“Lo Stato mi ha abbandonato, la camorra mi ucciderà”

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L’aggressore che si è scagliato contro il tdg

Dopo il tentativo di aggressione parla il testimone di giustizia Ciliberto

di Paolo De Chiara

Ha denunciato la camorra, quella imprenditoriale, quella che fa affari attraverso gli appalti pubblici. Si è rivolto alle Procure italiane per smascherare le anomalie, il business milionario, i legami tra le organizzazioni criminali e i dirigenti di Anas, Impregilo, Autostrade per l’Italia, senza dimenticare grosse figure di vertice a livello istituzionale. Lui si chiama Gennaro Ciliberto, ci ha messo la faccia diventando, dopo innumerevoli disavventure, un testimone di giustizia. Ieri, nella località segreta dove vive con la sua famiglia, ha subìto un nuovo tentativo di aggressione, dopo una serie di avvertimenti. Nel silenzio generale. “È stato molto, molto brutto”, spiega il testimone, “da dicembre che abbiamo cambiato casa abbiamo subìto una serie di atti vandalici alle nostre auto, tutto denunciato. In più abbiamo trovato un pezzo di deiezione animale appoggiato sopra al tergicristallo posteriore, anche questo episodio è stato denunciato. Esasperati da questi atti vandalici siamo in attesa di un nuovo trasferimento”.

Partiamo dall’episodio di ieri.

Stavo passando sotto casa, nel girare la strada all’improvviso mi sono sentito chiamare “omm ’e merda”. Ho abbassato il finestrino per chiedere se ce l’avesse con me e questo personaggio è partito con tutta la sua forza scagliandosi contro la macchina. La mia auto è blindata ed ha resistito e io mi sono allontanato. Questo soggetto ha continuato a correre e ha inveito delle parole verso di me, nello scappare ho urtato pure un marciapiede. Ho chiamato il 112, sono stati attimi di terrore sino a quando non ho intercettato una macchina dei carabinieri e mi hanno accompagnato in caserma. A prescindere da tutto, ciò che mi fa più paura è la gestione della nostra sicurezza. Quel tizio mi avrebbe potuto uccidere, non c’è sicurezza, non c’è monitoraggio. Ho dovuto spendere migliaia e migliaia di euro per installare un impianto di videosorveglianza, pagarmi le guardie giurate e comprarmi una macchina blindata. Tutto per restare in vita. C’è una cattiva gestione, ci difendiamo da soli.

In caserma cosa è successo?

Ho avuto paura, ho chiesto di essere accompagnato a casa e loro mi hanno risposto che potevo tornarmene da solo.

Il tizio dell’aggressione come parlava?

Parlava in napoletano, anche se loro dicono (gli inquirenti, nda) che da accertamenti fatti questa persona è originaria di qui (località segreta, nda), ma parlava in dialetto napoletano. Ha usato delle parole troppo comuni a un modus operandi, ovvero «omm ’e merd», «quaquaraqua». Fatti del genere al Nord non succedono nemmeno se ti urtano con la macchina, questa situazione è successa a freddo. Il fatto che lui mi abbia rincorso per centinaia e centinaia di metri mentre io scappavo con la macchina fa capire che se mi fossi fermato, se fossi sceso, se non avessi avuto la macchina protetta e mi avrebbe spaccato il vetro io oggi starei in ospedale. Io sono invalido al 75% e non sono una persona che riesce a reagire, non ce la faccio più. Qualcuno mi ha rinfacciato che ho avuto il tempo di fotografare e registrare, questi non credono più a nulla. Io ho dovuto dormire varie notti in macchina per capire chi ci faceva gli atti vandalici e nessuno si è interessato, in cinque mesi non hanno capito chi mi ha causato migliaia e migliaia di euro di danni. Ma come vogliono proteggere una persona?

Tutti questi episodi si possono legare alle denunce fatte in passato?

Il mio dubbio sorge quando quel soggetto mi urla «napoletano ’e merd», se io qui non frequento nessuno, non ho amicizie e le mie origini sono sconosciute a tante persone questo tizio perché mi dice queste parole? Siamo un pezzo di carta e a nessuno interessa nulla. A che serve lo show della scorta blindata in Tribunale se poi il testimone viene lasciato da solo?

Ed ora, dopo quest’ultimo episodio, sono stati aumentati i controlli?

Zero, zero. Ci stiamo difendendo da soli. È una presa per il culo, siamo abbandonati a noi stessi. L’unica cosa da fare è scappare e potersi proteggere. Io con la mia macchina mi sento protetto, ma quanti testimoni si possono comprare una macchina blindata?  

Il procuratore della DNA de Raho, dopo l’episodio del collaboratore aggredito, ha rilasciato questo commento: “lo Stato ha il dovere di garantire la sicurezza di chi collabora, dei testimoni di giustizia e di chi ha dimostrato la propria vicinanza con la denuncia”.

Io stimo il procuratore antimafia, ma c’è un netto scollamento tra la magistratura, la Commissione centrale e il Ministero dell’Interno. Le parole di de Raho restano parole, ben vengano le sue parole, ma sono parole al vento.

L’episodio di ieri è rimasto avvolto nel silenzio…

Nessuno ha speso una parola, nessuno. Tranne qualche testimone di giustizia, nessuno ha espresso solidarietà. Lo stesso ragionamento vale per gli organi antimafia. Anche la stessa politica: Mattiello è scomparso, il presidente Fico è scomparso, Di Maio è scomparso. Nessuno parla più di noi, siamo abbandonati alla mercé delle mafie e loro lo sanno. Le mafie stanno tastando il polso, oggi noi non siamo protetti.

Dopo tutti questi anni, dopo le denunce, dopo questi episodi…

Ti interrompo, ho capito la domanda. Non ce la faccio più, io non denuncerei più, mi sono stancato. Non denuncerei più, basta. Lo Stato a me cosa mi ha dato? Ho fatto bloccare milioni di euro di appalti pubblici e lo Stato non mi offre nemmeno la sicurezza. Ma come si vive così? Cosa lascio ai miei figli? E se ci fosse stato mio figlio ieri in macchina? Ho chiamato gli inquirenti e non sono venuti nemmeno sul posto, sono dovuto andare io in caserma.

Tutte le persone denunciate che fine hanno fatto?

Il livello criminale sta in galera, stanno scontando la pena. Diversi sono scappati all’estero e molte altre persone continuano a fare attività in ambito autostradale. Ci sono procedimenti aperti, dove devo andare a testimoniare. Questa è la situazione, questo è il risultato. Ho bloccato milioni e milioni di euro di appalti pubblici, il bersaglio sono io, sono consapevole. Lo Stato mi ha abbandonato.

A cosa serve la nuova legge sui testimoni di giustizia?

Non serve a niente, è una legge che rimane inapplicata. Il lavoro non viene dato, la considerazione morale non c’è, non esiste perché ci continuano a chiamare «rompicoglioni». Al Servizio centrale di protezione hanno continuato ad arrestare gente che ha rubato. La legge non serve a niente. I testimoni di giustizia sono ridotti alla fame, impazziti, distrutti. L’operatore di polizia non ha rispetto e considerazione dell’essere umano, perché il testimone non porta nulla. Invece la politica può aiutare. Poi c’è un’altra cosa…

Cosa?

Abbiamo un ex presidente della Commissione centrale, il senatore Bubbico, indagato per falsa testimonianza. La gente preferisce prendere le denunce per falsa testimonianza e non essere testimone chiave, questo è gravissimo. Ma dov’è finita la moralità? Al Servizio centrale di protezione deve esserci il turnover, lì c’è gente da trent’anni e sono i responsabili della morte di Lea Garofalo, di Domenico Noviello. Questa gente non hai mai pagato.        

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Gennaro Ciliberto

 

Dopo le minacce al testimone parla il sindaco di Somma Vesuviana: “Noi non facciamo sconti a nessuno”

 

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Gennaro Ciliberto, testimone di giustizia

E il primo cittadino di Camposano rilancia: “da noi può fare l’assessore alla legalità”

“Ero andato a portare un fiore ai miei cari defunti al cimitero di Somma Vesuviana. Non solo uno sguardo, non solo quella parola (“lota”) gridata al passaggio dell’auto blindata. Ma una frase che fa tremare chiunque”. Questo è lo sfogo di Gennaro Ciliberto, cittadino di Somma Vesuviana e testimone di giustizia che ha denunciato le infiltrazioni criminali negli appalti pubblici.

Ciliberto ha deciso da che parte stare, affidandosi completamente allo Stato, portando alla luce i lavori dati in affidamento alle mafie, i rapporti illeciti tra i malavitosi e i dirigenti dell’Anas, dell’Impregilo e delle forze dell’ordine. Le sue dichiarazioni sono servite a svelare gli affari della camorra imprenditrice. Inserito nel programma di protezione è stato costretto ad abbandonare la sua terra, il suo lavoro e i suoi legami di amicizia. Per il giorno dei morti è tornato nel suo paese ed è stato accolto, insieme agli agenti della sua scorta, con la vergognosa frase “con il kalashnikov sfondiamo la blindata”.

L’impegno di Gennaro Ciliberto non si è fermato con le denunce presentate nelle Procure italiane, ma è costante, continua nel quotidiano con i suoi interventi pubblici. “Questi criminali non mi vogliono nel territorio e lo hanno dichiarato a viso aperto. Un grazie ai carabinieri, in particolare al personale di scorta”. Sulla vicenda abbiamo sentito il primo cittadino di Somma Vesuviana, Salvatore Di Sarno: “A me dispiace, penso che sia normale che mi dispiaccia, non potrei non essere dispiaciuto”.

A parte il dispiacere, da primo cittadino cosa può aggiungere?

“Noi non facciamo sconti a nessuno, perché se capitasse a noi saremmo i primi a denunciare e a chiedere l’intervento della forza pubblica. È una cosa naturale, per un primo cittadino che è anche maresciallo della guardia di finanza”.

Perché accadono questi episodi?

“La questione precisa non la conosco, immagino che abbiano chiesto i soldi a qualcuno, penso che sia successa questa cosa. Non lo so il fatto che è successo fuori al cimitero, perché io non c’ero”.

C’è stata una frase urlata contro il testimone e la sua scorta: “i kalashnikov sfondano la blindata”.

“Questa è una cosa gravissima, questa è una cosa non solo da risalto mediatico ma penso che ci sia anche qualche risvolto penale. Spero che il Ciliberto abbia fatto la denuncia”.

Cosa possiamo aggiungere sulla figura dei testimoni di giustizia?

“Ben vengano, a me fa piacere quando qualcuno ha il coraggio di dire la verità e di mettersi dalla parte della giustizia. Sono vicino umanamente al testimone di giustizia Ciliberto”.

Che messaggio, da primo cittadino, sente di dare alla collettività quando accadono questi episodi?

“Bisogna ribellarsi, andare nelle sedi opportune e denunciare”.

Cosa bisogna fare per invertire la rotta?

“La prima cosa da fare è organizzare dei convegni sul tema, essere cittadini delle istituzioni e coinvolgere le scuole. Questo è il primo passo. Entrare nelle scuole con dei messaggi, essere dei cittadini che vogliono la legalità e che si battono per quello”.

Qual è il compito delle Istituzioni?

“Come sindaco sono vicino alla figura del testimone di giustizia Ciliberto che in questo momento ha avuto questa problematica. La prima cosa che dico è che sono vicino a lui”.

Che significa “sono vicino”?

“Cosa mi vuol far dire? Come Istituzione sono vicino a chi denuncia, ma se mi vuole far dire qualche altra cosa mi aiuti lei”.

In che modo si è vicini? Concretamente cosa si può fare per stare vicini a un testimone di giustizia che ha denunciato la camorra?

“Da uomo sono vicino a chi fa questo, da sindaco lo stesso. In questo momento se devo trovare un modo, non vorrei dire una baggianata, quindi mi astengo in questo momento. Vorrei capire come aiutarlo. Come sindaco posso fare ben poco per un testimone di giustizia, posso stargli vicino, posso organizzare un incontro, possiamo fare tutto ciò che potrebbe dare lustro e risalto a ciò che fa questo testimone di giustizia. Ma se ci sono dei risvolti che non sono solo mediatici, ma sono di natura penale il sindaco che può fare? Non penso che possa fare tantissimo. Stargli vicino, poi il modo lo troveremo insieme, questo è poco ma sicuro. Io non mi tiro indietro se devo stare vicino a una persona che soffre, perché è nella mia indole. Si figuri per uno che si batte per la legalità tutti i giorni. È l’educazione di vita che porta a fare delle scelte di vita, è ovvio che stia vicino a Ciliberto come sto vicino ai disadattati, come sto vicino… però purtroppo a volte i modi per aiutare determinate persone sono molto burocratici e ti fanno perdere tempo”.

Tocchiamo l’argomento camorra e presenze malavitose: qual è la situazione a Somma Vesuviana?

“A Somma Vesuviana non ci sono delle attenzioni eccezionali, qualcuno è fuori da questa località, altri sono nelle patrie galere. C’è qualcuno che purtroppo spaccia, però penso che i carabinieri stiano facendo un ottimo lavoro”.

Il territorio è attenzionato dalle forze dell’ordine?

“Assolutamente si. C’è una presenza quotidiana sul territorio, io li vedo e li sento quasi giornalmente, per scambiarci opinioni e per fare qualche cosa”.

Ma una frase del genere, secondo il suo punto di vista, è stata detta da semplici balordi o potrebbe esserci una regia legata alle denunce del testimone?

“Spero che siano dei balordi, però non sono frasi che si dicono tutti i giorni: è una via di mezzo. Io penso che chi fa il crimine seriale come fa a dire una stronzata del genere a un testimone di giustizia, per alzare l’attenzione? Glielo dice uno che conosce un po’ la materia, spero siano dei balordi perché altrimenti sono proprio stupidi”.

Anche il primo cittadino del Comune di Camposano, in provincia di Napoli, Franco Barbato, già onorevole con l’Italia dei Valori, è intervento, parlando di un “fatto gravissimo, che va stigmatizzato nel modo più viscerale possibile, condannando questi sbandati e delinquenti che pensano ancora di poter dettare legge su questi territori”. Per Barbato “c’è una mentalità che va oltre la camorra,un modo violento, arrogante di porsi e di muoversi all’interno della società. Ricordo le posizioni dei testimoni di giustizia quando si incatenarono davanti al ministero dell’Interno per contestare la poca attenzione da parte dei rappresentanti del Viminale durante il governo Berlusconi, rispetto a chi si schierava contro le mafie e aiutava la giustizia per continuare questo tipo di battaglie. Ora posso anche pensare, da uomo dello Stato, che sarebbe un bel gesto se lo Stato aprisse le braccia e accogliesse ancora di più Gennaro affinché potesse vivere in società in modo normale, riportando la sua vita alla normalità”.

In che modo?

“Sto immaginando che una risposta del genere potrebbe essere quella di proporlo come assessore alla legalità nel mio Comune, per dire che c’è lo Stato”.

Per quanto riguarda la situazione dei testimoni di giustizia, però, poco è cambiato.

“Sui testimoni di giustizia c’è stato uno scarto in positivo tra il periodo di Berlusconi e l’attuale governo… se ad esempio penso che Grasso oggi è la seconda carica dello Stato. Questo già dà un termometro diverso dell’attenzione, io parlo da osservatore esterno in questo momento. Quando sono stato parlamentare si faceva ben poco in merito alla lotta alle mafie, addirittura uomini di governo come Cosentino condividevano affari con la camorra”.

Ma le Istituzioni continuano a latitare su questi temi. 

“La politica presente nelle Istituzioni non sta rispondendo alle richieste che vengono dai cittadini e dai testimoni di giustizia, ed è la ragione per la quale c’è oggi un malessere diffuso rispetto alla politica istituzionale”.

Fonte: restoalsud.it

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“Per la Sacra Corona Unita sono un morto che cammina” #Lottallemafie (restoalsud.it)

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di Paolo De Chiara

“Sei un morto che cammina”, “Nessuna protezione ti salverà insieme a te e per quelle puttane di Brindisi Oggi per quella merda del tuo avvocato e per tuo padre per primo”. Queste sono alcune minacce indirizzate a Paride Margheriti, un ex assicuratore di Erchie (Brindisi), oggi presidente dell’Associazione Antiracket-Antimafia che dal 2013 opera attivamente nel brindisino, in Puglia. Dove è presente la Sacra Corona Unita, una delle mafie più sanguinarie e sottovalutate dell’intero panorama nazionale. Paride è, a tutti gli effetti, un testimone di giustizia, ma non sulla carta. Per la sua scelta di denunciare riceve continue minacce: proiettili, macchine incendiate, lettere anonime. Nel 2012 inizia la sua triste storia. Si presenta dai carabinieri per denunciare, per togliersi un grosso peso dalla coscienza. È vittima di racket e di usura da parte di appartenenti della criminalità organizzata di Mesagne e Manduria, in provincia di Brindisi. Le indagini delle forze dell’ordine portano all’arresto di due soggetti, oggi in stato di libertà. Ma non si dà per vinto. Mette insieme un gruppo di persone e comincia a diffondere sul territorio la sua Associazione antimafia: a Erchie, a Torre Santa Susanna, a Oria, a Villa Castelli, a Brindisi, a San Pancrazio Salentino (dove risiede stabilmente la figlia di Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra). Organizza eventi pubblici nei luoghi infestati dalla criminalità organizzata pugliese, invita persone impegnate a diffondere la cultura della legalità come Rita Borsellino e Marisa Garofalo, la sorella di Lea, presenta libri sul tema, incontra i ragazzi nelle scuole. Denuncia pubblicamente la mafia pugliese, i suoi affari e gli schifosi criminali. Risponde, insieme al legale dell’associazione Pasquale Fistetti e ai suoi compagni d’avventura, colpo su colpo alle continue intimidazioni. Sono vittima di minacce da parte di due clan appartenenti alla Sacra Corona Unita. La mia unica tutela è parlarne. La denuncia è stata la mia rinascita, dopo due anni in cui la mia dignità è stata calpestata dalla SCU”. Il 18 aprile scorso un nuovo ‘attestato’ di stima da parte dei criminali. “Erano le tre di notte – si legge nella denuncia rilasciata ai carabinieri della compagnia di Francavilla Fontana -, mi trovavo nella camera da letto della mia abitazione, in una fase di dormiveglia, quando ad un tratto ho sentito un forte odore di bruciato. Accanto al portone del mio garage ignoti avevano appiccato il fuoco ad un contenitore di plastica della raccolta differenziata dei rifiuti”. Per Margheriti sono nuove minacce, riconducibili alla sua attività sul territorio. “Questa è l’ultima di una lunga serie – precisa –, che si va ad inserire nelle attività che stiamo conducendo. Sono due anni che ricevo continue attenzioni”.

Partiamo dal 2012, dalla prima denuncia.

“Avevo un’agenzia assicurativa, sono stato vittima di usura e di racket per due anni. Il 28 agosto del 2012 decido di denunciare i miei aguzzini”.

Perché dopo due anni?

“Inizialmente mi rivolgo ad una potenziale conoscenza per un prestito. Questo soggetto mi porta dritto dagli usurai, che non avevo mai conosciuto. Da un lato la vergogna, dall’altro la paura. Queste angherie sono diventate sempre più pressanti. Sono stato anche aggredito, in un agguato mi hanno rotto due costole”.

A quando risale l’aggressione?

“A fine giugno 2012. Due sono i soggetti che mi hanno lasciato a terra: Gianfranco Mezzola, l’usuraio, e Angelo Librato, un appartenente alla Sacra Corona Unita, cognato di Francesco Campana. Stiamo parlando di uno dei capi indiscussi della SCU mesagnese”.

Qual è l’episodio che fa scoccare la scintilla, che porterà alla denuncia?

Grazie ad uno sfogo con mio fratello, è lui che mi dice di andare immediatamente dalle forze dell’ordine per sporgere la denuncia. Con i carabinieri della compagnia di Francavilla Fontana parlo della mia esperienza e dei miei errori”.

Quali errori?

“Ho denunciato anche me stesso. Ho creato diversi ammanchi nelle casse della compagnia assicurativa e ho giostrato, sbagliando, i soldi dei miei clienti. Per cercare di risolvere la situazione. In merito a questi episodi ho già avuto tre assoluzioni”.

Che succede dopo la denuncia?

“Dobbiamo fare una precisazione: sono vittima di usura e di estorsione. Un giorno, armati di martelli e tirapugni, sono venuti a prendere la mia auto, ritrovata qualche tempo dopo dai carabinieri, che hanno accertato la validità delle mie dichiarazioni. Per accertare il reato di usura, invece, bisognava mettersi in gioco. Ho collaborato con i militari e ho incontrato i miei aguzzini munito di microfoni e microcamere. Devo ringraziare anche Tiziana Di Gaetani, all’epoca mia compagna, protagonista e testimone di questi incontri. Anche lei ha incontrato questi delinquenti, sventando una rapina nell’ufficio postale dove lavorava (a San Pancrazio Salentino, ndr), un’azione studiata a tavolino dai criminali per decurtare il debito che avevano calcolato. Invece della sua complicità hanno trovato i carabinieri ad attenderli. Grazie al materiale raccolto, il 1° ottobre del 2012, sono scattati gli arresti per i due soggetti (Gianfranco Mezzola e Angelo Librato, ndr)”.

Che vengono scarcerati dopo quindici giorni.

“La prima volta per un vizio di forma vengono liberati dal Riesame. Essendo stata contestata l’associazione mafiosa il caso viene trasferito alla DDA di Lecce. Vengono  nuovamente arrestati all’inizio di novembre dello stesso anno, ma liberati nuovamente dopo quindici giorni per un errore procedurale. Oggi questi soggetti sono a piede libero e continuano a fare il loro business”.

Quando iniziano le minacce?

“Nel luglio del 2013, dopo la morte di mia madre. Il 24 settembre bruciano, sotto la mia abitazione, prima la mia macchina e poi quella di Tiziana”.

Nello stesso anno nasce l’Associazione.

“Nasce dalla mia volontà e grazie alla presenza di amici, per creare un’antimafia sociale in questo territorio. Per troppo tempo il silenzio ha regnato, portando alla normalità certi atteggiamenti, portando la gente a staccarsi dal problema reale. Ci siamo messi insieme per smuovere le coscienze, per troppi anni, assopite. Oggi siamo più di cento associati, tutti insieme portiamo avanti questi temi sul territorio. Ci stiamo allargando anche nel tarantino e nel leccese”.

Paride Margheriti non è un testimone di giustizia?

“La giustizia ordinaria è andata avanti nei miei confronti e la sto affrontando. Paradossalmente, però, non c’è stato nemmeno un rinvio a giudizio nei confronti di questi criminali che ho denunciato, nonostante il materiale raccolto e le minacce ricevute. In diverse intercettazioni telefoniche i due soggetti arrestati parlano degli interessi pagati e di quelli ancora da pagare. Mi hanno anche chiesto di spacciare le sostanze stupefacenti nelle discoteche per il debito che pretendevano. Però siamo fiduciosi e in attesa dei rinvii a giudizio. Mi sento un testimone di giustizia, ho fatto il mio dovere fino in fondo. Tutti siamo dei testimoni di giustizia. Spero che ci sia anche una giusta tutela. Mettendo da parte il rapporto umano con i carabinieri e con il capitano Maggio, il grado di protezione è blando. Una macchina che passa fino a un certo orario sotto la mia abitazione”.

Nessun rinvio a giudizio, nessun programma di protezione e una blanda tutela da parte delle forze dell’ordine. Lei come spiega questa situazione?

Considerando gli interventi pubblici del Procuratore Capo della DDA di Lecce, Cataldo Motta, in cui mette spesso in evidenza l’assenza di denunce in questo territorio, specie di reati legati all’usura e al racket, che sono quasi pari a zero, spero che si tratti di un sovraccarico di lavoro. Ma voglio essere fiducioso. Credo nello Stato e nelle Istituzioni. È vero, esistono delle falle, ma voglio essere propositivo. Spero che si risolvano con l’ascolto e con lo stare accanto alle persone che hanno la forza e il coraggio di denunciare. È chiaro che la burocrazia è eccessiva e crea danni, ma non bisogna perdere la speranza”.

Cosa si aspetta dallo Stato?

Una risposta reale, noi lo stiamo dimostrando con i fatti. Ma dobbiamo essere costantemente supportati dagli uomini che rappresentano lo Stato. Personalmente ancora non ho fatto i conti con la mia situazione dal punto di vista psicologico. L’impegno mi porta ad andare avanti, probabilmente quando mi fermerò mi accorgerò di tutto quello che mi sta accadendo. Le difficoltà sono enormi, sul territorio è impossibile ripartire lavorativamente”.

Qual è stata la risposta del territorio?

“Non è un territorio facile, ma devo dire che con la presenza dell’Associazione qualcosa si sta muovendo. Una risposta che inizia a diventare positiva e questo mi fa ben sperare”.

da RESTOALSUD.IT

Paride Margheriti con Rita Borsellino
Paride Margheriti con Rita Borsellino

Parla Angela Napoli: “Favoriscono la mia morte” (restoalsud.it)

angela napoli

da restoalsud.it

di  | il 15 maggio 2013

“Con una macchina non blindata l’unica cosa che può succedere è la mia fine sicura”.

Queste sono le parole dell’On. Angela Napoli. L’ex componente della commissione parlamentare antimafia, impegnata da sempre contro la ‘ndrangheta. La maledetta mafia che opprime e uccide la sua terra.  Una politica di razza, con una vita blindata. L’ultima minaccia di morte a gennaio scorso: “stiamo lavorando per toglierla di mezzo”.

Parole intercettate al boss di ‘ndrangheta  Pantaleone Mancuso, nel carcere di Tolmezzo. Dopo un’interrogazione parlamentare presentata per chiedere spiegazioni sul provvedimento del Tribunale di Vibo Valentia che aveva disposto il trasferimento del boss in ospedale.  “La Calabria, come tutte le regioni che si trovano invase e contaminate dalla piaga dell’illegalità, ha bisogno di testimoni coraggiosi capaci di denunciare e svelare i meccanismi che impediscono il giusto sviluppo. È giusto che persone come Angela Napoli, che hanno fatto della loro vita un principio di legalità e di amore verso la propria terra, ricevano dallo Stato l’adeguata protezione a tutela della propria vita”, scrivono associazioni e cittadini in una lettera inviata al Prefetto di Reggio Calabria Vittorio Piscitelli.

Il prefetto che ha annunciato con una telefonata la revoca e che ha aggiunto: “se dovesse succedere qualcosa rivedremo la decisione”. Non ricandidata alle ultime elezioni politiche. Per Bocchino, la Napoli, “parla troppo di legalità”. Danneggia l’immagine, rompe gli equilibri. “In molti speravano che chiusa l’attività parlamentare mi sarei automaticamente chiusa in casa e avrei finito con le mie battaglie, le mie denunzie. La cosa non è avvenuta”. Ad Angela Napoli è stata tolta la scorta armata. L’esponente calabrese di ‘Risveglio Ideale’ rischia seriamente la vita, ma non si arrende: “Vado avanti”.

Angela Napoli, dopo la mancata candidatura alle politiche (per Bocchino, ex colonnello di Fini, lei parlava “troppo di legalità in Calabria”) le hanno revocato l’auto blindata, l’autista e un agente per la tutela. Come ha saputo di questo ‘strano’ provvedimento?

Ho ricevuto, prima, una telefonata di preavvertimento da parte del prefetto Piscitelli di Reggio Calabria e, il giorno dopo, ho ricevuto la lettera da parte della Prefettura. Naturalmente è un provvedimento che respingo. Si tratterebbe, intanto, di non avere la macchina blindata, dovrei mettere io stessa il conducente e, praticamente, lo Stato mi darebbe solo un uomo della polizia. Mettendo a rischio, automaticamente, la vita mia ma anche quella di due persone. Io non lo posso assolutamente permettere. Per cui ho indirizzato una lettera al Prefetto, mettendo tutti gli episodi, purtroppo, di minacce ai quali sono stata e continuo ad essere sottoposta. E ho chiesto la revoca del provvedimento. Quindi quello che accadrà non lo so.

Ci sono state risposte dopo la sua lettera?

No.

Cosa pensava mentre il prefetto Piscitelli le comunicava telefonicamente la decisione?

Intanto sono stata presa di sorpresa. È stata una comunicazione veramente inaspettata. A gennaio ho saputo dell’inchiesta ‘Purgatorio’ dove il boss Mancuso, praticamente, faceva capire di addebitarmi otto anni di carcere inflitti e un suo sodale diceva: ‘tranquillo, stiamo vedendo come farla fuori’. A metà gennaio aveva allertato, sia a Roma sia in Calabria, la scorta proprio in base a queste dichiarazioni. Trovo veramente strano che dopo tre mesi…  L’unica ragione che mi sono fatta è che, probabilmente, in molti speravano che chiusa l’attività parlamentare mi sarei automaticamente chiusa in casa e avrei finito con le mie battaglie, le mie denunzie. La cosa non è avvenuta, perché sono ripartita, devo dire anche alla grande, con grande successo, con la mia associazione ‘Risveglio Ideale’ e questo, con molta probabilità, sta dando fastidio. L’unico modo per farmi tacere è proprio quello di farmi chiudere in casa. O, addirittura, andar via.

È vero che il prefetto di Reggio Calabria durante la telefonata le ha detto: “se dovesse succedere qualcosa rivedremo la decisione?”

Si, è verissimo. Che deve succedere? Con una macchina non blindata l’unica cosa che può succedere è la mia fine sicura. Nella lettera che ho scritto, chiedendo la revoca del provvedimento, ho specificato tante e tante cose. Ad iniziare dal fatto che la scorta non l’ho avuta perché ricoprivo incarichi istituzionali o perché componente della commissione antimafia, l’ho avuta perché soggetto ad alto rischio. Non mi sono mai servita della scorta per vacanze balneari o di altro genere. Sono dieci anni che non vado al mare.

Chi ha deciso?

Il provvedimento lo ha preso il prefetto di Reggio Calabria, stando a quello che c’è scritto nella lettera, dopo la riunione del coordinamento delle forze di polizia che si sarebbe svolta, come c’è scritto nella lettera, il 10 aprile scorso.

Quali sono le ragioni?

Non ci sono ragioni. Il coordinamento constata, fa la valutazione sul rischio della persona. Probabilmente, pur avendo conoscenza di tutto quello che ho sopra la testa, non reputano che sia soggetto  a rischio.

Nel 2010 riceve una lettera “allarmante”, scritta dal pentito di ‘ndrangheta Gerardo D’Urzo. Le cosche della Piana di Gioia Tauro stavano organizzando un attentato contro di lei. Ora diventa tutto più difficile.

Sicuramente difficile e anche molto, molto rischioso. Diventa difficile muovermi, addirittura, nel mio stesso paese di residenza, Taurianova, il primo Comune in Italia ad essere sciolto per infiltrazione mafiosa, il consiglio comunale è stato sciolta per la seconda volta nel 2009 e nei mesi scorsi è stato sottoposto nuovamente ad una commissione di accesso. Con molta probabilità potrebbe arrivare il terzo scioglimento. Personaggi che ruotano nella mia città, che ho sempre combattuto, sono ben noti alle forze dell’ordine. Io stessa ho perfino fatto un’interrogazione per chiedere l’applicazione del 41bis a due fratelli ergastolani di Taurianova che avevano tentato l’evasione. Questi fratelli hanno un altro fratello che circola liberamente  per Taurianova e un cognato, sempre di Taurianova, che è latitante dal 1992.

Gente che non dimentica.

Magari dimenticasse, magari. Il Pantaleone Mancuso, a proposito del fatto che secondo lui sarebbe colpa mia l’inflizione di otto anni di galera, dice anche che, sempre per causa mia, non è riuscito a partecipare al matrimonio della figlia. E aggiunge: “Iddio non paga il sabato”, ha voluto dire: ‘tranquilla, te la faccio pagare’. L’avviso che il collaboratore di giustizia D’Urzo ha dato attraverso le sue lettere nel 2010 fanno riferimento alla possibile fine che avrebbero dovuto farmi fare le cosce di Rosarno, su indicazione di un politico della mia stessa coalizione. L’unico nome che non fa nella lettera è quello del politico. Questa la dice lunga. Io ho fatto i nomi di personaggi politici, che poi sono stati anche arrestati, che erano stati candidati alle elezioni regionali. Mi sono battuta per lo scioglimento del consiglio comunale di Reggio Calabria, ma anche di altri consigli comunali, dove c’è naturalmente l’implicazione della politica. Non ho mai guardato colore politico per fare determinate battaglie o coalizione di appartenenza. È chiaro che cercare di incidere nella zona grigia mi ha arrecato grave danno.

Gerardo D’Urzo è il collaboratore di giustizia che nel processo Genesi, a Vibo Valentia, ha svelato il piano della ‘ndrangheta per un uccidere con il lanciarazzi il magistrato Marisa Manzini.

Si, è lui. È stato sempre un collaboratore ritenuto attendibile. In quelle due lettere faceva nomi e cognomi del boss gli avrebbe dato questa notizia in carcere, le cosche che avrebbero dovuto uccidermi. L’unico nome che non faceva era quello del politico. Nello stesso periodo in cui ricevevo queste lettere sotto la mia casa romana, una sera, è stata individuata una macchina rubata, con i fili tranciati, con la ruota di scorta messa fuori dalla sua posizione, che gli inquirenti hanno ritenuto potesse essere una macchina predisposta per obiettivo nei confronti della mia persona.

Lei è stata promotrice del disegno di legge anti-infiltrazione in campagna elettorale e non andò a votare alle regionali del marzo 2010, per la presenza di personaggi “che seppure hanno la fedina penale pulita risultano vicini a esponenti della ‘ndrangheta o comunque sul piano etico e morale quantomeno discutibili”.

Avevo fatto anche dei nomi di personaggi candidati che poi sono stati anche arrestati. Non dimentichiamo che dopo c’è stato l’arresto dell’ex consigliere regionale Zappalà, l’arresto dell’ex consigliere regionale Morelli, l’arresto di Cosimo Cherubino legato alle cosche Commisso di Siderno. Nomi che avevo segnalato, l’intervento della giustizia è stato successivo all’evento temporale.

Pochi mesi fa la mancata candidatura in Calabria, oggi la scorta è stata revocata. Lei ci vede un disegno studiato a tavolino per colpire il suo impegno?

Sinceramente non vedo altra possibilità. La mancata candidatura era automaticamente un sollievo per coloro che ritenevano che l’incarico di parlamentare mi potesse dare agevolazioni nel fare determinate denunzie. Subito dopo ho dimostrato il mio impegno anche senza l’incarico di deputato. L’unica cosa che spero e che ancora mi auguro è quella che il coordinamento delle forze di polizia provinciale rivisiti la sua decisione e mi lasci la situazione di controllo della mia sicurezza. Questa è l’unica cosa, altrimenti che dovrei rinunciare anche al quarto livello, che non reputo assolutamente idoneo per garantire la mia sicurezza. Chiudermi in casa o accettare quello che qualcuno mi consiglia, cioè chiudere la porta di casa e andarmene in altro posto, non mi va. Le battaglie le ho fatte in favore della Calabria, amo questa terra, nonostante tutto quello che conosco. La stragrande  maggioranza dei cittadini calabresi è costituita da persone oneste, non mi va assolutamente di abbandonare quella terra e non mi va nemmeno di abbandonare le mie battaglie. Significherebbe annullare le stesse condotte per 25 anni. Sono stata quella che da sola ha presentato la lista nel famoso Comune di Platì, in provincia di Reggio Calabria, quando nessun partito riusciva a presentare una lista. Ho presentato una lista capeggiata da me e tutte donne di fuori. Le mie battaglie contro la ‘ndrangheta sono conosciute e sono annose.

Non ha trovato nessuno disposto a farle da autista.

Nessuno vuole rischiare la propria vita. Devo dire che nei giorni successivi all’annuncio ho ricevuto la disponibilità dei testimoni di giustizia. Di tre o quattro testimoni di giustizia, i quali sanno anche loro di essere sottoposti a rischio e, quindi, mi hanno dato questa diponibilità, della quale sono grata ma non posso approfittarne. È una questione anche morale, non corretta. Non  posso mettere a rischio la vita di altre persone, oltre la mia.

Dopo la frase del boss Mancuso “stiamo lavorando per toglierla di mezzo” sembra che qualcuno voglia anticipare il lavoro del boss e della ‘ndrangheta.

Mi sembra proprio di sì. C’è proprio la volontà di anticipare questa decisione o, meglio, di favorire la stessa.

restoalsud.it

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO – L’intervento di Angela NAPOLI 

Cosenza, 14 dicembre 2012
Presentazione del libro
IL CORAGGIO DI DIRE NO
LEA GAROFALO, LA DONNA CHE SFIDO’ LA ‘NDRANGHETA.
di Paolo De Chiara (FALCO Editore, Cosenza http://www.falcoeditore.it)

L’intervento dell’On. Angela NAPOLI, componente della Commissione Antimafia.

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO. Angela NAPOLI a Isernia 

LA DENUNCIA dell’On. Angela NAPOLI (Componente della Commissione ANTIMAFIA e sotto scorta perché minacciata di morte dalla ‘ndrangheta)
“Non c’è la voglia di combattere le mafie…”.
– Intervento integrale –

ISERNIA. Venerdì 8 febbraio 2013, ore 17.30
Presentazione “IL CORAGGIO DI DIRE NO. Lea Garofalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”.

Con:
Enrico FIERRO (Giornalista de il Fatto Quotidiano);
Nicola MAGRONE (già Proc. della Repubblica di Larino);
On. Angela NAPOLI (Comp. Commissione Parlamentare Antimafia).

Vincenzo CIMINO (Cons. naz. Ordine dei Giornalisti);
Don Paolo SCARABEO (Prete-Giornalista).

AULA MAGNA, ITIS ‘E. MATTEI’, viale dei Pentri (già S.S. 17)

 

IL CORAGGIO DI DIRE NO a Folgaria 

L’intervento dell’On. Angela NAPOLI, già Componente della Commissione Parlamentare Antimafia.

SETTIMANA BIANCA CONTRO LE MAFIE…
27 febbraio 2013, h.17.00, con: 
• Paolo De Chiara, giornalista, autore del libro “Il Coraggio di dire
NO. Lea Garogalo, la donna che sfidò la ‘ndrangheta”, collaboratrice di giustizia, bruciata dalla ‘ndrangheta in Lombardia
• On. Angela Napoli – Componente Commissione Parlamentare
Antimafia.

Folgaria, 27 febbraio 2013

 

 

MOLISE, Bruciata la macchina di un giornalista

L’episodio criminoso è accaduto a Venafro (Is) giovedì notte

Bruciata la macchina di un giornalista

L’uomo ha subito minacce di morte anche in passato

La macchina di don Paolo Scarabeo
La macchina bruciata

di Paolo De Chiara

Questa volta hanno alzato il tiro. Già in passato il giovane molisano aveva subito minacce di morte: lettere anonime con croci nere, volantini disseminati davanti l’abitazione dell’anziana madre, avvertimenti, intimidazioni. Aveva ficcato il naso dove non doveva. Quella brutta parentesi sembrava chiusa definitivamente. Ha continuato a fare il suo lavoro senza guardare in faccia a nessuno.

E sono ritornate le vecchie paure. Per P.S., iscritto all’Ordine dei giornalisti del Molise, è stato riservato un trattamento speciale. La sua macchina, un’Alfa 156, è stata data alle fiamme in piena notte. In perfetto stile mafioso. Nelle vicinanze è stata trovata anche una tanica di benzina. Il grave fatto si è consumato giovedì scorso a Venafro, in provincia di Isernia, dove il giovane risiede. È stata sua madre, nel cuore della notte, ad accorgersi dell’incendio doloso.

Subito sono cominciate a circolare strane voci. Dopo le fiamme è iniziata la strategia della diffamazione, del fango. È comparsa la tecnica utilizzata dalle organizzazioni criminali per delegittimare i nemici, gli avversari. Ultimamente, l’uomo, ha denunciato ai carabinieri un grave fatto di pedofilia.

Ma allora cosa è successo a Venafro? Si può collegare l’incendio doloso alla denuncia per pedofilia? Sono ritornati in gioco gli stessi squallidi personaggi delle vecchie minacce? P. S. è anche teste in un processo penale. È stata un’azione intimidatoria in vista dell’udienza, per tentare di chiudere la bocca al prete?

Resta il silenzio assordante in Molise. La notizia è passata come passano tutte le altre notizie. Con la sordina. Senza nessun tipo di approfondimento. Senza l’intervento forte delle Istituzioni locali, sempre impegnate in altre questioni (che poco si avvicinano alle esigenze dei cittadini). Tutti, non solo la sua comunità, devono stringersi intorno al giovane per far sentire quel calore, quella forza necessaria per andare avanti. Come prima, più di prima. Per continuare le sue battaglie contro il malaffare. E il Molise è una Regione piena di malaffare e di ‘brutte’ persone.

L’unica discussione si è registrata sul web, nella pagina facebook ‘Proviamo a cambiare anche Venafro?’ dove diversi iscritti hanno commentato con rabbia l’episodio criminale. “Sinceramente scrive Nicandro Forte questi metodi non sono nuovi a Venafro e sinceramente resto a bocca aperta nel vedere gente e politici meravigliarsi di tale gesto gravissimo. Vi ricordo che politicamente non si è fatto nulla per impedire il soggiorno a esiliati di spicco della malavita organizzata. Politicamente non si è fatto nulla da 15 anni a Venafro”. Per il giornalista Antonio Sorbo, oggi consigliere comunale e provinciale: “la deriva di Venafro in questi anni non è stata soltanto economica, amministrativa, politica ma anche sociale e culturale. Ci hanno lasciato un’eredità pesante e penso che dobbiamo ricominciare quasi da capo, in tutti i sensi, come cittadini prima di tutto e poi come politici ed amministratori”.

In questa ‘isola infelice’ (dove non esiste una libera stampa, dove i ‘cani da guardia’ sono stati sostituiti dai ‘cani da compagnia’) chi tocca certi ‘interessi’ viene messo all’angolo, colpito con lucida freddezza. Ma per aprire gli occhi, per un necessario scatto di orgoglio, bisogna necessariamente aspettare il morto?

 

 

Il VIDEO – LEPORE interviene sulla latitanza di Michele ZAGARIA: “ha il fiato sul collo”.


SE NON FOSSIMO IL PAESE CHE SIAMO…

il Procuratore della Repubblica di Napoli LEPORE interviene sulla latitanza di Michele ZAGARIA: “ha il fiato sul collo”.


Isernia, 17 novembre 2011
PRESENTI ALL’INIZIATIVA PUBBLICA:
Lorenzo DIANA (Coord. Nazionale RETE PER LA LEGALITA’);
Enrico TEDESCO (Fondazione POLIS);
Vincenzo SINISCALCHI (già Componente CSM);
Rossana VENDITTI (Sost. Procuratore della Repubblica di Campobasso);
Armando D’ALTERIO (Procuratore DDA Campobasso).

Intimidazioni mafiose in Molise

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Per troppi anni il Molise ha sottovalutato la possibilità di infiltrazioni mafiose. Le mafie sono arrivate. La ‘ndrangheta, la sacra corona unita, la cosiddetta “società foggiana” che è quella realtà pugliese che ha una sua consistenza, la camorra”. Sono arrivate nel silenzio generale. In questa Regione non si è mai aperto un tavolo serio per affrontare la drammatica questione. Il pericolo delle infiltrazioni è stato sempre messo da parte. E le mafie continuano a fare i loro affari. Quelli sporchi. Che puzzano. Continuano a esserci strane presenze. Proprio qualche giorno fa a Venafro è stato prelevato e arrestato dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta Pasquale Pagano (classe 1970, da San Cipriano d’Aversa). Il “bambinone”. Un affiliato del gruppo Iovine. Clan dei casalesi. Accusato di associazione per delinquere di tipo camorristico e di concorso in detenzione illegale di armi da fuoco. Era domiciliato, con obbligo di firma, a Venafro. In provincia di Isernia. C’è stato per un mese e dodici giorni. Gli inquirenti in una perquisizione domiciliare sequestrarono un bunker ricavato nella sua abitazione. Probabilmente per nascondere il capo clan Antonio Iovine. Oggi al 41 bis. L’ex presidente della Commissione Antimafia Giuseppe Lumia è chiaro: “Le mafie sono arrivate”. Ed è arrivata anche la camorra. Con i suoi uomini. Con i suoi mezzi. Con i suoi rifiuti che avvelenano la terra. La nostra bella terra. La famosa Isola Felice. Così dipinta dalla classe dirigente. Dalla politica. Scrive Roberto Saviano nel suo libro Gomorra, a pagina 323: “Quattro ettari a ridosso del litorale molisano furono coltivati con concime ricavato dai rifiuti delle concerie. Vennero rinvenute nove tonnellate di grano contenenti un’elevatissima concentrazione di cromo. I trafficanti avevano scelto il litorale molisano – nel tratto da Termoli a Campomarino – per smaltire abusivamente rifiuti speciali e pericolosi provenienti da diverse aziende del nord Italia”. Proprio sui rifiuti e sui traffici del basso Molise qualcuno si è sentito toccato. Gli affari non possono andare a puttane. Ed ecco arrivare le minacce. Che non sono mai mancate. Ora sono state intensificate. Qualcuno ha voluto alzare il tiro. Per meglio far comprendere. Una testa di capretto sanguinante in un sacco nero. Con un biglietto allegato. Questo gravissimo episodio è capitato a un giornalista molisano. All’amico Michele Mignogna. Il cronista che ha descritto certi movimenti. Che ha toccato certi fili. Che ha fatto il proprio dovere. Non si può più far finta di non vedere. Di non sentire. I segnali sono chiari. Anche le presenze. Come quella di Francesco Moccia. Di lui scrive la Procura della Repubblica di Larino nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari per il Porticciolo di Termoli: “legato da stretti legami familiari e di affari con Angelo Marrazzo coinvolto in vicende giudiziarie del gruppo camorristico dei Casalesi, capeggiati da Francesco Schiavone, detto Sandokan, collegato a società fortemente indiziate di avere collegamenti con il clan Moccia di Afragola”. Per non parlare degli affari dietro l’eolico selvaggio regionale. Delle costruzioni, del ciclo del cemento. Del riciclaggio. Del traffico di droga. E’ giunto il momento di agire. Questi vigliacchi personaggi devono sapere che di fronte a loro hanno un esercito di persone Oneste. Di persone Perbene. Che non permettono più certi episodi. Schifosi e deplorevoli. Il Molise ha bisogno di una scossa di dignità. Da quanti anni si denunciano presenze pericolose? Quanti episodi sono stati raccontati? Quanti personaggi importanti hanno indicato la presenza delle mafie? Quante volte è stato lanciato l’allarme? Per il giornalista Alberigo Giostra: “Qui (in Molise, n.d.r.) c’è una democrazia sospesa. Il problema è un circuito perverso che c’è tra cattiva giustizia, cattivo giornalismo e cattiva politica. E’ un circuito mefitico, mafioso che non vedo nemmeno in Sicilia. Il Molise sembra un’isola beata, ma è una realtà mafiosissima, dove non c’è la lupara, dove non ammazzano, non ci sono crimini. C’è una mentalità mafiosa incredibile. Sono sconcertato dalle cose che ho visto in questa Regione”. Secondo l’ex Procuratore della Repubblica di Larino, Nicola Magrone: “In questo territorio la delinquenza è anche peggiore rispetto a quella siciliana. In Molise quello che non va è il funzionamento della pubblica amministrazione. In Sicilia poi la delinquenza ti avverte con un omicidio. In questa terra non esiste alcun tipo d’avvertimento”. Le mafie ci sono e fanno affari. Esiste una “mentalità mafiosissima” che danneggia il territorio. L’unica preoccupazione è colpevolizzare chi denuncia. Chi fa il proprio dovere. Secondo Lumia: “E’ mancato un lavoro di prevenzione, è mancato un lavoro di denuncia, è mancato un lavoro di costruzione di percorsi integrati di educazione e di crescita della cultura della legalità. Tali limiti hanno indebolito il tessuto sociale, economico ed Istituzionale della vostra realtà territoriale. E le mafie annusano, sentono da lontano dove si creano quegli spazi, quelle “opportunità” per la loro presenza. Nei territori della vostra Regione le classi dirigenti, con in testa la politica, hanno trascurato quelle cose importanti, con in testa la prevenzione. Ecco che sono venuti anche nella vostra Regione. Ecco che le mafie si sono presentate nei vostri territori. Ed hanno cominciato a fare quell’attività che tutte le organizzazioni mafiose fanno. Prima presentandosi con quel grande affare di cui tutti, ormai, ipocritamente ci siamo assuefatti, che è il traffico di droga. E poi la gestione delle opere pubbliche. E poi il riciclaggio. E poi la possibilità di entrare in alcuni settori economici. E poi la gestione dei rifiuti, di tutti i tipi”. Il 14 giugno scorso è stata approvata all’unanimità in consiglio regionale una mozione di solidarietà al collega Mignogna. E’ un buon segnale. Ma non basta. Ora bisogna lavorare. Raddoppiare gli sforzi per tagliare i tentacoli della criminalità. Del malaffare. “Fortunatamente – secondo Paolo Albano, Procuratore della Repubblica di Isernia – omicidi in Molise non ce ne sono stati. Speriamo che non ce ne saranno in futuro. Ciò non significa assolutamente nulla. Non perché non ci sono gli omicidi non esiste la camorra, non esistono le infiltrazioni criminali. Il pericolo, che da tempo è stato evidenziato anche dal Procuratore Magrone e, recentemente, dal collega D’Alterio della Dda, è assolutamente concreto. Innanzitutto per un fatto geografico. Perché la stretta vicinanza con la Campania, la Puglia e il basso Lazio porta necessariamente questo pericolo. Ma non soltanto per la vicinanza, ma proprio perché un territorio come quello del Molise è appetibile a una criminalità che si vuole inserire. Il punto fondamentale è che la magistratura molisana è pronta a raccogliere questo allarme. Bisogna tenere alta la guardia per impedire che ci siano queste infiltrazioni. Accanto al lavoro delle forze dell’ordine e al lavoro della magistratura è fondamentale che ci sia e si rafforzi la cultura della legalità”. La politica deve dare un segnale forte. Con la cultura della Legalità. Deve cominciare a dare il buon esempio. Per troppi anni in questa Regione si è dato il cattivo esempio. Per troppi anni in Molise la classe dirigente ha dato il cattivo esempio. I cittadini devono sentirsi sicuri nell’indicare anche il più piccolo episodio. Per cominciare a dare una mano alle forze dell’ordine e ai magistrati. Per riassaporare quel “fresco profumo di libertà” auspicato dal giudice Paolo Borsellino “che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità”.