FONDAZIONE UMAN: RITORNO ALLA FINANZA SOCIALE. Intervista al docente di economia politica Stefano Zamagni

Intervista al docente di economia politica Stefano Zamagni

FONDAZIONE UMAN: RITORNO ALLA FINANZA SOCIALE

Filantropia e capitalismo: “E’ un’idea antica che può essere un volano per rilanciare l’economia”. Facilitando il legame tra chi dispone di grandi risorse e chi sa trasformarle in progetti

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Anche in Italia è arrivata la finanza sociale. È stata presentata a Roma la Fondazione Uman, per “connettere l’Italia – si legge nel sito – con la filantropia internazionale e promuovere un capitalismo più umano. Vogliamo superare il concetto tradizionale di beneficenza e sviluppare anche nel nostro Paese una nuova cultura del ’giving’, promotrice di innovazione e sviluppo”.

La Fondazione, presieduta da Giovanna Melandri (parlamentare del Pd e già ministro della cultura, delle politiche giovanili e dello sport) nasce per indirizzare risorse private verso imprese sociali e per innovare con la finanza sociale.

Il ruolo di UMAN Foundation sarà quello di facilitare un legame positivo tra chi dispone di grandi risorse economiche e chi sa trasformarle in concreti progetti di impresa creativa esociale nel nostro Paese e nei Paesi in via di sviluppo. Tutto questo sarà possibile anche grazie alla relazione costante che UMAN Foundation intende praticare con la rete internazionale delle fondazioni filantropiche già da tempo protagoniste sulla scena globale”.Ha spiegato la Melandri“vogliamo difendere il modello di welfare europeo, renderlo più efficiente, ma agganciarlo anche ai nuovi orizzonti della finanza sociale, in crescita ovunque”.

Per capire meglio di cosa si tratta abbiamo contattato il docente di economia politica presso l’Università di Bologna, Stefano Zamagni: “la fondazione Uman nasce come tentativo di introdurre nel nostro Paese questo concetto nuovo in tempi recenti, ma antico per quanto riguarda la nostra tradizione. La finanza è nata in Italia settecento anni fa ed è nata comefinanza sociale. È nata tra il 1300 e il 1400, quando nacquero i Monti di Pietà ad opera del pensiero francescano. La finanza prima non esisteva e nasce come finanza sociale”.

 

Cioè?

Come attività di raccolta di fondi per opere di pubblica utilità, in ambito assistenziale quando nascono gli ospedali, per opere culturali e educative. L’Università è un’invenzione italiana e si finanziavano con la finanza sociale. Quando la finanza esce dalla Toscana, che era il centro, e va ad Amsterdam, siamo nel 1600, cambia tutto. La finanza diventa speculativa e va avanti come tutti sappiamo e come questa crisi ha messo in evidenza. Con la Fondazione Uman si vuole recuperare un pezzo del terreno perso e trovare i modi di raccolta delle risorse finanziarie, tra la gente, tra le imprese, tra Istituzioni varie per finalizzarle a opere o iniziative di pubblica utilità. È un ritorno all’antico.

Perché è necessario?

Perché il singolo donatore a causa delle asimmetrie informative non si può fidare del fatto che i propri soldi vadano a finire bene. Ha bisogno di un intermediario, che godendo di reputazione e di fama dia la garanzia. Molti italiani non donano perché non ci sono queste strutture di riferimento. È un’urgenza improcrastinabile, perché le aree del bisogno crescono e dobbiamo rialimentare i circuiti dalla fiducia pubblica. Quando le persone non si fidano le une delle altre è ovvio che non ci può essere capitale sociale e sviluppo.

Come la finanza sociale può intervenire per favorire innovazione e sviluppo?

Se ci sono questi enti, come la Fondazione Uman, che raccolgono i soldi e li danno a quei soggetti che offrono garanzie di un utilizzo ottimale delle risorse. In Italia abbiamo un potenziale di imprese sociali che non riesce ad operare perché non ha le risorse. Una finanzasociale di questo tipo finirebbe con costituire uno dei volani per rilanciare l’economia. Si tratta di prestare soldi, non si tratta di filantropia vecchio stile, a chi realizza dei progetti in ambito educativo, assistenziale, sanitario, ambientale, culturale. Abbiamo l’Italia che sta crollando, Pompei sta crollando, il Colosseo sta perdendo i pezzi. I soldi pubblici non ci sono più per la manutenzione e quindi il rischio è di perdere un patrimonio inestimabile.

Per la Melandri bisogna difendere il modello di welfare europeo. Lei concorda?

Gli americani hanno inventato il welfare capitalism, gli europei hanno inventato il welfare state. Oggi quest’ultimo è in crisi irreversibile e quindi quello che si sta realizzando in Europa, la transizione in atto è dal welfare state al welfare society. La fondazione Uman è un esempio di cosa vuol dire welfare society, perché è formata da persone fisiche. Va mantenuta l’idea europea del welfare, che deve essere universalistico, per tutti. I modi con cui questo obiettivo viene raggiunto devono adeguarsi ai tempi. Oggi, in questa fase storica, uno di questi modi è quello di mettere in azione la finanza sociale.

da L’INDRO.IT di mercoledì 10 Ottobre 2012, ore 18:38

http://www.lindro.it/Fondazione-Uman-ritorno-alla,10919#.UIWFJm8xooc

LA NUOVA ECONOMIA PASSA DALL’INNOVAZIONE SOCIALE. Intervista al segretario di Iris Network, Flaviano Zandonai

Intervista al segretario di Iris Network, Flaviano Zandonai

LA NUOVA ECONOMIA PASSA DALL’INNOVAZIONE SOCIALE

Per uscire dalla crisi bisogna cambiare tutto in modo radicale. Percorrendo una nuova strada “basata su una moltitudine di iniziative dal basso”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

La sfida dell’innovazione sociale. Ma il sociale innova?”. Questo è il titolo del seminario organizzato da Euricse (European Research Institute on Cooperative and Social Enterprise), inserito nel Festival dell’Innovazione, promosso dalla Provincia Autonoma di Bolzano. “Il seminario – secondo il presidente di Euricse, Carlo Borzaga – sarà un’occasione per approfondire quali siano i significati e le principali applicazioni dell’innovazione sociale, se questa riuscirà a salvare l’Europa dalla crisi economica e di legittimità, e quale ruolo possono giocare imprese cooperative e sociali, che della produzione di socialità fanno la loro missione”.

Ma cos’è la social innovation? Perché è necessaria? Dal libro bianco sull’innovazione sociale gli autori Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan (edizione italiana a cura di Alex Giordano e Adam Arvidsson) spiegano: “Quanto allo stato, almeno quello italiano, pare palesemente incapace di risolvere, o anche solo interessarsi ai problemi sociali del paese, che peraltro si fanno sempre più gravi: disoccupazione giovanile, precarietà economica ed esistenziale, mancanza di servizi, montagne di immondizia e degrado ambientale… Per quanto riguarda l’innovazione, anche quella tecnologica e commerciale,l’Italia manca di un sistema di ricerca e sviluppo nazionale, e gli istituti di ricerca che rimangono stanno per chiudere, anche quelli di eccellenza internazionale. L’unica innovazione sociale viene fatta da piccole imprese che lavorano in modo individuale, indipendenti dal sistema. Per questo, secondo WIPO, l’Italia produce tanti brevetti quanto la Svizzera, ma con una popolazione quasi nove volte più grande”.

Una situazione che potrebbe cambiare. “Dietro la passività delle strutture economiche e politiche di questo paese sembra emergere una nuova ondata di creatività e energia, particolarmente fra le generazioni più giovani, quelli sotto i quarant’anni. Molti di questi sono cresciuti nel nuovo ambiente informatico di cui internet e i social media diventano parte integrante della vita quotidiana, e sono perciò abituati a nuovi modi di trovare informazioni, di mettersi in contatto con altri e collaborare”.

L’innovazione è necessaria per una riorganizzazione delle relazioni produttive e sociali. Per andare avanti, secondo gli autori del libro bianco, bisogna ripensare tutto in modo radicale. L’innovazione sociale mostra una nuova strada “basata su una moltitudine di iniziative dal basso, di esperimenti quotidiani”. Ma quali sono le applicazioni dell’innovazione sociale? Quale influenza ha nella risoluzione della crisi economica?

Ne abbiamo parlato con Flaviano Zandonai dell’Euricse e segretario di Iris Network, che si occupa di ricerca sull’impresa sociale: “Mettiamo al centro del dibattito il rapporto che esiste tra innovazione e produzione di socialità. Vogliamo porre all’attenzione questa cosa, soprattutto guardandola dal punto di vista delle organizzazioni che dovrebbero essere orientate più socialmente, come le cooperative e le imprese sociali. E vogliamo capire come funziona davvero la produzione di innovazione sociale da parte di queste realtà”.

E In Italia cosa accade? Nel libro bianco sull’innovazione sociale si fa riferimento al nostro Paese…

C’è un sacco di innovazione sociale nascosta. Ci sono certamente delle esperienze interessanti, anche l’approccio di quel libro bianco, indubbiamente, ha il merito di svelare alcuni settori, alcuni contesti dove si fa oggi innovazione sociale. Esistono diverse realtà che, in qualche modo, hanno contribuito anche a cambiare, a innovare socialmente la produzione.

Perché esiste l’innovazione nascosta?

In primo luogo bisogna dire che le stesse organizzazioni che la fanno non sono neanche consapevoli o arrivano adesso a percepire l’importanza innovativa della loro attività. E poi perché, soprattutto nel campo del welfare, si dà per scontato che queste organizzazioni private, non lucrative, sono dei sostituti della pubblica amministrazione. Invece non è sempre così, sono dei soggetti che sono anche in grado di produrre un modo nuovo di fare welfare. Questa cosa è anche poco conosciuta dai provvedimenti governativi e dalle politiche.

Cosa sono le ’iniziative dal basso’?

Un percorso inevitabile, ma anche difficile. Cercare di creare innovazione a partire da esperienze dal basso, cioè localizzate, contestualizzate, vicine ai bisogni delle persone e delle comunità che hanno la capacità di mettersi insieme. Di diventare un patrimonio di conoscenze, di sapere, di professioni che diventa disponibile come un sistema, a livello Paese. Oggi è un po’ complicato, perché le reti dell’innovazione sociale italiana sono tutte poco omogenee, fatte da soggetti con la stessa natura, dello stesso territorio, dello stesso contesto e dello stesso approccio. Invece le reti servono per portar su l’innovazione sociale, formate da soggetti diversi. E si fa ancora poco.

È la strada giusta per contrastare la crisi?

Credo che ci tocchi per certi versi. È un po’ una condanna questa dell’innovazione in campo sociale. Ci scommette anche l’Unione Europea che poco tempo ha emanato una comunicazione molto importante (l’iniziativa per l’imprenditoria sociale, ndr), per portare questo tipo di organizzazioni al centro dell’ecosistema dell’innovazione sociale, dell’economia in generale. Si assegna la centralità a tutte quelle organizzazioni che sanno fare innovazione sociale come perno di una nuova economia. È un mandato molto ambizioso, non so se si riuscirà a portare a regime questo tipo di approccio. Però la strada, per certi versi, è obbligata e non è solo una scelta. È data dal momento storico in cui viviamo.

da L’INDRO.IT di giovedì 27 Settembre 2012, ore 18:00

http://www.lindro.it/La-nuova-economia-passa-dall,10645#.UIV_VW8xooc

L’ITALIA DA TRIPLA A. Intervista a Maurizio Liuti di Crif

Intervista a Maurizio Liuti di Crif

L’ITALIA DA TRIPLA A

Nonostante il periodo di crisi, nel nostro paese ci sono oltre 24mila aziende che raggiungono il massimo del rating. “Ma spesso non lo sanno neanche”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Sono oltre 24 mila le imprese italiane che hanno un rating di eccellenza, da A1 ad A4. Si parla tanto di crescita difficile, se non impossibile, in questo lungo momento di forte crisi. Ma a quanto pare anche nel Belpaese ci sono delle aziende da tripla A. La Lombardia, secondo gli studi, è la prima regione, con il numero più alto di Pmi eccellenti (32% delle imprese) ed è seguita dal Piemonte. All’ultimo posto c’è una regione del sud, la Calabria. Dove comunque ci sono 126 imprese con un fatturato superiore ai 5 milioni di euro e con il massimo del rating. Le imprese più performanti sono quelle industriali e le utility, mentre si continuano a registrare difficoltà per le aziende dell’edilizia e dei servizi.

Nelle Marche, per esempio, oltre 600 aziende sono top perfomer. Dalle analisi dell’agenzia di rating italiana Crif, è possibile vedere al primo posto Ancona, con 226 casi di eccellenza. A seguire Fermo con 99, Macerata con 148, Pesaro e Urbino con 76, Ascoli Piceno con 60. L’analisi sulla distribuzione per classi di rating è stata effettuata da Crif, su dati aggiornati a marzo 2012 e riferiti alle imprese non appartenenti al settore pubblico, con un fatturato superiore a 5 milioni di euro.

Crif è la prima e unica società italiana a essere stata registrata a livello europeo come agenzia di rating, con l’autorizzazione della Consob ed Esma. Tra le aziende valutate come top performer, circa 2.500 hanno un fatturato superiore ai 50 milioni di euro“una dimensione – si legge nella nota diffusa dalla società – che consente generalmente di avere elevati livelli di innovazione tecnologica, di prodotti e di mercati. Queste imprese eccellenti potrebbero qualificarsi agevolmente sui mercati di capitali ma anche di fronte a equities, partners, clienti e fornitori, sia locali che internazionali, a prescindere dal rischio paese che probabilmente oggi le penalizza. Bisogna considerare che oggi solamente 209 società sono quotate alla Borsa di Milano e che sono solo 9 i fondi specializzati negli investimenti su PMIdomestiche rispetto ai 57 presenti in Germania e i 61 della Francia. A fronte di questo, le imprese italiane spesso si caratterizzano per dimensioni ridotte e una capitalizzazione non sempre adeguata”.

Per commentare questi risultati abbiamo contattato Maurizio Liuti, responsabile comunicazione dell’agenzia di rating italiana. “Abbiamo fatto questa analisi ed è emerso che ci sono oltre 24mila imprese in Italia che si collocano in una fascia di rating con perfomer ad altissima affidabilità. Molte imprese non sanno di avere una valutazione così positiva”.

Qual è l’aspetto rilevante?

Ci sono, a fronte della crisi economica che ormai caratterizza il quadro congiunturale da quattro anni, degli aspetti di accesso al credito. Avere, in qualche maniera, la certificazione di una terza parte che qualifica queste imprese come eccellenti dovrebbe favorire l’accesso al credito. Ma c’è dell’altro, come ad esempio il posizionamento nei confronti di fornitori piuttosto che clienti. Un’impresa che viene valutata come eccellente sicuramente offre un elemento di garanzia.

Come è possibile definire la situazione italiana?

Molto, molto delicata. Fuori di quello che è l’aspetto strettamente collegato alle agenzie di rating, valutiamo tutta una serie di altri elementi, come la rischiosità delle imprese piuttosto che i ritardi di pagamento. Indubbiamente la situazione è collegata a una fortissima debolezza della domanda, di prodotti e servizi. Per cui assistiamo a una sovracapacità produttiva rispetto a quello che i mercati di riferimento possono recepire. Anche le piccole dimensioni delle imprese, in alcuni casi, possono essere penalizzanti. La capacità di essere esportatori non è nella capacità di tutti.

Il premier Monti ha affermato che siamo alla fine di questa crisi economica. Lei concorda?

Ritengo che sicuramente questa crisi sarà, intanto, fortemente caratterizzata dalla possibilità di attaccarci al traino di una ripresa globale. Magari gli altri mercati che partiranno prima di quello interno italiano e questo consentirà di riattivare un processo virtuoso. Un aspetto molto forte è che il fattore congiunturale negli ultimi anni ha condizionato molto il consumo delle famiglie. Parlo del marcato italiano, ma non solo. Questa è una crisi che ha coinvolto tutto il pianeta. Il fatto di avere una ripresa nei consumi è il passaggio obbligato per uscire da questa situazione.

da L’INDRO.IT di giovedì 13 Settembre 2012, ore 19:34

http://www.lindro.it/L-italia-da-tripla-A,10342#.UIV1928xooc