L’Italia che crolla. Il testimone di giustizia lancia l’allarme

Parla il testimone: «Le opere sono pericolose, ci saranno altri disastri»

“Sull’A1 è sparita la cartellonistica. Una cosa gravissima”

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di Paolo De Chiara

Non è stata colpa del forte vento. Ne è convinto il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto. Il portale è crollato, il caso non è isolato. È già successo in passato, nonostante le denunce e i vari esposti fatti presso le DDA, gli organi preposti e il Ministero delle Infrastrutture. Nulla è cambiato, nulla è successo. “Ho denunciato la criminalità, la corruzione e le infiltrazioni in appalti pubblici. La criminalità che si mescola con i colletti bianchi, che viaggia sulla linea occulta delle coperture e delle tante convivenze che la rendono sempre più invisibile. Oggi il risultato è stato quello di perdere tutto”. Ciliberto, testimone attendibile secondo le Procure, da anni denuncia i lavori e gli appalti gestiti dalle mafie. Ma non solo: nelle sue denunce indica i lavori pericolosi: “Tutti i cavalcavia fatti dai Vuolo, nel tratto che va da Barra a Nocera Inferiore, sono a rischio crollo”; “L’appalto di Cinisello Balsamo è l’espressione della corruzione”, nella perizia del settembre 2011 gli esperti scrivono di “saldature mal eseguite”; “intervento criminale”; “certificati falsi”; “porcherie che si celavano all’interno della struttura”. E ancora: “Sto gridando da anni che il ponte di Tufino sulla A16, gemello di quello di Ferentino sull’A1, è un ponte molto pericoloso con diverse anomalie”. Nel 2008 crolla il casello di Cherasco (Cuneo), nel 2013 viene posto sotto sequestro il ponte di Ferentino, due anni prima, il 25 dicembre del 2011, sull’autostrada Napoli-Roma, collassa la segnaletica sulla carreggiata. Ed è successo di nuovo qualche giorno fa. Il pesante portale con le indicazioni stradali è crollato sulla Nola-Villa Literno. “E non è stato il forte vento”. La tragedia del ponte Morandi non ha insegnato nulla, i controlli sono un optional in questo Paese orribilmente sporco. E proprio sul nuovo crollo abbiamo intervistato il testimone Ciliberto per raccogliere il suo punto di vista. Siamo partiti dalle sue osservazioni.

“La prima cosa che ho fatto, appena mi hanno girato le fotografie, è stato ingrandire l’angolo retto e ho avuto di nuovo la conferma che la saldatura, oggetto dei tanti crolli, era collassata. Inoltre mi sono opposto al fatto, tesi sostenuta da alcuni organi di informazione, che fosse stato il vento. Io ribadisco con forza che se anche ci fosse stato il vento quel portale a bandiera non sarebbe dovuto crollare in maniera verticale, ma si sarebbe dovuto piegare verso l’alto”.

Ecco, soffermiamoci sull’oggetto dei tanti crolli: le saldature.

Da molti anni denuncio non solo un modus operandi delle saldature ma la mancanza di certificazioni e di verifiche. Bisogna stabilire con forza e con serietà che anche una saldatura fatta male, e l’ho sempre detto in questi anni, se accertata non idonea può essere recuperata prima che il portale o qualche altro elemento venga montato. Il vero problema è che i controlli non ci sono e chi esegue queste opere spesso ha delle certificazioni fasulle e della manodopera non idonea.

Ritorniamo al 25 dicembre del 2011: sull’autostrada Napoli-Roma collassa, sulla carreggiata, la segnaletica. Lei ci vede delle analogie con l’ultimo crollo?

È proprio un doppione, anche se le dimensioni dei portali sono differenti perché quello autostradale era più grande, ma si può dire che l’episodio è simile, perché dopo le mie denunce in molti portali è stato aggiunto un angolo di acciaio che va a sostegno di questi elementi. In molte vicende che si sono registrate, spesso, sia Anas che Autostrade quasi hanno vergogna ad ammettere che ci sono delle anomalie. Anche sul ponte Morandi di Genova stanno uscendo documentazioni in cui si evidenzia che Autostrade era a conoscenza di anomalie critiche della struttura.

Lei ha sempre dichiarato che «i lavori, in regime di monopolio per tutte le strutture metalliche delle autostrade, sono stati fatti in fretta e male». Cosa è successo dopo le sue innumerevoli denunce?

Abbiamo una rete autostradale che può sembrare nuova, ma è datata. La mia rabbia è che tuttora, nonostante i solleciti, le verifiche non sono state fatte. Sto gridando da anni che il ponte di Tufino sulla A16, fatto dai Vuolo, gemello di quello di Ferentino sull’A1, già sequestrato da Pignatone e riscontrato con anomalie, è molto pericoloso. Perché questo ponte non viene verificato? Perché i pannelli fonoassorbenti sulla tangenziale di Napoli non vengono verificati? Perché i cavalcavia dal tratto di San Giorgio a Cremano fino a Castellammare non vengono verificati? Ci sta un doppio problema: non solo il lucro e il modo criminale di chi ha seguito queste opere, ma anche la mancanza di volere intervenire. Il portale che è caduto è l’ennesimo miracolo.

Perchè?

Perché non ci sono state vittime. Guardando le foto non si ha la percezione di quanto può essere pesante tutto l’assemblaggio del cartello e del portale. In questo Paese industrializzato possiamo sempre sperare nei miracoli? Il portale si è spezzato nell’angolo dove la saldatura deve essere fatta a regola d’arte e, anche in questo caso, la saldatura non è stata eseguita a regola d’arte.

Adesso cosa succederà?

La ditta che ha eseguito questo benedetto portale dichiarerà che lo ha dato in subappalto e, sicuramente, la ditta in subappalto risulterà chiusa e tutto finirà nell’ennesima bolla di sapone. E dopo qualche giorno la vicenda sarà dimenticata. Ma quanti portali ci sono in queste condizioni, quante pensiline, quanti cavalcavia? Il sottoscritto, ritenuto attendibile perché tutto ciò che ha denunciato è stato riscontrato, perché deve ancora sgolarsi con l’Anac, con il Ministero, con le Procure? Perché deve passare per un ossessionato giustizialista? Assumendomi la piena responsabilità, posso aggiungere che non sarà l’ultimo a cadere. Ed è successa una cosa gravissima nelle ultime ore.

A cosa si riferisce?

I cartelloni sull’A1, con l’indicazione uscita Santa Maria Capua Vetere-Roma, lato Nord e uscita Santa Maria Capua Vetere-Napoli, lato Sud, prodotti dalla Carpenfer Roma (ditta legata ai Vuolo, nda), in subappalto Piccolo Costruzioni Srl, già oggetto di crollo, sono spariti. La cartellonistica è sparita, una cosa gravissima.

Lei ha denunciato la famiglia Vuolo, legata ad un clan di camorra, dirigenti Anas, Impregilo, Autostrade per l’Italia. A cosa hanno portato le sue denunce?

Ci sono due processi molto importanti, dove sono state riscontrate le anomalie. Ma tutta questa situazione ha portato alla distruzione e all’esclusione di Ciliberto Gennaro. Io vengo visto, nell’ambito dei lavori e appalti pubblici, come un nemico. Sono necessarie delle persone incorruttibili all’interno delle strutture. La camorra e la corruzione sono il collante, se non vi fosse stata la partecipazione e la benevolenza di funzionari, i camorristi non avrebbero mai avuto i lavori. Questo è il vero problema, la predisposizione di certi esseri umani che permettono che tutto questo avvenga.

Vogliamo spendere qualche parola sui processi..

Purtroppo non posso approfondire, posso però dire che tra gli imputati, oltre ad elementi della criminalità organizzata, ci sono alti funzionari che tuttora ricoprono ruoli importanti. La mia preoccupazione è che questi processi che tardano a partire, e non capisco il motivo, possano finire in una bolla di sapone, come spesso succede. Un uomo solo ha sfidato l’impero Autostrade, non dimentichiamo che in un’intercettazione del processo di Monza viene detto “dobbiamo farlo passare per pazzo, nessuno lo crederà” e quella frase grave di quel dirigente di Autostrade che dice: “anche se cade un ponte, quanti morti può fare?”. Il ponte è caduto e ha fatto 45 vittime. Ci saranno altri crolli, perché le opere sono pericolose. Spero tanto che il ministro Toninelli mantenga le promesse: gli esperti devono intervenire subito sulle opere, ma il problema è a monte, molte opere che vengono consegnate non sono collaudate e, troppo spesso, le carte sono fasulle. I Governi cambiano, ma i funzionari e i dirigenti restano. Serve una vera e propria rigenerazione della classe dirigenziale o dei manager all’interno di queste società partecipate o che hanno la gestione pubblica. Stiamo parlando di persone che hanno fatto la loro carriera su una spinta politica.

Perché le opere non vengono verificate?

Oggi le persone imputate nei miei processi ricoprono ancora ruoli di vertice, qualcuno è imputato nel crollo del ponte Morandi. Questi sono i personaggi di cui parliamo. Con le verifiche uscirebbero molte anomalie e le posizioni di queste persone, che occupano ruoli di comando, andrebbero a peggiorarsi. Autostrade, Arpi e Anas vogliono quotidianamente tranquillizzare l’utenza che è tutto a posto, ma non è vero. I controlli innesterebbero nell’opinione pubblica quel dubbio, perché i controlli delle opere che ho denunciato non si possono fare di nascosto, bisogna interrompere i tratti autostradali, vanno fatte le prove invasive. Non si fanno i controlli perché loro sanno che c’è stato il dolo, perché affidare in monopolio i lavori ai Vuolo o ad altre persone, significava dare del lavoro, con manodopera non specializzata, a delle ditte in odore di camorra, già interdette per camorra, ditte con certificazioni fasulle. Come può nascere un qualcosa di buono se a priori le SOA erano taroccate, se il ferro non era di prima qualità. I funzionari sanno, Autostrade sa, Anas sa, tutti sanno, ma tutti mentono.       

Secondo lei cosa bisognerebbe fare?

Bisogna iniziare dal basso, cambiare tutte le procedure di accertamento. Iniziare dalle SOA, una certificazione importante che permette alla ditta di poter partecipare agli appalti pubblici. Se le SOA sono false, come dichiarato e accertato nel mio processo di Monza, dove è stato anche condannato uno della ItalSoa, quante SOA false ci sono ancora in giro? Queste ditte, che non potrebbero lavorare perché non hanno i requisiti, come fanno a lavorare?

Oggi come vive il testimone di giustizia Ciliberto?

Mi sono dovuto rivalutare lavorativamente, ma vivo con un dolore interno. Questo dolore mi rende quasi inutile. Oggi vivo con una scorta in località protetta, però mi sento impotente. Le mie denunce, fatte di spontanea volontà all’apice della mia carriera, sono state inutili. Perché ho dovuto sacrificare la mia vita, quella della mia famiglia, il mio lavoro, la mia carriera? Per quale motivo? Per ricevere continue minacce, come i sette proiettili che mi hanno fatto ritrovare sulla macchina? Per vedere ancora crollare delle opere e vedere gli imputati o i condannati fare carriera? Io a questo non ci sto e lo griderò sino alla fine. Il testimone di giustizia deve essere tutelato, deve essere protetto. Invece ancora stiamo a lesinare sulla protezione. Il sottoscritto ha denunciato la camorra, ha bloccato appalti per milioni di euro. Ma uno che rompe le uova nel paniere alla camorra e ai colletti bianchi è un uomo che può vivere senza protezione? Può vivere una vita tranquilla? Se allora è così me lo scrivessero su un pezzo di carta, così me ne farò una ragione.    

 

Stragi ed omicidi, 18 settembre 2018

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“Stragi ed omicidi. Nel ricordo di tutte le Vittime innocenti di mafie e terrorismo”.

Avezzano (AQ), 18 settembre 2018

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da IL FATTO

DONNE DI CAMORRA: PARLA LA COGNATA DEL BOSS ANTONIO IOVINE

Intervista a Rosanna De Novellis la vedova di Carmine, ucciso nel 1993

CAMORRA: PARLA LA COGNATA DEL BOSS ANTONIO IOVINE

Dal soggiorno obbligato: “Chi fa parte della camorra si dovrebbe impiccare”
FACCIA DA C...O!
FACCIA DA C…O!

di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

Due donne di camorra: Enrichetta Avallone e Rosanna De Novellis. La prima è la moglie di Antonio Iovine, detto ‘O Ninno; la seconda è la vedova di Carmine Iovine, fratello del boss, ucciso in un agguato di camorra nel 1993. Nel 2008 un’inchiesta ha portato in carcere le due donne. Entrambe hanno conosciuto il soggiorno obbligato in Molise, precisamente a Venafro. L’anno scorso era toccato a Enrichetta, la consorte del boss dei casalesi (arrestato il 17 novembre 2011, dopo quindici anni di latitanza). Il giornalista Lirio Abbate su ’L’Espresso’ ha scritto: “La moglie, Enrichetta Avallone, anche lei coinvolta in fatti di camorra e per questo a lungo detenuta, da pochi mesi è tornata in libertà ma i magistrati l’hanno obbligata a risiedere a Venafro, in provincia di Isernia”. Oggi, a Venafro, oltre a Rosanna De Novellis,risiedono in soggiorno obbligato altri tre soggetti legati al clan dei casalesi: Mario Di Bello, Paolo Bianco e Vincenzo Della Volpe. Tutti arrestati nel 2008 dai carabinieri del comando provinciale di Caserta. Nel libro ‘L’Oro della Camorra’ della giornalista de ’Il Mattino’, Rosaria Capacchione, oggi sotto scorta perché minacciata di morte dalla camorra, è possibile leggere dei rapporti turbolenti tra Enrichetta Avallone e Rosanna De Novellis. “I rapporti tra Enrichetta e Rosanna si sono definitivamente deteriorati quando, nell’autunno del 2006, deve essere definita la proprietà di un immobile ad Aversa, in via della Libertà”. Le due donne puntano “alla gestione della cassaforte: soldi, case, terreni, società, il cui possesso determina la scala gerarchica all’interno del clan”. Sono due donne di camorra.Rosanna, dopo la morte del marito Carmine, il fratello di Antonio Iovine, “non ci sta a fare la comparsa e chiede denaro per sé e per i figli, rivendica il possesso di case e terreni, cerca alleanze al di fuori della famiglia per accaparrarsi una fetta di ricchezza”. Ma vuole ancora di più. “Il negozio di biancheria per signora che le è stato affidato, all’interno del centro commerciale Borgo antico, a San Cipriano d’Aversa – una ventina di negozi inaugurati con una festa e la presenza di Nathalie Caldonazzo – non le basta più”.

A distanza di un anno hanno frequentato gli stessi luoghi, per il soggiorno obbligato. La misura di prevenzione utilizzata nei confronti delle persone pericolose per la sicurezza e per la pubblica moralità. A Venafro, in provincia di Isernia, le due donne hanno respirato la stessa aria, hanno conosciuto gli stessi luoghi di ritrovo (come la caserma per l’obbligo della firma). Abbiamo avvicinato la cognata del boss del clan dei casalesi, Rosa De Novellis (già ha scontato tre anni di carcere), che risiede in un albergo: “cerco un giornalista per la verità”.

La sua verità.

Sono stata massacrata dai suoi colleghi, si sono dette tante cose false sul mio conto.

Da quanto tempo risiede a Venafro?

Da quando sono uscita dal carcere.

Per la vicenda del 2008, quando fu arrestata dai carabinieri insieme alla moglie di Iovine,Enrichetta Avallone?

Quando ci sono stati tutti quegli arresti ingiustamente, perché le cose bisognerebbe farle come si deve.

Cosa fa a Venafro?

Sto praticamente impazzendo. Prima di Venafro stavo a Isernia. Sono stata sei mesi a Isernia.

Lei è la cognata di Antonio Iovine, il fratello di suo marito Carmine, morto ammazzato in un agguato di camorra nel 1993.

Si, mio marito era una persona onestissima. Ancora oggi è rimpianto da tutti.

Rimpianto anche dal fratello Antonio, detto ‘O Ninno?

Me lo auguro, ma comunque io le parlo di mio marito. Era un imprenditore che operava nel settore dell’edilizia. Gli hanno sparato.

Di Antonio Iovine, il boss della camorra casalese cosa possiamo dire?

Non lo definisco e non voglio definirlo.

Aveva rapporti con Antonio Iovine?

No, è il fratello di mio marito. Io lo vedo come fratello di mio marito. Non lo conosco come boss.

A Venafro l’anno scorso si è registrata la presenza di Enrichetta Avallone, la moglie di Antonio Iovine. Non corre buon sangue tra di voi?

Non lo voglio dire assolutamente. Io parlo di me personalmente.

Parliamo di lei. In un’ordinanza di custodia cautelare si legge, è lei che parla: “Antonio (Iovine, ndr) mi ha lasciato con la mobilia del magazzino da pagare, poi viene la moglie (Enrichetta Avallone, ndr) e vorrebbe prendersi la merce ed io non dovrei fargliela pagare: ma tu sei caduto con la testa a terra?”.

Non mi ricordo, sono passati tanti anni.

Lei si sente una donna di camorra?

Assolutamente no.

Nel libro ’L’Oro della Camorra’ di Rosaria Capacchione si legge: “il filo conduttore che nella primavera del 2008 ha portato in carcere le due donne è la gestione della cassaforte: soldi, case, terreni, società, il cui possesso determina la scala gerarchica all’interno del clan”.

Non sono mai stata avida, non mi sono mai interessata di malavita, sono contro la violenza.

Lei non è interessata alla malavita, però aveva un negozio di biancheria che le è stato affidato all’interno di un centro commerciale a San Cipriano d’Aversa.

Chi mi conosce bene sa bene chi sono, come sono fatta. Per riuscire a prendere Antonio Iovine gli interlocutori non hanno fatto altro che rendere ancora una volta vittima un’altra persona, una povera vedova. In vita mia ho fatto solo la mamma. Hanno preso me per vendere più giornali.

Cos’è per lei la camorra?

Se io rappresento la camorra, le posso dire, che la camorra non esiste. Se mi mette davanti la camorra come violenza, per me, chiuderli dentro e buttare le chiavi è poco.

La stessa cosa vale per suo cognato Antonio Iovine?

Per tutti. Chi sbaglia deve pagare. Chiunque esso sia.

Conferma che insieme a lei, a Venafro, ci sono in soggiorno obbligato Mario Di Bello, Vincenzo Della Volpe e Paolo Bianco?

Si.

Tutti implicati nell’operazione della Procura di Napoli del 2008?

Si.

Lei è la cognata di un boss, Antonio Iovine. Cosa pensa del clan dei casalesi?

Conosco Antonio Iovine, ma nessun appartenente del clan. Addirittura mi accusano di aver conosciuto Michele Zagaria.

Forse perché viveva sotto terra.

Non ho mai conosciuto camorristi. Mi sono trovata mio marito ammazzato, so benissimo che mio cognato era latitante. Ma se dovessi dire i motivi non li conosco. Chi fa parte della camorra si dovrebbe impiccare, lo penso proprio.

Lei è accusata di aver favorito la latitanza di Antonio Iovine e di aver riciclato proventi illeciti, anche con fittizie intestazioni di beni.

Questa è una cosa gravissima. Non è stato riciclato nulla. Avevo dei terreni ad Aversa di mio marito, un ottimo imprenditore.

Di cosa si occupava suo marito?

Imprenditore edile con lavori pubblici.

E’ un settore strategico del clan dei casalesi.

Mio marito è morto venti anni fa. Per me è offensivo…

Il clan dei casalesi è specializzato in questo settore. E’ una delle loro attività principali.

Mi sono fidanzata con mio marito nel 1977, mio suocero già era radicato da anni come imprenditore…

Ha letto il libro di Roberto Saviano, ’Gomorra’?

Si, ho visto anche il film. La televisione non deve dare cattivi esempi.

I cattivi esempi sono i camorristi, i mafiosi, gli appartenenti alle associazioni criminali e chi agisce con quella mentalità.

Questo si…

L’Indro.it di venerdì 4 Maggio 2012, ore 20:13

http://www.lindro.it/Camorra-parla-la-cognata-del-boss,8283

MOBY PRINCE, LA STRAGE NELLA NEBBIA

Era il 10 aprile del 1991 quando la nave si scontrò contro la petroliera

MOBY PRINCE, LA STRAGE NELLA NEBBIA

140 vittime senza colpevoli. Sara Baffa, figlia del caporale macchinista: “hanno fatto poco mentre potevano fare molto”

 di Paolo De Chiara (dechiarapaolo@gmail.com)

“Le menzogne o le mezze verità non possono farla franca di fronte alla morte di 140 persone: le menzogne si, come quelle della nebbia che la notte della tragedia come un fantasma aleggiava guarda caso solo intorno alla Moby Prince, è vero la nebbia c’era ma non una nebbia climatica ma una nube di malaffare, di navi militarizzate, una nebbia di bugie che continua ancora oggi ad infiltrarsi subdolamente nel nostro cammino, dato che la giustizia a cui ci siamo rivolti nel nostro vano iter giudiziario ma soprattutto gli uomini a cui ci siamo rivolti hanno la nebbia negli occhi nel cuore e sulla coscienza e quindi non possono vedere limpidamente le colpevolezze di chi ancora oggi tace la verità. E’ incredibile sapere che ci sono ancora tanti, troppi, lati oscuri in questo drammatico incidente e che le sporche politiche d’interesse riescano ad occultare la realtà dei fatti”. 

Queste le parole di Sara Baffa, la figlia orfana di Nicodemo, il caporale di macchina della nave traghetto Moby Prince che, il 10 aprile del 1991, entrò in collisione con la nave petroliera Agip Abruzzo nella rada di Livorno. 

Morirono 140 persone, un solo superstite“tanti si potevano salvare dall’inferno della MobyPrince. Ho visto morire tanta gente e poteva essere salvata. L’orrore di quella sera miaccompagnerà per tutta la vita”. Scrive ’Il Fatto Quotidiano“il processo di primo grado – presidente del collegio il giudice Germano Lamberti, che anni dopo finirà agli arresti per corruzione in atti giudiziari (nella stessa vicenda entrò con l’accusa di favoreggiamento l’ex ministro Altero Matteoli), successivamente condannato e congedato dalla magistratura – si concluse senza risposta alcuna. O, meglio, una risposta ci fu: il fatto non sussiste.

Abbiamo contattato Sara Baffa per ricordare insieme a lei quel momento e per ricominciare a parlare di una tragedia dimenticata da tutti. Facevo la 4° ginnasio – racconta Sara – quella mattina ci svegliammo e presto chiamò mio cognato dicendo che aveva sentito in televisione questa notizia. Inizialmente era tutto un po’ sfocato, perché il nome di mio padre non risultava nell’elenco delle persone trovate o meglio risultava nell’elenco delle persone scomparse ma con un cognome diverso. Per tanti giorni si è pensato che non fosse lui, ma dato che mio padre aveva un nome particolare era difficile che ce ne fossero due con lo stesso nome. Dopo quel ricordo, il buio”.

Oggi, dopo tanti anni, che effetto fa ricordare il 10 aprile?

Terribile, la mancanza di mio padre, è ovvio c’è e ci sarà sempre. La vicinanza del 10 aprile mi porta ad andare fuori di testa, nel senso che non so cosa vorrei fare prima, chi contattare prima. Quest’anno ho avuto l’idea di una commissione parlamentare. Quando si torna a Livorno si è un po’ inermi di fronte a tutto: l’unico punto di forza è che si rincontrano gli altri parenti, si trova il loro conforto e si tenta di parlare per vedere quali possono essere le evoluzioni.

Lei parla di una questione “troppo scomoda” e chiede “come mai su questa vicenda sia calato il buio mediatico ed anche quello dell’ingiustizia”. Perché usa questi termini?

Penso che si sia voluto insabbiare una vicenda scomoda per tanti fronti, sia a livello politico che della Procura, della magistratura. La maggior parte dei giornali che ricevono queste informazioni o le passano a trafiletto oppure rispondono ‘picche’. Ho contattato anche politici e altre persone che si sono dimostrate molto restie nei confronti di questa vicenda.

Come spiega questo comportamento?

Secondo me non c’è la volontà di arrivare fino in fondo.

Anche di fronte alla morte di 140 persone?

Purtroppo soprattutto di fronte a questo. E’ vero che non ci sono grosse novità processuali, però si è chiusa l’inchiesta bis qualche anno fa con quattro parole. La Procura di Livorno si è mostrata sempre molto poco propensa ad andare fino in fondo: sono cambiati i giudici, sono stati inquisiti per altre cose e poi tutto è calato nel buio. Secondo me non c’è una volontà seria di scoprire la verità. Non penso ci sia una sola causa dell’incidente, ci sono diverse concause: il rallentamento dei soccorsi, la nave in alcuni punti non era ’impeccabile’. Ma anche la stessa città di Livorno non parla volentieri di questi fatti. Quanta gente sa che quella notte dalla Capitaneria di Porto i soccorsi non sono partiti?

Nube di malaffare”, “navi militarizzate”, “menzogne”, “nebbia di bugie”: questi sono i termini che lei ha utilizzato. Ma che idea si è fatta, di preciso?

Alcune volte quando si parla di questa vicenda si dice: ‘non creiamo fantasmi, non creiamo scenari di guerra’. Invece io penso che sia proprio quello. Bisogna calarsi, innanzitutto, nella dimensione che siamo in piena guerra del Golfo. La base di Camp Darby di Pisa è una delle basi americane più grandi, che fino a 10anni fa funzionava attivamente. Ci sono navi in radar che non vengono riconosciute quella notte. Ci sono navi in radar che dichiarano di avere un nome, ma questo nome poi non esiste. Non penso che sia molto sbagliato incanalarsi verso una storia tipo Ilaria Alpi. Ovviamente c’era qualcosa quella notte.

Cosa?

Dirti del traffico d’armi, chi lo faceva, quando lo faceva o a che ora non lo so.

Lei cosa pensa di quella notte?

Che li abbiano lasciati morire volontariamente, perché avevano visto qualcosa che probabilmente non avrebbero dovuto riferire.

L’unico superstite ha affermato: “ho visto morire tanta gente e poteva essere salvata”.

E’ così, ha ragione. La vita a bordo è continuata, c’erano degli orologi che non si sono fermati subito, sono stati trovati dei corpi non carbonizzati. Credo che non abbiano atto niente mentre avrebbero potuto fare tanto. Non dico salvarli tutti…

Il possibile per salvare più vite umane…

La prima persona che è salita sulla nave lo ha fatto senza una tuta ignifuga. Questo significa che la temperatura non era così alta, che si poteva intervenire. Sulla Moby Prince hanno iniziato a gettare acqua il 15 aprile.

E cinque giorni dopo…

Sono state fatte delle manomissioni a bordo: che interesse c’era di spostare il timone? Se era stato semplicemente un incidente perché occuparsi di insabbiare tutto già dall’inizio? Perché la nave è stata affondata in Turchia e non hanno pensato di rifare una perizia? Non c’è stata la volontà contraria da parte di nessuno. La Moby Prince è una strage a tutti gli effetti, 140 morti e nessun colpevole.

Esiste l’Associazione ‘10Aprile’, composta dai familiari delle vittime del Moby Prince. Per continuare a cercare la verità?

Si, assolutamente si.

Siete stanchi di questa situazione?

Molto stanchi. Ogni anno a Livorno siamo sempre di meno. Ma non è così facile arrendersi, non è facile. Uno si arrende di fronte a una verità evidente, così sono nel limbo: non so perché mio padre è morto. Non ho visto il corpo di mio padre, non ho visto la bara di mio padre. Non so come è morto mio padre.

L’Indro.it di lunedì 16 Aprile 2012, ore 19:37

http://www.lindro.it/Moby-Prince-la-strage-nella-nebbia,7954#.T6ULjOg9X3Q