«Un governo regionale superficiale e autoreferenziale»

L’INTERVISTA. Parla Paolo De Socio, segretario regionale della CGIL Molise: «c’è stata una superficialità nella gestione dell’intero sistema da parte di tutti i vertici della sanità regionale molisana con delle responsabilità oggettive che non possono essere scaricate, che sono attribuibili alla politica. Un’assoluzione politica non potrà mai essere concessa alla classe politica di questa regione.»

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

«C’è una carenza a tutti i livelli. Affrontare una pandemia in queste condizioni è stato da scellerati.» Queste le parole utilizzate dal segretario regionale della Cgil Molise Paolo De Socio. Lo abbiamo contattato per raccogliere il suo punto di vista sulla situazione regionale.

Il Molise, finalmente attenzionato anche dalla stampa nazionale, sta pagando un prezzo altissimo. Le responsabilità sono legate alle scelte politiche (di una classe dirigente indegna), ai vertici dell’Asrem (dirigenti scelti dalla politica) e da un atteggiamento padronale (che proviene da molto lontano) da parte di alcuni potentati locali.

Una testa è caduta. Il commissario (definito come il “Cottarelli molisano”), dopo l’avviso di garanzia da parte della magistratura, ha rassegnato le dimissioni. Il fallimento è sotto gli occhi di tutti. Ma non riguarda solo l’azione (che nessuno ricorderà) del generale Giustini (che non risponde alle nostre telefonate).

In questo calderone non potevano mancare i “furbetti del vaccino” che, con il loro menefreghismo, hanno permesso di far emergere un’altra questione drammatica: i forti legami tra i vari poteri (politica e informazione). Un vero e proprio cortocircuito.

È tutto mischiato nella regione del Gattopardo. Dove tutto cambia solo apparentemente. E questo dipende anche dalle scellerate scelte fatte dai cittadini che non hanno voglia di cambiare pagina. Si continua a gridare “al lupo, al lupo”. Ma le stesse facciacce – ovviamente elette dagli elettori “complici” – continuano a dettare il bello e il cattivo tempo.

E anche quando diventano ex continuano la loro azione distruttrice, soprattutto con l’invio di comunicati stampa (inutili) alle redazioni dei giornali. Si sono seduti accanto ai peggiori (sulla carta i nemici politici) senza dire mezza parola. Cosa non si fa per lo stipendio. E che stipendio. Ora, da ex (con una bandiera sbiadita in mano), vorrebbero pure far passare i loro concetti triti e ritriti. Ecco, è proprio il concetto di vergogna che non vuole essere assimilato. Dovreste mettere la testa sotto la sabbia, fino alla fine dei vostri giorni.       

Ma riprendiamo il ragionamento con l’attuale segretario della Cgil Molise. Per Paolo De Socio «c’è stata una superficialità nella gestione dell’intero sistema. Da parte di tutti i vertici della sanità regionale molisana con delle responsabilità oggettive che non possono essere scaricate, che sono attribuibili alla politica. Nel consiglio regionale sono stati votati degli ordini del giorno all’unanimità, anche dietro nostro intervento, che poi non hanno avuto riscontro. Si insiste su una linea politica. Anche il governatore deve dare seguito a quello che si decide in consiglio. Credo sia indispensabile un intervento del Ministero su questo territorio. Non si può lasciare tutto ai commissari, la responsabilità è di tutti. Anche del Ministero, perché le segnalazioni sono state multiple. Bisognava intervenire prima.»

Ma in questi mesi quali sono state le richieste da parte del sindacato molisano? «Ancora non c’era stato l’aumento dei contagi e dei morti. Avevamo chiesto un incontro al Ministero per avere un intervento diretto. Abbiamo assistito a scarichi di responsabilità assurdi e sulla popolazione si riflettevano ritardi sulla situazione pandemica. Siamo stati i primi a chiedere la riapertura del Vietri di Larino. Ma nulla è stato preso in considerazione, ci siamo trovati con scelte fatte dalla mattina alla sera». E cosa è cambiato con la campagna vaccinale? «Abbiamo mandato un dossier portando come esempio positivo l’organizzazione dell’Unimol che a regime potrebbe offrire circa 700 vaccini al giorno. Paradossalmente in 100 giorni poteva essere vaccinato l’intero Molise, dando la gestione a chi poteva realizzare un piano vaccinale. Sentire gli elicotteri che ci volano sulla testa ci fa venire il brivido.»

Quali sono le responsabilità dei vertici regionali? «Una struttura commissariale, se c’è lo Stato sul territorio, ha un potere da esercitare. E lo deve fare con chiarezza e con precisione. Deve tenere in considerazione anche una conoscenza che deriva da quella che è la parte politica regionale che deve dare seguito a una serie di adempimenti. In questo periodo invece di affrontare questo problema in sinergia hanno fatto rimpiattino sulle responsabilità. Poi abbiamo il problema della direzione sanitaria che è stata affidata ad un soggetto che, pare, non abbia la fiducia dello stesso organo politico regionale (Florenzano, nda). Noi non siamo mai stati convocati ai tavoli decisionali per gestire l’emergenza». I vertici della sanità sono in grado di gestire questa situazione emergenziale? «Se una rimozione ci deve essere, sulla gestione della pandemia, deve essere fatta a trecentosessanta gradi. Non sono in grado di gestire questa fase pandemica. È mancato un dialogo tra di loro. Non c’è nulla di chiaro rispetto a questa gestione.»

Qual è il problema in questa Regione? «In materia di sanità c’è sempre stato troppo interesse politico. La privatizzazione esagerata e sproporzionata della sanità molisana ha creato dei problemi, dalla scarsa presenza dei servizi diffusi sul territorio all’aumento inevitabile dei costi dei servizi sanitari. Ma tutto questo lo abbiamo denunciato già nel 2017. La sproporzione che c’è stata, forse nemmeno in Lombardia, dei posti letto e delle competenze ai privati, che hanno avuto la possibilità, perché ben remunerati, di offrire dei servizi migliori senza aver l’obbligo del pronto soccorso, è evidente. Il rischio è che questa influenza condizioni anche le scelte della politica. Bisognerebbe fare delle verifiche opportune, anche la magistratura dovrà capire come si sono determinate certe scelte. Ma credo che un’assoluzione politica non potrà mai essere concessa alla classe politica di questa regione». Da parte di chi? «Da parte dei cittadini elettori.»

Ma i cittadini elettori in questi anni hanno sempre scelto il peggio. Il problema viene da lontano e il Molise è stato gestito da Iorio, poi da Frattura e oggi da Toma. «Il voto è libero e democratico. In questo momento, purtroppo, stiamo pagando le conseguenze. In più di una occasione abbiamo assistito a cambi di casacca dei diversi attori che sono stati introiettati all’interno delle compagini vincenti. Cambiava il governatore, è cambiato il colore ma non sono cambiati i soggetti della politica. Noi auspichiamo che ci sia un cambio di passo e una perturbazione del sistema all’interno della politica molisana. È impossibile assistere a queste trasformazioni che hanno radici antiche ed effetti nefasti.»

Qual è il giudizio politico su Donato Toma? «Il governatore di questa Regione ha dei comportamenti altalenanti che non rispondono a quelli che sono i canoni di un dialogo sereno con una forza che rappresenta i lavoratori. È un governo autoreferenziale, che fa poca politica e molti conti. Ma i conti non quadrano e non abbiamo un riferimento politico. E non si vede la luce sulla programmazione. Da tempo chiediamo che alcune scelte strategiche non vengano fatte nel nostro territorio, a seconda degli umori di questi rappresentanti. I comportamenti di Toma, spesso, non seguono una linea di programma, sembrano piuttosto improvvisati. Nel bel mezzo di una pandemia, non dimentichiamolo, ha azzerato una giunta, togliendoci i riferimenti politici. Il mio giudizio è totalmente negativo.»

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IL ’COLPO DI SPUGNA’ DELLA FIAT

Ieri la notizia della disdetta dei contratti nazionali con i sindacati

IL ’COLPO DI SPUGNA’ DELLA FIAT

Il parere degli economisti: “col modello Pomigliano il lavoratore è meno tutelato. Si tocca il sistema in modo selvaggio”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Vi comunichiamo il recesso a far data dal 1° gennaio 2012 da tutti i contratti applicati nel gruppo Fiat, e da tutti gli altri contratti e accordi collettivi aziendali e territoriali vigenti, compresi quelli che comprendono una clausola di rinnovo alla scadenza, nonché da ogni altro impegno derivante da prassi collettive in atto”.

Questo è uno dei passaggi della lettera che il gruppo Fiat ha inviato ai sindacati di categoria. Il nuovo modello di contratto, che si adatterà alle esigenze dei vari stabilimenti, è nato aPomigliano. Dove pochi mesi fa un referendum tra i lavoratori, che non lasciava molta scelta, ha creato le nuove condizioni. Un colpo di spugna, da molti ampiamente previsto dopo l’uscita della Fiat da Federmeccanica e da Confindustria (prevista per il 1° gennaio 2012).

Ma cosa accadrà il nuovo anno dopo la decisione dell’Azienda torinese? Per i dipendenti italiani della Fiat (circa 70mila) non ci sarà più il contratto nazionale dei metalmeccanici, ma un contratto nazionale dei dipendenti Fiat. Diversi osservatori parlano di un mero regolamento interno, anche se per il giuslavorista della Fiom, Alleva: “non è sufficiente la disdetta unilaterale di un accordo per non applicarlo più. L’accordo resta in vigore sino a un nuovo accordo, perché vale la clausola di ultrattività”. Anche il nuovo Presidente del consiglio Mario Monti, nel suo primo discorso (17 novembre) aveva fatto riferimento alla contrattazione collettiva: “Intendiamo perseguire lo spostamento del baricentro dellacontrattazione collettiva verso i luoghi di lavoro”.

Proprio l’Amministratore Delegato Sergio Marchionne ha accolto il nuovo Governo con queste parole: “spero sinceramente che Monti resti al governo fino al termine dellalegislatura. Ho bisogno di questo tempo per introdurre le misure necessarie”. Quali sono queste misure necessarie? Costruire un contratto del settore auto secondo il modelloPomigliano. Dalla lettera, datata 21 novembre, si legge anche una certa apertura del gruppoFiat: “saranno promossi incontri finalizzati a valutare le conseguenze del recesso ed eventualmente alla predisposizione di nuove intese collettive” con “l’obiettivo di assicurare trattamenti individuali complessivamente analoghi o migliorativi rispetto alle precedenti normative”.

Ma gli esempi del passato, in caso di mancato accordo, portano facilmente ad immaginare un’azione unilaterale del Lingotto. Che su questi argomenti non va tanto sul sottile. Per il segretario generale della Fiom Maurizio Landini, che non esclude uno sciopero generale: “finchè c’è lo Statuto dei Lavoratori la Fiat non può decidere quali sindacati stanno in fabbrica e quali no. Noi andremo avanti con le azioni legali e con le denunce”. Landini, che ha anche annunciato “uno sciopero di due ore da utilizzare per assemblee informative entro il 29 novembre, nomina lo Statuto dei Lavoratori, che negli ultimi anni è stato sempre al centro delle polemiche politiche.

Il bersaglio dichiarato è l’articolo 18 (“reintegrazione nel posto di lavoro”). Ma cos’è il modello Pomigliano? Attraverso il referendum, fine dicembre 2010, sono state approvate diverse regole. Per l’attività lavorativa: tre turni di otto ore al giorno, a rotazione, per sei giorni lavorativi alla settimana. Per gli straordinari: 120 ore obbligatorie, a richiesta dell’azienda. Per la clausola di responsabilità si prevede il non rispetto degli impegni assunti con l’accordo che comporta delle sanzioni in relazione ai contributi sindacali, ai permessi per direttivi e sindacali. Sulla pausa per i lavoratori (argomento fortemente contestato) se ne prevedono tre di 10 minuti. E la pausa mensa è stata prevista a fine turno, per la durata di trenta minuti. Tre le norme inserite nel testo finale dell’accordo: la rappresentanza sindacale (solo per le sigle sindacali firmatarie dell’accordo), il nuovo inquadramento (cinque gruppi professionali per semplificare l’avanzamento di carriera) e l’incremento salariale (30 euro lordi, in media, al mese per dodici mensilità, con aumento fino a 100euro al mese sui minimi).L’accordo di Pomigliano venne firmato, tranne dalla Fiom, da tutte le altre sigle sindacali di categoria (Fim. Uilm, Ugl metalmeccanici, Fismic, associazione dei quadri Fiat e Lingotto).

Oggi Rocco Palombella, della Uilm, parla di “fatto grave”. Mentre per Giuseppe Farina, segretario generale della Fim: “a noi non è piaciuta, ma ne abbiamo preso atto”. Cremaschidella Fiom parla di “fascismo aziendalistico” perché la decisione di Marchionne “ha il solo scopo di togliere le residue libertà ai lavoratori Fiat. Molti osservatori hanno sottolineato l’immobilismo del nuovo Governo. Per l’ex vice presidente di Confindustria, GuidalbertoGuidi: “il governo non si può occupare di quelli che sono gli accordi sindacali. La cosa riguarderà le parti sociali. Dovrebbe invece cambiare lo Statuto dei Lavoratori”. Passano gli uomini politici, cambiano i governi, ma lo Statuto dei Lavoratori del 1970 è sempre al centrodella questione lavoro. La palla è nelle mani del nuovo Ministro del Welfare, Elsa Fornero(torinese) che in passato ha partecipato a un congresso della Fiom di Landini.

Per capire meglio come potrebbe mutare lo scenario dopo quest’ultima presa di posizione dell’Ad Marchionne abbiamo sentito Luigi Aldieri, docente di Economia presso l’Università degli Studi di Napoli Parthenope: alla Fiat, ci dice“Vogliono applicare l’accordo diPomigliano. L’obiettivo è incrementare la produttività, aumentare il lavoro con pari stipendio. Vogliono fare emergere gli incrementi di produttività. Non livellare, ma trattare i singoli secondo la produttività. Per premiare la competitività e la produttività.

Sulle condizioni del nuovo contratto il professore chiarisce: “la cosa importante è vedere bene il superamento dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Si passa dalla contrattazione collettiva a quella locale. Ma il diritto dei lavoratori non è uguale dappertutto. Non è tutelato con un altro accordo in un altro settore. Si toccano, con questa scelta, i diritti dei lavoratori, non assicurati a livello nazionale”.

Nessuna ricaduta a danno dei lavoratori, dunque? A cosa si devono allora dichiarazioni pesanti come quelle di Cremaschi: “Io parlerei di una rivoluzione del lavoro. – rispondeAldieri – I benefici e i costi ci sono in tutte le cose. Questa scelta però può portare più costi che benefici. Prima di pensare all’Europa dovremo pensare ad un equilibrio. Invece si toccano dei settori con sistemi selvaggi. L’alibi della crisi viene utilizzato per poter agire in certi settori in questo modo. Ora inizieranno una serie di ricorsi.”.

Nicola Acocella, anch’egli professore, ordinario alla facoltà di Economia de La Sapienza di Roma ci va più pesante “non ci sono più le protezioni. Il lavoratore è meno tutelato. Le relazioni industriali rischiano un’involuzione in materia di godimento dei diritti”. Le sue previsioni sul dopo- Pomigliano sono decisamente pessimistiche, e riguardano l’intero mondo del lavoro:“vigerà un sistema in cui i lavoratori si ribelleranno invece di collaborare”, sentenzia Acocella.

Eppure il caso non pare conoscere una grossa eco nei media internazionali. Ancora si ricorda il modo in cui testate di peso come il ’Financial Times’ accolsero l’accordo di Pomigliano,definendolo quasi come una conseguenza inevitabile delle dinamiche nel mercato del lavoro mondiale. Anche il professore ricorda un caso fuori dai confini italiani “in Germania, ad esempio, che non ha improntato la sua politica su queste scelte, si è riusciti a salvare l’occupazione anche se sono stati ridotti gli orari di lavoro e gli stipendi. Lì il sistema ha tenuto, ma non credo che la stessa cosa sia replicabile in Italia”.

da lindro.it di mercoledì 23 Novembre 2011

http://www.lindro.it/Il-colpo-di-spugna-della-Fiat,4622#.TvRjJjXojpk