Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

INTERVISTA/Seconda parte. ILARDO DIVENTA IL RIFERIMENTO DI PROVENZANO. Parla il colonnello dei carabinieri: «Quando Ilardo mi fa comprendere, e arriviamo al 31 di ottobre (1995, nda), che c’è la possibilità di arrestare Provenzano io lo comunico a Mori. Ero abituato con il generale Dalla Chiesa. Parliamo di investigatori seri. Il generale mi avrebbe detto ‘se non hai la macchina, rubane una e vieni subito a Roma». Tutto ruota intorno alla figura del collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, ucciso a Catania il 10 maggio del 1996, con otto colpi di pistola. Un omicidio eccellente? Un omicidio di Stato? I due si erano messi in testa di arrestare Provenzano, all’epoca la mente criminale di Cosa nostra. Ed era tutto pronto per il blitz. Binnu u tratturi, però, verrà arrestato undici anni dopo. Chi non ha voluto mettere le mani sul Capo della mafia siciliana?

Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Luigi Ilardo (ph Cronache della Campania)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Nella prima parte di questa lunga intervista con il colonnello Michele Riccio abbiamo affrontato il suo rapporto professionale con il collaboratore di giustizia Luigi Ilardo, cugino di Piddu Madonia, «organico alla famiglia» catanese, molto vicina al latitante di Stato Binnu Provenzano. «La famiglia di Piddu Madonia è quella che ha da sempre supportato le attività di Provenzano. Se Provenzano si è sempre reso invisibile al resto dell’organizzazione perché ha sempre contato sugli appoggi, anche in Palermo, della famiglia di Caltanissetta. Anche per la parte avversaria, ai suoi nemici nell’organizzazione, risultava invisibile», ha spiegato il colonnello Riccio.

I due avevano un obiettivo da raggiunge: scovare e arrestare il Capo dei Capi di Cosa nostraIlardo dimostra con i fatti la sua credibilità. Operazioni importanti cominciano a dare ottimi frutti: diversi latitanti, ad esempio, vengono tratti in arresto. Comincia l’avvicinamento, non basta la fiducia del colonnello e dei magistrati (quelli buoni). Deve cominciare a fidarsi pure il malandato boss dei Corleonesi.

Riprendiamo la nostra conversazione dal punto in cui i familiari di Ilardo assistono il vecchio e malato boss. «Provenzano invia una lettera, un primo appunto alla famiglia di Caltanissetta, che lui anche legge, che viene portato ad un imprenditore di Bagheria. Fontana, il quale deve imbucare delle lettere per conto di Provenzano dalla Calabria, destinazione Roma. Noi riusciamo a rintracciare le lettere. Abbiamo l’ulteriore conferma che Provenzano è vivo, né in Germania o morto, come allora si diceva.

Ilardo mi dice‘Guardi, se il capo militare è Riina, la vera mente dell’organizzazione è Provenzano’. Perché Provenzano è quello che sa più ragionare, molto più fine, molto più politico in confronto a Riina. Espone il paesano delle sue decisioni e lui può operare nell’ombra. Ad esempio, anche la scelta stragista è stata, pur accettandola, addebitata a Riina. E parte dell’organizzazione, mi dice Ilardo, si è rivolta a Provenzano. Il cui compito è quello di ricucire l’organizzazione in un unico corpo, spaccato in due fazioni: quella legata a Riina, Bagarella e soci e quella di Provenzano.

E mi dice che Provenzano è legato ai vecchi ambienti che gli hanno sempre consigliato di stare tranquillo. Mentre Riina, Brusca, Bagarella e gli altri si erano buttati nell’attività di fare soldi ed erano anche in contrapposizione con lo Stato, invece Provenzano suggeriva a loro di stare calmi, di ritornare ai vecchi reati di un tempo, con la forma meno di contrapposizione. ‘E vedrete che poi tutto si sistemerà’. Dal punto di vista politico, dopo aver tentato strade autonome come le Leghe, cominciavano a guardare con grande interesse, infatti Provenzano dice che avevano già stabilito dei contatti con gli ambienti di Berlusconi, con gli ambienti della nascente Forza Italia. Sarebbe stato il punto di riferimento di Cosa nostra, la quale aveva assicurato che avrebbe preso in considerazione tutte le esigenze e le aspirazioni dell’organizzazione. Sia per la gente ristretta in carcere e sia per quelli che stavano fuori, per riprendere le attività produttive e affaristiche dell’organizzazione. Questo, diciamo, è il quadro che noi ci troviamo con Ilardo

Riuscite ad individuare soltanto una lettera scritta da Provenzano?

«A questa prima lettera ne susseguono delle altre indirizzate direttamente a Ilardo. E Ilardo diventa il riferimento di Provenzano per la Sicilia orientale, ovvero la famiglia di Caltanissetta, di Catania, da parte di Santapaola, più i suoi contatti con Messina e delle altre parti. E Ilardo, a sua volta, gli rispondeva. A me veniva sempre da ridere. Per la prima volta Provenzano si scrive con un colonnello dei carabinieri, in fin dei conti leggevo le lettere e Ilardo preparava con me le risposte.»

Ilardo e Provenzano, in quella fase, si sono mai incontrati?

«No, ovviamente perché quando Ilardo comincia a ricevere le lettere si apre la prospettiva di un incontro. Auspicavo che si realizzasse al più presto, ma lui diceva: ‘Colonnello, lei non mi deve mettere fretta. Sarà lui che mi deve chiamare e se noi ci proponiamo diventa sospettoso. Noi con questa attività di arresti possiamo indirettamente stimolare un avvicinamentoPerché alla fine, mancando i riferimenti, ci sono solo io. Prima o poi mi manderà a chiamare. Sempre in maniera molto soft, perché dobbiamo stare attenti a non scoprirci. Altrimenti ci sarà il solito invito, mi toccherà andare e poi non torno.’ Noi rimaniamo in attesa, cominciamo a seguire i famosi bigliettini (i pizzini, nda) per avere una prima panoramica e sperare di avere la fortuna di poter individuare l’autore del bigliettino, che però quando arrivava a Bagheria – dopo alcuni passaggi – era più difficile. Perché non vai mai a capire quando, effettivamente, passa di mano in mano. Noi stabilivamo i contatti e iniziamo a fare quella famosa rete di fiancheggiatori che, poi, alla fine trarremo in arresto».

Lei, nell’agosto del 1995, passa dalla DIA ai Ros.

«Esatto. La nostra indagine trovava stimolo e alimento in De Gennaro. Mentre, come al solito, dalle altre parti, un po’ per invidia un po’ per altre scelte… già il fatto che eravamo in pochi a lavorare, producendo risultati, ricevendo mai nemmeno un ‘grazie’. Non dico che ci creasse delle ansie, ma non è che ci rendesse tanto sereni. Molte volte ci siamo ritrovati a lavorare non con la piena soddisfazione dei superiori perché venivano inquisiti i loro amici. Quando va via De Gennaro cerco di andare via. Mi sentivo isolato maggiormente e quando non ce l’ho fatta più rientro nell’Arma».

Però continua a curare i rapporti con “Oriente”.

«Quando mi presento al Comando generale dico che ho una fonte in Sicilia. Ho chiesto di essere messo in un posto da dove potevo passare la notizia a chi di dovere. Stavo lavorando sulla cattura di Provenzano».

Come viene presa questa notizia?

«Parlo con il mio collega, che io conoscevo già, del Comando generale che mi risponde: ‘Lei lo sa meglio di me, ci sono mille investigatori in questi ultimi dieci anni, tutti stanno lavorando su Provenzano’. Tutti stavano lavorando su Provenzano, tutti su Messina Denaro, ma bisogna vedere chi lo fa con cognizione di causa o lo fa solo perché ha l’aria in bocca. A me dicono: ‘non ti preoccupare, ti faremo sapere’. Nel frattempo vengo contattato dai Ros. E incontro il generale Subranni…»

Mi scusi, stiamo parlando del generale dei carabinieri, definito “punciutu” dalla signora Agnese, la vedova del magistrato Paolo Borsellino?

«Esatto, quello è. Quello è, che io già conoscevo perché era Comandante del Ros quando sono andato via. Dico a Subranni che non mi interessa rientrare nel Ros, voglio solo terminare questa operazione. Avevo intuito, con Ilardo era già un anno e mezzo che si stava lavorando…».

Cosa aveva intuito?

«Intuivo la portata importantissima e anche i contraccolpi che avrebbero creato ad Ilardo. Avevo capito che lui parlava dei rapporti con i mandanti esterni. E quando faceva i riferimenti, ad esempio, su Moschella, il giudice di Torino (magistrato della Procura di Torino e poi Procuratore a Ivrea, nda) si capiva dove saremmo arrivati. O altre situazioni del genere.»

Ad esempio?

«Sulla Calabria, lui andava in Calabria; sui contatti con i servizi segreti; sulle armi che uscivano dalle basi Nato e della Marina in Sicilia, a Sigonella; i rapporti con la massoneria. Faceva riferimento al mio ambiente, ai miei superiori. Essendo io colonnello non è che ce ne sono tanti sopra di me. Sapevo già dove sarebbe andata a finire una collaborazione del genere. Sarebbe stata dirompente. Giorno per giorno acquisivo ulteriori elementi. Tutto sarebbe venuto fuori.»

Come finisce l’incontro con Subranni?

«Mi dice: ‘ti aggreghiamo al Ros, gestisci la tua fonte e le confidenze che fa – lui ovviamente non sa che Ilardo è la fonte – e il Ros le sviluppa con un eventuale input per poter ampliare’. Così vengo aggregato al Ros. E i miei contatti sono di nuovo MoriObinu e il capitano del Ros di Caltanissetta».

Come reagiscono Mori e Obinu alle sue informative?

«Alla Dia, di ogni mia missione, facevo relazioni scritte di servizio con quanto mi diceva Ilardo. Quello che mi diceva me lo appuntavo velocemente su delle agende, ovviamente in maniera sintetica, in modo da fare subito memoria, e facevo la relazione di servizio che mandavo alla sede centrale della Dia, che poi venivano indirizzate alle sedi competenti. Qualcosa di più urgente la dicevo a Catania e a Palermo. Ad esempio, a Catania avevo stabilito un ottimo rapporto lavorativo con due ispettori della Dia, Ravidà e Arena, molto seri che, con il loro PM Marino, lavoravano come lavoravamo noi. (Con l’ausilio dei due Ispettori, e grazie alle indicazioni di Ilardo, non mancano i risultati: come la cattura dei capi mafia Aiello Vincenzo (contabile famiglia Santapaola-Siino Catanese); Tusa Lucio capo di una fazione di Cosa nostra operante a Catania ma che dipendeva dai Tusa di Caltanissetta; Fragapane Salvatore, capo della Famiglia di Agrigento. Senza dimenticare l’indagine della DIA di Catania, con la quale vengono azzerati i vertici di “cosa nostra” catanese, con l’identificazione e l’arresto del capo famiglia Aurelio Quattroluni – op. “Chiara luce”, con l’arresto di circa 50 affiliati in due distinte operazioni. Tutti appartenenti al clan Santapaola, responsabili di omicidi ed estorsioni, (fonte Mario Ravidà, ex Ispettore Dia). Efficaci, determinati e seri.»

Alla Dia inviava le sue relazioni di servizio. Cambia qualcosa una volta transitato nel Ros?

«Mori mi fa subito presente di non fare relazioni di servizio. Una nota stonata. Soprattutto per la mia tutela, non farle era fuori da ogni logica. Io rispondo che sono abituato a fare le relazioni. Poi poteva farne ciò che voleva. Avevo i miei contatti con l’autorità giudiziaria, il dott. Caselli mi aveva indirizzato al dott. Pignatone e, quest’ultimo, sapeva che facevo le relazioni di servizio. La prassi era sempre la solita. Ho sempre avuto il riscontro delle relazioni e dei rapporti inviati a Palermo. E, in questi incontri (al Ros, nda), mi dicono di non scrivere i nomi dei politici. Ovviamente era una politica a loro vicina, ma io ho sempre scritto tutto ciò che mi dicevano. Questo è il primo indirizzo che mi lascia un po’ perplesso».

Perché queste richieste? Qual è la sua opinione?

«In quel momento l’ho vista una cosa fuori luogo. Magari, ho pensato, come strategia. Magari non si mette tutto per iscritto e un domani mettiamo una selezione di quello che dicono.»

Ma da parte dei suoi superiori (Subranni, Mori, Obinu) c’era l’interesse di mettere le mani sul latitante mafioso Provenzano?

«Non l’ho vista in una mentalità subito omissiva. L’ho vista in una maniera strategica, nel senso ‘domani scriviamo le cose selezionate’. Ma io non sapendo le scelte che avrebbero potuto fare e sapendo che mi trovavo in Sicilia, e che una Procura tante volte ha un indirizzo diverso dalle altre, dissi: ‘Mi dispiace, ma scrivo tutto’. Anche perché non è una risultanza mia, investigativa. Ilardo me la dice oggi ed è convinto che tutto ciò che mi dice viene subito rappresentato. Il rapporto è diverso, non è frutto di una indagine, che posso scriverla oggi e integrarla domani. Quando c’è un collaboratore di giustizia è diverso. Ilardo aveva completa fiducia in me e non potevo tradire questa fiducia che aveva nelle Istituzioni. In quel momento Ilardo si affida alle Istituzioni. Non vede in me solo il colonnello dei carabinieri, ma vede lo Stato».

Ma lei notava un interesse da parte dei suoi superiori?

«In quell’istante non ho nessuna sensazione negativa. A Mori riferisco tutta l’attività che ho fatto con la Dia, gli consegno le copie delle relazioni che avevo mandato alla Dia. Perché, ovviamente, non poteva iniziare un’indagine senza sapere il passato. Era lui il responsabile e io l’investigatore di punta. Credevo di essere. L’ho reso edotto di tutto. E anche i primi contatti che riprendo con Ilardo in Sicilia, in attesa di entrare, perché non è che io entro subito nel Ros, passano un paio di mesi per formalizzare il mio ingresso. Però, già in quei mesi, faccio riferimento a loro. Tanto è vero che gli mando le relazioni della Sicilia. Quando vado a Catania e incontro Ilardo, anche se non sono organico, faccio la relazione a Mori. Non è che andavo in vacanza a Catania, a mangiare il gelato con Ilardo. Sono andato perché c’erano necessità investigative. In quel momento non ho nessun sospetto che loro non vogliano prendere Provenzano.

(L’evoluzione del mafioso Provenzano – ph linformazione.eu)

Quando Ilardo mi fa comprendere, e arriviamo al 31 di ottobre (1995, nda), che c’è la possibilità di arrestare Provenzano e io lo dico a Mori, già il fatto che quando la mattina gli telefono dicendo ‘Guardi, tra due giorni Ilardo si deve incontrare con Provenzano’, Mori non mi dice ‘vieni immediatamente a Roma e parliamone’. Già questo lo giudico male. Ero abituato con il generale Dalla Chiesa, anche se loro dicono di aver lavorato con il generale ma non ci hanno mai lavorato, al massimo pochi mesi. Io, insieme ad altri, ci ho lavorato sin dall’inizio e conosco la mentalità del generale. Parliamo di investigatori seri. Il generale Dalla Chiesa mi avrebbe detto ‘se non hai la macchina, rubane una e vieni subito a Roma e raccontami tutto’. I tempi erano così stretti, per cui non si poteva parlare per telefono di cose così importanti che necessitano di decisioni tempestive».

E cosa accade?

«Vado subito a Roma e quando presento il fatto e dico ‘guardate, se voi non avete la possibilità di utilizzare i segnalatori’, perché mi ero già attrezzato per prendere Provenzano. Già in passato, quando lavoravo al Ros ho arrestato dei trafficanti sotto copertura, nascondevo dentro al carico dei segnalatori che mi dava l’Ambasciata americana, in modo che ero ulteriormente tutelato per non perdere il carico. Perché può succedere di perdere un pedinamento e per una ulteriore garanzia ci mettevo un segnalatore dentro. Per cui Mori era a conoscenza di queste mie capacità di avere questi dispositivi elettronici, che erano semplici GPS. Allora erano più sofisticati, utilizzati dai piloti americani quando venivano abbattuti per segnalare la loro posizione.

Avevo preparato una cintura e con Ilardo avevamo anche fatto delle prove. E gli dico: ‘quando ti trovi di fronte a Provenzano, per dare a noi la certezza, sposta il pulsante verso la fibbia’. Il segnale da intermittente diventava continuo. Per cui avendo la certezza che Ilardo era di fronte a Provenzano nel giro di pochi istanti, anche perché avevamo fatto tante prove ed eravamo abili ad utilizzare quegli strumenti, potevamo intervenire circondando il posto. Per arrestare il latitante».

E Mori cosa le comunica?

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Fine seconda parte/continua      

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«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

INTERVISTA. Parla Luciano Traina, il fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso in via D’Amelio, insieme ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano. L’ex ispettore della polizia di Stato esprime una sua convinzione: «le “menti raffinatissime” avrebbero voluto utilizzarmi. Brusca non doveva essere catturato vivo». Sulla vicenda Bonafede: «In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano».

«Ho partecipato alla cattura di Brusca, ma non credo più nello Stato»

di Paolo De Chiara

«In questi anni lo Stato si è comportato come sempre. Assente. Almeno verso di noi. Molto, molto assente. Non ci credo più». Sono parole amare pronunciate da Luciano Traina, già ispettore della polizia di Stato e fratello di Claudio, l’agente di scorta ucciso dal tritolo ventotto anni fa, in via D’Amelio, insieme al giudice Paolo Borsellino e ai colleghi Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Agostino Catalano.

Luciano Traina ha una carriera importante alle spalle, piena di encomi. Un impegno costante all’interno delle Istituzioni. Si è contraddistinto contro le Brigate Rosse a Milano. Mentre a Palermo si è trovato faccia a faccia con u verru (il porco) Giovanni Brusca, il killer di Cosa nostra. Lui, il fratello di una vittima, ha tratto in arresto il mafioso. Diventato, poi, collaboratore di giustizia. Abbiamo raccolto il pensiero dell’ex ispettore nel giorno della commemorazione della strage di Capaci, per ricordare anche i vivi, come il Pm Di Matteo, minacciato di morte dai “poteri forti”.

«Fino a qualche anno fa speravo, ma adesso sono arrivato alla frutta. Questa mattina sono andato in caserma dove c’è la lapide dei ragazzi ad onorare loro. Tranne il questore e il nuovo prefetto non c’era nessuno. Ho partecipato per i ragazzi, ma il resto è solo noia, apparenza, passerella. Sinceramente sentire alcuni familiari è disgustoso al massimo».

Perché? A cosa si riferisce?

«Mi riferisco a tante cose. Certe persone vogliono soltanto apparire».

Lei dice che fino a un certo punto ha creduto nello Stato. Quando si registra il cambio di rotta? Qual è il momento di rottura?

«Nel momento in cui noi cittadini normali, disarmati, abbiamo fatto la scorta civica a Di Matteo. Uno Stato non deve mandare avanti la popolazione per sostenere e garantire una sicurezza a un magistrato che vuole la verità, insieme ai familiari. Quindi ci siamo adoperati noi, senza armi, davanti al Tribunale. Non avrebbero ucciso solo un magistrato, ma persone inermi».

Lei si riferisce anche alle ultime polemiche che hanno coinvolto il ministro Bonafede?

«L’ho incontrato l’anno scorso in via D’Amelio, abbiamo avuto modo di parlare civilmente. Quando sono salito sul palco ero incazzato nero perché, in questi anni, ci sono state solo promesse e niente fatti. Noi vogliamo che ci sia giustizia. Sul palco mi sono tolto alcuni sassolini dalla scarpa, citando i predecessori di Bonafede che, come ogni anno, promettevano questo e quello. Quando sono sceso dal palco lui mi ha stretto la mano, ero insieme ad Antonio Vullo, l’unico superstite della strage di Borsellino. Ed io, come un cretino, ho creduto nelle sue parole. Dall’anno scorso, ad oggi, non è arrivata né una chiamata né un invito. L’unico regalo che ci ha fatto Bonafede è che ha scarcerato tutti questi mafiosi dal 41 bis. A seguito di questo abbiamo protestato».

E siete stati coinvolti da una trasmissione di Mediaset.

«A seguito di questa protesta è arrivato l’invito da un famoso, in negativo, giornalista (Giordano) che inviò una troupe per raccogliere le nostre proteste dovute a queste scarcerazioni. Ci avevano promesso di mandare tutto in onda. Quindi mi sono tolto tutti i sassolini dalla scarpa».

A chi si è rivolto?

«Al nostro Presidente della Repubblica. Dicendo che anche lui, avendo avuto un lutto in famiglia, non aveva speso una parola. Essendo anche presidente del CSM. Parlando pure di Bonafede. La trasmissione è andata in onda e hanno deciso di tagliare tutti i nostri interventi. Dopo due giorni è andata in onda la trasmissione di Giletti, così è uscito fuori tutto. Abbiamo fatto una lettera contro Giordano ma nessuno si è degnato di darci una risposta».

In questo Paese, quindi, non si vogliono affrontare certi temi?

«La tv italiana, sia Mediaset che la Rai, preferisce invitare i figli dei mafiosi. Noi familiari non veniamo coinvolti in questi dibattiti. Nessuno vuole affrontare la realtà di quello che succede, di quello che è successo e di quello che continua a succedere».

Cosa ha provato dopo aver ascoltato la telefonata del Pm Di Matteo nella trasmissione di Giletti?

«Ho provato sdegno, mortificazione. Sinceramente un pochino ci credevo in Bonafede. In lui non ci vedo la malafede, però vedo tanti fili che lo manovrano. Anche nella fiducia che ha dato Renzi, se ascoltiamo bene, lui manda tanti messaggi. Una caramella a Di Matteo e un messaggio chiaro verso Napolitano. Da una parte mi fa tenerezza Bonafede, ma non lo vedo nel posto dove sta. In quei posti ci vorrebbero personaggi, come dicono a Palermo, con i canini affilati».

Ci vorrebbe un Di Matteo, un Gratteri?

«Certo. In Di Matteo vedo un Falcone, un Borsellino. Le persone giuste non possono stare nei posti giusti, questa è la verità».

Questo ministro (Bonafede) e questo Governo sono adeguati a contrastare le mafie?

«No, per niente. Non mi venga a dire Bonafede che non sapeva quando hanno scarcerato il primo, il secondo, il terzo. E siamo arrivati quasi a 500 mafiosi. E lui non sapeva nulla. Che Di Matteo ha frainteso. Non possiamo crederci».

Lei ha perso un fratello nella strage di via D’Amelio e, nello stesso tempo, è stato un rappresentante delle forze dell’ordine. Cosa ha provato a seguito di tutte queste scarcerazioni?

«Che sono uno stronzo».

In che senso?

«Ho fatto patire la mia famiglia dopo la morte di mio fratello. Prima lavoravo, poi ho cominciato a lavorare di più. Ho partecipato alla cattura di Brusca, hanno voluto forzatamente che partecipassi alla cattura».

Che significa “forzatamente”?

«In quel periodo, quando ci sono state tutte le indagini per la cattura di Brusca, gestivo dei pentiti di mafia, coloro che scioglievano le persone nell’acido. Andavo sempre in giro con il dott. Sabella e con il dott. Prestipino, due magistrati di un certo livello. A Palermo c’ero e non c’ero. Due o tre giorni prima che si catturassero i fratelli Brusca mi hanno bloccato. In quei giorni non dovevo partire perché la squadra mobile aveva bisogno di personale. Ma io ero distaccato per queste faccende, per questi  interrogatori con i magistrati».

Quindi, “forzatamente”?

«Forzatamente mi ritrovai dentro il furgone. Eravamo una decina di persone impegnate per il blitz. Il furgone era a distanza di 100 metri dalla villa dei Brusca. Arrivato il segnale, siamo piombati dentro. Hanno voluto con forza che io ci fossi».

Perché?

«L’ho capito negli anni. Perché dopo la cattura di Brusca, e me lo ritrovai davanti, è successo che l’indomani, rientrato a casa dopo aver passato la notte con i miei colleghi di squadra per la perquisizione dell’abitazione, i giornali cominciarono a scrivere. Affibbiandomi delle dichiarazioni mai rilasciate. Questi erano i titoli: “Io Luciano Traina ho messo le manette a Brusca e ho buttato le chiavi”. Strada facendo Brusca è stato malmenato, si vede anche in una fotografia. Il suo volto è tutto tumefatto. Ho ancora quella copia del giornale. Ma io non ho mai parlato con i giornalisti».

Tutto questo cosa significa?

«Poi andiamo a scoprire chi era La Barbera (Arnaldo, il superpoliziotto e agente dei Servizi, nda), il questore che ha voluto forzatamente il mio impiego, che faceva parte dei Servizi deviati. Brusca non doveva essere catturato vivo? Brusca doveva essere catturato tre mesi prima in un altro paesino vicino Palermo. Poi sparì improvvisamente. Chi meglio di me, il fratello che si vendicava di questa persona. Questa è stata la mia sensazione».

Sta dicendo che mandarono “forzatamente” lei per una vendetta nei confronti del killer di Cosa nostra?

«Questo l’ho sempre detto. Meno male che Di Matteo ha fatto condannare queste persone nel processo sulla Trattativa Stato mafia».

Quindi, dietro quella decisione, c’erano delle “menti raffinatissime”?

«Certamente. Dopo due giorni mi ha chiamato La Barbera e mi ha detto: “Lei ha finito di fare la pacchia”. Mi ha spedito per una settimana al reparto Mobile di Reggio Calabria e, dopo, grazie a un medico della polizia che ha capito il mio stato d’animo, che io non avrei sostenuto il peso, mi mandò a casa per un mal di schiena. Poi hanno voluto “forzatamente” che me ne andassi da Palermo. La cosa strana è che mi è arrivato un encomio per la cattura di Brusca».

Riepilogando, possiamo dire che le “menti raffinatissime” volevano la morte di Brusca?

«L’ho pensato, lo penso, ma sinceramente non c’è una prova. Ma perché proprio io vengo mandato ad arrestare Brusca? Se lo avessi visto fare un gesto inconsulto non ci avrei pensato due volte. Ma io non uccido una persona perché è stato un assassino».

Che impressione le ha fatto Brusca in quel momento?

«Mi ha fatto schifo. Non lo conoscevo. Pensavo ad un omone. Mi sono ritrovano davanti un uomo più basso di me, scalzo, con i pantaloncini e a petto nudo, con un’espressione stupita. Entrambi, in quella frazione di secondo, siamo rimasti sorpresi, sbalorditi, bloccati. Mi aspettavo un orso, ho visto un omino. Questo mio pensiero me lo porterò sempre dietro: perché tra i dieci uomini scelti, tra i primi a scendere, doveva esserci Luciano Traina? Negli anni abbiamo visto chi era La Barbera e dopo due giorni ho visto come mi ha trattato. Ripeto, secondo me non volevano che si catturasse vivo. Non potevano non arrestarlo, non potevano farlo scappare. Ormai si sapeva che era lì, anche se hanno impiegato diversi giorni per la cattura. Abbiamo dovuto attendere i colleghi di Roma, come se da Palermo non fossimo stati in grado di catturare un latitante».

Come possiamo ricordare, senza retorica, suo fratello Claudio?

«È entrato in polizia perché vedeva in me un idolo. Un giorno è venuto da me e mi ha comunicato la sua decisione. Ha fatto domanda ed è entrato in polizia. Caso volle che, come me, ha fatto la scuola ad Alessandria, poi Milano e, nel 1991, è stato trasferito, dietro sua richiesta, a Palermo. Ed è finito all’ufficio scorte. Lui non scortava il giudice Borsellino, quel giorno si è trovato lì perché giorni addietro un collega è stato male. Lui quel giorno mi aveva chiesto di andare a pescare, perché era libero. Invece lo avevano chiamato perché la domenica doveva coprire un turno di un altro collega. Quello è stato il 19 luglio del 1992.

Dopo 40 anni di servizio in polizia lei sta dedicando la sua vita ai giovani studenti. Possiamo credere in questi ragazzi?

«Vedo in loro molta attenzione. L’ultimo incontro l’ho fatto a Capo d’Orlando, dove ho visto i ragazzi piangere. I giovani non hanno bisogno delle favole, ma della realtà».        

In questo Paese si arriverà mai alla piena verità?

«No. Ci faranno sapere le briciole, che non porteranno mai al pane».

da WordNews.it

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato»

SPECIALE Peppino Impastato. INTERVISTA al fratello Giovanni: «Era molto ironico. Si era reso conto che bisognava sfruttare l’arma dell’ironia per sconfiggere la mafia. Prendeva in giro, ridicolizzava. Questa cosa non l’hanno sopportata».

Impastato: «La mafia è nel cuore dello Stato»

di Paolo De Chiara

Nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978 a Cinisi, in provincia di Palermo, un giovane viene ammazzato. Si chiama Peppino Impastato. Oggi tutti conoscono la storia del compagno Peppino. Un “rivoluzionario”, un uomo senza paura. Figlio di mafioso, “legato” – per i suoi rapporti familiari – al mondo criminale. Frequenta suo zio, Cesare Manzella, il boss del posto. Si trova a contatto con Luciano Leggio e Tano Badalamenti, pezzi (di merda) da novanta. Il primo continuerà la carriera criminale con i sanguinari assassini corleonesi, l’altro verrà “posato” da Riina e company. Entrambi arriveranno all’apice dell’organizzazione criminale, nella famosa triade. Insieme a un certo BontadeTutti criminali, tutti mafiosi, tutti schifosi.

Peppino Impastato non entrerà in quel mondo. Con gli anni, attraverso la cultura, attraverso la sua mente pensante, comincerà a scagliarsi contro quel mondo criminale. Oggi lo ricordiamo per la sua intransigenza, per la sua passione, per i suoi valori, per il suo impegno. Ma, soprattutto, per la sua azione quotidiana: attraverso il giornalismo, la radio, le mostre fotografiche, le contestazioni. È stato un faro in quegli anni, dove nemmeno si nominava la parola “mafia”. E lui aveva il coraggio di sfotterli, utilizzando l’ironia. Di urlare, giustamente, che la mafia (come tutte le mafie) è una valanga di merda.

Peppino delegittimava la cultura mafiosa utilizzando le parole. Ed è stato eliminato perché i mafiosi hanno avuto paura delle sue parole modellate con forza e senza alcun timore. Sono passati 42 anni e Peppino Impastato è ancora con noi, per condurre le sue (le nostre) battaglie. Peppino Impastato è stato massacrato, lo hanno imbottito di tritolo e lo hanno fatto saltare in aria sui binari della tratta ferroviaria Palermo-Trapani. E hanno tentato pure di infangarlo. Ma non ci sono riusciti.

La sua lezione è ancora attuale. Abbiamo tante armi per sconfiggere questi maledetti. La battaglia è lunga e va condotta anche dal punto di vista politico. Altro insegnamento di Peppino. La politica non è quella cosa lorda che vogliono farci credere. I politici, molti di loro, sono una “cosa inutile” e dannosa. Abbiamo lasciato campo libero. Dobbiamo riprenderci gli spazi occupati da personaggi indegni.

Cultura, politica, passione, dignità, onestà. Questi sono gli ingredienti per eliminare il cancro mafioso. Una volta per tutte.

Per ricordare la figura di un gigante abbiamo contattato suo fratello: Giovanni Impastato. E siamo partiti dai ricordi dell’infanzia. «È stato il periodo più bello, più intenso della nostra vita, eravamo molto spensierati. Paradossalmente vivevamo all’interno della tenuta di zio Cesare Manzella, il capomafia che è stato ucciso nel 1963 con l’autobomba.

Noi siamo rimasti un po’ delusi. Pensavamo a questo grande benefattore, che si preoccupava per noi, che giocava con noi. Non soltanto lui, ma anche Luciano Liggio giocava con noi. Era latitante lì, protetto da lui che era il capomafia. Era ricercato da tutte le polizie d’Italia. Poi queste cose ce le ha dette nostra madre».

Cosa vedevano i suoi occhi in quegli anni?

«Da subito l’ho preso come un punto di riferimento. In quegli anni lui aveva 15 anni e io ne avevo 10. Da quel momento in poi nasce in me questa figura. Mi affascinava tantissimo perché parlava bene, perché si interessava a me, perché era molto cordiale, era molto intelligente. Mi sono legato tantissimo a lui. Poi iniziano i conflitti in famiglia, dopo la morte dello zio, perché Peppino inizia a fare delle scelte. E in quel momento sono entrato un po’ in crisi. Lui mi ha aperto gli occhi, mi ha fatto capire quale era la situazione. Fino al punto che viene buttato fuori di casa, perché intraprende la sua attività di rottura. Da quel momento in poi perdo quel punto di riferimento, perdo quel legame affettivo. Peppino diventa un amico, un compagno di lotta. Ero costretto, spesse volte, a incontrarlo fuori. Il rapporto diventa difficile, molto complicato, nel senso che veniva un po’ meno la comunicazione. Successivamente, quando si era verificato tutto in famiglia in quel modo, lo consideravo un po’ responsabile. Per le sue scelte radicali, per il suo modo di contestare la famiglia. Quello è stato un momento di crisi, però mi sono reso conto che lui aveva sempre ragione. Negli anni dell’attività lo aiutavo, lo sostenevo. Però non avevo la sua personalità, il suo carisma, la sua sensibilità. Ma il rapporto lo abbiamo mantenuto sempre forte».

Come possiamo definire Peppino con una parola?

«Rivoluzionario. Credo che questa parola comprenda la lotta, l’impegno, la rivoluzione morale e culturale. Peppino esprimeva, incarnava la figura del rivoluzionario».

In Peppino scatta la molla del cambiamento con l’episodio dell’autobomba del 1963?

«La molla scatta con questo episodio. Prima andava tutto bene, non c’erano problemi. Le contraddizioni iniziano dopo. Quando Peppino inizia a riflettere e a capire che eravamo stati ingannati. Quel mondo era un falso mondo, basato sulla menzogna, sull’ipocrisia. Loro non pronunciavano mai la parola mafia, il mafioso non la pronuncia mai. Loro volevano dimostrare di essere persone dedite a pensare alle persone bisognose, a ribellarsi alle ingiustizie dello Stato, a sostituirsi allo Stato. Questo ci facevano capire, ma non era vero. Di tutto questo ce ne siamo resi conto dopo. E così comincia a contestare il padre, comincia a contestare la società. Si rende conto di cosa era la mafia. Fonda il giornale L’Idea, siamo nel 1965».

Che differenze c’erano tra il capomafia, poi ucciso, Manzella e Tano Badalamenti?

«Fra Badalamenti e Manzella non c’erano molte differenze. Gaetano Badalamenti ha raccolto quell’eredità. Manzella non cercava lo scontro frontale, voleva sempre dialogare con le Istituzioni. Era un criminale, anche lui ha iniziato il traffico della droga, anche lui ha commesso i suoi omicidi, è stato mandante di omicidi. Badalamenti era diverso rispetto a quello che è avvenuto dopo, rispetto ai Provenzano, ai Riina, dei carnefici che sono arrivati allo scontro con le Istituzioni, che hanno provocato dei guasti interminabili dove lo Stato è stato costretto, perché lo Stato non lo vuole risolvere questo problema, a prendere qualche iniziativa. Le stragi Badalamenti non le avrebbe commesse. Badalamenti è stato il mandante dell’omicidio di Peppino, condannato all’ergastolo, però debbo riconoscere che lui la strategia dello stragismo non l’avrebbe mai portata avanti».

Perché lo Stato non vuole risolvere questo problema?

«Perché la mafia è dentro lo Stato, nel cuore dello Stato».

Ancora oggi?

«Sì. Il problema non è stato ancora risolto. Guardiamo agli ultimi episodi…».

Quali episodi?

«Le scarcerazioni. Ma chi è il responsabile? Chi è stato? Ammetto la buona fede del Ministro, ammetto la buona fede di Di Matteo, ammetto la buona fede di tutti, ma ci deve essere questo responsabile. E allora andiamolo a prendere».

Quando e come arriva la politica nella vita di Peppino?

«Arriva subito. Lui lo scrive, “Arrivare alla politica nel lontano 1965 su basi puramente emozionali”, però lui è stato molto agevolato. Gli anni Sessanta sono stati i più intensi, anni di lotte, di trasformazioni. I giovani ci credevano, lottavano, studiavano. Peppino è figlio di quel tempo. In Peppino non troviamo solo una forte coscienza critica nei confronti della mafia, ma soprattutto politica. Diventa un militante di estrema sinistra con le sue idee, contestando anche quei vecchi regimi comunisti che erano logori e che di comunismo non avevano nulla».

Peppino, quindi, non si occupava solo di mafia ma anche di sociale.

«Portando avanti anche queste battaglie sociali si scontrava con la mafia. Fare battaglie nel sociale significa combattere la mafia».

Quando nasce la frase “La mafia è una valanga di merda”?

«Nel 1967. Molti sono convinti che questo articolo su L’Idea sia uscito. È stata mia madre a sequestrarlo. Si è recata da quelli che stampavano il giornale per impedire l’uscita. Aveva paura che i mafiosi lo uccidessero».

E poi c’è un’altra idea rivoluzionaria: la radio.

«Era un grande comunicatore. Inizia il suo impegno con L’Idea Socialista e lo chiude, perché viene ucciso, con Radio Aut. In mezzo sempre le sue battaglie».

Nelle trasmissioni radiofoniche i personaggi locali vengono “battezzati” con dei soprannomi. Era una passione di Peppino?

«Era molto ironico. Si era reso conto che bisognava sfruttare l’arma dell’ironia per sconfiggere la mafia. Prendeva in giro, ridicolizzava. Questa cosa non l’hanno sopportata. Se attaccavi un mafioso, facevi una denuncia, successivamente, lui recuperava. Ti poteva dare pure l’onore delle armi. Ma quando i mafiosi iniziano a perdere consensi sociali, perché Peppino faceva ridere il Paese con tutti questi nomignoli rendendoli esseri ridicoli e insignificanti, non potevano più recuperare. Ecco perché decidono di spegnere questa mente lucida. Questo è stato il primo caso di lotta alla mafia con l’ironia. Dopo ci sono stati i film e tante altre cose. Anche Pif lo riconosce e dice di essersi ispirato a Peppino».

Quindi da una parte l’ironia e dall’altra la cultura. Peppino era un uomo di cultura.

«Con il Circolo Musica e Cultura faceva riflettere molto i giovani. Lui diceva sempre che bisogna studiare per conoscere il fenomeno, per sconfiggerlo, per affrontarlo. Organizzava lo studio collettivo. La biblioteca itinerante è stata una cosa bellissima. La cultura è la base di tutto».

Come veniva percepito l’impegno di Peppino a Cinisi? Quali erano le reazioni della cittadinanza?             

«Lui veniva considerato un alieno sotto certi aspetti. Uno che rompeva gratuitamente le scatole. Veniva considerato scomodo. Faceva le denunce contro il traffico di droga e la gente si è arricchita in quel Paese. In quegli anni non c’erano controlli, la gente andava e veniva dall’America, l’aeroporto era in mano alla mafia. In alcuni casi, anche per paura, la gente si allontanava. Però nell’ultimo periodo Peppino stava acquisendo molti consensi. I suoi comizi erano affollati, le trasmissioni in radio erano seguite. La gente stava cominciando ad aprirsi. Poi è arrivato l’omicidio».

Prima di arrivare a quella maledetta notte dell’8 maggio 1978 dobbiamo fare un ulteriore passaggio. Peppino decide di candidarsi alle elezioni comunali di Cinisi del 14 maggio. L’ultimo schiaffo ai mafiosi locali?

«Sarebbe stato sicuramente eletto, con meno voti rispetto a quando è stato eletto, successivamente, da morto. I mafiosi hanno avuto ancora più paura, perché all’interno del consiglio comunale, sicuramente, li metteva in difficoltà. Lo avrebbero dovuto ascoltare, era una figura istituzionale, non potevano far finta di nulla, non potevano nascondere le carte. Prima i cittadini non potevano vedere certe carte. E la mafia ha avuto paura».

La goccia che fa traboccare il vaso e che porta alla decisione finale di eliminare fisicamente Peppino è la candidatura in consiglio comunale?

«Sicuramente sì. Quando Peppino decide di candidarsi consigliere comunale, è chiaro, i mafiosi capiscono che bisognava agire al più presto possibile. Bastava una settimana per rompere gli equilibri e sarebbe stato più difficile ucciderlo. Lo hanno camuffato come forma di attentato, con l’appoggio di una parte dell’Arma dei carabinieri, dei servizi segreti, tutta questa sporcizia che gira attorno a settori istituzionali. Badalamenti era molto amico dei carabinieri e delle istituzioni. Non è stato difficile organizzare l’omicidio, sotto forma di attentato terroristico. Non a caso i carabinieri e i giudici di allora non hanno fatto altro che depistare le indagini, facendole a senso unico. Cercando di infangare la sua memoria. Facendolo passare per terrorista. Senza l’appoggio delle istituzioni Badalamenti non avrebbe mai commesso questo omicidio in questo modo. Magari lo avrebbe commesso in un momento diverso, in maniera completamente diversa».

Questo omicidio viene commesso a tavolino partendo dal ritrovamento del corpo dell’on. Aldo Moro? C’è un collegamento tra i due fatti? Badalamenti era stato informato?

«È difficile da dimostrare, anche se nella sentenza del processo Pecorelli, anche se poi sono stati assolti tutti, viene fuori che Badalamenti sapeva dell’omicidio di Moro o, quanto meno, dopo che c’era stato un tentativo di una parte della DC di salvare l’On. Moro. C’è stato un dialogo tra i Salvo e Tano Badalamenti, che ha incaricato Buscetta, che era recluso nel carcere di Cuneo dove c’era anche Curcio insieme a tanti altri, di parlare con i brigatisti. Bisogna vedere se tutto questo è vero. Sembrerebbe che i brigatisti avrebbero detto che in quei giorni lo avrebbero ucciso e Badalamenti già sapeva qualcosa. O si è ispirato a quel clima. Ma non mi sento in grado di confermarla questa cosa».

Lei come la ricorda la sera dell’8 maggio del 1978? Quando scatta l’allarme?

«L’allarme scatta nei compagni. Gli stessi compagni tentarono di non allarmare la mia famiglia, perché pensavano di poterla risolvere la cosa. Noi aspettavamo Peppino, anche lui doveva partecipare all’invito di questi ospiti che venivano dagli Stati Uniti. Noi non ci siamo troppo preoccupati perché lui, abitualmente, veniva tardi, non cenava, soprattutto quando c’erano le elezioni. Quella sera lui non è venuto. A un certo punto bussano alcuni compagni e chiedono di Peppino. E poi l’indomani mattina è successo quello che è successo».

Da chi avete appreso la notizia?

«Dai carabinieri che sono venuti a fare la perquisizione a casa nostra. Poi mi hanno portato in caserma, mi hanno interrogato. Un interrogatorio terribile, tutto in funzione dell’attentato terroristico».

Lei è andato sul luogo del massacro?

«No, alcuni compagni me lo hanno impedito. Sul luogo del massacro ci sono andati i suoi compagni che, addirittura, hanno raccolto i resti perché i carabinieri non volevano fare più indagini. Hanno fatto di nascosto alcune foto che sono rimaste nella storia».

E per arrivare alla verità avete dovuto aspettare quasi trent’anni.

«Più di venticinque anni. Se per verità si intende i processi con la sentenza abbiamo dovuto aspettare quasi trent’anni, però avevamo la verità storica».

In questa storia c’è una donna combattiva: la signora Felicia.

«Lei ha avuto un ruolo importante. Sotto certi aspetti è stata determinante. Subito dopo va avanti con le sue denunce. Non ha problemi a denunciare gli autori di questo delitto. Non si tira indietro. Fa nomi e cognomi. Questa è stata una sorpresa per tutti, spiacevole soprattutto per la mafia. Hanno capito che noi stavamo facendo sul serio, che non avevamo nessuna intenzione di mollare, di tirarci indietro. Non si aspettavano una reazione del genere, soprattutto di mia madre. Mia, nostra e anche dei compagni di Peppino. I primi due o tre anni sono stati loro in prima fila e hanno rischiato pure la vita nel fare le denunce».

Qual è stato il ruolo di suo padre? Ha protetto Peppino fin quando ha potuto?

«Il ruolo di mio padre è un po’ particolare. Lui lo butta fuori di casa, lo ripudia come figlio perché era comunista, perché era eretico, perché parlava male dei suoi parenti mafiosi. Però poi quando lo vede in pericolo, nel film (I Cento Passi, ndr) viene fuori questo particolare, tenta di salvarlo. Si reca negli Stati Uniti in cerca di protezione per il figlio. Quando Badalamenti gli comunica che lo volevano uccidere va a parlare con gli amici americani. Poi, purtroppo, il fatto non si è potuto più risolvere perché hanno deciso di ucciderlo. Anche quando è stato buttato fuori di casa è stata una forma di protezione per dire ai suoi amici mafiosi “ci sto pensando”. Però, poi, è successo quel che è successo».

Nel film, che lei ha citato, c’è la scena della morte di suo padre. Ma è stato un suicidio o un omicidio?

«È stato un omicidio, anche se noi non abbiamo una sentenza. Purtroppo c’era stato il tentativo di aprire un fascicolo anche su questo, ma i responsabili erano tutti morti».

Qual è la spiegazione di questo omicidio?

«Mio padre faceva parte dell’organizzazione mafiosa, vincolato dal giuramento. In alcuni casi, quando Cosa nostra ordina, devi eseguire e non ti puoi ribellare. In quel caso Luigi Impastato doveva uccidere suo figlio. Lui non si poteva permettere di tentare di salvarlo. In quel caso doveva morire. È stato ucciso anche perché poteva diventare pericoloso, mio padre era una testa calda».

Quali battaglie condurrebbe oggi Peppino Impastato?

«Sarebbe accanto a noi per condurre le battaglie contro il razzismo, a favore degli immigrati. Condurrebbe le sue battaglie insieme ai movimenti che nei loro territori difendono le terre e la natura come i No Tav, come i No Muos, come i No Triv. Sarebbe al fianco dei movimenti contro la globalizzazione, contro lo squilibrio delle risorse e a quel mondo cattolico di base che porta avanti quelle battaglie di civiltà e di democrazia. Sarebbe, sicuramente, deluso della situazione politica attuale, sarebbe deluso della sinistra che è scomparsa. Però le battaglie sociali, di civiltà e di democrazia, a prescindere, bisogna portarle avanti. Sono battaglie per i diritti, per il rispetto della Costituzione e per la dignità umana. Peppino sarebbe accanto a noi su queste battaglie.

© Franco Zecchin
10 maggio 1978. Funerali di Peppino

centroimpastato.com

da WordNews.it

«Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

D.U., Operatore 118 Campobasso. Il testimone del 5 maggio 2009: «Subito loro hanno detto di essere state aggredite, che volevano essere refertate per questa cosa, in particolare Lea diceva di essere stata aggredita. La sua fisionomia è quella di una foto che circola in rete in cui ha i capelli legati; mi colpì la magrezza e la bellezza della figlia, il suo aspetto un po’ alternativo. A un certo punto arrivano i carabinieri».

«Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

di Paolo De Chiara

«Presumo che lei abbia attivato prima i carabinieri, in ogni caso siamo stati i primi ad intervenire. La porta era chiusa, abbiamo bussato, apre Denise. Entriamo, c’è lei dietro questo tavolino di fronte, lei è con la figlia. Erano molto agitate per la concitazione ambientale. Io guardo subito questa cassetta degli attrezzi poggiata a terra, dall’ingresso era posata sulla destra. Addossata alla parete c’era questa cuccia del cane, un Alano femmina, mansueto, mite. Tant’è vero che Lea e Denise se la prendevano ripetutamente con il cane che non le aveva difese. Ovviamente parlavano in dialetto stretto calabrese, non era sempre facile capire il significato delle parole, la sostanza si».

E cosa succede dentro la casa?

«Subito loro hanno detto di essere state aggredite, che volevano essere refertate per questa cosa, in particolare Lea diceva di essere stata aggredita. La sua fisionomia è quella di una foto che circola in rete in cui ha i capelli legati; mi colpì la magrezza e la bellezza della figlia, il suo aspetto un po’ alternativo. A un certo punto arrivano i carabinieri».

E cosa accade?

«I carabinieri non vanno subito al merito della problematica, cominciano a fare delle domande: «Chi è? Chi ha chiamato? Perché è venuto questo?», addirittura ho avuto l’impressione che non fossero convinti del tentativo di omicidio, ma è umano. A un certo punto succede una cosa bizzarra».

Ce la racconti.

«Ho avuto la brillante idea, lo devo confessare con il senno di poi, di guardare sopra al frigorifero e vedo un pacchetto di sigarette, senza il cartoncino laterale…».

Sì, Lea fumava le canne

«Si, si… a un certo punto faccio un cenno al collega, che lo prende. Non ricordo bene se ci fosse hashish o marijuana. Il collega lo prende e lo passa al vicebrigadiere, questo giustizialismo eccessivo, al ché il comportamento dei carabinieri cambia».

Che significa?

«Cominciano a urlare, «di chi è questo?», imprecando contro la donna. E lei urla e dice «io lo faccio per rilassarmi, voi dovete pensare a proteggerci, no a queste cose qua. Io non sono una criminale, non ho ammazzato nessuno». Gesticolava, sbatteva i pugni sul tavolo, cercava di imporsi, di far capire le sue ragioni. Ad un certo punto il carabiniere chiede alla infermiera donna di perquisire Lea Garofalo, e la dottoressa intelligentemente impedisce questa perquisizione. Quando la dottoressa vede che il problema non è più la questione aggressione, ma c’è un conflitto tra la pattuglia e loro due “ritira le truppe”. Esaurito il nostro compito ce ne andiamo. Scrive i documenti, fa un referto che consegna come copia anche a loro, e andiamo via».

Quanto tempo è durato il vostro intervento?

«Il tutto è potuto durare, approssimativamente, non più di quaranta minuti».

Ritorniamo alla cassetta degli attrezzi. Lei cosa ricorda?

«Era aperta, era una comune cassetta da idraulico, per dissimulare. Ascoltando la vicenda e rileggendo ho fatto mente locale. La cassetta era lì, di colore celeste. Era tra il cane e il tavolino, come se qualcuno l’avesse scagliata  a terra e fosse fuggito».

In quella stanza c’era anche una lavatrice?

«C’era uno sgabuzzino, quello era un soggiorno, forse, con angolo cottura. Una casa piccolissima, potrei ipotizzare una quarantina di metri quadri, cinquanta».

Nella stanza c’erano coltelli?

«Mi sembra che lei ha tirato fuori il coltello, per dire «io mi sono dovuta difendere con questo».

In che stato avete trovato Lea Garofalo?

«Aveva dei segni non appariscenti, sul collo segni di pressione. Non c’erano ferite, escoriazioni, si vedeva che c’era stata una colluttazione».

La donna come era vestita?

«Aveva dei jeans stretti, scuri, pure la maglia credo fosse scura. Capelli raccolti, non era truccata in modo appariscente, era agitatissima. Si è cercato subito di calmarla, di far spiegare cosa fosse avvenuto, lei continuava a parlare in dialetto calabrese».

Lei ha deciso di fare questa intervista, senza rivelare il suo nome, perché?

«Per rendere onore a questa persona, perché credo di aver avuto un pregiudizio…».

Ci può spiegare il suo pregiudizio?

«Come se in realtà avevamo a che fare con una persona che faceva uso di sostanze, non credibile. L’ho scoperto dopo chi era, tutta la situazione. L’atteggiamento è stato di tutta l’equipe, lo devo dire per onor del vero e per rendere giustizia, in qualche modo, a questa donna. Siamo stati poco sensibili».

Può spiegare meglio?

«Si è fatto ciò che prevede il protocollo, redigere un referto, riempire una scheda. Non credo che siamo stati molto umani da confortare, essere più protettivi. È vero che ha rifiutato le cure, delle gocce di valium, ma lei voleva calcare la mano, tra virgolette, sull’avvenimento, come a dire «dimostrate che è successo questo», attraverso una scheda sanitaria, l’intervento delle forze dell’ordine. Con l’episodio del pacchetto le cose si confondono…».

C’è stata sensibilità da parte delle forze dell’ordine?

«No, per quello che ho visto io. Anzi hanno alzato la voce».

Quando uscite dalla casa notate qualcosa di particolare?

«Sì, quando siamo usciti lo scenario era radicalmente cambiato. Quando arriviamo non c’è nessuno, quando usciamo c’erano almeno una decina di poliziotti, tra quelli in divisa e in borghese. Avevano chiuso la strada con il nastrino. Mi ricordo la scena dell’addetto della scientifica con la valigetta che stava salendo in casa. Quella è l’ultima immagine di quella giornata».

La sua testimonianza è stata raccolta? Siete stati sentiti nel processo molisano contro Massimo Sabatino, il falso tecnico della lavatrice?

«No, mai. Ma è a discrezione del giudice, in primis viene convocato il medico, in seconda battuta l’infermiere…».

Gli altri componenti dell’equipe sono stati sentiti?

«Non mi risulta, io non ho più sentito parlare di questa storia».

fonte: Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.

da WordNews.it

IL CORAGGIO DI DIRE NO, Firenze Libro Aperto, 28 settembre 2018

libro antonia garofalo

treditre editori –  STAND 10

FIRENZE LIBRO APERTO

Fortezza da Basso – Padiglione Spadolini

Presentazione del libro


Il Coraggio di dire NO. Lea Garofalo

 la fimmina che sfidò la schifosa ‘ndrangheta

di Paolo De Chiara

nell’ambito della II edizione del Festival del libro FIRENZE LIBRO APERTO, venerdì 28 settembre alle 17:00 Paolo De Chiara presenterà il suo libro Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la schifosa ‘ndrangheta (Treditre Editori, 2018, Nuova Edizione Aggiornata).

L’autore esporrà tutte le novità contenute in questa edizione aggiornata, a partire da una seconda lettera autografa di Lea di cui è venuto in possesso in esclusiva e di cui nessuno era a conoscenza, e molti altri documenti, foto e interviste inediti.

Insieme all’autore avranno il piacere di dialogare con i lettori anche il magistrato Salvatore DOLCE (Procura Nazionale Antimafia) che per primo raccolse la testimonianza di Lea, e l’editrice Rita Genovesi.

 

«È la drammatica storia di una fimmina ribelle calabrese che ha alzato la testa, non girandola dall’altra parte. Nata in un contesto di ‘ndrangheta, ha sentito il puzzo della criminalità organizzata sin dalla culla. Però la giovane Lea è diversa, capisce che l’unica strada da seguire è quella della Legalità e si affida allo Stato, diventa Testimone di Giustizia consapevole che pagherà con la vita la scelta di sfidare la ‘ndrangheta:“….arriverà la morte! Inaspettata, indegna e inesorabile”

 

Alla fine di questo racconto tragico, rimane una grande amarezza.

Siamo stati distratti, indifferenti, sordi, Lea ci chiedeva aiuto e noi – che pure ci riempiamo la bocca di parole e l’animo di indignazione nei convegni antimafia – non abbiamo voluto capire. “Ho bisogno di aiuto, qualcuno ci aiuti, please”. Si concludeva così la lettera che Lea inviò al Sig. Presidente della Repubblica il 28 aprile 2009. Lettera che però “non risulta essere pervenuta”, sul Colle più importante della Repubblica. Forse è così, ma un dato è certo: quelle parole non sono mai arrivate al nostro cuore, e della solitudine di Lea, della sua orrenda morte, siamo tutti un po’ responsabili.

L’Italia civile, democratica, l’Italia che chiama Falcone e Borsellino “Giovanni e Paolo”, l’Italia dello Stato che “sconfiggeremo le mafie”, nella vicenda tragica di Lea ha consentito che a vincere fosse la ‘ndrangheta.

dalla postfazione di Enrico Fierro

 

 

Paolo DE CHIARA: giornalista, scrittore, sceneggiatore. È nato a Isernia, nel 1979. In Molise ha lavorato con gran parte degli organi di informazione (carta stampata e televisione), dirigendo riviste periodiche di informazione, cultura e politica. Si dedica con passione, a livello nazionale, alla diffusione della Cultura della Legalità all’interno delle scuole.

Nel 2012 ha pubblicato Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta (Falco Ed., Cosenza); nel 2103 Il Veleno del Molise. Trent’anni di omertà sui rifiuti tossici (Falco Ed., Cosenza), vincitore del Premio Nazionale di Giornalismo ‘Ilaria Rambaldi’; nel 2014 Testimoni di Giustizia. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie (Perrone Ed., Roma); nel 2018 Io ho denunciato. La drammatica vicenda di un testimone di giustizia italiano (Sceneggiatura) e Il Coraggio di dire No. Lea Garofalo, la donna che sfidò la schifosa ‘ndrangheta (nuova edizione aggiornata, Treditre Editori).

Ha collaborato con Canal + per la realizzazione del documentario Mafia: la trahison des femmes, Speciàl Investigation (MagnetoPresse). Il documentario è andato in onda in Francia nel gennaio del 2014.

 

Treditre Editori: casa editrice abruzzese indipendente NOEAP. Da anni pubblica narrativa, poesia e saggistica selezionando solo autori di indiscusso valore, sia conosciuti e apprezzati che esordienti. Molte delle opere sono state presentate con patrocini di spessore in importanti eventi letterari. Alcune vantano pre e postfazioni importanti (Ferdinando Imposimato, Elio Lannutti, Antonio Petrocelli, Andrea Di Consoli, Enrico Fierro, Massimiliano Bruno, …) ed hanno ricevuto importanti premi e riconoscimenti.

Treditre editori:  https://goo.gl/zv311Z         0863070986 – 3492523295

http://firenzelibroaperto2018.it/   – 

http://firenzelibroaperto2018.it/wp-content/uploads/2018/09/programma-fla-2018.pdf

locandina

ESCLUSIVA #leagarofalo

la seconda versione inedita del memoriale

+++ LA SECONDA VERSIONE INEDITA DEL MEMORIALE +++ 
dalla nuova edizione aggiornata del libro IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la schifosa ‘ndrangheta (TrediTre Editori, 2018)

Qual è il memoriale originale? 
Lea Garofalo ha scritto due lettere? 


Per acquistare l’opera: https://goo.gl/zv311Z
#leagarofalo #memoriale #lasecondaversione

libro antonia garofalo