«I Mancuso sono ‘ndranghetisti e massoni»

L’INTERVISTA. Sulla vicenda del collaboratore di giustizia e, soprattutto, dopo le affermazioni negazioniste dell’avvocato del foro di Palmi, Carmelo Naso (“esiste il clan Mancuso?”), abbiamo raccolto il parere dell’On. Angela Napoli (per molti anni in commissione antimafia e minacciata di morte dai mafiosi di Limbadi), che ha spiegato: «All’interno della famiglia Mancuso c’è questo metodo di ricattare proprio sui figli minori. Ricattano appena c’è la minima possibilità di collaborazione da parte sia di un uomo, sia di una donna».

«I Mancuso sono ‘ndranghetisti e massoni»
Angela Napoli

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«I Mancuso ormai sono boss pluri-riconosciuti della ‘ndrangheta, come tali giudiziariamente. Anche se per molti anni sono riusciti a farla franca, fino a quando non hanno incontrato, nel loro cammino giudiziario, la dottoressa Manzini, la quale, finalmente, attraverso determinati processi li ha catalogati proprio boss della ‘ndrangheta.» Comincia così la nostra conversazione con l’On. Angela Napoli, per diversi anni impegnata in commissione antimafia. Una vera spina nel fianco per la famiglia mafiosa calabrese.

La Napoli è finita nel mirino dei Mancuso, per i suoi continui interventi in Parlamento. Con interrogazioni e interpellanze ha contrastato in diverse occasioni il clan di Limbadi. Facendoli anche condannare. È una profonda conoscitrice delle dinamiche di ‘ndrangheta e per queste ragioni ha subìto minacce di morte proprio dai Mancuso.

Dopo la lettera, inviata a tutti i giornali, del “rampollo del clan Mancuso di Limbadi” (“La mia bambina è in mano alla ‘ndrangheta ed usata come merce di scambio”) e dopo le affermazioni dell’avvocato Carmelo Naso (Foro di Palmi) che, addirittura, mette in discussione l’esistenza del feroce clan ‘ndranghetista, abbiamo raccolto il parere della Napoli, una donna calabrese combattiva.    

«Emanuele Mancuso appartiene proprio a questo clan, è un pezzo grosso. Ne ha fatte di cotte e di crude. Era interno alla cosca. Quando ha deciso di collaborare devo dire che anche io, all’inizio, ero molto titubante. Pensavo fosse un escamotage per uscire fuori, o perché si sentiva in pericolo. Non pensavo collaborasse.»

Il suo giudizio è cambiato?

«Adesso più si va avanti e più ci si rende conto, anche per la stessa inchiesta Rinascita-Scott di Gratteri che la sua collaborazione è estremamente valida. Per il discorso della figlia Gratteri è già riuscito ad inquisire anche la madre, che ha fatto di tutto. Ricattandolo proprio sulla figlia. Non so quanti soldi gli avevano promesso, addirittura di mandarlo fuori dall’Italia, pur di retrocedere dalla collaborazione. Chi rimane in quella famiglia appartiene a quegli ambienti, che sono ambienti di ‘ndrangheta. Non c’è niente da fare. Il padre della bimba, Emanuele, nel momento in cui chiede che venga sottratta la figlia a quegli ambienti lo fa, sicuramente, anche per una forma di ripicca nei confronti della ex convivente. Però, di fatto, sarebbe sempre un minore sottratto agli ambienti ‘ndranghetisti.»

L’avvocato dalla ex compagna di Emanuele Mancuso ha sminuito la portata del clan dei Mancuso di Limbadi. Lei cosa pensa?

«Nessuno ormai può dire, solo l’avvocato Naso o gli altri avvocati dei Mancuso, che peraltro sono tutti inquisiti, che i Mancuso non sono ‘ndranghetisti. Ci mancherebbe altro, ci sono tanti di quei processi. Nei primi tempi, quando c’è stata la notizia della collaborazione non si trovava più il padre e si pensava che fosse d’accordo con il figlio. In realtà è emerso che la famiglia, tutti i familiari hanno la preoccupazione perché sanno di essere denunciati da questo Emanuele. In questi stessi giorni è venuta fuori la storia della Chindamo (l’imprenditrice 44enne scomparsa, uccisa e fatta a pezzi, secondo la rivelazione di un pentito, nda). Ascone (Salvatore, indagato per l’omicidio della donna, nda) è parente dei Mancuso, è quello del famoso video di fronte alla proprietà. Il collaboratore denuncia di aver saputo tutta la storia della fine della povera Chindamo da Emanuele Mancuso. In carcere.

Quindi Mancuso sa un sacco di cose, perché era proprio integrato nella famiglia. È chiaro che questi famigliari fanno di tutto per cercare di farlo retrocedere».

La ‘ndrangheta è forte anche e, soprattutto, per i suoi legami familiari. Tra di loro sono tutti parenti. Cosa significa per un clan avere al proprio interno un collaboratore di giustizia? È una debolezza nei confronti degli altri clan?

«Pagheranno a livello giudiziario. Ma i collegamenti ce li hanno sempre. Loro considerano sempre che questa collaborazione è infamante, per il fatto stesso di appartenere alla ‘ndrangheta, e a livello familistico si sa che è inaccettabile per questi avere un collaboratore interno alla stessa famiglia. Ma loro procedono tranquillamente, gestiscono i loro affari tranquillamente. Continuano ad usurpare, ad espandersi, non solo, purtroppo, in Calabria, ma ben oltre.

Per loro è una forma da rinnegare, lo rinnegano. Ma, nello stesso tempo, è anche un modo per dimostrare, ecco perché proseguono nelle loro attività illecite, che la collaborazione non va ad inficiare la loro potenzialità malavitosa.»

Emanuela Mancuso scrive, nel documento inviato alla stampa: “la bambina è in mano alla ‘ndrangheta ed usata come merce di scambio”. Sembra di tornare indietro negli anni con la storia di Maria Concetta Cacciola.

«Non c’è dubbio. Questi sono i metodi classici delle famiglie di ‘ndrangheta. Non solo la Cacciola, ma all’interno della stessa famiglia Mancuso ci sono due casi. Uno l’ho vissuto personalmente, l’altro riguarda la Buccafusca, la ex moglie di Pantaleone Mancuso, Pantaleone il grande (detto Scarpuni, nda). La donna aveva cercato di collaborare e si era portata dietro la figlia. Nell’arco di una notte l’hanno fatta retrocedere e poi si è suicidata, ingerendo acido muriatico. E questa è proprio interna alla famiglia Mancuso.

L’altro caso?

«Una certa Ewelina, sposata con uno dei Mancuso (Ewelina Pytlarz, ex moglie di Domenico, fratello dello Scarpuni, nda). Questa ha anche testimoniato. Un giorno mi manda una mail e mi chiede aiuto, dicendomi che era sposata con uno di Limbadi, il quale voleva prendersi la bambina. Questi sono i metodi di ricatto che hanno, attraverso i figli minori. Ho dato tutte le notizie alla mia scorta del tempo e sono riusciti a trovarla che lavorava a Gioia Tauro. L’hanno messa subito in contatto con la dottoressa Manzini, la quale l’ha messa in protezione insieme alla figlia. La donna ha testimoniato, in fase processuale, di essere stata ricattata attraverso la bambina.

Perché la Pytlarz si rivolge a lei?

«Ha anche dichiarato che lei sentiva sempre in famiglia parlare molto male della dottoressa Manzini; del dottore Ruperti, che allora era capo della squadra mobile di Vibo e di Angela Napoli. All’interno della famiglia Mancuso c’è questo metodo di ricattare proprio sui figli minori. Ricattano appena c’è la minima possibilità di collaborazione da parte sia di un uomo sia di una donna.»

Che fine ha fatto questa donna?

«È sotto protezione con la bambina.»

È una testimone o una collaboratrice di giustizia?

«Una testimone di giustizia.»

In una conversazione registrata, Pantaleone Mancuso dice alla ex compagna dell’attuale collaboratore di giustizia proveniente dalla stessa famiglia: “Stai tranquilla. Io farò di tutto. Non ti preoccupare, stai tranquilla. Deve passare sul mio cadavere”. Cosa significa?

«Che piuttosto creano il cadavere di Emanuele, in questo caso.»

È un condannato a morte Emanuele Mancuso?

«Non c’è dubbio. Per qualsiasi famiglia ‘ndranghetista un parente collaboratore è condannato a morte. Per forza deve vivere in fase di protezione.»

Perché i Mancuso odiano Angela Napoli?

«Perché quando ero parlamentare non ho dato tregua. Allora non erano ancora classificati come ‘ndranghetisti.»

Per quale ragione?

«Avevano aiuti trasversali a livello di magistratura, di inquirenti, di avvocati. Sequestravano qualche bene e subito trovavano un cavillo e glielo restituivano. Per cui io facevo le interrogazioni parlamentari.»

Ci fu una interrogazione in particolare…

«Quella più grossa che ho fatto è quando ho ricevuto un plico di documentazione. Mi dicevano che Pantaleone Mancuso, che era nel carcere di Tolmezzo, al Nord, era stato mandato a Vibo nel mentre c’era in atto un processo contro di lui. Ed era stato mandato, con la scusa di un intervento ai denti, presso l’ospedale di Vibo. Ma la struttura, che aveva rilasciato anche una dichiarazione, non aveva gli strumenti idonei. Il giudice diede il permesso a questo criminale di andare, senza vincoli di tempo, presso uno studio dentistico privato, quotidianamente. Quando vengo in possesso di questa documentazione faccio una interrogazione parlamentare. Si stava svolgendo un processo e gli veniva data questa possibilità. Immediatamente lo rimandano, quel giorno successe il finimondo al Tribunale di Vibo, nel carcere di Tolmezzo.

Dopo due o tre anni, nella fase di una indagine, si viene a scoprire che questo Pantaleone Mancuso, parlando con un suo sodàle, dice: “per colpa di quella p… della Napoli sono stato condannato a otto anni di carcere in quel processo che si stava svolgendo, mentre il giudice mi aveva detto che mi avrebbe assolto. Si è spaventato di quella p… che ha fatto l’interrogazione. E non solo. Avevo avuto il permesso per andare al matrimonio di mia figlia e per colpa di quella p… mi hanno rispedito in carcere”.

E il sodàle risponde: “stai tranquillo, stiamo vedendo come farla fuori”. Questa è una delle cose…»

Poi c’è un altro episodio…

«Un altro dei Mancuso dice: “è inutile che continuiamo con questo processo, perché tanto io sono in galera, ma i miei avvocati sono fuori e leggono. La sentenza di questo processo l’ha già scritta Angela Napoli”. Questo è un altro dei fratelli Mancuso. Io continuavo a fare interrogazioni parlamentari, perché avevano le protezioni, dei magistrati… Quando poi è arrivata la Manzini ci è andata giù dura e, finalmente, è partita la prima fase, dove questi sono stati catalogati ‘ndranghetisti, a livello giudiziario.»

Quando parliamo di protezioni dobbiamo includere anche la politica e la massoneria?

«Pantaleone Mancuso diceva: “ma che ‘ndrangheta e ‘ndrangheta. Qui siamo tutti massoni”. La massoneria era, non c’è dubbio. Così come continua a Vibo a dominare. Parlo di massoneria deviata.»

Quindi, i Mancuso sono un clan di ‘ndrangheta e sono forti come prima?

«Sì.»        

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«Io sul libro paga della cosca Mancuso? Soltanto illazioni»

L’INTERVISTA. Parla l’avvocato Carmelo Naso del Foro di Palmi (RC), accusato dal collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, il “rampollo del clan Mancuso di Limbadi”, di essere sul libro paga della famiglia di ‘ndrangheta. «Non conosco personalmente il collaboratore di giustizia.» Domani alle ore 12:00 l’intervista all’On. Angela Napoli (minacciata di morte dai mafiosi di Limbadi): «Sono ‘ndranghetisti, potenti e pericolosi.»

«Io sul libro paga della cosca Mancuso? Soltanto illazioni»
Il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso (ph Repubblica.it)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Dal materiale intercettivo si evince, chiaramente, che la Chimirri Nensy Vera è collegata, tutt’oggi alla cosca, in quanto è difesa e assistita da un noto avvocato del Foro di Palmi (RC), Carmelo Naso, che risulta essere sul “libro paga” della cosca di ‘ndrangheta denominata “Mancuso”. Questa non è una mia invenzione ma è quanto emerge da una intercettazione telefonica, presente in atti, tra il professionista e Del Vecchio Rosaria Rita, rappresentante la famiglia Mancuso, inerente il procedimento pendente presso il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro. In tale circostanza il mandato difensivo è stato conferito dalla Chimirri Nensy Vera, madre della minore, ma il professionista anziché riferire l’evolversi della vicenda alla sua assistita provvede, con priorità, a relazionarsi con Del Vecchio Rosaria Rita, la quale si occupa anche del pagamento delle spese legali.»

Questo è il passaggio contenuto nella comunicazione del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, “il rampollo del clan Mancuso di Limbadi”, come lui stesso si definisce. Nell’articolo di Alessandra Ruffini è possibile leggere interamente il suo intervento. Ma cosa ne pensa l’avvocato, accusato di essere “a libro paga della cosca di ‘ndrangheta”?

Lo abbiamo contattato per raccogliere anche il suo punto di vista. «Francamente in questo momento non ho un punto di vista, nella misura in cui ho appreso il dato da testate giornalistiche che però, francamente, non mi va in questo momento di esprimermi.»

Lei difende la famiglia Mancuso?

«No, io difendo Chimirri Nensy Vera.»

La compagna di Emanuele Mancuso?

«La ex compagna.»

La ex compagna, mi perdoni. È entrata ufficialmente nel programma di protezione?

«Questo non glielo posso dire.»

Una strategia da parte della famiglia Mancuso?

«Una strategia in che senso?»

Emanuele Mancuso sostiene che è una strategia della sua famiglia ‘ndranghetista per fare pressioni su di lui, relativamente alla decisione di aver “saltato il fosso”. È così?

«Ma guardi, c’è un procedimento penale pendente su questa vicenda e credo che verrà fatta luce nell’aula di giustizia. Lo accerterà il Tribunale se è stata o non è stata una strategia.»

Lo ha conosciuto, lo conosce Emanuele Mancuso?

«No, non lo conosco. Non l’ho mai visto di persona. So chi è perché lo leggo di continuo sulle testate giornalistiche, lo leggo negli atti giudiziari oggetto di procedimenti penali. Però io personalmente non lo conosco.»

Il Mancuso, in un passaggio, scrive: “dal materiale intercettivo si evince, chiaramente, che la Chimirri Nensy Vera è collegata, tutt’oggi alla cosca, in quanto è difesa e assistita da un noto avvocato del Foro di Palmi (RC), Carmelo Naso, che risulta essere sul “libro paga” della cosca di ‘ndrangheta denominata “Mancuso”. Il collaboratore l’accusa di una cosa grave. Lei cosa risponde?

«Guardi, un estratto contributivo ancora non l’ho fatto. Potrei provare a fare un estratto contributivo per vedere, intanto, se c’è una cosca e poi se sono stato assunto da questa cosca. Dovrei risultare… ma l’estratto contributivo non l’ho fatto. Queste per me sono delle, delle… è un suo pensiero. Sono delle mere illazioni.»

Lei ha appena detto: “se esiste la cosca”. Mi scusi, ma cosa significa? Lei non è a conoscenza dell’esistenza di questa cosca di ‘ndrangheta?

«Non so di quale cosca stiamo parlando.»

Sempre i Mancuso di Limbadi.

«Ripeto ancora una volta, questo va accertato nelle aule di giustizia.»

Va accertata l’esistenza della cosca?

«Vanno accertati i fatti che sono riportati nella…»

Senta, ma esiste o non esiste questa cosca di ‘ndrangheta?

«Questo lo deve accertare un magistrato, non posso dirlo io. Questo va accertato nelle opportune sedi. Se io avessi il potere di decretare se esiste o non esiste una cosca… io questo potere non ce l’ho.»

Il collaboratore di giustizia, sempre nella sua richiesta d’aiuto inviata ai giornali, dice che c’è una intercettazione tra lei e un componente della famiglia Mancuso. Precisamente con Del Vecchio Rosaria Rita, “rappresentante la famiglia Mancuso, inerente il procedimento pendente presso il Tribunale per i Minorenni di Catanzaro”.

«Dipende cosa si intende per rappresentante. È la sorella della madre, la conosco. Certo che la conosco.»

La sorella della madre del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso?

«Esattamente. È la zia del Mancuso. Che ripeto, che io conosco.»

Quindi l’intercettazione esiste perché lei conosce questa donna?

«Non le sto dicendo che esiste l’intercettazione, sto dicendo che conosco Del Vecchio Rosaria Rita. Certamente che la conosco, assolutamente. Questi sono atti che sono oggetto di un processo, un processo che si sta celebrando, che verrà celebrato di qui a breve e vedremo quello che ne uscirà, ecco. Tutto qui.»

Lei è il legale, come sostiene, della ex compagna del collaboratore. Può illustrare la questione della figlia minore…

«Quale figlia?»

La diatriba tra i due genitori, chiamiamola così…

«Sì, c’è. Per quello che posso dirle, lei capisce bene che sono vincolato dal segreto professionale. C’è questa vicenda che riguarda la bambina di Emanuele e di Chimirri Nensy Vera relativa a dinamiche prettamente familiari, da quel che… questo è quello che io posso dirle.»

Emanuele Mancuso, oggi, è un collaboratore di giustizia. Mi corregga se sbaglio.

«Sì, assolutamente.»

Quindi per essere un collaboratore di giustizia ci troviamo di fronte ad un clan di ‘ndrangheta. Non crede?

«Questo lo sta dicendo lei.»

È solo un ragionamento logico. Il collaboratore proviene da una famiglia mafiosa. O no?

«No, tecnicamente no.»

Può spiegare il suo punto di vista?

«Potrei commettere una serie indeterminata di delitti, insieme a lei o ad altra persona e poi pentirmi e collaborare con la giustizia.»    

In una conversazione telefonica, secondo il collaboratore, del 15 novembre del 2019 Mancuso Pantaleone, detto L’Ingegnere, dice alla sua cliente: “Stai tranquilla, io farò di tutto. Non ti preoccupare, stai tranquilla. Deve passare sul mio cadavere”. Lei come interpreta queste parole?

«Per dare una risposta alla sua domanda dovrei prima leggermi l’intercettazione, dopodiché avere la certezza che gli interlocutori siano quelli che lei mi sta indicando. Dopodiché io potrei anche risponderle. Soprattutto dovrei contestualizzarla questa intercettazione. Così su due piedi non so quale fosse il discorso.»

Sempre Emanuele Mancuso, collaboratore di giustizia, in un passaggio dichiara: “la bambina è in mano alla ‘ndrangheta ed è usata come merce di scambio”. Le risulta almeno questo?

«Sinceramente non sono a conoscenza di questo dato. Credo che ci siano di mezzo delle Istituzioni, so che c’è di mezzo il Tribunale per i minorenni di Catanzaro che non è proprio l’ultimo arrivato. So che c’è di mezzo la Procura per i minori di Catanzaro, so che c’è di mezzo la Procura distrettuale antimafia di Catanzaro. Stiamo parlando non di pizzo e fighi ma di Istituzioni, di gente che fa valere i diritti della gente, quindi credo che se, effettivamente, fosse come lei mi sta dicendo avrebbero preso dei provvedimenti.»

Come dice lui, il collaboratore, non io.

«Lei mi sta riferendo quello che direbbe questo Emanuele che cozza un pochino con la logica. Non è che stiamo parlando di una diatriba che si è accesa in famiglia e allora la sta mediando papà piuttosto che mamma. Qui stiamo parlando di organi giurisdizionali importanti che da sempre hanno esercitato in maniera ligia la giustizia. Lei può pensare, e glielo sto chiedendo, che possa esistere una situazione del genere e che un Tribunale, una Procura distrettuale, una Procura minorile possano acconsentire a questo tipo di situazioni? Ecco, glielo chiedo. Mi risponda.»

Io cerco le risposte. Senta, c’è un’altra intercettazione, tra lei e la signora Del Vecchio Rosaria Rita, la zia di Emanuele. Le offre prima 5 mila, poi 10 mila euro. Lei avrebbe risposto: “vengo pure in bicicletta”. Tra di voi c’è anche un rapporto professionale? Lei è anche l’avvocato di questa donna? Almeno questo dialogo lo ricorda?

«Non me lo posso ricordare, ritengo siano passati anni. Lei capisce bene che se io avessi detto una frase del genere, ovviamente sarebbe stata dettata dallo scherzo. Non è che una persona va in bicicletta a prendersi…»

A me non interessa come è andato. C’è un rapporto professionale tra lei e la signora, indicata dal collaboratore di giustizia come rappresentante della famiglia Mancuso?

«Non le posso rispondere. Ci sono delle dinamiche alle quali sono vincolato dal segreto professionale. Non è un mistero che ho avuto e ho una miriade di clienti e su questo non ne facciamo mistero.»

Fa l’avvocato…

«Sì, faccio l’avvocato. Quindi ho avuto rapporti professionali con una miriade di persone di… Questa è fondamentalmente la mia risposta.»

Senta, per quanto mi riguarda il clan Mancuso esiste, è pericoloso e questo dato lo si trova in libri, sentenze, documenti. È un dato di fatto. Mentre sulla ‘ndrangheta riesce a formulare un suo giudizio?

«Mi perdoni, chi le ha detto che il clan Mancuso esiste?»

È una mia opinione. Glielo ripeto: per me il clan Mancuso esiste, è presente sul territorio ed è molto pericoloso. La domanda è questa: che cos’è per lei la ‘ndrangheta?

«È un fenomeno umano…»

Quindi la ’ndrangheta esiste?

«È un fenomeno umano e come tale ha avuto certamente un inizio e dovrà anche avere una fine. Me lo auguro, ce lo auguriamo tutti.»

E questo dipende molto dagli uomini, o meglio da certi uomini…

«Naturalmente, naturalmente.»       

Ma secondo lei, lasciando stare il suo pensiero sull’esistenza del clan Mancuso, è grave dire che un avvocato è a libro paga di una cosca mafiosa?

«Dipende da quale pulpito viene la predica. Dipende da chi promana questo tipo di accusa. Lì si può vagliare e misurare la gravità di una affermazione.»      

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– Domani alle ore 12:00 l’intervista ad Angela Napoli (minacciata di morte dal clan Mancuso).

Angela Napoli

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Parla Angela Napoli: “Favoriscono la mia morte” (restoalsud.it)

angela napoli

da restoalsud.it

di  | il 15 maggio 2013

“Con una macchina non blindata l’unica cosa che può succedere è la mia fine sicura”.

Queste sono le parole dell’On. Angela Napoli. L’ex componente della commissione parlamentare antimafia, impegnata da sempre contro la ‘ndrangheta. La maledetta mafia che opprime e uccide la sua terra.  Una politica di razza, con una vita blindata. L’ultima minaccia di morte a gennaio scorso: “stiamo lavorando per toglierla di mezzo”.

Parole intercettate al boss di ‘ndrangheta  Pantaleone Mancuso, nel carcere di Tolmezzo. Dopo un’interrogazione parlamentare presentata per chiedere spiegazioni sul provvedimento del Tribunale di Vibo Valentia che aveva disposto il trasferimento del boss in ospedale.  “La Calabria, come tutte le regioni che si trovano invase e contaminate dalla piaga dell’illegalità, ha bisogno di testimoni coraggiosi capaci di denunciare e svelare i meccanismi che impediscono il giusto sviluppo. È giusto che persone come Angela Napoli, che hanno fatto della loro vita un principio di legalità e di amore verso la propria terra, ricevano dallo Stato l’adeguata protezione a tutela della propria vita”, scrivono associazioni e cittadini in una lettera inviata al Prefetto di Reggio Calabria Vittorio Piscitelli.

Il prefetto che ha annunciato con una telefonata la revoca e che ha aggiunto: “se dovesse succedere qualcosa rivedremo la decisione”. Non ricandidata alle ultime elezioni politiche. Per Bocchino, la Napoli, “parla troppo di legalità”. Danneggia l’immagine, rompe gli equilibri. “In molti speravano che chiusa l’attività parlamentare mi sarei automaticamente chiusa in casa e avrei finito con le mie battaglie, le mie denunzie. La cosa non è avvenuta”. Ad Angela Napoli è stata tolta la scorta armata. L’esponente calabrese di ‘Risveglio Ideale’ rischia seriamente la vita, ma non si arrende: “Vado avanti”.

Angela Napoli, dopo la mancata candidatura alle politiche (per Bocchino, ex colonnello di Fini, lei parlava “troppo di legalità in Calabria”) le hanno revocato l’auto blindata, l’autista e un agente per la tutela. Come ha saputo di questo ‘strano’ provvedimento?

Ho ricevuto, prima, una telefonata di preavvertimento da parte del prefetto Piscitelli di Reggio Calabria e, il giorno dopo, ho ricevuto la lettera da parte della Prefettura. Naturalmente è un provvedimento che respingo. Si tratterebbe, intanto, di non avere la macchina blindata, dovrei mettere io stessa il conducente e, praticamente, lo Stato mi darebbe solo un uomo della polizia. Mettendo a rischio, automaticamente, la vita mia ma anche quella di due persone. Io non lo posso assolutamente permettere. Per cui ho indirizzato una lettera al Prefetto, mettendo tutti gli episodi, purtroppo, di minacce ai quali sono stata e continuo ad essere sottoposta. E ho chiesto la revoca del provvedimento. Quindi quello che accadrà non lo so.

Ci sono state risposte dopo la sua lettera?

No.

Cosa pensava mentre il prefetto Piscitelli le comunicava telefonicamente la decisione?

Intanto sono stata presa di sorpresa. È stata una comunicazione veramente inaspettata. A gennaio ho saputo dell’inchiesta ‘Purgatorio’ dove il boss Mancuso, praticamente, faceva capire di addebitarmi otto anni di carcere inflitti e un suo sodale diceva: ‘tranquillo, stiamo vedendo come farla fuori’. A metà gennaio aveva allertato, sia a Roma sia in Calabria, la scorta proprio in base a queste dichiarazioni. Trovo veramente strano che dopo tre mesi…  L’unica ragione che mi sono fatta è che, probabilmente, in molti speravano che chiusa l’attività parlamentare mi sarei automaticamente chiusa in casa e avrei finito con le mie battaglie, le mie denunzie. La cosa non è avvenuta, perché sono ripartita, devo dire anche alla grande, con grande successo, con la mia associazione ‘Risveglio Ideale’ e questo, con molta probabilità, sta dando fastidio. L’unico modo per farmi tacere è proprio quello di farmi chiudere in casa. O, addirittura, andar via.

È vero che il prefetto di Reggio Calabria durante la telefonata le ha detto: “se dovesse succedere qualcosa rivedremo la decisione?”

Si, è verissimo. Che deve succedere? Con una macchina non blindata l’unica cosa che può succedere è la mia fine sicura. Nella lettera che ho scritto, chiedendo la revoca del provvedimento, ho specificato tante e tante cose. Ad iniziare dal fatto che la scorta non l’ho avuta perché ricoprivo incarichi istituzionali o perché componente della commissione antimafia, l’ho avuta perché soggetto ad alto rischio. Non mi sono mai servita della scorta per vacanze balneari o di altro genere. Sono dieci anni che non vado al mare.

Chi ha deciso?

Il provvedimento lo ha preso il prefetto di Reggio Calabria, stando a quello che c’è scritto nella lettera, dopo la riunione del coordinamento delle forze di polizia che si sarebbe svolta, come c’è scritto nella lettera, il 10 aprile scorso.

Quali sono le ragioni?

Non ci sono ragioni. Il coordinamento constata, fa la valutazione sul rischio della persona. Probabilmente, pur avendo conoscenza di tutto quello che ho sopra la testa, non reputano che sia soggetto  a rischio.

Nel 2010 riceve una lettera “allarmante”, scritta dal pentito di ‘ndrangheta Gerardo D’Urzo. Le cosche della Piana di Gioia Tauro stavano organizzando un attentato contro di lei. Ora diventa tutto più difficile.

Sicuramente difficile e anche molto, molto rischioso. Diventa difficile muovermi, addirittura, nel mio stesso paese di residenza, Taurianova, il primo Comune in Italia ad essere sciolto per infiltrazione mafiosa, il consiglio comunale è stato sciolta per la seconda volta nel 2009 e nei mesi scorsi è stato sottoposto nuovamente ad una commissione di accesso. Con molta probabilità potrebbe arrivare il terzo scioglimento. Personaggi che ruotano nella mia città, che ho sempre combattuto, sono ben noti alle forze dell’ordine. Io stessa ho perfino fatto un’interrogazione per chiedere l’applicazione del 41bis a due fratelli ergastolani di Taurianova che avevano tentato l’evasione. Questi fratelli hanno un altro fratello che circola liberamente  per Taurianova e un cognato, sempre di Taurianova, che è latitante dal 1992.

Gente che non dimentica.

Magari dimenticasse, magari. Il Pantaleone Mancuso, a proposito del fatto che secondo lui sarebbe colpa mia l’inflizione di otto anni di galera, dice anche che, sempre per causa mia, non è riuscito a partecipare al matrimonio della figlia. E aggiunge: “Iddio non paga il sabato”, ha voluto dire: ‘tranquilla, te la faccio pagare’. L’avviso che il collaboratore di giustizia D’Urzo ha dato attraverso le sue lettere nel 2010 fanno riferimento alla possibile fine che avrebbero dovuto farmi fare le cosce di Rosarno, su indicazione di un politico della mia stessa coalizione. L’unico nome che non fa nella lettera è quello del politico. Questa la dice lunga. Io ho fatto i nomi di personaggi politici, che poi sono stati anche arrestati, che erano stati candidati alle elezioni regionali. Mi sono battuta per lo scioglimento del consiglio comunale di Reggio Calabria, ma anche di altri consigli comunali, dove c’è naturalmente l’implicazione della politica. Non ho mai guardato colore politico per fare determinate battaglie o coalizione di appartenenza. È chiaro che cercare di incidere nella zona grigia mi ha arrecato grave danno.

Gerardo D’Urzo è il collaboratore di giustizia che nel processo Genesi, a Vibo Valentia, ha svelato il piano della ‘ndrangheta per un uccidere con il lanciarazzi il magistrato Marisa Manzini.

Si, è lui. È stato sempre un collaboratore ritenuto attendibile. In quelle due lettere faceva nomi e cognomi del boss gli avrebbe dato questa notizia in carcere, le cosche che avrebbero dovuto uccidermi. L’unico nome che non faceva era quello del politico. Nello stesso periodo in cui ricevevo queste lettere sotto la mia casa romana, una sera, è stata individuata una macchina rubata, con i fili tranciati, con la ruota di scorta messa fuori dalla sua posizione, che gli inquirenti hanno ritenuto potesse essere una macchina predisposta per obiettivo nei confronti della mia persona.

Lei è stata promotrice del disegno di legge anti-infiltrazione in campagna elettorale e non andò a votare alle regionali del marzo 2010, per la presenza di personaggi “che seppure hanno la fedina penale pulita risultano vicini a esponenti della ‘ndrangheta o comunque sul piano etico e morale quantomeno discutibili”.

Avevo fatto anche dei nomi di personaggi candidati che poi sono stati anche arrestati. Non dimentichiamo che dopo c’è stato l’arresto dell’ex consigliere regionale Zappalà, l’arresto dell’ex consigliere regionale Morelli, l’arresto di Cosimo Cherubino legato alle cosche Commisso di Siderno. Nomi che avevo segnalato, l’intervento della giustizia è stato successivo all’evento temporale.

Pochi mesi fa la mancata candidatura in Calabria, oggi la scorta è stata revocata. Lei ci vede un disegno studiato a tavolino per colpire il suo impegno?

Sinceramente non vedo altra possibilità. La mancata candidatura era automaticamente un sollievo per coloro che ritenevano che l’incarico di parlamentare mi potesse dare agevolazioni nel fare determinate denunzie. Subito dopo ho dimostrato il mio impegno anche senza l’incarico di deputato. L’unica cosa che spero e che ancora mi auguro è quella che il coordinamento delle forze di polizia provinciale rivisiti la sua decisione e mi lasci la situazione di controllo della mia sicurezza. Questa è l’unica cosa, altrimenti che dovrei rinunciare anche al quarto livello, che non reputo assolutamente idoneo per garantire la mia sicurezza. Chiudermi in casa o accettare quello che qualcuno mi consiglia, cioè chiudere la porta di casa e andarmene in altro posto, non mi va. Le battaglie le ho fatte in favore della Calabria, amo questa terra, nonostante tutto quello che conosco. La stragrande  maggioranza dei cittadini calabresi è costituita da persone oneste, non mi va assolutamente di abbandonare quella terra e non mi va nemmeno di abbandonare le mie battaglie. Significherebbe annullare le stesse condotte per 25 anni. Sono stata quella che da sola ha presentato la lista nel famoso Comune di Platì, in provincia di Reggio Calabria, quando nessun partito riusciva a presentare una lista. Ho presentato una lista capeggiata da me e tutte donne di fuori. Le mie battaglie contro la ‘ndrangheta sono conosciute e sono annose.

Non ha trovato nessuno disposto a farle da autista.

Nessuno vuole rischiare la propria vita. Devo dire che nei giorni successivi all’annuncio ho ricevuto la disponibilità dei testimoni di giustizia. Di tre o quattro testimoni di giustizia, i quali sanno anche loro di essere sottoposti a rischio e, quindi, mi hanno dato questa diponibilità, della quale sono grata ma non posso approfittarne. È una questione anche morale, non corretta. Non  posso mettere a rischio la vita di altre persone, oltre la mia.

Dopo la frase del boss Mancuso “stiamo lavorando per toglierla di mezzo” sembra che qualcuno voglia anticipare il lavoro del boss e della ‘ndrangheta.

Mi sembra proprio di sì. C’è proprio la volontà di anticipare questa decisione o, meglio, di favorire la stessa.

restoalsud.it

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO – L’intervento di Angela NAPOLI 

Cosenza, 14 dicembre 2012
Presentazione del libro
IL CORAGGIO DI DIRE NO
LEA GAROFALO, LA DONNA CHE SFIDO’ LA ‘NDRANGHETA.
di Paolo De Chiara (FALCO Editore, Cosenza http://www.falcoeditore.it)

L’intervento dell’On. Angela NAPOLI, componente della Commissione Antimafia.

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Angela NAPOLI a Isernia 

LA DENUNCIA dell’On. Angela NAPOLI (Componente della Commissione ANTIMAFIA e sotto scorta perché minacciata di morte dalla ‘ndrangheta)
“Non c’è la voglia di combattere le mafie…”.
– Intervento integrale –

ISERNIA. Venerdì 8 febbraio 2013, ore 17.30
Presentazione “IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”.

Con:
Enrico FIERRO (Giornalista de il Fatto Quotidiano);
Nicola MAGRONE (già Proc. della Repubblica di Larino);
On. Angela NAPOLI (Comp. Commissione Parlamentare Antimafia).

Vincenzo CIMINO (Cons. naz. Ordine dei Giornalisti);
Don Paolo SCARABEO (Prete-Giornalista).

AULA MAGNA, ITIS ‘E. MATTEI’, viale dei Pentri (già S.S. 17)

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO a Folgaria 

L’intervento dell’On. Angela NAPOLI, già Componente della Commissione Parlamentare Antimafia.

SETTIMANA BIANCA CONTRO LE MAFIE…
27 febbraio 2013, h.17.00, con: 
• Paolo De Chiara, giornalista, autore del libro “Il Coraggio di dire
NO. Lea Garogalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”, collaboratrice di giustizia, bruciata dalla ‘ndrangheta in Lombardia
• On. Angela Napoli – Componente Commissione Parlamentare
Antimafia.

Folgaria, 27 febbraio 2013