Caso Ilardo: «Lo Stato ha ucciso mio padre»

L’INTERVISTA. In attesa della sentenza della Cassazione abbiamo raccolto la testimonianza di Luana Ilardo (figlia di Luigi, nome in codice “Oriente”): «Credo nello Stato, nelle Istituzioni, in quei magistrati che continuano a ricercare la verità. È chiaro che ci sia uno “spaccato” nello Stato. C’è una parte di Stato collusa e corrotta. Ma c’è anche una parte di Stato buona, onesta, legale che vuole far emergere queste verità. Oggi, purtroppo, ci sono tutte le carte in tavola per poter parlare di questa verità. Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali.»

Caso Ilardo: «Lo Stato ha ucciso mio padre»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Lo Stato ha sempre utilizzato la criminalità organizzata. Il mandante esterno in questi omicidi di Stato c’è sempre. Poi c’è il contatto che dice a due picciotti: ‘andate ad ammazzare questo’. A Ilardo lo sparano sotto casa. L’ordine è arrivato dallo Stato. È successo per tutti gli omicidi eccellenti. Ilardo è uno degli omicidi eccellenti». Queste parole chiare, nette, incontrovertibili – raccolte da WordNews.it – sono state pronunciate dal colonnello dei carabinieri Riccio.

Michele Riccio e Luigi Ilardo avevano stretto un rapporto di collaborazione. Uno era l’ufficiale dei carabinieri, l’altro era il confidente infiltrato (nome in codice “Oriente”). In attesa di diventare, ufficialmente, collaboratore di giustizia. I due si fidavano l’uno dell’altro. Una partnership fruttuosa: Ilardo offriva gli spunti necessari alle indagini e Riccio chiudeva il cerchio investigativo. Innumerevoli latitanti di Cosa nostra scovati e sbattuti nelle patrie galere. Uno rappresentava lo Stato, l’altro (cugino del mafioso Piddu Madonia) aveva preso le distanze da quel mondo schifoso rappresentato dai cosiddetti mafiosi (con le giuste coperture istituzionali).

I due avevano un obiettivo preciso: togliere dalla circolazione Bernardo Provenzano, latitante da troppi anni. Una vergogna per uno Stato di diritto. Se fosse stato arrestato molte vite sarebbero state salvate. Ma l’obiettivo sfumerà miseramente. Come è sempre accaduto. È la storia di questo strano Paese. (Dov’è l’attuale primula rossa Matteo Messina Denaro? Perché non vogliono arrestarlo?). La partita iniziata dalla coppia Riccio-Ilardo (ma condotta dai pezzi deviati dello Stato) verrà annullata. Il pezzo (di merda) da novanta non potrà essere arrestato. Lo Stato deviato, rappresentato dai soliti personaggi indegni e miserabili, interverrà prima. L’accordo indicibile non si doveva e non si poteva rompere. Il Patto non andava frantumato.

E Provenzano continuerà la sua latitanza per altri 11 anni. Una vergogna. E Ilardo verrà ammazzato il 10 maggio del 1996, sotto la sua abitazione. Una vergogna di Stato. E il colonnello Riccio sconterà la reazione rabbiosa degli apparati deviati. Una vergogna istituzionale. E la Trattativa continuerà nell’indifferenza generale. Una vergogna italiana.    

Sono passati 24 anni dall’omicidio dell’infiltrato Ilardo. Il prossimo 1° ottobre si pronuncerà la Cassazione per chiudere definitivamente la parte processuale. Ma la ferita resta ancora aperta. E lo sarà per sempre. Soprattutto per i familiari di un uomo che aveva deciso di mettersi alle spalle il suo passato.  

Abbiamo raccolto il punto di vista di sua figlia Luana Ilardo, presente il 19 luglio scorso in via D’Amelio insieme a Salvatore Borsellino. («Dopo aver letto il suo percorso, la rivendicazione della verità e della giustizia sull’assassinio di Ilardo ho pensato che gli assassini di suo padre sono gli stessi assassini di mio fratello. E, quindi, ho ritenuto che fosse giusto, in quel giorno, averla sul palco insieme a me. Noi cerchiamo lo stesso tipo di giustizia, per me gli assassini di mio fratello non sono i mafiosiGli assassini di Paolo sono dentro lo Stato, gli assassini di Luigi Ilardo sono dentro lo Stato.»)

Signora Ilardo perché, secondo lei, per poter ricordare la vicenda di suo padre sono trascorsi tutti questi anni?

«In questo ultimo anno è incominciata una vera e propria battaglia con una grande esposizione mediatica, in cui sono stata abbastanza polemica.»

Perché ha sentito la necessità di iniziare questa battaglia?

«Era una cosa che ho sempre voluto. Per me è un atto dovuto. Ho atteso anche la maturazione dei tempi giusti.»

In che senso?

«Le prime sentenze risalgono a qualche anno fa. E quindi questo, comunque, mi ha dato modo di poter dire la mia. Senza le sentenze, ovviamente, non avevo nessun punto di partenza. Nonostante avessi chiare le mie idee su tante situazioni.»

Tra qualche giorno, precisamente il 1° ottobre 2020, ci sarà la sentenza in Cassazione. Lei cosa si aspetta?

«Siamo all’ultimo grado di giudizio, quindi, ragionevolmente la valutazione dell’operato dei giudici che hanno pronunciato la sentenza di secondo grado. Anche se non è quello che mi interessa.»

Il 10 maggio del 1996 a Catania viene ammazzato suo padre. Lei quanti anni aveva?

«Sedici.»

Cosa ricorda di quei momenti?

«Era la prima volta, da quando erano nati i miei fratelli gemelli, che papà portava a cena fuori la moglie e in quella occasione, era un venerdì sera e io e mia sorella eravamo solite uscire e proprio quel giorno, ci chiese la cortesia di tenere i bambini appena nati. Ovviamente io e mia sorella accettammo con piacere, per noi era una giornata particolare. Per la prima volta avevamo la responsabilità di tenere i nostri fratellini che amiamo immensamente ed eravamo contente per l’incarico.»

E cosa succede?

«Pochi minuti prima di rientrare a casa riceviamo la sua telefonata con le varie raccomandazioni. Dopo una quindicina di minuti iniziamo a sentire la saracinesca del garage sotto casa e iniziamo a sentire quei rumori, quegli spari (nove colpi di pistola, nda). Non so perché, ma è come se lo sapessimo che erano per lui. Nell’immediato scende sua moglie Cettina, a ruota poi scendiamo io e mia sorella. Loro sono risalite e io sono rimasta, non me ne volevo andare. Non lo volevo lasciare.»

Chi è presente sul luogo del delitto?

«Nessuno. C’era solamente il corpo di mio padre disteso a terra. Cercano di allontanarmi a fatica dal corpo di papà. Sono rimasta parecchio tempo lì sotto a guardarlo. Quando sono risalita ho distrutto, insieme a mia sorella, parte della mia abitazione con calci e pugni.»

Chi era Luigi Ilardo?

«A differenza di quello che si può immaginare non mi stancherò mai di dire che era, per quanto mi riguarda, un uomo dolce, corretto. Ciò che ha insegnato a noi. Grazie a mio padre siamo delle figlie educate, a modo, rispettose di certi valori. Ci teneva molto alla nostra educazione, ai nostri studi.»

Luigi Ilardo era parte integrante di Cosa nostra?

«Per come la storia ci conferma, sì. Non ho mai avuto chiaro tutto questo quadro, in quanto vivere certe situazioni era la normalità. Poi ho iniziato a comprendere che molte cose non andavano, crescendo abbiamo iniziato ad avere altri termini di paragone. Quando cresci in un contesto dove le persone fanno le stesse cose ti confronti con quell’ambiente e fai fatica a capire determinate situazioni. È chiaro che qualche domanda me l’ero posta quando ho iniziato a comprendere. A ricostruire tutto ci è voluto un po’ di tempo.»

Suo padre verrà arrestato per una partecipazione in un sequestro di persona. E sconterà tutta la sua pena detentiva. Negli ultimi mesi, prima di essere rimesso in libertà, scriverà una lettera riservata a De Gennaro per prendere le distanze da Cosa nostra. Il primo passo di una collaborazione con il colonnello Michele Riccio.

«L’obiettivo era mettersi sulle tracce di Provenzano. Era il suo obiettivo principale.»

E, insieme a Riccio, porterà le Istituzioni a pochi passi dal casolare dove “viveva” il superlatitante di Stato.

«Esatto, sì.»

Lei, in quel periodo, cosa ricorda di suo padre? Era preoccupato? Era sereno?

«Non era assolutamente sereno. Percepivo che non era sereno. Poi c’era stato il discorso del furto dell’oro a casa mia.»

Può spiegare meglio?

«Quello era stato un momento molto delicato. A casa mia, un paio di mesi prima della sua morte, sono inspiegabilmente entrati con mio nonno, molto anziano e con problemi di udito, che dormiva. Mio padre non c’era, il fine settimana solitamente era a Lentini dove aveva ristrutturato la nostra azienda agricola.»

Un furto fatto da qualche balordo o un vero e proprio segnale?

«Nessuno si sarebbe permesso di entrare a casa. Non avevo chiarezza del ruolo che ricopriva mio padre, ma sicuramente aleggiava nella nostra vita che eravamo una famiglia rispettata, una famiglia attenzionata, non solo dalle forze dell’ordine. Ma anche dalle persone che stavano accanto a mio padre. Era improponibile che qualcuno venisse a casa mia, mentre mio nonno dormiva. Chi è entrato conosceva le nostre abitudini, entrarono con le chiavi di casa. Sapevano che io e mia sorella eravamo fuori. Potevano muoversi indisturbati.»

Un segnale per comunicare cosa?

«Che qualcosa non andava nel verso giusto.»

Perché viene ammazzato Luigi Ilardo?

«La prima sensazione l’ho legata a questioni di mafia, perché quel tipo di delitto poteva essere riconducibile a quell’ambiente.»

E poi?

«In realtà quella teoria la confermarono, nei giorni a seguire, anche gli organi di informazione locali. Mi ero abituata a questa idea. Poi, dopo un paio di anni, improvvisamente si aprì un nuovo scenario. Sempre dai giornali. Un nuovo shock per tutti noi della famiglia. Apprendemmo che mio padre era stato ucciso per la sua collaborazione con i Ros, con le Autorità.»

E che idea si è fatta?

«All’inizio non ci credevo. Ho avuto l’ennesimo periodo di turbamento, di smarrimento, di forte stress. Non mi capacitavo di una cosa del genere. Nell’immediato ho messo in discussione quello che apprendevo dai giornali. In realtà mi rifiutavo di crederci. Quando ho cominciato a leggere le sue dichiarazioni ho riscontrato subito nelle sue parole il suo modo di essere. E ho accettato questa situazione. Mi sembrava, inizialmente, un complotto. Non mi capacitavo di questa notizia.»

Ed oggi cosa pensa?

«Dopo avere studiato e attenzionato certe situazioni ho affinato i miei pensieri. Quello che ha fatto lui non l’ha mai fatto nessuno, sino ad allora. Le sue scelte sono state coraggiose, per quanto si possa associare, giustamente, la sua figura alla mafia. In realtà è stato diverso anche in questo. Le sue scelte sono state fatte da uomo libero. La maggior parte dei collaboratori prende certe decisioni per avere degli sconti di pena…»

Perché, secondo lei, suo padre decide di collaborare?

«Perché era stanco, voleva un’altra vita. Sono convinta che tutti quegli anni di galera lo hanno portato a ravvedersi. La sofferta lontananza da me e mia sorella e dalla famiglia lo hanno portato a comprendere che non stava facendo la scelta giusta. Non ne valeva la pena.»

Come definirebbe l’omicidio di suo padre?

«Un omicidio per mano mafiosa, commissionato dallo Stato.»

Lo Stato, servendosi dei suoi rappresentanti, decide di eliminare Luigi Ilardo?

«Oggi, purtroppo, ci sono tutte le carte in tavola per poter parlare di questa verità. Mio padre è l’ennesimo omicidio con dei mandanti istituzionali.»

Per quale motivo?

«Sicuramente perché lui avrebbe interrotto la Trattativa Stato-mafia. Con le sue dichiarazioni si poteva interrompere quel Patto fatto per portare avanti le Trattative. Molte persone con cariche istituzionali avrebbero pagato a caro prezzo le dichiarazioni di mio padre.»

Qual è il giudizio che, in questi anni, lei ha maturato nei confronti dello Stato?

«Credo nello Stato, nelle Istituzioni, in quei magistrati che continuano a ricercare la verità. Quelle persone che per pochi euro al mese rischiano la loro vita per cercare di tutelare la nostra sicurezza. È chiaro che ci sia uno spaccato nello Stato. C’è una parte di Stato collusa e corrotta. Ma c’è anche una parte di Stato buona, onesta, legale che vuole far emergere queste verità.»

In questi ventiquattro anni di attesa cosa l’ha delusa di più?

«Sicuramente l’atteggiamento delle Istituzioni nei confronti di noi familiari. Nei nostri riguardi abbiamo vissuto un totale abbandono, come se non fossimo mai esistiti. Lasciandoci veramente in una sorta di agonia. È veramente raccapricciante. Questa mia battaglia mediatica ha fatto sì che la figura di mio padre ritorni ad avere quella dignità indebitamente sottratta. Ma è innegabile che ci sia stata una forte volontà di seppellire questa storia.»

Lo scorso 19 luglio Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo ucciso da Cosa nostra e dallo Stato, l’ha invitata sul palco in via D’Amelio. Cosa ha provato in quei momenti?

«Infinito dispiacere ed infinita tristezza. Ma anche una grande soddisfazione personale e riconoscenza per la sensibilità che Salvatore ha avuto nei miei confronti. È stata la prima persona che mi ha teso la mano. Salvatore è diventato il punto di riferimento della mia nuova vita.»   

Che cos’è la mafia?

«Sofferenza, sangue, dolore.»       

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APPROFONDIMENTI:

– L’intervista al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO.

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

– LEGGI l’Intervista a Salvatore BORSELLINO

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE. «Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto»

– LEGGI anche:

Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

– L’intervista al pentito siciliano Benito Morsicato.

Prima parte: «Cosa nostra non è finita. È ancora forte»

Seconda parte: Il pentito: «Matteo Messina Denaro è un pezzo di merda. Voglio parlare con Di Matteo»

Paolo Borsellino è VIVO

16:58 – 19 luglio 1992 #paoloBorsellino
OMICIDIO DI STATO. Lo avete ammazzato, in modo vigliacco. Perchè siete dei vigliacchi. Vi siete nascosti dietro a organizzazioni, a sigle, a entità invisibili. Avete tentato di insabbiare, inutilmente. Avete creato e indottrinato nuovi mostri. Ma sappiamo tutto di voi. Voi siete peggio dei mafiosi, fate più schifo di loro. Avete utilizzato i delinquenti, come voi, per distruggere fisicamente i veri uomini dello Stato. Voi non lo avete mai rappresentato. Voi – politici corrotti e venduti, massoni, appartenenti ai servizi deviati (mentalmente), mafiosi, quaquaraquà e pigliainculo – siete la feccia della società. Paolo Borsellino è Vivo. Siete Voi i morti.

Grafica Sara Labella

“La lotta alla mafia deve essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.”

“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.”

“È normale che esista la paura, in ogni uomo, l’importante è che sia accompagnata dal coraggio. Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti.”

“È bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.”

“Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo.”

da WordNews.it

IL CORAGGIO DI DIRE NO… ad ATINA (Frosinone), 16 maggio 2014

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… ad ATINA (Frosinone)

Istituto Comprensivo, 16 maggio 2014 

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con preside Anita Monti

 

 

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IL CORAGGIO DI DIRE NO… a PESCARA, 25 giugno 2013

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PESCARA, 25 giugno, La Feltrinelli 

con 
Marco ALESSANDRINI, avvocato, figlio di Emilio ALESSANDRINI, magistrato che ha indagato sul terrorismo nero e rosso degli anni di piombo, ucciso dai terroristi di Prima Linea nel 1979 a Milano.

Saverio OCCHIUTO, giornalista

Roberta PELLEGRINO, sociologa e resp. ‘Ananke’ Centro Antiviolenza Donne. 

SARA’ PRESENTE L’AUTORE
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Locandina PESCARA
Locandina PESCARA

IL CORAGGIO DI DIRE NO.
La storia di Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta.

  • Prefazione di Enrico FIERRO (Il Fatto Quotidiano)
  • Introduzione di Giulio CAVALLI (attore di teatro, scrittore).

Con le TESTIMONIANZE di Santina Miletta (madre di Lea), Marisa Garofalo (sorella di Lea), Madre Grata (madre Superiore Orsoline di Bergamo), Salvatore Dolce e Armando D’Alterio (magistrati), Francesca Ferrucci (tenente Carabinieri), Annalisa Pisano (primo avvocato di Lea), Angela Napoli e Giuseppe Lumia (parlamentari Antimafia), Francesca Prestia (cantastorie calabrese).

Per ORDINI: www.falcoeditore.com

EVENTO su FB: https://www.facebook.com/events/319256414874206/

LEA GAROFALO, fan page Facebook: https://www.facebook.com/LeaGarofaloIlCoraggioDiDireNo 

Il Coraggio di dire No
Il Coraggio di dire No

restoalsud.it – LEA GAROFALO, abbandonata dallo Stato. Confermati quattro ergastoli

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di  | 30 maggio 2013

Ergastoli per Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino. Venticinque anni (attenuanti generiche) al collaboratore Carmine Venturino, assoluzione per Giuseppe Cosco. Isolamento diurno per un anno a Carlo Cosco e otto mesi per Vito Cosco.

Risarcimento economico a Denise Garofalo. Questa la sentenza di secondo grado emessa dalla I Corte d’Assise d’Appello di Milano per la morte di Lea Garofalo. La donna coraggio, la fimmina ribelle, la mamma di Denise, che ha avuto la forza di sfidare, da sola, la ‘ndrangheta. Una donna nata e vissuta in una famiglia mafiosa. Suo padre Antonio, boss di Pagliarelle, viene ammazzato nel 1975; suo fratello Floriano (detto Fifì), boss e contabile della cosca dei petilini a Milano, nel 2005. Fifì è il ‘canale’ utilizzato da Carlo Cosco per scalare l’organizzazione. “Lui è convivente mio e lo lasciano fare” dirà la donna ai magistrati. Una fimmina che ha conosciuto da vicino la ‘ndrangheta e, per amore di sua figlia Denise (nata dall’unione con Carlo), ha cercato con tutte le sue forze di allontanarsi. Per cambiare vita.

E’ stata lasciata da sola. Si è sentita abbandonata da tutti, anche dallo Stato. Il suo memoriale indirizzato al Presidente della Repubblica, scritto nell’aprile del 2009 (un mese prima del tentativo di sequestro di Campobasso), verrà pubblicato sui giornali solo dopo la sua morte (novembre 2009). Testimone di giustizia, nel programma di protezione dal 2002 al 2009. Anni difficili, città diverse, poche amicizie, ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato. Nessun processo nato dalle sue dichiarazioni. Sempre rinchiusa in casa, con la pressione, le minacce e le intimidazioni del clan Cosco. Già agli inizi degli anni 2000 il suo convivente, nel carcere dove era detenuto per fatti di droga, chiese il consenso alla ‘ndrangheta per eliminare la donna. Un delitto d’onore, per cancellare il tradimento. Anni difficili anche per la ‘ndrangheta, una guerra in corso fa saltare i piani di Carlo Cosco.

Che non si ferma, è ossessionato dalla collaborazione di Lea, la rincorre senza ottenere alcun tipo di risultato. Con la fine della protezione dello Stato arriva il nuovo piano criminale, con la complicità del falso tecnico della lavatrice: il pluripregiudicato di Pagani (Sa), Massimo Sabatino (condannato definitivamente a Campobasso a sei anni di reclusione, con l’aggravante mafiosa). Il clan studia e tenta nuovamente l’eliminazione.

La donna ha parlato con i magistrati degli affari dei Cosco, del traffico di droga, degli omicidi, della scalata. Ma il piano di morte del clan fallisce miseramente, per la presenza di Denise, lo scudo protettivo di Lea. Pochi mesi dopo, il 24 novembre 2009, a Milano (sede operativa dei Cosco, in viale Montello) la ‘soluzione finale’. Con una scusa le due donne vengono separate. Denise viene portata dai parenti in viale Montello e Lea, ripresa per l’ultima volta da una telecamera per le strade di Milano, finirà con i suoi carnefici. In primo grado (sentenza del 30 marzo 2012) sei persone (i tre fratelli Cosco, Curcio, Venturino e Sabatino) vengono condannate all’ergastolo, senza l’applicazione dell’articolo 7 (l’aggravante mafiosa) e senza il corpo della donna. Nel novembre scorso il colpo di scena: Carmine Venturino, l’ex fidanzatino di Denise (dopo la morte di Lea, Carlo Cosco teme la reazione della figlia e utilizza Venturino per controllare la ragazzina) parla e fa ritrovare i resti del corpo di Lea. In un campo in Brianza.

Resti riconosciuti grazie al test del dna e alla collana che Lea portava al collo. Non è stata sciolta nell’acido, è stata bruciata con la benzina. È Carmine Venturino che descrive la scena agli inquirenti: “C’era un fusto di quelli che si usano per la benzina, lo spostiamo, lo mettiamo in una zona coperta, apriamo lo scatolo e rovesciamo il cadavere nel fusto e gli diamo fuoco completamente. Spuntavano solo le scarpe. Il cadavere bruciava lentamente. Allora Curcio ha preso dei bancali di legno, ha messo il corpo in mezzo e gli ha dato fuoco di nuovo. In quel modo la testa si era consumata ma restavano il busto e metà delle cosce. Faceva fumo, si sentiva puzzo di bruciata, io sono stato tutto il tempo con il naso coperto, l’odore era fortissimo. Mentre bruciava il corpo per accelerare la distruzione spaccavamo le ossa”.

Nel secondo grado di giudizio la musica è cambiata, la strategia difensiva non si poteva basare più sull’assenza del corpo. Gli avvocati difensori non potevano più parlare di fuga all’estero. “Lea amava l’Australia”. I resti del corpo hanno messo in difficoltà gli ergastolani. Nella prima udienza la confessione di Carlo Cosco: “mi assumo la responsabilità per l’omicidio di Lea Garofalo”. Per il pentito di ‘ndrangheta Luigi Bonaventura è diventato un boss ancora più potente. Poi le deposizioni di Carmine Venturino (“un delitto di ‘ndrangheta”) che hanno scagionato il fratello maggiore dei Cosco, Giuseppe. Secondo Carlo Cosco un semplice ‘raptus’, non un’azione pianificata nel tempo. “Lei mi aveva fatto soffrire e minacciava di non farmi più vedere mia figlia e questa minaccia mi ha fatto impazzire. Ci tengo a sottolineare che chiesi io a Venturino, dopo la sentenza, di assumersi la responsabilità, perché lui era l’unico testimone quando io la uccisi in preda a un raptus”. Un delitto passionale, non di ‘ndrangheta. Secondo la loro ‘comune strategia’. Il pubblico ministero Tatangelo nella sua requisitoria ha parlato di “un’intesa comune tra gli imputati, ma non ho prova certa”. La stessa tesi dell’avvocato Roberto D’Ippolito, legale di Marisa e della signora Santina (la madre di Lea morta nel novembre scorso): “si sono messi d’accordo tra loro per contenere i danni e quella mazzata di sei ergastoli che era arrivata”.

L’impianto accusatorio ha tenuto, la sentenza di secondo grado ha confermato quattro ergastoli, senza l’aggravante mafiosa. Per Venturino 25 anni di reclusione, per Giuseppe Cosco l’assoluzione. Il gip del Tribunale di Milano, Giuseppe Gennari, descrive con queste parole ‘Smith’ (Giuseppe Cosco): “delinquente professionista, con una lunghissima serie di precedenti, gestore principale delle usure, dedito a sistematica vendita di stupefacenti, sua tradizionale attività di elezione. Dopo venti anni a commettere reati, il pericolo di reiterazione è una certezza”. Nei mesi scorsi strane lettere (scritte da Carmine Venturino) sono state pubblicate sul ‘Quotidiano della Calabria’, con minacce di morte indirizzate a Rosario, figlio di Marisa (sorella di Lea). L’unico figlio maschio della famiglia Garofalo. Con l’assoluzione del ‘delinquente professionista’ si possono ipotizzare nuove azioni intimidatorie? E Denise? Per Giuseppe Lumia, componente della Commissione Antimafia: “lo Stato deve stare accanto a Denise senza fare gli errori che ha fatto con Lea”.

da restoalsud.it 

 

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