Carta Canta, FATTI INQUIETANTI

vincenzo niro

di Paolo De Chiara

 Fatti inquietanti

Naturale spinta

«Ho dedicato gran parte della mia vita all’impegno nel sociale e nella politica. Le motivazioni che mi hanno portato a farlo non saprei nemmeno individuarle, in quanto ho avvertito fin da giovanissimo una naturale spinta a partecipare alla vita pubblica, a dare il mio apporto nell’affrontare problemi e sostenere iniziative che coinvolgessero la mia comunità e lo facevo semplicemente perché provavo piacere a farlo».

Intervista al consigliere uscente e candidato alle elezioni regionali 2018 Vincenzo Niro, «gambatesablog.info», 27 marzo 2018 

Trasparenza

Eletto per la prima volta in Consiglio regionale nel 2001, per la lista Democrazia Europea, consigliere regionale del Molise. Segretario della I Commissione consiliare Sviluppo economico. consigliere delegato dal presidente della Giunta regionale per le problematiche della Cooperazione internazionale. Riconfermato consigliere regionale nel 2006. Vicepresidente III Commissione regionale permanente e vicepresidente Commissione speciale Cooperazione Interregionale nell’Area Adriatica. Rieletto consigliere regionale nell’ottobre del 2011, presidente della I Commissione consiliare. Alle consultazioni regionale del febbraio 2013 viene rieletto nella circoscrizione di Campobasso per le liste Il Molise di tutti e Udeur Popolari. Dal 9 aprile 2013 è capogruppo Udeur Popolari e presidente del Consiglio regionale del Molise.

Amministrazione trasparente, sito Regione Molise

Ausiliario

«Con sei pesanti condanne e un’assoluzione si è concluso nel Tribunale di Campobasso il processo contro i quattro agenti di custodia ed i tre detenuti accusati di aver introdotto armi all’interno del carcere del capoluogo molisano. […] L’agente ausiliario Vincenzo Niro ha avuto 3 anni e 7 mesi di reclusione e un milione e duecentomila lire di multa…».

Dure condanne inflitte per le armi in carcere, Cronaca del Molise, 1983

Armi, in cambio di denaro

«Nel prosieguo delle indagini essendo emersi indizi di responsabilità a carico degli agenti C., Niro e B. – anche a seguito della deposizione del loro collega M. Raffaele che aveva, non visto, ascoltato i primi due mentre litigavano per la ripartizione di una somma ricevuta per la introduzione di una pistola, ritirata in Napoli, nella casa circondariale, veniva emesso ordine di cattura, eseguito il 6.4.1983, nei confronti dei suddetti […]. Ha aggiunto il M. che iniziate le perquisizioni nel carcere, il Niro gli impose di non riferire nulla nel colloquio ascoltato per caso e gli fece anche larvate minacce ripetute dopo qualche tempo da due detenuti non identificati ed evidentemente istigati a tanto dal Niro medesimo». 

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983     

Atto scellerato

«Non si sa a qual fine le armi fossero introdotte nel carcere di Campobasso: certamente per un intento illecito che poteva consistere nell’eliminazione di rivali, nella rivolta, nella uccisione di coloro che, comunque, nelle carceri lavorano e accedono. Ed in epoca in cui tanti fedeli servitori dello Stato cadono in difesa delle istituzioni, appare veramente atto scellerato rifornire di armi chi è dall’altra parte della trincea: il crimine, pertanto, è particolarmente grave ed odioso e denuncia profondo scadimento morale. Tanto più che è stato commesso solo per lucrare somme di danaro, anche cospicue […]. Infine tali agenti non hanno mostrato segno alcuno di pentimento né hanno collaborato con la Giustizia al fine di rendere completamente chiari i meccanismi dell’operazione ed i nomi di tutti coloro che partecipavano; tuttavia il Collegio ritiene di dover prendere in considerazione la giovane età e l’inesperienza di taluno, i carichi di famiglia dell’altro e – di tutti – le difficili condizioni lavorative che possono far vacillare animi non forti e non opportunamente seguiti e guidati: e, quindi, infliggere pene non così severe come il fatto imporrebbe».

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983    

Per questi motivi

«Letti gli articoli 483, 488 C.P.P. dichiara gli imputati responsabili dei reati loro rispettivamente e concorsualmente  ascritti […], condanna 4) Niro Vincenzo alla pena di anni 3 e mesi 7 di reclusione e 1.200.000 di multa».

Tribunale Penale, Sez. Unica, Motivazioni sentenza I grado, Campobasso, 18 giugno 1983    

Gravità eccezionale

«Tanto premesso l’esame dei fatti delittuosi ascritti ai prevenuti rivela che essi sono di una gravità eccezionale perché commessi da individui, gli agenti di custodia, che avevano il compito specifico di vigilare sui detenuti per impedire loro, fra l’altro, di porre in essere proprio quello che invece costoro divisavano di fare raccogliendo le armi. Dunque violazione specifica dei propri doveri da parte degli agenti imputati che, anche se giovani ed inesperti avrebbero ben potuto rendersi conto di quello che stavano per fare solo se avessero riflettuto sulla divisa che indossavano e su quello che questa circostanza comportava».

Sezione di Corte d’Appello, Motivazioni Sentenza II grado, Campobasso, 26 gennaio 1984

Per tali motivi

«La Sezione di Corte di Appello di Campobasso, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Campobasso in data 18/06/1983 […] Assolve B., C. e Niro dai reati di detenzione di armi comuni e clandestine da sparo […]. Conferma la responsabilità degli imputati per tutti gli altri reati loro rispettivamente ascritti in rubrica […] e, con la concessione a tutti della riduzione di pena per porto abusivo di armi comuni da sparo, […] riduce la pena inflitta a Niro ad anni due di reclusione e 950.000 lire di multa».

Sezione di Corte d’Appello, Motivazioni Sentenza II grado, Campobasso, 26 gennaio 1984

Sentenza definitiva

«Sentenza irrevocabile per i ricorrenti dal 15 gennaio 1985 per Niro Vincenzo […]»

Sentenza Cassazione, 15 gennaio 1985

La riabilitazione

La Corte di Appello di Campobasso con sentenza del 16/11/89 ha concesso a Niro Vincenzo la riabilitazione dalla condanna riportata.

Corte di Appello, Campobasso, 16 novembre 1989

Ragazzi che sbagliano 

«Prendete il caso di Vincenzo Niro e parlo da persona che ha avuto una certa esperienza, prima che in politica, in magistratura. È stato un ragazzo ventenne che ha sbagliato e che ha pagato per il suo sbaglio. Poi ha chiesto e ottenuto la riabilitazione e si è impegnato in politica e nelle istituzioni. Magari fosse sempre questa la fine di coloro che sbagliano in gioventù e rimettono poi in gioco la propria vita al servizio della collettività. Questo vuol dire avere il coraggio di migliorarsi e di servire le istituzioni».

Antonio Di Pietro, «primapaginamolise», 3 febbraio 2013

Ragazzi che muoiono/1

«Quella legalità in difesa della quale Mimmo Beneventano dedicò tutta la sua giovane vita e per la quale la mattina del  7 novembre dell’80, ad Ottaviano,  fu barbaramente ucciso dalla camorra. Aveva 32 anni. Il clan Cutolo, che in quel centro dell’area vesuviana aveva la sua base operativa, non accettava che quel giovane medico e giornalista, politicamente impegnato (in occasione delle comunali, fu eletto con una valanga di voti nelle liste del Pci) fosse divenuto un punto di riferimento per tante persone, giovani ed adulti. Era pericoloso e si doveva eliminare. Così avvenne».

Sasso di Castalda ricorda Mimmo Beneventano, «USB Ufficio stampa Basilicata», 6 novembre 2015

Ragazzi che muoiono/2

Giancarlo Siani era un giovane giornalista pubblicista napoletano. Fu ucciso a Napoli, la sera del 23 settembre 1985, sotto casa, nel quartiere residenziale del vomero: aveva compiuto 26 anni il 19 settembre, pochi giorni prima.

Chi era Giancarlo Siani?, «giancarlosiani.it»

Ragazzi che muoiono/3

«Giuseppe Impastato, detto Peppino, è stato un giornalista e un attivista siciliano, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978 a Cinisi, cittadina a pochi chilometri da Palermo, per ordine del boss mafioso Gaetano Badalamenti.

Il giornalista siciliano, che si era candidato alle elezioni comunali con Democrazia proletaria, fu ucciso nella notte tra l’8 e il 9 maggio e il suo cadavere fu fatto saltare con del tritolo sui binari della ferrovia Palermo-Trapani, così da far sembrare che si trattasse di un fallito attentato suicida.

Giuseppe Impastato era nato in una famiglia mafiosa il 5 gennaio 1948, ma fin da ragazzo aveva preso le distanze dai comportamenti mafiosi del padre e e aveva provato a denunciare il potere delle cosche e il clima di omertà e di impunità a Cinisi. Per questo motivo fu cacciato di casa dal padre fin da ragazzo».

Chi era Peppino Impastato ucciso dalla mafia, «L’Internazionale», 9 maggio 2016

Commemorazioni

«In questo doloroso giorno intendiamo onorare la memoria di quanti sono caduti nell’assolvimento del proprio dovere, a difesa dei valori della legalità, combattendo quasi sempre una battaglia ad armi impari. A tutti va il nostro senso di riconoscenza e gratitudine, unitamente alla consapevolezza che tutti dobbiamo continuare a fornire la nostra fattiva collaborazione per favorire a tutto il popolo, le migliori condizioni di vita, sociali ed economiche, respingendo ogni forma di intolleranza, specie quella proveniente dalle organizzazioni criminose…».

Anniversario della strage di Capaci, Niro: per non dimenticare, «Il Quotidiano del Molise», 23 maggio 2014

Nonostante la condanna

L’equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino al mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto… e no! Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Può dire, beh ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire che quest’uomo è un mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali, o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi, che non costituivano il reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, ma che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati».

Paolo Borsellino, magistrato ucciso dalla mafia e dallo Stato, 26 gennaio 1989

BLITZ CONTRO IL CLAN BELFORTE, SEQUESTRO INGENTE PATRIMONIO

gdf scico
Guardia di Finanza - S.C.I.C.O.

 Il clan BELFORTE, già federato nella N.C.O. di CUTOLO Raffaele, nel corso degli anni ’90 era divenuto tanto potente, per capacità militare ed organizzazione, da indurre il c.d. “Clan dei Casalesi”, nonostante l’alleanza con i PICCOLO, a concludere con esso un patto di non belligeranza e raggiungere un accordo per la spartizione al 50% dei proventi delle attività illecite, soprattutto estorsive, nel comprensorio di Marcianise e comuni limitrofi. 

BLITZ CONTRO IL CLAN BELFORTE, SEQUESTRO INGENTE PATRIMONIO

Nel corso della notte, dopo una complessa indagine coordinata dai magistrati dalla Direzione Distrettuale di Napoli, il Reparto Operativo dei Carabinieri e la Squadra Mobile di Caserta, hanno eseguito oltre 40 ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal Gip del Tribunale di Napoli, nei confronti di altrettanti esponenti del Clan Belforte alias i Mazzacane, attivo nella provincia di Caserta e, in particolare, nei territori di Marcianise, Maddaloni, San Nicola La Strada, San Marco Evangelista, Caserta e aree limitrofe in relazione al reato di associazione per delinquere di stampo mafioso.

Nel corso dell’operazione, è stato eseguito, da parte del Nucleo di Polizia Tributaria di Caserta e della Compagnia di Marcianise, con l’ausilio del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata di Roma e del G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Tributaria di Napoli, il sequestro, in varie località delle province di Caserta, Napoli, Lucca, Pistoia, Catania e Cosenza, di 27 unità abitative, vari terreni, circa 250 rapporti bancari, nonché 70 automezzi, per un valore complessivo di oltre 10 milioni di euro.

L’imponente operazione di polizia giudiziaria è frutto di una penetrante indagine, coordinata dalla D.D.A. di Napoli, che ha permesso di ricostruire la geografia criminale del comprensorio di Caserta, Marcianise e zone limitrofe, dall’anno 2005 ad oggi, analizzando il modus operandi e la composizione di una delle più potenti cosche camorristiche della provincia, il Clan “BELFORTE” protagonista, tra gli anni ’90 e gli inizi del 2000, di una sanguinosissima faida con l’opposto clan dei PICCOLO detti i Quaqquaroni, con il quale aveva conteso il controllo delle attività illecite nell’area che comprende il capoluogo e tutti i comuni immediatamente ad esso limitrofi.

Il clan BELFORTE, già federato nella N.C.O. di CUTOLO Raffaele, nel corso degli anni ’90 era divenuto tanto potente, per capacità militare ed organizzazione, da indurre il c.d. “Clan dei Casalesi”, nonostante l’alleanza con i PICCOLO, a concludere con esso un patto di non belligeranza e raggiungere un accordo per la spartizione al 50% dei proventi delle attività illecite, soprattutto estorsive, nel comprensorio di Marcianise e comuni limitrofi. E, nonostante i numerosi procedimenti giudiziari che hanno investito il clan BELFORTE negli ultimi anni, con l’arresto di decine di affiliati e le pesanti condanne che hanno colpito i suoi massimi esponenti, tra cui i capi indiscussi, i fratelli Domenico e Salvatore BELFORTE, detenuti in regime di 41 bis, è stata rilevata la sua piena e perdurante vitalità criminale, operatività e pericolosità.

Le indagini hanno tratto origine dal rinvenimento, in diverse e distinte circostanze, di eccezionali fonti documentali, costituite da pen drive, supporti informatici ed elenchi, costituenti la “contabilità” del clan BELFORTE. In essa, infatti, erano annotati con cura manageriale, l’elenco degli imprenditori e degli operatori economici taglieggiati; l’ammontare delle somme da essi versate nelle canoniche scadenze di Natale, Pasqua e Ferragosto; i nominativi degli affiliati, spesso indicati anche con i loro soprannomi, a cui erano corrisposti gli stipendi, il cui importo variava, dai 1-1500 ai 2500 euro, in relazione al loro ruolo ed alla loro importanza nelle gerarchie dell’organizzazione.

Lo straordinario valore investigativo della documentazione sequestrata e la certosina opera di ricostruzione, che ha lungamente ed incessantemente impegnato la Procura Distrettuale di Napoli e gli investigatori del Comando Provinciale dei Carabinieri di Caserta e della Questura di Caserta, poi, ha trovato ulteriore riscontro nelle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia intranei all’organizzazione, alcuni dei quali con ruoli apicali.

Tra questi FRONCILLO Michele, GERARDI Antonio, CUCCARO Domenico e, più di recente, FARINA Antonio, BELGIORNO Massimo ed AVETA Pasquale, dalle cui dichiarazioni è emerso che il clan dei MAZZACANE, nonostante i lunghi periodi di detenzione sofferti dai germani BELFORTE, potendo contare su un nucleo agguerrito di affiliati, ha continuato a controllare in regime monopolistico le attività criminali nel territorio di Caserta, Marcianise e zone limitrofe.

Infatti, secondo quanto emerso dalle indagini, la continuità nella reggenza del clan e nella gestione degli affari illeciti è stata garantita dal pieno coinvolgimento e dalla partecipazione, con un ruolo apicale, di BUTTONE Maria e ZARRILLO Concetta mogli, rispettivamente, di BELFORTE Domenico e BELFORTE Salvatore.

La persistenza dell’organizzazione, la sua capacità di intimidazione ed il conseguente stato di assoggettamento omertoso, diffuso tra le popolazioni del comprensorio controllato dai BELFORTE, è testimoniato dagli innumerevoli episodi estorsivi emersi nel corso dei numerosi procedimenti giudiziari che hanno riguardato gli affiliati dei BELFORTE.

Infatti, essi hanno rivelato l’esistenza di un sistema tanto capillare e collaudato per cui le vittime delle estorsioni, soprattutto gli imprenditori locali, quasi sempre pervicacemente ostinati negli interrogatori resi alle F.F.O.O. a negare gli episodi che li vedevano coinvolti, anche di fronte alle più evidenti contestazioni, prima ancora di avviare un cantiere, si “mettevano a posto con Marcianise”, cioè si presentavano al cospetto dei capi dell’organizzazione per concordare preventivamente l’ammontare del pizzo, evitando così l’inconveniente di dovere subire i raid degli emissari del clan, con il conseguente corollario, pericoloso ed antieconomico, di intimidazioni agli operai, danneggiamenti e blocchi dei lavori.

Secondo quanto confermato anche dai collaboratori di giustizia, puntualmente riscontrato nella “contabilità” sequestrata al clan, le ditte che avviavano opere edilizie nella zona di Caserta, San Nicola, San Marco Evangelista, Capodrise, Marcianise, Recale, San Prisco erano costrette a pagare.

I proventi delle estorsioni ai cantieri edili confluivano in una cassa comune, per essere ridistribuiti attraverso gli stipendi pagati agli oltre cento affiliati al clan, o impiegati per fronteggiare le sempre crescenti spese legali che essi dovevano sostenere, ovvero reimpiegati in attività illecite quali l’acquisto di droga ed armi.

In particolare, l’esame della documentazione sequestrata e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia hanno evidenziato come il clan BELFORTE fosse organizzato con modalità “aziendali”, con la precisa distribuzione dei compiti a ciascun affiliato, la corresponsione di uno stipendio commisurato alla ‘qualità’ ed alla ‘quantità’ del contributo prestato all’associazione, con la previsione di gratifiche e tredicesime mensilità, e la redazione di un bilancio delle entrate e delle uscite.

Al riguardo, le entrate erano costituite prevalentemente – essendo emersi dalle indagini svolte nel recente passato esempi di impresa camorrista del clan marcianisano operante soprattutto nel settore dei rifiuti – dall’attività estorsiva, effettuata a tappeto su tutte le attività imprenditoriali e commerciali del territorio di competenza del clan: sia nelle liste manoscritte sia nelle pen drive, le ditte sottoposte ad estorsione erano elencate prima in ordine alfabetico, poi raggruppate con riferimento dell’affiliato incaricato di riscuotere le rate estorsive; inoltre veniva indicata la somma estorsiva di cui era prevista la riscossione e la periodicità delle scadenze (di solito, Natale, Pasqua e ferragosto).

Ciascun affiliato riceveva giornalmente un foglietto su cui venivano riportate le ditte da ‘visitare’ per riscuotere le rate estorsive.

Le somme riscosse a titolo estorsivo non venivano trattenute dagli affiliati, ma consegnate ai capi-clan e versate in una cassa comune, dalla quale poi i capi del clan attingevano per le uscite.

L’indagine ha permesso anche di ricostruire l’organigramma, le gerarchie e le dinamiche interne al clan BELFORTE.

I capi indiscussi dell’organizzazione, come detto, sono i fratelli BELFORTE Domenico e BELFORTE Salvatore, entrambi detenuti in regime di 41 bis. Essi, in attuazione della regola, secondo la quale “chi sta fuori quello comanda”, nel corso degli anni, hanno affidato la reggenza del clan, di volta in volta, agli associati di spicco dell’organizzazione che in quel frangente si trovavano liberi. E, infatti, accanto a loro, ed in posizione assolutamente non subordinata, si pongono le figure di BUTTONE Bruno, MUSONE Vittorio, PICCOLO Gaetano cineraiuolo, TROMBETTA Luigi. Poi vengono, in posizione subordinata, le figure dei luogotenenti del clan, quali BRUNO Antonio, DELLA VENTURA Antonio, DELLA VENTURA Fulvio, FEOLA Giuseppe, IOVINELLA Giuseppe, MENDITTI Alessandro, MENDITTI Andrea, MENDITTI Fabrizio, NAPOLITANO Felice, PETRUOLO Carmine, PETRUOLO Filippo, PICCOLO Gaetano, soprannominato “tavernello”, RAUCCI Antonio, detto “kunascio”, RIVETTI Clemente Daniele, RIVETTI Fabio, SALZANO Francesco, SEVERI Francesco, ZARRILLO Francesco, NATALE Albina, DELLA VALLE Anna Concetta.

Ma le indagini hanno evidenziato anche il particolare rilievo assunto all’interno del clan dalle donne ed in particolare da BUTTONE Maria, ZARRILLO Concetta, DELLA VALLE Anna Concetta, NATALE Albina, rispettivamente mogli di BELFORTE Domenico, BELFORTE Salvatore, MUSONE Vittorio e BUTTONE Bruno. Inoltre, BUTTONE Maria è la sorella di BUTTONE Bruno, ZARRILLO Concetta è la sorella di ZARRILLO Francesco.

In particolare BUTTONE Maria, ZARRILLO Concetta e DELLA VALLE Anna Concetta hanno ormai assunto le veci dei loro consorti, costretti a lunghi periodi di detenzione, reggendo il clan al posto dei congiunti.

Infatti, se inizialmente si limitavano a trasmettere ai reggenti ed agli affiliati i desiderata dei capi, progressivamente hanno assunto compiti di diretta gestione come decidere quali imprese sottoporre ad estorsione; ritirare direttamente presso il loro domicilio rate estorsive dagli imprenditori di calibro maggiore; comporre le liti tra i reggenti e gli affiliati del clan; distribuire stipendi agli affiliati ed alle famiglie dei detenuti.

In particolare, i predetti vertici del clan BELFORTE, resisi conto che i reggenti dell’organizzazione, incaricati anche di tenerne la cassa, spesso facevano “la “cresta” sulle entrate, per evitare tali “indebite” appropriazioni, avevano pensato di coinvolgere direttamente i membri della propria famiglia nella gestione del “patrimonio” del clan, con ciò implicando anche il compito di intrattenere i rapporti con i grossi estorti. Per cui, con il trascorrere degli anni ed il prolungarsi della detenzione dei capi del clan, l’apporto fornito dalle mogli è divenuto essenziale per l’esistenza stessa dell’organizzazione.

Nel corso dell’operazione, è stato eseguito, da parte del Nucleo di Polizia Tributaria di Caserta e della Compagnia di Marcianise, con l’ausilio del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata di Roma e del G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Tributaria di Napoli, anche il sequestro, come si diceva in premessa di numerosi beni riconducibili agli indagati e provento dell’attività delittuosa.

Tra i beni attinti dalla misura, una lussuosa villa con piscina in pieno centro abitato nonché numerosissime autovetture anche di piccola cilindrata, utilizzate per non destare sospetti in caso di controlli su strada da parte delle forze di polizia.

Il decreto di sequestro è stato emesso d’urgenza, dai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia a conclusione di articolate e complesse indagini patrimoniali delegate ai reparti della Guardia di Finanza, svolte nei confronti di oltre 250 soggetti economici (persone, imprese individuali e società), riconducibili ai componenti dei nuclei familiari degli arrestati, per aggredire i beni e i capitali risultati essere di valore sproporzionato rispetto ai redditi dichiarati.

Elenco degli arrestati

  1. ANZIANO Giovanni, nato a Capodrise (CE) il 16.4.1968, soprannominato “Giannaniello”;
  2. BELFORTE Salvatore, nato a Marcianise (CE) il 9.12.1960, soprannominato “Salvatore Mazzacane”;
  3. BELLOPEDE Camillo, nato a Caserta il 9.11.1979, alias “tarzan”,
  4. BELLOPEDE Raffaele, nato a Marcianise il 10.9.1955;
  5. BRACCIO Francesco, nato a Marcianise il 2.9.1964, detto “cap’ e cemento”;
  6. BRUNO Antonio, nato a S. Nicola La Strada (CE) l’11.3.1957, alias “Carusone”;
  7. BUCOLICO Anna, nata a Napoli il 21.6.1935, detta “Befana” o “zi Nannina”;
  8. BUONANNO Gennaro, nato a Marcianise il 3.10.1949, detto “Gnocchino”;
  9. BUTTONE Bruno, nato a Marcianise il 20.5.1972;
  10. BUTTONE Claudio, nato a Capodrise il 12.07.1982.
  11. BUTTONE Maria, nata a Marcianise il 20.5.1959, moglie del capo clan BELFORTE Domenico;
  12. CAPONE Giovanni, nato a Napoli il 10.9.1965;
  13. CIRILLO Pasquale, nato a Marcianise il 27.9.1971, soprannominato “Caprariello”;
  14. DE MATTEO ANGELO , nato a Cervino (CE) il 14.12.1958, soprannominato “’o curto”;
  15. DE SIMONE Vincenzo, nato a Marcianise il 3.9.1976, soprannominato “’o pigmeo”;
  16. DELLA MEDAGLIA Giuseppe, nato a Capodrise l’8.6.1964, alias “Peppe e Marcianise” oppure “‘o cinese;
  17. DELLA VALLE Anna Concetta, nata a Marcianise il 12.12.1952;
  18. DELLA VENTURA Antonio, nato a Maddaloni (CE) il 27.10.1964, alias “‘o cuniglio”;
  19. DELLA VENTURA Fulvio, nato a Caserta il 14.12.1982;
  20. FEOLA Giuseppe, nato a Capodrise l’8.4.1956, soprannominato “Peppe ‘o napulitano”;
  21. GARGIULO Ciro, nato a Napoli il 29.5.1950, soprannominato “Scupella”;
  22. GOLINO Riparato, nato a Caserta il 17.6.1969;
  23. IOVINELLA Giuseppe, nato a Napoli il 19.2.1966;
  24. MENDITTI Alessandro, nato a Recale (CE) il 28.4.1973;
  25. MENDITTI Andrea, nato a Recale il 9.7.1974, soprannominato “recchia a cuppino”;
  26. MENDITTI Fabrizio, nato a Caserta il 4.7.1978;
  27. MUSONE Giovanni, nato a Marcianise l’1.3.1964;
  28. MUSONE Vittorio, nato a Capodrise il 15.11.1951, detto “Mino”;
  29. NAPOLITANO Felice, nato a Nola (NA) il 13.7.1963, alias “Capitone”;
  30. NATALE Albina, nata a Maddaloni il 7.1.1982;
  31. PETRUOLO Filippo, nato a Waiblingen (Germania) l’1.10.1970, soprannominato “l’avvocato”;
  32. PICCOLO Antimo, nato a Marcianise l’11.10.1970,, soprannominato “Ben Hur”;
  33. PICCOLO Gaetano, nato a Marcianise il 26.1.1959, soprannominato “‘u ceneraiuolo”;
  34. PICCOLO Gaetano, nato a Marcianise il 22.3.1960, soprannominato “tavernello”;
  35. RIVETTI Clemente Daniele, nato a Waldshut (Germania) il 5.10.1972;
  36. RONDINONE Antonio, nato a Caserta il 30.10.1956;
  37. SALZANO Francesco, nato a Napoli il 24.12.1953;
  38. SEVERI Francesco, nato a Marcianise il 6.9.1970, detto “ciccio a’nera”;
  39. SPARACO Giuseppe, nato a Capodrise il 16.1.1968;
  40. SQUEGLIA Pasquale, nato a Marcianise il 15.6.1980, soprannominato “‘o sgu”oppure “core ‘nganna”;
  41. TROMBETTA Luigi, nato a Marcianise il 19.10.1956;
  42. ZARRILLO Antonio, nato a Marcianise il 30.11.1968, soprannominato “Mula”;
  43. ZARRILLO Concetta, nata a Capodrise il 18.7.1965, moglie del boss BELFORTE Salvatore;
  44. ZARRILLO Francesco, nato a Capodrise il 24.1.1969, soprannominato “Surocchia”.

PROCURA DELLA REPUBBLICA – PRESSO IL TRIBUNALE DI NAPOLI

Direzione Distrettuale Antimafia