SVILUPPO: “ALL’ITALIA SERVE LA BANDALARGA”

Intervista a Irene Visentini

SVILUPPO: “ALL’ITALIA SERVE LA BANDALARGA”

Al Festival dell’innovazione di Bolzano si discute di digitalizzazione. Ma la penisola è ferma: “Bisogna tenersi al passo coi tempi e portare avanti istanze politiche”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Artigianato digitale. Questa è la parola d’ordine al Festival dell’Innovazione che si sta svolgendo a Bolzano. L’appuntamento è promosso da CNA giovani imprenditori. Ma cosa significa innovazione dell’artigianato attraverso il digitale? Secondo lo studio ‘Fattore Internet’, commissionato da Google a The Boston Consulting group, le Pmi attive su internetfatturano, assumono, esportano di più e sono più produttive di quelle che su internet non sono presenti. “Si stima che nel triennio le piccole e medie imprese online abbiano aumentato i ricavi dell’1,2%, contro il -4,5% registrato dalle aziende che non hanno un posizionamento sul web. Inoltre per le aziende digitali si riscontra un’incidenza di vendite all’estero del +15%, mentre negli ultimi 15 anni sono stati creati circa 700mila nuovi posti di lavoro collegati al web, molti legati ai settori dell’artigianato”.

La Broadband Commission for Digital Development, organismo dell’Unione europea preposto allo sviluppo delle reti veloci, ha pubblicato la prima istantanea dello stato di diffusione della banda larga in tutto il mondo, paese per paese. Secondo lo studio dell’Onul’Italia occupa il 29° posto (su 177 Stati) per la diffusione della banda larga fissa e al 35° per la banda larga mobile“Se il Tav Torino-Lione costa all’Italia tra i 15 e i 20 miliardi di euro, secondo il Ministero dello Sviluppo ne servono altrettanti (15) per collegare il “100% dei cittadini a 30 Mbps”. In Corea e Giappone viaggiano tutti a banda ultralarga, che nelBelpaese copre solo il 10% del territorio. Ma può valere fino al 3% del Pil”, così scriveva il 6 agosto scorso Eleonora Bianchini su Il Fatto Quotidiano.

Abbiamo intervistato la responsabile dei giovani imprenditori, Irene Visentini per capire meglio di cosa si tratta e siamo partiti da due parole: artigianato e digitale: “Un connubio tra due parole che rappresentano mondi apparentemente lontani. Nel senso che l’artigianato è molto legato alle tradizioni, mentre il digitale è il futuro. In tanti casi il digitale si unisce all’artigianato per creare anche nuove prospettive per i lavori tradizionali”.

 

 

Cosa succede con il digitale?

Digitale in senso lato, ci sono tanti aspetti che un artigiano può innovare nella propria azienda, ad esempio la comunicazione, attraverso i social media. Che creano delle reti, che possono portare grandissima innovazione nelle aziende, anche molto piccole. Ci sono anche nuove professioni che emergono, c’è il coinvolgimento delle giovani generazioni.

Facciamo un esempio…

Ci sono una serie di imprese che stanno nascendo, che lavorano in rete. Sono attività che vengono svolte non in un capannone, ma attraverso i siti e le tecnologie.

Questa digitalizzazione può favorire, dal punto di vista economico, questo settore?

Bisogna tenersi al passo coi tempi, quindi sicuramente ci sono degli aspetti, anche comunicativi, a cui le aziende non possono rinunciare a prescindere, per rimanere sul mercato.

Per conquistare nuove fette di mercato?

Certo, sia come comunicazione, come marketing, come ricerca di fornitori, contatti con partner, con clienti. Sicuramente la digitalizzazione apre i campi che sono preclusi a chi rimane nel suo settore e non cerca un’innovazione per la propria azienda.

Come si superano gli ostacoli alla digitalizzazione che esistono in Italia? Si parla spesso della linea veloce, ma siamo lontanissimi da altri paesi europei. Questo è un problema che per voi, per il vostro progetto, in questa prima fase, può essere superato o è un ostacolo?

Ci sono delle ricerche che indicano gli ostacoli, sia tecnici che burocratici, che bloccano l’evoluzione tecnologica delle aziende. Ovviamente bisogna farne presente, portare avanti gli obiettivi e il fabbisogno comune delle aziende.

Quali sono questi ostacoli?

Sono di carattere tecnologico per quanto riguarda le connessioni veloci, che non arrivano ovunque, e poi ci sono anche, in questo periodo, degli ostacoli economici. Le aziende da sole, spesso, non riescono a digitalizzarsi, ad andare in rete perché non riescono economicamente a sostenere le spese.

Chi ha il compito di abbattere questi ostacoli?

Non lo so, come associazione portiamo avanti le necessità più stringenti, cercando di superare questi ostacoli. Servono sicuramente contatti anche a livello politico.

È la politica che deve risolvere il problema?

Non penso che ci sia una chiave che apre la porta a tutte le aziende.

Anche il premier Monti ha parlato della banda larga.

Sono sicuramente istanze politiche che bisogna portare avanti.

Perché ci troviamo in questa condizione?

Perché il concetto di innovazione è un po’ bloccato, bisogna un po’ costruirselo. Sembra così lontano. Bisogna farsi trainare dalle eccellenze che ci sono nel nostro Paese, portare esempi di imprese che ce la fanno, che vanno avanti.

da L’INDRO.IT di venerdì 28 Settembre 2012, ore 18:13

http://www.lindro.it/Sviluppo-All-Italia-serve-la-banda,10674#.UIWAn28xooc

L’ITALIA DA TRIPLA A. Intervista a Maurizio Liuti di Crif

Intervista a Maurizio Liuti di Crif

L’ITALIA DA TRIPLA A

Nonostante il periodo di crisi, nel nostro paese ci sono oltre 24mila aziende che raggiungono il massimo del rating. “Ma spesso non lo sanno neanche”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Sono oltre 24 mila le imprese italiane che hanno un rating di eccellenza, da A1 ad A4. Si parla tanto di crescita difficile, se non impossibile, in questo lungo momento di forte crisi. Ma a quanto pare anche nel Belpaese ci sono delle aziende da tripla A. La Lombardia, secondo gli studi, è la prima regione, con il numero più alto di Pmi eccellenti (32% delle imprese) ed è seguita dal Piemonte. All’ultimo posto c’è una regione del sud, la Calabria. Dove comunque ci sono 126 imprese con un fatturato superiore ai 5 milioni di euro e con il massimo del rating. Le imprese più performanti sono quelle industriali e le utility, mentre si continuano a registrare difficoltà per le aziende dell’edilizia e dei servizi.

Nelle Marche, per esempio, oltre 600 aziende sono top perfomer. Dalle analisi dell’agenzia di rating italiana Crif, è possibile vedere al primo posto Ancona, con 226 casi di eccellenza. A seguire Fermo con 99, Macerata con 148, Pesaro e Urbino con 76, Ascoli Piceno con 60. L’analisi sulla distribuzione per classi di rating è stata effettuata da Crif, su dati aggiornati a marzo 2012 e riferiti alle imprese non appartenenti al settore pubblico, con un fatturato superiore a 5 milioni di euro.

Crif è la prima e unica società italiana a essere stata registrata a livello europeo come agenzia di rating, con l’autorizzazione della Consob ed Esma. Tra le aziende valutate come top performer, circa 2.500 hanno un fatturato superiore ai 50 milioni di euro“una dimensione – si legge nella nota diffusa dalla società – che consente generalmente di avere elevati livelli di innovazione tecnologica, di prodotti e di mercati. Queste imprese eccellenti potrebbero qualificarsi agevolmente sui mercati di capitali ma anche di fronte a equities, partners, clienti e fornitori, sia locali che internazionali, a prescindere dal rischio paese che probabilmente oggi le penalizza. Bisogna considerare che oggi solamente 209 società sono quotate alla Borsa di Milano e che sono solo 9 i fondi specializzati negli investimenti su PMIdomestiche rispetto ai 57 presenti in Germania e i 61 della Francia. A fronte di questo, le imprese italiane spesso si caratterizzano per dimensioni ridotte e una capitalizzazione non sempre adeguata”.

Per commentare questi risultati abbiamo contattato Maurizio Liuti, responsabile comunicazione dell’agenzia di rating italiana. “Abbiamo fatto questa analisi ed è emerso che ci sono oltre 24mila imprese in Italia che si collocano in una fascia di rating con perfomer ad altissima affidabilità. Molte imprese non sanno di avere una valutazione così positiva”.

Qual è l’aspetto rilevante?

Ci sono, a fronte della crisi economica che ormai caratterizza il quadro congiunturale da quattro anni, degli aspetti di accesso al credito. Avere, in qualche maniera, la certificazione di una terza parte che qualifica queste imprese come eccellenti dovrebbe favorire l’accesso al credito. Ma c’è dell’altro, come ad esempio il posizionamento nei confronti di fornitori piuttosto che clienti. Un’impresa che viene valutata come eccellente sicuramente offre un elemento di garanzia.

Come è possibile definire la situazione italiana?

Molto, molto delicata. Fuori di quello che è l’aspetto strettamente collegato alle agenzie di rating, valutiamo tutta una serie di altri elementi, come la rischiosità delle imprese piuttosto che i ritardi di pagamento. Indubbiamente la situazione è collegata a una fortissima debolezza della domanda, di prodotti e servizi. Per cui assistiamo a una sovracapacità produttiva rispetto a quello che i mercati di riferimento possono recepire. Anche le piccole dimensioni delle imprese, in alcuni casi, possono essere penalizzanti. La capacità di essere esportatori non è nella capacità di tutti.

Il premier Monti ha affermato che siamo alla fine di questa crisi economica. Lei concorda?

Ritengo che sicuramente questa crisi sarà, intanto, fortemente caratterizzata dalla possibilità di attaccarci al traino di una ripresa globale. Magari gli altri mercati che partiranno prima di quello interno italiano e questo consentirà di riattivare un processo virtuoso. Un aspetto molto forte è che il fattore congiunturale negli ultimi anni ha condizionato molto il consumo delle famiglie. Parlo del marcato italiano, ma non solo. Questa è una crisi che ha coinvolto tutto il pianeta. Il fatto di avere una ripresa nei consumi è il passaggio obbligato per uscire da questa situazione.

da L’INDRO.IT di giovedì 13 Settembre 2012, ore 19:34

http://www.lindro.it/L-italia-da-tripla-A,10342#.UIV1928xooc

“CONOSCO MONTI, NON SI RICANDIDERÀ”

Nasce l’associazione filogovernativa ’Indipendenti per l’Italia’.

“CONOSCO MONTI, NON SI RICANDIDERÀ”

Intervista al professore Andrea Gilardoni, collega ’bocconiano’ del premier: “ma resta sempre quel posto al quirinale”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

E’ nata a Roma ‘Indipendenti per l’Italia’, l’associazione impegnata ad “aiutare il Presidente Monti a ricostruire il Paese”. Tra i promotori gli economisti Massimo Lo Cicero eStefano Micossi, i docenti universitari Michele Bagella e Andrea Gilardoni, i giornalistiErnesto Auci e Paolo Mazzanti, i manager Umberto Quadrino e Giovanni Canepa, il professionista Alberto Pera e i dirigenti pubblici Guido Bolaffi e Costanza Pera. All’incontro ha partecipato anche Giovanni Palladino, l’esponente del movimento politico, di ispirazionesturziana, ’Italiani Liberi e Forti’.

Ma a cosa serve questa nuova associazione? Si sta preparando il terreno a Monti per le elezioni politiche del 2013? Secondo Mazzanti: “Siamo qui per cominciare a dare risposta alle domande che arrivano da tutto il mondo e chiedono di sapere se Monti gode davvero del sostegno del Parlamento e dell’opinione pubblica, se dopo le elezioni il percorso di risanamento proseguirà e se c’è la reale volontà di modernizzare il sistema politico”.

Il giornalista Augi chiede aiuto ai cittadini “che devono partecipare attivamente alla ricostruzione del Paese in modo da offrire un futuro sia ai tanti giovani oggi emarginati sia agli attuali lavoratori oggi avviliti per le troppe tasse e per l’ingiustizia e l’inefficienza complessiva del sistema politico e burocratico. La crisi economica richiede azioni rapide e decise. Ma alle debolezze e indecisioni dell’Europa si sommano le nostre gravissime carenze, prima fra tutte, l’assoluta inadeguatezza del nostro sistema politico che rimane ancorato agli schemi di gestione del passato e manda continui segnali di insofferenza verso le riforme di Monti”.

Nelle prossime settimane Indipendenti per l’Italia avvierà contatti con organizzazioni e movimenti per proporre una piattaforma comune. Per capire meglio cosa si sta muovendo intorno all’attuale Presidente del consiglio ormai ’in scadenza’, abbiamo contattato un suo collega, il professor Andrea Gilardoni. Docente alla Bocconi di Milano e amico del senatore.“Ho partecipato a una riunione in cui ho espresso l’apprezzamento per l’iniziativa. Sono andato perché Auci mi ha invitato, è una persona che stimo, e l’idea mi sembrava di interesse”.

 

Qual è l’idea?

Secondo me, l’idea ruota intorno allo stile di Monti.

 

Uno stile sobrio.

Sobrio, si certo. Ma anche consapevole, colto e, talvolta, ironico. Anche se, nel suo Governo, ci sono state delle situazioni un po’ contraddittorie.

 

Con questa associazione Monti scende ufficialmente nell’arena politica per il 2013?

Monti negherebbe decisamente. Conoscendo Monti, avendolo visto all’opera, so che è una persona che se dichiara che farà il senatore a vita, allora esistono elevate probabilità che lui faccia così. Ma è anche vero che questa è una dichiarazione opportunistica, perché se facesse diversamente il Governo salterebbe dopo un quarto d’ora. Però lui l’ha detto, l’ha dichiarato ed è difficile che cambierà idea. Almeno lo credo, conoscendo il tipo di persona. Anche perché, poi non dimentichiamoci, c’è un’altra posizione che si libera.

 

La presidenza della Repubblica.

Si, comunque io penso che il concetto sia un’iniziativa che vuole portare avanti il modello Monti. Se tra sei mesi si verificheranno delle convergenze, delle ipotesi per cui Monti riterràdi modificare il suo atteggiamento – cosa che ritengo improbabile ma possibile – forse continuerà. Però, ripeto, è molto improbabile.

 

Un movimento che si ispira alle politiche di Monti, quindi?

Al ’modo di fare il politico’. Alla fine è un politico. E il suo modo di far politica è un modello che noi dobbiamo, come Paese, senza dubbio puntare. Ricordo le parole di Montanelli, quando diceva che Berlusconi è una malattia che bisogna contrarre per poi guarirne. Berlusconi è stato anche un po’ criminalizzato, c’è stata un’esagerazione.

 

Torniamo a Monti.

Quello che è importante di Monti è l’understanding internazionale. La rete di relazioni, l’apprezzamento. Questo è un suo grande punto di forza. Se si vuole fare un partito allora non sono così convinto. Se invece si intende fare un soggetto culturale lo trovo molto interessante.

 

Lei come giudica l’azione politica del Governo presieduto da Monti?

In quella sede ho detto alcune cose. La mia è una formazione aziendalistica, non sono un economista. Avrei fatto una forte azione sul debito: per me la soluzione ragionevole è il prestito, quello che viene chiamato il prestito patrimoniale. Un prestito forzoso basato sul patrimonio degli individui. Il debito si è formato a fronte del fatto che molti si sono arricchiti, ed è equo caricare chi si è arricchito in questi ultimi venti anni. E’ doveroso colpire i redditi internazionali. Galera per chi costituisce capitali all’estero, galera se non li importano immediatamente. Intervenire in modo drastico: entro certi limiti c’è già la sanzione penale, bisogna confermarla in modo deciso. L’Imu ha una serie di difetti, va a toccare le cose più care che le persone hanno. Si tratta di un prelievo che non risolve il problema e mette a repentaglio la stabilità del mercato immobiliare italiano, una delle cose che fino ad oggi invece ha retto. Ma era già in difficoltà prima dell’Imu, lo vedo in grande difficoltà ora. Per fortuna non siamo come la Spagna, che è crollata proprio per il mercato immobiliare. Eppure, nonostante tutto il debito pubblico aumenta.

 

Secondo Lei, Monti ha realizzato tutto quello che aveva in mente o è rimasto ostaggio di questo Parlamento?

Cosa Monti avesse in mente quando ha assunto l’incarico non è che lo abbia mai detto con grandissima chiarezza. Lo ha fatto dire a qualche Ministro. Sulla riforma del Lavoro della Fornero ho delle serie perplessità. Non sono un economista del lavoro, ma vedo incrementare significativamente il costo dei contratti, non so quale sarà poi il risultato. Credo che Monti si sia affidato alla Fornero, non è che sia un esperto di queste tematiche. Se devo essere sincero il punto chiave che vedo mancato è il tema del rilancio della politica industriale. Noi abbiamo una situazione preoccupante, siamo schiacciati dalla competizione internazionale, le nostre aziende sono pressate dai costi e se ne vanno appena possono. Non dico che sia facile, ma vedo che è stato fatto abbastanza poco… anche questo decreto sviluppo licenziato ieri alla Camera. Noi cosa stiamo facendo per far rimanere le industrie in Italia? Credo abbastanza poco. Le banche sono in una situazione incredibile, hanno avuto questi soldi all’uno per cento e li impiegano al cinque. Anche io e lei saremo capaci di guadagnare, possiamo stare tranquilli, andarcene al mare e guadagnare comunque. Credo invece che per lo sviluppo si siano fatte alcune cose, per esempio la ‘cabina di regia’ per l’export. Credo molto al progetto sulla banda ultra-larga, la vedo come l’autostrada del Sole degli anni ’50: una cosa che va fatta. Vedo molto bene il ragionamento sulla logistica, la necessità di ridurre i costi di trasporto, di trasferimento per attrarre merci internazionali. E poi c’è tutto il tema del turismo. Ci sono sette, otto, dieci settori che sono importanti per il nostro Paese e su cui vedo, in questo momento, che è stato fatto relativamente poco.

da L’INDRO.IT di venerdì 27 Luglio 2012, ore 19:38

http://lindro.it/Conosco-Monti-non-si-ricandidera,9763#.UBk1BGGdDPo

PROVE DI CONCERTAZIONE

PROVE DI CONCERTAZIONE: “Monti sbaglia, è un’analisi frettolosa”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Ora tocca alla concertazione. Dopo la riforma delle pensioni e del lavoro, e la strana vicenda degli esodati e la spending review il rapporto tra Governo e sindacati continua a diventare sempre più delicato.

Lo scontro tra due filosofie di pensiero può trovare il suo culmine finale proprio nelle parole del Presidente del consiglio Monti, durante l’assemblea dell’Associazione bancaria italiana. Gli esercizi di concertazione del passato hanno generato i mali contro cui lottiamo oggi e per i quali i giovani non trovano lavoro, proprio perché lo Stato interveniva”.

E’ quindi la concertazione il ‘male’ da abbattere e depotenziare, secondo il Governo dei tecnici (e delle banche). Monti ha spiegato anche il suo punto di vista sulle parti sociali che, dice, “devono restare parti, parti vitali e importanti ma non soggetti nei cui riguardi il potere pubblico applichi una sorta di outsourcing della responsabilità politica. Non ci si deve sorprendere delle reazioni delle parti sociali di fronte ad una durezza dettata dall’emergenza, ma bisogna capire che ci possono essere reazioni di non soddisfazione non solo e non tanto su singoli provvedimenti quanto in risposta di una riduzione oggettiva del loro ruolo nel sistema decisionale”.

In questo stato di continua emergenza si stanno toccando diversi diritti, che fino a qualche anno fa sembravano intoccabili. E’ toccato anche all’articolo 18 e a molti altri settori. Ora è la forza e la presenza delle parti sociali che viene messa in discussione. Su questo ultimo punto si è registrata una ferma presa di posizione delle sigle sindacali.

Susanna Camusso, leader della Cgil, è stata chiara: “Non accettiamo lezioni di democrazia da chi è stato cooptato e non si è confrontato con il voto degli elettori, un po’ imbarazzante per il futuro democratico del Paese. Farlo poi nella platea delle banche e degli interessi bancari, dentro questa grande crisi, meriterebbe un’ulteriore riflessione. Monti quando parla di queste cose non sa di cosa sta parlando. L’ultima concertazione salvò dalla bancarotta il Paese, con cui si fece una riforma delle pensioni equa, al contrario di quella fatta dal governo attuale, e che permise al Paese di entrare nell’euro”.

Per il segretario generale della Cisl, Raffaele BonanniNon c’è alternativa alla concertazionein nessun Paese a democrazia matura e ad economia avanzata. I governi, per quanto autorevoli e composti da personalità di altissimo profilo, non possono guidare da soli questa difficile stagione di cambiamenti e di riforme senza un ampio consenso sociale”. Fa eco il segretario della Uil, Luigi Angeletti“L’Europa consiglia il dialogo sociale come strumento per la crescita. Ma il nostro presidente del Consiglio è più realista del re: pensa di poter salvare l’Italia senza preoccuparsi di salvare gli italiani” e quella della Ugl, GiovanniCentrella“E’ riduttivo oltre che irrispettoso nei confronti dei sindacati e dei lavoratori affermare che siano stati gli esercizi di concertazione a generare i mali contro cui oggi il Paese lotta”.

Ma cos’è la concertazione? E perché, in questo momento particolare, è uscita fuori la posizione netta di Monti? Come funziona negli altri Paesi? Ne abbiamo parlato con un docente universitario, la professoressa Piera Loi, già direttore del CSRI (centro studi di relazioni industriali) e docente del Master di Diritto del Lavoro e Relazioni Industriali presso l’Università di Cagliari. La concertazione è un metodo di assunzione delle decisioni politiche, che presuppone il confronto con le parti sociali. Con le rappresentanze dei lavoratori e dei datori di lavoro. Nel nostro sistema la concertazione ha avuto la sua regolazione, il suo culmine con il protocollo Ciampi, che ne ha stabilito anche la formalizzazione in un accordo di tipo triangolare. Però non è una caratteristica soltanto del nostro sistema. Esiste in molti altri ordinamenti, dove si applica questo metodo concertativo. Il decisore politico invece di assumere unilateralmente le decisioni si confronta con le parti sociali”.

Negli ultimi anni, in Italia, a quali risultati ha portato questo metodo?

La concertazione ha passato delle fasi alterne. Di grande riconoscimento e importanza negli anni ’90. Poi, ad esempio durante il governo Berlusconi, si è verificato un certo abbandono delle pratiche concertative. Nel cosiddetto ‘libro bianco’ del mercato del lavoro già non si parlava più di “concertazione”, ma di dialogo sociale. Il governo sente le parti sociali e assume autonomamente la sua decisione. Normalmente la concertazione è vista di buon favore dai governi di centro-sinistra. Nel nostro Paese a che risultati ha portato? Si possono vedere aspetti positivi e aspetti negativi.

Partiamo da quelli positivi.

Una maggior pace sociale. Perché una legge concertata, una riforma del lavoro concertata ha l’appoggio delle parti sociali e si riduce il conflitto. Si evitano gli scioperi e si evita il conflitto sociale. A volte serve anche per dividere le responsabilità. Il decisore politico non ha la forza di assumere da solo la responsabilità di certe scelte e le vuole condividere con le parti sociali, specialmente quando le scelte comportano sacrifici per i lavoratori, per le categorie deboli.

E gli aspetti negativi?

A volte la concertazione è un po’ pervasiva, vuole toccare materie e aspetti che non sono strettamente collegati al rapporto di lavoro, al livello di redditi. Nel nostro ordinamento c’è stato questo difetto, ma non significa che dobbiamo buttare a mare la concertazione.

Cosa accade invece negli altri Paesi?

Ci sono diversi modelli, come quello tradizionale dei Paesi Nordici, quello svedese, il classico esempio dei modelli neocorporativi. Un ruolo importante viene assunto dalle parti sociali, una concertazione di tipo statale. Poi c’è il modello giapponese, che fa una concertazione di tipo aziendale. Un modello completamente diverso. Quelli vicini a noi sono il modello francese e il modello spagnolo. Anche lì ci sono stati enormi cambiamenti, la crisi ha radicalmente modificato lo schema della concertazione. La Germania è un tipico paese dove le pratiche della concertazione si sono sempre attuate. Non siamo affatto un’eccezione.

Secondo Monti: “Gli esercizi di concertazione del passato hanno generato i mali contro cui lottiamo oggi e per i quali i giovani non trovano lavoro”. Lei è d’accordo?

No, non sono per niente d’accordo. Monti sbaglia nel fare questa analisi frettolosa, dicendo che i mali del mercato del lavoro italiano dipendono dalla concertazione.

Lei come interpreta queste parole? Perché Monti ha rilasciato, in questo momento particolare, queste affermazioni?

Non so quali siano le ragioni recondite. Certo, lui ha una forza sindacale, la Cgil, che lo contrasta e, in qualche modo, voleva bloccare, arginare. E ha bisogno di agire in fretta. Purtroppo siamo in un momento nel quale la democrazia è gravemente compromessa, il potere degli Stati è gravemente compromesso dal fatto che sentiamo la pressione dei mercati. I sindacati, in questo momento, rappresentano un ostacolo per decidere rapidamente. Ma la concertazione non è responsabile della crisi nella quale ci troviamo, la crisi economica non dipende né dagli Stati né dai sindacati e dalle loro pratiche. La situazione nella quale ci troviamo, oggi, è il malfunzionamento del sistema economico e finanziario mondiale. Le riforme, così, rischiano di essere traballanti. Neanche i mercati ci credono alle riforme fatte in questo modo. Perché sanno che possono essere messe fortemente in crisi da un sindacato che si mobilita, che mobilita i lavoratori e che fa nascere conflitti.

da L’INDRO.IT di giovedì 12 Luglio 2012, ore 19:30

http://www.lindro.it/Prove-di-concertazione,9512

POCHI FONDI: SERVIZIO CIVILE A RISCHIO?

Mancanza di fondi per la difesa non violenta del Paese

POCHI FONDI: SERVIZIO CIVILE A RISCHIO?

Borrelli, Presidente Amesci “il governo non investe abbastanza sui giovani”. Ma per Fauttilli, capufficio nazionale: “non ci sono rischi”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Un’esperienza straordinaria destinata purtroppo a scomparire se la politica non deciderà finalmente di tornare ad investire in quella che rappresenta forse l’unica strategia di politica giovanile offerta dallo Stato ai giovani di questo Paese; una palestra educativa per crescere come persone e come cittadini, in un’ottica di condivisione e di solidarietà; un’esperienza che viene guardata con attenzione anche dagli altri Paesi europei”. Con questi terminiVittoria Boni, responsabile per le Acli, ha spiegato il rischio che corre il servizio civile in Italia. 

In questi ultimi dieci anni dall’istituzione del servizio civile – secondo la Boni – sono partiti con le Acli quasi 5mila giovani, a fronte del doppio delle domande pervenute. Quest’anno sono arrivate 1347 domande su 377 posti disponibili Abbiamo dovuto dire no a due ragazzi su tre. Il rischio che questa domanda di partecipazione si disperda e che quest’esperienza straordinaria di formazione si esaurisca o diventi elitaria è purtroppo nei fatti. Occorre assolutamente reintegrare i fondi rimossi e sbloccare finalmente la legge di riforma che è ferma in Parlamento da oltre 2 anni”.

Ma cosa sta succedendo al servizio civile italiano? La legge di stabilità – rilevano le Acli – ha ridotto le risorse disponibili dai 113 milioni all’anno, previsti per il prossimo triennio, a 68.8 milioni per il 201276.3 milioni per il 2013, 83.8 milioni per il 2014. La partenza dei volontari per il 2013 è a rischio (e già quest’anno è stata scaglionata per la carenza di risorse). L’Ufficio nazionale per il servizio civile non ha ancora pubblicato una data per la presentazione dei nuovi progetti da parte degli oltre 3.500 enti accreditati.

I finanziamenti per dare la possibilità ai giovani dai 18 ai 28 anni di dedicare un anno della propria vita “alla difesa non armata e non violenta della Patria” – come recita le legge 64 del 2011 – sono diminuiti progressivamente negli ultimi anni: dai 296 milioni di euro del 2007 ai 68,8 milioni di quest’anno. Nel 2007 partivano più di 57mila ragazzi e ragazze. Quest’anno appena 10mila.

Il Servizio Civile Nazionale, istituito con legge, “è un modo – si legge nel sito della presidenza del consiglio dei ministri – di difendere la patria, il cui “dovere” è sancito dall’articolo 52 della Costituzione; una difesa che non deve essere riferita al territorio dello Stato e alla tutela dei suoi confini esterni, quanto alla condivisione di valori comuni efondanti l’ordinamento democratico. E’ la opportunità messa a disposizione dei giovani dai 18 ai 28 anni di dedicare un anno della propria vita a favore di un impegno solidaristico inteso come impegno per il bene di tutti e di ciascuno e quindi come valore di coesione sociale”. Per la Boni: “anche il servizio civile è finito per inciampare nel cammino di riforma federalista dello Stato. Ma la contrapposizione tra enti locali e istituzioni nazionali va superata, come quella tra pubblico e privato. Vanno sicuramente ridefinite le responsabilità tra i diversi soggetti coinvolti, evitando però la frammentazione. La chiave è nella prospettiva europea da dare al futuro del servizio civile, che può diventare per l’Europa quello che è stato il servizio militare per la cittadinanza italiana. Un modo per costruire una cittadinanza europea fondata sui valori della pace e della responsabilità”.

Abbiamo contattato Enrico Maria Borrelli, Presidente di Amesci, per ascoltare il suo punto di vista: Nel 2011 il governo Berlusconi ha tagliato i fondi del 2012 al servizio civile, questa cosa è stata fatta dopo che l’ufficio nazionale aveva già emanato il bando per la selezione di20mila volontari, che poi sarebbero partiti nel 2012. In realtà l’ufficio nazionale aveva già impegnato o programmato di impegnare i fondi 2012 e questo, chiaramente, ha comportato un problema”.

Perché?

Intanto è stato fatto, c’erano 20mila vincitori, erano rimasti i fondi nel 2012 per farne partire solo 8mila e hanno dovuto recuperare iniziando ad attingere quello che serviva nei fondi 2013 e 2014. Sono state tolte, in prospettiva, le risorse per gli anni a venire. L’ufficio nazionale ha annunciato in consulta, la notizia non è ancora ufficiale, che per il 2013 farà un bando per 15mila volontari. Dove ha preso i soldi per gli altri volontari?

Lei che dice?

Ha succhiato la programmazione del 2014 e questo significa che in quella data non ci saranno più soldi.

I soldi tagliati al servizio civile serviranno anche per le spese militari?

E’ un parallelo che anche noi del mondo del servizio civile, in cui è molto presente anche un’area pacifista e non violenta, facciamo. Stigmatizziamo gli investimenti cospicui che si fanno sugli armamenti, come i cacciabombardieri F-35 di cui si parla in maniera costante, però non è così simmetrica.

Non sono collegate le due cose?

Non lo sono assolutamente, è ovvio che la politica sceglie come e dove spendere i soldi. Ma che senso ha finanziare 135 cacciabombardieri? Sicuramente un investimento così forte in ambito militare in questo momento non è tra le priorità per il nostro Paese.

Cosa chiede l’Amesci al governo Monti?

Di rivalutare la questione delle giovani generazioni, su cui il Presidente Monti si è molto speso tanto che era la prima volta che un Presidente del consiglio dei ministri ha voluto incontrare il Forum nazionale dei giovani. Da un lato ha teso istituzionalmente la mano al mondo dei giovani, dall’altro non sta facendo assolutamente investimenti significativi che vadano nella direzione dei giovani, a partire dal servizio civile che per tanti ragazzi è una prima esperienza con il volontariato e con il mondo del lavoro.

Dopo le dichiarazioni di Borrelli abbiamo voluto ascoltare anche il punto di vista di FedericoFauttilli, capo ufficio nazionale del servizio civile, che sull’argomento è stato molto chiaro: “il rischio di chiusura non c’è”.

Per Borrelli nel 2014 non ci saranno più fondi.

Sono stati utilizzati una parte di fondi del 2013 per far partire quest’anno circa 20milagiovani volontari. Noi, comunque, anche per l’anno prossimo se non ci saranno i fondi abbiamo già un piano per garantire la partenza. Certamente utilizzando anche una parte dei finanziamenti del 2014. E’ un po’ esagerato dire che c’è un rischio di chiusura.

Cosa sta facendo il governo Monti per i giovani?

Anche questa ultima riforma del lavoro è per i giovani, quindi non credo che non stia facendo niente. Sta aprendo prospettive per i giovani e per l’occupazione. E’ una politica che favorisce i giovani. L’attuale normativa sul lavoro va riformata.

Ritorniamo ai fondi per il servizio civile.

I fondi che oggi mancano sono relativi al dpf fatto dal governo Berlusconi dove sono stati fatti tagli. Non è stato il governo Monti che ha fatto i tagli.

Ma non è meglio investire sui giovani anzichè nel comparto militare?

Negli armamenti l’impegno finanziario è talmente notevole, rilevante… a noi mancano 50 milioni. Quanto ai finanziamenti per il settore militare, credo, si parli invece di centinaia e centinaia di milioni.

Magari si poteva evitare di comprare qualche F-35…

Questo non lo so, sono impegni del governo precedente che l’attuale non so se manterrà. E’ ancora da verificare.

L’Indro.it di martedì 3 Aprile 2012, ore 19:43

http://www.lindro.it/L-Amesci-Nessun-investimento-per-i,7734#.T6UHBug9X3Q

’DAL GOVERNO SCELTE IDEOLOGICHE’

Parla Lorenzo Zoppoli, ordinario alla Federico II di Napoli

’DAL GOVERNO SCELTE IDEOLOGICHE’

Sulla riforma del lavoro: “limitarsi a riformare l’articolo 18 rende più facile il licenziamento, ma non a ricollocare i lavoratori”.

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Mi sembra una riforma che il Governo ha messo in agenda perché doveva dare una risposta alle istituzioni finanziarie dell’Europa, quelle che fanno la politica economica dell’Europa, non perché fosse necessario dal punto di vista normativo, costituzionale, legislativo ma perché in qualche modo l’eredità, anche del precedente Governo, lo costringeva ad affrontare questa riforma del mercato del lavoro. Si è presentata con un’impostazione che poteva essere molto ambiziosa, una flexicurity italiana”. Abbiamo affrontato la riforma del mercato del lavoro, presentata dal Governo Monti, con il professore Lorenzo Zoppoli, ordinario di diritto del lavoro della Federico II di Napoli. “La mia impressione – ha tenuto a precisare il docente – è che si tratta di misure di non grande respiro per quanto riguarda gli aspetti degli ammortizzatori sociali, del sostegno al reddito e tipologie contrattuali. Quella parte non contiene grandissime novità, sono piccoli aggiustamenti anche apprezzabili. Però niente che trasformi profondamente il sistema italiano”.

Per il professore Sergio Magrini, docente di diritto del lavoro alla Luiss è una ‘riforma all’acqua di rose’. Lei condivide?

Si, condivido molto. E’ una riforma che introduce degli elementi di razionalizzazione della cassa integrazione guadagni, ma più che altro andando a tamponare delle patologie gravi che erano emerse negli ultimi anni e che si sapeva che dovevano essere bloccate. Per quanto riguarda gli strumenti in sostegno al reddito poca roba: non c’è il reddito di cittadinanza, si da il sostegno ai disoccupati espulsi per un periodo minimo. Sotto i 54 anni si parla addirittura di un anno, sopra i 54 di diciotto mesi. Insomma roba che serve a poco.

In un suo recente intervento ha scritto: “non mi sembra necessario modificare l’articolo 18 Statuto dei Lavoratori per avere un mercato più adatto alla mobilità dei lavoratori o al rapido inserimento degli inoccupati”. Come giudica l’intervento del Governo su questo articolo sempre al centro di polemiche?

Se questa è una riforma grossa è perché si son presi l’enorme responsabilità che è quella di far saltare una norma chiave del diritto del lavoro e sindacale italiano, nell’ipotesi che far saltare questa norma-chiave serva a rendere più dinamico il mercato del lavoro. Io non sono affatto d’accordo.

A cosa serve questo intervento?

Serve a rendere più facile licenziare, non c’è ombra di dubbio. Il mercato del lavoro per essere più dinamico deve essere un mercato tale per cui c’è necessità di snellire un’impresa, con dei percorsi per recuperare i lavoratori ancora in grado di dare la loro attività. Limitarsi a riformare l’articolo 18 rende più facile il licenziamento, ma non serve affatto a ricollocare i lavoratori. Anzi ci saranno più licenziamenti, quindi sarà più difficile gestire le transizioni da un posto di lavoro a un altro con salvaguardia di energie, professionalità e continuità del reddito. Non mi pare un provvedimento che rende migliore il nostro mercato del lavoro.

La riforma sembra simile a quella fatta in Spagna.

Certamente è nella stessa lunghezza d’onda, la logica ispiratrice è quella. Le Istituzioni dell’economia mondiale propinano questa ricetta, che bisogna flessibilizzare in uscita i rapporti di lavoro. La logica è uguale. In Italia siamo passati da un sistema di tutela reale,reintegratorio che non era affatto generalizzato, a un altro puramente indennitario, con un indennizzo neanche troppo alto.

Lei scrive: “la riforma degli ammortizzatori sociali è cruciale”. L’hanno ascoltata? Ci sono i soldi per questa riforma?

Il Ministro ha parlato di ’paccate’ di miliardi, in maniera un po’ rozza, ma comunque anche lei sa che ci vogliono vari miliardi. Mi pare che sul tappeto ne siano stati messi molto meno di quello che sarebbe necessario. Siccome non si possono alzare le tasse, soprattutto ungoverno liberista non può alzare le tasse, i soldi alla fine li devono cacciare le imprese, che hanno molto mugugnato. E non è facile tirar soldi da quelle parti.

Il ministro Fornero ha dato lo stop alla cattiva flessibilità. Con questa riforma si riduce davvero?

Ci saranno anche ottime intenzioni, non voglio sostenere che il Ministro non si renda conto di cosa stanno facendo. Però le modifiche che fanno ai rapporti di lavoro flessibili sono modifiche limitate. Certamente costeranno un po’ di più i contratti a termine, i lavori a progetto, esporrà di più a rischio di un’azione legale il riconoscimento di una vera e propria subordinazione, le partite iva diventano più complicate. Certamente queste cose qui le fanno, però io non credo che questo tenga lontano le imprese che hanno bisogno di rapporti flessibili. Sulle statistiche mondiali risulterà che il nostro mercato del lavoro è meno precario, perché vengono stipulati meno contratti a termine o meno co.co.pro.. Però, in realtà, i rapporti a tempo indeterminato senza tutela in uscita sono rapporti in cui il lavoratore è alla mercé dell’impresa, che se ne può liberare con estrema facilità .

Come giudica lo sciopero generale indetto dalla Cgil?

Mi pare consequenziale alla valutazione complessiva che ha fatto alla fine la Cgil. Il ‘vulnus’all’articolo 18 è molto grave nel sistema di diritto italiano sindacale e del lavoro. E’ chiaro che un sindacato farà di tutto per cercare di tornare in gioco. Lo strumento che ha in un Paese ancora democratico, libero e pluralista è lo sciopero. Capisco la decisione della Cgil, ma non credo che sia determinante. E’ importante capire questo Parlamento che tipo di rappresentanza riconoscerà al mondo del lavoro.

Per il suo collega Magrini, riferendosi al Governo dei tecnici: “l’impressione è che abbiano imparato benissimo a fare politica e quindi a fare tanto fumo”. Lei condivide?

Fino all’altro ieri, forse, potevo anche condividerla, mi pare che questo che stanno facendo con l’articolo 18 non è fumo. Un po’ di arrosto c’è.

Come giudica, nel complesso, l’operato del Governo presieduto da Monti?

Le ultime decisioni, mi pare, non siano tanto riconducibili ad un approccio tecnico. Mi pare che siano espressione della visione ideologica, politica realizzata con una determinazione che altri Governi non avrebbero adottato. Questo rimane un Governo tecnico, nel senso che si sente più svincolato da obblighi di consenso popolare, di equilibrio elettorale. In questo è tecnico, ma le scelte che sta facendo mi sembrano scelte di carattere molto politico ed ideologico.

da L’Indro.it di giovedì 22 Marzo 2012, ore 17:19

http://www.lindro.it/Dal-governo-scelte-ideologiche,7471#.T3XmO2FmLwk

NO TAV, ‘IL GOVERNO NON CONOSCE LA SITUAZIONE’

Il leader dei sindaci valligiani Sandro Plano sul documento presentato dal Governo

No Tav, ’il governo non conosce la situazione’

“Le dimostrazioni coinvolgono migliaia di persone. La classe politica attuale è la peggiore che la Repubblica italiana abbia mai espresso”

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Ci sono molti dubbi sulla strategicità dell’opera, soprattutto in un momento di crisi finanziaria e di bilancio”. Queste le parole utilizzate dal leader dei sindaci No Tav, Sandro Plano, Presidente della Comunità Montana Valle Susa e Val Sangone. Lo abbiamo contattato per commentare con lui il dossier sulla Tav preparato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Quattordici risposte per spiegare l’opera. Nel documento del Governo si affrontano varie questioni: dal costo dell’opera alle ragioni strategiche, dalla concertazione ai vantaggi sino alla sostenibilità ambientale. “Pura propaganda” per Sandro Plano. Gli abitanti di quella zona non vogliono i dossier preconfezionati dal Governo, ma cercano un serio confronto. “Il governo non ha il polso della situazione. Le dimostrazioni coinvolgono migliaia di persone”.

Una protesta che va avanti da diversi anni. Come giudicate il comportamento del Governo Monti?

Credo che debbano ancora lavorare su molti dossier, che vanno dalla questione lavoro alla Fiat. Temi importantissimi per il nostro Paese. Personalmente non sono convinto di avere la ragione dalla mia parte, ma quelle del Governo sono esagerazioni di chi vuole evidenziare gli aspetti positivi della faccenda e non vuole mettere in luce tutto il resto.

Come giudica la presa di posizione pro-Tav del Presidente della Repubblica?

Mi dispiace che abbia assunto questa posizione. Lui dice “non mi compete perché è una decisione presa dal Governo“, ma io ribatto che anche il Ponte sullo Stretto era una decisione che spettava al Governo. Anche il nucleare era una decisione presa dal Governo Berlusconi e poistoppata dal referendum. Molte volte i Governi prendono le decisioni e poi, alla luce dei fatti, denunciano la scarsità d’informazione o la poca presa sull’elettorato.

Soffermiamoci sulla concertazione. Si legge nel documento che “c’è stata attenzione alle richieste del territorio. Lo dimostra il fatto che l’opera sia stata riprogettata…”.

I tentativi di modificarla non si basano sulle istanze del territorio, perché noi non abbiamo mai chiesto quell’opera così com’è poi venuta fuori. Non è corretto dire che la linea è stata modificata sulle nostre richieste. Noi abbiamo sempre detto che questa linea presentava delle criticità strutturali, nel senso che non c’era la necessità di farla. L’Osservatorio, dopo 183 riunioni, non ha conservato un bel nulla. Non c’è una delibera di approvazione di alcunché. E’ stata una variante unilaterale del progetto e non una reale concertazione.

Per quanto riguarda l’Osservatorio, nel documento della Presidenza del Consiglio dei Ministri è scritto che “ha tenuto 183 sessioni di lavoro, 300 audizioni, 10 gruppi di lavoro per ulteriori 30 sessioni di confronto”.

Dopo le prime venti, trenta riunioni è emersa chiaramente la cifra che invalidava tutto il resto del discorso. Ci troviamo di fronte al tentativo di produrre degli elementi per convincere la Valle su un’opera che, era evidente almeno da parte nostra, non è supportata da alcuna impostazione tecnica.

Lo scrittore Mauro Corona ha definito l’opera ’uno stupro’. Lei concorda?

’Stupro’ è una parola forte e io per mia natura non uso termini forti. Diciamo che è una cicatrice.

Un progetto preliminare che rappresenta il primo esempio nella storia italiana di progettazione partecipata e discussa di una grande infrastruttura”. Condivide le parole contenute nel dossier governativo?

Sono termini che noi riteniamo propagandistici.

Il prossimo CIPE stanzierà 20milioni di euro, che rappresentano la prima tranche di 300, e ne sono previsti 135 per opere compensative per il territorio”. Il Governo parla di “attenzione nei confronti delle comunità locali coinvolte nel progetto”. Non vi accontentate?

Se noi diciamo che l’opera non serve non è una compensazione che può far cambiare idea. Si continua con l’effetto annuncio, che era prerogativa anche del Governo precedente.

Affrontiamo il discorso ambientale. Per il Governo “il progetto non genera danni ambientali diretti e indiretti e l’impatto è assolutamente sostenibile”.

Lei provi a vivere per vent’anni con i muratori in casa e poi mi dirà se è felice di questa situazione.

Vengono sconfessati anche i pericoli relativi all’uranio (“tutte le misure risultano al di sotto delle soglie di legge”) e all’amianto (“le rocce possono avere una presenza sporadica con una quantità massima stimata intorno al 15%”).

Mi sembrano delle affermazioni un po’ categoriche. Poi tutto si risolve, perché si può portare via con i vagoni di piombo oppure facendo gallerie per sotterrare l’amianto, però siamo sempre lì. Questi processi sono costosissimi, abbiamo già altre esperienze sempre in Val di Susa.

Sull’utilità dell’opera sono state usate queste espressioni: “investimento strategico per il futuro del Paese”, “maggiore competitività”, “abbattimento delle distanze”, “prospettive di sviluppo”. Lei cosa risponde?

Rispondo con la definizione di Marchionne: “il mercato europeo dell’auto è saturo, cerchiamo nuovi mercati in America” Se Marchionne, che è il ’dominus’ dell’economia automobilistica italiana, dà delle linee di indirizzo che sono così diverse da quelle del mercato europeo credo che in qualche modo dovremo pensare ai porti e non ai valichi alpini.

E la politica italiana come sta affrontando il tema della Tav?

Ho visto una trasmissione televisiva dove intervistavano i nostri parlamentari e il risultato è stato desolante. La maggior parte di questi non sapeva nulla, per carità. Il documento del Governo non mi sembra un’analisi tecnica, ma un enunciato propagandistico dove non si evidenzia nessun elemento di criticità.

Dietro gli interessi forti ci sono anche gli interessi della criminalità organizzata?

Nutro sempre speranza nei confronti della politica, per poi magari ricevere duri colpi dopo vicende come quelle recenti. Qui c’è una contrapposizione di interessi forti tra chi deve fare l’opera e chi la deve subire. E’ ovvio che ci sono persone che hanno tutto da guadagnare e noi siamo quelli che hanno tutto da perdere.

Tra gli interessi forti ci sono interessi direttamente collegati alla politica, come le Cooperative che stanno effettuando dei lavori nella zona.

Gli interessi forti possono anche essere legittimi. Non stiamo criminalizzando… Io non parlo se non ho la ragionevole certezza di quello che dico. A me risulta che siano state fatte delle gare, che sia stata data un’interpretazione molto liberale di queste gare. Ogni volta che si parla di grandi cifre si scatenano interessi legittimi, altri meno legittimi. La preoccupazione c’è, ma ci sono gli strumenti per controllare.

Come continuerete questa battaglia?

Siamo convinti di quello che diciamo e rispettiamo il ruolo della democrazia. Riteniamo che certe volte la democrazia possa fare degli errori, ma li accettiamo. Per quanto riguarda noi amministratori ci opporremo come ci permette la legge. Però non possiamo dimenticare che la classe politica attuale è la peggiore che abbia mai espresso la Repubblica italiana. Noi siamo preoccupati perché le tensioni sono molto forti e se non viene gestita con intelligenza dalla politica ci possono essere delle ripercussioni serie.

Che intende?

Mi riferisco ai disordini, ai blocchi, ai ferimenti. Per poco non c’è scappato il morto e visto che siamo persone responsabili cerchiamo di incanalare questa protesta in modalità accettabili.

da L’Indro.it di venerdì 9 Marzo 2012, ore 19:42

http://lindro.it/No-Tav-il-governo-non-ha-il-polso,7162#.T1zd5nnwlB0

Patti Chiari con la Chiesa?

Nell’anniversario dai concordati lateranensi

Patti Chiari con la Chiesa?

Tornano la questione dell’ICI sulle attività Commerciali e della laicità dello stato

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Libera Chiesa in libero Stato” affermava Camillo Benso Conte di Cavour. La laicità dello Stato è fondamentale per il futuro di un Paese. Per il suo progresso e per i diritti dei suoi cittadini (come non pensare, ad esempio, alla questione delle ’coppie di fatto’). Ma in Italia la profezia di Cavour non si è mai avverata del tutto. Si è sempre registrata una certa ingerenza della Chiesa nelle questioni interne, nelle scelte politiche. Il consenso cattolico è importante per i partiti, che per molti anni si sono allineati alle decisioni delle gerarchie ecclesiastiche.

Per il segretario nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, Filomena Gallo: “siamo costretti a trasformare il motto di cui si appropriò Cavour ‘libera Chiesa in libero Stato’ in ‘libero Stato da libera Chiesa’: la velleità del conte piemontese di privare la Chiesa del suo potere temporale è fallita in questi anni di subordinazione della debole politica italiana ai diktat clericali. Il progresso scientifico, la garanzia del rispetto dei diritti civili, l’affermazione dell’autodeterminazione sono imprigionati dalla trama che il Vaticano ha tessuto intorno a quello che dovrebbe essere uno Stato laico. La Chiesa fa politica e la fa meglio dei nostri politici, inermi e silenti dinanzi al deficit di libertà dei cittadini che si sta consumando in questi anni. Dinanzi alle sfide della modernità, quali la rivoluzione bioetica che ha riscritto il significato della biologia e del concetto di famiglia, la Chiesa fa un’opposizione rigida, nella paura di perdere autorità. Lo fa con una ingerenza pericolosa negli affari di Stato e disattendendo il suo mandato, o meglio la sua missione: ovvero curare le anime”.

Si è lasciato talmente spazio alla struttura cattolica che oggi, il Paese, si ritrova a fronteggiare l’ennesima questione. Perché le attività commerciali di Santa Romana Chiesa non pagano l’Ici? Oggi la crisi che ha investito, soprattutto, le classi meno agiate sta portando nuovamente alla luce questo tema. Nell’anniversario dei Patti Lateranensi (tra Stato e Chiesa) si comincia a parlare insistentemente dell’Ici (oggi Imu) per la Chiesa. E lo ha fatto il Presidente del consiglio Mario Monti, comunicando ufficialmente al vicepresidente della Commissione europea Almunia (“Esenzioni solo per attività non commerciali“) l’intenzione è quella di presentare in Parlamento “un emendamento che chiarisca ulteriormente e in modo definitivo la questione”.

Nel 2010 la Commissione si era cominciata ad occupare della ’questione’, sollevata con un esposto dal Partito Radicale, aprendo una procedura di infrazione per violazione della concorrenza ed illegittimo aiuto di Stato. Sulla scelta del Governo tecnico ecco come ha risposto la Cei: “Attendiamo di conoscere l’esatta formulazione del testo così da poter esprimere un giudizio circostanziato”. Anche i cittadini italiani, almeno quelli che pagano le tasse, attendono di conoscere il testo.

Nel dicembre 2011 anche un appello a Monti da parte della rivista MicroMega. “Presidente Monti – si legge nell’appello per la raccolta firme – Lei ha appena presentato una manovra ’lacrime e sangue’ in cui si chiedono pesanti sacrifici ai cittadini, tra le misure previste anche la reintroduzione dell’Ici (in futuro Imu). Eppure i privilegi della Casta e della Chiesa non vengono intaccati: rimane in vigore quella legge simoniaca approvata dal governo Berlusconi per cui il Vaticano è esente dal pagamento dell’Ici. Per questo chiediamo al suo governo – affinché vengano mantenute quelle promesse di equità nella manovra – di abolire questo ignobile privilegio”.

Sono passati 83 anni (11 febbraio 1929) dai Patti Lateranensi, che sancirono la nascita dello Stato della Città del Vaticano, riconoscendo alla Chiesa Cattolica lo status di ’religione di Stato’. Il nuovo Stato Vaticano veniva totalmente esentato da tasse e dazi sulle proprie merci, ottenendo anche un risarcimento di quasi 3 miliardi delle vecchie lire (1 miliardo e 750milioni di lire in contanti ed un ulteriore miliardo di lire in titoli di stato consolidati al 5% annuo, al portatore) per i presunti ’danni’ finanziari subiti dallo Stato Pontificio.

Ma come si definisce la laicità? E’ interessante leggere il libro (’Laicità – Un percorso di riflessione’, ed. Giappichelli) del professore dell’Università di Napoli, Salvatore Prisco per farsi un’idea. “Indica – secondo il docente – un’attitudine critica del pensiero, deliberatamente “irrispettoso” del principio di autorità, in quanto tale”. E continua: “affermare che la laicità è un percorso significa sottolineare che essa non è una certezza, un ambito tematico che possa cioè mettere capo ad un punto di arrivo, ma un cammino lungo il quale si incontrano persone, problemi, scelte tecniche e prima ancora ideali e morali, da vagliare attentamente nelle loro implicazioni, ma infine da compiere”.

Mentre il docente di diritto Costituzionale Alfonso Di Giovine sul Concordato e sull’art. 7 della Costituzione Italiana si esprime con queste parole: “ancora di recente si è sottolineato quanto forti siano state le pressioni vaticane per la sua approvazione, fino a far balenare la possibilità di un referendum successivo all’approvazione della Costituzione in Assemblea costituente e che è risultato alla fine una vera mostruosità costituzionale”. E cosa ne pensa il costituzionalista del Concordato? “Esprime una logica di privilegio nei confronti di una tra le varie confessioni religiose operanti nella società. Lo Stato non deve fare nulla che favorisca o promuova qualche particolare dottrina comprensiva anziché un’altra. Anche dopo la revisione del 1984 non si saprebbe dar torto agli studiosi di area cattolica che vedono nell’ossessivo interventismo ecclesiastico negli affari pubblici italiani (quasi si volesse imporre una sorta di vincolo di mandato ecclesiale sulla politica italiana), non una violazione del Concordato, ma nient’altro che l’esercizio di un diritto contemplato nell’ordinamento italiano: effettivamente fanno parte dell’ordinamento italiano norme, che legittimano le interferenze prelatizie, quali l’art. 1, l’art. 2 e l’art. 9 del nuovo Concordato, a commento dei quali non si saprebbe trovare di meglio dell’osservazione di Dworkin secondo la quale ’poiché i cittadini di una società differiscono nelle loro concezioni, il governo non li tratta come eguali se preferisce una concezione a un’altra, o perché i funzionari la credono intrinsecamente superiore o perché sostenuta dal gruppo più numeroso e più potente”.

Per il professor Romeo Astorri dell’Università Sacro Cuore invece “la laicità non dipende da un accordo con la Santa Sede. La maggior parte degli Stati europei ha firmato dei concordati”. E cosa ne pensa dell’Ici per la Chiesa? “Non è materia pattizia. E’ una legge che non riguarda solo la Chiesa, ma tutte le Onlus (organizzazioni non lucrative di utilità sociale, ndr)”. 

da L’Indro.it di giovedì 16 Febbraio 2012, ore 16:46

http://lindro.it/Patti-Chiari-con-la-Chiesa,6527#.T0I1VIHwlB0