«Abbiamo dato dignità all’Ordine dei giornalisti del Molise»

L’INTERVISTA. Parla Enzo Cimino, presidente dell’OdG: «L’anno prossimo saremo i primi, in Italia, a dar vita al primo corso sulla lingua dei segni». A Campobasso nascerà la Scuola di Giornalismo: «Un Master di primo livello per quindici persone». E sulla sede dell’Ordine non è mancato l’affondo: «Non ci sono i bagni per disabili, non c’è la scala antincendio, non c’è la scala di sicurezza, ci sono le barriere che impediscono al disabile di salire e, soprattutto, nel contratto di locazione la sede non è aperta al pubblico. Ma nessuno si è accorto di nulla. Oppure ci sta qualcosa sotto?»

«Abbiamo dato dignità all’Ordine dei giornalisti del Molise»

Enzo Cimino, presidente dell’Ordine dei giornalisti

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Come devo commentare un 8 a 1 sul regionale e un 3 a 0 per i revisori? Facile: una vittoria pulita, netta, trasparente, che rasserena un ordine verso la compattezza. Auguri a tutti.» Questo è il messaggio apparso, nel mese di ottobre, sulla bacheca Facebook del professor Vincenzo Cimino, attuale presidente dell’Ordine dei giornalisti del Molise. Una carriera professionale iniziata a Roma e poi proseguita in Molise, con la direzione di diversi organi di informazione. Dieci anni presso il consiglio nazionale dell’Ordine e la nomina a Cavaliere della Repubblica hanno impreziosito il suo curriculum. Abbiamo deciso di intervistarlo per fare il quadro della situazione, dopo due mesi dalla sua elezione. E siamo partiti proprio dal risultato elettorale schiacciante. «Il dato più importante è l’affluenza – ha spiegato il presidente dell’Ordine -, generalmente in Molise andavano a votare intorno ai 250-300 pubblicisti. Ed era già una percentuale molto alta che si aggirava intorno al 60-65%. Questa volta, già dal primo turno, c’era la necessità di far confluire il maggior numero possibile degli elettori. Non per il risultato in sé, ma perché volevo una prova di forza.»

Che significa?

«Volevo una dimostrazione, perché dopo aver lavorato così assiduamente per diversi anni volevo che, almeno una volta, ogni tre anni i colleghi andassero a votare. Nonostante il Covid, nonostante la pioggia hanno votato circa 470 pubblicisti su 620 aventi diritto (con l’esclusione dei morosi). Su 470 aventi diritto al voto ho preso 426 voti validi.»

Una percentuale molto alta, stiamo parlando quasi del 92%. Un risultato bulgaro, ovviamente riferito al dato. Come si possono leggere questi numeri?

«Mi sono messo a disposizione dei colleghi per dieci anni e sono stato ripagato. Un risultato così importante prevede un altrettanto importante impegno da parte mia. È stato un lavoro di squadra. Mi ha aiutato anche il terzo seggio a Termoli, perché in passato i colleghi del basso Molise dovevano venire a votare a Campobasso. C’è stata più democrazia e più partecipazione. La mia gioia non è tanto il fattore numerico, la mia contentezza deriva dalla percentuale di anziani, dalla percentuale di colleghi che sono partiti da lontano, che hanno fatto centinaia di chilometri, per esprimere un voto. Un collega di ottant’anni è partito da Torino ed è venuto per darmi una mano. Queste sono attestazioni di stima che non posso trascurare.»

Questa “prova di forza” è legata esclusivamente ad un impegno personale o è anche una risposta dei colleghi molisani per cambiare pagina per quanto riguarda la gestione dell’Ordine?

«È normale che in campagna elettorale ognuno chieda il sostegno agli iscritti e si aspetta un bel risultato. Non ho voluto cambiare pagina perché, come diceva un famoso giornalista, lo sbarramento non lo fanno le leggi. Lo sbarramento lo fanno gli elettori. Finalmente possiamo dire che abbiamo messo una categoria al riparo da tutto, un risultato netto che ci dà grosse sensazioni di omogeneità. Oggi, possiamo dire che la categoria non è divisa. Più che bulgaro, direi, un risultato trasparente. Nessuno può adombrare dubbi.»

Quali sono le differenze con il passato?

«Innanzitutto l’impostazione. In un ambiente come il Molise ci sono circa 700 pubblicisti e 70 professionisti e tra questi ultimi dobbiamo toglierci i pensionati e coloro che lavorano fuori Regione. Quindi non vedo perché 700 persone devono farsi guidare da 70 colleghi. Settecento persone che versano la stessa quota. Dal punto di vista economico l’Ordine dei giornalisti del Molise è retto dai pubblicisti. Questo è un dato chiaro. Poi bisogna aggiungere anche un’altra cosa…»

Prego.

«Il professionismo in Molise non esiste.»

Che significa?

«Non esiste dal punto di vista contrattuale. Se togliamo alcune “oasi” non esistono contratti giornalistici degni di nota. Siamo una Regione piccola dove ci sono bravissimi giornalisti, molti dei quali sono pubblicisti. A volte per scelta loro, altre volte per scelta del mercato, altre volte per sfortune o per episodi che hanno contraddistinto la loro vita privata. Penso di essere uno di questi. Sono un professionista, tornato tra i pubblicisti. E lo dico con grande orgoglio. Sono felicissimo di essere pubblicista abilitato e come me ce ne sono tanti altri.»

Stiamo parlando del progetto di un Ordine unico?

«Sono per un Ordine unico, dove non esista l’esclusività professionale e dove tutti facciano l’esame. Esiste per tutte le professioni e, quindi, non vedo il motivo per il quale l’Ordine dei giornalisti debba avere un esame di stato appannaggio del consiglio dell’Ordine. Vorrei un corso di studi universitario con un esame stabilito dallo Stato. Questo è il mio desiderio. Oggi giorno il giornalista chi è? È l’editore che stabilisce chi diventa giornalista, è l’editore che fa i contratti e che ti dà la possibilità di sostenere l’esame, di diventare pubblicista o professionista. Oggi giorno se una persona vuole diventare professionista l’unica cosa che può fare è un Master. Come Ordine abbiamo tentato più volte di cambiare la legge professionale, ferma al 1963, dove non si parla nemmeno di posta elettronica, di giornali online. Ma, purtroppo, fino a quando la classe dirigente parlamentare non cambierà sia la norma istitutiva dell’Ordine e dell’esercizio della professione noi resteremo sempre fermi a cinquanta, sessant’anni fa.»

Qual è lo stato di salute dell’informazione regionale?

«Sono fiero dell’informazione regionale, lo abbiamo dimostrato e lo dimostriamo ancora oggi nell’emergenza Covid dove non ci sono grossi strafalcioni. Lo dimostriamo perché non ci sono grosse irregolarità nelle fasce protette. Sono molto soddisfatto. Poi se vogliamo parlare di qualità è normale che dobbiamo paragonare il prodotto a quello che l’editore offre. Giustamente se il giornalista è sottopagato non possiamo aspettarci grossi risultati. Però mi viene da dire che i giornalisti del Molise sono degli “eroi” e lo dico con grandissima onestà intellettuale. Noi abbiamo bellissime professionalità, come la persona che mi sta intervistando, che insistono nel voler dedicare tutta la loro vita, pur sapendo che avranno magri guadagni, tante querele ma molte soddisfazioni a livello intellettuale. Poche soddisfazioni a livello economico. E questo si ripercuote sulla vita privata. I giornalisti della nostra Regione fanno pochi figli, hanno poco tempo a disposizione, si sposano poco, passano da un Tribunale all’altro e, a volte, sono costretti a crearsi un loro giornale telematico, una loro testata per essere liberi di esprimersi nel miglior modo possibile. Sono tutti padroni della materia, sono tutti padroni del territorio ma poveri di finanziamenti in grado di poter elevare questa professione. La politica ha tentato di toglierci i mezzi, però la testa e la penna non ce la toglieranno mai.»

La qualità del giornalismo è possibile aumentarla anche con i corsi di aggiornamento?

«Ogni Ordine offre il suo pacchetto di corsi. Dobbiamo tener presente delle limitazioni del budget ma, nonostante questo, stiamo sfruttando le maggiori espressioni professionali della nostra Regione e metterle all’attenzione dei colleghi. Il Molise non ha soltanto il problema del precariato giornalistico o degli scarsi introiti. È una Regione piccola che soffre di tante difficoltà. I corsi sono importanti perché danno la possibilità di confrontarsi con il mercato e con i colleghi. Quindi ho preso i pubblicisti avvocati, i pubblicisti medici, i pubblici ingegneri e li ho messi insieme per dare loro dignità. Cos’è il pubblicismo? Come diceva l’On. Gonella, il fondatore del nostro Ordine, è l’elenco dei sapori e dei saperi. Questi ultimi sono legati alle professioni di ciascun pubblicista, mentre i sapori sono il gusto che il giornalista ci mette nell’amalgamare l’esperienza professionale a quella della scrittura. Non c’è giornalista migliore che il medico che scrive di medicina, l’avvocato che scrive di penale, il musicista che fa una critica di un concerto. Questo ho fatto all’interno dei miei corsi, ho messo le migliori professionalità al servizio dei colleghi, con grossi risultati.»

Come si comporta la classe dirigente molisana con il giornalismo regionale?

«C’è una forte commistione che è innegabile, che lega alcuni editori con la politica. Una commistione anche di sangue e non solo di amicizia e di affari. Il progresso tecnologico ha comportato che alcuni politici, in qualche modo, si sono creati un loro organo di informazione. E quindi, molti giornalisti sono diventati delle vittime. In un ambiente così piccolo è molto facile incidere attraverso editori o giornalisti. Nella nostra regione abbiamo un solo cartaceo e, paradossalmente, molti telematici che, molto spesso, trattano lo stesso argomento con il “copia e incolla” dei comunicati stampa.»

La politica cosa ha fatto?

«Una cosa positiva e una cosa negativa. La cosa positiva è quella di aver delineato una legge per l’editoria, insieme al sindacato e all’Ordine dei giornalisti. La politica ha dato una risposta, è venuta incontro alla stampa. Hanno messo i soldi a disposizione. Di leggi regionali ce n’era una sulla carta stampata, poi cassata in favore di una legge a tutto tondo. La legge 11 del 2015 cambiata ben 15 volte, mi sembra, nel giro di pochi anni.»

La notizia negativa?

«La politica dà dei fondi agli editori e i giornalisti devono sperare che gli editori prendano i soldi per essere pagati. Un controsenso. Un giornalista deve sperare che la politica paghi il proprio editore per poi, forse, prendere i soldi. Alcuni editori sono diventati, stranamente, pubblicisti. Alcuni editori hanno allargato le proprie redazioni facendo dei contratti a chi dicevano loro. Da questo punto di vista ho un’altra idea.»

Possiamo illustrarla?

«Da cittadino devo pagare le tasse e la Regione finanzia una legge regionale per i giornalisti. Ma i giornalisti e gli editori cosa danno alla società? La Regione paga un giornale, ma per cosa? Quindi io dico: diamo i soldi agli organi di informazione, ma purchè restituiscano al territorio qualcosa. Penso all’autoproduzione. Chi è che vigila? Come fai a quantificare la qualità di un prodotto editoriale? La Regione dà il 65% dei soldi per le maestranze assunte e il 35% per le spese generali, ma l’editore cosa sta restituendo alla società? Hanno stanziato un milione di euro ma alla fine le domande, che sono arrivate, non consentivano lo smaltimento di questa cifra. In base alle domande arrivate degli editori, aventi diritto al fondo, superavano i due milioni.»

E quindi cosa avrebbero dovuto fare?

«Fare una legge sull’editoria in base ai compartimenti. Ci sono dieci televisioni, dieci radio e, allora, mettiamo tanti soldi. Non creare un calderone. Sostanzialmente se, oggi, faccio un giornale telematico e assumo mia moglie fra tre anni rischio di prendere i soldi, senza che nessuno vada a verificare quello che ho detto. È un controsenso. Vorrei, come Ordine dei giornalisti, che la Regione dia a chi veramente fa informazione, con un auto produzione. Ma perché la Regione Molise deve pagare un giornalista scelto da un privato? L’editore sceglie il giornalista che dice lui e la Regione paga il 65% dello stipendio. Ma stiamo scherzando? Non è corretto.»

Facciamo un bilancio sulla legge dopo cinque anni.

«Ha migliorato l’attività dell’informazione? Bah. Ha migliorato le sorti dei giornalisti? Non mi pare.»

Che cosa ha prodotto la legge per l’editoria del Molise?

«Che le copie si sono perse, la pubblicità pure e gli editori hanno cominciato a litigare tra di loro per quei soldi. La politica ti dà lo zuccherino, ma poi ti blocca. Sfido qualsiasi editore, oggi, a fare inchieste contro chi, poi, a fine anno in qualche modo ti rimborsa per quello che fai. Alla fine i conti questi sono. Quante inchieste si fanno in questa Regione? Chi le fa? Quali risultati portano? Non è un caso che su 700 giornalisti ci sono 150-200 contratti. Gli altri che fanno?»   

L’Ordine del Molise ha avviato le procedure legali per denunciare i siti pirata per contrastare l’esercizio abusivo della professione. Il fenomeno è vasto in questa Regione?

«Vengo da ventidue anni di iscrizione all’Ordine, conosco le realtà, conosco i colleghi, sono stato dieci anni al consiglio nazionale e sono entrato all’interno dell’Ordine per cambiare le cose. Un musicista che fa cambiare la musica. Abbiamo in Molise alcuni spazi, alcuni contenitori che vengono riempiti di informazione, di notizie, di articoli, di fotografie. La giurisprudenza è molto ferrea: laddove c’è un giornale, un blog, uno spazio, un contenitore che viene aggiornato con costanza, dove ci sono le pubblicità, che è identificativo di un territorio, che ha le sembianze di un giornale telematico che, però, non è scritto da giornalisti, ma da persone che fanno altre attività, allora c’è l’esercizio abusivo della professione.»

È vasto il fenomeno?

«In un territorio così piccolo di testate abusive ne ho riscontrate almeno sei. È talmente allarmante che questa mattina (ieri, nda) sono stato inondato di telefonate di colleghi che volevano sapere chi fossero. Ma questi abusivi nel Molise li vedo solo io o li vedono anche altri? Un tempo c’era la polizia giudiziaria che chiamava e chiedeva: “dove hai attinto questa notizia?”. Oggi non si sentono più. Questa mattina ho lanciato un’altra denuncia.»

Quale?

«Un direttore responsabile si dimette e l’editore continua a pubblicare. Ovviamente quel giornale telematico lo vedo solo io. Allora per ritornare alla domanda iniziale: perché Cimino ha preso il 92%? Perché in Molise molti colleghi hanno paura. Una persona che è capace, che ha tempo libero, che ha uno stipendio sicuro che viene da un’altra professione, forse, può rappresentare in questo momento colui che, in qualche modo, può tutelare i più deboli, gli indifesi, coloro che non hanno voce. Ho rappresentato e rappresento queste persone. Forse parliamo di un ambiente mafioso?»

È un ambiente mafioso?

«Diciamo che in Molise non si spara, però c’è la mafia bianca. E hanno scelto il presidente giusto. Non so per quanto tempo lo farò, per ora ho voglia di farlo. Magari tarperanno le ali pure a me, chi lo sa.»

Social e giornalismo. Come sta cambiando l’informazione? Quali sono i problemi da risolvere?

«Oramai gli amministratori si fanno la propria pagina e comunicano. Per me possono fare quello che vogliono. Ormai ci sono le persone che escono fuori con il cellulare, fanno i video e li mettono in rete. Questi non sono dei giornalisti, potrebbero essere dei comunicatori. Lo abbiamo visto durante il Covid e lo vediamo ancora. Molta gente va su Facebook, ma per avere la conferma accendono la televisione o leggono i giornali. Significa che comunque c’è scetticismo. Ho fatto uno studio con l’Agcom sulle fake news, abbiamo realizzato dei prodotti che stanno sul sito (odgmolise.it) che la dicono lunga sulle boiate, sulle notizie false, parzialmente false o ingigantite che navigano. E sono molto pericolose. Questa pandemia ha rafforzato la figura del giornalista.»

Quindi i comunicati stampa, realizzati da chi non fa questo mestiere, devono essere cestinati?

«Ricevo un comunicato stampa senza firma, senza un numero di telefono al quale chiamare per avere una informazione in più… ma questo è giornalismo? Quando facevamo i giornalisti noi, dieci, dodici anni fa, il comunicato stampa veniva ribattuto da capo, si telefonava. È una notizia che hanno tutti e non pubblichi niente di nuovo. Si parte dal comunicato per andare oltre. Se la notizia non viene diffusa da un giornalista non bisogna pubblicarla. Così si renderanno conto, non pubblicandola, che avranno bisogno di un giornalista. Se nessuno pubblicasse nulla si risolverebbe il problema.»

L’Ordine dei giornalisti avrà, a breve, una sua testata?

«Da 16 anni l’Odg del Molise non comprava un giornale, un Ordine che non compra un giornale. La prima cosa che ho fatto è stata una convenzione con la casa editrice Volturnia edizioni di Isernia. Quando è venuto Carlo Verna a Campobasso (presidente nazionale OdG, nda) lo abbiamo omaggiato con due libri. In passato, quando venivano i presidenti dell’Ordine regalavano i caciocavalli, i fiori. Carlo Verna ha dormito a Campobasso in albergo che si è pagato lui. Non per una questione di scortesia, ma ha capito che è cambiata la musica. Ho registrato un giornale al Tribunale perché ci sono tanti giornalisti in Molise che non possono scrivere da nessuna parte, perché non li fanno scrivere, perché non si piegano ai due o tre euro a pezzo. Questi giornalisti che rischiano la radiazione per inattività scriveranno sul giornale dell’Ordine. Oggi i colleghi possono leggere i giornali presso la nostra sede, possono collegarsi a internet. Abbiamo dato dignità all’Ordine dei giornalisti. Abbiamo sistemato l’archivio digitale. E voglio segnalare altre due operazioni.»

Quali sono?

«Abbiamo dato vita al primo corso di lingua spagnola, con apprezzamenti che ci vengono da altri Ordini professionali. Corsi di dizione e lettura espressiva fatti anche online. E l’anno prossimo altre due perle e la vostra è la prima testata che ospita questa notizia.»

Che notizia?

«L’anno prossimo l’Ordine dei Giornalisti del Molise sarà il primo, in Italia, a dar vita al primo corso, in assoluto, per la lingua dei segni. Verrà una Associazione qualificata da Roma, farà un corso a numero chiuso, e comincerà a spiegarci il linguaggio dei segni. Il mio sogno è vedere le televisioni locali offrire l’informazione anche alle persone più sfortunate di noi. Abbiano Vittorio Venditti, direttore di Gambatesa News, collega pubblicista privo di vista che mi ringrazia tutti i giorni, perché il nostro sito (odgmolise.it) è fruibile, con un programma, anche per lui. La dignità dei molisani si vede anche da questo. Dall’offrire l’informazione alle persone più sfortunate, ma più capaci di noi. Sfido chiunque a fare il giornalista senza vedere e a fare il giornalista senza sentire.»

Cosa può rappresentare il corso sulla lingua dei segni?

«Una valvola di sviluppo e di occupazione per i giornalisti, che possono imparare una professione.»

La seconda notizia bomba?

«L’Università degli Studi di Fisciano ha chiuso la Scuola di Giornalismo. Come è chiusa quella di Sora. Apre a Campobasso. L’Ordine dei giornalisti del Molise, il Corecom, l’Ufficio scolastico regionale, insieme al professor Pardini di Scienze Politiche, daranno vita ad un Master di primo livello per quindici persone. Vogliamo continuare a litigare tra di noi o vogliamo cercare di andare d’accordo?»     

Prima di lasciarci dobbiamo affrontare la questione della sede dell’OdG del Molise.

«Non è a norma. Me ne sono accorto solo io. Ci stanno da più di dieci anni in via XXIV Maggio 137 e nessuno si è accorto di nulla. Questa cosa è molto strana.»

È anche gravissima.

«Il contenuto di questa notizia è molto grave. L’Ordine dei giornalisti del Molise, e lo può testimoniare l’avvocato Iacoponi che sta curando il percorso e il geometra Cinzia Cutone, sta in una sede dove non ci sono i bagni per disabili, non c’è la scala antincendio, non c’è la scala di sicurezza, ci sono le barriere che impediscono al disabile di salire e, soprattutto, nel contratto di locazione la sede non è aperta al pubblico. Come si fa a votare, a fare le riunioni, a fare il disciplinare, i revisori dei conti. Non dovremmo aprire la porta. Onde evitare che qualcuno ne risponda in altra sede nel corso della prima riunione ho disposto l’immediato trasferimento dell’Ordine. E voglio ricordare che l’Ordine è un Ente di diritto pubblico, ma nessuno si è accorto di nulla. Oppure ci sta qualcosa sotto?»

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#noninvano

GIANCARLO SIANI
“Potrai cadere anche infinite volte nel percorso della tua vita, ma se sei realmente libero nei pensieri, nel cuore e se possiedi l’animo del saggio, non cadrai mai in ginocchio, ma sempre in piedi!”.
#giancarlosiani

L’INTERVISTA – Le parole non servono più, ora c’è bisogno dei fatti.

Le parole non servono più, ora c’è bisogno dei fatti.

Intervista al giornalista Paolo De Chiara

24/07/2012, 08:00 A CURA DI GIULIA FARNETI 
Le parole non servono più, ora c'è bisogno dei  fatti. Intervista al giornalista Paolo De Chiara FORLI’, 24 LUGLIO 2012 – Paolo De Chiara, classe 1979, è un giornalista d’inchiesta. Profondamente convinto che il giornalismo sia una vera e propria missione e che abbia il dovere di informare i cittadini senza guardare in faccia a nessuno. La cultura della legalità deve essere diffusa per non lasciare solo chi fa onestamente il proprio dovere.Cosa significa oggi fare il giornalista d’inchiesta?Fare il proprio dovere. Informare i cittadini, i propri lettori senza guardare in faccia a nessuno. Questa dovrebbe essere la missione di ogni singolo giornalista. Riportare i fatti, senza ingannare nessuno. Un grande giornalista, Giuseppe D’Avanzo, amava dire: “Chi fa questo mestiere non può non aver nemici. Se non ne ha vuol dire che qualcosa non va …”. Concordo alla perfezione con queste parole. Il giornalista è una persona normale, ma deve avere la schiena dritta. Non ci si può occupare di questa professione solo per lo stipendio. Senza spina dorsale è più facile fare i passacarte o i trombettieri del potente di turno. Per il maestro del giornalismo italiano, Indro Montanelli: “il giornalista italiano ha sempre scritto per il signore, per il potere. Chi scrive per il lettore viene disprezzato”. Meglio essere disprezzati.

Come può essere tutelata la figura del giornalista di cronaca in questo scenario mediatico così incerto?

Nella mia Regione, il Molise, molti iscritti all’Ordine da anni chiedono alla politica una legge per l’editoria. Sapete come hanno risposto? Con una legge dal titolo: ‘Misure urgenti a sostegno degli editori molisani operanti nel settore della carta stampa’. Sono stati stanziati 300mila euro per accontentare gli editori locali. Per cosa? Per riportare meglio il volere e il messaggio del ‘signorotto’. Nella norma, approvata da fidati uomini politici, non si parla di lavoro nero (le redazioni sono piene di ragazzi sfruttati senza un contratto). Ma c’è un comma in cui al presidente della Regione, al Governatore del Molise, viene offerto il diritto di veto. In stile monarchia assoluta. È lui che decide, dal suo scranno, chi può prendere i soldi pubblici e chi no. Chi può fare informazione e chi non può farla. Ma non si risolvono così i problemi. La figura del giornalista si tutela premiando e pagando il suo lavoro. Il lavoro nero nelle redazioni non è un problema solo molisano, è nazionale. L’Ordine e il sindacato dei giornalisti devono impegnarsi per tutelare, sotto ogni profilo, il lavoro di ogni singolo cronista. È mai possibile che le vertenze, sempre in Molise, si perdano per strada? Chi vuol fare questo mestiere deve crederci. E fare questo mestiere significa studiare, leggere le carte, informarsi per informare. Lo scenario è incerto, ma offre più possibilità. Grazie alla ‘rete’, ai blog, ai social network ci sono maggiori scelte e maggiori strade. Che si legano bene alla libertà che ogni cronista deve avere per fare al meglio il proprio lavoro. Che non è un lavoro come gli altri. Il giornalista non ha orari, non è un impiegato che svolge il lavoro in ufficio dalle 8 alle 14. E poi, magari, deve aggiungere qualche rientro pomeridiano. Questo non è nemmeno un mestiere, ma una missione. Con un unico padrone: il lettore.

Ogni giorno molti giornalisti rischiano la loro incolumità nel quotidiano sforzo di trovare e raccontare la verità, spesso scomoda, in che modo dovrebbero essere tutelati?

Sono tanti i giornalisti che fanno bene il loro lavoro. E rischiano tantissimo per aver fatto il proprio dovere. Gli esempi sono tanti e questa cosa fa ben sperare. Purtroppo ‘chi fa il proprio dovere’ ha bisogno, in molti casi, della tutela. La collega Rosaria Capacchione è un esempio per tutti. Una donna coraggiosa, una brava giornalista costretta a vivere sotto scorta solo per aver raccontato fatti di camorra. Come Roberto Saviano. Molti sono anche morti. Uccisi per aver fatto il proprio dovere. Come Giancarlo Siani, il giornalista precario de Il Mattino ucciso a 26 anni dalla camorra. Siani faceva il suo mestiere e per questa ragione è stato ammazzato. Non è possibile che in questo Paese ‘chi fa il proprio dovere’ viene lasciato solo. È necessario tenere accesi i riflettori sulle persone, che in ogni settore, fanno bene il proprio lavoro. Raccontare la verità è un dovere per tutti coloro che amano questa professione. Non saranno le minacce, le intimidazioni a far perdere la dignità e la passione. Ma è doveroso affrontare questi temi con una cultura diversa. Nella famosa ‘Lettera a una professoressa’ don Milani scriveva: “ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Dobbiamo imparare ad essere tutti impegnati a risolvere i problemi degli altri. Che poi sono i problemi che toccano tutti noi. Solo in questo modo, con la solidarietà, è possibile cambiare una certa cultura. In un Paese normale e civile chi fa il proprio dovere non deve temere nulla.

Giuseppe Fava affermava: “Io ho un concetto etico del giornalismo. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, impone ai politici un buon governo. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, le sofferenze, le sopraffazioni, la corruzione e le violenze che non è mai stato capace di combattere”, cosa ne pensi a riguardo?

Sono completamente d’accordo. Giuseppe Fava è uno degli esempi di giornalismo che il ragazzo alle prime armi deve seguire. Per capire che significa la ricerca della verità. Per capire che significa fare questo mestiere con dignità. Il giornalista è il cane da guardia del potere, non il cane da compagnia o da riporto. Fatto nel migliore dei modi ‘impedisce corruzioni, frena la violenza e la criminalità, impone ai politici un buon governo. Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia siciliana perché raccontava i fatti, con queste poche, ma fondamentali, parole ha espresso un concetto fondamentale. Ha diviso in due la categoria: da una parte ha messo il vero giornalista (il giornalista-giornalista) e dall’altra ha descritto chi nella vita deve occuparsi di altro. Basta guardare alcuni telegiornali nazionali e leggere i quotidiani italiani. La descrizione fatta dal giornalista Fava è ben visibile. È riconoscibile da tutti. Senza nemmeno uno sforzo mentale, basta solo quello visivo. Nessuno impone di fare questo mestiere. Chi lo fa deve narrare, senza ingannare.

Sempre Fava affermava: “A cosa serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare?”, condividi?

Certo che condivido. Non ha senso vivere senza il coraggio di lottare. La mancanza di coraggio porta alla schiavitù. Prendiamo due esempi che non si legano al mondo del giornalismo. Due preti: don Peppe Diana e don Pino Puglisi. Entrambi uccisi a colpi di pistola. Il primo dalla camorra e il secondo da cosa nostra. Il loro coraggio, il loro esempio sono ancora vivi in molti di noi. Grazie alla loro opera quotidiana (soprattutto con i giovani e nelle scuole) molto è cambiato. Nella vita non ci si può rassegnare al potente, mafioso o politico che sia, alla convivenza con le organizzazioni malavitose. Loro lo temono il coraggio. Uccidono e fanno uccidere chi si ribella perché temono e hanno paura di questi comportamenti, che si possono diffondere nella società. Hanno una fottuta paura di perdere il consenso. E noi tutti dobbiamo diffondere il coraggio di lottare. Per fare in modo che il prezzo pagato da Fava, da Siani e da tantissime altre persone non resti solo un fatto di cronaca. Ma un esempio preciso da seguire.

Cos’è oggi la criminalità organizzata e perché, secondo te, è estesa ormai in tutto il Paese?

Quando parliamo di questi argomenti si immagina spesso il boss con la lupara e il fucile a canne mozze. Oggi non è più così. Le organizzazioni criminali provengono da quella cultura, ma hanno lasciato il fucile. Si sono mimetizzate. I mafiosi sono diventati imprenditori, professionisti. Sono ovunque, in tutte le realtà regionali italiane. I loro affari si sono spostati in tutto il mondo. Hanno un controllo totale del territorio e di molte Istituzioni. Sono nella politica e in tutti i luoghi dove possono gestire e fare business. Investono e fanno investire il denaro sporco. Sono le uniche, oggi, ad avere una grossa liquidità. Possono comprare tutto quello che vogliono. Si sono mescolati bene negli apparati pubblici e privati. E sono coperti dagli insospettabili, ma non solo. Per troppi anni, per tanti anni, hanno ricevuto la protezione anche dallo Stato. La famosa ‘trattativa’ ne è l’esempio.

Cosa vuol dire oggi resistere e combattere la mafia?

Non girare la testa dall’altra parte. Non delegare tutto alle forze dell’ordine e alla magistratura. Fare il proprio dovere non solo nel proprio lavoro, ma nella vita di tutti i giorni. Rispettare le regole. Solo in questo modo è possibile resistere, combattere e sperare in un futuro senza la presenza asfissiante delle organizzazioni criminali.

Riusciremo mai a sconfiggere la criminalità organizzata? Hai fiducia nell’Italia?

Giovanni Falcone, il magistrato ucciso il 23 maggio del 1992 dalla furia assassina di Cosa Nostra (ma anche da pezzi dello Stato) amava ripetere: “La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”. Dallo Stato questo fenomeno non è stato mai preso sul serio. Anzi, molti appartenenti allo Stato hanno preferito “convivere con la mafia”, prendere i voti. Utilizzare le mafie per scopi elettorali. Per sconfiggere le mafie bisogna sapere cosa è successo negli anni passati. Dopo trent’anni, ad esempio, ancora non si conoscono i mandanti degli omicidi Dalla Chiesa e Pio La Torre. Ancora sappiamo poco della prima strage di mafia, quella di Portella della Ginestra. Dopo vent’anni non sappiamo chi ha voluto la morte dei giudici Falcone e Borsellino. Sulla morte del magistrato ucciso il 19 luglio del 1992 in via d’Amelio si è registrato il più grande depistaggio della storia del Paese. Chi c’è dietro questo mistero? Chi ha rubato l’agenda rossa? Chi ha fatto uccidere Paolo Borsellino? Dopo venti anni ci siamo accorti che il processo Borsellino era una farsa. Chi ha mantenuto questi fili? Siamo un Paese con la memoria corta. Non abbiamo il coraggio della verità, che la gente pretende. Come pretende di sapere dagli uomini delle Istituzioni la verità. Oggi esiste una forte polemica intorno alle intercettazioni tra l’ex ministro Mancino (che non ricorda dell’incontro con Borsellino) e il presidente della Repubblica, Napolitano. Per rompere con il passato è necessario pubblicare quelle conversazioni, invece di attaccare i magistrati di Palermo. Invece di fare inutili proclami per la lotta alle mafie. Le parole non servono più, ora c’è bisogno di fatti concreti. Riporto ancora una frase di Giovanni Falcone:“gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Le mafie si possono e si debbono sconfiggere. Dipende da tutti noi.

Il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso in occasione dell’iniziativa “Repubblica delle idee”, organizzata dal quotidiano Repubblica a Bologna qualche settimana fa ha affermato che la lotta alla mafia non è un’utopia; con tenacia e determinazione si può sconfiggere, cosa ne pensi?

Non è affatto un’utopia. Grasso ha ragione, “con tenacia e determinazione si può sconfiggere”. Ma bisogna fare pulizia. Non si possono tollerare più certi atteggiamenti, certe parole. Non dimentichiamo che personaggi come Cosentino, Dell’Utri, Romano (e tanti altri) hanno rappresentato le Istituzioni. Ex ministri hanno invitato i cittadini a convivere con la mafia. Abbiamo un senatore a vita, Giulio Andreotti, che ha fatto la sua fortuna politica grazie alla mafia. E ci continua a rappresentare politicamente. Anzi, in molti programmi e su diversi giornali, si continua a scrivere che è stato assolto da quell’accusa infamante. Basta leggere la sentenza della Cassazione per capire di che stoffa è fatto Andreotti. Bisogna rompere tutti i rapporti dubbi, cacciare a pedate dalla politica tutti questi personaggi collusi (sbatterli in galera non sarebbe male). Bisogna puntare sulla cultura della legalità, partire dalle scuole per formare una nuova generazione. Perché con questi criminali non è possibile convivere, perché “la mafia (le mafie), come diceva Peppino Impastato, è (sono) una montagna di merda”.

 Giulia Farneti 

http://www.infooggi.it/articolo/le-parole-non-servono-piu-ora-ce-bisogno-dei-fatti-intervista-al-giornalista-paolo-de-chiara/29626/

Grazie di cuore alla collega Giulia e all’intera Redazione di InfoOggi.it per il loro impegno. Di questi argomenti bisogna parlarne sempre, come amava ripetere il magistrato Paolo Borsellino.  

Paolo De Chiara

L’INFORMAZIONE MALATA IN MOLISE

In corso una causa civile della Regione contro la Rai

L’INFORMAZIONE MALATA IN MOLISE

Una legge regionale finanzia soltanto alcuni editori. Ma i giornalisti stanno a guardare

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Per anni questa Regione non ha fatto il proprio dovere. Per troppi la classe dirigente di questa Regione non ha fatto il proprio dovere”. Queste le parole pronunciate nel 2009 a Campobasso dall’ex Presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia (oggi componente dell’Antimafia), riferendosi alle infiltrazioni malavitose in Molise e agli affari delle tre organizzazioni criminali (‘ndrangheta, camorra e sacra corona unita) presenti nella seconda Regione più piccola d’Italia. Il concetto può essere facilmente esteso anche all’informazione regionale. Per troppi anni in Molise si è preferito sostituire i fatti con le opinioni. Soprattutto quelle dei politici. Che riempiono quotidianamente quasi tutti gli organi di informazione. Legati, per diverse ragioni, alla politica. Nell’informazione molisana si registra un cortocircuito tra controllore e controllato. In questa Regione, oltre ai bavagli, agli auto-bavagli, alle censure e alle diffide, esistono troppi cani da compagnia o da riporto. In Molise gli scendiletto amano coltivare le amicizie con i politici. Invece di controllare. Di fare i cani da guardia del potere. Furio Colombo, tempo fa, scrisse sulle colonne de ’Il Fatto Quotidiano’: “Dobbiamo prendere atto dei fatti”. A Cassino si sta svolgendo una causa civile, intentata dalla Regione Molise, contro il servizio pubblico locale (Rai Molise). Scriveva lo scorso 14 dicembre il segretario nazionale della Federazione Nazionale della Stampa (FNSI), Franco Siddi: “oggi a Cassino c’è stata un’altra tappa di una causa assurda e temeraria”. Ma perché la Regione Molise ha chiesto 3 milioni di euro di risarcimento per presunti danni subiti in seguito alla pubblicazione di notizie ritenute diffamatorie? Perché ha ritenuto opportuno diffidare la Rai e altri organi di informazione, attraverso un avvocato (Francesco Fimmanò) pagato con i soldi pubblici, per evitare l’inserimento nella rassegna stampa di un quotidiano fallito? “Siamo a tre anni dall’apertura di questo procedimento – ha aggiunto Siddi – senza che l’ente regionale abbia potuto cavarne un ragno dal buco, e difficilmente potrebbe essere così perché si fonda su presupposti inesistenti. I colleghi hanno esercitato il diritto di cronaca, limitandosi a leggere i titoli dei quotidiani. Hanno rispettato il diritto dei cittadini ad essere informati”. Ecco cosa si può leggere nella diffida firmata da Fimmanò: “si diffidano le altre testate dal propagare, come sinora fatto, mediante la rassegna mattutina dei quotidiani o la riproduzione in siti di informazione via internet (e nei relativi archivi storici), le diffamazioni della Regione Molise, della sua Giunta Regionale e del suo Presidente (eletto per la terza volta, ndr) e dei suoi Assessori, pubblicate dal quotidiano Nuovo Molise”.Il Presidente dell’Associazione Stampa del Molise (ASM), Giuseppe Di Pietro, ha annunciato un esposto alla Corte dei Conti. Mentre mancano le risorse per assicurare sanità, trasporti, servizi essenziali – ha affermato – si spendono decine di migliaia di euro per una causa che peserà sulle tasche delle famiglie e contribuirà ad intasare la giustizia. Una domanda che porremo anche al consiglio regionale, appena eletto, e alla nuova giunta”. Alla domanda nessuno ancora ha risposto.In Molise, intorno a questa assurda vicenda si è registrato un assordante silenzio. E i giornalisti? Pochi contestano il modus operandi della politica. Troppi interessi legano molti iscritti all’Ordine con chi dovrebbe gestire nel migliore dei modi la cosa pubblica. Giuseppe D’Avanzo, giornalista di ’Repubblica’, amava dire: “Chi fa questo mestiere non può non aver nemici. Se non ne ha, vuol dire che qualcosa non va…”. E in questa piccola, ma sfortunata Regione, sono molte le cose che non vanno. Lo spot dell’’Isola Felice’ e del ’Modello Molise’ serve soltanto per continuare a mettere sotto il tappeto le tante questioni irrisolte. Si chiudono, da un giorno all’altro, trasmissioni di approfondimento? Pochi s’indignano. E l’Ordine dei Giornalisti? Sembra non esistere in Molise. Perché i giornalisti per lavorare devono raccogliere la pubblicità? Il dovere di ogni giornalista, con la schiena dritta, è raccontare quello che vede, che sente e che accade. E come si fa a raccontare i fatti se quasi tutto è controllato da chi finanzia quotidiani e televisioni private? Compresa la politica, che sottobanco (senza una legge regionale sull’editoria), elargisce somme di denaro per l’informazione.In Molise il problema della libera stampa, al contrario di come afferma qualcuno, non dipende da una legge regionale o da un centro-sinistra che non si è mai fatto un organo di informazione tutto suo. Dipende dalla libertà di ciascun operatore del settore. In questo mestiere non si possono accettare compromessi, di alcun tipo. Per la propria dignità e per il rispetto che si deve al lettore o al telespettatore. Che restano gli unici padroni. Come si può controllare la politica e, quindi, anche il centro-sinistra se un organo di informazione è editato da una parte politica? Sin dove arriva il controllo degli editori? Per molti deve esserci l’equilibrio (un’altra parola magica) tra la proprietà e il giornalista. Sono gli editori che dettano le regole? Chi deve decidere cosa si può dire e cosa non si può dire?Il consiglio regionale del Molise, il 12 ottobre del 2009, ha licenziato una legge dal titolo ’Misure urgenti a sostegno degli editori molisani operanti nel settore della carta stampata’. “In questa legge – scrive Riccardo Tamburro, all’epoca consigliere regionale di maggioranza – non si fa altro che rimborsare alcune spese agli editori e non c’è accenno neanche alla regolarità contributiva sui contratti di lavoro”. Il fedele consigliere regionale di maggioranza, che ha affermato “di aver votato a favore per spirito di servizio” e che non condivide “in pieno il testo” pone un problema molto serio. Ma perché misure urgenti? Per chi? Per cosa? La legge si disinteressa dei lavoratori non assunti, pagati in nero e resi schiavi dai propri editori. Ma cosa ancor più grave è che il provvedimento, finanziato con soldi pubblici (300mila euro), sembra disegnato apposta per alcuni giornali. Amici? Compiacenti? Complici? Si legge al comma 7 dell’articolo 2: “La cancellazione delle imprese dall’albo è parimenti disposta dal Presidente della Giunta regionale con decreto motivato”. Il potere di veto messo in mano al Presidente della Giunta Regionale è una vera arma di ricatto. Gli editori che beneficeranno di questi spiccioli si guarderanno bene dal criticare, dal prendere posizioni.Per il giornalista Marco Travaglio: “c’è chi nasconde i fatti perchè non li conosce, è ignorante, impreparato, sciatto e non ha voglia studiare, di informarsi, di aggiornarsi. C’è chi nasconde i fatti perchè ha paura delle querele, delle cause civili. C’è chi nasconde i fatti perchè altrimenti non lo invitano più in certi salotti, dove si incontrano sempre leader di destra e leader di sinistra, controllori e controllati, guardie e ladri, puttane e cardinali, principi e rivoluzionari, fascisti ed ex lottatori continui, dove tutti sono amici di tutti ed è meglio non scontentare nessuno. C’è chi nasconde i fatti perchè contraddicono la linea del giornale. C’è chi nasconde i fatti anche a se stesso perchè ha paura di dover cambiare opinione. C’è chi nasconde i fatti perchè così, poi, magari, ci scappa una consulenza col Governo o con la Rai o con la regione o con il comune o con la provincia o con la camera di commercio o con l’unione industriali o col sindacato o con la banca dietro l’angolo. C’è chi nasconde i fatti perchè è nato servo e, come diceva Victor Hugo, c’è gente che pagherebbe per vendersi”.

da lindro.it di giovedì 22 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/L-informazione-malata-in-Molise,5226#.TvSdijXojpk