«Io sul libro paga della cosca Mancuso? Soltanto illazioni»

L’INTERVISTA. Parla l’avvocato Carmelo Naso del Foro di Palmi (RC), accusato dal collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, il “rampollo del clan Mancuso di Limbadi”, di essere sul libro paga della famiglia di ‘ndrangheta. «Non conosco personalmente il collaboratore di giustizia.» Domani alle ore 12:00 l’intervista all’On. Angela Napoli (minacciata di morte dai mafiosi di Limbadi): «Sono ‘ndranghetisti, potenti e pericolosi.»

«Io sul libro paga della cosca Mancuso? Soltanto illazioni»
Il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso (ph Repubblica.it)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Dal materiale intercettivo si evince, chiaramente, che la Chimirri Nensy Vera è collegata, tutt’oggi alla cosca, in quanto è difesa e assistita da un noto avvocato del Foro di Palmi (RC), Carmelo Naso, che risulta essere sul “libro paga” della cosca di ‘ndrangheta denominata “Mancuso”. Questa non è una mia invenzione ma è quanto emerge da una intercettazione telefonica, presente in atti, tra il professionista e Del Vecchio Rosaria Rita, rappresentante la famiglia Mancuso, inerente il procedimento pendente presso il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro. In tale circostanza il mandato difensivo è stato conferito dalla Chimirri Nensy Vera, madre della minore, ma il professionista anziché riferire l’evolversi della vicenda alla sua assistita provvede, con priorità, a relazionarsi con Del Vecchio Rosaria Rita, la quale si occupa anche del pagamento delle spese legali.»

Questo è il passaggio contenuto nella comunicazione del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, “il rampollo del clan Mancuso di Limbadi”, come lui stesso si definisce. Nell’articolo di Alessandra Ruffini è possibile leggere interamente il suo intervento. Ma cosa ne pensa l’avvocato, accusato di essere “a libro paga della cosca di ‘ndrangheta”?

Lo abbiamo contattato per raccogliere anche il suo punto di vista. «Francamente in questo momento non ho un punto di vista, nella misura in cui ho appreso il dato da testate giornalistiche che però, francamente, non mi va in questo momento di esprimermi.»

Lei difende la famiglia Mancuso?

«No, io difendo Chimirri Nensy Vera.»

La compagna di Emanuele Mancuso?

«La ex compagna.»

La ex compagna, mi perdoni. È entrata ufficialmente nel programma di protezione?

«Questo non glielo posso dire.»

Una strategia da parte della famiglia Mancuso?

«Una strategia in che senso?»

Emanuele Mancuso sostiene che è una strategia della sua famiglia ‘ndranghetista per fare pressioni su di lui, relativamente alla decisione di aver “saltato il fosso”. È così?

«Ma guardi, c’è un procedimento penale pendente su questa vicenda e credo che verrà fatta luce nell’aula di giustizia. Lo accerterà il Tribunale se è stata o non è stata una strategia.»

Lo ha conosciuto, lo conosce Emanuele Mancuso?

«No, non lo conosco. Non l’ho mai visto di persona. So chi è perché lo leggo di continuo sulle testate giornalistiche, lo leggo negli atti giudiziari oggetto di procedimenti penali. Però io personalmente non lo conosco.»

Il Mancuso, in un passaggio, scrive: “dal materiale intercettivo si evince, chiaramente, che la Chimirri Nensy Vera è collegata, tutt’oggi alla cosca, in quanto è difesa e assistita da un noto avvocato del Foro di Palmi (RC), Carmelo Naso, che risulta essere sul “libro paga” della cosca di ‘ndrangheta denominata “Mancuso”. Il collaboratore l’accusa di una cosa grave. Lei cosa risponde?

«Guardi, un estratto contributivo ancora non l’ho fatto. Potrei provare a fare un estratto contributivo per vedere, intanto, se c’è una cosca e poi se sono stato assunto da questa cosca. Dovrei risultare… ma l’estratto contributivo non l’ho fatto. Queste per me sono delle, delle… è un suo pensiero. Sono delle mere illazioni.»

Lei ha appena detto: “se esiste la cosca”. Mi scusi, ma cosa significa? Lei non è a conoscenza dell’esistenza di questa cosca di ‘ndrangheta?

«Non so di quale cosca stiamo parlando.»

Sempre i Mancuso di Limbadi.

«Ripeto ancora una volta, questo va accertato nelle aule di giustizia.»

Va accertata l’esistenza della cosca?

«Vanno accertati i fatti che sono riportati nella…»

Senta, ma esiste o non esiste questa cosca di ‘ndrangheta?

«Questo lo deve accertare un magistrato, non posso dirlo io. Questo va accertato nelle opportune sedi. Se io avessi il potere di decretare se esiste o non esiste una cosca… io questo potere non ce l’ho.»

Il collaboratore di giustizia, sempre nella sua richiesta d’aiuto inviata ai giornali, dice che c’è una intercettazione tra lei e un componente della famiglia Mancuso. Precisamente con Del Vecchio Rosaria Rita, “rappresentante la famiglia Mancuso, inerente il procedimento pendente presso il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro”.

«Dipende cosa si intende per rappresentante. È la sorella della madre, la conosco. Certo che la conosco.»

La sorella della madre del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso?

«Esattamente. È la zia del Mancuso. Che ripeto, che io conosco.»

Quindi l’intercettazione esiste perché lei conosce questa donna?

«Non le sto dicendo che esiste l’intercettazione, sto dicendo che conosco Del Vecchio Rosaria Rita. Certamente che la conosco, assolutamente. Questi sono atti che sono oggetto di un processo, un processo che si sta celebrando, che verrà celebrato di qui a breve e vedremo quello che ne uscirà, ecco. Tutto qui.»

Lei è il legale, come sostiene, della ex compagna del collaboratore. Può illustrare la questione della figlia minore…

«Quale figlia?»

La diatriba tra i due genitori, chiamiamola così…

«Sì, c’è. Per quello che posso dirle, lei capisce bene che sono vincolato dal segreto professionale. C’è questa vicenda che riguarda la bambina di Emanuele e di Chimirri Nensy Vera relativa a dinamiche prettamente familiari, da quel che… questo è quello che io posso dirle.»

Emanuele Mancuso, oggi, è un collaboratore di giustizia. Mi corregga se sbaglio.

«Sì, assolutamente.»

Quindi per essere un collaboratore di giustizia ci troviamo di fronte ad un clan di ‘ndrangheta. Non crede?

«Questo lo sta dicendo lei.»

È solo un ragionamento logico. Il collaboratore proviene da una famiglia mafiosa. O no?

«No, tecnicamente no.»

Può spiegare il suo punto di vista?

«Potrei commettere una serie indeterminata di delitti, insieme a lei o ad altra persona e poi pentirmi e collaborare con la giustizia.»    

In una conversazione telefonica, secondo il collaboratore, del 15 novembre del 2019 Mancuso Pantaleone, detto L’Ingegnere, dice alla sua cliente: “Stai tranquilla, io farò di tutto. Non ti preoccupare, stai tranquilla. Deve passare sul mio cadavere”. Lei come interpreta queste parole?

«Per dare una risposta alla sua domanda dovrei prima leggermi l’intercettazione, dopodiché avere la certezza che gli interlocutori siano quelli che lei mi sta indicando. Dopodiché io potrei anche risponderle. Soprattutto dovrei contestualizzarla questa intercettazione. Così su due piedi non so quale fosse il discorso.»

Sempre Emanuele Mancuso, collaboratore di giustizia, in un passaggio dichiara: “la bambina è in mano alla ‘ndrangheta ed è usata come merce di scambio”. Le risulta almeno questo?

«Sinceramente non sono a conoscenza di questo dato. Credo che ci siano di mezzo delle Istituzioni, so che c’è di mezzo il Tribunale per i minorenni di Catanzaro che non è proprio l’ultimo arrivato. So che c’è di mezzo la Procura per i minori di Catanzaro, so che c’è di mezzo la Procura distrettuale antimafia di Catanzaro. Stiamo parlando non di pizzo e fighi ma di Istituzioni, di gente che fa valere i diritti della gente, quindi credo che se, effettivamente, fosse come lei mi sta dicendo avrebbero preso dei provvedimenti.»

Come dice lui, il collaboratore, non io.

«Lei mi sta riferendo quello che direbbe questo Emanuele che cozza un pochino con la logica. Non è che stiamo parlando di una diatriba che si è accesa in famiglia e allora la sta mediando papà piuttosto che mamma. Qui stiamo parlando di organi giurisdizionali importanti che da sempre hanno esercitato in maniera ligia la giustizia. Lei può pensare, e glielo sto chiedendo, che possa esistere una situazione del genere e che un Tribunale, una Procura distrettuale, una Procura minorile possano acconsentire a questo tipo di situazioni? Ecco, glielo chiedo. Mi risponda.»

Io cerco le risposte. Senta, c’è un’altra intercettazione, tra lei e la signora Del Vecchio Rosaria Rita, la zia di Emanuele. Le offre prima 5 mila, poi 10 mila euro. Lei avrebbe risposto: “vengo pure in bicicletta”. Tra di voi c’è anche un rapporto professionale? Lei è anche l’avvocato di questa donna? Almeno questo dialogo lo ricorda?

«Non me lo posso ricordare, ritengo siano passati anni. Lei capisce bene che se io avessi detto una frase del genere, ovviamente sarebbe stata dettata dallo scherzo. Non è che una persona va in bicicletta a prendersi…»

A me non interessa come è andato. C’è un rapporto professionale tra lei e la signora, indicata dal collaboratore di giustizia come rappresentante della famiglia Mancuso?

«Non le posso rispondere. Ci sono delle dinamiche alle quali sono vincolato dal segreto professionale. Non è un mistero che ho avuto e ho una miriade di clienti e su questo non ne facciamo mistero.»

Fa l’avvocato…

«Sì, faccio l’avvocato. Quindi ho avuto rapporti professionali con una miriade di persone di… Questa è fondamentalmente la mia risposta.»

Senta, per quanto mi riguarda il clan Mancuso esiste, è pericoloso e questo dato lo si trova in libri, sentenze, documenti. È un dato di fatto. Mentre sulla ‘ndrangheta riesce a formulare un suo giudizio?

«Mi perdoni, chi le ha detto che il clan Mancuso esiste?»

È una mia opinione. Glielo ripeto: per me il clan Mancuso esiste, è presente sul territorio ed è molto pericoloso. La domanda è questa: che cos’è per lei la ‘ndrangheta?

«È un fenomeno umano…»

Quindi la ’ndrangheta esiste?

«È un fenomeno umano e come tale ha avuto certamente un inizio e dovrà anche avere una fine. Me lo auguro, ce lo auguriamo tutti.»

E questo dipende molto dagli uomini, o meglio da certi uomini…

«Naturalmente, naturalmente.»       

Ma secondo lei, lasciando stare il suo pensiero sull’esistenza del clan Mancuso, è grave dire che un avvocato è a libro paga di una cosca mafiosa?

«Dipende da quale pulpito viene la predica. Dipende da chi promana questo tipo di accusa. Lì si può vagliare e misurare la gravità di una affermazione.»      

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– Domani alle ore 12:00 l’intervista ad Angela Napoli (minacciata di morte dal clan Mancuso).

Angela Napoli

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LEA GAROFALO, la Testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e bruciata dalla ‘ndrangheta

SPECIALE LEA GAROFALO. UNDICI ANNI DOPO – Il 24 novembre del 2009 il clan Cosco mette le sue mani sporche su una fimmina calabrese. Una donna, nata in un contesto mafioso, che mai aveva commesso reati. In vita abbandonata dallo Stato (ma non solo), bruciata in un bidone dalla ‘ndrangheta e inserita, erroneamente, tra i collaboratori di giustizia.

LEA GAROFALO, la Testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e bruciata dalla 'ndrangheta
Lea Garofalo, la testimone di giustizia abbandonata

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Alla fine di questo racconto tragico, rimane una
grande amarezza. Siamo stati distratti, indifferenti, sordi, Lea ci chiedeva aiuto e noi – che pure ci riempiamo la bocca di parole e l’animo di indignazione nei convegni antimafia – non abbiamo voluto capire. “Ho bisogno di aiuto, qualcuno ci aiuti, please”. Si concludeva così la lettera che Lea inviò al Sig. Presidente della Repubblica il 28 aprile 2009. Lettera che però “non risulta essere pervenuta”, sul Colle più importante della Repubblica. Forse è così, ma un dato è certo: quelle parole non sono mai arrivate al nostro cuore, e della solitudine di Lea, della sua orrenda morte, siamo tutti un po’ responsabili.
L’Italia civile, democratica, l’Italia che chiama Falcone e Borsellino “Giovanni e Paolo”, l’Italia dello Stato che “sconfiggeremo le mafie”, nella vicenda tragica di Lea ha consentito che a vincere fosse la ‘ndrangheta.

dalla post-fazione (Il Coraggio di dire No, 2012 e 2018) di Enrico Fierro

Lea Garofalo è una fimmina ribelle calabrese, una donna che non ha girato la testa dall’altra parte, che l’ha alzata davanti ai mafiosi vigliacchi.

Nata in un contesto di ‘ndrangheta, ha sentito il puzzo della criminalità organizzata sin dalla culla. All’età di otto mesi, nel 1975, la prima tragedia: viene ammazzato a colpi di lupara suo padre Antonio, il boss di un paesino in provincia di Crotone.

Nel 2005 tocca a suo fratello Floriano, detto Fifì, il boss dei petilini a Milano, il contabile del clan. Checché ne dica l’ex ministro dell’Interno Maroni (addirittura chiese una puntata riparatrice alla Rai per rispondere a una denuncia dettagliata sulla presenza delle mafie nell’Italia settentrionale). Le mafie al Nord ci sono e fanno i loro sporchi affari da quarant’anni.

Lea Garofalo nasce in questo contesto criminale: con la morte del padre inizia la faida con i Mirabelli, l’altra famiglia mafiosa di Pagliarelle, una piccola frazione di Petilia Policastro (Kr). Sono gli anni della prima guerra di ‘ndrangheta che toccherà tutta la Calabria.

I vecchi boss, che si pisciano nelle mutande, vengono sostituiti dai nuovi capi bastone. Sul mercato sono prepotentemente apparse le sostanze stupefacenti, il grosso business dell’epoca che permetterà alla mafia calabrese di fare il salto di qualità e di trasformarsi nell’organizzazione criminale più forte al mondo, oggi, capace di mercanteggiare direttamente con i cartelli colombiani e di avere il monopolio in Europa per il traffico di cocaina.

Anche a Pagliarelle si spara. E si uccideranno per molto tempo, sino agli anni ’90. Quindici anni di faida, quindici anni di sangue. La nonna di Lea, davanti ai morti ammazzati della sua famiglia, ripeterà in continuazione: «il sangue si lava con il sangue».

Ma la giovane Lea è diversa, non è fatta di quella pasta. Incontra un piccolo e insignificante guappo di paese, Carlo Cosco. E si innamora.

Una mera illusione per la giovane donna, intenzionata ad affidare il suo cuore nelle mani di un uomo (in questo caso, di un quaquaraquà). Ma commette un grave errore: il guappo non ha sentimenti, è solo una bestia assetata di sangue e potere.

Lui sfrutterà l’amore della donna, la figlia del boss ammazzato e la sorella del contabile Fifì, per tentare la scalata criminale, per conquistare la piazza di spaccio milanese, in via Montello.

Un comprensorio, all’epoca, di proprietà dell’Ospedale Maggiore in mano alla ‘ndrangheta.

Trent’anni di anarchia criminale (spaccio di droga, omicidi, covo di latitanti, traffico di armi, locali affittati e venduti illegalmente agli immigrati), nella totale impunità, dove nessuno ha mai mosso un dito per riappropriarsi di una struttura pubblica.

Lea seguirà il suo uomo, il guappo diventato gregario di Fifì, proprio in via Montello.

Abbandona la sua terra per allontanarsi da un ambiente malsano. Ha una figlia piccola, Denise, concepita con il criminale dopo la tradizionale fuitina, da tutelare e proteggere.

Arriva nel comprensorio, ma la situazione non è affatto migliorata. Sembra di rivivere la faida di Pagliarelle. Non può uscire di casa, è succube del suo compagno violento. È costretta a subire la violenza animalesca della bestia, che conosce solo un linguaggio, e non è quello della ragione. Assiste anche a un omicidio, di un certo Antonio Comberiati, eliminato dai Cosco per completare la scalata criminale.

La donna decide di abbandonare il suo uomo, la sua “famiglia” e il covo mafioso. Prende sua figlia Denise e scappa. Ma una donna, secondo quella mentalità criminale, non può decidere con la propria testa. Comincia l’inferno per Lea Garofalo. Subisce due aggressioni durante i colloqui in carcere, dopo aver comunicato la sua definitiva decisione: il piccolo mafiosetto che colpisce senza pietà e due vigliacchi, il padre e uno dei fratelli, che guardano senza muovere un dito. 

La seguono, tentano continue mediazioni, anche il fratello boss prende posizione e la schiaffeggia in pubblica piazza. Tutti devono vedere, tutti devono sapere.

Ma sua sorella è calabrese, ha la testa dura, continua per la sua strada. Denise deve respirare un’altra aria.

Le bruciano tre macchine«Non mi volete far vivere in pace?»si confida con la sorella Marisa«Adesso vi sistemo io e dico tutto quello che so».

Capisce che l’unica strada da seguire è quella della Giustizia e si affida allo Stato. Incontra un magistrato, Salvatore Dolce, a Catanzaro («Dopo numerose minacce psichiche, verbali e mentali di denunciare tutti»scriverà nel suo memoriale nell’aprile del 2009«vengo ascoltata da un magistrato dopo un mese dalle mie dichiarazioni in presenza di un maresciallo e di un legale assegnatomi, mi dissero che bisognava aspettare di trovare un magistrato che non fosse corrotto dopo oltre un mese passato scappando di città in città con una figlia piccola, i carabinieri ci condussero alla procura della Repubblica di Catanzaro e lì fui sentita in presenza di un avvocato»e comincia a raccontare la sua storia, il suo dramma: parla della morte del padre, della faida di Pagliarelle, dei traffici e degli affari della sua famiglia, parla del fratello boss, degli affari dei Cosco, delle attività a Milano.

Svela ciò che non andava svelato e rompe il codice secolare della maledetta ‘ndrangheta. Diventa una collaboratrice di giustiziasenza aver commesso mai alcun tipo di reato.

Entra nel programma di protezione, dal 2002 al 2009: sette anni di tribolazioni. Le sue dichiarazioni non servono a nulla, non verrà mai istruito un processo.

In vita Lea Garofalo non viene ritenuta credibile. Anzi, viene definita una «pentita», una «prostituta», una «tossica». Il suo testamento, il memoriale scritto nel 2009, indirizzato al Capo dello Stato dell’epoca (Giorgio Napolitano, nda) e agli organi di informazione nazionali, verrà pubblicato solo dopo la sua tragica morte.

Non è mai stata aiutata da nessuno.

Negli anni della protezione cambia continuamente città, con sua figlia Denise è costretta a scappare da questi criminali che hanno deciso la sua condanna a morte. Durante il programma la protezione funziona. I tentativi dei Cosco, di mettere le mani sulla donna, risultano inutili. Ma questa nuova vita non soddisfa le esigenze delle due donne: sono anni difficili, pieni di sacrifici, non riescono nemmeno ad arrivare alla fine del mese.

A Bojano, in Molise, Lea chiama sua sorella e chiede di poter rientrare in Calabria. Svela la sua residenza protetta e viene cacciata, insieme a sua figlia, dal programma. Dopo un ricorso al Tar e al Consiglio di Stato, le due donne, riacquistano la protezione. Per poco tempo.

Rientrano in Calabria, con il permesso della ‘ndrangheta, e dopo diversi anni, la donna ribelle, si rivede con il suo ex convivente Carlo Cosco.

Nella sua mente criminale c’è il piano, nato agli inizi degli anni 2000, per l’eliminazione della donna. Sta cercando l’occasione giusta per sopprimere fisicamente la madre di sua figlia. Denise sta frequentando il secondo anno delle superiori a Campobasso e decidono di ritornare in Molise per permettere alla giovane di terminare l’anno scolastico.

È Cosco che si preoccupa di tutto, sembra cambiato, diverso. Ma è solo una tattica, una strategia. Tramite un’agenzia immobiliare affitta un’abitazione nel capoluogo molisano, in via Sant’Antonio Abate, numero 58.

Le due donne, insieme al Cosco e alla madre, ritornano in Molise. Ma Lea non è autorizzata a dormire nella nuova casa, deve restare in macchina.  

Dopo diversi giorni, stanca di essere trattata peggio di una bestia, fa irruzione in casa e affronta la suocera, la madre del mafiosetto di provincia.

Campobasso, via Sant’Antonio Abate, 58 (ph Paolo De Chiara)

Il 5 maggio 2009, il clan Cosco mette in pratica il piano preparato qualche anno prima. Un falso tecnico della lavatrice si presenta nell’abitazione molisana. La fimmina calabrese si accorge che il soggetto non è adatto ad aggiustare l’elettrodomestico rotto. È solo un sicario inviato dal clan per raggiungere l’obiettivo stabilito: stordire la donna, impacchettarla con dei cartoni, nasconderla in un furgone (prestato da un cinese, titolare di un’attività commerciale in via Montello a Milano), trasportala in Puglia, in aperta campagna, interrogarla, ucciderla e scioglierla nell’acido.

Secondo i magistrati di primo grado nel furgone parcheggiato davanti all’abitazione di Campobasso è presente un fusto con 50 litri di acido.

Il piano fallisce.

Miseramente.

Lea e Denise riescono ad avere la meglio. Sembrano dei dilettanti questi Cosco.

L’appuntamento con la morte è solo rinviato.

Il 24 novembre 2009, a Milano, dopo altri innumerevoli tentativi falliti, sei uomini si scagliano vigliaccamente contro una donna. Lea viene allontanata da sua figlia Denise, la fimmina che ha rotto il maledetto codice secolare della mafia calabrese deve morire.

La uccidono brutalmente in un appartamento. Per questi vigliacchi non basta, devono cancellare anche il suo corpo, che viene bruciato in un bidone in provincia di Monza.

Il luogo del delitto, San Fruttuoso – Monza (ph Paolo De Chiara)

Alla fine del primo grado di giudizio (30 marzo 2012), senza il corpo della donna, i magistrati parlano (e lo scrivono nelle motivazioni della sentenza) dei 50 litri di acido utilizzati per cancellare ogni traccia della donna.

Sei ergastoli: Carlo, Giuseppe e Vito Cosco, Rosario Curcio, Carmine Venturino e il falso tecnico della lavatrice Massimo Sabatino.

Tra il primo e il secondo grado si registra il colpo di scena. Uno dei soggetti condannati all’ergastolo diventa collaboratore di giustizia. Venturino (ritenuto dai magistrati parzialmente credibile), l’ex fidanzatino di Denise, utilizzato dal padre per controllare la figlia, offre la sua versione.

Lea Garofalo non è stata sciolta nell’acido. È stata uccisa a colpi di pugni, poi strangolata, poi trasportata in un magazzino a San Fruttuoso (Monza) e bruciata in un bidone.

Il bidone della morte (archivio Tribunale di Milano)

In un tombino – tre anni dopo la morte – verranno ritrovati 2.810 frammenti ossei della donna. Non riconosciuti con l’esame del DNA, ma utilizzando una vecchia lastra dentaria di Lea. Fornita da sua figlia Denise.  

Hanno distrutto una vita e un corpo, ma non sono riusciti a cancellare la memoria di una eroina che ha avuto la forza e il coraggio di dire No.

La fimmina calabrese ha vinto la sua battaglia: il clan è stato annientato con gli ergastoli. Nel secondo grado (29 maggio 2013) viene riformata parzialmente la precedente sentenza.

Quattro ergastoli: Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio, Massimo Sabatino; venticinque anni di reclusione per il collaboratore di giustizia Venturino e un’assoluzione per Giuseppe Cosco, detto Smith).

Il 18 dicembre del 2014 la Cassazione ha messo la parola fine, respingendo i ricorsi dei condannati. Denise, la figlia con lo stesso coraggio di sua madre, vive in località protetta, lontana da tutti e da tutto.

Oggi, Lea Garofalo, è ricordata in molte piazze, in molte città, in molte scuole. Perché la memoria, nel Paese senza memoria, è di vitale importanza.

Cimitero Monumentale, Milano (foto Paolo De Chiara)

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UNDICI ANNI DOPO. SPECIALE LEA GAROFALO

– LA LETTERAIl grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Graofalo

– LE TESTIMONIANZE. «Lea Garofalo è una testimone di giustizia»

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 Il grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo

– “Lea, in vita, non è stata mai creduta”

– «Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

– LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

– UNDICI ANNI DOPO

Liberi sulla Carta, Rieti #Lsc18

liberi sula carta tavolino

“La è la organizzazione criminale più forte al mondo. Bada la sua forza sul sangue, sulle parentela. Le uniche che possono alzare la testa sono le a

“l’Italia è una Repubblica fondata sulla . È iniziata con la strage della e continua fino ad oggi” a

“Nessun giornale pubblicò le lettere di Lea Garofalo. Nessuna indagine si aprì prima della sua morte. Iniziò tutto dopo la sua morte. Come diceva in Italia per essere credibili bisogna essere ammazzati”

Una storia terribile da conoscere e ricordare quella di Lea Garofalo. Il libro di ci aiuta a ripercorrere la vita della donna con documenti inediti, storia processuali e dettagli della vita di Lea

“È dal 1600 che combattiamo contro mafiosi, malavitosi e criminali di ogni genere. Se non li sconfiggiamo è perché in fondo non vogliamo”

“La forza della è ormai pervasiva. Voi mi dovete dire come faccio io a distinguere i soldi dell’economia reale da quelli dell’economia criminale” a

“Un paese senza memoria è un paese senza storia. Noi purtroppo siamo spesso un paese senza memoria”

da LIBERI SULLA CARTA

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CERRO AL VOLTURNO (Is), 30 aprile 2014… SCUOLA, AMBIENTE e LEGALITÀ

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CERRO AL VOLTURNO (Is), 30 aprile 2014

SCUOLA, AMBIENTE e LEGALITÀ

Istituto Comprensivo Dante Alighieri

‘Ogni parola che non imparate oggi è un calcio nel culo che prenderete domani’, don Lorenzo Milani

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IL VELENO DEL MOLISE… a COLLETORTO (Cb), 28 aprile 2014

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RIFIUTI IN MOLISE – POZZILLI (Is), loc. La Ginestra

RIFIUTI IN MOLISE – POZZILLI (Is), loc. La Ginestra
A cura di Paolo De Chiara

 

da restoalsud.it

Tutti sapevano dei veleni in Molise
POZZILLI. Siamo in provincia di Isernia, vicini all’ormai famoso e ‘decaduto’ Nucleo Industriale Pozzilli-Venafro, dove in passato si è registrata anche la presenza della camorra.
Quella che gestisce i suoi affari nel silenzio, attraverso imprenditori spregiudicati. Due esempi su tutti: Rer e Fonderghisa. Per le forze dell’ordine: “zona industriale più importante della provincia e tra le più attive della regione, si sono insediati opifici controllati direttamente da esponenti della criminalità campana o molto vicini a tali ambienti”. Lo scrivono in una informativa, nel 2007.
L’indagine, partita nel 2005 e chiamata ‘Campania Felix’ (cenno storico per identificare la parte di territorio campano che comprendeva anche la ‘piana di Venafro’), accende i riflettori sulla zona industriale, sulle attività, sui movimenti, sulle conversazioni dei sospettati.
“Questo territorio è campo di operazioni illecite, è campo di controllo camorristico”, scrivono nell’informativa. Trecento pagine dense, piene di nomi e cognomi, di aziende, di azioni criminali. Di fatti delittuosi registrati in Molise. C’è anche la famiglia Ragosta: “che ha investito ingenti somme di denaro in questo territorio, non soltanto proviene da un’area geografica in cui tutte le attività imprenditoriali sono di fatto gestite, controllate o assoggettate alla criminalità organizzata, ma annovera quale capostipite il Ragosta Giuseppe, assassinato in un vero e proprio agguato di camorra. […]senza ombra di dubbio, il Ragosta Giuseppe faceva parte dell’organizzazione criminale denominata “Nuova Camorra Organizzata” al cui vertice vi era Raffaele Cutolo”.
Nel territorio circostante ci sono le ‘Mamme per la Salute e per l’Ambiente’ che hanno denunciato e continuano a urlare la loro rabbia. Foglie di fico piene di veleni, diossina nel latte materno e negli animali, veleni nella polvere del cemento, rifiuti interrati e bruciati nei forni. Malattie, tumori.
Una situazione drammatica. Proprio nella Fonderghisa, per diversi operai, sono stati sciolti i carri armati provenienti dalla ex Jugoslavia, pieni di uranio impoverito. Terreni particolari, riempiti da “tonnellate e tonnellate di materiale di scarto dell’altoforno della Fonderghisa”.
Dopo tanti anni si ricomincia a parlare di queste ferite, coperte e tamponate di volta in volta per non creare allarmismo. Un termine molto utilizzato in questi ultimi anni. Soprattutto dalla fallimentare classe dirigente, che ha fatto finta di non vedere e di non sentire. Per l’ex magistrato Ferdinando Imposimato “senza allarme sociale non può esserci la reazione della popolazione”.
Abbiamo incontrato il primo cittadino di Pozzilli, Nicandro Tasso, con il quale abbiamo affrontato anche la questione del ‘terreno a riposo’. Sono iniziati gli scavi nei terreni di Venafro, ma il terreno di Nola, dove si è registrata la presenza di quel ‘galantuomo’ di Antonio Moscardino, continua a riposare.
Con Tasso siamo partiti da alcuni terreni di Pozzilli. Vecchie discariche, ora ricoperte di terra, ma con segni ben evidenti. Si può facilmente scorgere del catrame, delle lastre di amianto, della plastica, del ferro. Tre terreni (località Capo di Marco, località Ginestra, località Fosse) dimenticati. “Tutti sanno tutto”, ha affermato il sindaco.
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http://www.restoalsud.it/2014/02/09/tutti-sapevano-dei-veleni-in-molise/

 

 

 

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IL VELENO DEL MOLISE… TERMINATA LA SECONDA EDIZIONE!!!

Il Veleno del Molise
Il Veleno del Molise

TERMINATA LA SECONDA EDIZIONE…

IN ATTESA DELLA RISTAMPA. 


Grazie di Cuore a TUTTI!!!

Il veleno del Molise 
Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici

Pagine: 144
Prezzo: 10,00 €
ISBN: 978-88-6829-059-7
Formato: 13X20

Servivano le dichiarazioni del pentito di camorra per scoprire i problemi del Molise? Nessuno sapeva degli strani traffici, degli arresti, delle operazioni effettuate? Da quanti anni sono state denunciate situazioni e personaggi particolari? I segnali erano reali. Si è fatto finta di niente. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno ha parlato. Nemmeno oggi nessuno parla. Hanno dipinto per anni il Molise come un’isola felice, una terra tranquilla, calma. Un paradiso, un’oasi di verde e di brava gente. I problemi sono stati buttati sotto il tappeto. Un grosso tappeto per nascondere i tanti mali. Causati soprattutto dalla malapolitica. Incapace di gestire la cosa pubblica.
E le mafie sono arrivate.

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presentazione libro il veleno del molise

 

LEA GAROFALO IN FRANCIA, SU CANAL +

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LEA GAROFALO IN FRANCIA

lunedì 17 febbraio 2014, Canal +

“Née il y a une centaine d’années dans un petit village de Calabre, la Ndrangheta, une mafia qui repose exclusivement sur des liens de famille, a prospéré grâce à sa structure. Cette organisation ne comptait quasiment aucun repenti jusqu’à ce qu’une femme décide de se révolter et de dénoncer les siens. Pour sauver ses enfants, Lea Garofalo, 28 ans, s’enfuit et demande la protection de la justice en échange de révélations sur son clan. Sept ans plus tard, son mari la tue. Malgré cette fin tragique, Lea a ouvert une brèche, et deux autres femmes ont suivi son exemple, portant des coups terribles à l’organisation criminelle. Barbara Conforti enquête sur ces femmes héroïques qui ont trahi leurs clans, au péril de leur vie”.

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copertina LIBRO Lea

IL PIACERE DI LEGGERE… Il Coraggio di dire No su Polizia Moderna, febbraio 2014

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa 'ndrangheta (Falco Editore, 2012)
IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa ‘ndrangheta (Falco Editore, 2012)

IL PIACERE DI LEGGERE

a cura di Anacleto Flori

dalla rivista Polizia Moderna (mensile ufficiale Polizia di Stato)

– febbraio 2014 –

da PoliziaModerna, febbraio 2014
da PoliziaModerna, febbraio 2014

Paolo De Chiara
Il coraggio di dire no
Cosenza, Falco Editore,
pp. 221, € 14
Le mafie si alimentano del silenzio.
Per questo si scagliano con ferocia
contro chi infrange il dogma
dell’omertà, soprattutto se a farlo è
una donna. E Lea Garofalo ha pagato
con la vita il prezzo del coraggio di
dire “no”. I suoi familiari hanno preteso
con forza che i colpevoli subissero la
giusta condanna. De Chiara tratteggia
tutto questo senza tralasciare di
sottolineare le responsabilità di chi
avrebbe dovuto fare forse qualcosa
in più per tutelare la vita di Lea. La
dimensione critica che raggiunge
l’apice nell’elenco di tutte le donne
uccise dalle mafie si trasforma, nel
fluire del testo, in un inno alla lotta alle
mafie. Ricordare per combattere e
per impedire l’assassinio di chi rischia
la vita facendo ciò che è giusto.
Fabio David

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(Video) A LEA GAROFALO. Il Coraggio di dire NO

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IL CORAGGIO DI DIRE NO
La Storia di Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta
di Paolo De Chiara
(Falco Editore, nov. 2012)

con prefazione di Enrico FIERRO
con introduzione di Giulio CAVALLI

 

A LEA… 

 

Questa è la storia di Lea Garofalo, la donna-coraggio che si è ribellata alla ‘ndrangheta, che ha tagliato i ponti con la criminalità organizzata. Nata in una famiglia mafiosa, ha visto morire suo padre, suo fratello, i suoi cugini, i suoi amici. Un vero e proprio sterminio compiuto da uomini senza cuore, attaccati al potere e illusi dal falso rispetto della prepotenza criminale. Lea ha conosciuto la ‘ndrangheta da vicino: come tante donne, ha subito la violenza brutale della mafia calabrese. Ha denunciato quello che ha visto, quello che ha sentito: una lunga serie di omicidi, droga, usura, minacce, violenze di ogni tipo. Ha raccontato la ‘ndrangheta che uccide, che fa affari, che fa schifo!
È stata uccisa perché si è ribellata alla cultura mafiosa, che non perdona il tradimento — soprattutto — di una donna e non è guidata da sentimenti di benevolenza umana. A 35 anni è stata rapita a Milano per ordine del suo ex compagno, dopo un precedente fallito tentativo di sequestro in Molise (a Campobasso). […]
——-
[…] la storia di Lea Garofalo, di questo ci parla. Di una vita violenta vissuta in un clima di perenne e quotidiana violenza. Un’esistenza dove la tenerezza, l’affetto, la comprensione non hanno mai trovato spazio. Forse, ma questo lo si avverte leggendo il libro e soffermandosi a riflettere sulle pagine più dense, alla fine della sua vicenda umana. Lea aveva capito che una vita violenta non è più vita e per questo aveva chiesto aiuto. Allo Stato, a questa cosa incomprensibile e troppo lontana per una ragazza di Calabria, allo Stato come unica entità cui aggrapparsi in quel momento. Perché quando rompi con la famiglia, quando vuoi venirne fuori, diventi una infame, una cosa lorda, la vergogna per il padre, i fratelli, il marito. E la vergogna si lava con il sangue. (dalla Prefazione di Enrico FIERRO).
—–
[…] Ma il processo a Carlo Cosco e la sua banda è anche la foto di una Lombardia che ha deciso di svegliarsi dal lungo sonno della ragione sulle mafie e abbracciare un lutto senza scavalcarlo ma piuttosto caricandoselo sulle spalle. L’aula del tribunale di Milano dove si celebrò il processo è stata la meta di giovani e meno giovani che hanno deciso di esserci, di stare lì, di metterci la faccia, di non permettere che si derubricasse quel processo ad un litigio coniugale finito male. Il giorno della sentenza, gli occhi lucidi del pubblico che affollava l’aula sono stati la condanna più feroce per gli assassini: qui non c’è posto per voi, dicevano quegli occhi, non c’è più l’indifferenza che vi ha permesso di pascolare impuniti, boriosi e fieri della vostra bassezza criminale. Ecco perché Lea Garofalo e sua figlia Denise vanno raccontate con impegno costante nelle scuole, nelle piazze, sui libri: l’eroismo in penombra di chi crede nel dovere della verità è l’arma migliore contro le mafie, la partigianeria che profuma di «quel fresco profumo di libertà». (dall’Introduzione di Giulio CAVALLI)
FALCO EDITORE (Cosenza)
http://www.falcoeditore.com/index.html
Pagine: 224
Prezzo: € 14,00
ISBN: 978-88-96895-93-1
Formato: 15,5×21,5
PER ORDINAZIONI ON LINE: http://www.falcoeditore.com

Immagini del Video tratte dal TG La7 e da TeleCosenza

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