«Bisogna riformare la giustizia»

CASO DI MALAGIUSTIZIA. L’INTERVISTA/Seconda parte. PARLA LORENZO DIANA, già Senatore della Repubblica (tre legislature), minacciato e condannato a morte dalla camorra casertana. Da sempre impegnato a combattere il sanguinario clan dei casalesi. L’unico politico preso come esempio positivo da Roberto Saviano nel libro Gomorra. Nel 2015 il fulmine a ciel sereno: viene accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Un calvario durato quasi sei anni. Da qualche mese sono cadute tutte le accuse. Abbiamo raccolto la sua testimonianza: «Migliaia di persone si sono fatte sentire vicine, sin dal primo giorno delle indagini. Però devo anche constatare che molte persone hanno scelto la strada dell’allontanamento, dell’attendismo.»

«Bisogna riformare la giustizia»
Lorenzo Diana (foto profilo fb Roberto Saviano)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Abbiamo iniziato, l’altro giorno, una conversazione con Lorenzo Diana. Già Senatore della Repubblica italiana e componente della commissione Antimafia, impegnato da una vita a lottare contro il crimine organizzato. Per il suo impegno, civile e politico, è stato condannato a morte dal sanguinario e schifoso clan dei casalesi. Nel 2015 ha conosciuto e toccato con mano, mentre era alla guida del Centro Agroalimentare di Napoli, l’altra faccia dello Stato. Quella cieca, sorda, che rappresenta una giustizia malandata. «Da riformare» ripete con convinzione Diana.

Due avvisi di garanzia, l’allontanamento dal proprio territorio, l’interdizione dai pubblici uffici. Accuse gravi, tra cui un concorso esterno per associazione camorristica.

Un lungo calvario, durato quasi sei anni, per chi ha gettato il proprio corpo nella lotta. Nel Paese impregnato dalle secolari mafie il “garantismo” (parola inutile, insieme a “giustizialismo”) viene continuamente applicato a corrente alternata. Nel suo caso, non come in altri, quegli avvisi sono stati trasformati in condanne. E il nuovo mostro (quanti ne sono stati creati in questo Paese orribilmente sporco?) viene sbattuto in prima pagina.

Da martello (contro il clan) diventa incudine (accusato di aver favorito i camorristi che ha denunciato nel corso della sua vita).

Nel maggio 2019, la Procura chiede la prima archiviazione. Svanisce la prima accusa. L’incubo è finito il mese scorso. Anche l’altra accusa, la più infamante (aver agevolato la camorra), è caduta nel vuoto, miseramente. Lorenzo Diana, secondo i magistrati, non ha mai commesso quei reati contestati. Però è stato definito, nella fase preliminare delle indagini, “personalità doppiamente trasgressiva”, “persona senza remore a commettere reati”, “solo formalmente incensurato”. È questa una giustizia giusta?

Nel Paese, storicamente governato da politici corrotti, collusi e mafiosi, l’ex Senatore ha dovuto subire, «per mesi e mesi», la gogna mediatica. Mentre per altri (ancora sulla scena politica nazionale e regionale) la fedina penale sporca continua a fare curriculum.

In questa seconda parte riprendiamo il dialogo con l’ex segretario della commissione Antimafia. Abbiamo diviso l’intervista in più parti per dare la possibilità a Diana di raccontare il suo punto di vista, senza «omettere» nulla.         

Servivano le misure che le sono state comminate?

«Il divieto di dimora è durato appena 19 giorni. Mi fu comminato il 3 luglio e dopo 19 giorni lo stesso Gip, senza che noi andassimo a riesame, ritira quel provvedimento. La sensazione è che siano servite solo a dare il clamore della notizia dell’allontanamento. L’interdizione dai pubblici uffici, che era per un anno, appena arrivammo a presentare i ricorsi, fu annullata dallo stesso Tribunale. Quindi due misure cadute immediatamente. E sono stato allontanato dalla presidenza del Centro Agroalimentare. Ero stato chiamato dal sindaco di Napoli.»

Lei ha condiviso la scelta del sindaco De Magistris?

«Penso sia stato un atto affrettato.»

Perché?

«Eravamo di fronte a un avviso di garanzia, si potevano leggere le carte e capire. Il mercato è andato avanti per alcuni mesi con me, legittimo presidente, però si riuniva senza di me. Penso che si poteva meglio ponderare, però capisco che l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa creasse qualche problema.»

Il sindaco di Napoli come ha comunicato la sua decisione?

«Lo appresi dalla stampa. Per mio costume e scelta, in questi cinque anni e mezzo, ho dato battaglia per difendere la mia onorabilità, forte della convinzione che non poteva non finire così.»

Ritorniamo alla magistratura…

«Penso che nella magistratura ci sia da riflettere. Su questa commistione, di convinzione da tribunale morale, che diventa una convinzione autoritaria. Una cultura autoritaria congiunta al carrierismo, cercato con il clamore delle indagini. Questa inchiesta che mi riguardò fu sparata con un clamore senza precedenti per diversi mesi e alla fine si è rivelata un nulla. Meritavo tanto clamore? La stessa mattina della notifica degli avvisi non parte un percorso giudiziario, ma un processo mediatico che si sostituisce del tutto a quello giudiziario. Penso che sia necessario affrontare il problema anche dei processi mediatici.»

Perché?

«Ho la sensazione che alcuni pubblici ministeri quasi non credano loro stessi nell’indagine, nel percorso giudiziario previsto dalla legge. E come se sapessero che è difficile arrivare ad un processo e a una sentenza. Per cui alla fine viene anticipata la pena con una gogna mediatica.»

Quello che è successo a lei?

«Sono stato sottoposto ad una pena da cittadino innocente, nel corso delle indagini preliminari. Già lo stesso giorno finii sui telegiornali nazionali come il mostro. Questo non mi è stato più ripagato.»

Come si ripaga una cosa del genere?

«Con la riforma della giustizia, per eliminare alcune aberrazioni di una giustizia che funziona.»

Possiamo entrare nel merito?

«Le gogne mediatiche sono assurde, soprattutto, se precedenti ad una sentenza. A parte il fatto che c’è un principio costituzionale che garantisce la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva. Ma, per lo meno, fino alla sentenza di primo grado.»

Questo esiste sulla carta?

«Di fatto non c’è. Quindi una riforma deve, a mio parere, rimuovere le gogne mediatiche che diventano negazione dello Stato di diritto, del principio di giustizia e del principio di presunzione di innocenza. Dall’altra parte, bisogna affrontare i tempi della giustizia. Una giustizia così lenta, che ci impiega cinque anni e mezzo solo per archiviare un’indagine. E se fosse andata a processo quanti altri anni sarei stato sotto la gogna mediatica? Ma una giustizia così lenta, che non colpisce adeguatamente i colpevoli e crea problemi anche al cittadino innocente, non funziona. E se fossi stato un imprenditore? Ora mi si riconosce la mia innocenza. Ma la mia impresa sarebbe andata in fallimento. Questo è accaduto anche con il Centro AgroAlimentare.»

Cosa è accaduto?

«Quando arrivai aveva una perdita di cinque milioni di euro all’anno. In due anni lo portai in attivo, recuperai 140 lavoratori che erano stati licenziati prima. Ma sicuramente non è stato indolore il mio allontanamento. Dobbiamo riflettere sulla devastazione di atti e di questo uso abnorme delle misure già nel corso delle indagini preliminari, quando non ci sono elementi per valutare. E oggi posso dirlo con forza, perché non sono io a dichiararlo ma sono gli stessi magistrati che hanno iniziato il tutto. Non dobbiamo attendere più ad affrontare i temi della giustizia. Aggiungiamo le degenerazioni del correntismo, il tema del carrierismo denunciato dentro il CSM ma, soprattutto, nell’ANM. Da anni c’è un dibattito su questo. Queste questioni stanno creando seri problemi nella magistratura. L’indagine non diventa importante perché si fa clamore, l’indagine diventa importante se raggiunge il proprio scopo. Un problema che riguarda la giustizia, il parlamento e la stampa. C’è un corto-circuito che, ormai, tocca milioni di italiani. Bisogna riformare la giustizia. Nessuno più deve subire un trattamento simile al mio.»

Non ha insegnato nulla la vicenda di Enzo Tortora?

«Ci sembrava tanto lontana questa vicenda. Ma temo che sia molto attuale e presente. Ha insegnato molto poco. Il CMS, insieme al legislatore, dovrebbe riflettere su una cosa: gli indici di fiducia della magistratura, da molti anni, sono in netto crollo. Sono molti gli italiani che si vedono sbattuti come mostri, con un avviso di garanzia e una misura cautelare, e poi ignorati nel momento in cui vengono scagionati, prosciolti o assolti. Ho dovuto scrivere ad alcuni media per chiedere che mi sia ripristinata l’immagine. Televisioni e alcuni giornali avevano realizzato servizi e scritto articoli su di me, ma non hanno scritto un rigo, un trafiletto quando sono stato totalmente scagionato da qualsiasi accusa. Questo non è da Stato di diritto ed è un problema che si pone.»

Serve una giustizia diversa?

«Senza una giustizia moderna, veloce, efficiente, efficace il Paese non andrà da nessuna parte. Oggi subiamo il peso di una giustizia che non è più tale. Ho dato la mia vita a sostegno della giustizia e lo rifarei completamente.»

In questi anni si è sentito solo?

«Le mie battaglie, la mia presenza nel tempo lungo mi ha fatto dono di migliaia di persone che si sono fatte sentire vicine, sin dal primo giorno delle indagini. Però devo anche constatare che molte persone hanno scelto la strada dell’allontanamento, dell’attendismo. Perché c’è una mitizzazione acritica dell’intera magistratura. E così non può essere. Persino nel mondo dell’associazionismo antimafia ho dovuto registrare tante prese di posizione. Alcune associazioni, come Articolo21 e il Premio Borsellino, non mi hanno mai fatto mancare la solidarietà. Mi hanno voluto sempre presente alle loro iniziative. Lo hanno dichiarato in tutti modi. Ho avuto sostegni inaspettati di più personalità, come il professore Giovanni Verde, già vice presidente del CSM che fece un editoriale stupendo a mia difesa, criticando certa giustizia. Molti magistrati si sono dichiarati a mio favore, come CantoneArdituro e diverse altre persone. Devo però dire che pezzi dell’associazionismo hanno taciuto. Ho registrato dei silenzi che fanno rumore.»

Il sindaco De Magistris l’ha chiamata?

«Mi ha mandato un messaggio. Ho avuta tanta vicinanza e solidarietà ma anche tanti silenzi, abbandoni, allontanamenti che erano del tutto ingiustificati. Qualcuno ha dichiarato “forse dovevamo capire meglio”. Ma non ho capito cosa avessero da capire. Ci sono troppe persone che hanno una mitizzazione della magistratura e c’è un’antimafia molto retorica, molto formale. Mi ritengo una persona che ha combattuto la camorra sul campo. Non da lontano, non fuori dal regno dei camorristi ma dentro il loro regno, senza risparmio, senza presunzione. Con un principio che penso di aver contribuito ad affermare: tenere assieme l’impegno sociale e politico, l’impegno istituzionale, la collaborazione con lo Stato, la magistratura e le forze di polizia. Quella collaborazione mi ha portato a dialogare persino con capi della polizia, con prefetti, con magistrati, con procuratori e, persino, con Presidenti della Repubblica.»

Chi sono i Presidenti della Repubblica?

«Ho avuto due atti di forte attenzione da parte di più Presidenti della Repubblica, fra questi voglio ricordare Ciampi che nel 2003, il giorno del suo compleanno, venne in visita nel mio Comune nativo, San Cipriano d’Aversa, che non ha mai visto nella sua storia l’ombra di un Presidente della Repubblica. Venne in quel Comune e diede un segnale forte di vicinanza e sostegno alla nostra lotta di Liberazione della camorra. Come anche il presidente Napolitano, durante i mesi di mattanza da parte del killer Setola, che non esitò a ricevermi immediatamente, nel giro di quattro giorni, dalla mia richiesta per discutere di cosa potesse essere fatto per fermare quel pericolo che circolava per la nostra terra. Sono cresciuto in questa sinergia che mi ha caratterizzato. Per queste ragioni mi ha fatto male vedere, da una parte, questa azione non troppo attenta da parte di pezzi di Stato ma, dall’altra parte, sempre con maggior fastidio quel pezzo di antimafia retorica che non si misura mai sul campo, che diventa esclusivamente parolaia. Talvolta c’è la tendenza a volersi confondere come punta di diamante. Questo non aiuta l’antimafia.»

Come deve essere l’antimafia?

«Efficace, silenziosa, capace di costruire e non ripetere concetti come litanie poco credibili. Ho sentito molte litanie in convegni e nelle scuole di cui coloro che ascoltano farebbero facilmente a meno. L’antimafia più credibile è quella che parla con i fatti e con impegni non rumorosi.»

Lei viene accusato da Antonio Iovine, già boss dei casalesi, oggi collaboratore di giustizia. Oltre ad una riforma della giustizia bisognerebbe pensare anche ad una riforma dei collaboratori di giustizia?

Seconda parte/continua

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Dopo la puntata di Report revocata la scorta al testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

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«Sono nel mirino del clan D’Alessandro: hanno giurato di spararmi in testa»

Nella foto il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

di Paolo De Chiara

«Nessuno risponde, a nessuno interessa la mia situazione». È affranta la voce del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Si sente isolato, senza alcun tipo di sostegno. Ha messo in discussione la sua vita per aver fatto una scelta netta e decisa. Ha denunciato la camorra nei lavori pubblici, i lavori fatti male, i crolli e le anomalie strutturali. In nove anni, il testimone, ha citato situazioni, ha prodotto prove sui lavori dati in appalto e in subappalto alle teste di legno, legate ad un clan camorristico di Catellammare di Stabia. Non ha solo denunciato i D’Alessandro e i Vuolo, ma ha coinvolto i funzionari di aziende pubbliche e private, compreso un generale dei carabinieri, legati ad un sistema di corruzione criminale. Anticipando, in diversi casi, anche alcuni crolli che poi, nel Paese del giorno dopo, si sono puntualmente verificati. Ha svelato le anomalie strutturali nelle opere pubbliche realizzate a Cinisello Balsamo, a Cherasco (nel 2008 è crollato il casello autostradale), a Rosignano, Senigallia, Settebagni, sull’autostrada A1, A11 e A12, dove i periti hanno attestato i “gravi cedimenti strutturali” e, quindi, il “grave pericolo”. Ma non solo. Tra le tante segnalazioni, ha indicato l’appalto sull’A22 per l’installazione delle barriere fonoassorbenti, l’appalto presso il carcere di Larino, informando la DDA di Campobasso.

Una montagna di carte e di prove consegnate agli investigatori. Ha spiazzato il “sistema” con un semplice, ma coraggioso, gesto. E cosa ha ricevuto in cambio? «A parte l’associazione Caponnetto, l’Anvu e alcuni giornalisti amici che non mi hanno fatto mancare il minimo affetto, devo sottolineare che dalle blasonate associazioni antimafia, compresa la stessa deputata Aiello, alla quale ho mandato un messaggio senza ricevere alcuna risposta, il presidente della commissione antimafia Morra che nemmeno ha risposto, si è registrato il totale silenzio. Lo stesso trattamento ho ricevuto dagli stessi testimoni di giustizia che lanciano continui appelli: “uniamoci, stiamo insieme”. Non sono solo deluso, ma cosciente che esistono determinati ingranaggi, dove non sono inserito, che mi condannano ad essere isolato, peggio della camorra. Questo fa molto male. In questi casi basta anche una parola, una telefonata. Ma il mio telefono è muto. Molti sanno, ma molti fanno finta di non sapere. Ho fatto un appello pubblico per l’udienza di giovedì (19 dicembre, nda) che si svolgerà presso il Tribunale di Roma, vediamo chi si presenta. Questa è la prova del nove. In questo Paese tutti vogliono parlare di lotta alla criminalità, tutti vogliono commemorare i morti, ma adesso che un testimone di giustizia vivo chiede aiuto intorno a lui c’è il vuoto».

La revoca della scorta al testimone di giustizia

Il verbale di notifica del Servizio Centrale di Protezione

Il 12 dicembre arriva la notizia. Sette giorni prima dall’udienza del processo che si sta svolgendo a Roma viene revocata la scorta al testimone di giustizia. L’unico teste di accusa. «Forse devo pagare per le mie dichiarazioni, per le ulteriori attività investigative che stanno svolgendo gli inquirenti. Sono un uomo morto». Ciliberto è abbattuto, dichiara di non credere più nelle Istituzioni, alle quali si è affidato. «L’Ucis (ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, nda) mi ha fatto notificare un atto, tramite il servizio centrale in località protetta, con il quale ha revocato qualsiasi tipo di tutela, in base ad un procedimento penale di cui non conosco nulla. L’Ucis, dalla sera alla mattina, senza tenere in considerazione il processo ancora in corso, i sette proiettili ricevuti e il percorso giudiziario che sto affrontando, che ricopre anche una veste di attualità perché parliamo di crolli e anomalie sulle autostrade, ha deciso di togliermi la scorta». Ma cosa significa “a seguito del reato penale”? «C’era un procedimento penale dove non sono né parte lesa né testimone. Parliamo delle minacce subìte fuori dal cimitero di Somma Vesuviana, minacce subìte davanti alla scorta. Ma questo fatto non è attinente né al mio percorso giudiziario né alle minacce della famiglia Vuolo né agli storici personaggi che io ho denunciato. Non c’entra nulla». Per il testimone Ciliberto è solo una scusa per raggiungere un obiettivo preciso: l’isolamento, l’esilio e la ritrattazione delle denunce effettuate negli ultimi anni. «Come fa l’Ucis a prendere un provvedimento vecchio che non ha nessuna attinenza? Non c’è nessun tipo di attinenza, perché l’unico che potrebbe dire che il sottoscritto non corre pericolo è la DNA o la Procura di Roma, dove sono incardinati i processi». Per il testimone è una storia che si ripete, puntualmente. Sempre in prossimità di un’udienza processuale. «Come se ci fosse un’entità che ad un certo punto mi comunica: “guarda, tu non sei più protetto. Stai attento, ti conviene andare ai processi? Ti conviene testimoniare?”. Come se fosse un avvertimento, peggio di una minaccia della camorra». Anche un anno fa si registrarono le forti prese di posizione del testimone, attraverso la sua denuncia pubblica. «Feci uno sciopero della fame fuori al Viminale, fui ricevuto dall’allora presidente Gaetti, il quale ripristinò la mia tutela. Attualmente, però, non abbiamo il presidente della Commissione Centrale e, quindi, qualsiasi rimostranza è inutile. Dovrebbe intervenire il ministro dell’Interno Lamorgerse». Il testimone, che ha denunciato i lavori fatti male e le certificazioni false, sente la sua vita in pericolo. E non nasconde questa sua preoccupazione: «Mi trovo nella piena fase giudiziaria, la fase più delicata perché ancora devo andare a testimoniare in contraddittorio. E in questo momento vengo lasciato solo e abbandonato. Due sono le cose: o i Vuolo non appartengono al clan D’Alessandro, quindi il clan D’Alessandro non è un clan di camorra e l’ultima relazione della DIA che lo definisce un clan attivo in tutta Italia è fasulla oppure l’Ucis ha facoltà di sapere che Pasquale Vuolo e tutto il clan D’Alessandro hanno giurato di non far male più al testimone di giustizia, cosa che si contrappone alle loro minacce che ho sempre ricevuto. Tanto è vero che mi dissero che mi avrebbero sparato in testa».

La minaccia: il ritrovamento dei proiettili

I poteri forti

Il provvedimento, però, arriva qualche giorno dopo la testimonianza rilasciata alla trasmissione Report. Una mera casualità? «L’ennesima coincidenza dei poteri forti. Il mio intervento a Report, dove sono state affrontate delle situazioni già acclarate con ampi riscontri da parte della polizia giudiziaria, ha avuto una risonanza mediatica molto grande. Addirittura c’è stata la decisione da parte di Atlantia, gruppo Benetton, di sospendere la liquidazione di Castellucci (amministratore delegato di Atlantia, nda). In quella trasmissione ho fatto i nomi dei big di Autostrade. E quindi è arrivato l’ennesimo messaggio che mi dice chiaramente che bisogna parlare poco. Cosa che io non farò». A chi si riferisce il testimone quando parla di “poteri forti”? «Non dobbiamo dimenticare che Autostrade per l’Italia è quotata in borsa e noi, oggi, non sappiamo quante azioni possa aver investito chi riveste cariche importanti, quindi che danno possa avere da una eventuale condanna oppure da situazioni che possono emergere agli occhi dell’opinione pubblica. Se queste carte giudiziarie venissero rese pubbliche, quindi portate a conoscenza dei cittadini, può darsi che qualcuno potrebbe decidere di vendere il titolo o il titolo avrebbe un crollo». Due sono i filoni che interessano il lungo percorso giudiziario, scattato dopo le denunce: da una parte gli affari della camorra, «che commette gli omicidi» e poi c’è l’altro filone, quello relativo ai colletti bianchi. «Interessi, intrecci di personaggi importanti, che possono ordinare un omicidio. Non bisogna dimenticare l’atto intimidatorio per rapina che subii a Roma, prima dell’ultima udienza, dove nella notte qualcuno ruppe il vetro della mia macchina per rubare non oggetti di valore, ma si preoccupò di prelevare lo zaino, portando via documenti secretati e altri tipi di memorie. Fortunatamente ne avevo pochi”. Ciliberto ci tiene a rimarcare che tutti gli atti, tutte le denunce fatte nel corso degli anni, sono custodite presso due notai e presso i suoi avvocati. «Quella fu un’operazione chirurgica. Altra cosa importante – aggiunge – è che quando arrivò la scientifica non rilevò alcuna impronta. Prelevarono lo zaino che mi ha fatto compagnia quando feci lo sciopero della fame sotto al Viminale, lo stesso zaino che portai in Commissione centrale, per presentare i documenti». Il riferimento ai crolli e alle anomalie, secondo la testimonianza, sono da legare alle attività dei funzionari di Autostrade per l’Italia. Infatti, nel processo romano, «oltre ad essere imputato il camorrista Vuolo Pasquale e Mario, troviamo anche funzionari di Autostrade, di Pavimental e troviamo anche funzionari di società indicate da Pavimental e Autostrade per le certificazioni». Certificati ritenuti falsi, «tanto è vero che tutta la documentazione dell’attività giudiziaria svolta dalla Procura di Roma, dalla DDA e dalla DIA di Firenze, è stata richiesta dalla Procura di Genova, perché attinenti ad un modus operandi vigente per anni in Autostrade che, purtroppo, ha causato delle vittime a seguito dei crolli dei ponti. La situazione, già nel 2011, era ben cristallizzata». Parole chiare per definire una vicenda drammatica. Le ditte interessate – sempre secondo le dichiarazioni di Ciliberto, parte lesa nel procedimento penale – non solo hanno provveduto «alla falsificazione  dei certificati, ma anche a coprire le anomalie costruttive e gli errori delle opere pubbliche realizzate dai Vuolo”.

Il giorno dell’inaugurazione del casello di Capannori. A destra, con gli occhiali da sole, Mario Vuolo, insieme a Vittorio Giovannercole (funzionario resp. uscite autostradali e RUP), funzionari ASPI e sindaco di Capannori.

I Vuolo di Castellammare di Stabia.

Ma chi sono i Vuolo? Cosa c’entrano con i lavori pubblici? La loro prima società è stata la Taddeo Vuolo, con sede in Emilia Romagna, intestata al figlio Taddeo. Dopo il fallimento arriva la VM Rag (Vuolo Mario e Ragazzi), con sede a Castellammare di Stabia. Anche questa azienda è fallita e «in questo caso sono stati condannati per bancarotta fraudolenta». Pasquale Vuolo, detto capastorta – si legge nel decreto di fermo della DDA di Napoli del 2011 -, è stato indicato come “esponente di spicco del clan camorristico D’Alessandro, capeggiato dal boss Pasquale D’Alessandro”. Nel 2007 Capastorta viene condannato per associazione camorristica ed estorsione. «I Vuolo operavano con la ditta Carpenteria Metallica Sas, intestata alla moglie di Pasquale Vuolo, una certa Lucia Coppola, figlia di un pregiudicato, di nome Gaetano, alias cassa mutua, vicino al clan D’Alessandro». Il primo lavoro della Carpenteria Metallica in ambito autostradale è stato quello del casello di Nocera Inferiore. L’interdittiva antimafia, confermata dal Consiglio di Stato nel febbraio del 2008, porta all’avvicendamento aziendale: dalla S.a.s., ormai bruciata, si passa ad una nuova azienda, la Carpenfer Roma srl. Ed arrivano gli appalti e i milioni di euro. La perizia del 2011 (richiesta dal pm Franca Macchia e redatta dall’esperto Massimo Maria Bardazza) per la passerella ciclopedonale realizzata a Cinisello Balsamo parla chiaro. Saldature “mal eseguite”, “intervento criminale”, “certificati falsi”, “si è constatata la presenza all’interno del cassone di un tondino da armatura simile a quello descritto nella denuncia”. Nel documento c’è un passaggio in cui si parla di “intervento criminale” effettuato dall’azienda dei Vuolo. “Il termine criminale è usato da chi scrive, nel senso che è impossibile non avere la consapevolezza di quanto si stava facendo approfittando della presenza di un complice e del fatto che le porcherie si celavano all’interno della struttura dove era ben difficile potersene accorgere. Il tutto avallato da certificati sulle saldature falsi”. Un’operazione riuscita perché “fatta con dolo e con la complicità di un dipendente infedele di Impregilo. Complicità vi è stata inoltre da parte della Quality Service srl che ha prodotto certificazioni sulle saldature false traendo in inganno, così, il direttore dei lavori e la commissione di collaudo”. Questo è il modus operandi dei criminali. «Tante sono le opere eseguite sia per Autostrade per l’Italia che per le altre controllate, tra cui Pavimental e Autostrade Meridionali. Nemmeno Autostrade conosce tutti gli appalti». Dopo la Carpenfer Roma srl arriva la PTAM (Pasquale, Taddeo, Antonio e Mario). «Con questa azienda, i Vuolo, fanno il salto di qualità, è la ditta che avrebbe dovuto partecipare ai lavori per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina». E tutte queste informazioni sono confluite nel processo di Roma.

Il processo

«La prossima udienza verterà sul rinvio a giudizio di questi imputati. Come parte lesa ho riscontrato all’interno delle carte una ottima attività investigativa. Gli inquirenti hanno rinvenuto i Rolex, oggetto di corruzione; hanno individuato le mazzette; hanno ricostruito tutto ciò che io ho denunciato, tanto da esserci un passaggio sulla mia eccezionale credibilità, rimarcando che senza le denunce del testimone di giustizia Ciliberto Gennaro nulla si sarebbe potuto iniziare». Il procedimento di Roma ha riunito varie inchieste, da quelle di Trento a quelle di Bologna, da quella di Milano a quella di Santa Maria Capua Vetere. «Parliamo di una serie di Procure che hanno messo insieme le loro indagini, i loro accertamenti in un solo filone. Bisogna aggiungere che c’è ancora un altro filone, che non posso rivelare, che dovrebbe partire a momenti, dove c’è un giro di riciclaggio di denaro della camorra». Da quanto tempo è iniziato il processo romano? «È ormai un anno, purtroppo. Come tutti i processi che vedono dodici imputati, anche di una certa importanza. Tra errori di notifiche, mancata traduzione del detenuto e scioperi vari ci troviamo, dopo un anno, che ancora dobbiamo iniziare la prima udienza». Il testimone di giustizia ci tiene a ricordare alcuni nomi degli imputati legati alla camorra, ma non solo. «Parliamo di Mario e Pasquale Vuolo, di Giovannercole, di Scorsone, di Marchi e di tanti altri funzionari. La cosa ancora più grave e che da questo processo sono scaturiti altri tre stralci, che riguardano la corruzione, le anomalie e le infiltrazioni che vedono altri dodici, tredici imputati». Una mega inchiesta con più di trenta soggetti coinvolti. «Stando fuori dal mondo del lavoro da più di dieci anni – continua l’ex dipendente dell’azienda dei Vuolo – non conosco nemmeno dove vivono. E la mia preoccupazione è sempre stata questa, magari un giorno mi ritroverò uno di questi soggetti in un bar o su un treno. E cosa ancor più grave e che da due giorni sono senza alcun tipo di protezione, e se dovesse succedere qualcosa devo comporre il numero unico di emergenza e fare tutta la trafila spiegando il come e il perché, senza nemmeno averne il tempo. Sappiamo bene che loro, quando ti devono colpire, sono dei professionisti e sanno fare bene il proprio lavoro». “Fuori dal mondo del lavoro”, una frase già ascoltata, in passato, dal testimone. «Mi fu detta da un alto funzionario dell’Impregilo, il quale mi disse “tu, con queste tue denunce non farai neanche più il moviere in un cantiere. E questa profezia si è avverata. Il messaggio che è passato è che sono stato un infame, un traditore. Chi denuncia non fa carriera nella pubblica amministrazione, invece gli imputati, anche se Autostrade ha dichiarato a Report che sono stati licenziati, in nove anni hanno fatto carriera guadagnando centinaia e centinaia di migliaia di euro». E gli esponenti della camorra, denunciati dal testimone, che fine hanno fatto? «Stanno in galera, qualcuno si è riciclato con altre attività. Ma come è possibile che il capostipite sta in galera e l’intera famiglia continua a fare il lusso? Questa è una delle tante anomalie che lo Stato dovrebbe riuscire a comprendere. Parliamo di Pasquale Vuolo, alias capastorta, che sta in galera da tanti anni e, comunque, riesce a far mantenere un tenore di vita alto alla sua famiglia: auto di lusso, cavalli, villa con piscina, feste con cantanti neomelodici. Un tenore di vita che non può essere sostenuto nemmeno con duemila euro al giorno».

“Sarò presente per l’udienza, anche senza scorta”

La speranza, per Ciliberto, è l’ultima a morire. La sua aspirazione è quella di poter assistere al trionfo della Giustizia. Vedere concretizzare il suo sforzo, scaturito da quasi dieci anni di impegno personale. «Mi aspetto che vengano portate a termine tutte le attività giudiziarie, svolte dagli investigatori, dalla DIA, dal ROS, e che possa arrivare finalmente la parola fine, con la condanna di queste persone. Spero solo che questo processo non si chiuda con delle prescrizioni, perché sarebbe una sconfitta, non tanto per il testimone di giustizia, ma per lo Stato». Se dovesse essere confermata la decisione sulla tutela revocata il testimone di giustizia si farà trovare pronto. Anche questa volta. «Io ci sarò. La mia presenza è il vero simbolo di legalità. Anche per una questione di esempio lo Stato, che dice sempre “denunciate, denunciate”, non dovrebbe mai venir meno nell’accompagnare un testimone di giustizia in un’aula di Tribunale. Noi siamo persone libere ed incensurate. E in questo momento la brutta figura la fa lo Stato, che ha ritenuto di abbandonare uno dei testimoni di giustizia più attuali, perché parliamo dell’attualità dei fenomeni dei crolli autostradali. Sono diversi giorni che vivo nel terrore e nella paura. Dovrò trovare la forza per essere presente. È anche vero che il Tribunale è una zona protetta, ma c’è un arrivo e una partenza in cui sarò da solo ed uscendo dal Tribunale non so chi mi aspetterà fuori».

Parla Angela Napoli: “Favoriscono la mia morte” (restoalsud.it)

angela napoli

da restoalsud.it

di  | il 15 maggio 2013

“Con una macchina non blindata l’unica cosa che può succedere è la mia fine sicura”.

Queste sono le parole dell’On. Angela Napoli. L’ex componente della commissione parlamentare antimafia, impegnata da sempre contro la ‘ndrangheta. La maledetta mafia che opprime e uccide la sua terra.  Una politica di razza, con una vita blindata. L’ultima minaccia di morte a gennaio scorso: “stiamo lavorando per toglierla di mezzo”.

Parole intercettate al boss di ‘ndrangheta  Pantaleone Mancuso, nel carcere di Tolmezzo. Dopo un’interrogazione parlamentare presentata per chiedere spiegazioni sul provvedimento del Tribunale di Vibo Valentia che aveva disposto il trasferimento del boss in ospedale.  “La Calabria, come tutte le regioni che si trovano invase e contaminate dalla piaga dell’illegalità, ha bisogno di testimoni coraggiosi capaci di denunciare e svelare i meccanismi che impediscono il giusto sviluppo. È giusto che persone come Angela Napoli, che hanno fatto della loro vita un principio di legalità e di amore verso la propria terra, ricevano dallo Stato l’adeguata protezione a tutela della propria vita”, scrivono associazioni e cittadini in una lettera inviata al Prefetto di Reggio Calabria Vittorio Piscitelli.

Il prefetto che ha annunciato con una telefonata la revoca e che ha aggiunto: “se dovesse succedere qualcosa rivedremo la decisione”. Non ricandidata alle ultime elezioni politiche. Per Bocchino, la Napoli, “parla troppo di legalità”. Danneggia l’immagine, rompe gli equilibri. “In molti speravano che chiusa l’attività parlamentare mi sarei automaticamente chiusa in casa e avrei finito con le mie battaglie, le mie denunzie. La cosa non è avvenuta”. Ad Angela Napoli è stata tolta la scorta armata. L’esponente calabrese di ‘Risveglio Ideale’ rischia seriamente la vita, ma non si arrende: “Vado avanti”.

Angela Napoli, dopo la mancata candidatura alle politiche (per Bocchino, ex colonnello di Fini, lei parlava “troppo di legalità in Calabria”) le hanno revocato l’auto blindata, l’autista e un agente per la tutela. Come ha saputo di questo ‘strano’ provvedimento?

Ho ricevuto, prima, una telefonata di preavvertimento da parte del prefetto Piscitelli di Reggio Calabria e, il giorno dopo, ho ricevuto la lettera da parte della Prefettura. Naturalmente è un provvedimento che respingo. Si tratterebbe, intanto, di non avere la macchina blindata, dovrei mettere io stessa il conducente e, praticamente, lo Stato mi darebbe solo un uomo della polizia. Mettendo a rischio, automaticamente, la vita mia ma anche quella di due persone. Io non lo posso assolutamente permettere. Per cui ho indirizzato una lettera al Prefetto, mettendo tutti gli episodi, purtroppo, di minacce ai quali sono stata e continuo ad essere sottoposta. E ho chiesto la revoca del provvedimento. Quindi quello che accadrà non lo so.

Ci sono state risposte dopo la sua lettera?

No.

Cosa pensava mentre il prefetto Piscitelli le comunicava telefonicamente la decisione?

Intanto sono stata presa di sorpresa. È stata una comunicazione veramente inaspettata. A gennaio ho saputo dell’inchiesta ‘Purgatorio’ dove il boss Mancuso, praticamente, faceva capire di addebitarmi otto anni di carcere inflitti e un suo sodale diceva: ‘tranquillo, stiamo vedendo come farla fuori’. A metà gennaio aveva allertato, sia a Roma sia in Calabria, la scorta proprio in base a queste dichiarazioni. Trovo veramente strano che dopo tre mesi…  L’unica ragione che mi sono fatta è che, probabilmente, in molti speravano che chiusa l’attività parlamentare mi sarei automaticamente chiusa in casa e avrei finito con le mie battaglie, le mie denunzie. La cosa non è avvenuta, perché sono ripartita, devo dire anche alla grande, con grande successo, con la mia associazione ‘Risveglio Ideale’ e questo, con molta probabilità, sta dando fastidio. L’unico modo per farmi tacere è proprio quello di farmi chiudere in casa. O, addirittura, andar via.

È vero che il prefetto di Reggio Calabria durante la telefonata le ha detto: “se dovesse succedere qualcosa rivedremo la decisione?”

Si, è verissimo. Che deve succedere? Con una macchina non blindata l’unica cosa che può succedere è la mia fine sicura. Nella lettera che ho scritto, chiedendo la revoca del provvedimento, ho specificato tante e tante cose. Ad iniziare dal fatto che la scorta non l’ho avuta perché ricoprivo incarichi istituzionali o perché componente della commissione antimafia, l’ho avuta perché soggetto ad alto rischio. Non mi sono mai servita della scorta per vacanze balneari o di altro genere. Sono dieci anni che non vado al mare.

Chi ha deciso?

Il provvedimento lo ha preso il prefetto di Reggio Calabria, stando a quello che c’è scritto nella lettera, dopo la riunione del coordinamento delle forze di polizia che si sarebbe svolta, come c’è scritto nella lettera, il 10 aprile scorso.

Quali sono le ragioni?

Non ci sono ragioni. Il coordinamento constata, fa la valutazione sul rischio della persona. Probabilmente, pur avendo conoscenza di tutto quello che ho sopra la testa, non reputano che sia soggetto  a rischio.

Nel 2010 riceve una lettera “allarmante”, scritta dal pentito di ‘ndrangheta Gerardo D’Urzo. Le cosche della Piana di Gioia Tauro stavano organizzando un attentato contro di lei. Ora diventa tutto più difficile.

Sicuramente difficile e anche molto, molto rischioso. Diventa difficile muovermi, addirittura, nel mio stesso paese di residenza, Taurianova, il primo Comune in Italia ad essere sciolto per infiltrazione mafiosa, il consiglio comunale è stato sciolta per la seconda volta nel 2009 e nei mesi scorsi è stato sottoposto nuovamente ad una commissione di accesso. Con molta probabilità potrebbe arrivare il terzo scioglimento. Personaggi che ruotano nella mia città, che ho sempre combattuto, sono ben noti alle forze dell’ordine. Io stessa ho perfino fatto un’interrogazione per chiedere l’applicazione del 41bis a due fratelli ergastolani di Taurianova che avevano tentato l’evasione. Questi fratelli hanno un altro fratello che circola liberamente  per Taurianova e un cognato, sempre di Taurianova, che è latitante dal 1992.

Gente che non dimentica.

Magari dimenticasse, magari. Il Pantaleone Mancuso, a proposito del fatto che secondo lui sarebbe colpa mia l’inflizione di otto anni di galera, dice anche che, sempre per causa mia, non è riuscito a partecipare al matrimonio della figlia. E aggiunge: “Iddio non paga il sabato”, ha voluto dire: ‘tranquilla, te la faccio pagare’. L’avviso che il collaboratore di giustizia D’Urzo ha dato attraverso le sue lettere nel 2010 fanno riferimento alla possibile fine che avrebbero dovuto farmi fare le cosce di Rosarno, su indicazione di un politico della mia stessa coalizione. L’unico nome che non fa nella lettera è quello del politico. Questa la dice lunga. Io ho fatto i nomi di personaggi politici, che poi sono stati anche arrestati, che erano stati candidati alle elezioni regionali. Mi sono battuta per lo scioglimento del consiglio comunale di Reggio Calabria, ma anche di altri consigli comunali, dove c’è naturalmente l’implicazione della politica. Non ho mai guardato colore politico per fare determinate battaglie o coalizione di appartenenza. È chiaro che cercare di incidere nella zona grigia mi ha arrecato grave danno.

Gerardo D’Urzo è il collaboratore di giustizia che nel processo Genesi, a Vibo Valentia, ha svelato il piano della ‘ndrangheta per un uccidere con il lanciarazzi il magistrato Marisa Manzini.

Si, è lui. È stato sempre un collaboratore ritenuto attendibile. In quelle due lettere faceva nomi e cognomi del boss gli avrebbe dato questa notizia in carcere, le cosche che avrebbero dovuto uccidermi. L’unico nome che non faceva era quello del politico. Nello stesso periodo in cui ricevevo queste lettere sotto la mia casa romana, una sera, è stata individuata una macchina rubata, con i fili tranciati, con la ruota di scorta messa fuori dalla sua posizione, che gli inquirenti hanno ritenuto potesse essere una macchina predisposta per obiettivo nei confronti della mia persona.

Lei è stata promotrice del disegno di legge anti-infiltrazione in campagna elettorale e non andò a votare alle regionali del marzo 2010, per la presenza di personaggi “che seppure hanno la fedina penale pulita risultano vicini a esponenti della ‘ndrangheta o comunque sul piano etico e morale quantomeno discutibili”.

Avevo fatto anche dei nomi di personaggi candidati che poi sono stati anche arrestati. Non dimentichiamo che dopo c’è stato l’arresto dell’ex consigliere regionale Zappalà, l’arresto dell’ex consigliere regionale Morelli, l’arresto di Cosimo Cherubino legato alle cosche Commisso di Siderno. Nomi che avevo segnalato, l’intervento della giustizia è stato successivo all’evento temporale.

Pochi mesi fa la mancata candidatura in Calabria, oggi la scorta è stata revocata. Lei ci vede un disegno studiato a tavolino per colpire il suo impegno?

Sinceramente non vedo altra possibilità. La mancata candidatura era automaticamente un sollievo per coloro che ritenevano che l’incarico di parlamentare mi potesse dare agevolazioni nel fare determinate denunzie. Subito dopo ho dimostrato il mio impegno anche senza l’incarico di deputato. L’unica cosa che spero e che ancora mi auguro è quella che il coordinamento delle forze di polizia provinciale rivisiti la sua decisione e mi lasci la situazione di controllo della mia sicurezza. Questa è l’unica cosa, altrimenti che dovrei rinunciare anche al quarto livello, che non reputo assolutamente idoneo per garantire la mia sicurezza. Chiudermi in casa o accettare quello che qualcuno mi consiglia, cioè chiudere la porta di casa e andarmene in altro posto, non mi va. Le battaglie le ho fatte in favore della Calabria, amo questa terra, nonostante tutto quello che conosco. La stragrande  maggioranza dei cittadini calabresi è costituita da persone oneste, non mi va assolutamente di abbandonare quella terra e non mi va nemmeno di abbandonare le mie battaglie. Significherebbe annullare le stesse condotte per 25 anni. Sono stata quella che da sola ha presentato la lista nel famoso Comune di Platì, in provincia di Reggio Calabria, quando nessun partito riusciva a presentare una lista. Ho presentato una lista capeggiata da me e tutte donne di fuori. Le mie battaglie contro la ‘ndrangheta sono conosciute e sono annose.

Non ha trovato nessuno disposto a farle da autista.

Nessuno vuole rischiare la propria vita. Devo dire che nei giorni successivi all’annuncio ho ricevuto la disponibilità dei testimoni di giustizia. Di tre o quattro testimoni di giustizia, i quali sanno anche loro di essere sottoposti a rischio e, quindi, mi hanno dato questa diponibilità, della quale sono grata ma non posso approfittarne. È una questione anche morale, non corretta. Non  posso mettere a rischio la vita di altre persone, oltre la mia.

Dopo la frase del boss Mancuso “stiamo lavorando per toglierla di mezzo” sembra che qualcuno voglia anticipare il lavoro del boss e della ‘ndrangheta.

Mi sembra proprio di sì. C’è proprio la volontà di anticipare questa decisione o, meglio, di favorire la stessa.

restoalsud.it

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO – L’intervento di Angela NAPOLI 

Cosenza, 14 dicembre 2012
Presentazione del libro
IL CORAGGIO DI DIRE NO
LEA GAROFALO, LA DONNA CHE SFIDO’ LA ‘NDRANGHETA.
di Paolo De Chiara (FALCO Editore, Cosenza http://www.falcoeditore.it)

L’intervento dell’On. Angela NAPOLI, componente della Commissione Antimafia.

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Angela NAPOLI a Isernia 

LA DENUNCIA dell’On. Angela NAPOLI (Componente della Commissione ANTIMAFIA e sotto scorta perché minacciata di morte dalla ‘ndrangheta)
“Non c’è la voglia di combattere le mafie…”.
– Intervento integrale –

ISERNIA. Venerdì 8 febbraio 2013, ore 17.30
Presentazione “IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”.

Con:
Enrico FIERRO (Giornalista de il Fatto Quotidiano);
Nicola MAGRONE (già Proc. della Repubblica di Larino);
On. Angela NAPOLI (Comp. Commissione Parlamentare Antimafia).

Vincenzo CIMINO (Cons. naz. Ordine dei Giornalisti);
Don Paolo SCARABEO (Prete-Giornalista).

AULA MAGNA, ITIS ‘E. MATTEI’, viale dei Pentri (già S.S. 17)

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO a Folgaria 

L’intervento dell’On. Angela NAPOLI, già Componente della Commissione Parlamentare Antimafia.

SETTIMANA BIANCA CONTRO LE MAFIE…
27 febbraio 2013, h.17.00, con: 
• Paolo De Chiara, giornalista, autore del libro “Il Coraggio di dire
NO. Lea Garogalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”, collaboratrice di giustizia, bruciata dalla ‘ndrangheta in Lombardia
• On. Angela Napoli – Componente Commissione Parlamentare
Antimafia.

Folgaria, 27 febbraio 2013

 

 

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