’ABBIAMO BISOGNO DELL’ALTRA ITALIA’

Intervista al giornalista e scrittore Goffredo Palmerini

’ABBIAMO BISOGNO DELL’ALTRA ITALIA’

“Con gli immigrati di oggi abbiamo la memoria corta. Ora saremmo noi a dover chiedere un aiuto agli italiani all’estero”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“C’è sempre un grande interesse quando tornano nel loro Paese, per ricucire il legame con le loro radici. È molto diverso oggi, che esiste un sistema di informazione più largo, non come 50 anni fa. Le fonti di informazione erano molto meno diffuse, le condizioni culturali della nostra altra Italia, che era partita, che oggi assomma quasi sessanta milioni tra emigranti ed oriundi”.

L’altra Italia’ la chiama Goffredo Palmerini, gli italiani che vivono all’estero e che rientrano in ’questa Italia’ soprattutto durante il periodo estivo. Uno dei tanti appuntamenti dedicato a loro si svolge ogni anno in Calabria, a Francisa. In questo paese della provincia di Vibo Valentia i protagonisti sono gli emigrati, che per questioni di lavoro si sono trasferiti all’estero. Ma oltre alle tante feste di paese, distribuite in tutte le Regioni, cosa trovano? “Lo spirito è sempre lo stesso. Da quel che ho potuto ossevare, noto che quelli della prima generazione, ormai ridotti in pochi, hanno sempre avvertito un forte richiamo alle proprie radici, verso la terra che li aveva generati. Un forte desiderio di tornare, con aspetti legati alle tradizioni che avevano lasciato. La seconda generazione, i figli insomma, possiede un po’ una forma di distacco rispetto a questo tipo di atteggiamento. La terza invece generazione comincia a ricucire i legami molto di più rispetto alla precedente. Si chiude il cerchio tra i nonni e i nipoti, c’è uno spirito di scoperta. Sentono il desiderio di tornare sulle vie delle proprie radici, per conoscere l’Italia o la loro Regione di provenienza, anche per conoscerne aspetti culturali insoliti”.

Ma secondo Palmerini, giornalista e scrittore abruzzese molto conosciuto all’estero, c’è ancora molto da lavorare e da investire in questo settore anche per stimolare questo interesse favorevole a un turismo di ritorno.Se il nostro Paese fosse un poco più attento con l’altra Italia… la classe politica italiana è stata sempre di atteggiamento molto sufficiente e paternalistico nei confronti delle realtà fuori dai confini”.

Palmerini ha anche scritto un libro sul tema, (intitolato per l’appunto ‘L’Altra Italia’, One Groupe Edizioni). Una selezione di articoli pubblicati in Italia e all’estero, una raccolta di fatti e personaggi dedicata ai connazionali oltre confine. ’Sessanta milioni di storie’, di talenti e di esempi illustri, spesso poco conosciuti. “C’è una scarsissima conoscenza di quale sia oggi la realtà della nostra emigrazione. Si immagina che siano ancora quelli che sono partiti con la valigia di cartone e che magari nel frattempo hanno raggiunto la propria crescita economica. Non c’è quella voglia di investire davvero su quella che è la realtà attuale dell’emigrazione italiana. I nostri emigrati all’estero hanno fatto i loro progressi e le loro fortune, i figli hanno riempito le università, hanno dimostrato in quei Paesi di saper competere alla pari e non solo: molti di loro sono diventati cattedratici, stanno nei centri di ricerca e nei vari Parlamenti del mondo”.

In passato l’emigrazione italiana era accompagnata da molti pregiudizi.

Per superarli i nostri connazionali hanno dovuto fare tanti sacrifici, allontanare i sospetti e i vecchi modi di pensare. Hanno dimostrato laboriosità, il talento, l’ingegno e la determinazione, ma anche la capacità di comportarsi bene, anche meglio dei cittadini del luogo, rispettando le leggi. Parlo in generale, poi c’è sempre una tara da fare…

Non è una situazione tanto diversa da quella degli immigrati che vengono nel nostro Paese.

Certamente lo spirito di gran parte degli stranieri che arrivano nella nostra Italia è più o meno questo. Come sempre abbiamo memoria corta: se almeno una parte degli italiani ricordassero bene quello che è stato e quello che ha accompagnato l’esodo italiano verso tutti e cinque i continenti, probabilmente avrebbe un comportamento più attento nei confronti di chi viene da noi”.

Secondo lei quindi l’Italia non investe abbastanza in questo settore?

Oggi saremmo noi ad aver bisogno dei nostri italiani all’estero. Per le tante possibilità che potrebbero offrire al nostro Paese in un momento di difficoltà economica, con le opportunità che potrebbero crearsi se la migliore Italia ’dentro’ e la migliore Italia ’fuori’ collaborassero. Loro invece si aspettano quell’attenzione che non trovano: il fatto stesso che si voglia ridurre e riconsiderare la rappresentanza politica è molto indicativo su quale e quanta sia l’attenzione verso l’altra Italia. Quello sarebbe un bacino notevole di anche di promozione per i nostri commerci, costituirebbe un ritorno economico. Ho scoperto che alcune Regioni già intrattengono questo tipo di rapporti con l’estero e trovano dei riscontri assai positivi in diversi campi: il turismo, i nostri prodotti alimentari tipici e le altre eccellenze italiane. È un settore nel quale ci vorrebbe più umiltà da parte di chi dirige le sorti del Paese, dal Parlamento in giù.

Non bastano le feste estive organizzate in Italia?

Le feste sono importanti, accendono quel lumicino che serve. Questi fatti hanno una loroepisodicità, mentre dovrebbero avere continuità. Serve continuare ad avere un atteggiamento umile nell’approfondire la conoscenza di certe realtà e maturare le relazioni, superando il nostro difetto di conoscenza. Così da far conoscere le nostre comunità di italiani all’estero, i nostri ambasciatori nel mondo.

Quali sono le sensazioni degli emigrati che tornano a casa, nel loro Paese di origine?

Ritrovare un Paese che conoscono. Le sensazioni sono immutate rispetto alla parte emotiva-morale. Quello che osservano solitamente è questa stranezza, questa singolarità dell’Italia, specie per quanto riguarda la conduzione politica. All’estero loro hanno una conoscenza molto diversa delle democrazie, dove la politica è più semplice. Certi bizantinismi nostri, certi atteggiamenti che sono i vizi della nostra italietta, non li comprendono, per loro questo modo di fare è inconcepibile. Ecco l’esempio che potrebbero darci, forti di altre esperienze. Quando tornano qui hanno un primo impatto con una realtà democratica che non riescono a comprendere: ma c’è sempre cura e attenzione nel riscoprire il loro passato, le loro radici. All’estero vogliono conoscere le cose più segrete riguardo all’Italia, le cose più insolite. Quando la stampa italian riesce a riportare questi aspetti singolari, in loro si accendono molti interessi. Quando tornano nella loro Regione vogliono riscoprire i posti più belli e meno conosciuti.

da L’INDRO.IT di giovedì 23 Agosto 2012, ore 17:28

http://www.lindro.it/Abbiamo-bisogno-dell-Altra-Italia,10025#.UHRqo5gxooc

IUS SOLI, LA TOSCANA È PRONTA

Il Consiglio regionale pronto a promuovere verso i Presidenti di Camera e Senato

IUS SOLI, LA TOSCANA È PRONTA

Parla il docente Giovanni Serges: “Nel nostro Paese ci sono le condizioni perché questo sia un diritto riconosciuto”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Arretratezza della nostra legislazione“. Questi i termini utilizzati dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, riferendosi ai ‘nuovi’ diritti. Secondo l’ultimo rapportoCaritas/Migrantes: “al 31 dicembre del 2010, i residenti stranieri in Italia ammontavano a4milioni 570mila 317, con un incremento di oltre 335mila 258 rispetto all’anno precedente e rappresentando il 7,5 % della popolazione nazionale”.

Ed ecco il primo segnale. La Toscana è pronta all’introduzione dello ‘ius soli’, il principio che fa riferimento alla nascita sul territorio dello Stato e si contrappone, nel novero dei mezzi di acquisto del diritto di cittadinanza, allo ‘ius sanguinis’, imperniato invece sull’elemento della discendenza o della filiazione”.

Ad affermarlo una mozione della maggioranza, approvata dal Consiglio regionale. La mozione impegna la Giunta a “farsi promotore verso i Presidenti di Camera e Senato della volontà del Consiglio toscano, chiaramente espressa nello Statuto della Regione tanto nei principi generali che nelle finalità principali, ad una riforma delle norme sulla cittadinanza”. Quanto affermato dalla Toscana potrebbe creare un precedente a livello politico e legislativo? Il Paese è pronto ad accogliere i nuovi e necessari diritti? Lo abbiamo chiesto al docente di Istituzioni di Diritto Pubblico e Diritto Costituzionale Regionale, Giovanni Sergesdell’Università degli Studi Roma 3

Qual è il suo pensiero riguardo all’introduzione di questo principio?

E’ un principio adottato in molti Stati ed è un principio che naturalmente privilegia un profilo, cioè quello dell’essere nato in un certo luogo e quindi di ritenere per questa parte che si stabilisca tra il soggetto che nasce e il territorio un legame. Che non esiste quando ci si ispira invece al diverso principio dello ‘ius sanguinis’, il diritto di cittadinanza che spetta in ragione dell’essere figlio di cittadini di un certo Stato.

E’ giusto introdurre lo ‘ius soli’ nel nostro Paese?

Penso che nel nostro Paese ci siano le condizioni perché questo sia un diritto riconosciuto. Anche lo stesso Capo dello Stato si era espresso perché le forze politiche esaminasseroquesto profilo. Da noi in realtà è avvenuto nel 2009 un certo collegamento, ma molto complicato, che si è ottenuto modificando la legge sulla cittadinanza italiana del 1992. Si è concessa la possibilità al coniuge di un cittadino italiano di acquistare la cittadinanza quando risieda legalmente nel territorio dopo due anni, oppure dopo tre anni dal matrimonio. Ma siamo lontani dallo ‘ius soli’. La nostra legislazione è stata fino ad oggi improntata decisamente al profilo dello ‘ius sanguinis’.

Esiste la cultura nel nostro Paese per l’introduzione di questo nuovo principio?

Per molti versi si, forse non è diffusissima, forse c’è il timore di un’apertura indiscriminata. Il problema riguarda il profilo dell’immigrazione regolamentata. Anche il soggetto che nasca da clandestini finirebbe per acquistare la cittadinanza italiana. Ma non si può discriminare il figlio in ragione del fatto che i genitori siano o meno clandestini. E’ un problema da esaminare con attenzione. Si potrebbe pensare a una legislazione che lo introduca gradualmente, ma penso che sia arrivato il momento di saltare la vecchia concezione che è stata recepita nella legislazione del 1992.

Napolitano, in materia di nuovi diritti, ha parlato di “arretratezza della nostra legislazione”. Lei è d’accordo?

Ci sono diritti che hanno cominciato ad affacciarsi: naturalmente il diritto deve trovare un riconoscimento. Credo che in alcuni settori sensibili la legislazione italiana sia abbastanza arretrata.

Perché?

Non si è avuto il coraggio, parlo di questi temi sensibili. Sono temi complessi che, però, andrebbero affrontati non con un ostracismo: per esempio il problema del matrimonio degli omosessuali o del riconoscimento di una forma d’unione. Su questo c’è un dibattito che si è fermato, che si è bloccato. Ad esempio il problema del diritto alle dichiarazioni di fine vita: su questa tematica sensibile dove si intrecciano esigenze che vengono dalla società laica, ma anche timori, indicazioni e valori che hanno a che vedere con sentimenti religiosi di varia natura. E’ chiaro che si dovrebbe trovare un punto di equilibrio, lo Stato laico dovrebbe trovare un punto di equilibrio senza un condizionamento troppo forte, da profili di carattere religioso.

Ma l’iniziativa della Toscana potrebbe creare un precedente per il resto del Paese?

E’ certamente una cosa importante. Questa mozione un certo movimento lo produce. Ma è un solo consiglio regionale, se fossero più consigli a muoversi in questa stessa direzione la loro azione potrebbe rivelarsi molto più utile. La nostra Costituzione assegna ai consigli regionali la possibilità di formulare un disegno di legge statale, da depositare presso le Camere. Forse la Regione interessata, in questo caso la Toscana, ma anche le altre Regioni che si volessero in qualche modo adeguare potrebbero pensare a presentare unitariamente, con lo stesso testo, un disegno di legge, anziché limitarsi ad una mozione. L’iniziativa legislativa regionale è stranamente, nel nostro sistema, poco considerata dalle Regioni. Forse potrebbero far valere il loro rilievo presentando un disegno di legge.

L’Indro.it di venerdì 20 Aprile 2012, ore 17:45

http://www.lindro.it/Ius-soli-la-Toscana-e-pronta,8051#.T6UjF-g9X3Q

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