L’INTERVISTA AL MAGISTRATO NINO DI MATTEO

Per comprendere meglio determinate questioni abbiamo deciso di coinvolgere un magistrato che, per il suo impegno, da anni vive isolato e sotto scorta. Nel Paese senza memoria le mafie non dimenticano. “Ti farei fare la fine del tonno” disse la bestia (Totò Riina) dal carcere di Opera. Il sanguinario boss, protagonista (insieme agli apparati dello Stato) della vergognosa Trattativa Stato-mafia, è morto insieme ai suoi segreti. Ma non è l’unico. Altri sono stati eliminati nel corso degli anni. Con il magistrato Nino Di Matteo, oggi al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), abbiamo toccato diverse tematiche.

di Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini (WordNews.it)

«Credo che l’opinione pubblica abbia non soltanto il diritto ma, oserei dire, il dovere di essere informata sui processi che sono stati celebrati e che non vengono raccontati dalla grande stampa. L’opinione pubblica deve essere informata e chi ha un ruolo all’interno dello Stato, della magistratura e delle forze di polizia, ha il dovere di non fermarsi.»

Nino Di Matteo

– LEGGI LA PRIMA PARTE: mercoledì 28 aprile 2021

Di Matteo: «Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista»

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– LEGGI LA SECONDA PARTE: venerdì 30 aprile 2021

«Con determinati ambienti non si può convivere o tanto meno trattare»

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– LEGGI LA TERZA PARTE: martedì 4 maggio 2021

Ergastolo ostativo: «Quella sentenza sancisce un principio che realizza uno dei principali obiettivi della mafia stragista»

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INTERVISTA ESCLUSIVA AL DOTTOR NINO DI MATTEO realizzata da Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini.

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L’INTERVISTA al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO

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Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

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«Con determinati ambienti non si può convivere o tanto meno trattare»

L’INTERVISTA AL MAGISTRATO NINO DI MATTEO/Seconda parte. «La politica dovrebbe anche avere un occhio particolarmente attento a verificare che determinate scelte non finiscano, anche inconsapevolmente, per favorire Cosa nostra o le mafie in generale e realizzarne gli obiettivi. Da cittadino auspico che, prima o poi, ci si renda conto che la lotta al sistema criminale-mafioso, inteso nell’accezione più ampia, dovrebbe sempre rappresentare uno dei punti nodali dell’azione di un governo, di qualsiasi colore. Anche quando non spara la mafia condiziona le libertà e i diritti fondamentali dei cittadini». Sulla Trattativa Stato-mafia: «Mentre c’era chi moriva, chi rischiava di morire, c’era chi faceva parte delle Istituzioni e trattava con Cosa nostra. I fatti sono ormai dimostrati.»

Il magistrato Nino Di Matteo

di Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini (WordNews.it)

Roma (CSM). Continua il nostro ragionamento con il Consigliere Nino Di Matteo. Proprio oggi ricade il 39° anniversario della morte del segretario regionale del Partito Comunista Pio La Torre. Aveva sfidato la mafia apertamente e senza retorica. Il 30 aprile 1982 verrà colpito, insieme a Rosario Di Salvo, con una bestiale violenza. Decine di colpi per abbattere il padre della legge che ha introdotto il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni ai mafiosi. In questi ultimi tempi, anche la legge Rognoni-La Torre, è al centro di un dibattitto vergognoso. Gli attacchi diretti alle impalcature messe in piedi per contrastare le mafie non trovano una conclusione nel Paese impregnato di cultura mafiosa.

Nella prima parte («Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista») abbiamo affrontato le tematiche e le problematiche legate alla magistratura e agli scandali che stanno facendo emergere situazioni molto pericolose. «Ben vengano le critiche – ha affermato Di Matteo -, ben vengano le operazioni verità sulle patologie della magistratura. Ma questo non può travolgere il concetto e la necessità di una magistratura indipendente e, soprattutto, autorevole nei confronti dei cittadini. Sono i cittadini che devono sentire i magistrati come baluardo delle loro libertà

In questa seconda parte toccheremo anche la Trattativa Stato-mafia (reale, non presunta). Un argomento che ha messo a nudo – con una sentenza di primo grado – i rapporti intensi, pericolosi e squallidi tra personaggi istituzionali e mafiosi. C’è ancora qualcuno (l’elenco è molto lungo) che vorrebbe lasciare questo pezzo di storia nel dimenticatoio.    

Nel maggio del 2019 lei viene estromesso dal pool stragi della Procura nazionale antimafia. Palamara esultò dopo il suo allontanamento. Tutto nasce da una sua intervista dove affronta temi noti, come la strage di Capaci, il ritrovamento di un biglietto scritto da un agente dei servizi segreti e di un guanto con DNA femminile, della scomparsa del diario di Giovanni Falcone da un computer del ministero della Giustizia e dell’ipotesi che alcuni appartenenti a Gladio (organizzazione paramilitare) abbiano avuto un ruolo nella strage. A prescindere dal suo reintegro, arrivato nell’ottobre del 2020, perché certi temi ancora non si possono sfiorare in questo Paese, come diceva Pasolini, orribilmente sporco?        

«Dopo quasi due anni da quella esclusione, nonostante le mie osservazioni che all’epoca presentai al CSM e proprio in funzione della revoca di quel provvedimento di esclusione, fatta recentemente dal Procuratore Cafiero de Raho, non ho ottenuto una risposta a quelle mie osservazioni nelle quali sostenevo che quel provvedimento fosse ingiusto nei suoi presupposti formali e sostanziali. Questo è un dato di fatto che mi lascia perplesso

Rifarebbe quella intervista?

«Per quanto riguarda la necessità di approfondire certi temi quella intervista la rifarei. Partendo dal dato che non rivelavo nulla che non fosse depositato in atti processuali ostensibili, nulla di segreto. Credo che l’opinione pubblica abbia non soltanto il diritto ma, oserei dire, il dovere di essere informata sui processi che sono stati celebrati e che non vengono raccontati dalla grande stampa. L’opinione pubblica deve essere informata e chi ha un ruolo all’interno dello Stato, della magistratura e delle forze di polizia, ha il dovere di non fermarsi.

Spesso determinate verità processuali su fatti molto gravi sono venute fuori anche a distanza di moltissimi anni. È di pochi anni fa una sentenza definitiva che ha condannato all’ergastolo alcuni organizzatori ed esecutori della strage della Loggia a Brescia del 1974. A questi risultati si è pervenuti di recente perché c’è stato qualcuno, e tra questi voglio citare un valentissimo e coraggioso ufficiale dei carabinieri che si chiama Massimo Giraudo, che ha continuato a indagare con la Procura di Brescia, anche nei rapporti tra esponenti dell’eversione nera e di gruppi della destra eversiva ed esponenti dei servizi di sicurezza. L’errore più grande sarebbe considerarle definitivamente chiuse ed archiviate quelle pagine delle stragi che hanno segnato il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica e sulle quali c’è ancora tanto da scoprire.

E l’informazione deve fare la sua parte, raccontando quello che si può raccontare e che è già emerso. Il muro del silenzio giova ai criminali. L’oblio è il pericolo che grava sulla nostra democrazia.

Il pericolo più grande è che la memoria si trasformi in uno sterile esercizio retorico, magari in una emozione che ricordi la vittima o le vittime del reato. Non può essere sufficiente l’esercizio della pura importanza della sfera emozionale. Fare memoria degli accadimenti richiede qualcosa di più. Non può essere sterile commemorazione basata soltanto sull’emozione e sul ricordo delle vittime.»

Perché, secondo lei, questi temi non vengono raccontati dalla grande stampa? Gli organi di informazione sono legati a quel potere di cui parlava prima?

«Anche per questa risposta mi sentirei, in tutta coscienza, di fare un distinguo. Ci sono dei silenzi che sono complici, silenzi di coloro i quali hanno un interesse contrario alla possibile emersione di certi fatti e di certe collusioni. Ci sono, però, dei silenzi che pur non essendo complici sono comunque colpevoli e sono i silenzi di chi pensa che queste storie non interessino più l’opinione pubblica. Quando l’opinione pubblica viene informata bene, con dei contributi fondati sulla conoscenza e sul ragionamento, si dimostra molto interessata. Non credo che noi abbiamo una opinione pubblica pregiudizialmente indifferente rispetto a certi temi. Forse è comodo farlo credere.»                  

Si parla poco del processo sulla Trattativa Stato-mafia, una sentenza di primo grado ha inflitto condanne a mafiosi e ad appartenenti alle istituzioni. In quella sentenza Marcello Dell’Utri, fondatore del partito politico Forza Italia, è stato condannato – in primo grado – a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato. Il legame tra politica e mafia è così imprescindibile da non potersi rescindere?

«Nel DNA delle mafie, in particolare Cosa nostra, la ricerca del rapporto con la politica è stata sempre una caratteristica fondante. I mafiosi sanno che senza il contatto con il potere, in generale, la loro organizzazione sarebbe facilmente debellabile con una ordinaria attività di repressione.

Rispetto al periodo antecedente alle stragi non credo che sia venuta meno la volontà dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra di coltivare rapporti con i politici. Sono cambiate le strategie e sono cambiate, soprattutto in una funzione di cautela, rispetto alla maggiore incisività delle indagini dovute al fenomeno del pentitismo e all’utilizzo delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Oggi, da questo punto di vista, anche i mafiosi hanno capito che, per preservare il rapporto con il politico colluso, devono evitarlo di esporlo.

Si avvalgono di mediatori insospettabili che possano, eventualmente, giustificare sia il contatto con il mafioso sia il contatto con il politico. Credo che anche la maggiore consapevolezza che determinate vicende processuali hanno diffuso sul fenomeno possa indurre la politica ad essere più attenta nei rapporti. Credo e spero ci sia una maggiore consapevolezza nella politica perché con determinati ambienti non si può convivere o tanto meno trattare.

Accettare il dialogo con questi ambienti rappresenta un rafforzamento forte e molto significativo dal punto di vista delle organizzazioni mafiose. Una volta creato il rapporto l’organizzazione mafiosa tenderà a preservarlo e a conservarlo all’infinito, pena anche una eventuale azione violenta nei confronti del politico.

La politica dovrebbe anche avere un occhio particolarmente attento a verificare che determinate scelte non finiscano, anche inconsapevolmente, per favorire Cosa nostra o le mafie in generale e realizzarne gli obiettivi. Da cittadino auspico che, prima o poi, ci si renda conto che la lotta al sistema criminale-mafioso, inteso nell’accezione più ampia, dovrebbe sempre rappresentare uno dei punti nodali dell’azione di un governo, di qualsiasi colore. Anche quando non spara la mafia condiziona le libertà e i diritti fondamentali dei cittadini, come il diritto alla sicurezza, alla libertà di iniziativa economica, alla salute, i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.»                    

Il 20 aprile 2018 lo Stato, in primo grado, ha condannato Leoluca Bagarella (28 anni), Antonino Cinà, Marcello Dell’Utri (già condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno), Mario Mori, Antonio Subranni (12 anni), Giuseppe De Donno e Massimo Ciancimino (8 anni). In questa Repubblica fondata sulle trattative stato-mafie (Unità d’Italia, Portella della Ginestra, sequestro Cirillo, ecc.) un presidente del consiglio (tralasciando il prescritto Andreotti) del governo italiano – utilizzo le sue parole – “nello stesso momento in cui era presidente del consiglio (stiamo parlando di Silvio Berlusconi, nda) – continuava a pagare, come già aveva fatto dagli anni Settanta, cospicue somme di denaro a Cosa nostra”. In questo contesto in cui lo Stato si è inginocchiato davanti a Cosa nostra, dove si sono registrate omertà istituzionali e comportamenti disdicevoli da parte di diversi presidenti della Repubblica che hanno mentito, come si può immaginare una vera “lotta” alle mafie?

«Guardi, al di là delle responsabilità penali dei singoli imputati, è in corso l’appello, il grande merito di quel processo è quello di avere fatto emergere dei fatti che credo siano, ormai, consacrati nero su bianco. Mentre c’era chi moriva come Borsellino e gli agenti della scorta ma anche le cosiddette vittime innocenti delle stragi del ’93, mentre c’era chi rischiava di morire, come centinaia di carabinieri che si sono salvati il 23 gennaio del 1994 allo stadio Olimpico soltanto per un cattivo funzionamento del congegno esplosivo, c’era chi faceva parte delle Istituzioni e trattava con Cosa nostra. I fatti sono ormai dimostrati. Quelle 5.552 pagine di sentenza, con la loro ricostruzione analitica, organica, omogenea, contestuale, capace di collegare fatti e situazioni apparentemente diversi, hanno segnato un caposaldo di tutela della libertà e della democrazia. Oggi tutti abbiamo il dovere di ricordare quanto la magistratura ha fatto per il nostro Paese e si è esposta per contrastare fenomeni che la restante parte delle Istituzioni ha ignorato o, in qualche caso, fatto finta di ignorare. O, in altri casi ancora più gravi, alimentato e protetto.»             

2 parte/continua

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LEGGI LA PRIMA PARTE: «Di Matteo: «Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista»

INTERVISTA ESCLUSIVA AL DOTTOR NINO DI MATTEO realizzata da Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini

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Intervista esclusiva al magistrato Nino Di Matteo

ANTEPRIMA. Ecco le parole del Consigliere togato, impegnato da anni sul fronte Antimafia. Lo abbiamo incontrato presso il CSM (a Roma) per capire il suo punto di vista su diversi temi fondamentali.

Trattative, decisioni strane che “puzzano di bruciato”, mancate nomine, attacchi ai magistrati che fanno il proprio dovere, scelte risibili e pericolose, entità misteriose che continuano a decidere il nostro futuro. Ma è talmente forte quel “potere” (massonico, economico, finanziario, criminale) che non può essere scalfito? Il passato ci riporta alle stragi e alle strategie (della tensione) stragiste terroristiche e mafiose. I “misteri” continuano a caratterizzare la nostra storia. Ma cosa è cambiato dalle bombe degli anni Novanta? Non è servito a nulla il sangue di innocenti versato per le strade?  

Per comprendere meglio determinate questioni abbiamo deciso di coinvolgere un magistrato che, per il suo impegno, da anni vive isolato e sotto scorta.

«Abbiamo bisogno di una magistratura che non abbia nessun timore di affrontare le inchieste scomode che riguardano la gestione del potere anche attuale o che riguardano le forme con le quali le grandi mafie stanno tentando di ripulire i loro denari, anche attraverso una finta legalizzazione delle loro attività.  

Ben vengano le critiche, ben vengano le operazioni verità sulle patologie della magistratura. Ma questo non può travolgere il concetto e la necessità di una magistratura indipendente e, soprattutto, autorevole nei confronti dei cittadini. Sono i cittadini che devono sentire i magistrati come baluardo delle loro libertà. Non dobbiamo avere paura nemmeno di uscire dalle nostre stanze per confrontarci con loro, soprattutto con i più giovani, con quelli che hanno bisogno di capire meglio determinati fenomeni del passato e di capire che nello Stato ci sono, per fortuna, ancora molti, non soltanto magistrati, che credono in quello che fanno e lo fanno con entusiasmo. Abbiamo bisogno di questo nel nostro Paese.»        

INTERVISTA ESCLUSIVA AL DOTTOR NINO DI MATTEO realizzata da Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini.

Per Nino Di Matteo: «Il segnale di resa dello Stato è nei fatti»

I MAFIOSI «temono il carcere a vita, una detenzione troppo lunga o una detenzione con modalità tali da interrompere i loro rapporti con il mondo esterno, da metterli in condizione di non poter più fare i mafiosi mentre sono detenuti. Ecco perché hanno ciclicamente condotto delle battaglie strategiche, anche a colpi di attentati, di ricatti, di rivolte organizzate per ottenere degli scopi precisi.»

Per Nino Di Matteo: «Il segnale di resa dello Stato è nei fatti»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Il consigliere togato del CSM (già PM del processo sulla Trattativa Stato-mafia) Nino Di Matteo ritorna sul programma Non è L’Arena su La7 per rispondere alle domande di Massimo Giletti: «Chi entra a far parte di un’organizzazione mafiosa mette nel conto di potere incappare in problemi con la giustizia e in una condanna detentiva. Non ha paura del carcere. Temono il carcere a vita, una detenzione troppo lunga o una detenzione con modalità tali da interrompere i loro rapporti con il mondo esterno, da metterli in condizione di non poter più fare i mafiosi mentre sono detenuti. Ecco perché hanno ciclicamente condotto delle battaglie strategiche, anche a colpi di attentati, di ricatti, di rivolte organizzate per ottenere degli scopi precisi: da un lato l’abolizione dell’ergastolo, dall’altro lato l’abolizione o l’attenuazione del 41 bis, da un altro lato ancora l’ottenimento di arresti o detenzione domiciliare che consentissero ai mafiosi, anche durante l’esecuzione della pena di tornare a casa, di tornare a comandare. E ciò è avvenuto, tante volte. È avvenuto anche in epoca relativamente recente.»

Sulla questione scarcerazioni e la circolare del 31 marzo. «Il dottor Ardita ha fatto un’affermazione che condivido pienamente (“Lo Stato ha alzato bandiera bianca”). D’altra parte lui è uno dei massimi esperti, se non – a mio avviso – il massimo esperto su questioni di diritto penitenziario, soprattutto applicate ai detenuti mafiosi. Il segnale di resa dello Stato è nei fatti. Quei provvedimenti seguono di poco delle rivolte organizzate in varie strutture penitenziarie in tutta Italia, da quello che si evince da articoli di stampa sembrerebbe che, così come facilmente sospettabile, quelle rivolte siano state concepite e organizzate da Cosa nostra e dalle altre organizzazioni mafiose.»

Sulla Trattativa occulta sui fatti recenti. «Probabilmente nel nostro Paese è già difficile evocare una Trattativa tra Stato e la mafia, che intervenne ed è stata consacrata in una sentenza della Corte di Assise di Palermo nel 2018, intervenne proprio negli anni delle stragi. Chi conosce il modo di agire di Cosa nostra di ieri e di oggi sa che la questione carceraria è centrale. E che sulla questione carceraria si gioca una partita importante e fondamentale nel contrasto della criminalità organizzata. Ai vertici della criminalità organizzata.»

Sul Capo dei Capi (Riina) e le minacce rivolte al magistrato Di Matteo. «Quell’uomo non era un mafioso qualunque, ma il soggetto che era stato già condannato per avere avuto la forza, la capacità di organizzare, eseguire o far eseguire decine di omicidi eccellenti in danno di magistrati, di politici, di esponenti delle forze dell’ordine. Quello era Riina, considerato da tutte le mafie mondiali il punto di riferimento più alto per la capacità criminale

Un uomo sotto scorta. «Da 27 anni vivo con la scorta, da circa dieci anni sono sottoposto al massimo livello di protezione. Non ho mai fatto, non ho mai potuto fare nella mia città a Palermo nella mia Sicilia, una passeggiata da solo con i miei figli. Non ha importanza parlare di me, ha importanza semplicemente chi con troppa facilità, certe volte con superficialità, disinvoltura che lasciano interdetti, parla di scorte come status symbol, oppure di giudici protagonisti perché sono sottoposti a queste misure. Riflettesse un attimo su questi dati che ho fornito. Per il resto sopportiamo tutto.»

BACIAMO LE MANI/1^ parte

IL PAESE SENZA MEMORIA e SENZA VERGOGNA. Il Caimano torna di moda. Nel Paese orribilmente sporco arrivano proposte scellerate da parte di personaggi scellerati: non vedevano l’ora di riabilitare l’ex Cavaliere di Arcore. Una rovina per questo Paese, altro che statista. Quando ci libereremo politicamente di questi personaggi? Quando potremo chiudere una parentesi trentennale vergognosa? È un Paese alla rovescia: gli onesti diventano delinquenti e i delinquenti continuano a passare per martiri.

BACIAMO LE MANI/1^ parte

di Paolo De Chiara

«Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.

Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amicila mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi.
Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta».

Rita Atria, la picciridda di Paolo Borsellino, 1992

Diventa definitiva la sentenza contro l’ex senatore di Forza Italia per concorso esterno in associazione mafiosa. La Procura: “E’ stato il garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra”.

“Per diciotto anni, dal 1974 al 1992, Marcello Dell’Utri è stato garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra“, aveva sostenuto il pg Galasso davanti alla Corte. “In quel lasso di tempo”, aveva osservato il pg, “siamo in presenza di un reato permanente“. “Infatti, la Cassazione, con la sentenza del 2012 con cui aveva disposto un processo d’appello-bis per Dell’Utri, aveva precisato che l’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra, con la mediazione di Dell’Utri“, ha aggiunto Galasso, “c’è stato, si è formato nel 1974 ed è stato attuato volontariamente e consapevolmente“.

La Repubblica, 9 maggio 2014

«Cinà in buoni rapporti con Berlusconi. Berlusconi dà 20 milioni ai Grado e anche a Vittorio Mangano». La grafia è quella di Giovanni Falcone. Elegante, ordinata. Su un foglio di block notes a quadretti ha messo in fila alcuni appunti durante l’audizione del pentito Francesco Marino Mannoia. E’ il 6 novembre 1989. Il giudice ha sottolineato due volte il cognome Berlusconi, all’epoca già al culmine della sua carriera».

“Berlusconi paga i boss di Cosa nostra”. Ecco l’appunto di Falcone ritrovato nel suo ufficio,  Salvo Palazzolo, la Repubblica, 21 dicembre 2017

Riina parla di Berlusconi e delle speranze al tempo riposte su quest’ultimo (“…No …no… è vigliacco… di avere fattu la legge la nel Codice Penale (inc.) fatto il Codice Penale… quando era in possessu di (inc.) la leggi… perché io tannu ci credeva che lui avissi fàttu (inc.) con questi Magistrati con questi Magistrati… con questi disgraziati, eh speravo… speravo poi (inc.) incominciò… (inc.) a niatri (inc.)..)”.

Intercettazione ambientale del 4 ottobre 2013, Totò Riina a passeggio con Alberto Lo Russo, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018

Nelle motivazioni della sentenza Trattativa vengono dettagliate le elargizioni di Silvio Berlusconi (già a Palazzo Chigi) ai mafiosi tramite il co-fondatore di Forza Italia: “È determinante rilevare che tali pagamenti sono proseguiti almeno fino al dicembre 1994”.

Trattativa Stato-mafia, i giudici: “Da Berlusconi soldi a Cosa nostra tramite Dell’Utri anche da premier e dopo le stragi”, Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018

«Nella seconda metà del ’93, quando si è deciso di appoggiare Forza Italia, è venuto fuori Marcello Dell’Utri che si era preso delle garanzie nei confronti di Cosa nostra per i suoi problemi. E quindi da tutto questo noi diciamo che è nato questo appoggio da parte di Cosa Nostra nei confronti di Forza Italia. Sono stato chiaro?».

Nino Giuffré, collaboratore di giustizia, Tiscali.it, 20 luglio 2018

«Si ritiene da parte dei giudici che Silvio Berlusconi continuò a pagare ingenti somme di denaro a Cosa nostra palermitana anche dopo essere diventato Presidente del Consiglio».

«Risultano annotati in un libro mastro della mafia palermitana movimenti di denaro e ricezione di una somma montante a centinaia di milioni da parte del gruppo imprenditoriale legato a Berlusconi anche dopo che Silvio Berlusconi aveva assunto la carica di Presidente del Consiglio. Un Presidente del Consiglio, se questo è vero, il capo di un governo della nostra Repubblica pagava Cosa nostra».

«Nonostante un gravissimo silenzio e una gravissima ignoranza indotta nell’opinione pubblica, sull’argomento noi magistrati avevamo già una sentenza che aveva condannato definitivamente il senatore Dell’Utri per concorso in associazione mafiosa. Questa stabiliva e statuiva che l’allora imprenditore Silvio Berlusconi nel 1974 con l’intermediazione di Marcello Dell’Utri avesse stipulato un patto con esponenti apicali, esponenti di vertice della Cosa Nostra palermitana. Patto di reciproca protezione e sostegno. E che quel patto era stato rispettato dal 1974 almeno fino al 1992».


«Ma questa sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia va oltre. È stato dimostrato che l’intermediazione di Dell’Utri è proseguita attraverso la trasmissione di messaggi e richieste di Cosa Nostra a Silvio Berlusconianche dopo il 1992. Soprattutto dopo che Silvio Berlusconi a seguito delle elezioni del marzo 1994 divenne Presidente del Consiglio. Quindi per la prima volta questa sentenza chiama in ballo Silvio Berlusconi non più come semplice imprenditore ma come uomo politico addirittura come Presidente del Consiglio. Questo è un passaggio che pochi hanno sottolineato che può essere incidentale ma è assolutamente indicativo della gravità del comportamento di Silvio Berlusconi che i giudici ritengono accertato, è un passaggio apparentemente slegato all’imputazione mossa a Dell’Utri in questo processo ma molto significativo».

Nino Di Matteo, Procuratore Nazionale Antimafia, Antimafia2000.com, 27 settembre 2018

«La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Nino Di Matteo, presentazione Il Patto Sporco, Roma, 14 novembre 2018

“Ho incontrato tre volte a Milano Silvio Berlusconi mentre ero latitante”.

Giuseppe Graviano, boss di Cosa nostra, videoconferenza udienza processo «’ndrangheta stragista», 7 febbraio 2020

1 parte/continua

da WordNews.it

Di Matteo: «Lo Stato ha piegato le ginocchia»

L’intervento del consigliere del CSM nella trasmissione Non è l’Arena. «C’è stato un momento in cui a noi è stato detto di tutto: “ricattatori”, “assassini”, “eversori”. E nessuno ci ha difeso, nè l’ANM né il CSM. In quel momento dimostrarono un pericoloso collateralismo politico».

Di Matteo: «Lo Stato ha piegato le ginocchia»

di Paolo De Chiara

La Giustizia in Italia non sta attraversando un buon momento: tutto ciò che sta emergendo, soprattutto dal “caso Palamara” (ma non solo), sta mettendo in evidenza un “mondo giudiziario parallelo” che mira al proprio tornaconto personale. Dalle nomine al controllo delle Procure, sino alla delegittimazione di colleghi che, stranamente per questa gentaglia, il proprio dovere lo fanno, fino in fondo. Rischiando la propria vita, tutti i giorni.

Ciò che sta emergendo è vergognoso e molto pericoloso. Al centro di questo sistema ci sono personaggi indegni che, come in passato, continuano ad “attaccare” magistrati onesti come Gratteri, Di Matteo (senza dimenticare i vari Ingroia e De Magistris). Definiti pazzi, come è già capitato ad altri uomini dello Stato (Falcone e Borsellino). Lasciati soli e ammazzati da mafie, apparati dello Stato e anche dall’indifferenza delle cosiddette “persone perbene”.

Proprio Di Matteo, il tenace magistrato antimafia impegnato e vittorioso nel processo sulla scellerata Trattativa STATO mafia, è al centro di questi attacchi da parte delle “menti raffinatissime”. Questi mascalzoni non possono perdonare il suo impegno. E l’ultimo esempio di questa strategia è arrivato con la mancata nomina presso il DAP. In questo Paese malato non dobbiamo dimenticare le scarcerazioni di centinaia di mafiosi. Una vicenda ancora poco chiara, dove l’attuale Ministro della Giustizia non è riuscito a spiegare le sue scelte discutibili

Dopo la polemica televisiva, a seguito di una telefonata in cui il magistrato ha cercato di spiegare i fatti, si sono scatenate inutili polemiche, parole vuote utilizzate da sedicenti “tifosi” di una politica che, sino ad oggi, ha mostrato tutti i suoi limiti. E i suoi fallimenti. E quel Buonafede ancora ricopre un incarico politico importante. 

Ecco le parole di Nino Di Matteo, nella trasmissione di Giletti, sulla Trattativa: «Lo stesso Salvatore Riina diceva ai suoi più  stretti collaboratori “se non avessimo avuto i rapporti con la politica saremmo stati una banda di sciacalli e ci avrebbero già azzerato”. I mafiosi hanno la consapevolezza di quanto sia per loro importante il rapporto con il potere. 

Quando Riina venne cercato da uomini dello Stato, per il tramite di Vito Ciancimino, si convinse che la strategia  che aveva iniziato con l’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima, proseguito con l’attentato di Capaci, era una strategia che stava pagando. 

Lo Stato piegava le ginocchia andando a cercare Salvatore Riina per capire cosa volesse Cosa nostra per cessare quella strategia. Cosa nostra capì che era il momento di insistere con quella strategia delle bombe.

La sentenza della Trattativa, sulla base di innumerevoli prove, certifica che quella Trattativa, come sempre avviene,  non evitó altro sangue, anzi ne provocò di ulteriore.  

Cosa nostra è un’organizzazione “politica”, anche attraverso i delitti eccellenti ha fatto politica».

Sulle scarcerazioni: «Un segnale quasi di impunità. Chi è stato condannato più volte ha il diritto alla tutela della sua salute, ma lo Stato ha il dovere di fare di tutto perché la salute di ciascun detenuto venga tutelata all’interno della struttura.

Il segnale è stato devastante».

Il metodo mafioso: «Privilegiare il criterio dell’appartenenza ad una corrente è molto simile all’applicazione del metodo mafioso. 

La mia battaglia sarà quella di dare un cambio netto. Serve una svolta. Quando si tocca il fondo è il momento di ripartire».

Pool Stragi: «Sono stato estromesso dal gruppo stragi. Palamara si era lamentato che io facessi parte di questo gruppo. È stata una enorme amarezza, ho lavorato per decenni sulle stragi».

Telefonate (“distrutte”) tra Napolitano e Nicola Mancino: «C’è stato un momento in cui a noi è stato detto di tutto: “ricattatori”, “assassini”, “eversori”. E nessuno ci ha difeso, nè l’ANM né il CSM. In quel momento dimostrarono un pericoloso collateralismo politico».

da WordNews.it

UN PAESE ORRIBILMENTE SPORCO

Memoria da rinfrescare: la TRATTATIVA Stato-mafia. Sentenze, Detti e Contraddetti.

UN PAESE ORRIBILMENTE SPORCO

di Paolo De Chiara

LE RICHIESTE DI RIINA

«La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Nino Di Matteo, presentazione Il Patto Sporco, Roma, 14 novembre 2018

RAGIONI SFUGGENTI

«Mi sfugge la ragione per cui la mafia avrebbe dovuto scendere a patti con Berlusconi quando ancora non era in politica».

Giorgia Meloni (PdL), 8 agosto 2012

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/1 

P.M. DEL BENE «Le fece proprio il nome di Dell’Utri?»

IMPUTATO BRUSCA «Sì.»

P.M. DEL BENE «Senta, Mangano le rappresentò solo di avere incontrato Dell’Utri o anche altri soggetti?»

IMPUTATO BRUSCA «Doveva incontrarsi… il messaggio era diretto a Silvio Berlusconi, poi in quella circostanza non mi ha detto… ma ha incontrato solo Marcello Dell’Utri, poi il successivo, se il messaggio è arrivato anche a Berlusconi, questo non ho avuto modo di approfondirlo… L’obiettivo era Marcello Dell’Utri però il punto finale era Silvio Berlusconi”.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018

NE AVESSE AZZECCATA UNA

«Il processo Stato-mafia si concluderà con il totale flop dell’inchiesta di Antonio Ingroia & soci. È una bufala su cui si sono costruite carriere immeritate: non c’è una sola prova seria a sostegno di questa allucinazione».

Pino Arlacchi, Panorama, 24 febbraio 2014

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/2 

Riina parla di Berlusconi e delle speranze al tempo riposte su quest’ultimo (“…No …no… è vigliacco… di avere fattu la legge la nel Codice Penale (inc.) fatto il Codice Penale… quando era in possessu di (inc.) la leggi… perché io tannu ci credeva che lui avissi fàttu (inc.) con questi Magistrati con questi Magistrati… con questi disgraziati, eh speravo… speravo poi (inc.) incominciò… (inc.) a niatri (inc.)..)”.

Intercettazione ambientale del 4 ottobre 2013, Totò Riina a passeggio con Alberto Lo Russo, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018

IL MEDIATORE MAFIOSO

Diventa definitiva la sentenza contro l’ex senatore di Forza Italia per concorso esterno in associazione mafiosa. La Procura: “E’ stato il garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa Nostra”.

“Per diciotto anni, dal 1974 al 1992, Marcello Dell’Utri è stato garante dell’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra“, aveva sostenuto il pg Galasso davanti alla Corte. “In quel lasso di tempo”, aveva osservato il pg, “siamo in presenza di un reato permanente“. “Infatti, la Cassazione, con la sentenza del 2012 con cui aveva disposto un processo d’appello-bis per Dell’Utri, aveva precisato che l’accordo tra Berlusconi e Cosa nostra, con la mediazione di Dell’Utri“, ha aggiunto Galasso, “c’è stato, si è formato nel 1974 ed è stato attuato volontariamente e consapevolmente“.

La Repubblica, 9 maggio 2014

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/3 

Poi, Riina fa un cenno all’elenco delle richieste che secondo Massimo Ciancimino egli avrebbe redatto (“… Ponnu riri… vinni…, vinni…, vinni… cosu… Cianciminu. Ma Cianciminu vinni ci purtò a ste… ste elencu… mu rasssi… mu rassi ste elencu ca u fazzu esaminari… (inc.) hanno visto (inc.)..”).

Intercettazione ambientale del 4 ottobre 2013, Totò Riina a passeggio con Alberto Lo Russo, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4512

SFUGGENTI REAZIONI CON ALLEANZA ANNESSA

“Troppe ombre, troppi non detti e troppe cose poco chiare caratterizzano questa vicenda: il popolo italiano ha il diritto di sapere cosa sia successo veramente”.

“Il sacrificio dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di tutti gli eroi caduti nella guerra alla mafia non può e non deve essere vano. Nel giorno in cui ricorre l’anniversario della sua nascita il mio pensiero e quello di tutta la comunità umana e politica di Fratelli d’Italia va ai suoi famigliari e parenti. Una ricorrenza che cade in un momento particolare visto che è in corso la requisitoria dei Pm al processo sulla trattativa Stato-Mafia. Il mio augurio è che quello di oggi possa essere un ulteriore passo in avanti per arrivare, dopo tanti anni, ad accertare la verità”.

Giorgia Meloni, alleata con Berlusconi, Fratelli d’Italia, 19 gennaio 2018

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/4 

Da segnalare, però, che, nel corso del colloquio con Lo Russo, Riina esprime un concetto che conferma una sua precedente esternazione captata da un agente della Polizia Penitenziaria. Secondo quando il teste Bonafede ha riferito, infatti, Riina il 31 maggio 2013 ebbe, tra l’altro, a dire “io non cercavo a nessuno, erano loro che cercavano a me”. Ora, vi sono chiari elementi per escludere che Riina si riferisse alla sua latitanza e che confermano che, invece, egli si sia riferito alla “trattativa” ed al fatto che furono altri a sollecitarla.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4512

E LUI PAGA…

L’Italia ha avuto un presidente del consiglio che pagava Cosa nostra mentre sedeva a Palazzo Chigi. E non negli anni Cinquanta, ma almeno fino alla fine del 1994 quando la mafia aveva già mostrato il suo volto più feroce: aveva fatto a pezzi Giovanni FalconeFrancesca Morvillo, Paolo Borsellino, otto agenti di scorta, dieci civili, comprese due bambine. Quel presidente del consiglio si chiama Silvio Berlusconi ed elargiva denaro ai mafiosi sempre nello stesso modo: tramite il fido Marcello Dell’Utri.

Il Fatto Quotidiano, 19 luglio 2018

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/5 

Nel corso della relativa conversazione con Adinolfi il Graviano manifesta la convinzione che nel 1994 il Presidente del Consiglio dei Ministri Berlusconi avrebbe abolito la pena dell’ergastolo se non avesse trovato una opposizione interna in altre componenti del Governo (“… come no, Umbè? Allora, poi un’altra cosa. Per quanto riguarda u governo ri Berlusconi. Perché Berlusconi non ha fatto alcune cose … Non è che io lo sto difendendo… aveva… (inc.)… a Casini … e ti stavo dicendo… aveva anche a Bossi contro. Picchì? Quannu aviano fatto… tu rici ma tiri sempre acqua o to mulino? Quando avevano fatto u codice penale stavanu abbulennu l’ergastolo. Mi sono spiegato? Poi subito attaccato ri Bossi… ri Casi… Casini u sai chi dissi? “Ma come togliere l’ergastolo?” Minchia, si sii cattolico, pezzo ri ‘nfame chi un sii autro! Eh… Poi all’ultimo, quando Fini si arriva a questa rottura, dice: “sì, va bene, si u purtamo a trent’otto anni va bene, dice, arrivato a un certo punto, sono trent’otto anni”. Questo è il motivo… “).

Si tratta di un passo della conversazione “in chiaro”, così come quasi tutti quelli del colloquio di quel giorno con Adinolfi allorché il Graviano fa altri riferimenti a Berlusconi, al fatto che questi, dopo essere stato eletto nel 1994, non aveva mantenuto gli impegni presi.

Intercettazione ambientale del 19 gennaio 2016, conversazione durante il “passeggio” tra Giuseppe Graviano e Umberto Adinolfi, Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pagg. 4601 e 4602

E LUI SCAPPA…

Ha seguito le indicazioni dei suoi legali e, di fatto, ha voltato le spalle all’amico di una vita, Marcello Dell’Utri. Nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo è finito oggi un sodalizio lungo oltre 40 anni: affari, amicizia, il progetto politico che portò a Forza Italia, successi, denaro e potere. Tutto cancellato quando Silvio Berlusconi, ascoltando il consiglio dei suoi avvocati, ha comunicato ai giudici di non volere testimoniare a favore del collaboratore di sempre, Marcello Dell’Utri nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Il Sole 24 Ore, 11 novembre 2019

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/6 

Brusca, poi, ha ugualmente confessato di avere incaricato successivamente Vittorio Mangano di contattare Dell’Utri e Berlusconi per richiedere loro di adoperarsi per i provvedimenti oggetto delle pregresse richieste dei mafiosi, prospettando, però, espressamente, ai medesimi Dell’Utri e Berlusconi, che, in caso di non accoglimento di quelle richieste, sarebbe stata portata avanti la strategia stragista di “cosa nostra” (dich. Brusca: “… E di dirgli se non si mette a disposizione noi continueremo con la linea stragista…”).

Ed è stato accertato che, in continuità con quell’incarico ricevuto anche dal Brusca (oltre che dal Bagarella), Mangano proseguì i contatti con Dell’Utri anche successivamente all’insediamento del Governo Berlusconi e, nei fatti, dunque, indipendentemente dal carattere dell’approccio con il medesimo Dell’Utri, rinnovò la minaccia indirizzata al Governo e dal detto destinatario percepita nella persona del suo Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4651

SENTENZA “Trattativa” STATO-MAFIA/7 

Lo stesso Mori, invero, ha riferito di avere, ad un certo punto, rivolto, tra l’altro, a Vito Ciancimino la seguente frase: “Ma signor Ciancimino, ma cos’è questa storia qua? Ormai c’è muro, contro muro. Da una parte c’è Cosa Nostra, dall’altra parte c’è lo Stato? Ma non si può parlare con questa gente?”.

Corte di Assise di Palermo, 20 aprile 2018, pag. 4895

ALTRO SANGUE

«Quindi Cosa nostra fa le stragi nel periodo in cui il Presidente del Consiglio, secondo le conclusioni di questa Sentenza, finanzia Cosa nostra.

Forse cominciamo a capire perché non si deve parlare di questa sentenza.

Forse cominciamo a capire perché questa sentenza è scomoda perché parla di diffuse omertà istituzionali, perché parla di Presidenti della Repubblica che hanno mentito.

Perché parla di esponenti politici che hanno riferito, pur essendo già stati interrogati nei processi che celebrammo a Caltanissetta vent’anni prima, fatti importantissimi accaduti nel periodo delle stragi solo dopo che il figlio di un mafioso, Massimo Ciancimino, aveva detto qualcosa. Dice che la Trattativa non evitò altro sangue, ma lo provocò.  

Nino Di Matteo, presentazione Il Patto Sporco, Roma, 14 novembre 2018

Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2018

da WordNews.it

VIRGINIA RAGGI con il libro «IL CORAGGIO DI DIRE NO»

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IL SINDACO DI ROMA VIRGINIA RAGGI con il libro «IL CORAGGIO DI DIRE NO».
Roma, 4 aprile 2018
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