Il Coraggio di dire No… in Abruzzo #Lea

GRAZIE DI CUORE A TUTTI!!! Ma proprio a tutti!

Una giornata intensa per ricordare #LeaGarofalo, una donna straordinaria.
#casoli con gli straordinari ragazzi, docenti e dirigenti; a #guardiagrele con la cittadinanza.

Insieme a Marisa, Tonino, Carlo e Massimiliano 📕 e tante, tantissime altre persone. Ancora grazie per questi momenti straordinari.
📕📕📕 AGENDE ROSSE 📕📕📕

Casoli, 7 dicembre 2019

Guardiagrele, 8 dicembre 2019

FINE PENA MAI… il trionfo della Legalità. Omicidio Domenico NOVIELLO (ucciso dalla schifosa camorra), la SENTENZA

domenico noviello foto

FINE PENA MAI… il trionfo della Legalità.

Omicidio Domenico NOVIELLO (ucciso dalla schifosa camorra), la sentenza:

CIRILLO Alessandro, ERGASTOLO;

CIRILLO Francesco, ERGASTOLO;

DI BONA Metello, 43 anni di reclusione;

LETIZIA Giovanni, ERGASTOLO;

NAPOLANO Massimiliano, ERGASTOLO;

il ‘cecato’ SETOLA Giuseppe, ERGASTOLO;

TARTARONE Luigi ( collaboratore di giustizia), 13 anni e 6 mesi di reclusione.

— presso Tribunale Di S.Maria C.V., 19 novembre 2014

domenico noviello

tdg perrone

TESTIMONI di GIUSTIZIA… al ‪#‎pisabookfest‬

TESTIMONI di GIUSTIZIA… al ‪#‎pisabookfest‬, dal 7 al 9 novembre 2014 @giulioperroneditore

STAND 142

‪#‎pbf2014‬ ‪#‎pisa‬ ‪#‎tdg‬ ‪#‎testimonidigiustizia ‬‪#‎perroneeditore‬ ‪#‎novembre2014‬

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FOTO inst perrone

cop giulio perrone inst

AUGURI Lea GAROFALO, fimmina calabrese. Uccisa a Milano dalla ‘ndrangheta

targa ponte dedicato a LEA

 

Per non dimenticare LEA GAROFALO

(Pagliarelle, Kr, 24 aprile 1974 – Milano, 24 novembre 2009)

La donna coraggio che sfidò la SCHIFOSA ‘ndrangheta.

BUON COMPLEANNO FIMMINA CALABRESE!!! 

Lea Garofalo. Il Coraggio di dire NO

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copertina libro LEA G

LEA GAROFALO: CONFERMATI QUATTRO ERGASTOLI

lea per milano

PROCESSO LEA GAROFALO, II GRADO DI GIUDIZIO, I Corte d’Assise d’Appello di Milano, 29 maggio 2013.

ERGASTOLI per Carlo e Vito COSCO (detto ‘Sergio’), Rosario CURCIO e Massimo SABATINO (il falso tecnico della lavatrice, già condannato a Campobasso a sei anni di reclusione con l’aggravante mafiosa).

VENTICINQUE anni di reclusione (attenuanti generiche) al collaboratore Carmine VENTURINO (l’ex fidanzatino di Denise).

ASSOLUZIONE per Giuseppe COSCO (detto ‘Smith’).

Isolamento diurno per un anno a Carlo Cosco e otto mesi per Vito Cosco. Risarcimento economico a Denise GAROFALO.

Le ultime immagini di Lea in corso Sempione

La lettura della sentenza

CHI E’ GIUSEPPE COSCO, detto Smith?
“Come lo conosco io, un affiliato in tutto e per tutto alla ‘ndrangheta. All’epoca c’era Vincenzo Comberiati, il capo di Petilia Policastro (Crotone), c’era il Castagnino, se non ricordo male c’era pure un certo Curcio. Stiamo parlando di un’organizzazione criminale del tipo ‘ndranghetistica e della più feroce e agguerrita, come ne parlano le storie. Della vicenda di mio zio non si sarebbe occupato uno Smith qualsiasi, ma una persona di considerevole spessore ‘ndranghetistico”.

da Resto al Sud (restoalsud.it) – Caso Lea Garofalo, il ‘pentito’: “Delitto di ‘Ndrangheta”

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(Video) A LEA GAROFALO. Il Coraggio di dire NO

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IL CORAGGIO DI DIRE NO
La Storia di Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta
di Paolo De Chiara
(Falco Editore, nov. 2012)

con prefazione di Enrico FIERRO
con introduzione di Giulio CAVALLI

 

A LEA… 

 

Questa è la storia di Lea Garofalo, la donna-coraggio che si è ribellata alla ‘ndrangheta, che ha tagliato i ponti con la criminalità organizzata. Nata in una famiglia mafiosa, ha visto morire suo padre, suo fratello, i suoi cugini, i suoi amici. Un vero e proprio sterminio compiuto da uomini senza cuore, attaccati al potere e illusi dal falso rispetto della prepotenza criminale. Lea ha conosciuto la ‘ndrangheta da vicino: come tante donne, ha subito la violenza brutale della mafia calabrese. Ha denunciato quello che ha visto, quello che ha sentito: una lunga serie di omicidi, droga, usura, minacce, violenze di ogni tipo. Ha raccontato la ‘ndrangheta che uccide, che fa affari, che fa schifo!
È stata uccisa perché si è ribellata alla cultura mafiosa, che non perdona il tradimento — soprattutto — di una donna e non è guidata da sentimenti di benevolenza umana. A 35 anni è stata rapita a Milano per ordine del suo ex compagno, dopo un precedente fallito tentativo di sequestro in Molise (a Campobasso). […]
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[…] la storia di Lea Garofalo, di questo ci parla. Di una vita violenta vissuta in un clima di perenne e quotidiana violenza. Un’esistenza dove la tenerezza, l’affetto, la comprensione non hanno mai trovato spazio. Forse, ma questo lo si avverte leggendo il libro e soffermandosi a riflettere sulle pagine più dense, alla fine della sua vicenda umana. Lea aveva capito che una vita violenta non è più vita e per questo aveva chiesto aiuto. Allo Stato, a questa cosa incomprensibile e troppo lontana per una ragazza di Calabria, allo Stato come unica entità cui aggrapparsi in quel momento. Perché quando rompi con la famiglia, quando vuoi venirne fuori, diventi una infame, una cosa lorda, la vergogna per il padre, i fratelli, il marito. E la vergogna si lava con il sangue. (dalla Prefazione di Enrico FIERRO).
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[…] Ma il processo a Carlo Cosco e la sua banda è anche la foto di una Lombardia che ha deciso di svegliarsi dal lungo sonno della ragione sulle mafie e abbracciare un lutto senza scavalcarlo ma piuttosto caricandoselo sulle spalle. L’aula del tribunale di Milano dove si celebrò il processo è stata la meta di giovani e meno giovani che hanno deciso di esserci, di stare lì, di metterci la faccia, di non permettere che si derubricasse quel processo ad un litigio coniugale finito male. Il giorno della sentenza, gli occhi lucidi del pubblico che affollava l’aula sono stati la condanna più feroce per gli assassini: qui non c’è posto per voi, dicevano quegli occhi, non c’è più l’indifferenza che vi ha permesso di pascolare impuniti, boriosi e fieri della vostra bassezza criminale. Ecco perché Lea Garofalo e sua figlia Denise vanno raccontate con impegno costante nelle scuole, nelle piazze, sui libri: l’eroismo in penombra di chi crede nel dovere della verità è l’arma migliore contro le mafie, la partigianeria che profuma di «quel fresco profumo di libertà». (dall’Introduzione di Giulio CAVALLI)
FALCO EDITORE (Cosenza)
http://www.falcoeditore.com/index.html
Pagine: 224
Prezzo: € 14,00
ISBN: 978-88-96895-93-1
Formato: 15,5×21,5
PER ORDINAZIONI ON LINE: http://www.falcoeditore.com

Immagini del Video tratte dal TG La7 e da TeleCosenza

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Caso Lea Garofalo, il ‘pentito’: “Delitto di ‘Ndrangheta”

BONAVENTURA: “Carlo Cosco è diventato un boss di altissimo spessore”

di  | aprile 29, 2013
328 4175523
“Mi assumo la responsabilità dell’omicidio di Lea Garofalo”. A Milano la musica è cambiata. La ‘strategia’ utilizzata per il primo grado di giudizio (la I Corte d’Assise di Milano, lo scorso 30 marzo, ha condannato all’ergastolo Cosco Carlo, Cosco Giuseppe detto ‘Smith’, Cosco Vito detto ‘Sergio’, Curcio Rosario, Venturino Carmine e Sabatino Massimo) è stata completamente stravolta. I resti del corpo, della giovane Lea, sono stati ritrovati.
Nell’aula della I Corte d’Assise d’Appello non si può continuare a parlare di fuga d’amore, di Australia, di una donna fuggita all’estero. Ci sono delle responsabilità chiare, precise. Per gli ergastolani è iniziata una nuova partita. Decisiva. Vogliono giocare le loro carte. Ha iniziato Carlo Cosco, l’ex convivente di Lea. Il padre di Denise. Parla di un omicidio “non ordinato dal clan”. Un paio di pugni mortali per un ‘raptus’ improvviso (“Non l’ho strangolata, dopo che le ho dato due pugni aveva già perso conoscenza, quando ha picchiato la testa per terra, secondo me, era già morta e ha iniziato a perdere sangue”). Nessuna pianificazione, secondo la strategia dell’uomo. Solo un ‘raptus’. Come il tentativo di sequestro di Campobasso del 5 maggio 2009. I pedinamenti, gli appostamenti, le pressioni, le ricerche, le minacce. Tutto organizzato nel tempo, con lucida freddezza. Il piano criminale nasce agli inizi degli anni 2000.
È lo stesso Carlo Cosco che, in carcere, chiede aiuto ai suoi amici ‘ndranghetisti. Per colpire una giovane donna, una madre coraggio, che non aveva abbassato la testa, che aveva denunciato e collaborato con i magistrati dal 2002 al 2009. Una fimmina ribelle, Lea Garofalo, che ha avuto la forza e il coraggio di dire ‘no’. Ad alta voce. Nel suo ambiente criminale, nella sua famiglia di ‘ndrangheta. Nella prima udienza (9 aprile 2013), il boss vigliacco ha letto una lettera, ha ostentato la sua prepotenza, la sua arroganza (“Mi assumo la responsabilità dell’omicidio. Guai a chi sfiora mia figlia”). Ha lanciato gesti e messaggi verso qualcuno, verso l’esterno.
Nei mesi scorsi ha ‘avvertito’, con una lettera, anche il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura, detto ‘gnegnè’. L’ex ‘ndranghetista legato alla cosca Vrenna-Bonaventura. Per il pentito calabrese, che a Termoli denuncia la scarsa protezione dello Stato (“subisco molte pressioni malavitose. Ci sono talpe nel servizio centrale di protezione, ma voglio continuare a collaborare”), il cambio di strategia dei Cosco è chiaro e sulla natura dell’omicidio non ha dubbi: “uno dei più atroci e più vigliacchi che viene attribuito alla ‘ndrangheta. Carlo Cosco è diventato un boss di altissimo spessore”.
Nell’ottobre scorso Carlo Cosco (‘ndranghetista, condannato all’ergastolo per l’omicidio della sua ex compagna), con una lettera, fa sapere che deve smetterla di ‘sciacallare’ sulla sua vicenda, sulla drammatica storia di Lea Garofalo.
Lui prende lo spunto, per quanto riguarda la sua vicenda, per lanciarmi dei messaggi.
Che tipo di messaggi?
Sono quelli di smetterla di arrampicarmi sugli specchi verso lo Stato. Gli stessi messaggi che mi dette all’inizio, quando mi hanno abbordato la prima volta, il finto pentito Francesco Amodio, dopo otto mesi che ero a Termoli. Stava cercando di portarmi in una trappola. La stessa musica, è quello il nastro. Mi ha minacciato lui (Carlo Cosco, ndr) perché ha fatto il gioco della ‘ndrangheta. Mi ha minacciato lui perché era già un ergastolano. Mi ha minacciato lui perché era l’emblema, questa è la mia interpretazione e ci metterei la mano sul fuoco, di cosa la ‘ndrangheta fa a un pentito. Non è stato scelto a caso Carlo Cosco. Il discorso di Lea Garofalo è stato soltanto un pretesto. È normale che lui abbia trovato interesse per cercare di fare spegnere il più possibile i riflettori sul suo caso.
Da chi è stato mandato?
Dalla ‘ndrangheta. Per farmi capire di smettere di arrampicarmi sugli specchi e di ritornare a quella che la ‘mamma’ mi ha proposto, di ritornare con loro, di lasciarmi corrompere. Di non andare oltre. Il messaggio era quello, un ulteriore avvertimento.
Come il proiettile nella cassetta postale dell’attuale ‘abitazione protetta’ di Termoli?
A giugno del 2012 arriva un altro messaggio intimidatorio, il proiettile che mi fanno ritrovare nella cassetta della posta con un’immagine della Madonna.
Il significato?
Non ti resta che pregare. Quando noi mandavamo il rosario con dei proiettili il significato era: ‘non ti resta altro che pregare’. Sanno dove sono.
L’ergastolano Cosco, nella missiva, scrive: “Non ho mai conosciuto Bonaventura e ritengo ingiusto che lui, non conoscendomi, debba sciacallare sulla mia vicenda. Inoltre deve smetterla di succhiare il sangue allo Stato arrampicandosi sugli specchi”.
Lei ha conosciuto Carlo Cosco?
No, non credo. Non sono certo di aver conosciuto Carlo Cosco. Però potrebbe anche essere.
Ha conosciuto la famiglia ‘ndranghetista dei Cosco?
Sì, certo. In particolar modo Giuseppe Cosco (detto Smith, ndr), l’ho conosciuto nel ‘91/’92 in un’occasione.
Quale?
Mio zio (Gianni Bonaventura, ndr) era latitante, all’epoca reggente della famiglia Vrenna-Bonaventura, e venivamo ospitati dalla cosca Nicoscia-Papaleo, un braccio armato della famiglia Arena. C’è stato un periodo in cui i petilini si sono occupati della latitanza di mio zio, sempre per conto della famiglia Nicoscia-Papaleo. Non c’erano solo legami di affiliazione, ma c’era pure una parentela con Cecè Corda, il destro di Pasquale Nicoscia.
Chi è Giuseppe Cosco, detto Smith?
Come lo conosco io, un affiliato in tutto e per tutto alla ‘ndrangheta. All’epoca c’era Vincenzo Comberiati, il capo di Petilia Policastro (Crotone), c’era il Castagnino, se non ricordo male c’era pure un certo Curcio. Stiamo parlando di un’organizzazione criminale del tipo ‘ndranghetistica e della più feroce e agguerrita, come ne parlano le storie. Della vicenda di mio zio non si sarebbe occupato uno Smith qualsiasi, ma una persona di considerevole spessore ‘ndranghetistico.
La sua ‘famiglia’ ha fatto affari con i Cosco?
Con la famiglia Cosco sono stati questi i rapporti. Oltre alla latitanza di mio zio ci sono state altre situazioni con Vincenzo Comberiati e, all’epoca, Smith era con Vincenzo Comberiati.
Vincenzo Comberiati, cugino di Antonio Comberiati (detto il ‘lupo’), ucciso in viale Montello a Milano. 
So benissimo chi è Antonio Comberiati, il ‘lupo’ e so dell’astio feroce che c’era anche con Vincenzo Comberiati. Per la leadership. So che chi voleva morto Antonio Comberiati era il cugino Vincenzo. E guarda caso i Cosco si trovano ad essere affiliati di Vincenzo. Credo che l’omicidio di via Montello sia stata opera pure dei Cosco.
Lei ha conosciuto la famiglia di ‘ndrangheta Garofalo?
La famiglia di ‘ndrangheta Garofalo la conosco da quando ero un ragazzino. Con questa famiglia cominciammo ad essere in faida, loro si trovavano in una feroce e terribile faida con i Mirabelli, che sono sotto la nostra ala. Noi fiancheggiammo i Mirabelli contro i Garofalo, fino a quando questa faida si attenua. Con Floriano Garofalo mi trovo di nuovo ad avere buoni rapporti. Rimango in legami forti perché lui era strettamente legato a uno che non solo era un mio alleato ma era pure come un fratello, Luca Megna.
Chi era Floriano Garofalo, detto ‘fifì’?
Un uomo di spessore, appartiene ad una delle famiglie più storiche a Petilia. Per me era un capo. Non era meno di Vincenzo Comberiati.
Quali affari ha fatto con Floriano Garofalo?
Sempre curati da Luca Megna. C’erano dei rifornimenti di sostanze stupefacenti, in particolare cocaina, pure eroina, marijuana. Questo era il legame. Quando ammazzarono Floriano la batteria di Luca Megna partì per la frazione Pagliarelle e Petilia, scendendo nei bar con un passamontagna in testa e Ak47 nelle mani. Pronti ad ammazzare chiunque si fosse trovato dalla parte opposta per vendicare Floriano. Da questa posizione di vendetta mi defilai perché in certe faide non volevo entrarci. Avevo dei buoni rapporti sia con la famiglia Megna-Dragone-Arena e sia con i Grandi Aracri.
Nel processo di appello Carlo Cosco si è assunto la responsabilità dell’omicidio. Si vede spacciato, non ha più alternative. Cerca di fare passare questo omicidio per un omicidio passionale. Soprattutto per scagionare i fratelli e gli altri. Discolpa pure la stessa ‘ndrangheta, per un omicidio ormai considerato uno dei più atroci e più vigliacchi che viene attribuito alla ‘ndrangheta.
Che peso ha oggi nella ‘ndrangheta Carlo Cosco?
Di altissimo spessore. Al ‘tavolo formato’, senz’altro, nessuno può dirgli nulla. Ha dimostrato una delle prove più ardue che un uomo di ‘ndrangheta può dimostrare. Recuperare l’onore, ammazzare la moglie, la mamma di sua figlia. Lo sta facendo anche per salvare Denise. Lui si assume la responsabilità, dice in pubblico ‘guai chi tocca mia figlia’.
Lui dice: “io adoro mia figlia, merito il suo odio perché ho ucciso sua madre. Guai a chi sfiora mia figlia…”
Non è in pericolo dal padre, per gli altri dell’organizzazione criminale si. Sta facendo prendere gli ergastoli. Potrebbe essere. Ha lanciato un messaggio all’organizzazione ‘guai a chi sfiora mia figlia’, in cambio di tutto quello che abbiamo visto nei giorni seguenti.
In cambio di cosa?
Dell’accettazione dei patti. Per una situazione che a lui serve per prepararsi il processo e per discolpare gli altri. Porta la giacca sulla spalla per fare capire che ha le spalle coperte, sta a rappresentare il manto dell’onore o il manto di misericordia per la figlia. Fa altri gesti emblematici: si tocca l’orecchio, l’occhio e la bocca.
Per dire cosa?
Il messaggio che ha voluto lanciare fuori è ‘non sento, non vedo, non parlo. State tranquilli’.
Lea ha subito un tentativo di sequestro a Campobasso. Nella stessa Regione dove lei è sotto protezione. In alcune interviste ha parlato di ‘mandamento occulto’ della ‘ndrangheta in Molise, che significa?
Un mandamento invisibile in mano alla ‘ndrangheta, dove c’è una ‘ndrina. Composta dai Ferrazzo, Francesco Amodio e altri soggetti che sono a due passi (dalla sua abitazione, ndr). Sempre agli ordini della ‘mamma’. Il Molise è un territorio franco, dove tante cose possono accadere, sono accadute. Girano tanti affari. Aniello Bidognetti (esponente della camorra, ndr) viene catturato a Termoli, si sfiora la cattura di Setola (killer dei casalesi, ndr). Traffico di droga, di armi. La Daewoo piena di armi trovata nel magazzino a duecento metri da casa mia, l’eolico, le slot machine, l’usura. Non a caso il Molise è ai primi posti come tasso di usura.

‘NDRANGHETA: Carlo Cosco, un guappo di cartone

GUAPPO DI CARTONE! 

Carlo Cosco
Carlo Cosco

 

 

 Il dito sotto l’occhio destro… un segnale per qualcuno? 


Milano, 9 aprile 2013 – I udienza, II grado di giudizio. Dopo gli ergastoli è arrivata la strategia dei Cosco? Gli affari non si possono gestire dal carcere? Meglio avere qualche fratello (fuori) che si occupi del clan? Una bestia (pm Sandro Dolce), un vigliacco (pm Marcello Tatangelo) come Carlo Cosco (che vuole giocare a fare il boss) non si accusa facilmente di un omicidio. Si è comportato così (le promesse, la speranza, la disponibilità) con Lea (in vita) e ora sta cercando di fare la stessa cosa con la figlia Denise. La strategia criminale è chiara.

IL CORAGGIO DI DIRE NO a Venafro

locandina VENAFRO

Venerdì 22 febbraio 2013, ore 17.00

Presentazione “IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”.
di Paolo DE CHIARA

INTERVENTI:

Lorenzo DIANA (Presidente Nazionale RETE DELLA LEGALITA’, Associazione Antiracket e Antiusura; Presidente CAAN – Centro Agro Alimentare Napoli); 
Nicola MAGRONE (già Procuratore della Repubblica di Larino); 

MODERA: Donata CAGGIANO


La Manifestazione è organizzata dall’Associazione Culturale ‘Movimento Giovanile Venafro’ e dal Movimento AGENDE ROSSE ‘Molise’.

Centro ‘don Luigi Orione’, via Pedemontana

CALABRIA, presentato ‘Il Coraggio di dire No’.

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta

(Crotone, Rende, Cosenza, Catanzaro) 13, 14 e 15 dicembre 2012…

LIBRO

 

Grazie di cuore a tutti i CALABRESI onesti, a Michele Falco (il coraggioso editore di Cosenza), a Marisa GAROFALO (sorella di Lea), alla scuola ‘Giovanni Falcone’ di Rende, al Comune di Crotone, al Leo Club di Catanzaro e a tutti coloro che credono nella Legalità e nel riscatto della Regione Calabria e dell’Italia.

La ‘ndrangheta è una montagna di merda!!!!

Paolo De Chiara a Cosenza2

 

con Marisa GAROFALO
con Marisa GAROFALO

 

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Catanzaro

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Scuola Rende

 

Paolo De Chiara autografi3

 

Paolo De Chiara autografi5

 

Paolo De Chiata interviste

 

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