Morte (poco) accidentale di un Anarchico

SPECIALE PINO PINELLI/Parte prima. L’Italia delle STRAGI e dei SEGRETI DI STATO, dicembre 1969. L’INTERVISTA a Silvia Pinelli, la figlia della staffetta partigiana. Il ferroviere anarchico innocente, “precipitato” dal quarto piano della questura di Milano. «Io e mia sorella (Claudia, nda) verso le 20:00 arriviamo a casa, contente, perché pensavamo che ci fosse nostro padre. Invece abbiamo trovato la casa completamente a soqquadro con i poliziotti che rovistavano dappertutto, che aprivano gli armadi e spacchettavano i regali che i nostri genitori avevano già comprato. Questo è il ricordo che noi abbiamo del 12 dicembre. Non ebbi neanche il coraggio di entrare, rimasi sulla soglia della porta a controllare lo sfacelo che vedevo.»

Morte (poco) accidentale di un Anarchico
La ricostruzione: il manichino utilizzato per simulare la «caduta» di Pinelli dalla finestra dell’ufficio politico della questura di Milano

di Paolo De Chiara, WordNews.it

La bomba è esplosa. Sono le 16:37 di venerdì 12 dicembre 1969“In dicembre a Milano era caldo. Ma che caldo che caldo faceva”, risuona un famoso ritornello. Quel calore investirà un Paese intero, al centro di una infinita strategia della tensione, pianificata negli anni.

Destabilizzare per stabilizzare.

E in quei giorni le menti raffinatissime (“gruppo di potenti”) decidono di destabilizzare, utilizzando i criminali di destra. Fascisti assassini, allevati durante e dopo la dittatura.  

Un forte boato colpisce il cuore pulsante della città. A pochi passi dal Duomo, all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura. La bomba fascista e di Stato uccide 14 persone, ferendone 87. In totale i morti arriveranno a 17.

Dopo poche ore la polizia trova – come già accaduto qualche mese prima – il capro espiatorio. Gli anarchici sono destinati a subire la reazione da parte chi ha creato il caos.

Destabilizzare per stabilizzare.

E per la strage di Piazza Fontana viene indiziato un anarchico, si chiama Giuseppe Pinelli. Un padre di famiglia, di 41 anni, già staffetta partigiana. Un uomo libero, di sani principi, lontano dalla becera violenza. Pino ha dato il suo contributo per annientare i criminali fascisti e nazisti durante la Resistenza. Saranno proprio quei personaggi, immersi in quella cultura criminale, a privarlo della sua vita. Il questore di Milano, un certo Marcello Guida, è un fascista, ex direttore del carcere di Ventotene, luogo di confino per molti antifascisti, come Sandro Pertini.

Un “semplice accertamento” si trasforma in un fermo illegale. Una vergogna per uno Stato di diritto.

Tre giorni di interrogatori, di minacce, di torture, di violenza verbale. Chiedono a Pinelli di confessare, di fare i nomi dei compagni. Ma Pinelli è innocente e non può confessare nulla.

Il 15 dicembre viene arrestato Pietro Valpreda, il ballerino anarchico. Passerà 1110 giorni nel carcere di Regina Coeli. Da innocente.  

Negli uffici della questura di Milano la polizia ci va pesante. Usa i suoi metodi antidemocratici. Tre giorni di pura follia criminale, di estenuanti interrogatori. Dopo la mezzanotte del 15 dicembre l’innocente anarchico Pino Pinelli “precipita” dal quarto piano della questura. Muore poco dopo al Fatebenefratelli di Milano.

Il fascista-questore, in una conferenza stampa, senza vergogna dirà: “Pinelli era fortemente indiziato di concorso in strage. Il suo alibi era crollato. Si è visto perduto. Si è trovato come incastrato. È crollato. È stato un gesto disperato, una specie di autoaccusa”. Aggiungerà qualche giorno dopo: “Vi giuro, non l’abbiamo ucciso noi”. Uno Stato che uccide impunemente. Non sarà il primo e non sarà l’ultimo caso. Pino Pinelli è stato ammazzato. Era innocente. Era una persona perbene.

Le verità tardano ad arrivare. Ma dopo mezzo secolo un altro elemento si aggiunge alle ipotesi fatte in questi anni.

L’ex numero due del servizio segreto militare, il generale Maletti, ha raccontato ad Alberto Nerazzini e Andrea Sceresini(Il Fattola sua versione: «Pinelli si rifiuta di rispondere alle domande. Gli interroganti ricorrono quindi a mezzi più forti e minacciano di buttarlo dalla finestra. Lo strattonano e lo costringono a sedere sul davanzale. A ogni risposta negativa, Pinelli viene spinto un po’ più verso il vuoto. Infine perde l’equilibrio e cade”.

E ad un tratto Pinelli cascò!

da Il Fatto Quotidiano

Abbiamo contattato Silvia Pinelli, una delle due figlie (l’altra si chiama Claudia). Due donne dignitose che, insieme alla signora Licia (la vedova di Pino), continuano a ricordare quei fatti. Perché la memoria, nel Paese senza memoriae “orribilmente sporco”, è necessaria per guardare avanti e per ottenere Verità e Giustizia. Due parole fondamentali in una Nazione piena di lati oscuri, misteri e segreti di Stato.

Sono passati 51 anni dalla morte di suo padre, come è cambiato questo Paese?

«È cambiato in peggio. Ce ne rendiamo conto da tante piccole cose. È venuto a mancare quel movimento che spinse negli anni Sessanta a ribellarci contro determinate cose, per portare avanti un percorso di conquiste che furono, purtroppo, represse nel sangue. Adesso ci ritroviamo a perdere le conquiste di quegli anni. Guardiamo a uno Statuto dei Lavoratori, alla sicurezza dei luoghi di lavoro. Si combatteva per questo e siamo nella stessa situazione, peggio forse, di cinquant’anni fa. Volevamo una sanità pubblica e ci troviamo una privatizzazione. Una scuola pubblica, abbiamo combattuto in quegli anni perché l’Università fosse aperta a tutti, e adesso abbiamo anche una scuola privata che riceve dei finanziamenti da parte dello Stato, a discapito del pubblico. La situazione non è delle migliori.»

E in questi giorni, nelle città italiane, sono comparsi questi mega manifesti sulla pillola abortiva RU486.

«Una propaganda che punta sulla parte più becera di noi. Anche quei manifesti che sono apparsi sono orripilanti. Manca una reazione, una presa di posizione seria, anche se ci troviamo in un periodo particolare in cui nessuno si aspettava di poter vivere. Manca un coinvolgimento da parte di alcuni parlamentari che ci sono e si potrebbero smuovere su determinate cose. Sembra che ci sia più paura. È un ritorno indietro.»

Solo da parte dei parlamentari o anche dei cittadini?

«Con le elezioni noi eleggiamo i nostri rappresentanti in Parlamento. I nostri rappresentanti sono nei Comuni, nelle Province. Come cittadini, sicuramente, abbiamo un compito fondamentale che è quello di portare avanti delle istanze. Ma chi ci rappresenta dovrebbe rappresentarci effettivamente.»

Non siamo rappresentati?

«Non siamo rappresentanti. Nel momento in cui si vota, votiamo una lista, delle persone. Qualcuno lo ritengo che sia in buona fede, ma c’è un contesto che, comunque, ti impedisce di poter portare avanti un lavoro comune.»

Un male che ci portiamo dietro da troppi anni. Abbiamo subìto la dittatura e anche dopo la caduta del fascismo ci siamo ritrovati i fascisti all’interno dei posti di comando. Ed hanno mantenuto il controllo delle varie Istituzioni.

«Avevamo ai vertici di ministeri e prefetture persone che arrivavano dal disciolto partito fascista. Solo nel ’46 è stato ricostituito, dai reduci della Repubblica di Salò, il Movimento Sociale italiano. Come è stato possibile consentire una cosa di questo tipo?»

E queste parole riportano agli anni Sessanta: il convegno fascista finanziato dal Sifar (servizio informazioni forze armate); la rete occulta, meglio conosciuta come Gladio; il colpo di Stato dei colonnelli in Grecia (con a capo Papadopoulos, già collaboratore dei nazisti); gli squadristi di Almirante; la nascita del Fronte nazionale di Valerio Borghese (già comandante della X Mas e salvato dagli americani); le bombe del 1969: Padova (15 aprile), Fiera di Milano (25 aprile); Milano e Venezia (8 e 9 agosto), Trieste (4 ottobre).

La strategia della tensione, termine per la prima volta utilizzato dal settimanale The Observer, inaugurata con la prima strage di Stato (Portella della Ginestra), 1° maggio 1947. Senza dimenticare i sindacalisti ammazzati dalle mafie, come: Miraglia, Rizzotto, Carnevale, La Torre. In totale 54 omicidi. I braccianti ammazzati dalla polizia ad Avola (Siracusa) il 2 dicembre del 1968: 2 morti e 48 feriti. I rappresentanti dello Stato sparano sui manifestanti che chiedono il rinnovo del contratto di lavoro. A Forte dei Marmi il 1° gennaio del 1969 una protesta giovanile. Una contestazione davanti alla Bussola, il locale dei ricchi. La polizia spara e ferisce gravemente alla schiena un giovane. Poi la strage di Battipaglia. I manifestanti sono scesi in piazza, gridano “difendiamo il nostro pane”. È il 9 aprile del 1969, la polizia spara ancora una volta: 2 morti e 200 feriti. Da più parti si chiede il “disarmo della polizia”, oggi non è ancora possibile identificare un appartenente alle forze dell’ordine.

Ma andiamo avanti.

I tentati colpi di Stato: nel 1964 il “piano Solo” (con il generale De Lorenzo, già ai vertici del Sifar); il golpe Borghese: nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970, il tentativo di “creare panico e disorientamento”. I congiurati occupano il ministero dell’Interno per qualche ora, poi arriva il contrordine. Tutto organizzato dal Fn di Borghese, insieme ad Avanguardia nazionale, Ordine nuovo, Europa Civiltà, con l’appoggio dei vertici delle forze armate, di personalità criminali e il sostegno dei servizi segreti, della P2 e della Cia; nel 1973 l’ennesimo tentativo con “la Rosa dei Venti”. Nello stesso calderone gerarchi della Repubblica Sociale, criminali, neofascisti, massoni, generali dell’Esercito, ufficiali delle forze armate, industriali. Un “gruppo di potenti”, formato da “persone serie ed importanti”, che – in questo Paese “orribilmente sporco” – ha dato disposizioni e assicurato protezione politica.      

Continui segnali, continui proclami. Il 10 dicembre del 1969, due giorni prima della strage di Piazza Fontana, il fascista Almirante, intervistato da Der Spiegel, dichiara: “Le organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile… tutti i mezzi sono giustificati per combattere i comunisti… misure politiche e militari non sono più distinguibili”. Oggi vorrebbero farlo passare per uno statista. C’è chi vorrebbe intitolargli delle strade, come se non bastassero quelle intitolate ad altri fascisti (Farinacci docet). Ma giusto per far chiarezza è importante sdoganare questo pessimo soggetto, descritto con queste parole dal peggior presidente della Repubblica (Napolitano): «Ha avuto il merito di contrastare impulsi e comportamenti anti-parlamentari che tendevano periodicamente ad emergere, dimostrando un convinto rispetto per le istituzioni repubblicane che in Parlamento si esprimeva attraverso uno stile oratorio efficace e privo di eccessi…». Ecco i fatti: nel 1938 firma il Manifesto della Razza; dal ’38 al 1940 collabora alla rivista La difesa della Razza; dopo l’8 settembre aderisce alla Repubblica Sociale, si arruola nella guardia nazionale con il grado di capomanipolo; il 30 aprile del 1944 diventa capo di quel “gabinetto” del ministero della cultura popolare e il 17 maggio firma il manifesto della RSI (“…gli sbandati ed appartenenti a bande che non si consegneranno ai comandi nazifascisti entro il 25 maggio saranno passati per le armi mediante fucilazione alla schiena”). Un “servo dei nazisti. Come Almirante collaborava con gli occupanti tedeschi”, titolerà l’Unità il 27 luglio del 1971; diventa tenente della brigata nera, impegnato nella lotta contro i partigiani; nel 1946 fonda i Fasci di azione rivoluzionaria. Racconta De Marzio, ex capogruppo Msi alla Camera, di un incontro tra Almirante e Borghese nel 1970, l’anno del tentato golpe. Il fascista “privo di eccessi” (secondo Napolitano) avrebbe detto: “Comandante (Borghese, nda), se parliamo di politica e tu sei dei nostri devi seguire le mie direttive. Ma se il terreno si sposta sul campo militare allora saremo noi ad attenerci alle tue indicazioni”. La memoria è importante, caro Napolitano.    

La destra eversiva, in questo Paese, è stata protetta da un sistema di potere nazionale e internazionale (Wikileaks, gli Usa e la strategia della tensione, l’Espresso, 2015). L’opera strategica e stragista è proseguita nel corso degli anni, ecco soli alcuni esempi: i Moti di Reggio (Msi, Avanguardia Nazionale e Fronte nazionale con un forte legame con la ‘ndrangheta); deragliamento della Freccia del Sud (6 morti, 72 feriti); un ordigno ritrovato a Verona; le bombe di Catanzaro (1 morto); la strage di piazza della Loggia (8 morti); l’Italicus (12 morti e 44 feriti); la stazione di Bologna (85 morti, 200 feriti); il rapido 904 (17 morti e 267 feriti). A seguire, fino ad oggi, una lunga scia di sangue. Comprese le bombe e le stragi di mafia.

La “strategia della tensione”, in questo Paese, non è mai terminata.

Gaetano Lunetta (Fn Liguria) spiega (Domani): «Il golpe c’è stato, siamo stati padroni del Viminale. Il risultato politico è stato raggiunto: congelamento della politica di Aldo Moro (che verrà poi ucciso dalle Br, nda), allontanamento del Pci dall’area di governo, garanzia di una totale fedeltà filoatlantica e filoamericana. Il golpe c’è stato ed è riuscito.»

In tutta questa lunga storia di bombe, strategie, silenzi, complicità, destabilizzazioni, stabilizzazioni, rientra la strage di piazza Fontana del 12 dicembre del 1969 a Milano. L’ordigno posizionato nella Banca Nazionale dell’Agricoltura. Una strage di Stato compiuta dalla destra eversiva. Ma non solo.

Signora Pinelli, lei quanti anni aveva?

«Nove anni.»

E cosa ricorda di quella giornata?

«Non ricordiamo niente, in pratica. Ricordiamo che mio padre era smontato dalla notte e che quel giorno avevamo mangiato tutti assieme e, poi, mio padre era uscito per andare con i suoi amici. Poi era andato in ferrovia a ritirare la tredicesima e poi era andato al Circolo al Ponte della Ghisolfa, dove aveva scritto una lettera a Paolo Faccioli, uno degli anarchici che erano in carcere, falsamente accusati delle bombe alla Fiera di Milano.»

Il 25 aprile del 1969 alla Fiera di Milano, intorno alle 19:00, si verifica un’esplosione all’interno dello stand della Fiat: venti feriti. Alle 21:00 una seconda bomba deflagra nell’ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni, nessun ferito. Solo panico e disorientamento. Vengono individuati e arrestati i responsabili: sei anarchici. Alcuni rilasciati qualche giorno dopo, gli altri processati e assolti nel maggio del 1971.

Possiamo soffermarci su questa lettera?

«Purtroppo diventerà il suo testamento. Dove dice, tra le altre cose, che l’Anarchia non è violenza, “che rigettiamo, ma non vogliamo subirla. L’Anarchia è ragionamento e responsabilità”. Dopodiché si reca al Circolo di via Scaldasole, nel quartiere Ticinese, dove c’è la volante della polizia. Mio padre, in quel momento, ancora non sapeva che era scoppiata una bomba. E da lì Calabresi lo invita a seguire la volante della polizia con il suo motorino, in questura. Cosa che mio padre farà.»

Perché non sapevate nulla della bomba di piazza Fontana?

«A casa nostra la televisione era rotta, quindi non si sapeva assolutamente niente. Io e mia sorella (Claudia, nda) verso le 20:00 arriviamo a casa, contente, perché pensavamo che ci fosse nostro padre. Invece abbiamo trovato la casa completamente a soqquadro con i poliziotti che rovistavano dappertutto, che aprivano gli armadi e spacchettavano i regali che i nostri genitori avevano già comprato. Questo è il ricordo che noi abbiamo del 12 dicembre. Noi eravamo abituate a vedere gente in casa, però ricordo che mia madre ci avvisò che erano dei poliziotti. Non ebbi neanche il coraggio di entrare, rimasi sulla soglia della porta a controllare lo sfacelo che vedevo.»

Poliziotti dell’ufficio politico della questura di Milano?

«Sì, sicuramente.»

Il commissario era Lugi Calabresi?

«Era Calabresi. È stato lui ad invitare il mio papà ad andare in questura per degli accertamenti.»

1 parte/continua

Pino Pinelli

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LA LETTERA/TESTAMENTO DI PINO PINELLI

Indirizzata all’Anarchico Paolo Faccioli, accusato ingiustamente (insieme ad altri compagni) delle bombe alla Fiera di Milano del 25 aprile 1969.

Caro Paolo,

rispondo con ritardo alla tua, purtroppo tempo a disposizione per scrivere come vorrei ne ho poco; ma da come ti avrà spiegato tua madre ci vediamo molto spesso e ci teniamo al corrente di tutto. Spero che ora la situazione degli avvocati si sia chiarita.

Vorrei che tu continuassi a lavorare, non per il privilegio che si ottiene, ma per occupare la mente nelle interminabili ore; le ore di studio non ti sono certamente sufficienti per riempire la giornata.

Ho invitato i compagni di Trento a tenersi in contatto con quelli di Bolzano per evitare eventuali ripetizioni dei fatti.

L’anarchismo non è violenza, la rigettiamo, ma non vogliamo nemmeno subirla: essa è ragionamento e responsabilità e questo lo ammette anche la stampa borghese, ora speriamo che lo comprenda anche la magistratura.

Nessuno riesce a comprendere il comportamento dei magistrati nei vostri confronti. Siccome tua madre non vuole che invii soldi, vorrei inviarti libri, libri non politici (che me li renderebbero) così sono a chiederti se hai letto Spoon River, è uno dei classici della poesia americana, per altri libri dovresti darmi tu i titoli.

Qua fuori cerchiamo di fare del nostro meglio, tutti ti salutano e ti abbracciano, un abbraccio in particolare da me ed un presto vederci.

Tuo Pino.

Morte accidentale di un anarchico.

Spettacolo rappresentato per la prima volta il 5 dicembre 1970 a Varese da Dario Fo e il suo gruppo teatrale “La Comune”.

Strage di Bologna, parla Bolognesi: «la strategia della tensione non è terminata»

STATO DEVIATO. 2 agosto 1980, ore 10:25. Scoppia la bomba: 85 morti e 200 feriti. Sono passati quarant’anni da quella esplosione, la ferita è ancora aperta. Una tappa della “strategia della tensione” (che ha accompagnato la storia del nostro Paese da Portella della Ginestra, 1947). Bombe, ombre straniere, depistaggi, presenze grigie, servizi segreti, pezzi delle Istituzioni e di uno Stato deviato, mafie, fascisti, omicidi, massoneria, “menti raffinatissime”. Un mix esplosivo. Abbiamo intervistato, per comprendere gli ultimi eventi, il presidente dell’Associazione familiari delle vittime della strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980: «Molto probabilmente, facendo luce su Bologna si vanno a toccare, sicuramente, altre cose che non sono finite bene, dal punto di vista giudiziario».

Strage di Bologna, parla Bolognesi: «la strategia della tensione non è terminata»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Uno squarcio di verità dopo quarant’anni di silenzi, segreti e depistaggi. «Dopo quarant’anni certi segreti non bisogna dirli, assolutamente. Altrimenti sono guai. La gang è ben strutturata e funziona ancora».

Il 2 agosto del 1980, alle ore 10:25 una bomba, posizionata nella sala di attesa della stazione di Bologna, uccide 85 persone e ne ferisce 200. Destabilizzare per stabilizzare. Dietro a questa definizione si sono nascosti massoni, pezzi delle Istituzioni, uomini dei servizi, fascisti, terroristi, assassini. Le maledette “menti raffinatissime” che hanno gestito la storia di questo Paese. Da Portella della Ginestra in poi. Sino ad oggi.

Dopo quarant’anni di attesa, però, qualcosa sta emergendo. «Molto probabilmente, facendo luce su Bologna si vanno a toccare, sicuramente, altre cose che non sono finite bene, dal punto di vista giudiziario».

Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione – che da 39 anni chiede giustizia e verità – ne è certo. E quest’anno, alla individuazione dei mandanti, bisogna aggiungere un altro tassello importante: dopo quarant’anni un Presidente della Repubblica mette piede in quei luoghi di morte. L’ultima volta, quasi mezzo secolo fa, era capitato a Sandro Pertini. Dopo il presidente partigiano nessuno più.

L’ennesima vergogna di Stato. Nemmeno il coraggio di metterci la faccia. Per quale ragione? Per paura di qualche fischio? O per le responsabilità istituzionali? «Mattarella ha anche la sensibilità di una persona che è stata colpita negli affetti più cari da una situazione del genere».

Stiamo parlando di una Strage di Stato, scaturita da una lunga strategia della tensione. Con gli stessi personaggi squallidi che si ritrovano in altre situazioni scabrose. I conti con il passato non si vogliono proprio fare.

Destabilizzare per stabilizzare. Ed ora è arrivato il momento di destabilizzare. Ma in maniera legale e attraverso il rispetto delle regole. E i magistrati ce la stanno mettendo tutta. Licio Gelli, il prosecutore della loggia P2 – fondata da Cefis (Pasolini ne sapeva qualcosa) – è il mandante della strage. Il nuovo tassello è arrivato. E si possono ricostruire i legami: Loggia P2Nar (Nuclei armati rivoluzionari), pezzi dello StatoD’Amato (ufficio affari riservati del Viminale), Tedeschi (senatore Msi, X Mas), Ortolani (braccio destro di Gelli), Bellini (killer fascista) e altri squallidi soggetti.

Abbiamo fatto una chiacchierata con Paolo Bolognesi, perché la memoria, nel Paese senza memoria, è fondamentale. E siamo partiti proprio dal maledetto “Venerabile”.      

«A Gelli, quando è stato arrestato in Svizzera, gli è stato sequestrato un foglietto con tutta una serie di conti, 5 milioni di dollari che venivano dal suo conto svizzero, che avevano tutta una serie di beneficiari strani. Quando abbiamo trovato quel foglietto abbiamo fatto, tramite i nostri avvocati, delle memorie. Adesso la Procura generale ha indagato su questo biglietto, con la dizione “Bologna”. Era un foglietto che lui teneva nel portafoglio, vicino al cuore, dentro la giacca. Non dentro le borse, una cosa molto particolare. Da questo, la Finanza ha fatto tutte le analisi della questione e si è visto che ci sono una serie di soldi che sono andati a finire, molto probabilmente, a Federico Umberto D’Amato. La dichiarazione dei giudici di venerdì scorso è che quasi un milione di dollari è andato a finire nelle tasche degli esecutori materiali della strage.»

Lei ha nominato D’Amato, capo indiscusso degli Affari Riservati del Ministero degli Interni, con tessera P2 n. 1643. Cosa può aggiungere su questo personaggio che ritroviamo in tanti episodi torbidi della storia di questo Paese? (strategia della tensione, strage piazza della Loggia, attentato treno Pescara-Roma, omicidio dell’anarchico Pinelli, strage di piazza Fontana…)

«È sempre stato al vertice del Ministero degli Interni, lo ha gestito lui, per quel che riguardava la sicurezza. È considerato un factotumun grande manovriere di tutti questi affari strani italiani. Non misteri, ma segreti. I misteri sono solo nelle religioni».

Fu D’Amato a nascondere determinati documenti?

«Da quello che salta fuori, i giudici hanno trovato dei documenti, dei pezzi di ordigni di altre stragi. Non solo per la strage di Bologna, ma anche altre situazioni. Molto probabilmente, facendo luce su Bologna si vanno a toccare, sicuramente, altre cose che non sono finite bene, dal punto di vista giudiziario

Stiamo parlando della «strategia della tensione».

«Sì, tutta la strategia della tensione che, in pratica, è iniziata nel ’65 con il convegno dell’Istituto Pollio e poi, probabilmente, sta proseguendo ancora adesso».

Quella stagione ancora non è finita?

«No, assolutamente. Bisogna tener presente che dei quattro rinviati a giudizio ce n’è uno, Bellini, che si trovava sul posto subito dopo la strage. Gli altri tre: due sono accusati di depistaggio e di falsa testimonianza. Sono tutte cose fatte nel 2019, non nel 1980. Questo vuol dire che dopo quarant’anni certi segreti non bisogna dirli, assolutamente. Altrimenti sono guai. Vuol dire che la gang è ben strutturata e funziona ancora

Possiamo ricordare gli altri soggetti?

«Quintino Spella, il capocentro del Sisde di Padova; Segatel, un indagatore dei carabinieri; Catracchia, quello che amministrava per conto dei servizi. Aveva una società che gestiva degli appartamenti dei servizi in via Gradoli

Via Gradoli fa pensare al sequestro Moro.

«Esatto. La stessa unità immobiliare che è servita per il caso Moro è servita anche ai Nar per uccidere Straullu e Di Roma. Una casa dei servizi. Stiamo parlando della stessa unità immobiliare, dello stesso appartamento.»

Dalla strage di Bologna, come lei ha ricordato, sono trascorsi quarant’anni: quali tasselli ancora mancano?

«Adesso bisogna vedere. L’indagine è ancora in corso, non è finita. Adesso bisogna vedere, quando faranno tutti i rinvii a giudizio, se ci manca qualche cosa.»

Lei è fiducioso?

«Noi siamo fiduciosi. Anche perché le intuizioni che abbiamo avuto, coi mezzi che abbiamo noi, non è che possiamo far fare le indagini alla Finanza. I giudici hanno fatto far fare le indagini alla Finanza e di ogni lira spesa si sa dove è andata a finire. Ecco, per intenderci. E quando ti dicono che un milione è andato agli esecutori materiali e di esecutori materiali in questo momento noi abbiamo Mambro, Fioravanti, Ciavardini e Cavallini in primo grado. O tutti o qualcuno di questi si son presi un milione di dollari».

Da dove proveniva questo milione di dollari?

«Ufficialmente veniva per le truffe del Banco Ambrosiano».

Il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.

«Esatto.»

Cosa c’è dietro questa strage?

«La loggia massonica P2, i servizi segreti che erano nelle mani della loggia massonica P2 e poi ci sono i terroristi e i fascisti che venivano pagati dalla loggia massonica P2».

E lo Stato? Quali pezzi dello Stato sono implicati in questa strage?

«Tutti i direttori dei servizi, chi più chi meno, erano implicati. Nel momento in cui si è cominciato a sapere, alla fine di giugno del 1980, che c’era la possibilità di un grande attentato agli inizi di agosto i servizi non è che si siano mossi per bloccare, per cercare di prevenirlo. Hanno fatto in modo che i terroristi non avessero problemi. E questa è la grande schifezza che viene fuori».

Da dove è arrivato l’esplosivo?

«Un esplosivo militare ad alto potenziale, con il T4 che aumentava la potenzialità…»

Tritolo e T4?

«Una cosa del genere. Questa miscela arrivava, in gran parte, da vecchi ordigni militari svuotati. Parliamo di ordigni del dopoguerra. Molto probabilmente, sembra che ci fossero dei laghetti vicino al lago di Garda da dove prelevavano questi ordigni che poi svuotavano».

Cosa è cambiato dal 2 agosto del 1980 al 2 agosto del 2020?

«Innanzitutto, in quegli anni, non sapevamo neanche chi fosse, cosa potesse essere, ect. Adesso abbiamo in mano gli esecutori materiali, almeno una parte, poi abbiamo i fotogrammi, le fotografie. Probabilmente c’erano molte altre persone il 2 agosto a Bologna. Poi c’è un’indagine in corso che sta dando degli sviluppi notevoli verso i mandanti e ci auguriamo veramente che si arrivi alla verità».

Qual è la più grande delusione che lei ha registrato in questi anni?

«Verso gli apparati statali».

Perché?

«Tenga presente che quest’anno è venuto Mattarella (presidente della Repubblica, nda), ma dopo Pertini qui non è venuto nessuno. Tranne Ciampi che è venuto quando era presidente del Consiglio, non presidente della Repubblica».

Si è fatto una opinione su queste assenze istituzionali?

«Ma io vedo, in molti di questi Presidenti… ad esempio, come mai un Cossiga era un fautore della pista palestinese? C’è da dire che molti non se la sentivano di avallare, secondo me, la sentenza del ’95. (La Corte di Cassazione condanna definitivamente i neofascisti Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. Condanna, per il depistaggio delle indagini, i massoni Licio Gelli e Francesco Pazienza e gli ufficiali dei servizi segreti Musumeci e Belmonte, nda). Invece Mattarella, che ha anche la sensibilità di una persona che è stata colpita negli affetti più cari da una situazione del genere, comprende molto di più cosa vuol dire sia essere colpiti sia che le indagini vadano in un certo modo».

In questi quarant’anni lei ha mai perso la fiducia nello Stato?

«No. Ho continuato a combattere per fare in modo che lo Stato facesse il suo dovere fino in fondo come lo facevamo noi».

Ma, secondo lei, è normale in un Paese civile attendere quarant’anni per scoprire una verità?

«Non è normale. Ma tenga presente che questa sarebbe la prima strage dove si arriva ai mandanti e a tutte le articolazioni di questi mandanti. Molto probabilmente, se si arriva in fondo alla strage di Bologna, vuol dire che molte altre stragi e anche altri eventi che sono rimasti nel limbo si possono risolvere.»

Nelle Istituzioni, oggi, ci sono ancora personaggi legati a quel periodo?

«Quei personaggi hanno figliato. Come diceva la Tina Anselmi, senza una considerazione della gravità della P2, dopo ci sarà la P3, la P4, la P5. Non so a quale “P” siamo arrivati, però nei gangli dello Stato ci sono ancora i vari P2, P3, P4, P5. Se ad un certo punto, ripeto, il depistaggio e le false dichiarazioni le hanno fatte nel 2019, lo hanno fatto perché certi segreti non si possono ancora dire. E i rischi di finire male ci sono ancora tutti adesso. Ciò vuol dire che certi poteri sono ancora molto funzionanti.»

Per difendere chi, per difendere cosa?

«Per difendere dei personaggi e, penso, anche per difendere parte dell’apparato statale. Ma soprattutto anche se stessi. Questa è gente che ha giurato fedeltà alla Costituzione, poi avranno giurato alla massoneria, alla P2, alla Nato, non so a chi. È quello che vale meno di tutti è quello alla Costituzione che, invece, dovrebbe essere il vero giuramento.»

Perché ha fatto il riferimento alla Nato? Qual è il riferimento?

«Al momento non c’è il riferimento. Ogni tanto viene sfiorata la Nato, ma non c’è in questo momento. Per prassi bisogna fare i gradini con le scale che hai, non i gradini inventati con le altre scale. È inutile che andiamo in cima e poi ci mancano dieci gradini e alla fine cadiamo come se non avessimo fatto niente. Un po’ alla volta, vedrà, andiamo in alto».  

Possiamo lasciarci con una sua riflessione?

«Il quarantesimo anniversario sta dando degli aspetti molto positivi per quanto riguarda l’aspetto giudiziario. Causa coronavirus, siamo costretti a fare una organizzazione molto ridotta e precaria. Speriamo, invece, che il prossimo anno, che sarà il quarantesimo anniversario dell’Associazione, possiamo ricordare come la giustizia fa degli altri passi avanti ulteriori e, poi, fare una manifestazione normale. Come si deve».

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Per approfondimenti:

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– Cos’è questo golpe? Io so

Ennio Flaiano #ilfascismo

FOSSE ARDEATINE #roma

24 marzo 1944, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, 335 civili e militari italiani, furono trucidati a Roma dalle truppe nazifasciste

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IERI & OGGI! #primolevi

IERI & OGGI! 

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Ieri

Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, pubblicò “Se questo è un uomo” nel 1947.

Oggi

GIORNATA della MEMORIA, Campobasso NON DIMENTICA, 27 gennaio 2015

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La Giornata della Memoria

27 gennaio 1945-2015

“Campobasso non dimentica”. Questo è stato il titolo della necessaria manifestazione, coordinata da Bibiana Chierchia (vice-sindaco del Comune di Campobasso), che si è svolta nel capoluogo di Regione. Per non dimenticare, per non rivivere il genocidio nazista. Il 27 gennaio è una data scolpita nella storia dell’umanità. Settant’anni fa le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz (Polonia) e si accorsero, con forte ritardo (molti già sapevano, ma fecero finta di nulla), della Shoah, dello sterminio del popolo ebraico. Ma non solo. La vergogna di quegli anni non risparmiò l’Italia fascista, complice dei nazisti. Per le vergognose leggi razziali, per le deportazioni, per i rastrellamenti, per le esecuzioni. Per i campi di concentramento disseminati anche sul territorio italiano. La giornata della Memoria, in Italia è stata istituita con la legge del 20 luglio del 2000. Nei primi due articoli è possibile leggere:

“La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ‘Giorno della Memoria’, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

In occasione del ‘Giorno della Memoria’ di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere”.

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Primo Levi

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“Libere letture intorno e dentro la Shoah, commento musicale a cura del Conservatorio Musicale Perosi (Cb)”

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I GIUSTI – Luis Borges

“Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo”.

levi

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