CORRUZIONE E BUROCRAZIA: I DUE MALI DELL’ITALIA.

A Torino la grande manifestazione dei cittadini e degli imprenditori italiani

CORRUZIONE E BUROCRAZIA: I DUE MALI DELL’ITALIA

Le tangenti danneggiano economicamente l’intero Paese. Ma la politica non riesce ad approvare una dura legge per contrastare il fenomeno
di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“E’ ora di dire basta”. Questo è l’urlo che proviene da Torino, dalla manifestazione nazionale organizzata da ICR (Imprese che resistono), dove si è registrata la presenza di imprenditori, dipendenti e cittadini. “Siamo stufi di un’Italia che non cresce, nessun aiuto alle medie e piccole imprese e una pressione fiscale del 68%, ci stanno uccidendo. Non ce la facciamo più. Basta con le ingiustizie di Equitalia”. 

Tutti uniti per resistere alla crisi, alla pressione fiscale eccessiva, alla inutile e dannosa burocrazia e alla politica fallimentare di questi ultimi anni. L’eccessiva burocrazia, che in molti casi spalanca la strada alla corruzione, sta mettendo seriamente in difficoltà gli imprenditori italiani. Che non sentono l’appoggio del Governo, quello dei tecnici. Anzi, si sentono soli, accerchiati da un Paese pieno di corrotti e corruttori. Si sentono abbandonati.Continuano ad ascoltare slogan vuoti, di una politica inesistente. Che rincorre il consenso, ma che non pensa alle problematiche di chi, quotidianamente, lotta per la sopravvivenza.

I dati sulla corruzione sono drammatici. Oltre ai tanti politici e manager indagati, imputati e colti con le mani nella marmellata, la corruzione danneggia economicamente l’intero Paese.Anche e soprattutto per gli investimenti stranieri. È lo stesso capo del Governo Monti a illustrare il suo pensiero su questo tema: “Ho chiesto all’emiro del Qatar quale fattore in passato avesse scoraggiato più di tutti gli investimenti in Italia e la risposta è stata: in primo luogo la corruzione”.

Era l’aprile scorso. Oggi la situazione sembra essere peggiorata. “Il diffondersi delle pratiche corruttive mina la fiducia dei mercati e delle imprese, scoraggia gli investimenti dall’estero, determina quindi, tra i suoi molteplici effetti, una perdita di competitività del Paese. È per queste ragioni che la lotta alla corruzione è stata assunta come una priorità del governo”ha scritto lo stesso Monti nell’introduzione al Rapporto sulla corruzione presentata dal ministro della Giustizia Paola Severino. Parole, per ora, rimaste solo sulla carta. La corruzione costa all’Italia, secondo il libro bianco preparato dal Governo, 60 miliardi di euro all’anno. Una cifra spaventosa. 

Ma la cifra potrebbe arrivare a circa 100 miliardi, data la diffusa pratica di gonfiare i costi delle grandi opere pubbliche anche del 40%, l’azione della burocrazia che rallenta tutto e la riluttanza delle vittime a denunciare gli atti di corruzione. La grande burocrazia esistente è il miglior terreno per tangenti e azioni illegali”. Ecco perché la corruzione e l’asfissiante burocrazia vanno sottobraccio. Secondo l’organizzazione Transparency International, solo la Bulgaria, la Grecia e la Romania sono davanti all’Italia. 

Se poi si aggiunge che l’Italia non è in grado, per la presenza in Parlamento di politici condannati, imputati e indagati, di dotarsi di una legge seria sulla corruzione, il quadro, soprattutto per chi vuole continuare a fare impresa in questo Paese, è drammatico. È molto interessante l’analisi tracciata dal professore universitario Franco Amisano, dell’Università del Piemonte Orientale. Per lo studioso il problema della corruzione ha caratterizzato la società a vari livelli in tutti i paesi ed in ogni periodo storico. “La corruzione si verifica qualora le persone preposte a determinati incarichi si avvalgono della propria posizione per procurarsi vantaggi di natura personale, non necessariamente consistenti in compensi monetari”.

La fotografia di quello che sta accadendo in questi ultimi anni in Italia. Ma quali sono le possibili forme di corruzione? “Quella amministrativa è di particolare interesse. L’attività amministrativa consiste in larga parte nel compimento di atti compiuti a vantaggio di singoli o di collettività, anche quando non si tratta di un’allocazione di beni e servizi in senso materiale. I funzionari pubblici preposti a tali compiti si trovano perciò in una posizione di potere nei confronti degli aspiranti beneficiari”.

Secondo il dossier presentato da Libera contro le Mafie, Legambiente e Avviso Pubblico dal titolo “Corruzione, la tassa occulta che impoverisce ed inquina il Paese” sono state chieste tangenti al 12 per cento degli italiani. Una vera e propria zavorra per l’economia, che non si riesce ad eliminare. Un fenomeno drammatico che avvantaggia l’ecomafia e la massiccia presenza delle organizzazioni criminali, sparse e operative sull’intero territorio nazionale.Che va ad aumentare quella pericolosa zona grigia, composta da politici, amministratori e dirigenti corrotti e collusi con il sistema criminale.

Sono chiare le parole di Riccardo Rastrelli, il titolare della ditta Sert srl di Leinì, che esprime la sua opinione sulla sua esperienza, denunciando la presenza della ‘ndrangheta nel suo Comune. “Non mi stupisce – scrive su un blog – che anche a Caselle vi siano le stesse infiltrazioni mafiose presenti a Leinì, e ho la piena convinzione che siano anche ad altissimo livello politico locale, e non è un caso che stia lottando caparbiamente da due anni contro leistituzioni deviate presenti sul nostro territorio, per difendere i miei diritti, volontariamente calpestati da questi fenomeni da circo”.

Rastrelli non ha paura di illustrare la sua opinione su questi temi“Le infiltrazioni mafiose sono presenti a tutti i livelli dei partiti politici, indipendentemente dallo schieramento, non esiste più destra o sinistra, ma solo la visione miope di fare business in fretta ed a qualunque costo, non vi è il minimo rispetto del territorio, e nemmeno dei diritti dei cittadini, ed i dannicagionati da questi lanzichenecchi tra poco la collettività dovrà pagarli con gli interessi. Secondo me siamo ancora in tempo a recuperare la situazione, ma occorre agire subito, e da cosa ho potuto vedere nel mio comune di Leinì, pur sapendo da anni, quasi tutti i cittadini che dietro il sindaco c’era qualcosa di strano, (ovviamente nessuno immaginava questi intrecci con la ‘ndrangheta) non vi è stata un’indignazione popolare per far dimettere la giunta, ed a mio avviso l’indifferenza e la non indignazione sono i limiti principali per riuscire a cambiare gli eventi”.

Il Paese è pieno di uomini e donne come Rastrelli, di cittadini coraggiosi che si oppongono al malaffare. Da Torino è partito il primo forte appello. Non è più possibile andare avanti, per i cittadini e per gli imprenditori, in queste condizioni. In un articolo sulla corruzione in Grecia il ’Deutsche Wirtschafts Nachrichten’ ha affermato che la corruzione “persiste se non è rimossa la struttura burocratica”. In Italia, sino ad oggi, non si è riusciti a rendere meno feroce la burocrazia e nemmeno si è stati in grado di approvare leggi severe contro questo fenomeno. In questo momento di forte crisi, creata dalla finanza, chi è che paga i danni?  I cittadini onesti e gli imprenditori. Quelli che ci credono e fanno al meglio il loro mestiere. 

da L’INDRO.IT di mercoledì 24 Ottobre 2012, ore 19:30

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LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Tutti pazzi per il modello danese: ma come funziona?

LAVORO, C’È DEL BUONO IN DANIMARCA?

Flexsicurity e il ’triangolo d’oro’ tra imprenditori, lavoratori e sindacati

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Scambio di informazioni”, “riforma strutturale”, “l’Italia guarda con interesse alle esperienze danesi nel mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali”. Ecco le parole chiave dell’incontro tra il presidente del consiglio Mario Monti e il primo ministro danese Helle Thorning Schmidt.

L’incontro tra i rappresentanti dei due Governi si è avuto a Palazzo Chigi. A Monti piace il modello danese. Lo ha ribadito e, probabilmente, attenderà la chiusura dei lavori per la finanziaria (che di ’equo’, per adesso, ha ben poco) per accelerare sul mercato del lavoro. Un settore da ristrutturare, magari guardando con un occhio di riguardo ai lavoratori. Anche per evitare di contribuire a rendere ancora più difficile i rapporti con i sindacati, già imbufaliti per la manovra economica illustrata dal governo tecnico. Con le lacrime della ministra Elsa Fornero e con il sangue di chi chiede vera equità sociale.

Il modello danese sembra piacere un pò a tutti. Ad esempio all’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton che, ultimamente, ha dichiarato di essersi ispirato “per le scelte di politica sociale” all’apprezzato modello danese. Dominique de Villepin (Ministro francese) ha studiato i segreti dello stato sociale del sistema danese. Tutti sembrano innamorati di questo modello. Ma cos’è il sistema danese? Tutto ruota intorno alla parola chiave: ’flexsecurity’. La flessibilità economica unita alla sicurezza sociale. Prendere come punto di riferimento il modello danese vuol dire toccare l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (cosa mai riuscita al Governo Berlusconi), rendere i licenziamenti più facili e offrire più ammortizzatori sociali.

In Danimarca gli imprenditori hanno la massima libertà di licenziare con un preavviso di soli cinque giorni. Il lavoratore licenziato percepisce un assegno da parte dello Stato pari all’80-90% del suo stipendio per quattro anni. Un impiego dura in media quattro anni e ogni danese cambia almeno cinque volte datore di lavoro nel corso della sua vita. E i punti deboli? Rifiutare una proposta di lavoro comporta la sospensione del sussidio. Un serio problema per i lavoratori, costretti anche ad accettare un lavoro al di sotto delle loro competenze per evitare di restare disoccupati e senza soldi. Problemi esistono anche per gliimmigrati. La maggior parte è tagliata fuori dal sistema degli ammortizzatori sociali. Chi non ha mai avuto un impiego e chi non ha un titolo di studio si trova fuori dal mercato dellavoro.

Ma un simile modello può funzionare in un contesto come quello italiano? La popolazione danese è pari a 5,5 milioni di abitanti e il governo danese può contare su un prelievo fiscale tra i più alti al mondo. Senza problemi di bilancio. E in Italia problemi seri ci sono sia per il prelievo fiscale (con un’evasione pari a 150miliardi di euro) che per il bilancio statale. Perennemente in rosso. Per non parlare della differenza di popolazione tra l’Italia e la Danimarca. Anche i rapporti tra gli imprenditori e i sindacati sono diversi. Molti parlano di una ’economia negoziata’, con una concertazione che va avanti da oltre un secolo. Nel BelPaese accade il contrario. La vicenda Fiat (come per la disdetta dei contratti) ne è l’esempio più evidente.

I danesi chiamano il loro modello di organizzazione del mercato del lavoro ’golden triangle’ (triangolo d’oro), perché è composto dallo Stato, dai sindacati e dai datori di lavoro. Ed è veramente un modello funzionante”. Queste le parole utilizzate, qualche anno fa, da Cesare Damiano, responsabile Lavoro dell’allora Ds. Per Damiano: “l’entrata e l’uscita dal mondo del lavoro non è un problema perché esiste una forte protezione sociale. Mentre da noi la discontinuità del lavoro è portatrice di malessere e insicurezza, qui la mobilità nel mercato (che investe circa 800mila persone sul totale di 4 milioni di lavoratori) non fa paura, perché l’accesso a un altro impiego è garantito, anche grazie al ruolo attivo del sindacato nella gestione del sistema di orientamento e formazione. In Danimarca, la metà dei disoccupati trova un posto di lavoro in meno di un anno”.

Dello stesso avviso anche Tiziano Treu, ex Ministro del Lavoro. “L’idea che avevamo quando abbiamo scritto la riforma del collocamento l’avevamo presa proprio in Danimarca: servizi per l’impiego basati su un sistema tripartito, che intercettassero i disoccupati e li accompagnassero, con un percorso personalizzato, a un nuovo lavoro e che fossero basati suun ’patto di fiducia’ tra sindacati, impresa e cittadini”.

Sembra, quindi, un buon esempio da seguire, una “buona pratica” da applicare. Mavarrebbe anche nel nostro Paese? Questo aspetto lo spiega il professor Bruno Amoroso, dell’Università di Roskilde: “il modello danese del mercato del lavoro è un sistema integrato in un sistema di relazioni sociali le cui componenti di welfare sono rappresentate dall’insieme costituito dalle politiche del lavoro, istruzione, sanità, servizi sociali, cultura, infrastrutture, ecc. Questo insieme di strutture del welfare è fortemente intrecciato con il sistema dei costi sociali così come il sistema della produzione lo è con il sistema sociale nel suo complesso. Esiste una sorta di simbiosi, diversamente dal sistema italiano cha ha visto l’organizzazione della società e delle sue istituzioni (anche sindacali) costruite intorno alla centralità del sistema industriale, a scapito dell’agricoltura e dei suoi spazi, e lasciando la piccola impresa a elemento residuale e spontaneo. Per queste ragioni i sistemi di relazioni sociali e del mercato del lavoro che come la flexsecurity presuppongo la centralità dell’impresa sul sistema sociale, e sostituiscono alla cittadinanza sociale, i profitti e l’efficienza produttiva, introducono elementi ancora estranei a queste culture”.

Per il giuslavorista Pietro Ichino: “hanno da guadagnare le nuove generazioni, nessuno sarà inamovibile. Il modello danese comporta che una persona che perde il posto di lavoro riceva il 90% dell’ultima retribuzione nel primo anno che poi scala all’80, 70 e 60% nei tre anni successivi. Proprio il costo elevato di questo sostegno al reddito costituisce l’incentivo per l’impresa a far funzionare molto bene i meccanismi di ricollocazione e riqualificazione del lavoratore, perché questo è l’incentivo che funziona in Danimarca”.

Abbiamo sentito anche il professore di Politica Economica, Nicola Acocella, dell’Università La Sapienza di Roma: “In Italia il sistema danese può essere applicato, ma da solo non risolve i nostri problemi e non può essere l’elemento principale. Con questo sistema è il lavoratore che deve darsi da fare”. Però esistono molte differenze con il nostro Paese. Sarà possibile superarle? “Noi spendiamo un sacco di soldi per le casse integrazioni. Con i soldi risparmiati potremo finanziare il nuovo sistema, una volta che andrà a regime. Tra molti anni”. Eppure, lo si è detto, in Danimarca i rapporti tra i sindacati e gli imprenditori sono diversi. “Possiamo utilizzare la concertazione per un nuovo patto sociale, per raggiungere un obiettivo fondamentale: la produttività. Bisogna però vedere il contorno, come verrà applicato questo nuovo modello per il nostro Paese. Che induce, certe volte, a sprecare il talento dei lavoratori qualificati”. Ma abbiamo la mentalità giusta? “Oltre a una mentalità giusta ci vuole un cambio della classe dirigente. Senza questi due elementi nulla può essere applicato in Italia”.

da lindro.it di martedì 13 Dicembre 2011

http://www.lindro.it/Lavoro-c-e-del-buono-in-Danimarca,5009#.TvRtSTXojpk

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