LO STATO DI SALUTE DELLE CAMERE DI COMMERCIO ALL’ESTERO. Intervista al segretario generale dell’Assocamerestero, Gaetano Esposito

Intervista al segretario generale dell’Assocamerestero, Gaetano Esposito

LO STATO DI SALUTE DELLE CAMERE DI COMMERCIO ALL’ESTERO

“Sono fondamentali punti di riferimento per tutte le aziende che intendono operare al di fuori dei confini”

“Reti, filiere e qualità dell’internazionalizzazione per i Territori: cultura, turismo, credito e servizi per le PMI”. Questo è il tema della XXI edizione della Convention mondiale delleCamere di Commercio Italiane all’Estero, che si sta svolgendo a Perugia in questi giorni.

L’iniziativa, organizzata dalla Camera di Commercio di Perugia, in collaborazione conUnioncamere e Assocamerestero, “costituisce – secondo gli organizzatori – un momento di sviluppo dei rapporti della rete camerale all’estero con tutti i soggetti attivi nella promotion italiana, in particolare con quelli operativi nel territorio ospitante, e favorisce l’incontro diretto tra i delegati camerali e le imprese del territorio. Le Camere di Commercio Italianeall’Estero costituiscono da sempre dei validi punti di riferimento per tutte le aziende che intendono operare all’estero, grazie alla loro profonda conoscenza dei mercati di sbocco e al continuo monitoraggio delle opportunità di business in tutte le aree del mondo”.

Abbiamo contattato il segretario generale dell’Assocamerestero, Gaetano Fausto Esposito, per fare il punto sulla situazione: “gli argomenti sono stati fondamentalmente due: il primo relativo alle politiche di promozione sull’estero per le imprese piccole e medie, mentre il secondo tema, di grande importanza, ha riguardato il sistema Italia, come ci si organizza per supportare queste imprese”.

Quali le differenze con le passate edizioni della convention mondiale?

Ci siamo sempre occupati di politiche di propulsione, quindi sul primo versante ci siamo posti in continuità con le altre edizioni. Abbiamo analizzato il sistema di subfornitura, ampiamente assente dall’approccio sui mercati internazionali.

Spieghiamo cosa fa il subfornitore.

Sostanzialmente vende pezzi al produttore finale che li assembla e li esporta. Analogamente l’esportatore sul discorso della distribuzione finale e dell’assistenza post-vendita è un po’ carente. Dobbiamo, quindi, articolare anche l’attività di propulsione sull’estero. Che significa, da un lato, una politica diversa per l’importazione strategica. Dall’altro lato c’è un discorso sulle reti distributive e di assistenza per le quali, obiettivamente, serve un maggiore contenuto di finanza. Da questo punto di vista è intervenuto anche il ministroPassera.

Come si sta comportando il governo tecnico in questo settore?

Ha scelto un approccio di grande concretezza e di grande plausibilità.

Si spieghi meglio.

Il governo ha detto ‘quali sono i principali soggetti che in Italia istituzionalmente aiutano le imprese sull’attività di promozione?’. In Italia abbiamo le Camere di commercio italiane, che sono diffuse sui territori. Quindi bisogna fare in modo che presso le Camere di commercioitaliane ci siano in Italia dei punti di prima assistenza. E sull’estero quali sono i soggetti radicati che fanno attività per l’estero? Le Camere di commercio italiane all’estero, soggetti di matrice privata che grazie al riconoscimento dello Stato italiano supportano le imprese sui mercati esteri.

Facciamo qualche esempio.

Ogni anno un’attività di supporto alla promozione si aggira intorno ai 50 milioni di euro, con un basso cofinanziamento da parte dello Stato italiano. Non arriviamo al 20 per cento. Un ente pubblico deve cercare di aprire le strade laddove non c’è ancora un interesse del mercato, abbiamo ancora tutta l’Africa subsahariana, molto interessante, che ancoranecessita di un interesse di mercato forte. Abbiamo parti consistenti dell’Asia, che non sono soltanto Cina, India e Giappone, ma sempre di più Vietnam, Cambogia, ecc. Abbiamo parti consistenti di quella che era una volta un pezzo dell’Unione Sovietica. Su questi mercati la nostra presenza verrà rafforzata. Sui mercati in cui c’è già una buona presenza dell’Italia investiamo di più sulle Camere di commercio italiane all’estero, perché costano poco e riescono a supportare, a condizioni di mercato, le imprese. Il tutto avviene all’interno di un contenitore che è, sostanzialmente, l’Ambasciata o il Consolato che viene a rappresentare l’interesse complessivo del Paese, che orienta le diverse priorità del Paese. Noi facciamo un discorso di importazione strategica e qui rientrano le Camere di commercio italianeall’estero. Questa è stata la proposta del Governo e noi ci stiamo già muovendo.

Qual è lo stato di salute del sistema camerale all’estero?

Varia dal discreto al buono. Abbiamo attraversato un anno di grandissima difficoltà, il 2010 èstato un anno in cui, dalla sera alla mattina, le Camere italiane all’estero per i provvedimenti di contenimento del governo si sono viste tagliare il 50 per cento del cofinanziamento ai propri progetti, soldi che erano già stati spesi. Nel 2010 facevamo come fatturato complessivo circa 53/54 milioni di euro, adesso facciamo 47/48 milioni. Nel 2010 le Camereavevano circa 600 tra dipendenti e collaboratori e adesso siamo di poco superiore ai 500. Ci sono stati dei grossi processi di riorganizzazione. Però mentre nel bilancio 2010 verificavamouna situazione di grandi difficoltà per 20/25 Camere di commercio, i bilanci attuali ci dicono che una parte consistente di queste situazioni di difficoltà sono state superate.

Avete perso due Camere di commercio all’estero.

In Austria e in Canada. Abbiamo attraversato una grossa situazione di sofferenza su Parigi, che è in fase di risoluzione. Le Camere ci sono se servono.

da L’INDRO.IT di martedì 16 Ottobre 2012, ore 19:36

http://www.lindro.it/Lo-stato-di-salute-delle-Camere-di,11029#.UIWIY28xooc

L’ITALIA DA TRIPLA A. Intervista a Maurizio Liuti di Crif

Intervista a Maurizio Liuti di Crif

L’ITALIA DA TRIPLA A

Nonostante il periodo di crisi, nel nostro paese ci sono oltre 24mila aziende che raggiungono il massimo del rating. “Ma spesso non lo sanno neanche”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Sono oltre 24 mila le imprese italiane che hanno un rating di eccellenza, da A1 ad A4. Si parla tanto di crescita difficile, se non impossibile, in questo lungo momento di forte crisi. Ma a quanto pare anche nel Belpaese ci sono delle aziende da tripla A. La Lombardia, secondo gli studi, è la prima regione, con il numero più alto di Pmi eccellenti (32% delle imprese) ed è seguita dal Piemonte. All’ultimo posto c’è una regione del sud, la Calabria. Dove comunque ci sono 126 imprese con un fatturato superiore ai 5 milioni di euro e con il massimo del rating. Le imprese più performanti sono quelle industriali e le utility, mentre si continuano a registrare difficoltà per le aziende dell’edilizia e dei servizi.

Nelle Marche, per esempio, oltre 600 aziende sono top perfomer. Dalle analisi dell’agenzia di rating italiana Crif, è possibile vedere al primo posto Ancona, con 226 casi di eccellenza. A seguire Fermo con 99, Macerata con 148, Pesaro e Urbino con 76, Ascoli Piceno con 60. L’analisi sulla distribuzione per classi di rating è stata effettuata da Crif, su dati aggiornati a marzo 2012 e riferiti alle imprese non appartenenti al settore pubblico, con un fatturato superiore a 5 milioni di euro.

Crif è la prima e unica società italiana a essere stata registrata a livello europeo come agenzia di rating, con l’autorizzazione della Consob ed Esma. Tra le aziende valutate come top performer, circa 2.500 hanno un fatturato superiore ai 50 milioni di euro“una dimensione – si legge nella nota diffusa dalla società – che consente generalmente di avere elevati livelli di innovazione tecnologica, di prodotti e di mercati. Queste imprese eccellenti potrebbero qualificarsi agevolmente sui mercati di capitali ma anche di fronte a equities, partners, clienti e fornitori, sia locali che internazionali, a prescindere dal rischio paese che probabilmente oggi le penalizza. Bisogna considerare che oggi solamente 209 società sono quotate alla Borsa di Milano e che sono solo 9 i fondi specializzati negli investimenti su PMIdomestiche rispetto ai 57 presenti in Germania e i 61 della Francia. A fronte di questo, le imprese italiane spesso si caratterizzano per dimensioni ridotte e una capitalizzazione non sempre adeguata”.

Per commentare questi risultati abbiamo contattato Maurizio Liuti, responsabile comunicazione dell’agenzia di rating italiana. “Abbiamo fatto questa analisi ed è emerso che ci sono oltre 24mila imprese in Italia che si collocano in una fascia di rating con perfomer ad altissima affidabilità. Molte imprese non sanno di avere una valutazione così positiva”.

Qual è l’aspetto rilevante?

Ci sono, a fronte della crisi economica che ormai caratterizza il quadro congiunturale da quattro anni, degli aspetti di accesso al credito. Avere, in qualche maniera, la certificazione di una terza parte che qualifica queste imprese come eccellenti dovrebbe favorire l’accesso al credito. Ma c’è dell’altro, come ad esempio il posizionamento nei confronti di fornitori piuttosto che clienti. Un’impresa che viene valutata come eccellente sicuramente offre un elemento di garanzia.

Come è possibile definire la situazione italiana?

Molto, molto delicata. Fuori di quello che è l’aspetto strettamente collegato alle agenzie di rating, valutiamo tutta una serie di altri elementi, come la rischiosità delle imprese piuttosto che i ritardi di pagamento. Indubbiamente la situazione è collegata a una fortissima debolezza della domanda, di prodotti e servizi. Per cui assistiamo a una sovracapacità produttiva rispetto a quello che i mercati di riferimento possono recepire. Anche le piccole dimensioni delle imprese, in alcuni casi, possono essere penalizzanti. La capacità di essere esportatori non è nella capacità di tutti.

Il premier Monti ha affermato che siamo alla fine di questa crisi economica. Lei concorda?

Ritengo che sicuramente questa crisi sarà, intanto, fortemente caratterizzata dalla possibilità di attaccarci al traino di una ripresa globale. Magari gli altri mercati che partiranno prima di quello interno italiano e questo consentirà di riattivare un processo virtuoso. Un aspetto molto forte è che il fattore congiunturale negli ultimi anni ha condizionato molto il consumo delle famiglie. Parlo del marcato italiano, ma non solo. Questa è una crisi che ha coinvolto tutto il pianeta. Il fatto di avere una ripresa nei consumi è il passaggio obbligato per uscire da questa situazione.

da L’INDRO.IT di giovedì 13 Settembre 2012, ore 19:34

http://www.lindro.it/L-italia-da-tripla-A,10342#.UIV1928xooc

“E’ stato sbagliato dare aiuti agli Agnelli”

 

Intervista al direttore di Fleet&Mobility, Pierluigi del Viscovo

“E’ stato sbagliato dare aiuti agli Agnelli”

Mercato italiano dell’auto? “In Italia c’è solo la Fiat”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Il mercato di oggi, a 1 milione e 400 mila unità immatricolate, riflette una situazione di crisi, con sfiducia e prudenza che francamente sarebbe anche preoccupante se non ci fossero, perché vorrebbe dire che in Italia saremmo 60 milioni di teste di siluro che continuano a ballare sul Titanic. Detto questo, ritengo che il mercato italiano non possa essere previsto oltre 1,9-2 milioni di pezzi nel suo momento migliore”. Queste le parole del professor Pierluigi del Viscovo, direttore di Fleet&Mobility, la società che studia il mercato e le problematiche dell’auto in Italia. Per del Viscovo nel BelPaese c’è solo la presenza della Fiat e di altre piccole realtà. E la Dr Motor che voleva anche prelevare Termini Imerese? “Un fenomeno molto, molto piccolo. Stiamo parlando di un’azienda che fino ad agosto di quest’anno ha venduto 532 pezzi. E volevano acquistare Termini Imerese. L’hanno scorso avevano venduto 2350 pezzi. Hanno fatto registrare un calo del 77 per cento. Loro assemblano delle componentistiche che vengono prodotte in Cina, non è uno stabilimento come Pomigliano, Cassino. È un fenomeno molto circoscritto”. Con il presidente di Fleet&Mobility abbiamo analizzato la situazione italiana. Che spazi ci sono per la produzione automobilistica? Chi potrebbe produrre auto? “Il nostro non è un Paese molto attrattivo, per cui certamente se qualcuno volesse avviare delle piccole produzioni semi-artigianali nel settore della meccanica, così come in altri settori, per carità però per portare un grande insediamento in Italia… sappiamo bene che non abbiamo la fila. L’industria europea dell’automobile è sovradimensionata in termini di capacità produttiva”.

Perché?

Il mercato europeo ha immatricolato fino a 16 milioni di macchine ogni anno, fino a due o tre anni fa. Poi è intervenuta la crisi che ha modificato le cose.

Come mai si vendono meno macchine in Europa e nel nostro Paese?

La crisi ha un pochino accentuato, salvo gli interventi dei governi su tutti i grandi mercati a cominciare dalla Germania. In previsione di questa grande crisi hanno varato dei piani di incentivi. Questo ha funzionato molto e ha anche costituito una grossa opportunità di vendita in Italia e in Europa per i costruttori generalisti. Gli automobilisti europei stanno comprando meno macchine e ne compreranno sempre meno, anche con la crisi alle nostre spalle. Dal 2000 al 2009 gli italiani hanno messo sulle strade 23 milioni di macchine nuove, su un totale di macchine circolanti che sono 35/36 milioni. Il parco circolante è stato rinnovato nel decennio in cui sono state pompate macchine e l’industria automobilistica negli ultimi dieci anni ha fatto dei capolavori di macchine. Sia per quanto riguarda il confort e sia per la sicurezza.

Per Della Valle “gli Agnelli hanno preso tanto dall’Italia e hanno il dovere di tutelare chi lavora per loro”. Lei è d’accordo?

Quando è stato dato agli Agnelli è stato sbagliato. Non era economia di mercato. Tutti i governi aiutano l’industria pesante. Il punto è che l’industria dell’automobile è un’industria molto sociale. Lo si vede anche dal can-can di questi giorni, è evidente che per i mobilifici nessuno ha aperto bocca. Con il massimo rispetto per tutti i lavoratori, per chi va in cassa integrazione o che perde il posto. È una cosa brutta che non deve mai accadere, però bisogna anche interpretare il pensiero di quelli che non fanno parte di un impianto di 5mila persone, però magari fanno parte di 5mila bar o di 5mila negozi e lo perdono il posto. E son figli di un dio minore. È sempre difficile intervenire mantenendo una sorta di equità nell’intervento. Questo è alla base dell’intervento di Della Valle, credo che abbia dato voce a alla piccola e media impresa italiana che chiude e apre, apre e chiude e nessuno se ne frega.

Oggi Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo sulla Fiat, su Marchionne e sui 350 euro mensili pagati agli operai in Serbia. Una dura concorrenza…

Ho visitato lo stabilimento di Pomigliano, conosco lo stabilimento di Cassino e devo dire che quello che ho visto a Pomigliano è impressionante in positivo. Da napoletano ricordo lo stabilimento dell’Alfa Sud. Sono cose serie, reali. Non credo che ci sia un problema di produrre in Italia o di non produrre in Italia. Certamente la produzione è molto distribuita e questo non succede mai. Le macchine che vengono prodotte in Italia su cinque stabilimenti normalmente dai concorrenti vengono prodotte in uno o massimo due stabilimenti. Abbiamo uno studio sugli impianti produttivi Fiat e sugli impianti produttivi Chrysler, la produzione da loro è molto più ragionata. Non è questione se si possono fare in Italia, indubbiamente ci sono delle prospettive di un grande mercato. Quello americano che sta tirando da diversi anni. Anche quel mercato sta cominciando a considerare in termini di massa automobili un po’ più europee. In prospettiva c’è il grande brand mondiale che è Alfa Romeo, su cui tutti gli investimenti sono davanti a noi.

Resta o non resta la Fiat in Italia?

Certo che resta. Per restare in Italia la Fiat deve guadagnare soldi, deve fare di tutto per non trovarsi nella condizione di non poterci più lavorare. Deve essere cambiato il sistema Paese. Passera deve incontrare Marchionne non per fare il suo lavoro, ma per fare il Ministro. Gli aiuti alla Fiat in passato sono stati un danno, perché adesso ci si trova con una situazione drammatica. Era fallita, c’era già andata vicino negli anni ’70. Che tutta l’industria italiana abbia sempre vissuto un pochino protetta anche dal discorso delle svalutazioni è un dato di fatto. Non so se la Fiat resta in Italia con Pomigliano, Melfi, Cassino, Mirafiori più Val di Sangro. In un mercato libero uno deve anche considerare se si riesce a stare in piedi con questi impianti. Questo si dovrebbero chiedere anche i sindacati.

18 settembre 2012