Carta Canta, FATTI INQUIETANTI

vincenzo niro

di Paolo De Chiara

 Fatti inquietanti

Naturale spinta

«Ho dedicato gran parte della mia vita all’impegno nel sociale e nella politica. Le motivazioni che mi hanno portato a farlo non saprei nemmeno individuarle, in quanto ho avvertito fin da giovanissimo una naturale spinta a partecipare alla vita pubblica, a dare il mio apporto nell’affrontare problemi e sostenere iniziative che coinvolgessero la mia comunità e lo facevo semplicemente perché provavo piacere a farlo».

Intervista al consigliere uscente e candidato alle elezioni regionali 2018 Vincenzo Niro, «gambatesablog.info», 27 marzo 2018 

Trasparenza

Eletto per la prima volta in Consiglio regionale nel 2001, per la lista Democrazia Europea, consigliere regionale del Molise. Segretario della I Commissione consiliare Sviluppo economico. consigliere delegato dal presidente della Giunta regionale per le problematiche della Cooperazione internazionale. Riconfermato consigliere regionale nel 2006. Vicepresidente III Commissione regionale permanente e vicepresidente Commissione speciale Cooperazione Interregionale nell’Area Adriatica. Rieletto consigliere regionale nell’ottobre del 2011, presidente della I Commissione consiliare. Alle consultazioni regionale del febbraio 2013 viene rieletto nella circoscrizione di Campobasso per le liste Il Molise di tutti e Udeur Popolari. Dal 9 aprile 2013 è capogruppo Udeur Popolari e presidente del Consiglio regionale del Molise.

Amministrazione trasparente, sito Regione Molise

Ausiliario

«Con sei pesanti condanne e un’assoluzione si è concluso nel Tribunale di Campobasso il processo contro i quattro agenti di custodia ed i tre detenuti accusati di aver introdotto armi all’interno del carcere del capoluogo molisano. […] L’agente ausiliario Vincenzo Niro ha avuto 3 anni e 7 mesi di reclusione e un milione e duecentomila lire di multa…».

Dure condanne inflitte per le armi in carcere, Cronaca del Molise, 1983

Armi, in cambio di denaro

«Nel prosieguo delle indagini essendo emersi indizi di responsabilità a carico degli agenti C., Niro e B. – anche a seguito della deposizione del loro collega M. Raffaele che aveva, non visto, ascoltato i primi due mentre litigavano per la ripartizione di una somma ricevuta per la introduzione di una pistola, ritirata in Napoli, nella casa circondariale, veniva emesso ordine di cattura, eseguito il 6.4.1983, nei confronti dei suddetti […]. Ha aggiunto il M. che iniziate le perquisizioni nel carcere, il Niro gli impose di non riferire nulla nel colloquio ascoltato per caso e gli fece anche larvate minacce ripetute dopo qualche tempo da due detenuti non identificati ed evidentemente istigati a tanto dal Niro medesimo». 

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983     

Atto scellerato

«Non si sa a qual fine le armi fossero introdotte nel carcere di Campobasso: certamente per un intento illecito che poteva consistere nell’eliminazione di rivali, nella rivolta, nella uccisione di coloro che, comunque, nelle carceri lavorano e accedono. Ed in epoca in cui tanti fedeli servitori dello Stato cadono in difesa delle istituzioni, appare veramente atto scellerato rifornire di armi chi è dall’altra parte della trincea: il crimine, pertanto, è particolarmente grave ed odioso e denuncia profondo scadimento morale. Tanto più che è stato commesso solo per lucrare somme di danaro, anche cospicue […]. Infine tali agenti non hanno mostrato segno alcuno di pentimento né hanno collaborato con la Giustizia al fine di rendere completamente chiari i meccanismi dell’operazione ed i nomi di tutti coloro che partecipavano; tuttavia il Collegio ritiene di dover prendere in considerazione la giovane età e l’inesperienza di taluno, i carichi di famiglia dell’altro e – di tutti – le difficili condizioni lavorative che possono far vacillare animi non forti e non opportunamente seguiti e guidati: e, quindi, infliggere pene non così severe come il fatto imporrebbe».

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983    

Per questi motivi

«Letti gli articoli 483, 488 C.P.P. dichiara gli imputati responsabili dei reati loro rispettivamente e concorsualmente  ascritti […], condanna 4) Niro Vincenzo alla pena di anni 3 e mesi 7 di reclusione e 1.200.000 di multa».

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983    

Gravità eccezionale

«Tanto premesso l’esame dei fatti delittuosi ascritti ai prevenuti rivela che essi sono di una gravità eccezionale perché commessi da individui, gli agenti di custodia, che avevano il compito specifico di vigilare sui detenuti per impedire loro, fra l’altro, di porre in essere proprio quello che invece costoro divisavano di fare raccogliendo le armi. Dunque violazione specifica dei propri doveri da parte degli agenti imputati che, anche se giovani ed inesperti avrebbero ben potuto rendersi conto di quello che stavano per fare solo se avessero riflettuto sulla divisa che indossavano e su quello che questa circostanza comportava».

Sezione di Corte d’Appello, Motivazioni Sentenza II grado, Campobasso, 26 gennaio 1984

Per tali motivi

«La Sezione di Corte di Appello di Campobasso, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Campobasso in data 18/06/1983 […] Assolve B., C. e Niro dai reati di detenzione di armi comuni e clandestine da sparo […]. Conferma la responsabilità degli imputati per tutti gli altri reati loro rispettivamente ascritti in rubrica […] e, con la concessione a tutti della riduzione di pena per porto abusivo di armi comuni da sparo, […] riduce la pena inflitta a Niro ad anni due di reclusione e 950.000 lire di multa».

Sezione di Corte d’Appello, Motivazioni Sentenza II grado, Campobasso, 26 gennaio 1984

Sentenza definitiva

«Sentenza irrevocabile per i ricorrenti dal 15 gennaio 1985 per Niro Vincenzo […]»

Sentenza Cassazione, 15 gennaio 1985

La riabilitazione

La Corte di Appello di Campobasso con sentenza del 16/11/89 ha concesso a Niro Vincenzo la riabilitazione dalla condanna riportata.

Corte di Appello, Campobasso, 16 novembre 1989

Ragazzi che sbagliano 

«Prendete il caso di Vincenzo Niro e parlo da persona che ha avuto una certa esperienza, prima che in politica, in magistratura. È stato un ragazzo ventenne che ha sbagliato e che ha pagato per il suo sbaglio. Poi ha chiesto e ottenuto la riabilitazione e si è impegnato in politica e nelle istituzioni. Magari fosse sempre questa la fine di coloro che sbagliano in gioventù e rimettono poi in gioco la propria vita al servizio della collettività. Questo vuol dire avere il coraggio di migliorarsi e di servire le istituzioni».

Antonio Di Pietro, «primapaginamolise», 3 febbraio 2013

Ragazzi che muoiono/1

«Quella legalità in difesa della quale Mimmo Beneventano dedicò tutta la sua giovane vita e per la quale la mattina del  7 novembre dell’80, ad Ottaviano,  fu barbaramente ucciso dalla camorra. Aveva 32 anni. Il clan Cutolo, che in quel centro dell’area vesuviana aveva la sua base operativa, non accettava che quel giovane medico e giornalista, politicamente impegnato (in occasione delle comunali, fu eletto con una valanga di voti nelle liste del Pci) fosse divenuto un punto di riferimento per tante persone, giovani ed adulti. Era pericoloso e si doveva eliminare. Così avvenne».

Sasso di Castalda ricorda Mimmo Beneventano, «USB Ufficio stampa Basilicata», 6 novembre 2015

Ragazzi che muoiono/2

Giancarlo Siani era un giovane giornalista pubblicista napoletano. Fu ucciso a Napoli, la sera del 23 settembre 1985, sotto casa, nel quartiere residenziale del vomero: aveva compiuto 26 anni il 19 settembre, pochi giorni prima.

Chi era Giancarlo Siani?, «giancarlosiani.it»

Ragazzi che muoiono/3

«Giuseppe Impastato, detto Peppino, è stato un giornalista e un attivista siciliano, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978 a Cinisi, cittadina a pochi chilometri da Palermo, per ordine del boss mafioso Gaetano Badalamenti.

Il giornalista siciliano, che si era candidato alle elezioni comunali con Democrazia proletaria, fu ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio e il suo cadavere fu fatto saltare con del tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, così da far sembrare che si trattasse di un fallito attentato suicida.

Giuseppe Impastato era nato in una famiglia mafiosa il 5 gennaio 1948, ma fin da ragazzo aveva preso le distanze dai comportamenti mafiosi del padre e e aveva provato a denunciare il potere delle cosche e il clima di omertà e di impunità a Cinisi. Per questo motivo fu cacciato di casa dal padre fin da ragazzo».

Chi era Peppino Impastato ucciso dalla mafia, «L’Internazionale», 9 maggio 2016

Commemorazioni

«In questo doloroso giorno intendiamo onorare la memoria di quanti sono caduti nell’assolvimento del proprio dovere, a difesa dei valori della legalità, combattendo quasi sempre una battaglia ad armi impari. A tutti va il nostro senso di riconoscenza e gratitudine, unitamente alla consapevolezza che tutti dobbiamo continuare a fornire la nostra fattiva collaborazione per favorire a tutto il popolo, le migliori condizioni di vita, sociali ed economiche, respingendo ogni forma di intolleranza, specie quella proveniente dalle organizzazioni criminose…».

Anniversario della strage di Capaci, Niro: per non dimenticare, «Il Quotidiano del Molise», 23 maggio 2014

Nonostante la condanna

L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto… e no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire, beh ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest’uomo è un mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano il reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, ma che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati».

Paolo Borsellino, magistrato ucciso dalla mafia e dallo Stato, 26 gennaio 1989

GIANCARLO SIANI, TRENT’ANNI DOPO. PARLA IL MAGISTRATO D’ALTERIO

“Indagammo anche un esponente di massimo spicco di Cosa nostra come mandante, insieme ai Nuvoletta”

siani
Giancarlo Siani, giornalista

di Paolo De Chiara

“Questi trent’anni non sono passati inutilmente. Il messaggio di Giancarlo è stato recepito. Le commemorazioni che vengono effettuate in suo onore e il ricordo della sua figura costituiscono il lascito più importante dell’azione di Giancarlo Siani. Tanti giovani sono stati avvicinati all’etica e al perseguimento della legalità, attraverso il suo esempio. Movimenti di opinione, giornalisti che ne seguono le tracce, che parlano di lui e che operano come lui, costituiscono uno dei lasciti di questo martirio che si è rilevato, pur quanto efferato, crudele e gravissimo, non privo di ricadute positive. Come spesso accade la società trae da un fatto grave impegno e istinto di rivalsa nella legalità e nella trasparenza”. Queste le parole pronunciate dall’attuale procuratore della DDA di Campobasso, Armando D’Alterio, il “magistrato tenace” (parole utilizzate da Paolo Siani, fratello di Giancarlo), l’allora PM della procura di Napoli che fece luce, con un’inchiesta giudiziaria, sull’assassinio del giovane cronista precario de «Il Mattino». Dopo quasi dieci anni da quel maledetto lunedì 23 settembre 1985, quando in via Romaniello, nel quartiere Vomero, a Napoli, la camorra pose fine all’esistenza di un giornalista con la schiena dritta.

Procuratore D’Alterio, chi era Giancarlo Siani?

Un giovane coraggioso, appassionato non soltanto al giornalismo, ma alla verità e all’onestà nella vita quotidiana. Portava dentro di sé un rigore notevole. Non era soltanto uno studioso, ma un ragazzo pieno di interessi, di affetti e di amicizie. Portava la sua passione, il suo esser vivo e i suoi sentimenti anche nella professione giornalistica, che esercitava con disciplina, ma con la passione di un giovane ragazzo e di un professionista già in fieri.

Il “giornalista-giornalista” Siani, 26 anni, precario presso il quotidiano «Il Mattino» è stato giustiziato dalla camorra per aver svelato legami segreti e criminali. Il 10 giugno 1985, in un articolo, che Lei definisce la “causale scatenante”, descrive il tradimento del clan Nuvoletta di Marano, legato a Cosa nostra, nei confronti dell’alleato Valentino Gionta, boss di Torre Annunziata. Questo è stato l’unico motivo che ha portato alla sua condanna a morte?

Come è scritto nel capo di imputazione, questa era stata la causale ultima e scatenante. Giancarlo Siani aveva già posto sotto la propria attenzione, attraverso gli articoli, ben più ampi scenari, cui si riferivano le domande che faceva e le risposte che cercava. Sono buona prova i numeri di telefono, trovati nella sua agenda, relativi a persone che costituivano fonte di informazione, perché fonte di quelle notizie che egli cercava con riferimento ai clan e, soprattutto, alle collusioni con l’imprenditoria e la pubblica amministrazione, creando disagio e difficoltà per le organizzazioni torresi e non solo. Già era stato, quindi, pedinato, osservato e, con altissima probabilità, anche destinatario di messaggi indiretti volti ad avvertirlo che stava seguendo percorsi pericolosi. Ciò nonostante andò in fondo, fino alla fine, non mancando di manifestare, con toni di forte condanna, anche in pubbliche occasioni, la sua avversione per la criminalità, ma soprattutto per la collusione tra criminalità e mondo dei colletti bianchi. Gli appalti di Torre Annunziata erano oggetto di un accordo che veniva stipulato tra imprenditori, camorristi e amministratori. Accordo che costituisce oggetto di sentenza passata in giudicato. Parliamo di sentenze che hanno affermato l’esistenza di quell’accordo, per la spartizione delle estorsioni, delle tangenti pagate dagli imprenditori anche ai politici, oltre che ai camorristi.

Dopo quattro giorni dall’assassinio viene arrestato Alfondo Agnello, detto Chiocchiò. È il procuratore capo Francesco Cedrangolo che annuncia l’arresto. Nel 1988 arriva il proscioglimento. Sembra un film già visto: strage di via D’Amelio, con il falso pentito Scarantino. L’individuazione dei mandanti e degli esecutori non è stata semplice, tra depistaggi, silenzi e contraddizioni. Lei ha affermato che è stato “tradito anche da morto”. Che significa?

Nell’immediatezza dei fatti non cadde il muro di omertà. Più di una persona avrebbe potuto dare delle indicazioni, che non furono date. Ci fu anche un depistaggio fortissimo, volto ad infangare la figura di Giancarlo Siani e soltanto pochi, fra cui un’amica di Giancarlo (Chiara Grattoni, nda), aiutarono a tracciarne incisivamente la figura limpida. Quella figura che noi abbiamo compiutamente accertato a distanza di anni.

Prima della svolta del 1993 si registrano diverse piste, nuovi responsabili, nuove ipotesi. Per Amato Lamberti, direttore dell’«Osservatorio sulla camorra», Siani si stava occupando della ricostruzione post-terremoto, dell’intreccio camorra-affari-politica.

Gli interessi politico criminali che ruotavano intorno alla famiglia Nuvoletta non escludono affatto che nei giorni precedenti la genesi della causale scatenante, ovvero nell’intervallo tra quell’articolo e l’omicidio, ma anche in precedenza, ulteriori alleanze o mere adesioni possano essere state raccolte. Addirittura si raccolse l’adesione di Valentino Gionta che era in carcere. Niente di più facile che altre adesioni, visto anche l’impatto in termini di reazione da parte delle forze dell’ordine, che si prevedeva sul territorio, ed ulteriori alleanze, anche in funzione della molteplicità delle tematiche criminali affrontate da Siani, si siano coagulate intorno all’omicidio, anche rafforzando la fase esecutiva tramite appoggi logistici e/o diretti.

Agosto 1993: il camorrista affiliato a Cosa nostra Salvatore Migliorino, il trait d’union tra il clan Gionta e i colletti bianchi, decide di collaborare con la giustizia. Da quel momento Lei si occupa anche del caso Siani, dopo quasi otto anni riparte l’inchiesta.

Migliorino Salvatore non fu decisivo per l’accertamento delle responsabilità, ma indispensabile per la riapertura delle indagini, oltre che per l’accertamento delle collusioni politico criminali e per gli omicidi, perché delinea lo scenario che porta a Torre Annunziata, agli interessi politico-criminali del clan Gionta. Per quanto riguarda l’accertamento dei fatti, Migliorino riferisce de relato, rispetto a quanto appreso da Di Ronza Eduardo,  deceduto quando Migliorino parla. Addirittura era detenuto quando si verifica l’omicidio di Giancarlo Siani, così come era detenuto Gionta. Notizie di seconda mano, abbastanza generiche, che costituiscono il primo passo per approfondire l’indagine.

Qual è il secondo passo?

Continuare nelle indagini già in corso sul clan Gionta-Limelli-Gallo, procedere ad ulteriori arresti, esercitare pressioni investigative per ottenere ulteriori collaborazioni, intercettare, convincere le vittime a collaborare, effettuare sequestri di armi e catturare i latitanti. Decisivo fu l’arresto di alcuni latitanti, operato dal commissariato di Torre Annunziata e dalla sezione di P.S. presso la Procura di Napoli, nell’hinterland milanese.

Cosa accadde?

In una notte  raggiungemmo, in auto,  Milano, sulla base delle dichiarazioni di Graziano Matteo resemi ventiquattro ore prima. Procedemmo agli arresti dei latitanti, il cui covo, nel milanese, fu  indicato da Graziano Matteo. Arrestammo pericolosi esponenti del clan Gionta, che attraverso il traffico di droga rifornivano le famiglie dei detenuti: Sperandeo Alfredo, Pisacane Vincenzo e altri due personaggi di spicco del clan. Stiamo parlando del 14 ottobre 1994; nel dicembre successivo questa azione portò alla decisione di Donnarumma Gabriele di collaborare, nella consapevolezza che il clan era alla strette e seguendo l’espresso invito che gli rivolsi quando era nelle gabbie di udienza nel corso del processo per 416 bis presso la prima sezione penale del Tribunale di Napoli.

Siani, con i suoi articoli, dava fastidio alla camorra o alla politica, vicina all’organizzazione criminale?

Lui è stato uno dei primi a mettere l’accento su questo tema, a livello preventivo, rispetto all’indagine. Uno dei primi a martellare su questo argomento.

Il 14 aprile 1997 arrivano le sentenze di primo grado, la seconda sezione della Corte di Assise (presieduta da Pietro Lignola) approva il suo lavoro. Ergastolo per Angelo Nuvoletta, Valentino Gionta, Maurizio Baccante (i mandanti); per gli esecutori Ciro Cappuccio e Armando Del Core e per il pentito Ferdinando Cataldo; 28 anni per Gabriele Donnarumma, assoluzioni per Alfredo Sperandeo e Gaetano Iacolare. Per quest’ultimo Lei aveva chiesto l’ergastolo, arrivato durante il secondo grado. Che fine fanno gli altri responsabili, i colletti bianchi?

Sono stati condannati numerosissimi amministratori, fra cui tre sindaci di Torre Annunziata per gravi reati contro la pubblica amministrazione, in alcuni casi anche con l’aggravante dell’articolo 7 della legge 203 del ‘91, cioè l’aggravante della finalità mafioso-camorristica. Condannato anche  un assessore per corruzione. Tutti coinvolti nel sistema delle tangenti torresi.

Il 7 luglio 1999 arriva la sentenza della prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli (presieduta da Corrado Colangelo), che conferma la sentenza di primo grado. Il 13 ottobre del 2000 la prima sezione penale della Cassazione annulla, con rinvio, l’ergastolo di Valentino Gionta. Nel processo di Appello l’assoluzione. Lei ha condiviso questa scelta?

Ho preso atto delle motivazioni della Corte di Cassazione. Queste motivazioni sono, essenzialmente, in diritto. Non pongono in dubbio che il comportamento ascritto a Gionta fosse idoneo ad integrare concorso, nonostante avesse in un primo momento dichiarato la propria opposizione al delitto e, successivamente, dato il suo avallo con il solo limite che non venisse commesso in Torre Annunziata, né sollevano dubbi sulla  collaborazione di Donnarumma Gabriele, bensì sull’effettivo carattere individualizzante dei riscontri, ritenuti generici nei confronti di Gionta.

Essere il capo dell’organizzazione i cui esponenti, Ferdinando Cataldo in particolare, erano coinvolti nel delitto  non è stato ritenuto sufficiente riscontro alle dichiarazioni di Donnarumma, che a Gionta aveva attribuito la finale adesione al delitto.

Per Amato Lamberti è stato un delitto politico. Bisognava indagare sulle cooperative degli ex detenuti, volute e gestite dai clan.

L’indagine sulle cooperative condusse alla sentenza di proscioglimento del giudice Palmeri, nei confronti di diversi imputati. Quella fu la pista originariamente intrapresa dalle indagini e notevolmente approfondita. Anche la causale che porta alle cooperative è pienamente compatibile con quanto accertato, che ricollega l’ostilità verso Siani alla sua complessiva attività di ricerca e cronaca sugli interessi delle organizzazioni criminali.

Pietro Gargano, già caporedattore de «Il Mattino» e l’avvocato penalista Bruno Larosa hanno sottolineato diverse volte che la verità non è emersa dal processo e dalle sentenze.

All’interno del clan Nuvoletta  quell’articolo (Camorra: gli equilibri del dopo Gionta, «Il Mattino», 10 giugno 1985, nda) fu la causa ultima, spesa per motivare, all’interno, l’omicidio del giornalista. Altri livelli sono stati da noi comunque sempre tenuti presenti e percorsi. Non dimentichiamo che Donnarumma Gabriele affermò che,  di fronte alle titubanze di Gionta, i Nuvoletta non mancarono di premere, comunicando che la decisione di procedere al delitto era condivisa, alla fine quasi imposta, da parte di Cosa nostra, tramite persona che Donnarumma apprese essere lo “zio della Sicilia” e che noi identificammo nel massimo rappresentante di vertice di  Cosa nostra. In un delitto così grave, così come sono stratificate le causali, così anche le compartecipazioni possono essere attinte da diversi livelli di conoscenza, in un rapporto di proporzionalità inversa rispetto ai riscontri.

Intendo dire che, quanto più alti, e quindi meno noti ai compartecipi materiali, sono i livelli di responsabilità dei mandanti, tanto più limitata è la possibilità di reperire riscontri in merito.

Il collaboratore Giovanni Brusca, l’ex luogotenente di Riina, è stato sentito dai magistrati sull’omicidio Siani. 

Sul punto prendo atto di quanto lei mi comunica. Per quanto riguarda la mia indagine, posso solo dire che, nell’ambito della stessa, un esponente di massimo spicco di Cosa nostra fu iscritto come mandante, insieme ai Nuvoletta. Questa pista parve attendibile e affidabile. La posizione fu archiviata nella fase delle indagini preliminari, anche perché Donnarumma parlò dello “zio” della Sicilia, ma non disse mai chi fosse con certezza, rendendo solo la sua opinione circa chi potesse essere. Ulteriori approfondimenti non hanno consentito di consolidare tale elemento di prova, sulla cui attendibilità il Donnarumma non può spendere altro che la sua testimonianza di averne appreso dai Nuvoletta. La scelta fu dunque di evitare il rinvio a giudizio di persona che sarebbe stata assolta, con la parola fine sulle sue responsabilità, mentre un’archiviazione nella fase d’indagine consente di  procedere ex novo nei confronti dello stesso soggetto, sulla base di nuovi elementi. Non bisogna peraltro dimenticare che era quella l’epoca in cui Cosa nostra era interessata a una strategia dello stragismo, volta a distrarre l’attenzione da Cosa nostra e dalla Sicilia verso altre regioni d’Italia. Ricordiamo quello che è emerso sulla strage del treno rapido 904, dove sono stati ipotizzati concreti  interessi ed attivazioni di Cosa nostra siciliana intese a deviare gli inquirenti verso altri scenari geo-politici.

La persona iscritta come mandante fu Totò Riina?

Non entro nel dettaglio, si trattò di persona all’epoca posta ai vertici di Cosa nostra.

21 settembre 2015

da Resto al Sud:

“Anche la #mafia voleva la morte di #GiancarloSiani”

Giancarlo SIANI - Il Mattino
«il Mattino», 24 settembre 1985

AUGURI Lea GAROFALO, fimmina calabrese. Uccisa a Milano dalla ‘ndrangheta

targa ponte dedicato a LEA

 

Per non dimenticare LEA GAROFALO

(Pagliarelle, Kr, 24 aprile 1974 – Milano, 24 novembre 2009)

La donna coraggio che sfidò la SCHIFOSA ‘ndrangheta.

BUON COMPLEANNO FIMMINA CALABRESE!!! 

Lea Garofalo. Il Coraggio di dire NO

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copertina libro LEA G

IL VELENO DEL MOLISE… TERMINATA LA SECONDA EDIZIONE!!!

Il Veleno del Molise
Il Veleno del Molise

TERMINATA LA SECONDA EDIZIONE…

IN ATTESA DELLA RISTAMPA. 


Grazie di Cuore a TUTTI!!!

Il veleno del Molise 
Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici

Pagine: 144
Prezzo: 10,00 €
ISBN: 978-88-6829-059-7
Formato: 13X20

Servivano le dichiarazioni del pentito di camorra per scoprire i problemi del Molise? Nessuno sapeva degli strani traffici, degli arresti, delle operazioni effettuate? Da quanti anni sono state denunciate situazioni e personaggi particolari? I segnali erano reali. Si è fatto finta di niente. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno ha parlato. Nemmeno oggi nessuno parla. Hanno dipinto per anni il Molise come un’isola felice, una terra tranquilla, calma. Un paradiso, un’oasi di verde e di brava gente. I problemi sono stati buttati sotto il tappeto. Un grosso tappeto per nascondere i tanti mali. Causati soprattutto dalla malapolitica. Incapace di gestire la cosa pubblica.
E le mafie sono arrivate.

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presentazione libro il veleno del molise

 

DIAZ, AGNOLETTO: “NAPOLITANO SI SCUSI”

Intervista a Vittorio Agnoletto, portavoce del Genova Social Forum

DIAZ: “NAPOLITANO SI SCUSI”

Dopo la sentenza di condanna, “lezione di democrazia e diritto”, una lettura storica

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“La sentenza della Corte di Cassazione va rispettata come tutte le decisioni della Magistratura. Il Ministero dell’Interno ottempererà a quanto disposto dalla Suprema Corte”.In questo modo il Ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri ha commentato la sentenza della Cassazione per l’irruzione alla scuola Diaz-Pertini di Genova, durante il G8 del 2001. Il blitz degli uomini dello Stato, delle forze dell’ordine, avvenne nella notte tra il 21 e 22 luglio di undici anni fa. Poliziotti in assetto da guerra, entrarono nella scuola dove alloggiavano i manifestanti, abusando del loro potere. Uomini e donne vennero brutalmente feriti con fratture alle mani, al cranio, alle costole. Un vero e proprio inferno quella notte, una ‘macelleria sociale’. Sangue, urla e pestaggi.

Il giorno prima, in piazza Alimonda, venne ucciso da un carabiniere Carlo Giuliani. Il giorno dopo l’irruzione, l’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, dichiarò alle telecamere: “ho avuto questa mattina una telefonata del Ministro degli Interni, che mi ha rappresentato il ritrovamento di armi improprie all’interno del Genova Social Forum e la individuazione di 60 persone appartenenti alle squadre violente che si erano occultate, a dire del Ministro, con la connivenza degli esponenti del Genova Social Forum”. A seguire una strana conferenza stampa organizzata dalla Polizia di Stato dove i giornalisti, senza fare domande, dovettero ascoltare la lettura di un comunicato: “Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. In vari locali dello stabile sono stati sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Tutti i 92 giovani sono stati tratti in arresto per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. All’atto dell’irruzione uno degli occupanti ha colpito con un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure in ospedali cittadini”. Una violentaperquisizione’ che si concluse con 93 arresti e 82 feriti con tre prognosi riservate. 

Ieri la sentenza della Corte di Cassazione. Con le condanne definitive per 25 poliziotti, con l’aggiunta dell’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. La sentenza colpisce anche alti funzionariFranco Gratteri, capo della direzione centrale anticrimine; GilbertoCaldarozzi, capo del servizio centrale operativo e Giovanni Luperi, capo del dipartimento analisi dell’Aisi (il vecchio Sisde). Tutti condannati per falso aggravato. Su twitter la deputata del Pdl, Jole Santelli, ha scritto: “Mi vergogno di essere italiana. Mi vergogno di una magistratura che condanna i migliori uomini dello Stato. Sentenza politica e pilotata”. Per il capo della Polizia, Manganelli: “è il momento delle scuse”.

Abbiamo sentito Vittorio Agnoletto, portavoce del Genova Social Forum 2001, che subito dopo la sentenza della Cassazione ha affermato: “oggi abbiamo ricevuto una lezione di democrazia e di diritto”. Chiedendo le dimissioni dell’ex Capo della Polizia, Gianni DeGennaro “responsabile etico e morale”. Oggi sottosegretario con delega ai servizi segreti. Il processo condanna in modo definitivo i numeri due, tre e quattro della Polizia. Queste persone da chi dipendevano? A chi rendevano conto? Al numero uno, al capo della Polizia.Che non era coinvolto in questo processo, anche perché materialmente in quei giorni non stava a Genova. Ma aveva la responsabilità di tutto quello che accadeva, di tutta la gestione dell’ordine pubblico. E’ possibile ritenere che tutti abbiano agito all’insaputa o, addirittura, contro i desideri del numero uno? Credo che sia naturale che anche Gianni De Gennarodebba dare le dimissioni. Credo che dovrebbe essere un atto dovuto e un atto di cui dovrebbe sentire l’esigenza etica e professionale lo stesso De Gennaro. Ho molti dubbi che il mondo politico che lo ha nominato sottosegretario osi chiederne le dimissioni”.

Lei ha rivolto un appello anche al Presidente della Repubblica.

Ritengo che sia un dovere che il Presidente Napolitano, che rappresenta l’insieme di questo Paese, faccia l’ atto di chiedere scusa a nome delle Istituzioni ai cittadini che sono stati picchiati alla Diaz e a Bolzaneto, per le violenze che hanno subito ad opera dei rappresentanti delle Istituzioni. E che chieda scusa all’insieme dei cittadini italiani per quello che non hanno fatto in tutti questi anni le Istituzioni per aiutare la ricerca della verità.

Nel suo libro ‘L’eclisse della democrazia’ si fa riferimento alla tortura. In Italia ancora non esiste questo tipo di reato.

Questo è un gravissimo scandalo per cui l’Italia è stata richiamata da tutte le Istituzioni internazionali e dopo quasi trent’anni dalla firma della Convenzione Internazionale l’Italia aveva il compito e il dovere di fare una legge, che non ha mai voluto fare. E non la farà nemmeno questo Governo. L’assenza del reato di tortura ha già inciso molto sul processo d’appello di Bolzaneto ed è destinata ad incidere molto anche sulla sentenza della Cassazione, per Bolzaneto, che arriverà tra oltre un anno. Dietro le resistenze della politica a fare una legge sul reato di tortura c’è una convinzione molto sbagliata. E cioè che le forze dell’ordine siano al di sopra della legge. E’ un reato previsto in tutti i Paesi civili.

Lei, subito dopo la sentenza della Cassazione, ha parlato di “lezione di democrazia e di diritto“.

Credo che la sentenza di ieri sia stata veramente una lezione di democrazia e di diritto. I cinque magistrati della Cassazione si sono trovati ad agire in una condizione pesantissima, che andava oltre il loro ruolo istituzionale. Sono stati caricati di una responsabilità che non era loro. Grandi media nei giorni precedenti la sentenza hanno continuato ad insistere che un eventuale conferma della condanna avrebbe portato alla decapitazione di importanti Istituzioni italiane, perché sarebbero stati obbligati a dimettersi persone che ricoprono ruoli importantissimi nella Polizia italiana. Questa non è una responsabilità che può essere scaricata sui magistrati. I magistrati non hanno colpa se chi ha commesso un reato ricopre ruoli importanti nello Stato. La responsabilità grossa è della politica, che in questi undici anni non ha fatto nulla. Anzi ha promosso tutti coloro che venivano condannati dai magistrati. Questi magistrati hanno dimostrato che la legge è uguale per tutti.

Undici anni dopo Genova, qual è la sua lettura storica?

Dovremo ricordare che il movimento di Genova veniva da Portalegre, sei mesi prima c’era stata la prima edizione del Forum Sociale Mondiale dove i movimenti di tutto il mondo si erano dati appuntamento in Brasile per parlare, discutere e progettare un mondo completamente diverso. Questo movimento in pochissimi mesi si diffuse in tutto il mondo. La repressione di Genova è attuata e praticata dalle forze dell’ordine e dai politici italiani, ma la decisione della repressione nasce a livello internazionale per stroncare questo movimento. Non possiamo dimenticarci che prima di Genova c’era stata Napoli, prima di Napoli c’era stata Goteborg e prima di Goteborg c’era stata Praga. Una decisione presa a livello internazionale per cercare di fermare la crescita di un movimento che si diffondeva, come poi è avvenuto, in tutto il mondo. E che aveva ragione. La realtà che viviamo oggi, la crisi economica e sociale che viviamo oggi è esattamente la conseguenza di quello che noi avevamo previsto undici anni fa. Quando nessuno ci ha dato ragione.

Un esempio?

In questi giorni i capi di Stato discutono se trovare il modo per applicare una tobin tax, che era quello che esattamente chiedevamo nel 2001. Abbiamo raccolto 150mila firme in Italia e nessuno ci ha preso in considerazione.

Lei crede che ci siano stati errori, responsabilità, leggerezze da parte del Movimento NoGlobal?

Se si parla delle giornate di Genova, il Movimento non ha nulla da rimproverarsi. Ci siamocomportati in un modo assolutamente trasparente. Eravamo convinti che il diritto a manifestare dovesse essere tutelato dalla Polizia. Come potevamo immaginare, per esempio, che potessero arrivare a Genova i black bloc a sfasciare tutto nell’indifferenza più totale delle forze dell’ordine, anzi nella tutela delle forze dell’ordine che li hanno lasciati sfasciare. Non potevamo prevedere simili atteggiamenti.

E in questi undici anni?

Abbiamo fatto due errori di tipo politico. Il non capire che la nostra unità era il più grande bene comune che avevamo. La forza di Genova era il fatto che insieme si sono mosse 1600 organizzazioni, di cui 900 italiane. Dopo Genova si è tornati ad agire ognuno per conto suo. Un grande errore. La seconda questione, quando c’è stato il governo Prodi, il delegare alla politica la speranza di un cambiamento. E la politica si è dimostrata incapace totalmente di qualunque cambiamento.

Come è cambiato il movimento in questi anni?

Il movimento di cui parliamo è un movimento mondiale. A livello globale il movimento ha fatto passi da gigante. Ha contribuito fortemente a cambiare profondamente la realtà di un intero continente, come l’America Latina. In Africa i movimenti sono riusciti a bloccare un accordo commerciale proposto dall’Unione Europea che avrebbe distrutto l’economia agricola africana. Ha cambiato le cose in India, in Asia. Abbiamo molte più difficoltà in Europa, questo però era naturale, per la repressione fortissima che c’è stata allora e poi perché in questa società gli apparati mediatici, culturali sono fortemente controllati dai poteri delle grandi multinazionali, dalle grandi concentrazioni economiche e finanziarie. Però abbiamo raggiunto degli obiettivi importanti. Non dimentichiamoci un anno fa i referendum per mantenere pubblica l’acqua. E’ a Genova che nasce il concetto di bene comune. E a Genova che per la prima volta si parla di acqua come bene comune.

Come è cambiata la società in questi anni?

La società italiana ha vissuto dieci anni narcotizzata. Oggi di fronte a una crisi economicapesantissima e gli indici di povertà che aumentano enormemente la società italiana, molto lentamente, forse si sta risvegliando. Ma il percorso sarà molto lungo. Abbiamo perso, prima che sul piano politico, sul piano culturale. E recuperare sul piano culturale richiede tempi lunghi.

da L’INDRO.IT di venerdì 6 Luglio 2012, ore 19:25

http://lindro.it/Diaz-Agnoletto-Napolitano-si-scusi,9420

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