Dopo la puntata di Report revocata la scorta al testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

Ha svelato la corruzione in Autostrade: “Ora ho paura”

«Sono nel mirino del clan D’Alessandro: hanno giurato di spararmi in testa»

Nella foto il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto

di Paolo De Chiara

«Nessuno risponde, a nessuno interessa la mia situazione». È affranta la voce del testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Si sente isolato, senza alcun tipo di sostegno. Ha messo in discussione la sua vita per aver fatto una scelta netta e decisa. Ha denunciato la camorra nei lavori pubblici, i lavori fatti male, i crolli e le anomalie strutturali. In nove anni, il testimone, ha citato situazioni, ha prodotto prove sui lavori dati in appalto e in subappalto alle teste di legno, legate ad un clan camorristico di Catellammare di Stabia. Non ha solo denunciato i D’Alessandro e i Vuolo, ma ha coinvolto i funzionari di aziende pubbliche e private, compreso un generale dei carabinieri, legati ad un sistema di corruzione criminale. Anticipando, in diversi casi, anche alcuni crolli che poi, nel Paese del giorno dopo, si sono puntualmente verificati. Ha svelato le anomalie strutturali nelle opere pubbliche realizzate a Cinisello Balsamo, a Cherasco (nel 2008 è crollato il casello autostradale), a Rosignano, Senigallia, Settebagni, sull’autostrada A1, A11 e A12, dove i periti hanno attestato i “gravi cedimenti strutturali” e, quindi, il “grave pericolo”. Ma non solo. Tra le tante segnalazioni, ha indicato l’appalto sull’A22 per l’installazione delle barriere fonoassorbenti, l’appalto presso il carcere di Larino, informando la DDA di Campobasso.

Una montagna di carte e di prove consegnate agli investigatori. Ha spiazzato il “sistema” con un semplice, ma coraggioso, gesto. E cosa ha ricevuto in cambio? «A parte l’associazione Caponnetto, l’Anvu e alcuni giornalisti amici che non mi hanno fatto mancare il minimo affetto, devo sottolineare che dalle blasonate associazioni antimafia, compresa la stessa deputata Aiello, alla quale ho mandato un messaggio senza ricevere alcuna risposta, il presidente della commissione antimafia Morra che nemmeno ha risposto, si è registrato il totale silenzio. Lo stesso trattamento ho ricevuto dagli stessi testimoni di giustizia che lanciano continui appelli: “uniamoci, stiamo insieme”. Non sono solo deluso, ma cosciente che esistono determinati ingranaggi, dove non sono inserito, che mi condannano ad essere isolato, peggio della camorra. Questo fa molto male. In questi casi basta anche una parola, una telefonata. Ma il mio telefono è muto. Molti sanno, ma molti fanno finta di non sapere. Ho fatto un appello pubblico per l’udienza di giovedì (19 dicembre, nda) che si svolgerà presso il Tribunale di Roma, vediamo chi si presenta. Questa è la prova del nove. In questo Paese tutti vogliono parlare di lotta alla criminalità, tutti vogliono commemorare i morti, ma adesso che un testimone di giustizia vivo chiede aiuto intorno a lui c’è il vuoto».

La revoca della scorta al testimone di giustizia

Il verbale di notifica del Servizio Centrale di Protezione

Il 12 dicembre arriva la notizia. Sette giorni prima dall’udienza del processo che si sta svolgendo a Roma viene revocata la scorta al testimone di giustizia. L’unico teste di accusa. «Forse devo pagare per le mie dichiarazioni, per le ulteriori attività investigative che stanno svolgendo gli inquirenti. Sono un uomo morto». Ciliberto è abbattuto, dichiara di non credere più nelle Istituzioni, alle quali si è affidato. «L’Ucis (ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, nda) mi ha fatto notificare un atto, tramite il servizio centrale in località protetta, con il quale ha revocato qualsiasi tipo di tutela, in base ad un procedimento penale di cui non conosco nulla. L’Ucis, dalla sera alla mattina, senza tenere in considerazione il processo ancora in corso, i sette proiettili ricevuti e il percorso giudiziario che sto affrontando, che ricopre anche una veste di attualità perché parliamo di crolli e anomalie sulle autostrade, ha deciso di togliermi la scorta». Ma cosa significa “a seguito del reato penale”? «C’era un procedimento penale dove non sono né parte lesa né testimone. Parliamo delle minacce subìte fuori dal cimitero di Somma Vesuviana, minacce subìte davanti alla scorta. Ma questo fatto non è attinente né al mio percorso giudiziario né alle minacce della famiglia Vuolo né agli storici personaggi che io ho denunciato. Non c’entra nulla». Per il testimone Ciliberto è solo una scusa per raggiungere un obiettivo preciso: l’isolamento, l’esilio e la ritrattazione delle denunce effettuate negli ultimi anni. «Come fa l’Ucis a prendere un provvedimento vecchio che non ha nessuna attinenza? Non c’è nessun tipo di attinenza, perché l’unico che potrebbe dire che il sottoscritto non corre pericolo è la DNA o la Procura di Roma, dove sono incardinati i processi». Per il testimone è una storia che si ripete, puntualmente. Sempre in prossimità di un’udienza processuale. «Come se ci fosse un’entità che ad un certo punto mi comunica: “guarda, tu non sei più protetto. Stai attento, ti conviene andare ai processi? Ti conviene testimoniare?”. Come se fosse un avvertimento, peggio di una minaccia della camorra». Anche un anno fa si registrarono le forti prese di posizione del testimone, attraverso la sua denuncia pubblica. «Feci uno sciopero della fame fuori al Viminale, fui ricevuto dall’allora presidente Gaetti, il quale ripristinò la mia tutela. Attualmente, però, non abbiamo il presidente della Commissione Centrale e, quindi, qualsiasi rimostranza è inutile. Dovrebbe intervenire il ministro dell’Interno Lamorgerse». Il testimone, che ha denunciato i lavori fatti male e le certificazioni false, sente la sua vita in pericolo. E non nasconde questa sua preoccupazione: «Mi trovo nella piena fase giudiziaria, la fase più delicata perché ancora devo andare a testimoniare in contraddittorio. E in questo momento vengo lasciato solo e abbandonato. Due sono le cose: o i Vuolo non appartengono al clan D’Alessandro, quindi il clan D’Alessandro non è un clan di camorra e l’ultima relazione della DIA che lo definisce un clan attivo in tutta Italia è fasulla oppure l’Ucis ha facoltà di sapere che Pasquale Vuolo e tutto il clan D’Alessandro hanno giurato di non far male più al testimone di giustizia, cosa che si contrappone alle loro minacce che ho sempre ricevuto. Tanto è vero che mi dissero che mi avrebbero sparato in testa».

La minaccia: il ritrovamento dei proiettili

I poteri forti

Il provvedimento, però, arriva qualche giorno dopo la testimonianza rilasciata alla trasmissione Report. Una mera casualità? «L’ennesima coincidenza dei poteri forti. Il mio intervento a Report, dove sono state affrontate delle situazioni già acclarate con ampi riscontri da parte della polizia giudiziaria, ha avuto una risonanza mediatica molto grande. Addirittura c’è stata la decisione da parte di Atlantia, gruppo Benetton, di sospendere la liquidazione di Castellucci (amministratore delegato di Atlantia, nda). In quella trasmissione ho fatto i nomi dei big di Autostrade. E quindi è arrivato l’ennesimo messaggio che mi dice chiaramente che bisogna parlare poco. Cosa che io non farò». A chi si riferisce il testimone quando parla di “poteri forti”? «Non dobbiamo dimenticare che Autostrade per l’Italia è quotata in borsa e noi, oggi, non sappiamo quante azioni possa aver investito chi riveste cariche importanti, quindi che danno possa avere da una eventuale condanna oppure da situazioni che possono emergere agli occhi dell’opinione pubblica. Se queste carte giudiziarie venissero rese pubbliche, quindi portate a conoscenza dei cittadini, può darsi che qualcuno potrebbe decidere di vendere il titolo o il titolo avrebbe un crollo». Due sono i filoni che interessano il lungo percorso giudiziario, scattato dopo le denunce: da una parte gli affari della camorra, «che commette gli omicidi» e poi c’è l’altro filone, quello relativo ai colletti bianchi. «Interessi, intrecci di personaggi importanti, che possono ordinare un omicidio. Non bisogna dimenticare l’atto intimidatorio per rapina che subii a Roma, prima dell’ultima udienza, dove nella notte qualcuno ruppe il vetro della mia macchina per rubare non oggetti di valore, ma si preoccupò di prelevare lo zaino, portando via documenti secretati e altri tipi di memorie. Fortunatamente ne avevo pochi”. Ciliberto ci tiene a rimarcare che tutti gli atti, tutte le denunce fatte nel corso degli anni, sono custodite presso due notai e presso i suoi avvocati. «Quella fu un’operazione chirurgica. Altra cosa importante – aggiunge – è che quando arrivò la scientifica non rilevò alcuna impronta. Prelevarono lo zaino che mi ha fatto compagnia quando feci lo sciopero della fame sotto al Viminale, lo stesso zaino che portai in Commissione centrale, per presentare i documenti». Il riferimento ai crolli e alle anomalie, secondo la testimonianza, sono da legare alle attività dei funzionari di Autostrade per l’Italia. Infatti, nel processo romano, «oltre ad essere imputato il camorrista Vuolo Pasquale e Mario, troviamo anche funzionari di Autostrade, di Pavimental e troviamo anche funzionari di società indicate da Pavimental e Autostrade per le certificazioni». Certificati ritenuti falsi, «tanto è vero che tutta la documentazione dell’attività giudiziaria svolta dalla Procura di Roma, dalla DDA e dalla DIA di Firenze, è stata richiesta dalla Procura di Genova, perché attinenti ad un modus operandi vigente per anni in Autostrade che, purtroppo, ha causato delle vittime a seguito dei crolli dei ponti. La situazione, già nel 2011, era ben cristallizzata». Parole chiare per definire una vicenda drammatica. Le ditte interessate – sempre secondo le dichiarazioni di Ciliberto, parte lesa nel procedimento penale – non solo hanno provveduto «alla falsificazione  dei certificati, ma anche a coprire le anomalie costruttive e gli errori delle opere pubbliche realizzate dai Vuolo”.

Il giorno dell’inaugurazione del casello di Capannori. A destra, con gli occhiali da sole, Mario Vuolo, insieme a Vittorio Giovannercole (funzionario resp. uscite autostradali e RUP), funzionari ASPI e sindaco di Capannori.

I Vuolo di Castellammare di Stabia.

Ma chi sono i Vuolo? Cosa c’entrano con i lavori pubblici? La loro prima società è stata la Taddeo Vuolo, con sede in Emilia Romagna, intestata al figlio Taddeo. Dopo il fallimento arriva la VM Rag (Vuolo Mario e Ragazzi), con sede a Castellammare di Stabia. Anche questa azienda è fallita e «in questo caso sono stati condannati per bancarotta fraudolenta». Pasquale Vuolo, detto capastorta – si legge nel decreto di fermo della DDA di Napoli del 2011 -, è stato indicato come “esponente di spicco del clan camorristico D’Alessandro, capeggiato dal boss Pasquale D’Alessandro”. Nel 2007 Capastorta viene condannato per associazione camorristica ed estorsione. «I Vuolo operavano con la ditta Carpenteria Metallica Sas, intestata alla moglie di Pasquale Vuolo, una certa Lucia Coppola, figlia di un pregiudicato, di nome Gaetano, alias cassa mutua, vicino al clan D’Alessandro». Il primo lavoro della Carpenteria Metallica in ambito autostradale è stato quello del casello di Nocera Inferiore. L’interdittiva antimafia, confermata dal Consiglio di Stato nel febbraio del 2008, porta all’avvicendamento aziendale: dalla S.a.s., ormai bruciata, si passa ad una nuova azienda, la Carpenfer Roma srl. Ed arrivano gli appalti e i milioni di euro. La perizia del 2011 (richiesta dal pm Franca Macchia e redatta dall’esperto Massimo Maria Bardazza) per la passerella ciclopedonale realizzata a Cinisello Balsamo parla chiaro. Saldature “mal eseguite”, “intervento criminale”, “certificati falsi”, “si è constatata la presenza all’interno del cassone di un tondino da armatura simile a quello descritto nella denuncia”. Nel documento c’è un passaggio in cui si parla di “intervento criminale” effettuato dall’azienda dei Vuolo. “Il termine criminale è usato da chi scrive, nel senso che è impossibile non avere la consapevolezza di quanto si stava facendo approfittando della presenza di un complice e del fatto che le porcherie si celavano all’interno della struttura dove era ben difficile potersene accorgere. Il tutto avallato da certificati sulle saldature falsi”. Un’operazione riuscita perché “fatta con dolo e con la complicità di un dipendente infedele di Impregilo. Complicità vi è stata inoltre da parte della Quality Service srl che ha prodotto certificazioni sulle saldature false traendo in inganno, così, il direttore dei lavori e la commissione di collaudo”. Questo è il modus operandi dei criminali. «Tante sono le opere eseguite sia per Autostrade per l’Italia che per le altre controllate, tra cui Pavimental e Autostrade Meridionali. Nemmeno Autostrade conosce tutti gli appalti». Dopo la Carpenfer Roma srl arriva la PTAM (Pasquale, Taddeo, Antonio e Mario). «Con questa azienda, i Vuolo, fanno il salto di qualità, è la ditta che avrebbe dovuto partecipare ai lavori per la costruzione del ponte sullo Stretto di Messina». E tutte queste informazioni sono confluite nel processo di Roma.

Il processo

«La prossima udienza verterà sul rinvio a giudizio di questi imputati. Come parte lesa ho riscontrato all’interno delle carte una ottima attività investigativa. Gli inquirenti hanno rinvenuto i Rolex, oggetto di corruzione; hanno individuato le mazzette; hanno ricostruito tutto ciò che io ho denunciato, tanto da esserci un passaggio sulla mia eccezionale credibilità, rimarcando che senza le denunce del testimone di giustizia Ciliberto Gennaro nulla si sarebbe potuto iniziare». Il procedimento di Roma ha riunito varie inchieste, da quelle di Trento a quelle di Bologna, da quella di Milano a quella di Santa Maria Capua Vetere. «Parliamo di una serie di Procure che hanno messo insieme le loro indagini, i loro accertamenti in un solo filone. Bisogna aggiungere che c’è ancora un altro filone, che non posso rivelare, che dovrebbe partire a momenti, dove c’è un giro di riciclaggio di denaro della camorra». Da quanto tempo è iniziato il processo romano? «È ormai un anno, purtroppo. Come tutti i processi che vedono dodici imputati, anche di una certa importanza. Tra errori di notifiche, mancata traduzione del detenuto e scioperi vari ci troviamo, dopo un anno, che ancora dobbiamo iniziare la prima udienza». Il testimone di giustizia ci tiene a ricordare alcuni nomi degli imputati legati alla camorra, ma non solo. «Parliamo di Mario e Pasquale Vuolo, di Giovannercole, di Scorsone, di Marchi e di tanti altri funzionari. La cosa ancora più grave e che da questo processo sono scaturiti altri tre stralci, che riguardano la corruzione, le anomalie e le infiltrazioni che vedono altri dodici, tredici imputati». Una mega inchiesta con più di trenta soggetti coinvolti. «Stando fuori dal mondo del lavoro da più di dieci anni – continua l’ex dipendente dell’azienda dei Vuolo – non conosco nemmeno dove vivono. E la mia preoccupazione è sempre stata questa, magari un giorno mi ritroverò uno di questi soggetti in un bar o su un treno. E cosa ancor più grave e che da due giorni sono senza alcun tipo di protezione, e se dovesse succedere qualcosa devo comporre il numero unico di emergenza e fare tutta la trafila spiegando il come e il perché, senza nemmeno averne il tempo. Sappiamo bene che loro, quando ti devono colpire, sono dei professionisti e sanno fare bene il proprio lavoro». “Fuori dal mondo del lavoro”, una frase già ascoltata, in passato, dal testimone. «Mi fu detta da un alto funzionario dell’Impregilo, il quale mi disse “tu, con queste tue denunce non farai neanche più il moviere in un cantiere. E questa profezia si è avverata. Il messaggio che è passato è che sono stato un infame, un traditore. Chi denuncia non fa carriera nella pubblica amministrazione, invece gli imputati, anche se Autostrade ha dichiarato a Report che sono stati licenziati, in nove anni hanno fatto carriera guadagnando centinaia e centinaia di migliaia di euro». E gli esponenti della camorra, denunciati dal testimone, che fine hanno fatto? «Stanno in galera, qualcuno si è riciclato con altre attività. Ma come è possibile che il capostipite sta in galera e l’intera famiglia continua a fare il lusso? Questa è una delle tante anomalie che lo Stato dovrebbe riuscire a comprendere. Parliamo di Pasquale Vuolo, alias capastorta, che sta in galera da tanti anni e, comunque, riesce a far mantenere un tenore di vita alto alla sua famiglia: auto di lusso, cavalli, villa con piscina, feste con cantanti neomelodici. Un tenore di vita che non può essere sostenuto nemmeno con duemila euro al giorno».

“Sarò presente per l’udienza, anche senza scorta”

La speranza, per Ciliberto, è l’ultima a morire. La sua aspirazione è quella di poter assistere al trionfo della Giustizia. Vedere concretizzare il suo sforzo, scaturito da quasi dieci anni di impegno personale. «Mi aspetto che vengano portate a termine tutte le attività giudiziarie, svolte dagli investigatori, dalla DIA, dal ROS, e che possa arrivare finalmente la parola fine, con la condanna di queste persone. Spero solo che questo processo non si chiuda con delle prescrizioni, perché sarebbe una sconfitta, non tanto per il testimone di giustizia, ma per lo Stato». Se dovesse essere confermata la decisione sulla tutela revocata il testimone di giustizia si farà trovare pronto. Anche questa volta. «Io ci sarò. La mia presenza è il vero simbolo di legalità. Anche per una questione di esempio lo Stato, che dice sempre “denunciate, denunciate”, non dovrebbe mai venir meno nell’accompagnare un testimone di giustizia in un’aula di Tribunale. Noi siamo persone libere ed incensurate. E in questo momento la brutta figura la fa lo Stato, che ha ritenuto di abbandonare uno dei testimoni di giustizia più attuali, perché parliamo dell’attualità dei fenomeni dei crolli autostradali. Sono diversi giorni che vivo nel terrore e nella paura. Dovrò trovare la forza per essere presente. È anche vero che il Tribunale è una zona protetta, ma c’è un arrivo e una partenza in cui sarò da solo ed uscendo dal Tribunale non so chi mi aspetterà fuori».

APPALTO ALLA CAMORRA. Parla il perito: “Mai visto nulla del genere in tanti anni di lavoro”

Aula Udienze Tribunale di Monza
Aula Udienze Tribunale di Monza

“A Monza si sta svolgendo un processo nel processo, stanno uscendo fuori tante altre cose. Voglio fare il mio dovere, fino alla fine. La Dia ritiene di aver trovato conferme a molte delle anomalie segnalate, sia riguardo al modus operandi del gruppo imprenditoriale che, si legge in un comunicato, ‘dispone di ingenti capitali di dubbia provenienza e tenta sistematicamente di corrompere i rappresentanti degli enti committenti’, sia riguardo a ‘fraudolente modifiche di disegni progettuali, soprattutto nella parte relativa alle saldature delle pensiline, da parte degli imprenditori indagati e di alcuni tecnici collusi’”.

MONZA. Nuova udienza per il processo sulla passerella ciclopedonale di Cinisello Balsamo (Milano). L’opera faraonica, costata 13 milioni di euro. Questa mattina si è registrata la testimonianza del consulente tecnico, l’ingegner Massimo Maria Bardazza, l’autore della perizia chiesta dal PM Macchia nel settembre del 2011. “Non ho mai visto nulla del genere in tanti anni di lavoro”. La perizia dimostra che le denunce del super testimone Gennaro C. si poggiano su dati reali. Dati di fatto. Incontrovertibili. Ma cosa scrisse, quattro anni fa, l’ingegnere iscritto all’Albo dei collaudatori della Regione Lombardia? Questi i termini utilizzati all’interno del documento: “saldature mal eseguite”, “intervento criminale” , “certificati falsi”. “Si è inoltre constata la presenza all’interno del cassone di un tondino da armatura simile a quello descritto nella denuncia”. E ancora: “si tenga conto anche del fatto che l’operazione è riuscita perché fatta con dolo e con la complicità di un dipendente infedele di Impregilo, il quale, in posizione gerarchica superiore alla posizione del direttore di cantiere e avvalendosi del fatto che i lavori sono stati eseguiti in un ambito difficile e accessibile con estrema difficoltà”. Un’opera, appalto Anas-Impregilo, affidata alla Carpenfer Roma srl di Mario Vuolo, famiglia vicina al clan camorristico D’Alessandro di Castellammare di Stabia. Sequestrata il 17 giugno del 2011 dalla Procura della Repubblica di Monza e mai aperta al pubblico. Soldi pubblici buttati nel cesso. Anche Bardazza, nel corso del suo interrogatorio, ha tenuto a precisare l’importanza della denuncia del testimone di giustizia. Per Gennaro C. “l’appalto di Cinisello Balsamo è l’espressione della corruzione, è la mamma di tutte le loro tangenti. Il capitolato della passerella era di quattro milioni di euro e il costo era molto irrisorio in confronto all’opera. L’unico che avrebbe potuto mascherare e fare la moltiplicazione dei pani e dei pesci era Mario Vuolo. Firma per quattro milioni, ma ne riceve sette”.  Anomalie accertate. “Tutte le saldature sono state controllate dall’Istituto Saldature che ha presieduto  con i suoi tecnici a tutte le operazioni effettuate e strumentalmente verificato le saldature fatte con il metodo degli ultrasuoni”. “Porcherie” per Bardazza, “porcherie” nascoste all’interno della struttura “dove era ben difficile potersene accorgere. Il tutto avallato da certificati sulle saldature falsi”. Certificato SOA rilasciato alla Carpenfer dalla ItalSoa di Afragola. Sul banco degli imputati, oltre a Mario Vuolo, suo figlio Pasquale, Edmondo Troisi e Alfio Cirami, anche Ernesto Valiante, l’amministratore della ditta di Afragola. Per il PM le certificazioni sono false, dato confermato anche dall’attività della polizia giudiziaria. Anomalie che hanno permesso ai Vuolo e alle sue aziende di accaparrarsi appalti pubblici per milioni di euro.

      È intervenuta anche l’Autorità Nazionale Anticorruzione. Con un’istruttoria ha sospeso i certificati SOA delle ditte dei Vuolo, anche per accertare le responsabilità legate al rilascio delle certificazioni. “Resta un aspetto inquietanteper il testimone di giustizia Gennaro C. –, certe storie si ripetono con frequenza. Come per il viadotto siciliano, crollato poco dopo l’inaugurazione, anche la Passerella di Cinisello aveva superato il collaudo della commissione Anas, con esito positivo. Tutte le opere realizzate dai Vuolo, con le varie ditte a loro riconducibili, devono essere controllate e poste in sicurezza. Ci troviamo davanti ad un modus operandi e di complicità di alcuni soggetti che avrebbero dovuto verificare la buona esecuzione dei lavori, ma che invece erano sul libro paga dei Vuolo”.

La prossima udienza: venerdì 24 settembre 2015, ore 9:30

8 giugno 2015

ciclopedonale
La passerella ciclopedonale di Cinisello Balsamo (Milano)

IL PROCESSO DI MONZA. Tutti gli articoli del blog:

APPALTI ALLA CAMORRA. CONTINUA IL PROCESSO DI MONZA. 

LA PASSERELLA DI CINISELLO BALSAMO, LA NUOVA UDIENZA DI MONZA.

APPALTI & CAMORRA: il Processo di Monza 

APPALTI PUBBLICI ALLA CAMORRA, PARLA IL TESTIMONE 

TdG – Gennaro C. e il Processo contro la Camorra. La prima udienza di Monza 

“Io, testimone di giustizia, sono carne da macello…” da restoalsud.it

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di  | 13 agosto 2013

“Un atto vile. La macchina che hanno danneggiato non è nemmeno la mia, mi è stata prestata. Loro non vinceranno, ma la mia situazione è drammatica. Mi sento solo ma non mi fermo”. Dopo il ‘vile’ attentato il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto ha deciso di parlare e di raccontare la sua drammatica storia. Ha denunciato infiltrazioni camorristiche, corruzioni negli appalti pubblici, la presenza e il coinvolgimento della famiglia Vuolo di Castellamare di Stabia.

“Nel 2011 mi sono rivolto alla Dia di Milano per denunciare tutto. La mia vita da quel momento è stata stravolta. Ho parlato della consegna di orologi Rolex e di decine di migliaia di euro a chi doveva vigilare sui lavori. Corruzioni di vario tipo che hanno portato al collasso di alcune strutture metalliche costruite sulle autostrade italiane. Sono stato abbandonato anche da mia moglie, mia figlia pensa che sono scappato di casa”. Da Bitonto (“una terra di nessuno, dove accade di tutto”) continua il suo impegno per la legalità. “E’ inutile scappare. Sono impegnato nell’antimafia di strada, salvando qualche ragazzo dalla criminalità, combattendo le piazze di spaccio”.

Gennaro Ciliberto, ex carabiniere, è il coordinatore della Regione Puglia dell’Associazione ‘I cittadini contro le mafie e la corruzione’, presieduta da Antonio Turri. “Il giorno 9 agosto – ha spiegato Turri – eravamo in Puglia per incontrare gli imprenditori della provincia di Bari vittime delle mafie locali e proprio con Gennaro Ciliberto abbiamo dato vita ad un coordinamento tra alcuni di questi nella città di Bitonto. Questa riteniamo sia la risposta dei clan che tentano di intimorirci. Ma sappiano i boss ed i loro sgherri che non faremo un passo indietro. Il nostro rappresentante ha ricevuto fin dalle prime ore il sostegno convinto delle forze di polizia e del sindaco Michele Abbaticchio”. Parole rafforzate da Gennaro: “Non mi fermeranno. Dopo la manifestazione con i cittadini di Bitonto ho trovato tutte e quattro le ruote della macchina sventrate. Segnali già c’erano stati in precedenza. Hanno già tentato di rubarmi la macchina, sono stati arrestati. C’è una netta contrapposizione tra Stato e antistato, con una criminalità molto pericolosa”.

Ti aspettavi questa reazione?

Mi ha turbato molto. Non mi aspettavo questa reazione. C’è molta omertà, lo hanno fatto di domenica, ma nessuno ha visto niente. Bitonto è terra di nessuno, abbandonata da tutti. Ne ho viste di situazioni particolari, ma qui è fuori dal normale. Continue sparatorie, droga, motociclette che viaggiano senza targa.

Dopo le denunce fatte contro il clan camorristico D’Alessandro perché hai scelto Bitonto?

Sono carne da macello, sono un uomo morto. Se posso fare del bene cercherò sempre di farlo. Non voglio che la criminalità cresca, io ho dichiarato guerra alla criminalità. La gente mi ferma e mi racconta che ha paura, che non si sente tutelata.

Perchè ‘carne da macello’?

La mia sentenza è stata scritta. Ora iniziano i processi, sono l’unico testimone oculare che ha fatto registrazioni. La settimana prossima sarò nuovamente a Roma alla DDA (Direzione Distrettuale Antimafia, ndr). Senza la mia testimonianza cadrebbe tutto. Su cento operai nessuno ha dichiarato le cose che ho potuto dichiarare io, tutto provato. E’ anche vero che molte forze di polizia mi hanno detto ‘ti sei andato a mettere in bocca al lupo’. Ma cosa potevo fare? Quando sono arrivato a Bitonto la gente mi ha detto ‘buona fortuna, che Dio te la mandi buona’.

Perché diventi testimone di giustizia?

Divento testimone, nel momento in cui, da dirigente, vengo a sapere che molte strutture in ambito autostradale sono pericolanti. Il mio dovere civico mi porta a confidarmi con un ufficiale dei carabinieri che trova un contatto con la Dia (Direzione Investigativa Antimafia, ndr). Comincio a portare tutto il materiale in mio possesso, in qualità di dirigente avevo accesso a tutto, comprese le registrazioni. L’ultima ferita che si apre in me è l’incidente del pullman in autostrada con 39 vittime. Sono stato male, sono anni che dico che i lavori fatti dalla famiglia Vuolo di Castellamare, clan D’Alessandro non sono sicuri. Sono anni che dico ai magistrati che bisogna controllare. Si fanno i lavori con delle compiacenze e non si fanno i collaudi. Un lavoro fatto male e preso in tempo può essere riparato. Questo è un orribile modus operandi.

Dopo le denunce che succede?

Non succede niente. Questi continuano a costruire, io continuo a denunciare. Fino a quando non avvengono i crolli e le Procure mi cercano. Loro cambiano ditte e continuano a costruire. Hanno una potenza impressionante, non è quella camorra di strada che spara. E’ una potente mafia che è entrata nel tessuto imprenditoriale, fatta di connivenze con alti ufficiali, politici, dirigenti.

Soffermiamoci sul clan D’Alessandro di Castellamare di Stabia…

Il figlio del titolare dell’azienda dove lavoravo (Pasquale Vuolo, detto ‘Capastorta’, ndr) è un condannato in Cassazione, oggi scarcerato, per associazione mafiosa con l’aggravante dell’articolo 7. E’ lui che mi ha condannato a morte, dicendo che in quella finta rapina dove sono stato sparato dovevo morire. E’ sempre lui che mi dice, tutto è stato denunciato, che prima o poi mi ucciderà, perché è abituato a sparare le ‘guardie’ in testa. Lui me lo ha detto verbalmente, aggiungendo che in tutta Italia ha contatti con altre organizzazioni criminali. La stessa Procura di Monza scrive che ci sono state delle difficoltà per le indagini per l’omertà e la poca collaborazione di enti istituzionali. Perché questa gente ha paura?

Perché?

Perché lo spessore criminale di Pasquale ‘Capastorta’, oggi sorvegliato speciale, è lampante. Nessuno ha mai denunciato. Quando ho detto alla Dia di Firenze di fare attenzione per il rischio di crollo delle strutture mi hanno riso in faccia. Sono cadute veramente. Mi sono dovuto impuntare per far mettere a verbale i legami e l’amicizia dei Vuolo con un generale dei carabinieri.

Ancora in servizio?

In pensione dall’anno scorso, ma di una potenza impressionante. I Vuolo, anche se questo generale non entra negli appalti pubblici, se ne vantavano di questa amicizia, lo chiamavano ‘Giovannino’.

Hai scritto al Capo dello Stato, al Ministro degli Interni, della Giustizia…

Ho scritto a tutti. Addirittura sono stato denigrato e chiamato ‘rompicoglioni’ dopo che un Procuratore mi aveva detto di mandare le comunicazioni. Ho continuato a monitorare le gare d’appalto, ho continuato a scrivere, a denunciare alle autorità competenti. Ho fatto notare le gravi anomalie intorno alle certificazioni antimafia, ho denunciato facendo nomi e cognomi. Mi hanno detto che non devo ‘rompere i coglioni’. Per me questa è la sconfitta della legalità. E’ il sistema che non funziona. Il certificato antimafia, se ci sono delle compiacenze, non viene verificato. Mi sento abbandonato dalle Istituzioni e, nonostante tutto, io sono a Bitonto, in una terra di criminalità a fare cultura della legalità. Ho perso una famiglia e una figlia per fare queste scelte. Mia moglie a un certo punto mi ha detto ‘cosa ci mancava, avevamo tutto. Oggi sembri un latitante che scappa per tutta l’Italia’. Mia figlia pensa che sono scappato di casa. Come devo vivere, di cosa devo vivere? Non ho nessuna tutela e le Procure mi continuano a chiamare. Ho lasciato delle memorie storiche, se un giorno mi uccideranno tutti dovranno sapere che la colpa è di uno Stato che ha abbandonato i testimoni di giustizia.

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