MOLISE CRIMINALE: LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

IL SEGRETO DI PULCINELLA. Rifiuti tossici, affari, malagestio, corrotti, corruttori, clientelismo, droga, cemento, riciclaggio, eolico. Ma cosa cazzo deve succedere in questa bellissima terra, resa disgraziata dai gestori della cosa pubblica? Si deve sparare tutti i giorni, servono i morti ammazzati per strada per dire che in Molise le mafie ci sono da anni e fanno ciò che vogliono?

MOLISE CRIMINALE: LA SCOPERTA DELL’ACQUA CALDA

di Paolo De Chiara

Ad ogni operazione della magistratura e delle forze dell’ordine seguono sempre le solite parole inutili. Lo stesso inutile stupore viene espresso da più parti. Da decenni le mafie (camorra, ‘ndrangheta, sacra corona unita, cosa nostra) fanno i loro sporchi affari. Ed ogni volta, dopo ogni arresto, si grida allo scandalo.

Ma il Molise non era un’isola felice, un’isola beata? La favoletta raccontata dai politicanti del posto non è mai risultava essere vera. Il problema non è mai stato affrontato. Si è preferito nascondere la sabbia sporca (con annessi affari) sotto il tappeto. Un grande tappeto. Molto meglio nascondere, occultare, non dare peso alle denunce degli anni passati.

Si continua a nascondere il problema. Non si affronta. Si semplifica. Si nega. Ecco, il negazionismo. E negando negando non ci si è accorti che questi criminali sono entrati da anni. Le presenze sono stabili, altro che infiltrazioni.  

Non c’è la volontà di affrontare la situazione.

Rifiuti tossici, affari, malagestio, corrotti, corruttori, clientelismo, droga, cemento, riciclaggio, eolico. Ma cosa cazzo deve succedere in questa bellissima terra, resa disgraziata dai gestori della cosa pubblica? Si deve sparare tutti i giorni, servono i morti ammazzati per strada per dire che in Molise le mafie ci sono da anni e fanno ciò che vogliono?

È sempre un problema di memoria. Proprio a Bojano, dove in queste ore si è conclusa una straordinaria operazione della DDA di Campobasso (con il plauso del Ministro dell’Interno Lamorgese e del Procuratore nazionale Cafiero De Raho), nel giugno del 2011 è stata posta in esecuzione una ordinanza di custodia cautelare per nove persone per diverse fattispecie di reato: associazione a delinquere, illecita concorrenza con minaccia e violenza, estorsione e danneggiamento seguito da incendio. Secondo la Procura di Campobasso, erano gli anni del tenace magistrato D’Alterio, «un preciso piano, finalizzato a realizzare, sul territorio, una microeconomia criminale, concernente il totale controllo della gestione di giochi elettronici». 

I magistrati dimostrarono i collegamenti con il clan dei casalesi e con la ‘ndrangheta calabrese. Una forma embrionale capace di evolvere se non contrastata.

Ma, negli anni, molti altri episodi hanno interessato il piccolo Molise. Tralasciando la questione dei mafiosi (come Vito Ciancimino) inviati al confino in Molise, restano altri fatti inquietanti. Nel nucleo industriale di Pozzilli-Venafro due aziende (Rer e Fonderghisa)finirono nelle mani di soggetti legati a clan di camorra.

I rifiuti tossici portati in questa Regione hanno legami forti con la criminalità organizzata. Gli impianti eolici hanno dimostrato la presenza di criminali organizzati che hanno fatto ciò che hanno voluto.

Le società fantasma presenti sul territorio? Perché S.a.s. e S.r.l., con sedi operative in Campania (Giugliano, Napoli, Mugnano, Aversa) vengono a stabilirsi con la sede legale nel capoluogo pentro? E partecipano a bandi, appalti a Minturno, Reggio Calabria, Casal di Principe. Uno di questi soggetti, un amministratore residente in Campania, ma con la Società con sede legale a Isernia, risulta essere (sarà vero? È stato appurato?) un fiancheggiatore di un clan di camorra. «Si tratta – si legge in un’inchiesta – della più moderna espressione dell’affermazione del potere criminale che si evolve verso logiche imprenditoriali più raffinate».

E le residenze false in provincia di Isernia? Perché a Isernia, in passato, hanno chiesto la residenza personaggi campani con precedenti penali? Nel 2010 la guardia di finanza ha chiuso un’inchiesta. Ma tutto è finito nell’oblio.

I fondi europei dove e a chi sono finiti? Gli impianti di carburanti sequestrati nel corso degli anni?

«Il Molise si è rivelato non zona di transito, ma punto finale di arrivo per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi, terra idonea ad occultare discariche abusive con la compiacenza di alcuni proprietari». Era il 2008 e lo scriveva la DDA di Campobasso.      

E si continua a perdere tempo a parlare di “infiltrazioni”.

«In Molise risiedono soggetti collegati alla cosca Bellocco di Rosarno», sono passati 17 anni da questa Relazione della commissione parlamentare antimafia. Quattordici ne sono trascorsi dal Rapporto della Confcommercio “Mani del crimine sulle Imprese”: «Il clan casertano dei Casalesi esercita una sua influenza nella zona di Venafro in Molise».

E si continua ancora a parlare di “infiltrazioni” e di cittadini molisani che denunciano.

Quanti altri esempi bisogna fare?

Quante altre parole bisogna spendere per descrivere questa Regione? Che ancora oggi, nel silenzio generale, elegge galeotti che gestiscono il futuro di questa terra.

Per quanti giorni ancora ci sarà l’inutile clamore che non porterà a nulla?    

da WordNews.it

SILENZIO!

INUTILI COMMEMORAZIONI. Le persone vanno salvate quando sono vive. Non serve a niente commemorarle dopo la loro morte. Non serve a niente riempirci la bocca con parole vuote. Questo strano Paese non ha bisogno di “eroi”. Falcone, Borsellino, Impastato, Siani, don Peppe Diana, Chinnici, Ambrosoli, don Pino Puglisi (e tantissimi altri) non erano degli “eroi”. Erano semplicemente persone normali che facevano bene il proprio mestiere. Nel Paese “senza memoria” ci si dimentica del passato. E si compiono sempre gli stessi errori ed orrori.

SILENZIO!

di Paolo De Chiara

Viviamo in un Paese strano. Il Paese dei “misteri” irrisolti. Altra parola inutile. Sì, irrisolti. Ma i misteri non sono poi così tanto misteriosi. Conosciamo la feccia che in questi anni ha insanguinato questo Paese.

Dalla strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947) in poi. Sino ad oggi.

C’è sempre lo stesso fil rouge, impregnato di sangue, che lega tutti gli episodi politico-criminali che hanno attraversato la nostra storia.

Noi siamo il Paese senza memoria. E un Paese senza memoria, come diceva il poeta (che non è stato massacrato da un ragazzino di 17 anni ma dalle stesse “menti raffinatissime” che hanno impunemente massacrato innocenti), è un Paese senza storia.

Abbiamo sempre avuto questo problema. Abbiamo sempre preferito di curare i nostri fatti privati. Abbiamo sempre girato la testa dall’altra parte. È successo, in ogni situazione.

Dopo ogni omicidio, dopo ogni strage. Facciamo finta di commuoverci. Poi passata quella mezz’ora, resa falsa dal nostro menefreghismo, riprendiamo a vivere come prima. Peggio di prima.

Siamo molto bravi a commemorare. A partecipare alle fiaccolate, alle manifestazioni. A urlare: “Mai più!”. Inutilmente.

Le commemorazioni non bastano più nel Paese delle stragi di Stato. Il sangue innocente non lo possiamo cancellare con poche ore di falso impegno.

Le persone vanno salvate quando sono vive. Non serve a niente commemorarle dopo la loro morte. Non serve a niente riempirci la bocca con parole vuote.

Falcone è stato massacrato in vita. I bravi cittadini si lamentavano delle sirene. Pure le firme raccolsero per “cacciare” Falcone dalla sua abitazione. In vita è stato denigrato, offeso, attaccato. Dai “Palazzi” e dalle “televisioni”. Dai colleghi e dai prezzolati, che si vendono per poco. Pure il fallito attentato all’Addaura. Se l’era fatto da solo, dissero, per la notorietà. La macchina del fango è vecchia come il mondo.

Poi è toccato a Borsellino. Anche a lui hanno riservato un “bel trattamento”.  

Prima di loro è toccato ad altri: a Peppino Impastato (“un terrorista”), a don Peppe Diana (“se la faceva con le donne dei camorristi”), a Pier Paolo Pasolini (“un pederasta”, “un frocio”). E non sono gli unici.

Abbiamo girato la testa dall’altra parte. Ecco perché tutti questi “eroi” (parole usate a vanvera) sono stati ammazzati. Prima isolati e poi colpiti senza pietà.

Perché noi non siamo stati attenti, non siamo stati presenti.

Non li abbiamo difesi in vita.

Abbiamo atteso la loro morte per ritenerli credibili.

Abbiamo fatto schifo.

E non abbiamo nemmeno imparato la lezione. Continuiamo a riempirci la bocca di false parole, di inutili proclami.

Appendiamo le bandiere, ci mettiamo la maglietta commemorativa.

Ci facciamo i selfie in via D’Amelio, sul tratto autostradale dove i mafiosi hanno posizionato il tritolo per eliminare un “genio” (ecco la parola giusta) della magistratura italiana.  

Pensiamo di lavare così la nostra sporca coscienza.

Ma continuiamo a votare – “il nodo è politico”, amava ripetere Paolo Borsellino – i peggiori: abbiamo aperto le nostre Istituzioni ai mafiosi e ai loro sodali. Ai loro complici.

Andreotti, Berlusconi, Dell’Utri, Cosentino, Cesaro. Alcuni esempi per dire che non ce ne frega niente della lotta alle mafie.

Ci sono le sentenze che disegnano un quadro sconcertante. Come quella sulla scellerata Trattativa Stato-mafia. Ma chi l’ha letta? Chi ne vuole parlare?

Sappiamo che un Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, pagava Cosa nostra. Anche dopo le stragi, quando il sangue degli “eroi” era ancora caldo.

E continuiamo a dare credito politico a questa gentaglia.

Bisogna cambiare registro. Non basta più voltare “pagina”. Bisogna chiuderlo il libro della vergogna. E aprirne uno nuovo. Scriverne uno, tutto nuovo. Ovviamente non dimenticando i responsabili, le “menti raffinatissime” che, ancora oggi, sono presenti negli ingranaggi della nostra Repubblica.

Personaggi ben posizionati per controllare le nostre vite.

Ci sono ancora uomini di Contrada, ad esempio. Di quei vergognosi Servizi Segreti che troviamo in ogni situazione. In ogni omicidio. In ogni strage.

Veri e propri sistemi criminali che si occupano di occulte strategie, di vergognose nomine. Ai vertici delle Istituzioni. Per controllare, per gestire, per comandare.

Alla faccia di quelli che chiamano “eroi”. Ecco come si commemorano i morti ammazzati!

Possiamo cambiare. E possiamo iniziare a farlo con le persone vive. Posizionarci dalla loro parte. Senza se e senza ma. Senza difendere, per partito preso, personaggi delle Istituzioni che non hanno fatto il proprio dovere. Non serve il “tifo”. Serve cercare le responsabilità.

Oggi abbiamo un magistrato, vivo, che rischia ogni giorno la sua vita. Questo magistrato si chiama Nino Di Matteo.

Nel “Paese senza memoria”, questo Pm, sta respirando la stessa aria degli anni Novanta, respirata dai tanto acclamati Falcone e Borsellino.

Sta subendo lo stesso massacro.

Lo abbiamo già dimenticato. Le sue parole forti, disarmanti, potenti (dette in una trasmissione televisiva, come faceva Falcone) non hanno creato un serio dibattito. Lo sdegno dei benpensanti, falsi filosofi viziati, ha scientificamente spostato l’attenzione su cose inutili. Sul presentatore. Sul programma. Ma Di Matteo è stato chiaro.

“Qualcuno” ha storto il naso, “qualcuno” ha ordinato, “qualcuno” ha prontamente ubbidito. È già capitato in passato. Sta capitando ancora.

Gratteri non viene nominato ministro perché “qualcuno” ha storto il naso, “qualcuno” ha ordinato, “qualcuno” ha ubbidito. Senza profferir parola.

E nel silenzio di tutti si bruciano le conversazioni telefoniche tra un Presidente della Repubblica e un tizio preoccupato da certe rivelazioni sulla Trattativa Stato-mafia.

Questo strano Paese non ha bisogno di “eroi”.

«Sventurata la terra che ha bisogno di eroi», scriveva Brecht.

Falcone, Borsellino, Impastato, Siani, don Peppe Diana, Chinnici, Ambrosoli, don Pino Puglisi (e tantissimi altri) non erano degli “eroi”. Erano semplicemente persone normali che facevano bene il proprio mestiere.

Ma è pronto questo Paese a difendere le persone perbene? In attesa del vero cambiamento morale, almeno, si resti in Silenzio!

da WordNews.it

1° maggio 2011 – Commemorazione di Gheorghe RADU

Gheorghe RADU
Gheorghe RADU

“Gheorghe Radu, morto di lavoro in Molise”

Gheorghe aveva 35anni. Ha lasciato una moglie (Maria) e una figlia. Oggi Valentina ha 13 anni. E ancora non è riuscita a capire perchè il padre non è più tornato a casa. Perchè nessuno ha salvato il suo papà. E, soprattutto, cosa è successo il 29 luglio del 2008 nelle campagne di Campomarino.

Per non dimenticare…

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

(Art. 1 Costituzione Italiana)

1° maggio 2011

Festa del Lavoro

Campomarino – c.da Nuova Cliternia

Iniziativa Pubblica

“Primo Maggio, legalita’ e Diritto al Lavoro”

Programma

Ore 11:00 Campomarinoc.da Nuova Cliternia

Omaggio a Gheorghe Radu

Deposizione di una Corona di fiori e commemorazione religiosa con la presenza di Maria, moglie di Gheorghe e sua figlia Valentina.

Ore 12:00 Campomarino – Piazza di Nuova Cliternia

Dibattito Pubblico sul tema “Primo Maggio, Legalità e Diritto al Lavoro”



Forgione: “Il Molise non è un’isola felice”

“In questo territorio – secondo il procuratore di Larino Nicola Magrone – la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. Qui in Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. In Sicilia poi la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d’avvertimento”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Quando arrivano i soldi dei mafiosi in Lombardia, in Molise, a Duisburg, a Madrid e in qualunque parte del mondo arrivano anche i mafiosi. E questo non è solo un tema delle forze di polizia, degli apparati investigativi o della magistratura. Riguarda la trasparenza dell’economia, il sistema delle imprese, il mercato, la politica, le Istituzioni”. Con queste parole è intervenuto in Molise l’ex presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione (nella foto a sinistra insieme al pm di Campobasso Rossana Venditti) e autore del libro Mafia Export (Baldini Castoldi Dalai Editore, 2009, euro 20). Lo stesso concetto ribadito in passato da diversi giornalisti, magistrati e operatori del settore. “In questo territorio – secondo il procuratore di Larino Nicola Magrone – la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. Qui in Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. In Sicilia poi la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d’avvertimento”. Sulla presenza delle mafie in Molise si è espressa anche il pm Rossana Venditti: “Il Molise non è un’isola felice. Lo dico ossessivamente ogni volta che mi è data la possibilità. Può essere calma e rassicurante la superficie. Sicuramente a un livello sottostante se solo vogliamo e possiamo arrivarci già riusciamo a cogliere e a intercettare dei segnali piuttosto inequivoci”. I segnali continuano ad essere registrati. Dai sequestri di beni legati alla criminalità organizzata alla presenza di soggetti vicini o parte integrante delle organizzazioni criminali, dalle denunce fino ai vari segnali di intimidazione. Ma in questa piccola Regione continua l’assordante silenzio intorno alla presenza delle mafie. E la politica, che dovrebbe intervenire, resta a guardare e a difendere “l’isola felice”, che come ha affermato Forgione “felice non è”. Secondo l’ex presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia, oggi componente dell’Antimafia: “Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza, la camorra. Il Molise per anni ha fatto finta di non vedere, per anni ha abbassato la guardia, per anni ha tacciato di irresponsabilità, paradossalmente isolando e colpendo, quelli che indicavano il male. Non c’è stata prevenzione, non c’è stata un’organizzazione e una strutturazione per impedire e bloccare le prime presenze dell’organizzazione mafiosa, ma si è trasformata la politica in clientelismo, non per esaltare le vostre stupende potenzialità, ma per umiliarle, negarle, offenderle”. E cosa fa la politica locale, oltre a dare il cattivo esempio? Ecco una dichiarazione dell’Assessore regionale alla Programmazione Gianfranco Vitagliano: “Che senso ha citare pochi beni confiscati a qualche delinquente non regionale? Ce ne sono a iosa in tutte le regioni. […]. Il nostro è un popolo di timorati di Dio, lontano dal disprezzo delle regole e legato agli uomini della sicurezza pubblica da rispetto, affetto e riconoscenza. Se, ci si riferisce, ad episodi singolari – sui quali la magistratura sta facendo luce nell’ambito dei propri doveri – intanto, si rispetti il lavoro d’indagine, non lo si condizioni e se ne aspettino le conclusioni nel giudizio. Prima di tutto ciò non si trasformino gli indizi in colpe, non si generalizzi estendendo a tanti quello che potrebbe essere stato comportamento improvvido di alcuni e, soprattutto, non si facciano consapevolmente, alla dignità e alla storia di un popolo, danni ben maggiori rispetto a quelli che deriverebbero dagli ipotizzati comportamenti delittuosi. Questa terra ha bisogno di certezze, di speranza, di valorizzare vocazioni e peculiarità, di dare spazio ai talenti che ha, non di avvitarsi, vergognandosi, su mali che non ha”. Mentre la classe dirigente molisana, quindi, continua a mettere sotto il tappeto problemi che andrebbero affrontati con onestà, coraggio e costanza è utile seguire il ragionamento del presidente dell’Anm Molise Rossana Venditti: “In Molise il fenomeno malavitoso non ha manifestazioni eclatanti, facilmente percepibili e facilmente decifrabili. Non abbiamo, per nostra fortuna, i morti per strada e non abbiamo le saracinesche che saltano. Cominciamo ad avere situazioni più sottili che vanno decifrate, comprese, ricollegate tra di loro e indagate con professionalità. Tutto ciò implica un livello di preparazione ancora maggiore di quello che viene richiesto in realtà dove il fenomeno oramai è conosciuto, indagato. Dove ci sono sentenze passate in giudicato che dicono che esiste una certa realtà criminale così denominata, che ha quella struttura, che ha quella storia. In Molise lavoriamo ancora in una fase sperimentale, di decifrazione. Fatichiamo molto a farlo. Non esistono le capacità di capire fino in fondo cosa sta succedendo e la disponibilità ad esporsi e ad assumere un ruolo, che per definizione è un ruolo scomodo: quello di chi denuncia, quello di chi testimonia, quello di chi inizia un percorso pieno di incognite. Come magistratura molisana ci proponiamo e cerchiamo di essere disponibili, autorevoli, rassicuranti. E’ una fatica quotidiana con i nostri numeri, con i nostri mezzi e con i nostri organici. Che sono, purtroppo, del tutto inadeguati. Non è ancora sufficiente perché non abbiamo quel ritorno che auspicheremmo. Se l’infiltrazione di tipo criminale è un’infiltrazione di tipo economico, noi siamo terra di investimento”. Fondamentale è quindi parlarne. Continuare con il concetto di “cultura della legalità”. Per cambiare le coscienze, per far conoscere la realtà, quindi anche i rischi e i pericoli. “Il giorno che è uscito questo libro – ha dichiarato Forgione – il presidente del consiglio non ha trovato di meglio che dire che non bisogna più scrivere libri di mafia perché rovinano l’immagine dell’Italia. Di mafia dobbiamo parlarne, perché dobbiamo rompere questo muro di omertà sul territorio. Mi fa piacere che è stato usato come pretesto il mio libro per aprire una riflessione in Molise, in questa isola che felice non è. Ho scritto un libro raccogliendo anche l’esperienza della Commissione Antimafia. Un libro contro l’ipocrisia. L’ipocrisia vale per il mondo. Vale per l’Australia, vale per la Germania, vale per la Lombardia e può valere anche per il Molise”. Qual è l’ipocrisia? “E’ quella che non vede le mafie fino al momento in cui le mafie non insanguinano le strade”. Ritorna il concetto che si riscontra da troppi anni in Molise. Per Forgione: “Il massimo di questa ipocrisia l’abbiamo riscontrata in questa dimensione internazionale con la strage di Duisburg. I tedeschi sapevano delle famiglie in lotta dal 1991, al punto che nel 2000 la polizia tedesca inviava un rapporto all’autorità italiane, descrivendo in modo minuzioso cosa facevano le famiglie di San Luca. Poi il problema era degli italiani. Riscoprono la ‘ndrangheta quando la notte di ferragosto del 2007 trovano per la prima volta sei corpi uccisi davanti al ristorante. L’altra faccia di questa ipocrisia qual è? Che puoi prendere, in qualunque parte dell’Italia e del Mondo, i soldi dei mafiosi con la presunzione che quando arrivano i soldi sporchi non arrivano anche i mafiosi. Quando abbiamo un fatturato criminale annuo che oscilla tra i 100 e i 150miliardi il problema non è più del rapporto tra l’economia legale e l’economia illegale. Il problema che abbiamo, che dovrebbe essere l’assillo di ogni governo e delle classi dirigenti, è tracciare la linea di confine tra economia legale ed economia illegale. La globalizzazione ha favorito la dispersione di questa traccia, di questo confine netto”. Per l’ex presidente della Commissione Antimafia: “La ricostruzione di un’etica pubblica del nostro Paese deve riguardare la politica, ma deve riguardare anche il mondo economico, deve riguardare le categorie professionali, deve riguardare la chiesa troppo silente in alcune aree del territorio. Deve riguardare tutti. Noi abbiamo il dovere di partire ognuno dal proprio ruolo se vogliamo far superare l’esclusività della dimensione penale e giudiziaria nella lotta alla mafia”. Ma come si riconoscono le mafie?Guardate cosa avviene sul territorio, guardate quante aree agricole stanno diventando commerciali, guardate le varianti ai piani di fabbricazione, guardate alle deroghe alle normative urbanistiche esistenti e cosa avviene in deroga, guardate quanti progetti vengono realizzati con il silenzio-assenso. E cominciate a capire cosa sono le mafie. Diciamoci la verità: in nome dello snellimento nelle procedure sono stati abbattuti tutti gli strumenti di controllo in questo Paese. I fondi europei – continua Forgione – vengono gestiti tutti con l’autocertificazione. È chiaro che tutti i procedimenti sono regolari. In Italia c’è l’anagrafe dei conti correnti bancari, stabilita con legge del 2001. Il decreto attuativo della legge viene fatto a febbraio del 2008. Quanti governi sono passati e perché non è stato fatto? Perché questo santuario del mercato è intoccabile. Bisogna fare un patto con gli imprenditori su questi temi. Il sistema dei subappalti con il massimo ribasso è un sistema criminogeno”. Quale deve essere l’impegno dell’antimafia? “La nostra antimafia deve ripartire da una rilettura del territorio, dei processi di modernizzazione. Oggi le mafie sono soggetti dinamici, imprenditoriali. Sono delle grandi holding economico finanziarie. La ricostruzione di un’etica pubblica passa attraverso la ricostruzione di un meccanismo di trasparenza dei comportamenti individuali e collettivi. Se facciamo questo la lotta alla mafia cambia di significato”. Ma qual è la situazione drammatica che dobbiamo affrontare? “Siamo un Paese che ha garantito la latitanza di Bernardo Provenzano per 40anni. Non esiste una latitanza che può durare tutti questi anni senza un sistema di coperture istituzionali, politiche e sociali. Non a caso che per quella latitanza ci sono vertici dei Ros che devono rispondere anche di fronte alla giustizia. Quando si arresta un latitante, quando si aggredisce la dimensione criminale militare delle mafie è sempre un bene. Ma se da un lato aggrediamo questa dimensione, riconquistiamo fette di territorio e dell’altra, però, garantiamo alla dimensione economico finanziaria di potersi espandere e di inquinare settori interi della nostra economia, anche attraverso processi legislativi che ne favoriscono l’espansione, la lotta alla mafia non la facciamo. Questa è la questione drammatica che noi oggi abbiamo di fronte”.
http://paolodechiaraisernia.splinder.com/

malitalia.it
link: http://www.malitalia.it/2010/08/molise-di-cultura-e-legalita/