TESTIMONI DI GIUSTIZIA. “Ho denunciato il clan e ora sono costretto a combattere anche contro lo Stato”. #tdg

francesco paolo
Il tdg Francesco Paolo

“Non rispondono alle nostre istanze. Ci sentiamo totalmente abbandonati. All’inizio promettono e alla fine ci scaricano”. Queste le amare parole utilizzate da un testimone di giustizia campano, rassegnato e stanco dopo anni di battaglie e privazioni.

Non è l’unico a lamentare e a denunciare il trattamento subito. I problemi, mai risolti, riguardano tutti i testimoni italiani. “Ho fatto il mio dovere e ho perso tutto”. Francesco Paolo è una persona perbene. È originario di Cancello Arnone, in provincia di Caserta, ed è un imprenditore nel settore lattiero-caseario. La sua azienda si chiamava ‘Antico caseificio dei Mazzoni’ ed operava sul territorio diMondragone.

Francesco è un cittadino che ha fatto semplicemente il suo dovere, non ha abbassato la testa di fronte all’arroganza mafiosa. È stato avvicinato e minacciato. Ma non è sceso a compromessi con i criminali del clan La Torre. Ha denunciato, ha collaborato con le forze dell’ordine, ha fatto arrestare il suo estorsore. Ha resistito. Si è affidato allo Stato entrando, con tutta la sua famiglia, nel programma di protezione per i testimoni di giustizia.

“In questo modo è iniziato il mio calvario. Oltre a fronteggiare gli attacchi dei criminali ho dovuto subire l’abbandono da parte dello Stato”. La storia di Francesco è poco conosciuta, come quella di molti testimoni di giustizia. Utilizzati come dei limoni: spremuti e poi abbandonati. Perché non hanno lo stesso ‘potere’ dei collaboratori, ex delinquenti legati alla criminalità organizzata. Perché sono ritenuti un peso e non una risorsa. Si sono trovati e si trovano, ancora oggi, di fronte ad uno Stato assente, silente. Bravo a parole, ma fallimentare nei fatti. “Ho sempre svolto – spiega il testimone di giustizia – questo tipo di attività. Dopo anni di sacrifici ho preso in mano il caseificio a Mondragone, che già esisteva da diversi anni. Dopo sei anni dall’apertura sono cominciate le pressioni della criminalità organizzata. Nei primi tempi ti lasciano stare, poi quando inizia a funzionare ti vengono a cercare”.

I fatti risalgono agli anni 2000. “Stavo guardando la finale dei campionati europei, la partita dell’Italia con la Francia. Arriva mia moglie e mi dice di aver ricevuto una telefonata. Una voce maschile, un messaggero del clan La Torre di Mondragone, comunica che dobbiamo dare 200 milioni, con la minaccia di farci saltare in aria”.

Cosa succede dopo la telefonata?

Siamo andati subito in caserma a denunciare. Per tre o quattro mesi non si sono fatti sentire più. Ho cominciato a collaborare con i carabinieri. Quando sono ricomparsi sono ripartiti con le minacce, con gli spari, con le intimidazioni.

L’anno successivo, nel 2001, arriva l’appuntamento con l’estorsore.  

Sempre in collaborazione con i carabinieri sono andato all’appuntamento, in un bar. Abbiamo preso degli accordi, “se tu vuoi stare tranquillo, devi pagare. Se vuoi il tuo bene e quello della tua famiglia devi stare tranquillo e pagare”. Mi seguivano ovunque, più di una volta ho dovuto allertare le forze dell’ordine.

Qual è la richiesta dei camorristi?

Tre milioni e mezzo di lire ogni tre mesi e, poi, una richiesta di 200 milioni, una tantum. Non ho mai avuto l’intenzione di pagare, per una questione di valori. Non ho mai ritenuto giusto pagare questa gente. Abbiamo fatto le fotocopie dei soldi, la mattina del 26 luglio (2001, ndr) i carabinieri lo hanno fermato e trovato con i soldi fotocopiati. L’esattore, Michele Persichino, viene arrestato in flagranza di reato. È stato il primo pentito del clan La Torre e dal suo pentimento sono scaturiti una serie di arresti.

Come si comporta il clan dopo l’arresto?

Nonostante la protezione continuavano a telefonare e a minacciare “tu puoi mettere anche l’esercito, ma devi saltare in aria”. Una condanna a morte. Ci hanno provato in tutti i modi.

Ad esempio?

Una notte, dieci giorni dopo l’operazione, a trecento metri da casa, i carabinieri hanno intercettato, avendo anche un conflitto a fuoco, un latitante. Un killer chiamato per eseguire la condanna a morte. Un certo Ernesto Cornacchia, uno dei killer più spietati della camorra. Viaggiava su una macchina blindata, piena di armi. Dopo il mancato attentato mi manda a chiamare il magistrato Raffaele Cantone (oggi presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione,ndr) e mi dice: “Questa volta, tramite delle intercettazioni, abbiamo capito e siamo riusciti a fermarli. Non sappiamo se la prossima volta ci riusciremo”. Mi cominciano a parlare del programma di protezione, della drastica soluzione di abbandonare la mia terra, la mia azienda e la mia casa. Chiesi un po’ di tempo per riflettere, ci convinsero ad accettare il programma.

Comincia il calvario?

Si, un vero calvario. Vengo spostato subito e inviato in un albergo, come un pacco postale. Mi spostano da una struttura ad un’altra, in attesa della mia famiglia: mia moglie e tre figli, all’epoca, di 18,16 e 5 anni. A fine ottobre 2001 arriva una comunicazione, una delibera della Commissione dove ci informano dell’ingresso nel programma di tutti i componenti del nucleo familiare, con partenza immediata.

Che significa?

Un paio di giorni dopo, il 2 novembre, ci spostano in una località protetta. Ci hanno fatto girare in diverse località. La cosa che non riusciamo ancora a spiegarci è l’episodio registrato la mattina del trasferimento.

Cosa succede la mattina del trasferimento?

Davanti al caseificio abbiamo trovato cinque mazzi di garofani.

Una talpa?

Come facevano a sapere del nostro spostamento? Un segno per dire che lì eravamo morti e non dovevamo tornarci più. Giriamo tutta l’Italia. Non solo per fronteggiare la camorra.

Cioè?

Come per tutti gli altri testimoni, inizia il calvario con lo Stato. Quando cominci ad avere contatti con quelli di Roma iniziano nuovi problemi: non pensano ai traumi, alle necessità.

Che fine fa il camorrista denunciato per l’estorsione subita?

I miei interventi sono in videoconferenza. Un processo brevissimo. Michele Persichino, arrestato in flagranza, decide di patteggiare e sceglie di diventare collaboratore di giustizia. Le sue denunce portano a diversi arresti, facendo crollare tutto. Grazie alla mia decisione di denunciare.

E l’Antico caseificio dei Mazzoni?

Decidono di nominare un amministratore. La mia azienda, nel giugno del 2001 allo Slow Food di Torino, è stata considerata una delle migliori per qualità dell’area Doc della mozzarella di bufala campana. Potete immaginare il valore commerciale che avrebbe potuto avere la mia azienda. Nelle delibere prima hanno nominato un amministratore che si prendeva cura dei miei beni, stiamo parlando di un’azienda in attivo, dopo un mese mi mandano a chiamare a Roma e mi dicono che loro non possono gestire la mia azienda. Mi chiedono di trovare qualcuno che possa gestirla. Trovo un mio ex operaio che decide di fittarla. Per un anno non ho visto una lira, ho perso i soldi dell’Iva, dell’affitto. Sono stato costretto a chiudere la mia azienda. Anche lui è stato minacciato ed è scappato dal caseificio. Tutto è andato a rotoli, problematiche che ancora oggi ci perseguitano. La mia azienda si ferma, la chiudo. Pago tutti i miei fornitori, ho sempre pagato tutti. Ho continuato a pagare anche senza lavorare. Lo Stato è venuto meno a tutte le promesse che ha fatto.

E il programma di protezione?

Dopo un anno e mezzo sono uscito. Dopo la mia decisione mi hanno semplicemente sconsigliato di tornare a Mondragone. Nella mia terra. Viene nominato un amministratore per l’acquisizione dei mie beni e con una perizia quantifica il valore: quasi un milione di euro. È tutto indicato nella delibera. Prendo la capitalizzazione, firmo la rinuncia e l’acquisizione dei beni da parte dello Stato. Trovo un’azienda agricola e avviso del mio interesse. Passa del tempo, ma i soldi non arrivano. Mi mandano a chiamare e mi comunicano che esistono problemi sull’acquisizione. Sbagliano la procedura.

Accade tutto dopo gli accordi già presi?

Si, dopo le firme. Con la nuova procedura da parte dell’agenzia del demanio i miei beni vengono stimati intorno ai 280mila euro. I patti non vengono rispettati, firmo la rinuncia per una cifra e mi trovo con una negoziazione sfavorevole. Ogni volta che presento un’istanza mi rispondono che ho firmato la rinuncia. Ma io ho firmato una rinuncia per una cifra diversa, inserita in una delibera. In un documento ufficiale.

Oggi l’azienda è dello Stato?

La mia azienda non è stata più acquisita. È chiusa e smantellata. Il capannone è venduto, la mia casa è occupata da un signore che voleva comprarla. Mi ha dato un piccolo acconto e ha occupato la mia abitazione. Ho chiesto l’intervento del Servizio centrale di protezione, puntualmente mi rispondono che me la devo rivedere da solo perché sono fuori dal programma. Ho presentato denunce alla Procura, siamo in causa da dieci anni. Io vivo a chilometri di distanza, come posso seguire queste cose? Ho una serie di cartelle esattoriali, del periodo in cui era chiusa, per un’azienda che non esiste più.

È stato riconosciuto il danno biologico?

Non hanno riconosciuto nemmeno il danno biologico. Sono venuto a conoscenza di testimoni fuori dal programma da venti anni che nel 2012 hanno ottenuto il danno biologico. Sono vere e proprie ingiustizie.

“Non mi pento di aver denunciato un atto criminoso, ma mi pento di essermi fidato dello Stato”. È ancora valida questa affermazione?

Hanno creato testimoni di serie A e testimoni di giustizia di serie B. Dobbiamo essere tutti uguali. Perché c’è chi sguazza nell’oro e chi non riesce nemmeno a mangiare? Chi ha i santi va in paradiso, chi non ha nessuno viene lasciato alla deriva. Come la legge per l’assunzione nella pubblica amministrazione. Le leggi devono valere per tutti, invece non accade così. Perché solo per pochi e non per tutti? Da parte delle Istituzioni non c’è la reale volontà di combattere i fenomeni mafiosi. Lo Stato non c’è. Noi testimoni siamo niente, non portiamo voti, non portiamo favori alla politica.

Vi sentite un peso?

Siamo un peso, sempre se non si ha il santo in paradiso. Devono usare più giustizia ed equità per tutti. La Commissione centrale dovrebbe aiutare a ricostruire la vita dei testimoni, senza fare assistenzialismo e favoritismi. Non è giusto

Oggi come vive la famiglia Paolo?

Stiamo cercando di rialzarci, siamo riusciti a creare una piccola attività, anche se le problematiche legate al passato ci penalizzano. Le cartelle esattoriali, parlo di quelle relative al periodo di protezione, continuano ad aumentare. Riusciamo, a fatica, ad andare avanti. Abbiamo un piccolo allevamento di bufale, io solo questo so fare. Senza l’aiuto dello Stato.

Le organizzazioni criminali non dimenticano, avete ancora paura?

Bisogna convivere con la paura, abbiamo sempre il timore che possa accadere qualcosa. Il Servizio centrale non funziona, ci sono funzionari e burocrati che non conoscono i nostri problemi. Non basta spostarci come pacchi. Abbiamo l’esempio di tanta gente che è stata ammazzata, che continua a subire attentati. Si è testimoni di giustizia per sempre, non solo nel periodo di protezione.

Voi siete tutelati?

Noi siamo abbandonati. Una volta che esci dal programma nessuno ti pensa. Con i processi ti sfruttano, poi diventi un peso. Continuo a produrre istanze, ho chiamato Bubbico (vice ministro dell’Interno, ndr), il Servizio centrale. Non so più chi chiamare. Nessuno risponde. Solo dopo la morte riacquistano la memoria, è già successo con Domenico Noviello. Dopo tutti sono bravi a ricordare le persone che avevano bisogno di protezione e di aiuto. Ho ricevuto dei messaggi da parte di soggetti legati alla criminalità organizzata della mia zona, io e la mia famiglia non possiamo tornare nei nostri territori di origine. Non è giusto.

In questi giorni sulle reti nazionali sta andando in onda uno spot pubblicitario del ministero dell’Interno: “Lo Stato sostiene le vittime di estorsione ed usura che denunciano i loro aguzzini, dando loro la possibilità di reinserirsi nell’economia legale grazie al ristoro dei danni subiti”.

Uno spot inutile, creato per gli amici degli amici. Per regalare soldi agli amici. Lo stesso ragionamento vale per la Carta dei diritti del testimone di giustizia. Stiamo parlando di un carrozzone creato ad arte.

da restoalsud.it

PER NON DIMENTICARE UNA DONNA E UNA MADRE CORAGGIO

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IL CORAGGIO DI DIRE NO.

Per non dimenticare una Donna e una Madre coraggio: Lea GAROFALO.

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Dr Motor, lavoratori in lotta

Gli operai non ricevono gli stipendi da ormai tre mesi

Dr Motor, lavoratori in lotta

Da Termini Imerese: “sulla serietà di Di Risio abbiamo avuto sempre forti dubbi”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Non sono problemi nostri se non ce la fate a pagare le assicurazioni delle auto”, “Prima di lavorare qui alla Dr non lavoravi e non potevi permetterti nemmeno un’automobile”. Queste alcune risposte che gli operai della Dr Motor avrebbero ricevuto da alcuni dirigenti dell’azienda automobilistica di Macchia di Isernia. La confidenza è di un lavoratore impegnato nella lotta, insieme agli altri suoi colleghi, per i propri diritti.

Per gli stipendi. Con oggi, sono cinque i giorni di sciopero e di presidio davanti ai cancelli della Dr Motor, interessata all’ex stabilimento Fiat di Termini Imerese. Avanzano tre mensilità (novembre, dicembre e la tredicesima), ma non si danno per vinti. Vogliamo i nostri soldi, vogliamo essere pagati per il nostro lavoro”. Sono rimasti da soli, dicono. L’unico appoggio proviene dal sindacato.

Sempre da cinque giorni il segretario regionale della Fiom, Giuseppe Tarantino, invia agli organi di informazione lo stesso comunicato: “vista la mancata risposta da parte della Direzione aziendale per la convocazione di un incontro, nonostante lo sciopero dei giorni 13, 14, 15 e 16 febbraio 2012, in ordine al mancato pagamento delle mensilità di novembre, dicembre e tredicesima del 2011, proclama ulteriori 8 ore di SCIOPERO, per ogni turno di lavoro, per il giorno 17 febbraio 2012, dalle ore 8, con presidio davanti ai cancelli principali della DR Motor Company. Restiamo in attesa di convocazione….”.

Ieri però anche il tavolo con il prefetto di Isernia non ha portato a nulla.Il prefetto – si legge nella nota dell’ufficio stampa – stante l’assenza dei rappresentanti del gruppo imprenditoriale per precedenti impegni, ha assicurato il suo intervento per individuare soluzioni idonee a superare la situazione rappresentata”. I ’precedenti impegni’ portati a giustificazione durano ormai da mesi. Gli operai in sciopero,anche in mezzo alla neve, non hanno visto nessun dirigente fermarsi e tantomeno il proprietario.

Solo martedì scorso (14 febbraio), quando erano impegnati nel primo incontro in Prefettura, è apparso Massimo Di Risio. Sceso dal suo ufficio e si è diretto davanti ai cancelli del suo stabilimento, ma non c’era nessuno. Non poteva esserci nessuno. Solo le bandiere rosse della Fiom. Il giorno dopo non è mancato il titolo sui giornali locali, con la foto in bella mostra dell’imprenditore accanto al presidio vuoto e con un titolo particolare “Di Risio vuole trattare, ma il sindacato non c’è”. Peccato che gli operai e il sindacato fossero, in quello stesso momento, impegnati in Prefettura. Ora si dice che siano diverse le testate giornalistiche che utilizzano le auto fornite dalla Dr Motor.

Resta un fatto che la Dr non corrisponde da mesi gli stipendi ai suoi lavoratori. E la politica? Dov’è la politica regionale che ha sempre sostenuto economicamente la Dr Motor?La Fiom e la Cgil – si legge in una nota del sindacato – denunciano la gravità del disinteresse della Regione Molise per la sorte delle lavoratrici e dei lavoratori della DR Motor”.

Nel 2006 la Regione Molise destinò 4,6 milioni di euro per la “realizzazione dell’iniziativa produttiva – si legge nel bollettino ufficiale – finanziata attraverso l’estensione con finanza regionale del contratto d’area Molise Interno”. Soldi presi anche dal fondo per l’emergenza alluvionale e sismica. “Dopo quel finanziamento pubblico – secondo il consigliere regionale Michele Petraroiaho sempre chiesto informazioni sul piano industriale dell’azienda, quali investimenti e livelli occupazionali garantissero per poter usufruire del contratto d’area, ma ho sempre ricevuto risposte parziali”.

Il disagio degli operai della Dr Motor, reparto produzione, comincia agli inizi del luglio scorso “quando – afferma un lavoratore – vengono a mancare gli accrediti degli stipendi di giugno. Questi ritardi vengono giustificati con degli avvisi in bacheca”. E si arriva ad oggi, al quinto giorno di presidio. “Arriviamo a febbraio 2012 – aggiunge il lavoratore – e all’ultimo accredito fatto il 2 dicembre. Non si sono più visti stipendi accreditati ma episodi lampanti, come la partecipazione della Dr al Motor Show di Bologna, il tentativo di acquisizione dello stabilimento ex Fiat di Termini Imerese, la bruttissima notizia ricevuta dagli operai Dr alla vigilia di Natale che non avrebbero ricevuto lo stipendio, il licenziamento in tronco dell’operaio iscritto alla Fiom, le lettere anonime ricevute dal segretario regionale della Fiom con richieste di aiuto per far pagare gli stipendi agli impiegati che non lo prendono addirittura da luglio. Ad oggi gli operai iscritti alla Fiom non sono più due ma 14, stanchi delle false promesse e non potendo più in alcun modo andare avanti per vivere e per mantenere la famiglia e pagare mutui, bollette e varie spese, si trovano ad affrontare il freddo gelido di questi giorni per rivendicare a testa alta gli stipendi che gli spettano di diritto”.

Ma la notizia questa volta non si è fermata in Molise. E’ uscita fuori ed è arrivata in Irpinia. Scrive il Ciriaco.it (14 febbraio 2012): “Già Di Risio, quello che secondo Marchionne & Co. avrebbe dovuto riportare il ’sole’ in Valle Ufita, rilevando la Iribus e salvando così con il suo capitale sociale, 140 mila euro, 700 posti di lavoro e magari anche i 1500 dell’indotto, e permettere la ripresa produttiva di pullman o altro in Irpinia. Forse le tute blu di Flumeri avevano ragione nel non voler aprire alcuna trattativa con il signor Di Risio e a considerarlo un “liquidatore” ingaggiato da Fiat. Forse la loro lungimiranza oggi si sta dimostrando realtà”.

La notizia del presidio dei lavoratori ha continuato a viaggiare ed è arrivata sino a Termini Imerese. Dove i lavoratori Fiat in cassa integrazione stanno cominciando ad interessarsi della vicenda. Abbiamo sentito il segretario provinciale Fiom, Roberto Mastrosimone: “ci sono dei problemi che riguardano la serietà di questo imprenditore. E’ chiaro che lui qui (a Termini Imerese, ndr) non fa impresa con i soldi suoi. Lui fa impresa con i soldi dello Stato e della Regione. Ma è in grado di fare impresa pur con i soldi dello Stato? Ha le caratteristiche per poter fare le cose che ha annunciato di fare? Noi abbiamo avuto sempre forti dubbi, fermo restando che i soldi che saranno investiti, se il progetto parte, non andranno mai nelle sue mani. Se dovesse partire il progetto, dovranno esserci controlli. Già in passato hanno preso soldi pubblici e poi se ne sono andati”.

da L’Indro.it di venerdì 17 Febbraio 2012, ore 19:29

http://lindro.it/RIVENDICHIAMO-A-TESTA-ALTA-I,6566#.T0I41oHwlB0

(VIDEO) – Isernia chiama Termini Imerese

DR Motor – Lavoratori in PREFETTURA

di Paolo De Chiara – dechiarapaolo@gmail.com
Non ricevono lo stipendio da novembre. Solo promesse da parte della Dr Motor di Macchia di Isernia. Gli operai dello stabilimento molisano hanno deciso di rivendicare i loro diritti. E da ieri hanno organizzato un presidio davanti i cancelli della loro fabbrica. Sono stanchi, ma pieni di dignità. Questa mattina (video) sono stati ricevuti dal Capo di Gabinetto della Prefettura di Isernia. “Passate giovedì, quando c’è il Prefetto”. Questo, in sintesi, il senso dell’incontro. Ma perchè dei lavoratori, che fanno il proprio dovere, devono attendere tre mensilità? Per la Di Risio: “l’iter per il rilevamento – si legge nella nota dell’ufficio stampa – dello stabilimento di Termini Imerese sta durando più di quello che avevamo ipotizzato inizialmente e quindi sta determinando una lunga fase di transizione, con conseguenti inefficienze produttive e commerciali”. E cosa se ne frega il lavoratore dei “rilevamenti”, delle “ipotesi” e delle scelte dell’Azienda? Se una persona lavora deve essere pagata. Perchè la Dr, invece di “investire” alla Fiera dell’Auto di Bologna (dove se non paghi non ti fanno nemmeno mettere piede negli stand), non ha pensato di utilizzare quei fondi per pagare i suoi operai? A che gioco sta giocando la Dr Motor? E cosa c’entra la questione Termini Imerese con gli stipendi (non pagati) di Macchia d’Isernia? Se il buongiorno si vede dal mattino in Sicilia dovrebbero cominciare a preoccuparsi. Dal Molise la lotta per i diritti continua. E si sta cominciando a creare anche quel necessario ponte di solidarietà tra gli operai molisani e siciliani.

da Malitalia.it

http://www.malitalia.it/2012/02/isernia-chiama-termini-imerese/

(VIDEO) – DR Motor – PRESIDIO Lavoratori

DR Motor – PRESIDIO Lavoratori

MACCHIA D’ISERNIA, lunedì 13 febbraio 2012.
I Lavoratori in PRESIDIO per i loro Diritti.

Hanno deciso di scioperare davanti i cancelli dello Stabilimento molisano per rivendicare il Pagamento degli Stipendi (novembre, dicembre e tredicesima).

INTERVISTE al Segretario regionale FIOM Giuseppe TARANTINO e ad un Lavoratore.

A cura di Paolo De Chiara

Dr Motor-Fiom, è ancora scontro

Parla un lavoratore, ’licenziato perchè iscritto al sindacato’

Dr Motor-Fiom, è ancora scontro

L’azienda automobilistica ha rilevato lo stabilimento di Termini Imerese, ma gli operai lamentano ritardi nei pagamenti degli stipendi e un clima troppo teso

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La Dr Motor Company SpA di Macchia di Isernia (Molise, ndr) ha intimato il licenziamento ad un componente del direttivo sindacale che nei mesi scorsi aveva condotto, insieme ad altro delegato, una dura battaglia per ottenere il pagamento delle retribuzioni dei lavoratori impiegati nello stabilimento di Macchia di Isernia”. Queste le parole contenute nel comunicato dello scorso 20 gennaio 2012, a firma del segretario regionale della Fiom Molise Giuseppe Tarantino. Torna di attualità, dopo la ribalta nazionale per la questione Termini Imerese, l’Azienda molisana DR Motor.

All’epoca dell’accordo per lo stabilimento siciliano si registrò un’unica voce fuori dal coro. Quella dell’ex Ministro Antonio Di Pietro che, attraverso un nota, attaccò con queste parole: “l’imprenditore Di Risio, che ha promesso mari e monti e che è stato presentato dal Ministero dello sviluppo economico, non paga da mesi i suoi dipendenti d’azienda in Molise”. Oggi siamo al punto di partenza. Per il lavoratore licenziato e iscritto alla Fiom: “avanziamo la retribuzione di novembre, dicembre e la tredicesima”.

Cosa è cambiato dopo l’accordo? Per l’organizzazione sindacale molisana “la decisione della Dr Motor Company non facilita un rasserenamento nei rapporti sindacali all’interno dell’azienda”. Non è facile, in quest’ultimo periodo, la vita dei delegati sindacali Fiom all’interno delle fabbriche.

Ma perché il lavoratore molisano, delegato sindacale della Fiom, è stato licenziato? Abbiamo raccolto, con un’intervista, la versione del lavoratore, senza fare il suo nome (per rispettare il suo volere).Gli iscritti Fiom – ha tenuto subito a precisare – da due sono passati a 14. Sono tutti scontenti, delusi”. Con Matteo (useremo questo nome di fantasia) siamo partiti dalla sua storia. Dall’inizio. “Tutto è iniziato a giugno del 2010 – ha cominciato a raccontare Matteo – quando ci sono stati i primi ritardi di pagamento. Cominciai a chiamare per sapere degli stipendi e da quando ho iniziato a chiamare hanno cominciato a portare su di me, e su quelli che volevano sapere di più sugli stipendi, una certa pressione”.

Chi avevi contattato per avere informazioni sugli stipendi?
Chiamavo Mike Matticoli, il responsabile delle risorse umane dell’Azienda. Ho sempre fatto il magazziniere come lavoro e da quando ho iniziato a chiamare mi hanno cominciato a spostare al lavaggio o mi chiamavano in ufficio per lanciare delle accuse, sempre indirettamente. Portavano comunque una certa pressione psicologica. Essere chiamati frequentemente in ufficio, sotto interrogatorio porta una certa pressione. Da quando mi sono iscritto al sindacato…

Al giugno 2010 non eri ancora iscritto al sindacato?
In quel periodo ancora no. Da allora abbiamo cominciato a pressare un pò l’azienda, anche con il sindacato. Si sono visti un pò di risultati, infatti hanno pagato gli stipendi che avanzavamo, anche se in ritardo e dilazionati con anticipi.

Quali erano le motivazioni di questi pagamenti in ritardo e dilazionati?
Che l’azienda aveva dei problemi, che stavano quasi per risolvere. Che dovevano ricevere dei finanziamenti.

Le motivazioni venivano associate all’ingresso di Termini Imerese?
A volte è stato detto anche qualcosa del tipo “stiamo facendo una trattativa“. Ci davano delle speranze, dicendoci che non dovevamo preoccuparci. Termini Imerese è stata messa in mezzo per dire “noi abbiamo dei progetti futuri e quindi non vi preoccupate“.

Tu e i tuoi colleghi che idea vi siete fatti sui ritardi?
Suppongo che l’azienda non abbia soldi. Questo è il pensiero che ci siamo fatti tutti. L’azienda spera nei finanziamenti per l’acquisto di Termini Imerese. Oggi avanziamo novembre, dicembre e la tredicesima.

Tutti i dipendenti?
Si, tutti.

Come si arriva al tuo licenziamento?
Da quando mi sono iscritto alla Fiom ho dato abbastanza fastidio all’azienda. Mi hanno spostato nel lavaggio e tengo a precisare che il lavaggio è una ditta esterna e legalmente non potevano spostarmi a un lavaggio di un’altra ditta. E su questo stiamo facendo ricorso. Al mio licenziamento si è arrivati perchè davo fastidio all’azienda e loro hanno voluto trovare un appiglio nel fatto che andai in ferie nel periodo di Natale e capodanno.

Come è stato motivato il licenziamento?
Perché sono stato in ferie senza giustificazione, senza autorizzazione.

Com’è andata la storia delle ferie?
Ne parlai un mese prima con il mio responsabile del magazzino perché mia sorella aveva avuto un incidente. Lui mi disse che doveva parlarne con il direttore e che mi avrebbe fatto sapere. Qualche giorno prima delle ferie mi disse che il direttore Cefaratti le aveva revocate a tutti per fare l’inventario. Gli spiegai di nuovo la mia situazione familiare e lui mi disse che avrebbe riparlato con il direttore e aggiunse che per lui andava bene, potevo andare in ferie. Siamo rimasti così, con questa autorizzazione verbale. Con me c’era anche un collega che ha sentito tutto.

E poi che succede?
Mentre ero in ferie mi arriva una lettera, dove mi chiedevano di giustificare immediatamente le assenze ingiustificate. Ho fatto rispondere all’avvocato che le ferie erano giustificate, in quanto autorizzato verbalmente in presenza di un testimone. Alla fine siamo andati con i rappresentanti Fiom, compreso il segretario Tarantino, all’Associazione Industriale per incontrarci con Cefaratti, Matticoli e un’altra persona. Dopo mi è arrivata la lettera di licenziamento dove ho appreso che le mie giustificazioni erano infondate.

Cosa sta accadendo nello stabilimento di Macchia di Isernia?
Non siamo più in due ad essere iscritti al sindacato Fiom, bensì 14. Ho parlato con i miei colleghi, sono tutti scontenti, arrabbiati, delusi e non possono più andare avanti. A giorni ci saranno anche delle manifestazioni.

da L’Indro.it di venerdì 3 Febbraio 2012, ore 19:58

http://www.lindro.it/Dr-Motor-Fiom-e-ancora-scontro,6191#.Tzuza4Ga2p4

DIRITTO DI CRONACA (9-12-2011) – LAVORO – II parte del Viaggio nel Nucleo Ind. Isernia-Venafro

La SECONDA e ultima PARTE del Viaggio nel Nucleo Industriale Isernia-Venafro in compagnia del sindacalista della Cgil Molise Marcello ANDREOZZI sulla disastrosa situazione occupazionale. 

Ad oggi nel Nucleo Industriale si sono persi 1.000 posti di lavoro: di chi sono le responsabilità? Degli Imprenditori? Della politica regionale? 
durata: 7 minuti, 22 secondi 

Seconda puntata dedicata al LAVORO
DIRITTO DI CRONACA – 9 dicembre 2011
TLT Molise
Ospiti in studio: Giuseppe TARANTINO, segretario regionale FIOM; Luigi BRASIELLO, presidente Camera di Commercio di Isernia e una SEDIA VUOTA (doveva essere occupata da un rappresentante del centro-destra).

DIRITTO DI CRONACA (9-12-2011) – LAVORO – Viaggio nel Nucleo Industriale Isernia-Venafro

La PRIMA PARTE del Viaggio nel Nucleo Industriale Isernia-Venafro in compagnia del sindacalista della Cgil Molise Marcello ANDREOZZI sulla disastrosa situazione occupazionale. 


Intervista esclusiva a un lavoratore che denuncia il “comportamento” dei fratelli RAGOSTA, gli ex proprietari della Rer e della Fonderghisa (entrambe dichiarate fallite).

Ad oggi nel Nucleo Industriale si sono persi 1.000 posti di lavoro: di chi sono le responsabilità? Degli Imprenditori? Della politica regionale? 
durata: 11minuti, 15 secondi 

Seconda puntata dedicata al LAVORO
DIRITTO DI CRONACA – 9 dicembre 2011
TLT Molise
Ospiti in studio: Giuseppe TARANTINO, segretario regionale FIOM; Luigi BRASIELLO, presidente Camera di Commercio di Isernia e una SEDIA VUOTA (doveva essere occupata da un rappresentante del centro-destra).

L’INFORMAZIONE MALATA IN MOLISE

In corso una causa civile della Regione contro la Rai

L’INFORMAZIONE MALATA IN MOLISE

Una legge regionale finanzia soltanto alcuni editori. Ma i giornalisti stanno a guardare

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Per anni questa Regione non ha fatto il proprio dovere. Per troppi la classe dirigente di questa Regione non ha fatto il proprio dovere”. Queste le parole pronunciate nel 2009 a Campobasso dall’ex Presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia (oggi componente dell’Antimafia), riferendosi alle infiltrazioni malavitose in Molise e agli affari delle tre organizzazioni criminali (‘ndrangheta, camorra e sacra corona unita) presenti nella seconda Regione più piccola d’Italia. Il concetto può essere facilmente esteso anche all’informazione regionale. Per troppi anni in Molise si è preferito sostituire i fatti con le opinioni. Soprattutto quelle dei politici. Che riempiono quotidianamente quasi tutti gli organi di informazione. Legati, per diverse ragioni, alla politica. Nell’informazione molisana si registra un cortocircuito tra controllore e controllato. In questa Regione, oltre ai bavagli, agli auto-bavagli, alle censure e alle diffide, esistono troppi cani da compagnia o da riporto. In Molise gli scendiletto amano coltivare le amicizie con i politici. Invece di controllare. Di fare i cani da guardia del potere. Furio Colombo, tempo fa, scrisse sulle colonne de ’Il Fatto Quotidiano’: “Dobbiamo prendere atto dei fatti”. A Cassino si sta svolgendo una causa civile, intentata dalla Regione Molise, contro il servizio pubblico locale (Rai Molise). Scriveva lo scorso 14 dicembre il segretario nazionale della Federazione Nazionale della Stampa (FNSI), Franco Siddi: “oggi a Cassino c’è stata un’altra tappa di una causa assurda e temeraria”. Ma perché la Regione Molise ha chiesto 3 milioni di euro di risarcimento per presunti danni subiti in seguito alla pubblicazione di notizie ritenute diffamatorie? Perché ha ritenuto opportuno diffidare la Rai e altri organi di informazione, attraverso un avvocato (Francesco Fimmanò) pagato con i soldi pubblici, per evitare l’inserimento nella rassegna stampa di un quotidiano fallito? “Siamo a tre anni dall’apertura di questo procedimento – ha aggiunto Siddi – senza che l’ente regionale abbia potuto cavarne un ragno dal buco, e difficilmente potrebbe essere così perché si fonda su presupposti inesistenti. I colleghi hanno esercitato il diritto di cronaca, limitandosi a leggere i titoli dei quotidiani. Hanno rispettato il diritto dei cittadini ad essere informati”. Ecco cosa si può leggere nella diffida firmata da Fimmanò: “si diffidano le altre testate dal propagare, come sinora fatto, mediante la rassegna mattutina dei quotidiani o la riproduzione in siti di informazione via internet (e nei relativi archivi storici), le diffamazioni della Regione Molise, della sua Giunta Regionale e del suo Presidente (eletto per la terza volta, ndr) e dei suoi Assessori, pubblicate dal quotidiano Nuovo Molise”.Il Presidente dell’Associazione Stampa del Molise (ASM), Giuseppe Di Pietro, ha annunciato un esposto alla Corte dei Conti. Mentre mancano le risorse per assicurare sanità, trasporti, servizi essenziali – ha affermato – si spendono decine di migliaia di euro per una causa che peserà sulle tasche delle famiglie e contribuirà ad intasare la giustizia. Una domanda che porremo anche al consiglio regionale, appena eletto, e alla nuova giunta”. Alla domanda nessuno ancora ha risposto.In Molise, intorno a questa assurda vicenda si è registrato un assordante silenzio. E i giornalisti? Pochi contestano il modus operandi della politica. Troppi interessi legano molti iscritti all’Ordine con chi dovrebbe gestire nel migliore dei modi la cosa pubblica. Giuseppe D’Avanzo, giornalista di ’Repubblica’, amava dire: “Chi fa questo mestiere non può non aver nemici. Se non ne ha, vuol dire che qualcosa non va…”. E in questa piccola, ma sfortunata Regione, sono molte le cose che non vanno. Lo spot dell’’Isola Felice’ e del ’Modello Molise’ serve soltanto per continuare a mettere sotto il tappeto le tante questioni irrisolte. Si chiudono, da un giorno all’altro, trasmissioni di approfondimento? Pochi s’indignano. E l’Ordine dei Giornalisti? Sembra non esistere in Molise. Perché i giornalisti per lavorare devono raccogliere la pubblicità? Il dovere di ogni giornalista, con la schiena dritta, è raccontare quello che vede, che sente e che accade. E come si fa a raccontare i fatti se quasi tutto è controllato da chi finanzia quotidiani e televisioni private? Compresa la politica, che sottobanco (senza una legge regionale sull’editoria), elargisce somme di denaro per l’informazione.In Molise il problema della libera stampa, al contrario di come afferma qualcuno, non dipende da una legge regionale o da un centro-sinistra che non si è mai fatto un organo di informazione tutto suo. Dipende dalla libertà di ciascun operatore del settore. In questo mestiere non si possono accettare compromessi, di alcun tipo. Per la propria dignità e per il rispetto che si deve al lettore o al telespettatore. Che restano gli unici padroni. Come si può controllare la politica e, quindi, anche il centro-sinistra se un organo di informazione è editato da una parte politica? Sin dove arriva il controllo degli editori? Per molti deve esserci l’equilibrio (un’altra parola magica) tra la proprietà e il giornalista. Sono gli editori che dettano le regole? Chi deve decidere cosa si può dire e cosa non si può dire?Il consiglio regionale del Molise, il 12 ottobre del 2009, ha licenziato una legge dal titolo ’Misure urgenti a sostegno degli editori molisani operanti nel settore della carta stampata’. “In questa legge – scrive Riccardo Tamburro, all’epoca consigliere regionale di maggioranza – non si fa altro che rimborsare alcune spese agli editori e non c’è accenno neanche alla regolarità contributiva sui contratti di lavoro”. Il fedele consigliere regionale di maggioranza, che ha affermato “di aver votato a favore per spirito di servizio” e che non condivide “in pieno il testo” pone un problema molto serio. Ma perché misure urgenti? Per chi? Per cosa? La legge si disinteressa dei lavoratori non assunti, pagati in nero e resi schiavi dai propri editori. Ma cosa ancor più grave è che il provvedimento, finanziato con soldi pubblici (300mila euro), sembra disegnato apposta per alcuni giornali. Amici? Compiacenti? Complici? Si legge al comma 7 dell’articolo 2: “La cancellazione delle imprese dall’albo è parimenti disposta dal Presidente della Giunta regionale con decreto motivato”. Il potere di veto messo in mano al Presidente della Giunta Regionale è una vera arma di ricatto. Gli editori che beneficeranno di questi spiccioli si guarderanno bene dal criticare, dal prendere posizioni.Per il giornalista Marco Travaglio: “c’è chi nasconde i fatti perchè non li conosce, è ignorante, impreparato, sciatto e non ha voglia studiare, di informarsi, di aggiornarsi. C’è chi nasconde i fatti perchè ha paura delle querele, delle cause civili. C’è chi nasconde i fatti perchè altrimenti non lo invitano più in certi salotti, dove si incontrano sempre leader di destra e leader di sinistra, controllori e controllati, guardie e ladri, puttane e cardinali, principi e rivoluzionari, fascisti ed ex lottatori continui, dove tutti sono amici di tutti ed è meglio non scontentare nessuno. C’è chi nasconde i fatti perchè contraddicono la linea del giornale. C’è chi nasconde i fatti anche a se stesso perchè ha paura di dover cambiare opinione. C’è chi nasconde i fatti perchè così, poi, magari, ci scappa una consulenza col Governo o con la Rai o con la regione o con il comune o con la provincia o con la camera di commercio o con l’unione industriali o col sindacato o con la banca dietro l’angolo. C’è chi nasconde i fatti perchè è nato servo e, come diceva Victor Hugo, c’è gente che pagherebbe per vendersi”.

da lindro.it di giovedì 22 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/L-informazione-malata-in-Molise,5226#.TvSdijXojpk

MORIRE DI LAVORO IN MOLISE

Il caso di Gheorghe Radu, morto nel 2008 nelle campagne di Campomarino

MORIRE DI LAVORO IN MOLISE

Il prossimo 17 gennaio l’udienza per proprietari del terreno e datori di lavoro del bracciante.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Chiedo giustizia per la morte di mio marito. Sono passati tre anni e ancora è tutto fermo. Voglio conoscere la verità processuale, i responsabili devono essere individuati. Gheorghe è stato lasciato morire come un cane”. Dopo una lunga attesa la giustizia ha dato una prima risposta alla giovane moglie, Maria Radu. Donna di grande dignità, che non si dà pace per la morte assurda del marito.

Venuto in Italia nel 2004 per trovare fortuna, il bracciante rumeno raccoglieva i pomodori per un’Azienda di Torremaggiore (Fg), pagava i contributi ma lavorava in nero. In Italia doveva pensare a sua moglie e a sua figlia Valentina, che oggi ha 14 anni, ma ancora non è ancora riuscita a capire perchè il padre non è più tornato a casa. Perchè nessuno lo ha salvato e lo hanno lasciato morire “come un cane”. E, soprattutto, cosa è successo il 29 luglio del 2008 nelle campagne di Campomarino, in Molise.

Le due donne sono rimaste sole, con il proprio dolore e il silenzio che ha circondato questa morte. Gheorghe è morto di lavoro in Molise, di lavoro nero.

Nel rapporto dell’Istat ’Noi Italia. 100 statistiche per capire il Paese in cui viviamo’, del 12 gennaio 2010 si legge: “la quota di lavoro irregolare del Mezzogiorno è più che doppia rispetto a quella delle due ripartizioni settentrionali… Tra le regioni meridionali spicca il valore particolarmente alto della Calabria (27.3%), seguita a distanza da Molise e Basilicata”. In Molise la Uil ha indicato un calo delle ispezioni. Proprio in uno studio del sindacato del febbraio 2009 (’Lavoro irregolare: il sommerso è ancora una metastasi’) si legge: “ci preoccupa la significativa diminuzione dell’attività ispettiva, che pur se prospettata nel segno di una maggiore qualità (…) rischia di aumentare la sacca di lavoratori in nero e irregolari”.

Nei territori del basso Molise c’è un uso quotidiano del lavoro nero. A quanto pare tutti sanno, tutti sono a conoscenza di questa metastasi, ma poi pochi denunciano. E quando ci scappa il morto nessuno osa chiedere spiegazioni Il coordinatore regionale dell’epoca dellaFillea-Cgil del Molise, Domenico Di Martino, denunciava con queste parole la situazione regionale: “si vorrebbe far passare il Molise come un’isola felice, in cui le regole fissate dalla legge e dai contratti sono sostanzialmente rispettate e i fenomeni di ’criminalità padronale’ sono lontani e limitati a pochi episodi, collegati a realtà imprenditoriali che vengono dall’estero”. Doveroso aggiungere che è spesso la criminalità organizzata, soprattutto la Sacra Corona Unita, a fare uso di questo sistema di lavoro. Lo aveva denunciato l’ex Presidente della Commissione Antimafia, Giuseppe Lumia a Campobasso: “In Molise le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la camorra e la Sacra corona unita (la cosiddetta ‘societàfoggiana’ che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza)”. E Campomarino, il luogo dove Gheorge ha trovato la morte, confina proprio con la provincia di Foggia.

Il Gup ha fissato per il prossimo 17 gennaio 2012, alle ore 11.30, l’udienza preliminare. Gli imputati sono Teodoro Zullo (proprietario del terreno, teatro dell’evento letale), DomenicoScarano e Edilio Cardinale (che assumevano e organizzavano) che “per negligenza, imprudenza e violazione della normativa sulla salute e sicurezza sul lavoro, destinavanoGheorghe Radu a lavoro agricolo in spregio a qualsiasi accortezza”.

Gheorghe aveva problemi di cuore e non ha retto alla fatica. Quel giorno, durante la pausa pranzo, si era accorto che qualcosa non andava. Aveva avvertito i compagni. Non era rientrato sui campi per raccogliere e riempire le cassette di pomodoro. Aveva trovato riparo nei pressi di un tir. Nessuno si è accorto del giovane lavoratore. “E’ stato lasciato morire come un cane” ripete la moglie. “Non è possibile morire a 35anni per lavoro. Durante la mattinata avevo provato a chiamare mio marito. Il telefono squillava, ma nessuno mi ha risposto. Solo la sera ho saputo che mio marito era morto. L’ho saputo da un carabiniere”.

Per l’ex segretario della Cgil, oggi consigliere regionale Petraroia “se fosse stato soccorso forse poteva salvarsi, ma nessuno ha avuto pietà ed è prevalsa la paura”. Aveva iniziato a lavorare, secondo le varie testimonianze, intorno alle 10. Già intorno alle 13 aveva manifestato i primi malori. Morirà qualche ora dopo.

C’è stata omissione di soccorso? Chi si è accorto del malore? I lavoratori, secondo le testimonianze, a un certo punto della giornata vennero allontanati dai campi. Attesero qualche ora per sapere cosa fare.

Con l’imputato Domenico Scarano, il datore di lavoro, il giovane rumeno aveva già lavorato nel 2007 per la durata due contratti: il primo di 20 giorni e il secondo di 51 giorni. “Diverse volte – ha spiegato la moglie Maria – usciva di casa la mattina presto e rientrava a casa intorno alle 23. Gli dicevo sempre che era pesante quel lavoro. Faceva fatica a lavorare. Quel giorno raccoglieva i pomodori. Prendeva i cassoni. Arrivavano anche undici tir al giorno. Ogni autocarro ha 88 cassoni. Un cassone pesa 40 chili”.

Con queste parole la giovane vedova ricorda il marito: “era una persona che non ammetteva le bugie. A lui piaceva la giustizia e la verità. Ho giurato di andare avanti per lui. E per mia figlia che mi dà la forza di continuare questa battaglia”. Ogni anno, da sola, organizza la commemorazione davanti la chiesa e sul campo di lavoro, dove ha posizionato una croce e una foto del marito, per ricordare la tragedia che ha colpito la sua famiglia. Ma in pochi rispondono all’appello di Maria. Ciononostante lei va avanti. “Mi costituirò parte civile. Sono anni che aspetto l’inizio di questo processo”. Il giorno della verità è quasi arrivato. I tre imputati sono chiamati a rispondere di vari reati “concorrendo tra loro a provocare al lavoratore Gheorghe Radu, un evento cardiaco improvviso e con effetti letali, lasciando il medesimo sul terreno agricolo, solo con se stesso nella gestione dei primi sintomi del medesimo evento sino al decesso, fatto di cui gli altri lavoratori e gli stessi Zullo, Scarano e Cardinale si accorgevano solo dopo alcune ore”. Maria è decisa: “i colpevoli devono pagare”.

da lindro.it di giovedì 17 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Morire-di-lavoro-in-Molise,4498#.TuZDq7KXvq4

1° maggio 2011 – Commemorazione di Gheorghe RADU

Gheorghe RADU
Gheorghe RADU

“Gheorghe Radu, morto di lavoro in Molise”

Gheorghe aveva 35anni. Ha lasciato una moglie (Maria) e una figlia. Oggi Valentina ha 13 anni. E ancora non è riuscita a capire perchè il padre non è più tornato a casa. Perchè nessuno ha salvato il suo papà. E, soprattutto, cosa è successo il 29 luglio del 2008 nelle campagne di Campomarino.

Per non dimenticare…

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

(Art. 1 Costituzione Italiana)

1° maggio 2011

Festa del Lavoro

Campomarino – c.da Nuova Cliternia

Iniziativa Pubblica

“Primo Maggio, legalita’ e Diritto al Lavoro”

Programma

Ore 11:00 Campomarinoc.da Nuova Cliternia

Omaggio a Gheorghe Radu

Deposizione di una Corona di fiori e commemorazione religiosa con la presenza di Maria, moglie di Gheorghe e sua figlia Valentina.

Ore 12:00 Campomarino – Piazza di Nuova Cliternia

Dibattito Pubblico sul tema “Primo Maggio, Legalità e Diritto al Lavoro”



Gheorghe RADU, un morto dimenticato!

USA E GETTA - Copertina Il Ponte, febbraio 2010

Gheorghe aveva 35anni. Ha lasciato una moglie (Maria) e una figlia. Oggi Valentina ha 13 anni. E ancora non è riuscita a capire perchè il padre non è più tornato a casa. Perchè nessuno ha salvato il suo papà. E, soprattutto, cosa è successo il 29 luglio del 2008 nelle campagne di Campomarino.

 

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

E’ calato un assordante silenzio sulla triste vicenda di Gheorghe Radu. Il giovane lavoratore rumeno lasciato morire nei campi di Campomarino durante la raccolta dei pomodori. Gheorghe aveva 35anni. Ha lasciato una moglie (Maria) e una figlia. Oggi Valentina ha 13 anni. E ancora non è riuscita a capire perchè il padre non è più tornato a casa. Perchè nessuno ha salvato il suo papà. E, soprattutto, cosa è successo il 29 luglio del 2008 nelle campagne di Campomarino. “Se fosse stato soccorso – scrisse l’ex segretario della Cgil Molise Michele Petraroia – forse poteva salvarsi ma nessuno ha avuto pietà ed è prevalsa la paura”. C’è stata omissione di soccorso? Chi era presente sul posto? Chi poteva intervenrire e non lo ha fatto? La Procura di Larino aprì un’indagine. Tre gli indagati: Teodoro Zullo, Edilio Cardinale e Domenico Scarano. Per capire cosa accadde quel maledetto 29 luglio di due anni fa. “Quel giorno – ci spiegò la signora Maria (una donna dignitosissima) – mio marito è partito da casa alle 5.50. Intorno alle 12.50 ho provato a telefonare, ma non mi ha risposto. Nel pomeriggio, intorno alle 16, ho messo a lavare i miei panni neri. Un segno che Dio mi ha dato. Gheorghe a quell’ora era già morto”. Il bracciante rumeno raccoglieva, per un’azienda di Torremaggiore, i pomodori insieme ad altri lavoratori. Per tanto tempo si è registrato un assordante silenzio anche da parte delle Istituzioni regionali. Gheorghe è morto di lavoro in Molise. Di lavoro nero. Proprio nel 2010 l’Istat in un rapporto ha spiegato: “Tra le regioni meridionali spicca il valore particolarmente alto della Calabria, seguita a distanza da Molise e Basilicata”. Ma nessuno s’indigna.

http://paolodechiaraisernia.splinder.com/

LA VOCE NUOVA DEL MOLISE, 28 ottobre 2010