Lea Garofalo, lo stato minuscolo e la ‘ndrangheta. da infooggi.it

Lea Garofalo, lo stato minuscolo e la ‘ndrangheta.

Intervista a Paolo De Chiara

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la 'ndrangheta
IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta

REGGIO CALABRIA, 8 APRILE 2013 – Se c’è qualcuno che sa di cosa sta parlando questo è Paolo De Chiara. Quello che abbiamo ricevuto in risposta alle nostre domande è il “filo di Arianna” nell’intricato labirinto della realtà della ‘ndrangheta. Le parole di De Chiara scorrono come l’acqua di un torrente, tortuoso per la complessità e l’ampiezza dell’argomento, ma veloce per la profonda conoscenza che il giornalista ha dell’argomento e la chiarezza con la quale ci parla che permette a noi di districarci nel groviglio della criminalità organizzata.

Chi è Lea Garofalo?

Una donna e una madre coraggio, che ha avuto la forza di dire no. Non ha voltato la testa dall’altra parte e non ha subito la prepotenza di questi vigliacchi. Una ‘fimmina’ che si è ribellata con tutte le sue forze. Lea Garofalo è nata in una famiglia di ‘ndrangheta, ha sentito il puzzo della mafia sin dalla culla. Ha visto morire suo padre Antonio (boss di Pagliarelle, una frazione di Petilia Policastro, in provincia di Crotone), suo fratello Floriano, detto Fifì (il contabile della cosca dei petilini a Milano), i suoi cugini, i suoi amici. Come tante donne calabresi ha subito la violenza brutale della mafia. Ha denunciato quello che ha visto, quello che ha sentito. Ha raccontato la ’ndrangheta che uccide, che fa affari, che fa schifo! Ed è stata lasciata sola, anche dallo Stato (con la ‘s’ minuscola). A tredici anni incontra Carlo Cosco, ma l’unione tra i due non è ben vista in famiglia. Scappa, fa la fuitina: “se n’è scappata nel novembre del 1990 insieme a quel bastardo”. Con queste parole la madre di Lea, la signora Santina (scomparsa nel novembre scorso) spiega la scelta fatta dalla figlia. Partorisce sua figlia Denise all’età di diciassette anni e mezzo. I Cosco, gli appartenenti del clan ‘ndranghetista dei Cosco, utilizzeranno Lea Garofalo per la loro scalata all’interno della struttura criminale.

Cos’è, per te, la ‘ndrangheta?

È l’organizzazione criminale più potente e più feroce. La sua testa, il bastone del comando, è in Calabria ma i suoi tentacoli sono presenti in tutte le Regioni italiane, in Europa e nel resto del Mondo. Una potenza criminale mondiale, senza scrupoli. Uso le parole del collega Enrico Fierro, giornalista de Il Fatto Quotidiano e autore della prefazione del libro dedicato a Lea: “La ’ndrangheta ha mutato pelle mille volte nel corso della sua storia, e lo ha fatto ogni volta che cambiava il Paese. I suoi boss sono stati pastori e uomini di campagna, ma anche imprenditori edili quando sulla Calabria e sull’Italia sono piovuti i soldi del boom economico, sono stati carcerieri quando la paura rendeva florida l’industria dei sequestri, sono diventati narcotrafficanti e broker mondiali della droga quando i “siciliani” non avevano più soldi e forza da investire, e prima di tutti hanno capito che la nuova frontiera del vizio era la polvere bianca. La cocaina. Hanno giocato e giocano con la politica e con lo Stato, quello palese e quello che vive nell’ombra, ma sempre alla pari. Da potenza a potenza. Un dato, però, è sempre fisso nelle sue mutazioni: la violenza. L’uso della forza per imporre potere e mantenere potenza. La ferocia per lanciare messaggi: qui dominiamo noi, i padroni della vita e della morte”.

Perché Lea era una donna diversa dalle altre?

In Calabria tantissime donne sono state assassinate e suicidate. È doveroso ricordare la storia di Annunziata Pesce, di Maria Teresa Cacciolla, di Santa Boccafusca e di Annunziata Giacobbe. Donne che hanno messo in difficoltà l’organizzazione con la loro forza. Le ‘fimmine’ sono la chiave giusta per entrare in questo mondo chiuso, fatto di legami familiari. Per capire i meccanismi e per dare il colpo finale. Le mafie, sino ad oggi, hanno ucciso più di 150 donne. L’elenco completo e dettagliato è stato raccolto dall’importante associazione antimafia daSud nel ‘dossier Sdisonorate’. Ci sono anche donne che nella ‘ndrangheta hanno un ruolo importante. Per non allontanarci dalla storia della Garofalo è importante citare Renata Plado, moglie di Giuseppe Cosco (detto ‘Smith’, fratello di Carlo Cosco, il mandante dell’omicidio). È il gip di Milano, Giuseppe Gennari, che la descrive con queste parole: “Quello che colpisce della donna è il suo grado di consapevole partecipazione ai delitti del marito, la sua autonomia, la cattiveria esibita nelle conversazioni scambiate con le altre donne del gruppo”. Lea Garofalo è diversa. È nata in un ambiente criminale (dove la nonna, durante la lunga faida, le diceva che ‘il sangue si lava con il sangue’), ma non ha mai commesso reati in vita sua. È stata definita erroneamente una collaboratrice di giustizia. Era una testimone di giustizia. È stata uccisa perché si è ribellata alla cultura mafiosa, che non perdona il tradimento. Il 24 novembre del 2009 è stata rapita a Milano per ordine del suo ex compagno Carlo Cosco (condannato, in primo grado, all’ergastolo, insieme ad altri cinque scagnozzi del clan), dopo il fallito tentativo di sequestro a Campobasso (5 maggio 2009). Lea voleva cambiare vita insieme a sua figlia Denise. Per il futuro della figlia si è messa contro il convivente, i parenti, il fratello Floriano. Pretendeva una nuova vita: senza minacce, senza intimidazioni, senza aggressioni. Non c’è stato il tempo. La sua forza è passata alla figlia Denise. Una giovane coraggiosa, oggi sotto protezione per aver accusato il padre, gli zii, l’ex fidanzatino per l’uccisione della madre. Non possiamo dimenticarci di Denise, non si può ripetere il grave errore commesso con Lea.

Per quali motivi Lea ha deciso di rivolgersi allo Stato?

Per il futuro di sua figlia decide di lasciare il suo convivente, il padre di Denise. La sua decisione non viene accettata dai criminali. Per la loro mentalità una donna non può abbandonare il suo uomo. Lea, definita una donna ribelle da sua madre e da sua sorella, decide di portare con sé anche sua figlia Denise. Uno schiaffo in pieno viso per Carlo Cosco. Ma la semplice ‘rottura’ con il Cosco non basta. Le intimidazioni, le minacce, le percosse fanno scattare in lei una molla. Decide di entrare nel programma di protezione. Parla, racconta, spiega. Per diversi giorni non smette di verbalizzare quello che sa, quello che ha visto, quello che ha sentito. Parla degli affari dei Cosco, dello stretto legame tra i petilini “milanesi” e la cosca madre in Calabria, del traffico di droga, degli omicidi. Entra nel programma di protezione nel luglio del 2002. Ci rimane sino all’aprile del 2009. Sette anni di vita solitaria e blindata. Un vero e proprio inferno per le due donne. A un certo punto, in Molise, vengono cacciate dal programma. Dopo un ricorso al Tar (perso) e al Consiglio di Stato (vinto) rientrano nel programma. Per poco tempo. È cambiato poco per Lea. Dalle sue dichiarazioni non si aprirà nessun processo. È stanca e delusa anche della protezione offerta dallo Stato.

Ritieni che lo Stato abbia fatto il suo dovere sino in fondo?

Lo Stato con Lea Garofalo non ha fatto il suo dovere. Come non sta facendo il suo dovere con i testimoni di giustizia. Questa è una pagina vergognosa per il nostro Paese. Per Angela Napoli, ex onorevole ed ex componente della commissione parlamentare antimafia (non candidata dal suo ex partito, Fli, perché accusata di occuparsi troppo di legalità in Calabria): “Purtroppo non è successo nulla, come non sta succedendo nulla nei confronti dei testimoni di giustizia, nei confronti della garanzia che sarebbe loro dovuta in termini di sicurezza”. La Napoli e il senatore Giuseppe Lumia sono stati gli unici due parlamentari che nel 2010 hanno presentato due interrogazioni e un’interpellanza parlamentare. Ad oggi, ancora nessuno ha avuto la forza e il coraggio di rispondere. “Purtroppo non è successo nulla, c’è stata la morte di Lea Garofalo, a questa morte credo che vadano anche aggiunte e attenzionate le morti per suicidio di altre due donne testimoni di giustizia calabresi (Maria Concetta Cacciolla e Santa Boccafusca). Ad un certo punto, queste due donne sono state costrette a ingoiare acido muriatico. Questo è veramente grave. Lo Stato dovrebbe modificare la normativa attuale e comunque garantire la massima sicurezza a quelle persone che si spingono, che si espongono per denunciare realmente la situazione. È chiaro che le organizzazioni criminali, la ’ndrangheta ma non solo, non dimenticano e non perdonano”. Anche Lumia è stato molto chiaro: “Lo Stato deve avere umiltà e chiedere scusa e poi nello stesso tempo deve recuperare l’autorevolezza di uno Stato democratico. Di quello Stato che anche quando fa errori si dà da fare, opera e agisce in modo intelligente ed efficace. In questo caso, dando la possibilità a Denise di rifarsi una vita nel pieno della sua libertà e inserita nel mondo del lavoro”. È la stessa Garofalo, nel suo memoriale del 28 aprile 2009 indirizzato al Capo dello Stato, a scrivere: “chi le scrive è una giovane madre, disperata allo stremo delle sue forze, psichiche e mentali in quanto quotidianamente torturata da anni dall’assoluta mancanza di adeguata tutela da parte di taluni liberi professionisti, quali il mio attuale legale che si dice disponibile a tutelarmi e di fatto non risponde neanche alle mie telefonate. […]. Oggi mi ritrovo, assieme a mia figlia, isolata da tutto e da tutti, ho perso tutto, la mia famiglia, ho perso il mio lavoro (anche se precario) ho perso la casa, ho perso i miei innumerevoli amici, ho perso ogni aspettativa di futuro, ma questo lo avevo messo in conto, sapevo a cosa andavo incontro facendo una scelta simile. Quello che non avevo messo in conto e che assolutamente immaginavo, e non solo perché sono una povera ignorante con a malapena un attestato di licenza media inferiore, ma perché pensavo sinceramente che denunciare fosse l’unico modo per porre fine agli innumerevoli soprusi e probabilmente a far tornare sui propri passi qualche povero disgraziato. Sinceramente, non so neanche da dove mi viene questo spirito, o forse sì, visti i tristi precedenti di cause perse ingiustamente da parte dei miei familiari onestissimi! Gente che si è venduta pure la casa dove abitava per pagare gli avvocati e soprattutto, per perseguire un’idea di giustizia che non c’è mai stata, anzi tutt’altro! Oggi e dopo tutti i precedenti, mi chiedo ancora come ho potuto anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia, soprattutto dopo precedenti disastrosi come quelli vissuti in prima persona dai miei familiari. […]. La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte! Inaspettata, indegna e inesorabile […]”.

Cosa insegna la storia di Lea Garofalo?

Che è possibile immaginare un futuro diverso. Lea da sola, senza l’aiuto di nessuno, è riuscita a sconfiggere un intero clan di ‘ndrangheta. In primo grado, lo scorso 30 marzo 2012, sono stati condannati all’ergastolo dalla I Corte d’Assise di Milano (presieduta da Anna Introini, pm Marcello Tatangelo) Carlo, Giuseppe e Vito Cosco, Rosario Curcio, Carmine Venturino (l’ex fidanzatino di Denise, oggi collaboratore di giustizia) e Massimo Sabatino (il falso tecnico della lavatrice, l’esecutore materiale del tentativo di sequestro a Campobasso). Il prossimo 9 aprile a Milano inizierà il secondo grado. Le donne solo l’arma giusta per scardinare questa mentalità, ma tocca a tutti noi fare il nostro dovere. Quotidianamente e senza alcun calcolo personalistico. È arrivato il momento di distruggerli. E l’esempio di Lea, l’intransigenza di questa donna, ci indica la giusta strada da percorrere.

Qual è lo scopo di questo libro che hai scritto?

Raccontare, attraverso le carte processuali e le testimonianze, una storia dimenticata da tutti, anche dagli organi di informazione. Una storia drammatica che deve essere conosciuta, soprattutto dalle giovani generazioni. Deve entrare nelle scuole e nelle famiglie. Soprattutto per evitare i gravi errori commessi con Lea Garofalo e con molti testimoni di giustizia. Una donna che ha lottato sino alla fine per la sua dignità e per il futuro di sua figlia.

Perché al Nord è sempre stata sottovalutata la presenza della criminalità organizzata? Sottovalutata, non percepita o insabbiata?

Al Nord per troppi anni è stata sottovalutata la presenza delle organizzazioni criminali. Presenti da tantissimi anni con i loro sporchi affari che puzzano di sangue. Addirittura un ex Ministro della Repubblica (oggi sGovernatore della Lombardia) pretese una puntata riparatrice sul servizio pubblico (nel programma di Saviano e Fazio) per correggere la denuncia dello scrittore napoletano e per dire che le mafie al Nord non esistono e che nella Lega non si sono mai registrati collegamenti, soprattutto, con la ‘ndrangheta. Le balle pronunciate dall’ex (finalmente) Ministro sono state sbugiardate attraverso arresti e inchieste della magistratura. Per non parlare delle inchieste giornalistiche di tantissimi colleghi. La situazione è chiara a tutti. Queste organizzazioni criminali, composte da vigliacchi e assassini senza scrupoli (professionisti in giacca e cravatta con diverse lauree e allenati alla criminalità), sono presenti dove c’è il business. Milano viene definita la capitale del Nord della ‘ndrangheta. La situazione è stata sottovalutata da tutti. Fino a pochi anni fa la ‘ndrangheta non è stata considerata come le altre mafie (cosa nostra e camorra). Era considerata una organizzazione stracciona, rozza, arcaica. Gli assassini ci sono ancora, quelli che sparano, che uccidono. Al Nord la ‘ndrangheta è formata da imprenditori, laureati, professionisti. È inserita nell’economia legale. Ci si è resi conto troppo tardi del pericolo. È dell’altro giorno l’appello di Roberto Alfonso, capo della Dda dell’Emilia Romagna: “la mafia è radicata, serve il coraggio di denunciare”. Ora non si può più far finta di non vedere e di non sentire. Lo stesso gip del Tribunale di Milano, Giuseppe Gennari, su Il Fatto Quotidiano ha parlato di “controllo reale del territorio” e di un’organizzazione, riferendosi alla presenza della ‘ndrangheta in Lombardia, “capace di aprire un dialogo con il mondo dell’economia e delle imprese”. Bisogna tenere gli occhi aperti e denunciare.

Quali sono i motivi per cui ritieni sia fondamentale parlare di mafia e antimafia con i giovani?

Secondo Giovanni Falcone, un grande magistrato, ucciso nella strage mafiosa di Capaci nel 1992: “la mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle Istituzioni”. Per un altro grande magistrato, Paolo Borsellino, amico fraterno di Falcone e ammazzato, non solo dalla mafia, in via D’Amelio nello stesso anno: “la lotta alla mafia dev’essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”. Ecco perché è fondamentale parlarne sempre, soprattutto nelle scuole, tra i giovani. La cultura della legalità è un’arma potente per contrastare e mettere in difficoltà le mafie e la cultura mafiosa. È l’unica arma di riscatto. I giovani devono conoscere il loro passato, devono poter ragionare con la propria testa e capire dov’è e qual è il male. Per combatterlo. Ma devono avere anche buoni esempi. I cattivi esempi, provenienti soprattutto dalla politica (personaggi legati alle organizzazioni criminali che hanno occupato le Istituzioni), non aiutano le ‘giovani generazioni’. La trattativa Stato-mafia, con i rinvii a giudizio di mafiosi, rappresentanti delle Istituzioni e delle forze dell’ordine, è uno schiaffo alla legalità e ai tanti personaggi che hanno perso la vita per le loro giuste idee. Il conflitto di attribuzione sollevato dal Capo dello Stato, gli attacchi continui alla Procura di Palermo, le minacce di morte ai magistrati creano un clima che ci riporta agli anni delle stragi. La situazione è molto delicata per il nostro Paese, il rischio è elevatissimo. Perciò è necessario parlare di mafie e di cultura della legalità.

Giulia Farneti e Alessandro Bertolucci

 

da infooggi.it 

L’INTERVISTA – Le parole non servono più, ora c’è bisogno dei fatti.

Le parole non servono più, ora c’è bisogno dei fatti.

Intervista al giornalista Paolo De Chiara

24/07/2012, 08:00 A CURA DI GIULIA FARNETI 
Le parole non servono più, ora c'è bisogno dei  fatti. Intervista al giornalista Paolo De Chiara FORLI’, 24 LUGLIO 2012 – Paolo De Chiara, classe 1979, è un giornalista d’inchiesta. Profondamente convinto che il giornalismo sia una vera e propria missione e che abbia il dovere di informare i cittadini senza guardare in faccia a nessuno. La cultura della legalità deve essere diffusa per non lasciare solo chi fa onestamente il proprio dovere.Cosa significa oggi fare il giornalista d’inchiesta?Fare il proprio dovere. Informare i cittadini, i propri lettori senza guardare in faccia a nessuno. Questa dovrebbe essere la missione di ogni singolo giornalista. Riportare i fatti, senza ingannare nessuno. Un grande giornalista, Giuseppe D’Avanzo, amava dire: “Chi fa questo mestiere non può non aver nemici. Se non ne ha vuol dire che qualcosa non va …”. Concordo alla perfezione con queste parole. Il giornalista è una persona normale, ma deve avere la schiena dritta. Non ci si può occupare di questa professione solo per lo stipendio. Senza spina dorsale è più facile fare i passacarte o i trombettieri del potente di turno. Per il maestro del giornalismo italiano, Indro Montanelli: “il giornalista italiano ha sempre scritto per il signore, per il potere. Chi scrive per il lettore viene disprezzato”. Meglio essere disprezzati.

Come può essere tutelata la figura del giornalista di cronaca in questo scenario mediatico così incerto?

Nella mia Regione, il Molise, molti iscritti all’Ordine da anni chiedono alla politica una legge per l’editoria. Sapete come hanno risposto? Con una legge dal titolo: ‘Misure urgenti a sostegno degli editori molisani operanti nel settore della carta stampa’. Sono stati stanziati 300mila euro per accontentare gli editori locali. Per cosa? Per riportare meglio il volere e il messaggio del ‘signorotto’. Nella norma, approvata da fidati uomini politici, non si parla di lavoro nero (le redazioni sono piene di ragazzi sfruttati senza un contratto). Ma c’è un comma in cui al presidente della Regione, al Governatore del Molise, viene offerto il diritto di veto. In stile monarchia assoluta. È lui che decide, dal suo scranno, chi può prendere i soldi pubblici e chi no. Chi può fare informazione e chi non può farla. Ma non si risolvono così i problemi. La figura del giornalista si tutela premiando e pagando il suo lavoro. Il lavoro nero nelle redazioni non è un problema solo molisano, è nazionale. L’Ordine e il sindacato dei giornalisti devono impegnarsi per tutelare, sotto ogni profilo, il lavoro di ogni singolo cronista. È mai possibile che le vertenze, sempre in Molise, si perdano per strada? Chi vuol fare questo mestiere deve crederci. E fare questo mestiere significa studiare, leggere le carte, informarsi per informare. Lo scenario è incerto, ma offre più possibilità. Grazie alla ‘rete’, ai blog, ai social network ci sono maggiori scelte e maggiori strade. Che si legano bene alla libertà che ogni cronista deve avere per fare al meglio il proprio lavoro. Che non è un lavoro come gli altri. Il giornalista non ha orari, non è un impiegato che svolge il lavoro in ufficio dalle 8 alle 14. E poi, magari, deve aggiungere qualche rientro pomeridiano. Questo non è nemmeno un mestiere, ma una missione. Con un unico padrone: il lettore.

Ogni giorno molti giornalisti rischiano la loro incolumità nel quotidiano sforzo di trovare e raccontare la verità, spesso scomoda, in che modo dovrebbero essere tutelati?

Sono tanti i giornalisti che fanno bene il loro lavoro. E rischiano tantissimo per aver fatto il proprio dovere. Gli esempi sono tanti e questa cosa fa ben sperare. Purtroppo ‘chi fa il proprio dovere’ ha bisogno, in molti casi, della tutela. La collega Rosaria Capacchione è un esempio per tutti. Una donna coraggiosa, una brava giornalista costretta a vivere sotto scorta solo per aver raccontato fatti di camorra. Come Roberto Saviano. Molti sono anche morti. Uccisi per aver fatto il proprio dovere. Come Giancarlo Siani, il giornalista precario de Il Mattino ucciso a 26 anni dalla camorra. Siani faceva il suo mestiere e per questa ragione è stato ammazzato. Non è possibile che in questo Paese ‘chi fa il proprio dovere’ viene lasciato solo. È necessario tenere accesi i riflettori sulle persone, che in ogni settore, fanno bene il proprio lavoro. Raccontare la verità è un dovere per tutti coloro che amano questa professione. Non saranno le minacce, le intimidazioni a far perdere la dignità e la passione. Ma è doveroso affrontare questi temi con una cultura diversa. Nella famosa ‘Lettera a una professoressa’ don Milani scriveva: “ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Dobbiamo imparare ad essere tutti impegnati a risolvere i problemi degli altri. Che poi sono i problemi che toccano tutti noi. Solo in questo modo, con la solidarietà, è possibile cambiare una certa cultura. In un Paese normale e civile chi fa il proprio dovere non deve temere nulla.

Giuseppe Fava affermava: “Io ho un concetto etico del giornalismo. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, impone ai politici un buon governo. Un giornalista incapace, per vigliaccheria o per calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare, le sofferenze, le sopraffazioni, la corruzione e le violenze che non è mai stato capace di combattere”, cosa ne pensi a riguardo?

Sono completamente d’accordo. Giuseppe Fava è uno degli esempi di giornalismo che il ragazzo alle prime armi deve seguire. Per capire che significa la ricerca della verità. Per capire che significa fare questo mestiere con dignità. Il giornalista è il cane da guardia del potere, non il cane da compagnia o da riporto. Fatto nel migliore dei modi ‘impedisce corruzioni, frena la violenza e la criminalità, impone ai politici un buon governo. Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia siciliana perché raccontava i fatti, con queste poche, ma fondamentali, parole ha espresso un concetto fondamentale. Ha diviso in due la categoria: da una parte ha messo il vero giornalista (il giornalista-giornalista) e dall’altra ha descritto chi nella vita deve occuparsi di altro. Basta guardare alcuni telegiornali nazionali e leggere i quotidiani italiani. La descrizione fatta dal giornalista Fava è ben visibile. È riconoscibile da tutti. Senza nemmeno uno sforzo mentale, basta solo quello visivo. Nessuno impone di fare questo mestiere. Chi lo fa deve narrare, senza ingannare.

Sempre Fava affermava: “A cosa serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare?”, condividi?

Certo che condivido. Non ha senso vivere senza il coraggio di lottare. La mancanza di coraggio porta alla schiavitù. Prendiamo due esempi che non si legano al mondo del giornalismo. Due preti: don Peppe Diana e don Pino Puglisi. Entrambi uccisi a colpi di pistola. Il primo dalla camorra e il secondo da cosa nostra. Il loro coraggio, il loro esempio sono ancora vivi in molti di noi. Grazie alla loro opera quotidiana (soprattutto con i giovani e nelle scuole) molto è cambiato. Nella vita non ci si può rassegnare al potente, mafioso o politico che sia, alla convivenza con le organizzazioni malavitose. Loro lo temono il coraggio. Uccidono e fanno uccidere chi si ribella perché temono e hanno paura di questi comportamenti, che si possono diffondere nella società. Hanno una fottuta paura di perdere il consenso. E noi tutti dobbiamo diffondere il coraggio di lottare. Per fare in modo che il prezzo pagato da Fava, da Siani e da tantissime altre persone non resti solo un fatto di cronaca. Ma un esempio preciso da seguire.

Cos’è oggi la criminalità organizzata e perché, secondo te, è estesa ormai in tutto il Paese?

Quando parliamo di questi argomenti si immagina spesso il boss con la lupara e il fucile a canne mozze. Oggi non è più così. Le organizzazioni criminali provengono da quella cultura, ma hanno lasciato il fucile. Si sono mimetizzate. I mafiosi sono diventati imprenditori, professionisti. Sono ovunque, in tutte le realtà regionali italiane. I loro affari si sono spostati in tutto il mondo. Hanno un controllo totale del territorio e di molte Istituzioni. Sono nella politica e in tutti i luoghi dove possono gestire e fare business. Investono e fanno investire il denaro sporco. Sono le uniche, oggi, ad avere una grossa liquidità. Possono comprare tutto quello che vogliono. Si sono mescolati bene negli apparati pubblici e privati. E sono coperti dagli insospettabili, ma non solo. Per troppi anni, per tanti anni, hanno ricevuto la protezione anche dallo Stato. La famosa ‘trattativa’ ne è l’esempio.

Cosa vuol dire oggi resistere e combattere la mafia?

Non girare la testa dall’altra parte. Non delegare tutto alle forze dell’ordine e alla magistratura. Fare il proprio dovere non solo nel proprio lavoro, ma nella vita di tutti i giorni. Rispettare le regole. Solo in questo modo è possibile resistere, combattere e sperare in un futuro senza la presenza asfissiante delle organizzazioni criminali.

Riusciremo mai a sconfiggere la criminalità organizzata? Hai fiducia nell’Italia?

Giovanni Falcone, il magistrato ucciso il 23 maggio del 1992 dalla furia assassina di Cosa Nostra (ma anche da pezzi dello Stato) amava ripetere: “La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”. Dallo Stato questo fenomeno non è stato mai preso sul serio. Anzi, molti appartenenti allo Stato hanno preferito “convivere con la mafia”, prendere i voti. Utilizzare le mafie per scopi elettorali. Per sconfiggere le mafie bisogna sapere cosa è successo negli anni passati. Dopo trent’anni, ad esempio, ancora non si conoscono i mandanti degli omicidi Dalla Chiesa e Pio La Torre. Ancora sappiamo poco della prima strage di mafia, quella di Portella della Ginestra. Dopo vent’anni non sappiamo chi ha voluto la morte dei giudici Falcone e Borsellino. Sulla morte del magistrato ucciso il 19 luglio del 1992 in via d’Amelio si è registrato il più grande depistaggio della storia del Paese. Chi c’è dietro questo mistero? Chi ha rubato l’agenda rossa? Chi ha fatto uccidere Paolo Borsellino? Dopo venti anni ci siamo accorti che il processo Borsellino era una farsa. Chi ha mantenuto questi fili? Siamo un Paese con la memoria corta. Non abbiamo il coraggio della verità, che la gente pretende. Come pretende di sapere dagli uomini delle Istituzioni la verità. Oggi esiste una forte polemica intorno alle intercettazioni tra l’ex ministro Mancino (che non ricorda dell’incontro con Borsellino) e il presidente della Repubblica, Napolitano. Per rompere con il passato è necessario pubblicare quelle conversazioni, invece di attaccare i magistrati di Palermo. Invece di fare inutili proclami per la lotta alle mafie. Le parole non servono più, ora c’è bisogno di fatti concreti. Riporto ancora una frase di Giovanni Falcone:“gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini”. Le mafie si possono e si debbono sconfiggere. Dipende da tutti noi.

Il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso in occasione dell’iniziativa “Repubblica delle idee”, organizzata dal quotidiano Repubblica a Bologna qualche settimana fa ha affermato che la lotta alla mafia non è un’utopia; con tenacia e determinazione si può sconfiggere, cosa ne pensi?

Non è affatto un’utopia. Grasso ha ragione, “con tenacia e determinazione si può sconfiggere”. Ma bisogna fare pulizia. Non si possono tollerare più certi atteggiamenti, certe parole. Non dimentichiamo che personaggi come Cosentino, Dell’Utri, Romano (e tanti altri) hanno rappresentato le Istituzioni. Ex ministri hanno invitato i cittadini a convivere con la mafia. Abbiamo un senatore a vita, Giulio Andreotti, che ha fatto la sua fortuna politica grazie alla mafia. E ci continua a rappresentare politicamente. Anzi, in molti programmi e su diversi giornali, si continua a scrivere che è stato assolto da quell’accusa infamante. Basta leggere la sentenza della Cassazione per capire di che stoffa è fatto Andreotti. Bisogna rompere tutti i rapporti dubbi, cacciare a pedate dalla politica tutti questi personaggi collusi (sbatterli in galera non sarebbe male). Bisogna puntare sulla cultura della legalità, partire dalle scuole per formare una nuova generazione. Perché con questi criminali non è possibile convivere, perché “la mafia (le mafie), come diceva Peppino Impastato, è (sono) una montagna di merda”.

 Giulia Farneti 

http://www.infooggi.it/articolo/le-parole-non-servono-piu-ora-ce-bisogno-dei-fatti-intervista-al-giornalista-paolo-de-chiara/29626/

Grazie di cuore alla collega Giulia e all’intera Redazione di InfoOggi.it per il loro impegno. Di questi argomenti bisogna parlarne sempre, come amava ripetere il magistrato Paolo Borsellino.  

Paolo De Chiara

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