«Uno Stato che non ammette di aver sbagliato è uno Stato che non esiste»

SPECIALE PINO PINELLI/Seconda parte. L’Italia delle STRAGI e dei SEGRETI DI STATO, dicembre 1969. L’INTERVISTA a Silvia Pinelli, la figlia della staffetta partigiana. Il ferroviere anarchico innocente, “precipitato” dal quarto piano della questura di Milano. «Sono 51 anni che chiediamo di sapere. Ci sono delle persone che sanno e che sono ancora vive. So che ha subìto tortura, so che è entrato vivo e ne è uscito morto, dal quarto piano dell’ufficio del commissario Calabresi. So che l’idea del “malore attivo” è un’ipotesi che non esiste. Sappiamo che nostro padre è stato ammazzato nel momento in cui è entrato in quella questura.»

«Uno Stato che non ammette di aver sbagliato è uno Stato che non esiste»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

“Il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa”. Il fantasioso questore-fascista di Milano, Marcello Guida, cerca in tutti i modi di allontanare i sospetti che, dalla stanza del commissario Calabresi, hanno invaso un Paese intero. Tutti hanno capito, tutti hanno compreso. La “caduta” non si può attribuire né ad uno “scatto felino” (suicidio) né ad un “malore attivo”. Termine quest’ultimo apparso in una sentenza scandalosa. Un uomo entra dalla porta principale e “precipita” dalla finestra-balcone (con una ringhiera alta 97cm.) dell’ufficio politico del commissario Calabresi al quarto piano della questura di Milano.

Il giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio (con la sentenza di proscioglimento per tutti gli imputati, ottobre 1975) si trasforma in un Ponzio Pilato. Nessun colpevole, nessun omicidio, nessun suicidio. Ecco cosa si può leggere nella famosa sentenza romanzata: «Pinelli accende la sigaretta… L’aria della stanza è greve, insopportabile. Apre il balcone, si avvicina alla ringhiera per respirare una boccata d’aria fresca, una improvvisa vertigine, un atto di difesa in direzione sbagliata, il corpo ruota sulla ringhiera e precipita nel vuoto. Tutti gli elementi raccolti depongono per questa ipotesi. La mancanza di qualsiasi indizio e di qualsiasi motivo di sospetto per l’omicidio volontario. L’assenza di una qualsiasi causa scatenante l’impulso suicida. L’assenza comprovata di una rincorsa per superare l’ostacolo… La presenza di fattori alteranti del centro di equilibrio. La traiettoria molto prossima a quella derivante dalla sola forza viva della rotazione del corpo intorno alla ringhiera. La sigaretta che precipita insieme al corpo».

E ad un tratto Pinelli cascò!

Con 51 anni di ritardo sono arrivate le parole del generale Maletti, ex numero due del servizio segreto militare. Questa è la sua versione pubblicata dal Fatto: “Pinelli si rifiuta di rispondere alle domande. Gli interroganti ricorrono quindi a mezzi più forti e minacciano di buttarlo dalla finestra. Lo strattonano e lo costringono a sedere sul davanzale. A ogni risposta negativa, Pinelli viene spinto un po’ più verso il vuoto. Infine perde l’equilibrio e cade”.

Un metodo giù utilizzato e denunciato da altri anarchici. Sicuramente, non servivano le parole di un generale per smontare la tesi del “malore attivo” o delle balle raccontate dai protagonisti e dai presenti in quella stanza delle torture (ufficio politico della questura di Milano).

Pinelli, 41 anni, già staffetta partigiana, ferroviere anarchico e padre di famiglia subisce un trattamento vergognoso. Ad oggi, nessuno ha pagato per quella morte. Anzi lo Stato, responsabile di quella morte e di tante altre morti, ha fatto pure pagare le spese processuali alla vedova Pinelli.

E siccome la memoria (nel Paese senza memoria) è fondamentale abbiamo ritenuto utile rinfrescarla con qualche altro passaggio della vergognosa sentenza.

«Dall’attento e critico esame degli atti processuali, emerge che, subito dopo la precipitazione vi furono, da parte dei presenti, reazioni di sgomento dovute non tanto a sentimenti di pietà verso il Pinelli quanto a considerazioni più o meno conscie delle conseguenze negative personali che da quell’episodio potevano loro derivare. …il dott. Allegra dopo essersi portato le mani fra i capelli e lo stesso dott. Calabresi, non si preoccuparono di precipitarsi nel cortile e di accertare le condizioni di salute del Pinelli ma di avvertire il Questore…». Marcello Guida, l’ex direttore del carcere di Ventotene, luogo di confino per gli antifascisti, «tenne una conferenza stampa sulle modalità della morte del Pinelli nel corso della quale fece affermazioni poi riportate dalla stampa, quali: «Era fortemente indiziato». «Ci aveva fornito un alibi ma questo alibi era completamente caduto». «Il funzionario e l’ufficiale gli hanno rivolto un’ultima contestazione. Un nome, un gruppo: li conosceva? Li aveva visti? Quando? Poi sono usciti dalla stanza. Di improvviso Giuseppe Pinelli è scattato. Ha spalancato i battenti della finestra socchiusi e si è buttato nel vuoto» («Corriere della Sera» del 16-12-69). «Quando si è accorto che lo Stato che lui combatteva lo stava per incastrare, ha agito come avrei agito io stesso se fossi un anarchico» («l’Unità» del 17-12-69), «È stato coerente con i suoi principi. Se fossi stato in lui avrei fatto la stessa cosa. Quando ha visto che la legge lo aveva preso si è tolto la vita» («Corriere d’Informazione» del 16-12-69)».

Balle vergognose di un rappresentante dello Stato vergognoso (che, in seguito, verrà pure promosso), utilizzate «come strumento per avvalorare la tesi della colpevolezza degli anarchici».

Bugiardi di Stato. Il questore Giuda, meglio conosciuto come bagnino penale (per la sua esperienza a Ventotene), è in ottima compagnia. Queste le versioni raccolte dal magistrato Caizzi il giorno successivo (16 dicembre 1969): «scatto felino» per il brigadiere di polizia Vito Panessa; «scatto verso la finestra» per il tenente dei carabinieri Savino Lograno e per il brigadiere di polizia Carlo Mainardi; «tuffo oltre la ringhiera» per il brigadiere di polizia Pietro Mucilli; «balzo repentino verso la finestra» per il brigadiere di polizia Giuseppe Caracuta.

Tutti presenti nella stanza da cui “precipitò” Pinelli, tutti assolti dalla magistratura. Prosciolti, «perché il fatto non sussiste».

Versioni che cambieranno, in continuazione. Addirittura il brigadiere Caracutta (udienza 28 ottobre 1970) ammetterà di aver mentito. «Mentre rileggevo le copie dei verbale udii sbattere la finestra, vidi Panessa (nei pressi della ringhiera) sporgersi come per trattenere qualcosa».

Ma come viene trattato l’innocente Pinelli durante il fermo di polizia illegale? «Dalle 18,30 del 12 dicembre sino a pochi minuti prima delle 24 del 15 dicembre, fu sottoposto ad una serie di stress, non consumò pasti regolari e dormì solo poche ore, una sola volta steso in una branda. Fermato intorno alle 18,30 fu collocato in un salone del quarto piano dell’Ufficio Politico… Alle 3 del mattino fu sottoposto al primo interrogatorio… Rimase ancora nello stesso stanzone senza possibilità di stendersi e di beneficiare di un sonno ristoratore sino alle 23,30 del 13 dicembre, ora in cui venne accompagnato nelle camere di sicurezza della questura. La mattina del 14 fu ricondotto nel salone dell’ufficio politico e subì lo stress dell’attesa di un nuovo interrogatorio… subì ancora lo stress di un nuovo interrogatorio… Subì quindi ancora lo stress dell’attesa di un nuovo interrogatorio… Alle ore 19 del 15 dicembre, senza che avesse potuto beneficiare di un sonno ristoratore in un letto, fu chiamato di nuovo per l’interrogatorio. «Valpreda ha confessato» esordì il commissario Calabresi. Era vero o era il solito «saltafosso» della polizia?… La mancanza di sonno, di un’alimentazione adeguata, le numerosissime sigarette fumate, dettero il loro contributo allo stato di stanchezza che ne derivò». Ecco come arriva il famoso e fantasioso «malore attivo». Degno di un mediocre romanziere.   

Licia Pinelli

«Pino è stato il granellino di sabbia che ha inceppato un meccanismo», spiega la signora Licia, la vedova Pinelli, nel bellissimo libro Una storia quasi soltanto mia, scritto con Piero Scaramucci. «Dopo la bomba di piazza Fontana avevano cominciato la caccia agli anarchici, che erano la parte più debole, e poi sarebbero andati avanti grado a grado contro tutta la sinistra. La morte di Pino è stata un infortunio sul lavoro, per loro sarebbe stato più comodo metterlo in galera con gravi imputazioni e tenerlo dentro per anni, come Valpreda. Invece gli è successo questo infortunio e lì l’opinione pubblica ha cominciato a capire.»

Ma chi era Pino Pinelli? E conquesta domanda riprendiamo il dialogo con sua figlia Silvia.

«Di Pino si conosce molto dopo. Si parla sempre del dopo, di come è morto. Noi raccontiamo nostro padre anche attraverso le persone che lo hanno conosciuto. Mio padre era del ’28, era nato a Milano. A dieci aveva dovuto lasciare la scuola perché aveva dovuto aiutare economicamente la famiglia. Era una cosa molto comune in quegli anni. Il primo datore di lavoro lo aveva preso come magazziniere e fu lui che gli diede i primi libri da leggere sull’Anarchia. A mio padre mancava il fatto di non aver potuto continuare a studiare. Grazie a questi libri si appassiona all’idea, leggendo Bakunin o Proudhon. A quindici anni partecipa alla lotta partigiana, come staffetta. Di quel periodo non conosciamo quasi niente, perché i partigiani hanno cominciato a raccontare dopo. Non credo trasportasse armi, perché era un non violento di natura. La sua famiglia era sfollata a Lacchiarella e mio padre spariva per giorni. Mia nonna veniva a Milano, con il coprifuoco, a cercarlo. Poi ogni tanto ricompariva. Finito il periodo della resistenza l’impegno di Pino è continuato.»

Pino Pinelli

In che modo?

«Aveva partecipato, nel corso degli anni, all’apertura di vari Circoli anarchici. Aveva fondato la Croce Nera Anarchica che, in teoria, doveva dare supporto agli Anarchici che venivano perseguitati nel mondo. Un supporto anche di tipo economico. Già nel 1968 dovevano aiutare gli Anarchici accusati degli attentati che non avevano compiuto. Aveva ridato vita all’Unione Sindacale italiana.»

Di cosa si occupava?

«Come sindacalista si occupava della tutela della salute nei luoghi di lavoro. Temi che riportano a ciò che sta succedendo in questi giorni. Licia la conobbe nella scuola di esperanto e poi si sposarono. L’esperanto è una lingua universale, in disuso, che una volta avrebbe dovuto aprire le frontiere. Però, probabilmente, aveva uno spirito anche diverso, gli esperantisti erano dei pacifisti aperti verso un mondo di pace, di libertà, di eguaglianza. Con Licia si sposarono dopo che aveva vinto il concorso alle ferrovie. Sono tanti i racconti delle persone che lo hanno conosciuto nel corso degli anni. Ricordano di nostro padre che faceva da tramite tra i giovani e i vecchi. E non aveva quella supponenza, ma accoglieva. Le prime cose che dava erano i libri da leggere. Questo è mio padre in linea di massina, fino ad arrivare a quel giorno del 12 dicembre.»

Cosa è l’Anarchia?

«Da quello che ho visto è un bellissimo sogno. È un sogno, secondo me.»

Perché è un sogno?

«È un sogno dove ognuno possa sentirsi responsabile degli altri come si sentirebbe responsabile di sé stesso. Dove non esiste una proprietà privata, dove tutto è di tutti e si lavora insieme, per creare qualche cosa di bello. È una grande utopia.»

E perché, nel corso degli anni, questa “grande utopia” viene costantemente colpita?

«Perché il movimento anarchico è il movimento che ha meno controlli all’interno. Era più facile entrare. C’è un episodio che ci è stato raccontato da un amico di mio padre. Stavano facendo una riunione al Ponte della Ghisolfa e ad un certo punto mio padre dice: “so che c’è un infiltrato della polizia. Adesso spengo la luce, conto fino a tre. Quando la riaccendo, se questa persona non è sparita, io la indico”. Spegne la luce, si sente un grande trambusto e quando viene riaccesa la luce manca una persona. Mio padre era un pacifista, non era uno sprovveduto.»

Perché il movimento viene individuato come capro espiatorio?

«Era più facile da colpire. Non era ben inviso dai partiti istituzionali il movimento anarchico. Pensavano, probabilmente, che incolpando gli anarchici nessuno si sarebbe mosso. Anche adesso, quando non sanno cosa dire, accusano gli anarchici. Non ha un’organizzazione, come poteva avere un partito Comunista.»

Subito dopo lo scoppio della bomba del 12 dicembre suo padre viene “invitato” dal commissario Calabresi…

«A seguire la volante con il suo motorino.»

La famiglia quando viene a sapere di questo “invito” in questura?

«Con la perquisizione a casa. Tanto è vero che i poliziotti avevano chiamato in questura, dicendo: “qua Pinelli non c’è”. E dalla questura rispondono: “è già qua da noi”.»

E ci resterà fino alla fine dei suoi giorni.

«Fino alla notte del 15 dicembre, quando uscirà dalla finestra del quarto piano dell’ufficio del commissario Calabresi. Dopo che il fermo era diventato illegale, perché non era stato confermato dal magistrato.»

Tre giorni di totale illegalità.

«Dai verbali risultano gli interrogatori. Mio padre è stato privato di sonno, di cibo. Questo risulta anche dalle varie sentenze. Tanto è vero che D’Ambrosio conclude la sua istruttoria dicendo, appunto, che fu “privato di sonno, privato di cibo…”, non ha detto torturato. Ma comunque questa è tortura. Io non so cosa sia successo, sono 51 anni che chiediamo di sapere. Ci sono delle persone che sanno e che sono ancora vive. So che ha subìto tortura, so che è entrato vivo e ne è uscito morto, dal quarto piano dell’ufficio del commissario Calabresi. So che l’idea del “malore attivo” è un’ipotesi che non esiste. Sappiamo che nostro padre è stato ammazzato nel momento in cui è entrato in quella questura. È stato privato di tutti i diritti. Era già stato ammazzato.»

Chi era presente in quelle stanze della questura di Milano? Soggetti legati al ministero dell’Interno, ai servizi…

«Queste cose sono venute fuori nel corso degli anni. Mi chiedo come mai non si sia indagato. Molti sono morti, ma molti furono sentiti dal giudice Pradella, che nel 1994-’95 aveva preso in mano l’indagine sulla strage di Piazza Fontana. Probabilmente non c’è oggi la volontà politica di riaprire un’inchiesta giudiziaria.»

Nella stessa notte il questore di Milano, Marcello Guida, ex direttore fascista della colonia di confino di Ventotene organizza una conferenza stampa…

«Poi hanno anche detto che “era un bravo ragazzo, non ci aspettavamo che fosse implicato nella strage”. Invece di avvisare la famiglia il questore di Milano indisse una conferenza stampa. La prima cosa che fece Licia fu la denuncia per diffamazione, che è stata archiviata. Guida venne assolto perché il fatto non costituisce reato. Venne anche promosso a ispettore generale di pubblica sicurezza al ministero. La sentenza fu depositata prima della pausa estiva e verso settembre non ci fu nemmeno un trafiletto. Nel 1970, quando mia mamma e la mamma di Pino presentano una denuncia, contro ignoti, per la morte di Pino, anche questa verrà archiviata come “morte accidentale”. Poi c’è anche il lavoro di Dario Fo. La sentenza verrà depositata in concomitanza con lo sciopero dei grafici. Tutte cose casuali…»

Lo spettacolo di Dario verrà portato in scena prima dello stupro di Franca Rame (9 marzo 1973)?

«Sì, la prima volta verrà portato in scena a Varese. Dopo le minacce e le denunce lo spostarono a New York.»

Quali erano i rapporti tra suo padre e il commissario Luigi Calabresi?

«Si conoscevano, mio padre era referente del movimento anarchico a Milano. Non c’era un rapporto di amicizia, c’è da dire che nell’ultimo periodo mio padre veniva anche minacciato in continuazione. Dicevano: “Ti possiamo arrestare anche se attraversi con il rosso”».

Da chi arrivavano le minacce?

«Veniva minacciato. Comunque non c’era nessuna amicizia. Quando venne regalato a Pino il libro, mio padre lo scambiò con un altro libro. Era una persona generosa, quando riceveva qualcosa faceva in modo di restituirla. Mio padre si sentiva perseguitato.»

Ritornando a Guida, il questore di Milano, non possiamo non ricordare l’episodio con l’allora presidente della Camera Sandro Pertini (comandante della Resistenza), che si rifiutò di stringere la mano all’ex direttore della colonia fascista di Ventotene.

«Non perché lui era stato il direttore del confino di Ventotene ma perché Pinelli era morto in quel modo quando lui era questore a Milano.»

Quali sono i rapporti tra la famiglia Pinelli e la famiglia Calabresi?

«Di nessun tipo, nel senso che la prima volta che abbiamo incontrato la famiglia è stato nel 2009, quando ci fu l’incontro al Quirinale dove Pino venne ricordato, in occasione delle vittime del terrorismo e delle stragi. Per la prima volta la più alta carica dello Stato ha riconosciuto nostro padre come vittima innocente. Nel corso degli anni più volte ci siamo incontrati in manifestazioni pubbliche. Comunque le famiglie non c’entrano assolutamente niente.»

Come si può ricordare, dopo 51 anni, la tragica vicenda di un anarchico innocente ucciso dallo Stato?

«Ne dobbiamo parlare. Ma dobbiamo smettere di parlare di queste cose solo quando ci sono gli anniversari. Dobbiamo fare della memoria un motore per poter guardare verso il futuro. Dobbiamo cercare di cambiare le cose dall’interno. Se lo Stato avesse avuto il coraggio di condannare chi aveva sbagliato penso che non ci saremmo trovati, negli anni Settanta, con il terrorismo. Dopo lo Stato non condannerà mai sé stesso. Mia madre fece ricorso anche in sede civile, per il risarcimento. Venne rigettato e venne condannata al pagamento delle spese processuali. Come è successo per i famigliari della strage di Piazza Fontana. Noi abbiamo dei cittadini che entrano innocenti in una questura o entrano in una banca, vengono ammazzati, e lo Stato non ne risponde. E in più ti condanna alle spese processuali. Uno Stato che non ammette di aver sbagliato è uno Stato che non esiste. In questo Paese è il cittadino che deve attivarsi, attraverso le Associazioni, per far valere le proprie ragioni. Non è lo Stato che interviene a tutela del cittadino. Non è uno Stato democratico, non è uno Stato di diritto.»

Seconda parte

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Leggi anche:

PRIMA PARTE: Morte (poco) accidentale di un Anarchico

LA BALLATA DELL’ANARCHICO PINELLI

Quella sera a Milano era caldo
Ma che caldo che caldo faceva
Brigadiere apra un po’ la finestra
E ad un tratto Pinelli cascò.

“Commissario io gliel’ho già detto
Le ripeto che sono innocente
Anarchia non vuol dire bombe
Ma eguaglianza nella libertà.”

“Poche storie indiziato Pinelli
Il tuo amico Valpreda ha parlato
Lui è l’autore di questo attentato
E il suo socio sappiamo sei tu”

“Impossibile” – grida Pinelli –
“Un compagno non può averlo fatto
Tra i padroni bisogna cercare
Chi le bombe ha fatto scoppiar.

Altre bombe verranno gettate
Per fermare la lotta di classe
I padroni e i burocrati sanno
Che non siam più disposti a trattar”

“Ora basta indiziato Pinelli”
– Calabresi nervoso gridava –
“Tu Lo Grano apri un po’ la finestra
Quattro piani son duri da far.”

In dicembre a Milano era caldo
Ma che caldo che caldo faceva
È bastato aprir la finestra
Una spinta e Pinelli cascò.

Dopo giorni eravamo in tremila
In tremila al tuo funerale
E nessuno può dimenticare
Quel che accanto alla bara giurò.

Ti hanno ucciso spezzandoti il collo
Sei caduto ed eri già morto
Calabresi ritorna in ufficio
Però adesso non è più tranquillo.

Ti hanno ucciso per farti tacere
Perché avevi capito l’inganno
Ora dormi, non puoi più parlare,
Ma i compagni ti vendicheranno.

“Progressisti” e recuperatori
Noi sputiamo sui vostri discorsi
Per Valpreda Pinelli e noi tutti
C’è soltanto una cosa da far.

Gli operai nelle fabbriche e fuori
Stan firmando la vostra condanna
Il potere comincia a tremare
La giustizia sarà giudicata.

Calabresi con Guida il fascista
Si ricordi che gli anni son lunghi
Prima o poi qualche cosa succede
Che il Pinelli farà ricordar.

Quella sera a Milano era caldo
Ma che caldo che caldo faceva
Brigadiere apra un po’ la finestra
E ad un tratto Pinelli cascò.

Un gruppo di lavoratori dello spettacolo (nella foto Gian Maria Volontè, alle sue spalle i suoi colleghi attori)

Elio Petri – Tre ipotesi sulla morte di Giuseppe Pinelli (1970)

Il filmato: le tre versioni che la polizia fornì sul “suicidio” di Pinelli, ricostruite seguendo le diverse e contraddittorie indicazioni fornite dalla Questura di Milano.

LEA GAROFALO, la Testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e bruciata dalla ‘ndrangheta

SPECIALE LEA GAROFALO. UNDICI ANNI DOPO – Il 24 novembre del 2009 il clan Cosco mette le sue mani sporche su una fimmina calabrese. Una donna, nata in un contesto mafioso, che mai aveva commesso reati. In vita abbandonata dallo Stato (ma non solo), bruciata in un bidone dalla ‘ndrangheta e inserita, erroneamente, tra i collaboratori di giustizia.

LEA GAROFALO, la Testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e bruciata dalla 'ndrangheta
Lea Garofalo, la testimone di giustizia abbandonata

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Alla fine di questo racconto tragico, rimane una
grande amarezza. Siamo stati distratti, indifferenti, sordi, Lea ci chiedeva aiuto e noi – che pure ci riempiamo la bocca di parole e l’animo di indignazione nei convegni antimafia – non abbiamo voluto capire. “Ho bisogno di aiuto, qualcuno ci aiuti, please”. Si concludeva così la lettera che Lea inviò al Sig. Presidente della Repubblica il 28 aprile 2009. Lettera che però “non risulta essere pervenuta”, sul Colle più importante della Repubblica. Forse è così, ma un dato è certo: quelle parole non sono mai arrivate al nostro cuore, e della solitudine di Lea, della sua orrenda morte, siamo tutti un po’ responsabili.
L’Italia civile, democratica, l’Italia che chiama Falcone e Borsellino “Giovanni e Paolo”, l’Italia dello Stato che “sconfiggeremo le mafie”, nella vicenda tragica di Lea ha consentito che a vincere fosse la ‘ndrangheta.

dalla post-fazione (Il Coraggio di dire No, 2012 e 2018) di Enrico Fierro

Lea Garofalo è una fimmina ribelle calabrese, una donna che non ha girato la testa dall’altra parte, che l’ha alzata davanti ai mafiosi vigliacchi.

Nata in un contesto di ‘ndrangheta, ha sentito il puzzo della criminalità organizzata sin dalla culla. All’età di otto mesi, nel 1975, la prima tragedia: viene ammazzato a colpi di lupara suo padre Antonio, il boss di un paesino in provincia di Crotone.

Nel 2005 tocca a suo fratello Floriano, detto Fifì, il boss dei petilini a Milano, il contabile del clan. Checché ne dica l’ex ministro dell’Interno Maroni (addirittura chiese una puntata riparatrice alla Rai per rispondere a una denuncia dettagliata sulla presenza delle mafie nell’Italia settentrionale). Le mafie al Nord ci sono e fanno i loro sporchi affari da quarant’anni.

Lea Garofalo nasce in questo contesto criminale: con la morte del padre inizia la faida con i Mirabelli, l’altra famiglia mafiosa di Pagliarelle, una piccola frazione di Petilia Policastro (Kr). Sono gli anni della prima guerra di ‘ndrangheta che toccherà tutta la Calabria.

I vecchi boss, che si pisciano nelle mutande, vengono sostituiti dai nuovi capi bastone. Sul mercato sono prepotentemente apparse le sostanze stupefacenti, il grosso business dell’epoca che permetterà alla mafia calabrese di fare il salto di qualità e di trasformarsi nell’organizzazione criminale più forte al mondo, oggi, capace di mercanteggiare direttamente con i cartelli colombiani e di avere il monopolio in Europa per il traffico di cocaina.

Anche a Pagliarelle si spara. E si uccideranno per molto tempo, sino agli anni ’90. Quindici anni di faida, quindici anni di sangue. La nonna di Lea, davanti ai morti ammazzati della sua famiglia, ripeterà in continuazione: «il sangue si lava con il sangue».

Ma la giovane Lea è diversa, non è fatta di quella pasta. Incontra un piccolo e insignificante guappo di paese, Carlo Cosco. E si innamora.

Una mera illusione per la giovane donna, intenzionata ad affidare il suo cuore nelle mani di un uomo (in questo caso, di un quaquaraquà). Ma commette un grave errore: il guappo non ha sentimenti, è solo una bestia assetata di sangue e potere.

Lui sfrutterà l’amore della donna, la figlia del boss ammazzato e la sorella del contabile Fifì, per tentare la scalata criminale, per conquistare la piazza di spaccio milanese, in via Montello.

Un comprensorio, all’epoca, di proprietà dell’Ospedale Maggiore in mano alla ‘ndrangheta.

Trent’anni di anarchia criminale (spaccio di droga, omicidi, covo di latitanti, traffico di armi, locali affittati e venduti illegalmente agli immigrati), nella totale impunità, dove nessuno ha mai mosso un dito per riappropriarsi di una struttura pubblica.

Lea seguirà il suo uomo, il guappo diventato gregario di Fifì, proprio in via Montello.

Abbandona la sua terra per allontanarsi da un ambiente malsano. Ha una figlia piccola, Denise, concepita con il criminale dopo la tradizionale fuitina, da tutelare e proteggere.

Arriva nel comprensorio, ma la situazione non è affatto migliorata. Sembra di rivivere la faida di Pagliarelle. Non può uscire di casa, è succube del suo compagno violento. È costretta a subire la violenza animalesca della bestia, che conosce solo un linguaggio, e non è quello della ragione. Assiste anche a un omicidio, di un certo Antonio Comberiati, eliminato dai Cosco per completare la scalata criminale.

La donna decide di abbandonare il suo uomo, la sua “famiglia” e il covo mafioso. Prende sua figlia Denise e scappa. Ma una donna, secondo quella mentalità criminale, non può decidere con la propria testa. Comincia l’inferno per Lea Garofalo. Subisce due aggressioni durante i colloqui in carcere, dopo aver comunicato la sua definitiva decisione: il piccolo mafiosetto che colpisce senza pietà e due vigliacchi, il padre e uno dei fratelli, che guardano senza muovere un dito. 

La seguono, tentano continue mediazioni, anche il fratello boss prende posizione e la schiaffeggia in pubblica piazza. Tutti devono vedere, tutti devono sapere.

Ma sua sorella è calabrese, ha la testa dura, continua per la sua strada. Denise deve respirare un’altra aria.

Le bruciano tre macchine«Non mi volete far vivere in pace?»si confida con la sorella Marisa«Adesso vi sistemo io e dico tutto quello che so».

Capisce che l’unica strada da seguire è quella della Giustizia e si affida allo Stato. Incontra un magistrato, Salvatore Dolce, a Catanzaro («Dopo numerose minacce psichiche, verbali e mentali di denunciare tutti»scriverà nel suo memoriale nell’aprile del 2009«vengo ascoltata da un magistrato dopo un mese dalle mie dichiarazioni in presenza di un maresciallo e di un legale assegnatomi, mi dissero che bisognava aspettare di trovare un magistrato che non fosse corrotto dopo oltre un mese passato scappando di città in città con una figlia piccola, i carabinieri ci condussero alla procura della Repubblica di Catanzaro e lì fui sentita in presenza di un avvocato»e comincia a raccontare la sua storia, il suo dramma: parla della morte del padre, della faida di Pagliarelle, dei traffici e degli affari della sua famiglia, parla del fratello boss, degli affari dei Cosco, delle attività a Milano.

Svela ciò che non andava svelato e rompe il codice secolare della maledetta ‘ndrangheta. Diventa una collaboratrice di giustiziasenza aver commesso mai alcun tipo di reato.

Entra nel programma di protezione, dal 2002 al 2009: sette anni di tribolazioni. Le sue dichiarazioni non servono a nulla, non verrà mai istruito un processo.

In vita Lea Garofalo non viene ritenuta credibile. Anzi, viene definita una «pentita», una «prostituta», una «tossica». Il suo testamento, il memoriale scritto nel 2009, indirizzato al Capo dello Stato dell’epoca (Giorgio Napolitano, nda) e agli organi di informazione nazionali, verrà pubblicato solo dopo la sua tragica morte.

Non è mai stata aiutata da nessuno.

Negli anni della protezione cambia continuamente città, con sua figlia Denise è costretta a scappare da questi criminali che hanno deciso la sua condanna a morte. Durante il programma la protezione funziona. I tentativi dei Cosco, di mettere le mani sulla donna, risultano inutili. Ma questa nuova vita non soddisfa le esigenze delle due donne: sono anni difficili, pieni di sacrifici, non riescono nemmeno ad arrivare alla fine del mese.

A Bojano, in Molise, Lea chiama sua sorella e chiede di poter rientrare in Calabria. Svela la sua residenza protetta e viene cacciata, insieme a sua figlia, dal programma. Dopo un ricorso al Tar e al Consiglio di Stato, le due donne, riacquistano la protezione. Per poco tempo.

Rientrano in Calabria, con il permesso della ‘ndrangheta, e dopo diversi anni, la donna ribelle, si rivede con il suo ex convivente Carlo Cosco.

Nella sua mente criminale c’è il piano, nato agli inizi degli anni 2000, per l’eliminazione della donna. Sta cercando l’occasione giusta per sopprimere fisicamente la madre di sua figlia. Denise sta frequentando il secondo anno delle superiori a Campobasso e decidono di ritornare in Molise per permettere alla giovane di terminare l’anno scolastico.

È Cosco che si preoccupa di tutto, sembra cambiato, diverso. Ma è solo una tattica, una strategia. Tramite un’agenzia immobiliare affitta un’abitazione nel capoluogo molisano, in via Sant’Antonio Abate, numero 58.

Le due donne, insieme al Cosco e alla madre, ritornano in Molise. Ma Lea non è autorizzata a dormire nella nuova casa, deve restare in macchina.  

Dopo diversi giorni, stanca di essere trattata peggio di una bestia, fa irruzione in casa e affronta la suocera, la madre del mafiosetto di provincia.

Campobasso, via Sant’Antonio Abate, 58 (ph Paolo De Chiara)

Il 5 maggio 2009, il clan Cosco mette in pratica il piano preparato qualche anno prima. Un falso tecnico della lavatrice si presenta nell’abitazione molisana. La fimmina calabrese si accorge che il soggetto non è adatto ad aggiustare l’elettrodomestico rotto. È solo un sicario inviato dal clan per raggiungere l’obiettivo stabilito: stordire la donna, impacchettarla con dei cartoni, nasconderla in un furgone (prestato da un cinese, titolare di un’attività commerciale in via Montello a Milano), trasportala in Puglia, in aperta campagna, interrogarla, ucciderla e scioglierla nell’acido.

Secondo i magistrati di primo grado nel furgone parcheggiato davanti all’abitazione di Campobasso è presente un fusto con 50 litri di acido.

Il piano fallisce.

Miseramente.

Lea e Denise riescono ad avere la meglio. Sembrano dei dilettanti questi Cosco.

L’appuntamento con la morte è solo rinviato.

Il 24 novembre 2009, a Milano, dopo altri innumerevoli tentativi falliti, sei uomini si scagliano vigliaccamente contro una donna. Lea viene allontanata da sua figlia Denise, la fimmina che ha rotto il maledetto codice secolare della mafia calabrese deve morire.

La uccidono brutalmente in un appartamento. Per questi vigliacchi non basta, devono cancellare anche il suo corpo, che viene bruciato in un bidone in provincia di Monza.

Il luogo del delitto, San Fruttuoso – Monza (ph Paolo De Chiara)

Alla fine del primo grado di giudizio (30 marzo 2012), senza il corpo della donna, i magistrati parlano (e lo scrivono nelle motivazioni della sentenza) dei 50 litri di acido utilizzati per cancellare ogni traccia della donna.

Sei ergastoli: Carlo, Giuseppe e Vito Cosco, Rosario Curcio, Carmine Venturino e il falso tecnico della lavatrice Massimo Sabatino.

Tra il primo e il secondo grado si registra il colpo di scena. Uno dei soggetti condannati all’ergastolo diventa collaboratore di giustizia. Venturino (ritenuto dai magistrati parzialmente credibile), l’ex fidanzatino di Denise, utilizzato dal padre per controllare la figlia, offre la sua versione.

Lea Garofalo non è stata sciolta nell’acido. È stata uccisa a colpi di pugni, poi strangolata, poi trasportata in un magazzino a San Fruttuoso (Monza) e bruciata in un bidone.

Il bidone della morte (archivio Tribunale di Milano)

In un tombino – tre anni dopo la morte – verranno ritrovati 2.810 frammenti ossei della donna. Non riconosciuti con l’esame del DNA, ma utilizzando una vecchia lastra dentaria di Lea. Fornita da sua figlia Denise.  

Hanno distrutto una vita e un corpo, ma non sono riusciti a cancellare la memoria di una eroina che ha avuto la forza e il coraggio di dire No.

La fimmina calabrese ha vinto la sua battaglia: il clan è stato annientato con gli ergastoli. Nel secondo grado (29 maggio 2013) viene riformata parzialmente la precedente sentenza.

Quattro ergastoli: Carlo e Vito Cosco, Rosario Curcio, Massimo Sabatino; venticinque anni di reclusione per il collaboratore di giustizia Venturino e un’assoluzione per Giuseppe Cosco, detto Smith).

Il 18 dicembre del 2014 la Cassazione ha messo la parola fine, respingendo i ricorsi dei condannati. Denise, la figlia con lo stesso coraggio di sua madre, vive in località protetta, lontana da tutti e da tutto.

Oggi, Lea Garofalo, è ricordata in molte piazze, in molte città, in molte scuole. Perché la memoria, nel Paese senza memoria, è di vitale importanza.

Cimitero Monumentale, Milano (foto Paolo De Chiara)

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UNDICI ANNI DOPO. SPECIALE LEA GAROFALO

– LA LETTERAIl grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Graofalo

– LE TESTIMONIANZE. «Lea Garofalo è una testimone di giustizia»

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– «Lea Garofalo è una testimone di giustizia»

 Il grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo

– “Lea, in vita, non è stata mai creduta”

– «Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

– LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

– UNDICI ANNI DOPO

«Lea Garofalo è una testimone di giustizia»

SPECIALE LEA GAROFALO. UNDICI ANNI DOPO – 24 novembre 2009. IL PAESE DEL GIORNO DOPO. La fimmina calabrese, uccisa brutalmente dalla ‘ndrangheta, è una TESTIMONE DI GIUSTIZIA. Il riconoscimento non è mai arrivato ufficialmente. Dall’inizio l’hanno inserita tra i collaboratori, ma la donna non aveva mai commesso alcun reato. Il 28 settembre del 2018 (nove anni dopo) il magistrato Salvatore Dolce dirà pubblicamente: «Lo Stato ha sbagliato con Lea Garofalo».

«Lea Garofalo è una testimone di giustizia»

La testimone di giustizia Lea Garofalo

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«No, non è una testimone. L’hanno inserita tra i collaboratori di giustizia. Non si può far rientrare Lea Garofalo tra i testimoni di giustizia.» Queste affermazioni, dopo undici anni dalla sua morte violenta, continuano ad essere utuilizzate – a sproposito – da chi non sa o, peggio, fa finta di non sapere. Allora bisogna dirlo e sostenerlo chiaramente (con carte alla mano). Lea Garofalo, uccisa a Milano e bruciata in un bidone a San Fruttuoso (Monza) è a tutti gli effetti una TESTIMONE DI GIUSTIZIA. Come Peppino Impastato, come Rita Atria è nata in una famiglia mafiosa (padre e fratello), ma non ha mai commesso alcun reato. Ha denunciato la sua famiglia e quella del suo convivente (clan) Cosco. E, in vita, non è stata ritenuta credibile. Le sue dichiarazioni sono state utilizzate dopo. I processi, con i relativi arresti, sono stati fatti dopo.    

«Sì, ma c’è la normativa che parla chiaro». In questa vicenda c’è una storia limpida che parla chiaro. Un riscatto cercato ed ottenuto con le proprie forze. Soprattutto per sua figlia Denise. Senza l’aiuto di nessuno, nè dello Stato nè delle Associazioni (che oggi sbandierano il suo nome). Questa donna è stata rivalutata dopo la sua morte, dopo il barbaro omicidio di ‘ndrangheta

«Ma non è stata riconosciuta vittima di mafia». Cosa rispondere a questa inutile provocazione? Prima di parlare o sparlare è doveroso studiare. E possibilmente capirle certe informazioni. Cosa è successo a Milano? Perchè è stato eliminato l’articolo 7, l’aggravante mafioso, durante il processo? In questo Paese si continua a ricordare solo quello che si vuole ricordare. Ma restano i documenti, i libri, gli articoli. Viva Dio! Bisogna informarsi, prima di fare brutte figure. 

Vi piacciono le provocazioni? Vi piace sparlare? Procediamo, allora, con una domanda retorica. Lea Garofalo è una testimone di giustizia o una collaboratrice di giustizia? In attesa di ricordare questa donna, in occasione dell’anniversario della sua morte (24 novembre 2009) , riproponiamo le considerazioni di magistrati, esperti, componenti della commissione antimafia. Possono bastare? Cosa serve, ancora, per eliminare queste perplessità intorno a questa eroina antimafia?

«Lo Stato ha sbagliato con Lea Garofalo», Salvatore Dolce, il primo magistro che ha “ascoltato” Lea, Firenze, 28 settembre 2018

«Deve essere considerata come una testimone di giustizia, così dovrebbe essere considerata. In alcuni casi ho visto dei verbali di interrogatorio in cui risultava indagata di reato connesso dai Pm di Catanzaro. Il problema è che l’assunzione di una determinata garanzia serve anche a garantire la validità delle dichiarazioni rese. Comunque, non ho trovato falle nel sistema di protezione, è tutto motivato.» 

Armando D’Alterio, DDA Campobasso, intervista realizzata nel giugno 2012.

Oggi il magistrato, già PM del caso Siani (Giancarlo, il giornalista precario de «Il Mattino», ucciso dalla camorra il 23 settembre 1985), ricopre l’incarico di PG presso la Procura della Repubblica di Potenza.

«…i punti di criticità che l’attuale normativa presenta rispetto alle garanzie che dovrebbero essere dovute al testimone di giustizia. C’è stata la morte di Lea Garofalo, a questa morte credo che vadano anche aggiunte e attenzionate le morti per suicidio di altre due donne testimoni di giustizia calabresi (Maria Concetta Cacciola e Santa Boccafusca, nda).»

Lei ha definito Lea Garofalo una testimone di giustizia, ma…

«In realtà era una collaboratrice di giustizia. Lea Garofalo era una collaboratrice di giustizia come tanti altri collaboratori e, pur appartenendo a famiglie ‘ndranghetiste, non si sono macchiate di reati, non hanno ucciso. Li considero come testimoni. Se poi penso che la legge sul cosiddetto pentitismo consente dei benefici ai collaboratori di giustizia, caratterizzati spesso da persone che hanno alle spalle magari decine di omicidi, mi sento di definire Lea una testimone e non una collaboratrice.» 

On. Angela Napoli, componente commissione antimafia, intervista realizzata nel settembre 2012.

Ad oggi, ancora non si sono registrati riscontri alla interrogazione e alla interpellanza parlamentare.

Lei ha definito la Garofalo una testimone. La stessa cosa ha fatto Angela Napoli e anche Lea non si sentiva una collaboratrice di giustizia, ma nelle carte ufficiali…

«Naturalmente la linea di confine è sottile, noi la individuiamo come testimone perché Lea Garofalo non era una criminale. Aveva preso le distante dalla famiglia dei mafiosi, non aveva mai agito per rafforzare le finalità mafiose di questa famiglia. È un po’ la storia di Peppino Impastato, padre mafioso, lo zio capomafia ma lui aveva preso le distanze. Naturalmente Lea Garofalo non aveva gli strumenti culturali, non aveva la passione politica, il contesto era diverso di quello di Peppino Impastato. Ma ha fatto una scelta di tale portata e quindi questa scelta è tipica del testimone di giustizia, di chi non è nell’organizzazione mafiosa e dà un contributo allo Stato, con la sua testimonianza, con le sue conoscenze. Lea Garofalo deve essere valorizzata e considerata una testimone di giustizia. Anche Denise, un’altra donna straordinaria, una donna che non ha avuto dubbi, che non si è fatta assolutamente assorbire dalla omertà familistica, dove spesso si consumano violenze inenarrabili e si sta zitti. Lei ha capito che il padre, che gli zii, che il nonno, che il contesto familiare era un contesto di mafia, che aveva ucciso e sciolto nell’acido la mamma. Non ha avuto dubbi a schierarsi dalla parte giusta, della verità, della giustizia sino ad essere presente in tribunale.»

Sen. Giuseppe Lumia, componente commissione antimafia, intervista realizzata nel settembre 2012.

Ad oggi, ancora non si sono registrati riscontri alla interrogazione parlamentare.

«Lea Garofalo, donna e madre capace di sfidare la ‘ndrangheta diventando una testimone di giustizia, il 24 novembre 2009 veniva ammazzata dal suo ex compagno, ‘ndranghetista anche lui.

Eppure c’è chi ancora sostiene che le mafie rispettino donne e bambini.»

Nicola Morra, Presidente Commissione Antimafia, 24 novembre 2020

«Lea GAROFALO era una testimone di giustizia che aveva accusato molti mafiosi di Petilia Policastro e tra questi il boss che era stato il suo compagno Carlo Cosco, col quale aveva avuto una figlia.

Nel maggio 2009 in una prima occasione Cosco aveva tentato di farla rapire per ucciderla e poi il 24 novembre, dopo averla attirata in una trappola, la fece uccidere e il suo corpo fu dato alle fiamme e bruciato per tre giorni fino alla completa distruzione.

A Lea era stata data la protezione nel 2002, ma poi tolta nel 2006 perché ritenuta non attendibile. Quando morì non era protetta. La sua è stata una storia emblematica anche che riassume la DISATTENZIONE verso i testimoni ed i collaboratori di giustizia.

Il 28 aprile 2009, poco prima del primo tentativo di ucciderla, Lea Garofalo rinuncio’ alla protezione che gli era stata risata dal giudice amministrativo. Poi si rivolse al Presidente della Repubblica Napolitano con una lettera nella quale “lamentava di essere stata qualificata come collaboratrice di giustizia, di aver ricevuto un’assistenza legale carente sotto vari punti di vista, di essere stata obbligata a trasferirsi in diverse città con la figlia piccola nell’ambito del programma di protezione, di aver perso un lavoro precario, tutti i contatti sociali e la propria dimora anche per sostenere le spese degli avvocati.”

Oggi lo Stato la riabilita, con ritardo ed avendo molte molte colpe rispetto al suo sangue innocente.»

Sebastiano Ardita, magistrato, 24 novembre 2020 

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UNDICI ANNI DOPO. SPECIALE LEA GAROFALO

– LA LETTERAIl grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo

– IL RICORDO di Lea, domani 24 novembre 2020Lea Garofalo, la testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e uccisa dalla ‘ndrangheta.    

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– «Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

– LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

– UNDICI ANNI DOPO

Lea Garofalo, undici anni dopo

Per non dimenticare Lea Garofalo
TESTIMONE DI GIUSTIZIA

#11annidopo #milano
#ilcoraggiodidireno #leagarofalo #ndranghetamontagnadimerda

Il grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo

SPECIALE LEA GAROFALO. UNDICI ANNI DOPO – La LETTERA della TESTIMONE DI GIUSTIZIA. «La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte! Inaspettata indegna e inesorabile…»

Il grido d'aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo
La testimone di giustizia Lea Garofalo

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Lea ha conosciuto la ‘ndrangheta da vicino: come tante donne, ha subìto la violenza brutale della mafia calabrese. Ha denunciato quello che ha visto, quello che ha sentito: una lunga serie di omicidi, droga, usura, minacce, violenze di ogni tipo. Ha raccontato la ‘ndrangheta che uccide, che fa affari, che fa schifo!

È stata uccisa perché si è contrapposta alla cultura mafiosa, che non perdona il tradimento – soprattutto – di una fimminaA 36 anni è stata rapita a Milano per ordine del suo ex compagno, dopo un precedente tentativo di sequestro in Molise, a Campobasso. 

Le mafie, sino ad oggi, hanno ucciso più di 150 donne. Solo grazie alle fimmine è possibile immaginare un futuro diverso per questo Paese, un futuro senza il puzzo opprimente di queste organizzazioni criminali, che possono tutto per la loro immensa potenza economica e militare. Per i loro legami secolari con la politica e le Istituzione. Ma con Lea e con Denise non hanno potuto nulla. Gli assassini sono stati condannati all’ergastolo. Al carcere a vita. Il clan Cosco è stato distrutto da due donne, che hanno avuto la forza e il coraggio di dire No.

Lea in vita si è sentita «una giovane madre disperata», stanca di chiedere aiuto, di chiedere protezione. Nessuno, come in tante altre occasioni, ha mai chiesto scusa. Nessuno ha mai telefonato alla madre di Lea, la signora Santina. Il suo memoriale è stato pubblicato solo dopo la sua morte. In questo strano Paese succede sempre tutto dopo.  

LA LETTERA DI LEA GAROFALO:

«Ho bisogno d’aiuto, qualcuno ci aiuti»

Signor Presidente della Repubblica,chi le scrive è una giovane madre, disperata allo stremo delle sue forze, psichiche e mentali in quanto quotidianamente torturata da anni dall’assoluta mancanza di adeguata tutela da parte di taluni liberi professionisti, quali il mio attuale legale che si dice disponibile a tutelarmi e di fatto non risponde neanche alle mie telefonate.

Siamo da circa sette anni in un programma di protezione provvisorio. In casi normali la provvisorietà dura all’incirca un anno, in questo caso si è oltrepassato ogni tempo e, permettetemi, ogni limite, in quanto quotidianamente vengono violati i nostri diritti fondamentali sanciti dalle leggi europee. Il legale assegnatomi dopo avermi fatto figurare come collaboratrice, termine senza che mai e dico mai ho commesso alcun reato in vita mia. Sono una donna che si è sempre presa la responsabilità e che da tempo ha deciso di rompere ogni tipo di legame con la propria famiglia e con il convivente. Cercando di riniziare una vita all’insegna della legalità e della giustizia con mia figlia. Dopo numerose minacce psichiche, verbali e mentali di denunciare tutti. Vengo ascoltata da un magistrato dopo un mese delle mie dichiarazioni in presenza di un maresciallo e di un legale assegnatomi, mi dissero che bisognava aspettare di trovare un magistrato che non fosse corrotto dopo oltre un mese passato scappando di città in città per ovvie paure e con una figlia piccola, i carabinieri ci condussero alla procura della Repubblica di C.(Catanzaro, nda) e lì fui sentita in presenza di un avvocato assegnatomi dalla stessa procura.

Questi mi comunicarono di figurare come collaboratore, premetto di non aver nessuna conoscenza giuridica, pertanto il termine di collaboratore per una persona ignorante, era corretto in quanto stavo collaborando al fine di arrestare dei criminali mafiosi. Dopo circa tre anni il mio caso passa ad un altro magistrato e da lui appresi di essere stata mal tutelata dal mio legale. Oggi mi ritrovo, assieme a mia figlia isolata da tutto e da tutti, ho perso tutto, la mia famiglia, ho perso il mio lavoro (anche se precario) ho perso la casa, ho perso i miei innumerevoli amici, ho perso ogni aspettativa di futuro, ma questo lo avevo messo in conto, sapevo a cosa andavo incontro facendo una scelta simile. Quello che non avevo messo in conto e che assolutamente immaginavo, e non solo perché sono una povera ignorante con a mala pena un attestato di licenza media inferiore, ma perché pensavo sinceramente che denunciare fosse l’unico modo per porre fine agli innumerevoli soprusi e probabilmente a far tornare sui propri passi qualche povero disgraziato sinceramente, non so neanche da dove mi viene questo spirito, o forse sì, visti i tristi precedenti di cause perse ingiustamente da parte dei miei familiari onestissimi! Gente che si è venduta pure la casa dove abitava, per pagare gli avvocati e soprattutto, per perseguire un’idea di giustizia che non c’è mai stata, anzi tutt’altro!

Oggi e dopo tutti i precedenti, mi chiedo ancora come ho potuto, anche solo pensare che in Italia possa realmente esistere qualcosa di simile alla giustizia, soprattutto dopo precedenti disastrosi come quelli vissuti in prima persona dai miei familiari. 

Eppure sarà che la storia si ripete che la genetica non cambia, ho ripetuto e sto ripentendo passo dopo passo quello che nella mia famiglia è già successo, e sa qual è la cosa peggiore? La cosa peggiore è che conosco già il destino che mi spetta, dopo essere stata colpita negli interessi materiali e affettivi arriverà la morte! Inaspettata indegna e inesorabile e soprattutto senza la soddisfazione per qualche mio familiare è stato anche abbastanza naturale se così si può dire, di una persona che muore perché annega i propri dolori nell’alcol per dimenticare un figlio che è stato ucciso per essersi rifiutato di sottostare ai ricatti di qualche mafioso di turno. Per qualcun altro è stato certamente più atroce di quanto si possa immaginare lentamente, perché questo visti i risultati precedenti negativi si è fatto giustizia da solo e, si sa, quando si entra in certi vincoli viziosi difficilmente se ne esce indenni tutto questo perché le istituzioni hanno fatto orecchie da mercante! Ora con questa mia lettera vorrei presuntuosamente cambiare il corso della mia triste storia perché non voglio assolutamente che un giorno qualcuno possa sentirsi autorizzato a fare ciò che deve fare la legge e quindi sacrificare se pur per una giustissima causa la propria vita e quella dei propri cari per perseguire un’idea di giustizia che tale non è più nel momento in cui ce la si fa da soli e, con metodi spicci.

Vorrei Signor Presidente, che con questa mia richiesta di aiuto lei mi rispondesse alle decine, se non centinaia di persone che oggi si trovano nella mia stessa situazione.

Ora non so, sinceramente, quanti di noi non abbiamo mai commesso alcun reato e, dopo aver denunciato diversi atti criminali, si sono ritrovati catalogati come collaboratori di giustizia e quindi di appartenenti a quella nota fascia di infami, così comunemente chiamati in Italia, piuttosto che testimoni di atti criminali, perché le posso assicurare, in quanto vissuto personalmente che esistono persone che nonostante essere in mezzo a situazioni del genere riescono a non farsi compromettere in nessun modo e ad avere saputo dare dignità e speranza oltre che giustizia alla loro esistenza. Lei oggi, signor Presidente, può cambiare il corso della storia, se vuole può aiutare chi, non si sa bene perché, o come, riesce ancora a credere che anche in questo Paese vivere giustamente si può nonostante tutto! La prego signor Presidente ci dia un segnale di speranza, non attendiamo che quello, e a chi si intende di diritto civile e penale, anche voi aiutate chi è in difficoltà ingiustamente! Personalmente non credo che esiste chissà chi o chissà cosa, però credo nella volontà delle persone, perché l’ho sperimentata personalmente e non solo per cui, se qualche avvocato legge questo articolo e volesse perseguire un’idea di giustizia accontentandosi della retribuzione del patrocinio gratuito e avendo in cambio tante soddisfazioni e una immensa gratitudine da parte di una giovane madre che crede ancora in qualcosa vagamente reale, oggi giorno in questo paese si faccia avanti, ho bisogno di aiuto, qualcuno ci aiuti.

Please!

Una giovane madre disperata

aprile 2009

La risposta del Quirinale del 2 dicembre 2010

«A proposito del dispaccio “Sciolta nell’acido: Lea Garofalo a capo Stato, mi uccideranno”, che rilancia un testo pubblicato da un quotidiano calabrese, dalle accurate ricerche compiute al Quirinale non risulta essere mai pervenuta alcuna lettera dell’allora collaboratrice di giustizia al Presidente della Repubblica. Né il Capo dello Stato avrebbe potuto conoscere il testo di una “lettera aperta” ma – stando a quanto si “rivela” – “mai pubblicata” su una vicenda il cui tragico epilogo non può che turbare profondamente”».

Pasquale Cascella,

consigliere del Presidente della Repubblica

per la Stampa e la Comunicazione

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UNDICI ANNI DOPO. SPECIALE LEA GAROFALO (WordNews.it)

– Le TESTIMONIANZE, domani 23 novembre 2020: «Lea Garofalo è una testimone di giustizia».

– IL RICORDO di Lea, martedì 24 novembre 2020: Lea Garofalo, la testimone di giustizia abbandonata dallo Stato e uccisa dalla ‘ndrangheta.

  

Leggi anche: 

– “Lea, in vita, non è stata mai creduta”

– «Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

– LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

– UNDICI ANNI DOPO

Lea Garofalo, vera testimone di giustizia


LEA è stata lasciata sola, è stata abbandonata dallo Stato e dalle Istituzioni (e dalle Associazioni) di questo Paese.
Nessuno ha mosso un dito, prima. Nonostante la drammatica lettera dell’aprile 2009, indirizzata al presidente della Repubblica Napolitano e agli organi di informazione.
Viviamo in un Paese strano… succede sempre tutto dopo. Le persone si tutelano in vita, non si aspetta la morte per ricordare.
Nulla è stato fatto per salvare Lea dalla Schifosa ‘ndrangheta.
Anzi, è stata ritenuta ‘poco credibile’, una ‘pentita’, una ‘tossica’.
Questi i termini utilizzati da chi doveva proteggerla. Vergogna!!!

Bruciata a Milano il 24 novembre 2009.


#11annidopo
#leagarofalo #fimmina #sfidato #ndranghetaMontagnadiMerda #leavive
Lea Garofalo. Il Coraggio di dire NO

Dedicato a Lea Garofalo il giardino di viale Montello

MILANO. Cerimonia di intitolazione dei Giardini a Lea Garofalo in viale Montello.

Dedicato a Lea Garofalo il giardino di viale Montello
fonte sito Comune di Milano

Lo svelamento della targa di intitolazione del giardino di viale Montello, di fronte al civico 4, alla testimone di giustizia Lea Garofalo.

Alla cerimonia hanno preso parte il Presidente del Consiglio comunale Lamberto Bertolé, la coordinatrice di Libera Milano Lucilla Andreucci e il referente di Giardini in transito Vincenzo Strambio, la cui associazione gestisce il giardino dal 2011 per realizzarne uno spazio condiviso con finalità di aggregazione e inclusione sociale e promozione culturale. 

Presenti all’evento anche i ragazzi del presidio Libera Lea Garofalo, che hanno letto alcuni brani.

fonte sito Comune di Milano

PER APPROFONDIMENTI:

– «Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

– LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

– UNDICI ANNI DOPO

BACIAMO LE MANI/1^ parte

IL PAESE SENZA MEMORIA e SENZA VERGOGNA. Il Caimano torna di moda. Nel Paese orribilmente sporco arrivano proposte scellerate da parte di personaggi scellerati: non vedevano l’ora di riabilitare l’ex Cavaliere di Arcore. Una rovina per questo Paese, altro che statista. Quando ci libereremo politicamente di questi personaggi? Quando potremo chiudere una parentesi trentennale vergognosa? È un Paese alla rovescia: gli onesti diventano delinquenti e i delinquenti continuano a passare per martiri.

BACIAMO LE MANI/1^ parte

di Paolo De Chiara

«Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.

Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amicila mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.
Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta».

Rita Atria, la picciridda di Paolo Borsellino, 1992

Diventa definitiva la sentenza contro l’ex senatore di Forza Italia per concorso esterno in associazione mafiosa. La Procura: “E’ stato il garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra”.

“Per diciotto anni, dal 1974 al 1992, Marcello Dell’Utri è stato garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra“, aveva sostenuto il pg Galasso davanti alla Corte. “In quel lasso di tempo”, aveva osservato il pg, “siamo in presenza di un reato permanente“. “Infatti, la Cassazione, con la sentenza del 2012 con cui aveva disposto un processo d’appello-bis per Dell’Utri, aveva precisato che l’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra, con la mediazione di Dell’Utri“, ha aggiunto Galasso, “c’è stato, si è formato nel 1974 ed è stato attuato volontariamente e consapevolmente“.

La Repubblica, 9 maggio 2014

«Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni ai Grado e anche a Vittorio Mangano». La grafia è quella di Giovanni Falcone. Elegante, ordinata. Su un foglio di block notes a quadretti ha messo in fila alcuni appunti durante l’audizione del pentito Francesco Marino Mannoia. E’ il 6 novembre 1989. Il giudice ha sottolineato due volte il cognome Berlusconi, all’epoca già al culmine della sua carriera».

“Berlusconi paga i boss di Cosa nostra”. Ecco l’appunto di Falcone ritrovato nel suo ufficio,  Salvo Palazzolo, la Repubblica, 21 dicembre 2017

Riina parla di Berlusconi e delle speranze al tempo riposte su quest’ultimo (“…No …no… è vigliacco… di avere fattu la legge la nel Codice Penale (inc.) fatto il Codice Penale… quando era in possessu di (inc.) la leggi… perché io tannu ci credeva che lui avissi fàttu (inc.) con questi Magistrati con questi Magistrati… con questi disgraziati, eh speravo… speravo poi (inc.) incominciò… (inc.) a niatri (inc.)..)”.

Intercettazione ambientale del 4 ottobre 2013, Totò Riina a passeggio con Alberto Lo Russo, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018

Nelle motivazioni della sentenza Trattativa vengono dettagliate le elargizioni di Silvio Berlusconi (già a Palazzo Chigi) ai mafiosi tramite il co-fondatore di Forza Italia: “È determinante rilevare che tali pagamenti sono proseguiti almeno fino al dicembre 1994”.

Trattativa Stato-mafia, i giudici: “Da Berlusconi soldi a Cosa nostra tramite Dell’Utri anche da premier e dopo le stragi”, Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018

«Nella seconda metà del ’93, quando si è deciso di appoggiare Forza Italia, è venuto fuori Marcello Dell’Utri che si era preso delle garanzie nei confronti di Cosa nostra per i suoi problemi. E quindi da tutto questo noi diciamo che è nato questo appoggio da parte di Cosa Nostra nei confronti di Forza Italia. Sono stato chiaro?».

Nino Giuffré, collaboratore di giustizia, Tiscali.it, 20 luglio 2018

«Si ritiene da parte dei giudici che Silvio Berlusconi continuò a pagare ingenti somme di denaro a Cosa nostra palermitana anche dopo essere diventato Presidente del Consiglio».

«Risultano annotati in un libro mastro della mafia palermitana movimenti di denaro e ricezione di una somma montante a centinaia di milioni da parte del gruppo imprenditoriale legato a Berlusconi anche dopo che Silvio Berlusconi aveva assunto la carica di Presidente del Consiglio. Un Presidente del Consiglio, se questo è vero, il capo di un governo della nostra Repubblica pagava Cosa nostra».

«Nonostante un gravissimo silenzio e una gravissima ignoranza indotta nell’opinione pubblica, sull’argomento noi magistrati avevamo già una sentenza che aveva condannato definitivamente il senatore Dell’Utri per concorso in associazione mafiosa. Questa stabiliva e statuiva che l’allora imprenditore Silvio Berlusconi nel 1974 con l’intermediazione di Marcello Dell’Utri avesse stipulato un patto con esponenti apicali, esponenti di vertice della Cosa Nostra palermitana. Patto di reciproca protezione e sostegno. E che quel patto era stato rispettato dal 1974 almeno fino al 1992».


«Ma questa sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia va oltre. È stato dimostrato che l’intermediazione di Dell’Utri è proseguita attraverso la trasmissione di messaggi e richieste di Cosa Nostra a Silvio Berlusconianche dopo il 1992. Soprattutto dopo che Silvio Berlusconi a seguito delle elezioni del marzo 1994 divenne Presidente del Consiglio. Quindi per la prima volta questa sentenza chiama in ballo Silvio Berlusconi non più come semplice imprenditore ma come uomo politico addirittura come Presidente del Consiglio. Questo è un passaggio che pochi hanno sottolineato che può essere incidentale ma è assolutamente indicativo della gravità del comportamento di Silvio Berlusconi che i giudici ritengono accertato, è un passaggio apparentemente slegato all’imputazione mossa a Dell’Utri in questo processo ma molto significativo».

Nino Di Matteo, Procuratore Nazionale Antimafia, Antimafia2000.com, 27 settembre 2018

«La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Nino Di Matteo, presentazione Il Patto Sporco, Roma, 14 novembre 2018

“Ho incontrato tre volte a Milano Silvio Berlusconi mentre ero latitante”.

Giuseppe Graviano, boss di Cosa nostra, videoconferenza udienza processo «’ndrangheta stragista», 7 febbraio 2020

1 parte/continua

da WordNews.it

Il Coraggio di dire No… in Abruzzo #Lea

GRAZIE DI CUORE A TUTTI!!! Ma proprio a tutti!

Una giornata intensa per ricordare #LeaGarofalo, una donna straordinaria.
#casoli con gli straordinari ragazzi, docenti e dirigenti; a #guardiagrele con la cittadinanza.

Insieme a Marisa, Tonino, Carlo e Massimiliano 📕 e tante, tantissime altre persone. Ancora grazie per questi momenti straordinari.
📕📕📕 AGENDE ROSSE 📕📕📕

Casoli, 7 dicembre 2019

Guardiagrele, 8 dicembre 2019

Lea, #10annidopo

Milano, 24 novembre 2009

Sono le 18:39 del 24 novembre 2009. E’ sera, c’è poca gente per strada. All’Arco della Pace, una telecamera di sorveglianza riprende una donna che cammina sul marciapiedi. Questo è l’ultimo momento in cui è documentata l’esistenza in vita di Lea Garofalo.

#leagarofalo #ilcoraggiodidireNo

Per non dimenticare la fimmina calabrese che sfidò la schifosa ‘ndrangheta

#Milano, 24 novembre 2009.
La sequenza è stata trasmessa da tutti i telegiornali, la videocamera piazzata nei pressi dell’Arco della Pace riprende gli ultimi istanti di vita di Lea Garofalo. È possibile vedere l’arrivo del Suv di Carlo Cosco e le due donne che salgono.
“Mio padre propose di andare a salutare i fratelli in viale Montello. Mia madre, dopo aver ascoltato la proposta, scese dalla macchina”.
Lo scudo di Lea, Denise, viene allontanato. Con una scusa Cosco accompagna la figlia dai suoi fratelli. Lea resta da sola. Continua a passeggiare, alle 18:30 telefona alla sorella Marisa, che non risponde. È a casa di un’amica, il telefono non prende. Alle 18:37 Cosco ritorna con la sua macchina. Lea sale e sparisce per sempre. Ore 18:39, è l’ultimo momento dell’esistenza di Lea che viene registrato. Dalle 20:00 il suo cellulare risulta irraggiungibile, spento. Morto.

da Libero Quotidiano #lea

IL CORAGGIO DI DIRE NO
#leagarofalo #ilcoraggiodidireno #10annidopo
Libero, 20 novembre 2019
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~
LEA è stata lasciata sola, è stata abbandonata dallo Stato e dalle Istituzioni (e dalle Associazioni) di questo Paese.
Nessuno ha mosso un dito, prima. Nonostante la drammatica lettera dell’aprile 2009, indirizzata al presidente della Repubblica Napolitano e agli organi di informazione.
Viviamo in un Paese strano… succede sempre tutto dopo. Le persone si tutelano in vita, non si aspetta la morte per ricordare.
Nulla è stato fatto per salvare Lea dalla Schifosa ‘ndrangheta.
Anzi, è stata ritenuta ‘poco credibile’, una ‘pentita’, una ‘tossica’.
Questi i termini utilizzati da chi doveva proteggerla. Vergogna!!!
#10annidopo
#leagarofalo #fimmina #sfidato #ndranghetaMontagnadiMerda #leavive
Lea Garofalo. Il Coraggio di dire NO

LEA, 10 anni dopo…

A DIECI ANNI DALLA MORTE…
…per non dimenticare LEA GAROFALO 
Milano, novembre 2009-2019
#workinprogress #ilcoraggiodidireno
https://paolodechiara.blog/leagarofalo/

#MilaNOmafie

Lea Garofalo a #milano
#fumetto#ilcoraggiodidireno
#agenderossemilano 📕


DIECI ANNI DOPO #leagarofalo
Campobasso, 5 maggio 2009
Tentativo di sequestro organizzato dallo Schifoso clan ‘ndranghetista dei COSCO #mafiemontagnadimerda

#bombedistato#pernondimenticare#bancanazionaledellagricoltura#milano#giuseppepinelli#omicidiodistato

BUONA LETTURA Pino 
#iohodenunciato

UN MORTO OGNI TANTO
#agenderossemilano
#milaNOmafie

Piazzale Loreto, Milano
#resistenza#partigiani#antifascismo

Museo del fumetto, Milano
#mostra#milaNOmafie#agenderosse

#appuntamenti IO HO DENUNCIATO

#interventi #2019

#workinprogress


BOLOGNA, 24 febbraio
CASTEL DI SANGRO, 6 marzo MARTINA FRANCA, 9 marzo
CAPO D’ORLANDO, 15 marzo
ROMA, marzo
CATANZARO, 12 aprile
MILANO, 4 maggio
PARMA, 25 maggio
#iohodenunciato

IL CORAGGIO DI DIRE NO al Libro Aperto, Firenze

locandina

FIRENZE LIBRO APERTO
28 settembre 2018
Presentazione del libro “Il coraggio di dire NO – Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la schifosa ‘ndrangheta” con l’autore Paolo De Chiara e Salvatore Dolce, Procura nazionale Antimafia e l’editrice Rita Genovesi. 
#leagarofalo #ilcoraggiodidireNo

Liberi sulla Carta, Rieti #Lsc18

liberi sula carta tavolino

“La è la organizzazione criminale più forte al mondo. Bada la sua forza sul sangue, sulle parentela. Le uniche che possono alzare la testa sono le a

“l’Italia è una Repubblica fondata sulla . È iniziata con la strage della e continua fino ad oggi” a

“Nessun giornale pubblicò le lettere di Lea Garofalo. Nessuna indagine si aprì prima della sua morte. Iniziò tutto dopo la sua morte. Come diceva in Italia per essere credibili bisogna essere ammazzati”

Una storia terribile da conoscere e ricordare quella di Lea Garofalo. Il libro di ci aiuta a ripercorrere la vita della donna con documenti inediti, storia processuali e dettagli della vita di Lea

“È dal 1600 che combattiamo contro mafiosi, malavitosi e criminali di ogni genere. Se non li sconfiggiamo è perché in fondo non vogliamo”

“La forza della è ormai pervasiva. Voi mi dovete dire come faccio io a distinguere i soldi dell’economia reale da quelli dell’economia criminale” a

“Un paese senza memoria è un paese senza storia. Noi purtroppo siamo spesso un paese senza memoria”

da LIBERI SULLA CARTA

https://twitter.com/fiera_LSC

#civuolecoraggio Lea Garofalo, anteprima nazionale

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#civuolecoraggio è il leit motiv di quest’anno, ben rappresentato dal libro inchiesta di Paolo De Chiara “Il coraggio di dire no” dedicato a Lea Garofalo ‘la fimmina che sfidò la schifosa ‘ndrangheta’ edizione nuova, aggiornata fino alla sentenza di Cassazione.

“Lea Garofalo è stata uccisa più volte nell’indifferenza totale. Falcone e Borsellino sono stati ammazzati perché tutti noi abbiamo girato la testa dall’altra parte. Non bastano le commemorazioni se non cambiamo individualmente ogni giorno i nostri comportamenti.- ha concluso l’autore, vincitore del Premio Nazionale di Giornalismo Ilaria Rambaldi nel 2014 –  La mentalità mafiosa è quella che ci spinge a non avere rispetto per gli altri pensando di essere migliori. Prendo in prestito le parole di don Milani che si interessò dei ragazzi esclusi, giudicati miseri anche intellettualmente ‘Ogni parola che non imparerete oggi è un calcio in culo che prenderete domani.’ Quanti ancora ne stiamo prendendo? Abbiamo timore di acquistare prodotti di una determinata area del sud pensando sia lì la ‘terra dei fuochi’ e non ci rendiamo conto che tutta Italia è coinvolta dal ‘business della monnezza’, vale più dello spaccio! Hanno iniziato al Nord e pian piano sono scesi fino al Sud. Ci vogliono far credere che Ilaria Alpi  e Miran Hrovatin siano andati in vacanza a Mogadiscio! No, Ilaria Alpi viene ammazzata perchè capisce che c’è un traffico internazionale che riguarda armi e rifiuti tossici. Le mafie ci sono, anche se alla guerra oggi preferiscono gli affari.”

da FORMAT RIETI.it

Una storia coraggiosa, oscura e brutale: un libro che è anche un’inchiesta su #LeaGarofalo, la donna coraggiosa che sfidò la #ndrangheta e che, per questo, fu condannata a morte e braccata fino a che non venne tolta di mezzo. Solo dopo la morte fu possibile dare seguito alle sue denunce ignorate e alle sue richieste d’aiuto, lasciate cadere da istituzioni e forze dell’ordine. Paolo De Chiara scrive un libro difficile: #IlcoraggiodidireNo per Treditre Editori. Intervista di Tommaso Caldarelli, video di Maurizio Rossi #civuolecoraggio

https://www.facebook.com/liberisullacarta/videos/2188981868005087/

 

libro antonia garofalo

 

 

 

 

 

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO a ROZZANO (Milano), 12 maggio 2018

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IL CORAGGIO DI DIRE NO a ROZZANO (Milano), in un BENE CONFISCATO ALLA SCHIFOSA ‘NDRANGHETA, 12 maggio 2018

 #leagarofalo

IL CORAGGIO DI DIRE NO a MILANO, 11 maggio 2018 

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IL CORAGGIO DI DIRE NO a MILANO, 11 maggio 2018 

#leagarofalo #milano

IL CORAGGIO DI DIRE NO a LOCATE, 11 maggio 2018 

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IL CORAGGIO DI DIRE NO a LOCATE, 11 maggio 2018 

#leagarofalo #ilcoraggiodidireno #studenti #agenderosse

Il Coraggio di dire NO, appuntamenti

PDC con libro LEA

IL CORAGGIO DI DIRE NO 
#leagarofalo #ilcoraggiodidireno 
MAGGIO 2018, appuntamenti:

 #urbino#milano;#torino#priverno

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Appuntamenti…

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#Varese#Milano#Torino
prossimamente…
IL CORAGGIO DI DIRE NO. 
#leagarofalo

IL CORAGGIO DELLE DONNE #leagarofalo #feliciaimpastato, Milano, 10 giugno 2017

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IL CORAGGIO DI RESISTERE. Milano, 10 giugno 2017

Lea Garofalo e Felicia Impastato.
– Roberto Cenati, A.N.P.I. Milano e Provincia
– Pietro Colaprico, giornalista La Repubblica
– Paolo De Chiara, scrittore e giornalista
– Giovanni Impastato, fratello di Peppino Impastato

Letture a cura dell’attrice Elisabetta Torlasco.

#leagarofalo #feliciaimpastato 
#ilcoraggiodidire #milano
#donne #ilcoraggiodelledonne

 

PER NON DIMENTICARE GIUSEPPE PINELLI…

 

Presentazioni IL CORAGGIO DI DIRE NO & TESTIMONI DI GIUSTIZIA

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IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la fimmina che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta.

&

TESTIMONI DI GIUSTIZIA. Uomini e donne che hanno sfidato le mafie.

– VIGARANO (Ferrara), 21 e 22 marzo 2017;
– LEINI (Torino), 23 marzo 2017;
– RHO (Milano), 24 marzo 2017 – rappresentazione teatrale Compagnia Ragli;

#leagarofalo #ilcoraggiodidireno #tdg #testimonidigiustizia
#ndranghetamontagnadimerda
#mafiemontagnadimerda 

— con Testimoni di Giustizia. Il coraggio contro le mafie e Lea Garofalo. Il Coraggio di dire NO

VIGARANO, Ferrara, 21 e 22 marzo 2017

 

LEINI, Torino, 23 marzo 2017

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RHO, Milano, 24 marzo 2017

lea rosa rossa

 

LEA GAROFALO… #lascomparsa, 24 novembre 2009

mosaico-lea

LA SCOMPARSA DI LEA, Milano, 24 novembre 2009…

per non dimenticare Lea GAROFALO, la donna coraggio che sfidò la Schifosa ‘ndrangheta.

#leagarofalo #ilcoraggiodidireNo #milano #arcodellapace #scomparsa#clancosco #vigliacchi #ndrangheta #montagnadimerda

“E’ stata calpestata la dignità di Lea Garofalo”

panchina
Mappano, la panchina dedicata a Lea

 

Ho terminato di leggere il libro di Paolo De Chiara, “Il Coraggio di dire no”, sulla triste e tragica vicenda di Lea Garofalo. Che dire… sono felice di averlo conosciuto e sicuramente sarà qualcosa che i miei figli avranno il piacere di apprezzare fra qualche anno mentre sarà mia cura custodirlo gelosamente oggi. Il giornalista non solo fotografa perfettamente la storia, ma credo che sia riuscito nell’intento di ridare la giusta dignità a Lea e la giusta dimensione alla vicenda nella sua totale gravità e incompetenza gestionale.

Già..la dignità! Poichè a qualcuno ha fatto comodo farla passare da ignorante ma soprattutto da pentita! Lea non era una pentita ma una testimone di giustizia, la differenza è abissale!

lea-garofalo-milano-arco-della-pace-24-nov-2009
Lea e Denise, Milano, 24 novembre 2009

Questa foto che pubblico rispecchia in pieno il dramma vissuto dalla mamma e da sua figlia in questa vicenda, in questo fermo immagine di una telecamera milanese c’è immortalato il coraggio ma soprattutto la solitudine. 

Già… la solitudine! Per averne percezione del freddo morale che ha patito bisognerebbe che ognuno leggesse la lettera che inviò al Presidente della Repubblica nella quale asseriva di essere conscia di quale sarebbe stato il suo futuro… di credere ancora nella giustizia nonostante l’abbandono.. ma soprattutto… la richiesta di aiuto da parte di qualcuno!

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Lea e la ‘bestia’ Carlo Cosco

 

Già… perché se la ‘ndrangheta l’ha uccisa materialmente c’è da sottolineare che i primi fendenti astratti alla sua persona li ha ricevuti da uno Stato assente e silente rispetto alle sue urlate richieste di attenzioni. Lea non voleva soldi, compassione o pena, non voleva essere a carico di nessuno, voleva solamente che gli fosse data una possibilità… una chance per essere autonoma e indipendente… per garantire sicurezza alla figlia!

La sua Denise! Nessuno si presentò prima… tutti a fare la fila dopo… casualita’! Sempre insieme Lea e Denise, legate come le maglie di una catena, spezzate dalla violenza animalesca di Carlo Cosco e dalle altre bestie che hanno deciso di cancellarla dalla faccia del pianeta!

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Denise e Lea Garofalo

Era forte Lea… Era bella Lea… era come la sua terra! Caparbia, determinata, orgogliosa e coraggiosa! Era una grande donna! Aveva respirato da piccola l’aria di ‘ndrangheta ma i suoi polmoni la rifiutavano quella puzza e dopo la nascita della figlia si tappò la bocca e le narici tanto divenne nauseabonda! Per amore di quella creatura combatté, si ribellò alla logica ‘ndranghetistica rompendo gli schemi e questo lo pagò con la vita. Il libro è meraviglioso e da leggere d’un fiato in contrapposizione all’ambiguità pilotata del film dove forse era più comodo e funzionale esaltare altro rispetto al coraggio di una donna sola, dove quasi bisogna ringraziare il pentimento di qualcuno per il ritrovamento del corpo, dove io , che sono calabrese, inorridisco al solo pensiero di acquistare una t-shirt o una bandierina da esibire come allo stadio o da sponsor su qualche prodotto sopra un qualsiasi banchetto di una qualsiasi iniziativa. Bisogna avere rispetto… quello che ha avuto il giornalista De Chiara, che a dispetto dei molti che in vita gliela “calpestarono” la dignità, lui, con questo suo stratosferico libro, le ha fatto il regalo più grande restituendogliela!

Arturo Andrea Demetrio

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Il Coraggio di dire no

IL CORAGGIO DI DIRE NO… a PALERMO, 13 e 14 maggio 2016

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GRAZIE DI CUORE ai dirigenti, ai docenti e ai favolosi ragazzi di Carini, Torretta e Borgetto (Palermo).

Due giorni intensi per ricordare e per urlare che le mafie sono una Montagna di Merda.

PER NON DIMENTICARE…

APPALTO ALLA CAMORRA. Parla il perito: “Mai visto nulla del genere in tanti anni di lavoro”

Aula Udienze Tribunale di Monza
Aula Udienze Tribunale di Monza

“A Monza si sta svolgendo un processo nel processo, stanno uscendo fuori tante altre cose. Voglio fare il mio dovere, fino alla fine. La Dia ritiene di aver trovato conferme a molte delle anomalie segnalate, sia riguardo al modus operandi del gruppo imprenditoriale che, si legge in un comunicato, ‘dispone di ingenti capitali di dubbia provenienza e tenta sistematicamente di corrompere i rappresentanti degli enti committenti’, sia riguardo a ‘fraudolente modifiche di disegni progettuali, soprattutto nella parte relativa alle saldature delle pensiline, da parte degli imprenditori indagati e di alcuni tecnici collusi’”.

MONZA. Nuova udienza per il processo sulla passerella ciclopedonale di Cinisello Balsamo (Milano). L’opera faraonica, costata 13 milioni di euro. Questa mattina si è registrata la testimonianza del consulente tecnico, l’ingegner Massimo Maria Bardazza, l’autore della perizia chiesta dal PM Macchia nel settembre del 2011. “Non ho mai visto nulla del genere in tanti anni di lavoro”. La perizia dimostra che le denunce del super testimone Gennaro C. si poggiano su dati reali. Dati di fatto. Incontrovertibili. Ma cosa scrisse, quattro anni fa, l’ingegnere iscritto all’Albo dei collaudatori della Regione Lombardia? Questi i termini utilizzati all’interno del documento: “saldature mal eseguite”, “intervento criminale” , “certificati falsi”. “Si è inoltre constata la presenza all’interno del cassone di un tondino da armatura simile a quello descritto nella denuncia”. E ancora: “si tenga conto anche del fatto che l’operazione è riuscita perché fatta con dolo e con la complicità di un dipendente infedele di Impregilo, il quale, in posizione gerarchica superiore alla posizione del direttore di cantiere e avvalendosi del fatto che i lavori sono stati eseguiti in un ambito difficile e accessibile con estrema difficoltà”. Un’opera, appalto Anas-Impregilo, affidata alla Carpenfer Roma srl di Mario Vuolo, famiglia vicina al clan camorristico D’Alessandro di Castellammare di Stabia. Sequestrata il 17 giugno del 2011 dalla Procura della Repubblica di Monza e mai aperta al pubblico. Soldi pubblici buttati nel cesso. Anche Bardazza, nel corso del suo interrogatorio, ha tenuto a precisare l’importanza della denuncia del testimone di giustizia. Per Gennaro C. “l’appalto di Cinisello Balsamo è l’espressione della corruzione, è la mamma di tutte le loro tangenti. Il capitolato della passerella era di quattro milioni di euro e il costo era molto irrisorio in confronto all’opera. L’unico che avrebbe potuto mascherare e fare la moltiplicazione dei pani e dei pesci era Mario Vuolo. Firma per quattro milioni, ma ne riceve sette”.  Anomalie accertate. “Tutte le saldature sono state controllate dall’Istituto Saldature che ha presieduto  con i suoi tecnici a tutte le operazioni effettuate e strumentalmente verificato le saldature fatte con il metodo degli ultrasuoni”. “Porcherie” per Bardazza, “porcherie” nascoste all’interno della struttura “dove era ben difficile potersene accorgere. Il tutto avallato da certificati sulle saldature falsi”. Certificato SOA rilasciato alla Carpenfer dalla ItalSoa di Afragola. Sul banco degli imputati, oltre a Mario Vuolo, suo figlio Pasquale, Edmondo Troisi e Alfio Cirami, anche Ernesto Valiante, l’amministratore della ditta di Afragola. Per il PM le certificazioni sono false, dato confermato anche dall’attività della polizia giudiziaria. Anomalie che hanno permesso ai Vuolo e alle sue aziende di accaparrarsi appalti pubblici per milioni di euro.

      È intervenuta anche l’Autorità Nazionale Anticorruzione. Con un’istruttoria ha sospeso i certificati SOA delle ditte dei Vuolo, anche per accertare le responsabilità legate al rilascio delle certificazioni. “Resta un aspetto inquietanteper il testimone di giustizia Gennaro C. –, certe storie si ripetono con frequenza. Come per il viadotto siciliano, crollato poco dopo l’inaugurazione, anche la Passerella di Cinisello aveva superato il collaudo della commissione Anas, con esito positivo. Tutte le opere realizzate dai Vuolo, con le varie ditte a loro riconducibili, devono essere controllate e poste in sicurezza. Ci troviamo davanti ad un modus operandi e di complicità di alcuni soggetti che avrebbero dovuto verificare la buona esecuzione dei lavori, ma che invece erano sul libro paga dei Vuolo”.

La prossima udienza: venerdì 24 settembre 2015, ore 9:30

8 giugno 2015

ciclopedonale
La passerella ciclopedonale di Cinisello Balsamo (Milano)

IL PROCESSO DI MONZA. Tutti gli articoli del blog:

APPALTI ALLA CAMORRA. CONTINUA IL PROCESSO DI MONZA. 

LA PASSERELLA DI CINISELLO BALSAMO, LA NUOVA UDIENZA DI MONZA.

APPALTI & CAMORRA: il Processo di Monza 

APPALTI PUBBLICI ALLA CAMORRA, PARLA IL TESTIMONE 

TdG – Gennaro C. e il Processo contro la Camorra. La prima udienza di Monza 

APPALTI ALLA CAMORRA. CONTINUA IL PROCESSO DI MONZA

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Tribunale di Monza

“Molte sono le opere costruite dai Vuolo che ancora non sono state verificate. Opere pubbliche che potrebbero crollare”.

di Paolo De Chiara

MONZA. Quinta udienza per il processo sulla Passerella Ciclopedonale ss 36 di Cinisello Balsamo (Milano). L’opera, appalto Anas-Impregilo, è costata oltre 13 milioni di euro ed è ancora chiusa al pubblico. Presente in aula anche il supertestimone Gennaro C., nonostante il malore e il ricovero ospedaliero, per coma diabetico, di qualche giorno fa. “Seguirò sino alla fine questo processo”, ha affermato il testimone di giustizia, ex dipendente della ditta dei Vuolo di Castellammare di Stabia, famiglia legata al clan della camorra D’Alessandro. Tutto è partito grazie alle puntuali denunce dell’ex responsabile sicurezza del cantiere di Cinisello Balsamo. Nell’udienza di questa mattina sono stati sentiti, come testimoni, il direttore dei lavori, l’ingegner Marzi e l’ex colonnello dei Carabinieri della Dia di Milano, Roberto Masi. Il primo ha ricostruito il rapporto tra i due imputati, Mario Vuolo (il ‘re delle autostrade’, legato alla criminalità organizzata) e Alfio Cirami (il contract manager dell’Impregilo), classe 1951 di Cesarò (Messina). “Il punto di riferimento – secondo Gennaro C. – per le aziende dei Vuolo, il trait d’union”. Il 9 novembre del 1985 la Corte di Appello di Roma lo ha condannato, con sentenza irrevocabile, a sei mesi di reclusione per ricettazione. “Va in cerca dei vari Vuolo, il suo potere è immenso, dettava legge. Lui indirizzava Vuolo su cosa e come chiedere altri soldi. Gestiva un lotto sulla Salerno-Reggio Calabria di un miliardo e 700 mila euro, io ho denunciato le infiltrazioni dei Vuolo nel tratto di Palmi”. La testimonianza dell’ingegner Marzi è stata fondamentale. Davanti al giudice Barbara del Tribunale di Monza ha parlato del collaudo statico, con esito positivo, effettuato dall’Anas e della successiva ispezione delle saldature con il consulente tecnico: “non potevo credere ai miei occhi”. Errori progettuali, anomalie delle saldature. Anche Marzi ha parlato di rischio cedimento per la struttura. Nel corso dell’udienza è stato sentito anche l’altro testimone, l’ex colonnello della Dia. Masi, oggi in congedo, ha tenuto a sottolineare l’importanza della testimonianza di Gennaro C. (concetto espresso anche dal pubblico ministero Macchia), senza dimenticare le preoccupazioni legate allo spessore criminale della famiglia Vuolo. Ero preoccupato  dal primo momento, fui io a dirgli di andare via da Napoli, proposi subito il piano di protezione, ma la procura di Milano non diede corso alla richiesta”. Solo nel 2014 il testimone è riuscito ad entrare nel programma di protezione. Quattro anni dopo la prima denuncia. Anni vissuti tra stenti, minacce ed isolamenti. “Molte sono le opere costruite dai Vuolo – continua a denunciare Gennaro C. – che ancora non sono state verificate. Opere pubbliche che potrebbero crollare”. Un altro tassello si aggiunge alla storia infinita dei Vuolo. Dalla banca dati della Dia di Roma è emerso che il ‘re delle autostrade’ ha prelevato, dalla filiale di una Banca di Gragnano (Napoli), 2 milioni e 700 mila euro in contanti. Da un conto intestato alla Carpenfer Roma srl, la ditta che ha eseguito diversi cavalcavia autostradali, “falsificando le schede materiali, le prove dei collaudi”. La prossima udienza è stata fissata per l’8 giugno.

 11 maggio 2015

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IL PROCESSO DI MONZA. Tutti gli articoli del blog:

LA PASSERELLA DI CINISELLO BALSAMO, LA NUOVA UDIENZA DI MONZA. http://paolodechiara.com/2015/04/20/la-passerella-dei-vuolo-la-terza-udienza-di-monza/

APPALTI & CAMORRA: il Processo di Monza http://paolodechiara.com/2015/03/24/appalti-camorra-il-processo-di-monza/

APPALTI PUBBLICI ALLA CAMORRA, PARLA IL TESTIMONE http://paolodechiara.com/2015/03/21/appalti-pubblici-alla-camorra-parla-il-testimone/

TdG – Gennaro C. e il Processo contro la Camorra. La prima udienza di Monza http://paolodechiara.com/2015/01/29/tdg-gennaro-c-e-il-processo-contro-la-camorra-la-prima-udienza-di-monza/

Gennaro C.
Gennaro C.

La Passerella di Cinisello Balsamo, la nuova Udienza di Monza.

MONZA. È la terza volta che il testimone di giustizia Gennaro C. si trova  ad affrontare  il controesame a Monza, nel processo  per la Passarella Ciclopedonale di Cinisello Balsamo (Milano), che vede 5 imputati per vari reati: tra cui Mario Vuolo (dominus della Carpenfer Roma) ed il figlio Pasquale, già condannato per reati di mafia.

Secondo l’accusa avrebbero minacciato, in concorso con Cirami (manager della Impregilo), il super testimone, per far ritrattare le sue dichiarazioni, messe nero su bianco dalla Dia di Milano. Tutte, ad oggi, confermate  dal pubblico ministero Franca Macchia.

I quattro avvocati degli imputati non hanno dato tregua al testimone, in tutti i modi hanno tentato di far cadere l’ex carabiniere in contraddizione. Quattro ore é durato il controesame, interrotto solo per il malore che ha colpito Gennaro C., legato alla patologia causata dalla sua lunga ‘latitanza’, durata più di tre anni. Una continua fuga per vivere, per riuscire ad arrivare a questo fondamentale processo.

Una trentina i testi citati, tra cui il presidente dimissionario di ANAS, Ciucci.

La prossima udienza è stata fissata l’11 maggio. Un processo molto lungo e pieno di colpi di scena. La passerella di Cinisello, costata oltre 13 milioni di euro, resta chiusa ed il testimone di giustizia ha chiesto di incontrare  l’attuale Ministro delle Infrastrutture Delrio.

 

IL PROCESSO DI MONZA. Tutti gli articoli del blog:

APPALTI & CAMORRA: il Processo di Monza http://paolodechiara.com/2015/03/24/appalti-camorra-il-processo-di-monza/

APPALTI PUBBLICI ALLA CAMORRA, PARLA IL TESTIMONE http://paolodechiara.com/2015/03/21/appalti-pubblici-alla-camorra-parla-il-testimone/

TdG – Gennaro C. e il Processo contro la Camorra. La prima udienza di Monza http://paolodechiara.com/2015/01/29/tdg-gennaro-c-e-il-processo-contro-la-camorra-la-prima-udienza-di-monza/