IL VELENO DEL MOLISE con gli #studenti 

manifesto studenti Isernia, 17 febbraio 2018

 

IL VELENO DEL MOLISE con gli #studenti di #Isernia.
17 febbraio 2018
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IL VELENO DEL MOLISE a LARINO

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IL VELENO DEL MOLISE a LARINO, 9 febbraio 2018 

#ilvelenodelmolise (foto Travaglini Massimiliano).

Inquinamento e traffici, scatta l’allarme.

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Dopo anni di silenzio è ritornato alla ribalta il ‘terreno a riposo’

 

VENAFRO. “Situazione di allarme sociale creatasi nella collettività di Venafro e nei comuni limitrofi, che potrebbe anche degenerare in turbative dell’ordine pubblico”. La dichiarazione è del Prefetto di Isernia, Fernando Guida, rilasciata qualche giorno fa e riferita alla situazione ambientale del territorio venafrano. Dove la diossina è stata trovata nel latte materno e nella carne macellata. In quel territorio si sono raggruppate delle mamme in Associazione, per tenere alta l’attenzione. Hanno denunciato, continuano a farlo. Ma pure le Mamme si continuano a scontrare contro un muro di gomma.

Nemmeno loro trovano risposte, nessuno risponde. Di tanto in tanto si accende una fiammella e poi tutto torna nell’oscurità. In un assordante silenzio. Nell’attesa della nuova fiammella. “Come mai è uscita fuori questa cosa quando, praticamente, io sono stato obbligato a mettere tutto a posto, nonostante non fosse dipeso da me. Il problema è risolto, mi è costato un sacco di soldi. C’è stata la conferenza di servizi. Hanno chiuso tutto, tutto sta a posto. Perché lei vuole rimettere tutto in discussione? Sono stato preso per fesso, ci soffro di questo, che non mi sia accorto che queste persone mi hanno turlupinato”.

Si sente imbrogliato Ernesto Nola, il proprietario del famigerato ‘terreno a riposo’. L’appezzamento agricolo, che si trova in località masseria Lucenteforte, nella Bonifica di Venafro. Un terreno che non trova pace, di tanto in tanto, sbuca fuori come un fungo, velenoso. Le dichiarazioni di Nola risalgono alla fine del 2013. Quattro anni fa. Poi di nuovo il silenzio, il lungo silenzio. Cosa è stato fatto in questi anni? Niente. Perché nessuno ha creato un dibattito intorno alle dichiarazioni del cugino di Nola, Vittorio Nola, già presidente del Consorzio di Bonifica, “I controlli in questa Regione non funzionano. È un fatto acclarato”. Ma, in tutti questi anni, nessuno ha chiesto nulla a Vittorio Nola. Silenzio, tutti muti. Ultimamente però il fungo è tornato in superficie. Ed è ripartita nuovamente la giostra. Analisi, nuove dichiarazioni, nuovi incontri.

Nel 2003, dieci anni prima delle dichiarazioni di Nola, a Sesto Campano viene tratto in arresto un certo Antonio Caturano, per trasporto di rifiuti tossici spacciati per fertilizzanti, destinati alla concimazione dei terreni agricoli. “È stato messo tutto a posto – diceva Nola nel 2013 – erano delle buche scavate, poi sono state riempite sotto la direzione dell’Arpa. Un problema risolto da tempo”.

Ma il problema non è stato mai risolto. “Tutta una cosa che è stata risolta e che è stata messa a posto”. Nulla è stato messo a posto! Nemmeno la bonifica è stata fatta. Nell’agosto del 2007 il geologo di Isernia, Vito La Banca (incaricato dalla ditta Rasmiper nel 2001, consulente di Nola nel 2005), comunica la fine dei lavori e il ripristino ambientale. Nel 2013 dichiara: “I lavori di bonifica sono stati fatti in due puntate, più che una bonifica una pulitura. Solo superficiale. Il materiale presente sul terreno. Poi è calato il silenzio su questa storia”.


IL VELENO DEL MOLISE solo frase

 “La terra nera e fumante”

“È una storia uscita fuori dopo tanto tempo. Ne ho sempre parlato, nessuno mi ha creduto”, questa è la voce di un testimone, “mio padre all’epoca fece anche delle fotografie, ero piccolo. Ricordo i camion che andavano a scaricare, passavano sulla strada. Portavano una terra nera e fumante, ancora bollente. Scaricavano in continuazione, mi ricordo tutto. Stiamo parlando di un terreno avvelenato, speravo che questa storia uscisse fuori. Doveva uscire prima, molto prima”. Ma cosa è successo su questo “terreno a riposo”? Nel 1995 compare un certo Antonio Moscardino. Il 2 febbraio Nola, il proprietario e Moscardino, con la sua ditta Rasmiper, siglano un accordo. Nola autorizza l’impresa di Moscardino ad eseguire il recupero ambientale del fondo e Moscardino si impegna a eseguire i lavori secondo la vigente normativa. Ma chi è Antonio Moscardino? Il suo nome compare nell’Operazione Mosca, l’inchiesta della Procura di Larino sullo smaltimento illecito di 120 tonnellate di rifiuti speciali. Secondo i magistrati è il trait d’union, l’intermediario tra le aziende del Nord e i personaggi corrotti del posto. A Vinchiaturo nel 2002 “creava le condizioni di concreto pericolo di inquinamento delle acque e del suolo, pericolo poi concretamente attualizzato a seguito di un incendio del materiale”. C’è un operaio della Fonderghisa, un’azienda posseduta da un componente della famiglia Ragosta, che parla di Moscardino come di una persona poco affidabile e lo collega proprio al “terreno” a riposo. Cosa è stato nascosto sotto quel terreno? Molti testimoni parlano di rifiuti, degli scarti industriali della Fonderghisa. Questa azienda, insieme alla Rer, venne acquistata da personaggi legati alla camorra napoletana. In un’operazione, denominata “Campania Felix” (pubblicheremo il rapporto nei prossimi giorni), i carabinieri accendono, finalmente, i riflettori sugli affari sporchi realizzati nel Nucleo Industriale di Venafro. Nella Fonderghisa, ad esempio, sono stati sciolti i carri armati, proveniente dalla ex Jugloslavia, pieni di uranio impoverito.

Pecore sul 'terreno a riposo'
Pecore sul ‘terreno a riposo’

Ipotetico traffico di rifiuti

“In merito all’ipotetico traffico di rifiuti da Pozzili a Sesto Campano – ha spiegato durante una conferenza stampa il prefetto Guida – sono stati fatti dei primi accertamenti da parte dell’Arpa Molise. Siccome le forze di polizia non erano del tutto convinte degli esiti, è stato effettuato un incidente probatorio in base al quale gli ulteriori accertamenti sono stati già da tempo affidati a un laboratorio esterno. E tra non molto si conosceranno i primi esiti di queste analisi. C’è il sospetto che ci sia stato un impiego delle polveri che provenivano dall’inceneritore di Pozzilli per la fabbricazione di cemento”. Ma cosa significa che “le forze di polizia non erano del tutto convinte degli esiti”? Non si fidano dell’Arpa Molise? In questo caso a cosa servirebbe questo Ente di controllo? A queste domande risponderemo nei prossimi giorni. Per ora focalizziamo la nostra attenzione sugli “ipotetici traffici di rifiuti”. E nel Paese senza memoria è importante leggere le carte. “Vero e proprio cimitero dei veleni, creato in oltre trent’anni di sversamenti abusivi”, un cimitero che si estende “in un quadrilatero compreso tra la statale Bifernina, la Trignina, le province di Isernia e Campobasso. Il nome di questa ditta (Caturano, ndr) è stato fatto dal pentito Raffaele Piccolo, braccio destro e cassiere del gruppo Schiavone fino al 2009, a proposito di un elenco d’imprese prestanome o socie in affari del clan. Anche Emilio Caterino, collaboratore di giustizia del clan Bidognetti, cita la ditta Caturano”, interrogazione parlamentare del novembre 2010. “Nel comprensorio di Sesto Campano e nelle vicinanze del cementificio tempo fa è stato fermato ed arrestato, con un carico di sostanze tossiche e radioattive, tale Antonio Caturano di Maddaloni (Caserta)”, interrogazione del 2004. E conclude il prefetto di Isernia: “a seguito dei controlli fatti nel 2016 e nel 2017 sono stati individuati anche dei camion che trasportavano rifiuti e che appartenevano a ditte collegate alla criminalità organizzata. Quindi si ravvisa l’ipotesi, piuttosto preoccupante, di vero e proprio traffico illecito di rifiuti che potrebbe far capo alla criminalità organizzata”.

 

CRIMINOLOGIA CRIMINALISTICA E GIORNALISMO INVESTIGATIVO.

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“INTRODUZIONE al GIORNALISMO INVESTIGATIVO e METODOLOGIA” 

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Campobasso, 2 dicembre 2017 
Corso di alta formazione 

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da Ultimavoce.it – Intervista A Paolo De Chiara – Il Coraggio Di Scrivere La Verità

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Paolo de Chiara: “Una sana informazione, quella che racconta i fatti, è fondamentale per un Paese civile. È il sale della democrazia.”

 

Paolo de Chiara è uno scrittore che non si tira certo indietro quando si tratta di dire la verità. Infatti, le sue opere: Il Coraggio di dire NoIl veleno del Molise e Testimoni di Giustizia, affrontano tre temi complessi di cui l’autore parla con estrema chiarezza. Paolo de Chiara è giornalista e collaboratore con diversi giornali on-line, tra cui Resto al Sud, Caporedattore presso La Voce Nuova del Molise, ideatore e conduttore della trasmissione di approfondimento Diritto di Cronaca, vincitore del Premio Giornalistico Nazionale ‘Ilaria RAMBALDI 2014’.

In tutti i libri di Paolo de Chiara si percepisce il grande desiderio di raccontare, come un obiettivo primario. Da dove nasce questa vocazione?

Solo passione per questo bellissimo mestieraccio. Informare semplicemente i lettori, i cittadini, senza alcun filtro, senza padroni e con la schiena dritta. Il sapere è il primo passo per cambiare e, quindi, solo attraverso la conoscenza è possibile prendere coscienza ed affrontare le tante problematiche che coinvolgono la nostra esistenza quotidiana. Una sana informazione, quella che racconta i fatti, è fondamentale per un Paese civile. È il sale della democrazia. Ecco perché il potere tende a mettere le mani sul sistema dell’informazione. Ecco perché la funzione del giornalista, come quella dello scrittore, è necessaria. Per controllare e non essere controllati dal potere. Per fare i “cani da guardia” e non gli scendiletto di qualcuno. Nella mia Regione, in Molise, il primo problema – tra i tanti – da risolvere è proprio quello dell’informazione. Una piccola Regione dove è quasi tutto controllato dal potente, o meglio dai potenti, di turno. L’informazione è debole, i cittadini non sono adeguatamente informati e il “signorotto di turno” può fare, e fa, ciò che vuole. Abbiamo un consigliere regionale, eletto da diverse legislature, per due anni e mezzo – addirittura – presidente del consiglio regionale, che negli anni ’80 faceva tutt’altro mestiere: era impiegato nella polizia penitenziaria. È stato arrestato e condannato, in via definitiva, per aver portato in carcere, dove era detenuto Raffaele Cutolo (il capo indiscusso della NCO), delle armi. Ha beneficiato della riabilitazione – una stortura per la democrazia – e, il galeotto, ha fatto carriera. In politica, gestendo il futuro dei molisani. Non c’è un dibattito nella mia Regione, questo perché la maggior parte degli organi di informazione non fanno il proprio dovere. E questo è solo un piccolo esempio.

Lea Garofolo, il Coraggio di dire NO,  è la storia drammatica di una giovane donna calabrese che ha avuto il coraggio di sfidare l‘ndrangheta, e che ora è diventato anche un film. Nata in una famiglia mafiosa, ha visto morire la sua famiglia ed i suoi amici, sterminati da uomini senza cuore. Parlare e raccontare queste verità, secondo te, possono aiutare a cambiare il futuro e combattere questa prepotenza criminale?

Lo diceva Paolo Borsellino, il magistrato ucciso (insieme agli uomini della sua scorta) dalla mafia e da pezzi dello Stato: “parlatene sempre”, in ogni luogo. Il nostro dovere – e riguarda tutti – è informare, raccontare e, possibilmente, delegittimare questi schifosi criminali attraverso la parola. Ma anche utilizzando la cultura. Perché il problema è anche culturale. “Per combattere la mafia – scriveva Rita Atria, la picciridda di Paolo Borsellino – bisogna prima farsi un auto esame di coscienza e poi sconfiggere la mafia che è dentro di noi”. Il futuro lo si cambia tutti insieme, rispettando semplicemente le regole. Gli eroi non esistono, non servono. Sventurato è quel Paese che ha bisogno di eroi. Servono persone perbene, con le mani pulite. Continuiamo a commemorare, giustamente, ma ci dimentichiamo delle persone vive che vengono abbandonate al proprio destino. Le persone che oggi ricordiamo sono morte, ammazzate, perché noi ci siamo distratti. È successo ieri, con Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Chinnici, Puglisi, Pasolini, De Mauro, Rostagno e tantissimi altri, e continua a succedere oggi. Cosa è cambiato? Le persone che lottano sul fronte restano isolate. E ancora non riusciamo ad aprire la cassaforte dei misteri sui fatti sconvolgenti di ieri.

Il libro Testimoni di Giustizia di Paolo de Chiara, scritto con grande trasparenza, è composto da diversi episodi di persone che in qualche modo sono state testimoni e/o vittime di crimini mafiosi, e che sono ben diversi dei collaboratori di giustizia. Puoi spiegarci la differenza tra collaboratori e testimoni di giustizia?

Sono due figure completamente diverse. Qualcuno ancora tende a confonderle – la convenienza è evidente -, ma è necessario differenziare. I collaboratori di giustizia, i cosiddetti “pentiti”, sono personaggi che facevano parte di un’organizzazione criminale e, per motivi opportunistici, decidono di “saltare il fosso”, di passare dalla parte dello Stato. Loro sono necessari per permettere agli inquirenti di entrare all’interno di queste schifose mafie per disarticolarle. Ci sono stati degli esempi destabilizzanti, come il sedicente “pentito” Scarantino, imbeccato dalle “menti raffinatissime” per raccontare una storia completamente sballata, inventata a tavolino, sulla strage di via d’Amelio. Un depistaggio di Stato, uno dei tanti. E per tanti anni siamo stati presi per il culo da un sistema che da sempre governa le nostre vite. I testimoni di giustizia, invece, sono tutta un’altra cosa. Sono cittadini onesti che hanno fatto il loro dovere. Hanno visto, hanno sentito, hanno toccato con mano, hanno subito l’arroganza criminale delle mafie e hanno denunciato i loro aguzzini. Si sono opposti al metodo mafioso, fatto di estorsioni, minacce, violenza e sangue. Loro non provengono dalle organizzazioni criminali, loro hanno subito. Loro sono necessari per credere nella legalità, quella vera, che è diversa da quella utilizzata per fare carriera. Hanno fatto condannare tanti mafiosi. Però lo Stato (quello con la ‘s’ minuscola, rappresentato da personaggi indegni), con alcuni di loro non si è comportato in maniera degna. Molti lamentano, ancora oggi, l’abbandono, l’insensibilità, la freddezza, il menefreghismo di funzionari inutili e dannosi. Proprio la settimana scorsa sono stati arrestati degli appartenenti alle forze di polizia, accusati di aver sottratto ingenti somme di denaro destinati ai collaboratori e ai testimoni. E non è l’unico ammanco. Esiste una legge, la n. 45 del 2001, che disciplina queste due figure. Per i testimoni c’è solo il titolo e qualche articolo. La relazione di Angela Napoli del 2008 parla chiaro. In questo Paese i testimoni sono trattati come un peso e non come una risorsa. Oggi esiste qualche provvedimento per migliorare la loro condizione, ma è tutto bloccato. Non esiste la volontà politica. Molti testimoni sono stati abbandonati dallo Stato e uccisi dalle mafie. Non c’è riconoscenza verso chi cerca di fare il proprio dovere, nel Paese impregnato dalle schifose mafie.        

Raccontaci quali difficoltà hai dovuto affrontare per scrivere questo libro e qual è stato l’episodio che più ti ha coinvolto?

È necessario cambiare inquadratura. Le difficoltà non sono di chi racconta, ma di chi subisce. Ho iniziato ad approfondire le storie dei testimoni di giustizia dopo aver conosciuto la drammatica esistenza di Lea Garofalo, la fimmina calabrese che ha sentito il puzzo della ‘ndrangheta (l’organizzazione criminale più potente nel mondo) sin dalla culla: padre mafioso, fratello mafioso, «famiglia» mafiosa. Ha visto scorrere il sangue, è cresciuta in una cultura mafiosa, ma si è ribellata. Come Peppino Impastato, come Rita Atria, come tanti altri. Da sola e con una figlia piccola, più coraggiosa della madre, ha sconfitto un intero clan, ha salvato sua figlia Denise e ha fatto capire a tutti noi che è possibile contrastare questi ominicchi del disonore. E Lea è una testimone di giustizia, anche se molti continuano a definirla “pentita”.

Ti occupi di diversi eventi letterari e manifestazioni, soprattutto nelle scuole superiori. Com’è il riscontro dei ragazzi a queste storie e cosa si può fare per raccontare loro il pericolo delle mafie?

La cosa più bella è confrontarsi con i ragazzi, anche delle superiori. Loro hanno la voglia di apprendere, hanno la forza di combattere. Sono pronti ad affrontare e risolvere i problemi che abbiamo lasciato e che non abbiamo mai risolto. I loro occhi parlano, sono vivi, come le loro menti. I ragazzi sono diversi dagli adulti, bisogna puntare sulle “giovani generazioni” per distruggere e annientare questa maledetta mentalità mafiosa. Ma non dobbiamo lasciarli soli, ognuno deve fare la sua parte. Fino in fondo, costi quel che costi. Come diceva qualcuno.   

Quali sono le regole fondamentali per essere un bravo giornalista e un buon scrittore?

Per esprimersi non esistono regole. Ognuno ha le sue, l’importante è non prendersi gioco della verità dei fatti. Non bisogna stravolgere la realtà, questa potrebbe essere una buona regola.

Ogni scrittore ha un sogno nel cassetto, il tuo qual è?

Allora la domanda non è rivolta a me (ride). Io sono solo un giornalista di provincia.

 

http://www.ultimavoce.it/paolo-de-chiara-testimoni-di-giustizia/

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’Tesseramenti? Meglio l’equilibrio politico’

La testimonianza del Senatore del Pdl Zanettin

’Tesseramenti? Meglio l’equilibrio politico’

Il segretario della Lega di Milano “non usiamo metodi democristiani”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

I dati sulla campagna di adesione del Popolo della Libertà sono entusiasmanti. Oltre un milione di tesserati è un grande successo di popolo…”, “Il risultato del tesseramento del Pdl, con oltre un milione di iscritti, è semplicemente straordinario”, “La grande partecipazione avuta con il tesseramento del Pdl testimonia l’ottimo lavoro svolto in questi pochi mesi dal segretario Alfano insieme a tutto il gruppo dirigente del partito”. Ecco, in ordine di intervento, alcuni commenti di Giorgia Meloni (ex Ministro della Gioventù), Maurizio Lupi (deputato) e Raffaele Fitto (ex Ministro per i rapporti con le Regioni) sul tesseramento del Pdl. Dopo il facile entusiasmo per le vagonate di tessere, sono arrivati gli scandali e le inchieste. La procura di Vicenza ha aperto un’indagine su un giro di tessere fasulle del Pdl. Ma lo scandalo delle tessere fasulle non è scoppiato solo nel Nord Italia.

E’ l’ex Ministro della Cultura, Giancarlo Galan (PdL) ad affermare su ’La Stampa’:Non prendiamoci in giro: a che cosa serve la tessera? Gestire le tessere serve per gestire il potere, a tutti i livelli. Arriva uno con cento tessere, tratta e porta a casa un posto nella municipalizzata”.

A Bari sono state trovate 139 tessere intestate a persone domiciliate tutte nello stesso indirizzo (in un sottoscala), a Vicenza risultano iscritti al Pdl tutti i soci di un’associazione venatoria, migliaia di tessere sono false o riportano i dati di persone che non hanno mai fatto parte del partito. In molti casi risultano militanti della Lega Nord. Il caso Campania è il più fantasioso. Per trasportare le 120mila tessere a Roma, i dirigenti del Pdl hanno dovuto utilizzare un pulmino, mentre parte degli iscritti di Modena (240 tessere) risultano residenti in provincia di Caserta. In provincia di Salerno (25mila tessere sottoscritte) sono stati tesserati anche i minorenni, a loro insaputa. I pm stanno anche passando sotto la lente i 4500 tesseramenti fatti nel territorio tra Scafati, Nocera Inferiore e Pagani, territorio sotto l’influenza del clan camorristico D’Auria-Frezza-Petrosino. Per adesso gli indagati sono una decina.

Questi sono alcuni esempi del ’successo’ e dell’’entusiasmo’ per la campagna tesseramenti, in vista dei congressi. Ma la questione non riguarda solo il Pdl. Ci sono altri esempi negativi. Scrive il giornale ’La Sicilia’: “Il tesseramento – secondo Ribilotta, vicesindaco di Piazza Armerina ed esponente del Pd in Sicilia – è stato commissariato perché l’ultimo giorno utile Ferrara (il segretario, ndr) si è presentato con un pacchetto di circa 200 tessere. Ferrara ha aspettato l’ultimo giorno, si è informato su quante tessere avevamo noi e ne ha portato un numero maggiore senza presentare neanche un elenco dettagliato dei tesserati”.

La questione dei tesseramenti investe molti partiti ed è una pratica vecchia. Nel 2008 si poteva leggere sulla ’Gazzetta del Mezzogiorno’: “Sono state recapitate nei giorni scorsi ad ignari sottoscrittori una serie di tessere di iscrizione al partito politico dell’Udc, con tanto di lettera di benvenuto nel partito a firma del dirigente organizzativo nazionale. Tessere che gli interessati, per lo più giovani, a quanto pare non hanno mai richiesto, non avendo mai firmato alcuna adesione al partito né tantomeno versato la relativa quota prevista”. È troppo importante, per alcuni iscritti, avere un ’pacchetto’ di voti per ’contare di più’ durante i congressi e per puntare a gestire una macchina di consensi come un partito politico.

Ma come funziona? Dove si fa il tesseramento? In teoria ogni cittadino (interessato) dovrebbe recarsi nella sede del partito (con un documento d’identità) per compilare un modulo, firmarlo e farsi consegnare la tessera. Si versa la quota che, a seconda dei partiti, parte da 10 euro per arrivare ad un contributo volontario. È possibile farlo anche su internet, compilando i vari campi richiesti per essere poi ricontattati dalla ’struttura territoriale competente’. Le tessere vengono utilizzate per individuare il segretario, il gruppo dirigente e per costituire le correnti interne. Chi ha il controllo delle tessere comanda e gestisce. Dal Nord al Sud del Paese continuano ad emergere forti anomalie.

Per il segretario provinciale della Lega a Milano, Igor Iezzi: queste cose succedono quando la gente pesa in base al numero delle tessere. Nella Lega non succede perché noi abbiamo due tipi di tessera: quella del sostenitore e quella del militante. Il sostenitore per diventare militante deve farsi un anno di movimento. Abbiamo una sorta di selezione interna. Per intenderci, l’infiltrato della camorra se vuole contare qualcosa in Lega deve diventare militante e per un anno, teoricamente, deve frequentare la sezione della lega, mettere fuori i volantini, i manifesti. Le cose son due: il camorrista si rompe i coglioni di dar via per un anno i volantini della Lega o gli altri militanti della Lega si accorgono che è un camorrista. Noi abbiamo questo sistema che impedisce di fare dei tesserati in stile democrazia cristiana, come fanno gli altri partiti”.

Abbiamo sentito anche il Senatore del PdL Pierantonio Zanettin, vice-coordinatore del PdL a Vicenza, dove è scoppiato uno degli scandali delle tessere fasulle: “come sempre ci sono due gruppi, io faccio parte e rappresento il gruppo che non ha fatto queste cose e che ritiene di essere stato danneggiato da chi ha fatto queste cose”.

Ma che ha fatto l’altro gruppo?

Abbiamo scoperto un aumento straordinario di tesserati. Da 2500 tesserati del 2010, ci siamo ritrovati con 16 mila tesserati nel 2011. Ma questo ci può stare nel momento in cui c’è una stagione congressuale. La cosa che ci ha imbarazzato fortemente è che è stato verificato che circa metà di queste tessere erano incomplete, non erano state accompagnate da fotocopia del documento d’identità. Abbiamo scoperto che migliaia delle persone che erano in queste condizioni non erano consapevoli di essere iscritte al partito, molte erano iscritte ad altri partiti e molte erano nostre amiche che avevano sempre rifiutato di iscriversi. Questo ci ha creato un grossissimo imbarazzo.

E il gruppo ’delle tessere fasulle’ che fine ha fatto?

Sono quelli che comandano. La responsabilità politica, l’ho detto al congresso, riteniamo tutti essere dell’onorevole Sergio Perlato. Abbiamo fatto un accordo in base al quale lui faceva il coordinatore provinciale e io facevo il vice. E con questo si ritiene la situazione chiusa.

Chi ha preso questa decisione?

Il partito nazionale ha suggerito ai contendenti di trovare un accordo politico che è stato trovato. Il coordinamento cittadino è spettato alla mia componente. C’è stato un equilibrio politico.

A parte gli equilibri, Lei come giudica questo modo di fare politica?

Lo critico, perché credo che ci sono altri modi per fare il tesseramento.

Lei, quindi, pensa che una situazione del genere si possa sanare con un compromesso politico?

Prima di questo accordo politico avevo suggerito un commissariamento (come avvenuto a Modena, ndr), un rinvio del congresso, una bonifica dei tesseramenti per ripartire tra qualche mese. Il sistema nazionale ha preferito raggiungere un equilibrio politico.

A chi si riferisce quando dice ’il sistema nazionale’?

Verdini, La Russa, Lupi e i collaboratori del segretario Alfano.

da L’Indro.it di martedì 21 Febbraio 2012, ore 19:36

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