particolare, la seconda sezione penale presieduta da Antonio Esposito ha rigettato il ricorso di Cuffaro confermando così il verdetto emesso lo scorso 23 gennaio dalla Corte d’Appello di Palermo”.

    (Il Fatto Quotidiano, 22 gennaio 2011)

Carta Canta, agosto 2011