Morte (poco) accidentale di un Anarchico

SPECIALE PINO PINELLI/Parte prima. L’Italia delle STRAGI e dei SEGRETI DI STATO, dicembre 1969. L’INTERVISTA a Silvia Pinelli, la figlia della staffetta partigiana. Il ferroviere anarchico innocente, “precipitato” dal quarto piano della questura di Milano. «Io e mia sorella (Claudia, nda) verso le 20:00 arriviamo a casa, contente, perché pensavamo che ci fosse nostro padre. Invece abbiamo trovato la casa completamente a soqquadro con i poliziotti che rovistavano dappertutto, che aprivano gli armadi e spacchettavano i regali che i nostri genitori avevano già comprato. Questo è il ricordo che noi abbiamo del 12 dicembre. Non ebbi neanche il coraggio di entrare, rimasi sulla soglia della porta a controllare lo sfacelo che vedevo.»

Morte (poco) accidentale di un Anarchico
La ricostruzione: il manichino utilizzato per simulare la «caduta» di Pinelli dalla finestra dell’ufficio politico della questura di Milano

di Paolo De Chiara, WordNews.it

La bomba è esplosa. Sono le 16:37 di venerdì 12 dicembre 1969“In dicembre a Milano era caldo. Ma che caldo che caldo faceva”, risuona un famoso ritornello. Quel calore investirà un Paese intero, al centro di una infinita strategia della tensione, pianificata negli anni.

Destabilizzare per stabilizzare.

E in quei giorni le menti raffinatissime (“gruppo di potenti”) decidono di destabilizzare, utilizzando i criminali di destra. Fascisti assassini, allevati durante e dopo la dittatura.  

Un forte boato colpisce il cuore pulsante della città. A pochi passi dal Duomo, all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura. La bomba fascista e di Stato uccide 14 persone, ferendone 87. In totale i morti arriveranno a 17.

Dopo poche ore la polizia trova – come già accaduto qualche mese prima – il capro espiatorio. Gli anarchici sono destinati a subire la reazione da parte chi ha creato il caos.

Destabilizzare per stabilizzare.

E per la strage di Piazza Fontana viene indiziato un anarchico, si chiama Giuseppe Pinelli. Un padre di famiglia, di 41 anni, già staffetta partigiana. Un uomo libero, di sani principi, lontano dalla becera violenza. Pino ha dato il suo contributo per annientare i criminali fascisti e nazisti durante la Resistenza. Saranno proprio quei personaggi, immersi in quella cultura criminale, a privarlo della sua vita. Il questore di Milano, un certo Marcello Guida, è un fascista, ex direttore del carcere di Ventotene, luogo di confino per molti antifascisti, come Sandro Pertini.

Un “semplice accertamento” si trasforma in un fermo illegale. Una vergogna per uno Stato di diritto.

Tre giorni di interrogatori, di minacce, di torture, di violenza verbale. Chiedono a Pinelli di confessare, di fare i nomi dei compagni. Ma Pinelli è innocente e non può confessare nulla.

Il 15 dicembre viene arrestato Pietro Valpreda, il ballerino anarchico. Passerà 1110 giorni nel carcere di Regina Coeli. Da innocente.  

Negli uffici della questura di Milano la polizia ci va pesante. Usa i suoi metodi antidemocratici. Tre giorni di pura follia criminale, di estenuanti interrogatori. Dopo la mezzanotte del 15 dicembre l’innocente anarchico Pino Pinelli “precipita” dal quarto piano della questura. Muore poco dopo al Fatebenefratelli di Milano.

Il fascista-questore, in una conferenza stampa, senza vergogna dirà: “Pinelli era fortemente indiziato di concorso in strage. Il suo alibi era crollato. Si è visto perduto. Si è trovato come incastrato. È crollato. È stato un gesto disperato, una specie di autoaccusa”. Aggiungerà qualche giorno dopo: “Vi giuro, non l’abbiamo ucciso noi”. Uno Stato che uccide impunemente. Non sarà il primo e non sarà l’ultimo caso. Pino Pinelli è stato ammazzato. Era innocente. Era una persona perbene.

Le verità tardano ad arrivare. Ma dopo mezzo secolo un altro elemento si aggiunge alle ipotesi fatte in questi anni.

L’ex numero due del servizio segreto militare, il generale Maletti, ha raccontato ad Alberto Nerazzini e Andrea Sceresini(Il Fattola sua versione: «Pinelli si rifiuta di rispondere alle domande. Gli interroganti ricorrono quindi a mezzi più forti e minacciano di buttarlo dalla finestra. Lo strattonano e lo costringono a sedere sul davanzale. A ogni risposta negativa, Pinelli viene spinto un po’ più verso il vuoto. Infine perde l’equilibrio e cade”.

E ad un tratto Pinelli cascò!

da Il Fatto Quotidiano

Abbiamo contattato Silvia Pinelli, una delle due figlie (l’altra si chiama Claudia). Due donne dignitose che, insieme alla signora Licia (la vedova di Pino), continuano a ricordare quei fatti. Perché la memoria, nel Paese senza memoriae “orribilmente sporco”, è necessaria per guardare avanti e per ottenere Verità e Giustizia. Due parole fondamentali in una Nazione piena di lati oscuri, misteri e segreti di Stato.

Sono passati 51 anni dalla morte di suo padre, come è cambiato questo Paese?

«È cambiato in peggio. Ce ne rendiamo conto da tante piccole cose. È venuto a mancare quel movimento che spinse negli anni Sessanta a ribellarci contro determinate cose, per portare avanti un percorso di conquiste che furono, purtroppo, represse nel sangue. Adesso ci ritroviamo a perdere le conquiste di quegli anni. Guardiamo a uno Statuto dei Lavoratori, alla sicurezza dei luoghi di lavoro. Si combatteva per questo e siamo nella stessa situazione, peggio forse, di cinquant’anni fa. Volevamo una sanità pubblica e ci troviamo una privatizzazione. Una scuola pubblica, abbiamo combattuto in quegli anni perché l’Università fosse aperta a tutti, e adesso abbiamo anche una scuola privata che riceve dei finanziamenti da parte dello Stato, a discapito del pubblico. La situazione non è delle migliori.»

E in questi giorni, nelle città italiane, sono comparsi questi mega manifesti sulla pillola abortiva RU486.

«Una propaganda che punta sulla parte più becera di noi. Anche quei manifesti che sono apparsi sono orripilanti. Manca una reazione, una presa di posizione seria, anche se ci troviamo in un periodo particolare in cui nessuno si aspettava di poter vivere. Manca un coinvolgimento da parte di alcuni parlamentari che ci sono e si potrebbero smuovere su determinate cose. Sembra che ci sia più paura. È un ritorno indietro.»

Solo da parte dei parlamentari o anche dei cittadini?

«Con le elezioni noi eleggiamo i nostri rappresentanti in Parlamento. I nostri rappresentanti sono nei Comuni, nelle Province. Come cittadini, sicuramente, abbiamo un compito fondamentale che è quello di portare avanti delle istanze. Ma chi ci rappresenta dovrebbe rappresentarci effettivamente.»

Non siamo rappresentati?

«Non siamo rappresentanti. Nel momento in cui si vota, votiamo una lista, delle persone. Qualcuno lo ritengo che sia in buona fede, ma c’è un contesto che, comunque, ti impedisce di poter portare avanti un lavoro comune.»

Un male che ci portiamo dietro da troppi anni. Abbiamo subìto la dittatura e anche dopo la caduta del fascismo ci siamo ritrovati i fascisti all’interno dei posti di comando. Ed hanno mantenuto il controllo delle varie Istituzioni.

«Avevamo ai vertici di ministeri e prefetture persone che arrivavano dal disciolto partito fascista. Solo nel ’46 è stato ricostituito, dai reduci della Repubblica di Salò, il Movimento Sociale italiano. Come è stato possibile consentire una cosa di questo tipo?»

E queste parole riportano agli anni Sessanta: il convegno fascista finanziato dal Sifar (servizio informazioni forze armate); la rete occulta, meglio conosciuta come Gladio; il colpo di Stato dei colonnelli in Grecia (con a capo Papadopoulos, già collaboratore dei nazisti); gli squadristi di Almirante; la nascita del Fronte nazionale di Valerio Borghese (già comandante della X Mas e salvato dagli americani); le bombe del 1969: Padova (15 aprile), Fiera di Milano (25 aprile); Milano e Venezia (8 e 9 agosto), Trieste (4 ottobre).

La strategia della tensione, termine per la prima volta utilizzato dal settimanale The Observer, inaugurata con la prima strage di Stato (Portella della Ginestra), 1° maggio 1947. Senza dimenticare i sindacalisti ammazzati dalle mafie, come: Miraglia, Rizzotto, Carnevale, La Torre. In totale 54 omicidi. I braccianti ammazzati dalla polizia ad Avola (Siracusa) il 2 dicembre del 1968: 2 morti e 48 feriti. I rappresentanti dello Stato sparano sui manifestanti che chiedono il rinnovo del contratto di lavoro. A Forte dei Marmi il 1° gennaio del 1969 una protesta giovanile. Una contestazione davanti alla Bussola, il locale dei ricchi. La polizia spara e ferisce gravemente alla schiena un giovane. Poi la strage di Battipaglia. I manifestanti sono scesi in piazza, gridano “difendiamo il nostro pane”. È il 9 aprile del 1969, la polizia spara ancora una volta: 2 morti e 200 feriti. Da più parti si chiede il “disarmo della polizia”, oggi non è ancora possibile identificare un appartenente alle forze dell’ordine.

Ma andiamo avanti.

I tentati colpi di Stato: nel 1964 il “piano Solo” (con il generale De Lorenzo, già ai vertici del Sifar); il golpe Borghese: nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970, il tentativo di “creare panico e disorientamento”. I congiurati occupano il ministero dell’Interno per qualche ora, poi arriva il contrordine. Tutto organizzato dal Fn di Borghese, insieme ad Avanguardia nazionale, Ordine nuovo, Europa Civiltà, con l’appoggio dei vertici delle forze armate, di personalità criminali e il sostegno dei servizi segreti, della P2 e della Cia; nel 1973 l’ennesimo tentativo con “la Rosa dei Venti”. Nello stesso calderone gerarchi della Repubblica Sociale, criminali, neofascisti, massoni, generali dell’Esercito, ufficiali delle forze armate, industriali. Un “gruppo di potenti”, formato da “persone serie ed importanti”, che – in questo Paese “orribilmente sporco” – ha dato disposizioni e assicurato protezione politica.      

Continui segnali, continui proclami. Il 10 dicembre del 1969, due giorni prima della strage di Piazza Fontana, il fascista Almirante, intervistato da Der Spiegel, dichiara: “Le organizzazioni giovanili fasciste si preparano alla guerra civile… tutti i mezzi sono giustificati per combattere i comunisti… misure politiche e militari non sono più distinguibili”. Oggi vorrebbero farlo passare per uno statista. C’è chi vorrebbe intitolargli delle strade, come se non bastassero quelle intitolate ad altri fascisti (Farinacci docet). Ma giusto per far chiarezza è importante sdoganare questo pessimo soggetto, descritto con queste parole dal peggior presidente della Repubblica (Napolitano): «Ha avuto il merito di contrastare impulsi e comportamenti anti-parlamentari che tendevano periodicamente ad emergere, dimostrando un convinto rispetto per le istituzioni repubblicane che in Parlamento si esprimeva attraverso uno stile oratorio efficace e privo di eccessi…». Ecco i fatti: nel 1938 firma il Manifesto della Razza; dal ’38 al 1940 collabora alla rivista La difesa della Razza; dopo l’8 settembre aderisce alla Repubblica Sociale, si arruola nella guardia nazionale con il grado di capomanipolo; il 30 aprile del 1944 diventa capo di quel “gabinetto” del ministero della cultura popolare e il 17 maggio firma il manifesto della RSI (“…gli sbandati ed appartenenti a bande che non si consegneranno ai comandi nazifascisti entro il 25 maggio saranno passati per le armi mediante fucilazione alla schiena”). Un “servo dei nazisti. Come Almirante collaborava con gli occupanti tedeschi”, titolerà l’Unità il 27 luglio del 1971; diventa tenente della brigata nera, impegnato nella lotta contro i partigiani; nel 1946 fonda i Fasci di azione rivoluzionaria. Racconta De Marzio, ex capogruppo Msi alla Camera, di un incontro tra Almirante e Borghese nel 1970, l’anno del tentato golpe. Il fascista “privo di eccessi” (secondo Napolitano) avrebbe detto: “Comandante (Borghese, nda), se parliamo di politica e tu sei dei nostri devi seguire le mie direttive. Ma se il terreno si sposta sul campo militare allora saremo noi ad attenerci alle tue indicazioni”. La memoria è importante, caro Napolitano.    

La destra eversiva, in questo Paese, è stata protetta da un sistema di potere nazionale e internazionale (Wikileaks, gli Usa e la strategia della tensione, l’Espresso, 2015). L’opera strategica e stragista è proseguita nel corso degli anni, ecco soli alcuni esempi: i Moti di Reggio (Msi, Avanguardia Nazionale e Fronte nazionale con un forte legame con la ‘ndrangheta); deragliamento della Freccia del Sud (6 morti, 72 feriti); un ordigno ritrovato a Verona; le bombe di Catanzaro (1 morto); la strage di piazza della Loggia (8 morti); l’Italicus (12 morti e 44 feriti); la stazione di Bologna (85 morti, 200 feriti); il rapido 904 (17 morti e 267 feriti). A seguire, fino ad oggi, una lunga scia di sangue. Comprese le bombe e le stragi di mafia.

La “strategia della tensione”, in questo Paese, non è mai terminata.

Gaetano Lunetta (Fn Liguria) spiega (Domani): «Il golpe c’è stato, siamo stati padroni del Viminale. Il risultato politico è stato raggiunto: congelamento della politica di Aldo Moro (che verrà poi ucciso dalle Br, nda), allontanamento del Pci dall’area di governo, garanzia di una totale fedeltà filoatlantica e filoamericana. Il golpe c’è stato ed è riuscito.»

In tutta questa lunga storia di bombe, strategie, silenzi, complicità, destabilizzazioni, stabilizzazioni, rientra la strage di piazza Fontana del 12 dicembre del 1969 a Milano. L’ordigno posizionato nella Banca Nazionale dell’Agricoltura. Una strage di Stato compiuta dalla destra eversiva. Ma non solo.

Signora Pinelli, lei quanti anni aveva?

«Nove anni.»

E cosa ricorda di quella giornata?

«Non ricordiamo niente, in pratica. Ricordiamo che mio padre era smontato dalla notte e che quel giorno avevamo mangiato tutti assieme e, poi, mio padre era uscito per andare con i suoi amici. Poi era andato in ferrovia a ritirare la tredicesima e poi era andato al Circolo al Ponte della Ghisolfa, dove aveva scritto una lettera a Paolo Faccioli, uno degli anarchici che erano in carcere, falsamente accusati delle bombe alla Fiera di Milano.»

Il 25 aprile del 1969 alla Fiera di Milano, intorno alle 19:00, si verifica un’esplosione all’interno dello stand della Fiat: venti feriti. Alle 21:00 una seconda bomba deflagra nell’ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni, nessun ferito. Solo panico e disorientamento. Vengono individuati e arrestati i responsabili: sei anarchici. Alcuni rilasciati qualche giorno dopo, gli altri processati e assolti nel maggio del 1971.

Possiamo soffermarci su questa lettera?

«Purtroppo diventerà il suo testamento. Dove dice, tra le altre cose, che l’Anarchia non è violenza, “che rigettiamo, ma non vogliamo subirla. L’Anarchia è ragionamento e responsabilità”. Dopodiché si reca al Circolo di via Scaldasole, nel quartiere Ticinese, dove c’è la volante della polizia. Mio padre, in quel momento, ancora non sapeva che era scoppiata una bomba. E da lì Calabresi lo invita a seguire la volante della polizia con il suo motorino, in questura. Cosa che mio padre farà.»

Perché non sapevate nulla della bomba di piazza Fontana?

«A casa nostra la televisione era rotta, quindi non si sapeva assolutamente niente. Io e mia sorella (Claudia, nda) verso le 20:00 arriviamo a casa, contente, perché pensavamo che ci fosse nostro padre. Invece abbiamo trovato la casa completamente a soqquadro con i poliziotti che rovistavano dappertutto, che aprivano gli armadi e spacchettavano i regali che i nostri genitori avevano già comprato. Questo è il ricordo che noi abbiamo del 12 dicembre. Noi eravamo abituate a vedere gente in casa, però ricordo che mia madre ci avvisò che erano dei poliziotti. Non ebbi neanche il coraggio di entrare, rimasi sulla soglia della porta a controllare lo sfacelo che vedevo.»

Poliziotti dell’ufficio politico della questura di Milano?

«Sì, sicuramente.»

Il commissario era Lugi Calabresi?

«Era Calabresi. È stato lui ad invitare il mio papà ad andare in questura per degli accertamenti.»

1 parte/continua

Pino Pinelli

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LA LETTERA/TESTAMENTO DI PINO PINELLI

Indirizzata all’Anarchico Paolo Faccioli, accusato ingiustamente (insieme ad altri compagni) delle bombe alla Fiera di Milano del 25 aprile 1969.

Caro Paolo,

rispondo con ritardo alla tua, purtroppo tempo a disposizione per scrivere come vorrei ne ho poco; ma da come ti avrà spiegato tua madre ci vediamo molto spesso e ci teniamo al corrente di tutto. Spero che ora la situazione degli avvocati si sia chiarita.

Vorrei che tu continuassi a lavorare, non per il privilegio che si ottiene, ma per occupare la mente nelle interminabili ore; le ore di studio non ti sono certamente sufficienti per riempire la giornata.

Ho invitato i compagni di Trento a tenersi in contatto con quelli di Bolzano per evitare eventuali ripetizioni dei fatti.

L’anarchismo non è violenza, la rigettiamo, ma non vogliamo nemmeno subirla: essa è ragionamento e responsabilità e questo lo ammette anche la stampa borghese, ora speriamo che lo comprenda anche la magistratura.

Nessuno riesce a comprendere il comportamento dei magistrati nei vostri confronti. Siccome tua madre non vuole che invii soldi, vorrei inviarti libri, libri non politici (che me li renderebbero) così sono a chiederti se hai letto Spoon River, è uno dei classici della poesia americana, per altri libri dovresti darmi tu i titoli.

Qua fuori cerchiamo di fare del nostro meglio, tutti ti salutano e ti abbracciano, un abbraccio in particolare da me ed un presto vederci.

Tuo Pino.

Morte accidentale di un anarchico.

Spettacolo rappresentato per la prima volta il 5 dicembre 1970 a Varese da Dario Fo e il suo gruppo teatrale “La Comune”.

Attilio Manca: da chi è Stato “suicidato”?

Restano molte stranezze in questo caso. Lo strano caso di un medico che voleva fare solo il suo mestiere. Si intrecciano situazioni e personaggi particolari. Dichiarazioni e false attestazioni.

Attilio Manca: nato a San Donà di Piave il 20 febbraio 1969. Ucciso (“suicidato”) a Viterbo l’ 11 febbraio 2004.   

Una strana storia. Una storia sbagliata. Il corpo martoriato del giovane urologo di Barcellona Pozzo di Gotto (Me), trovato morto a Viterbo l’11 febbraio del 2004, lascia ancora troppi interrogativi. Qual è la verità? Perchè, intorno al “suicidio” di questo medico, continuano a volteggiare fitti misteri? Misteri italiani, misteri mafiosi. Misteri di Stato. Cosa aveva visto? Cosa aveva sentito? Chi aveva incontrato? Chi aveva curato?Perchè l’azione mirata, sporca e squallida, come i suoi autori (professionisti e assassini esperti), è ancora insabbiata? Cosa stanno proteggendo? Chi stanno proteggendo?   
«Attilio Manca è stato ritrovato – si legge in una delle tante iniziative di raccolta firme – con due segni di iniezioni nel braccio sinistro, la sua morte è avvenuta per una overdose di eroinaalcool e tranquillanti. Ma Attilio era un mancino puro, incapace di utilizzare la mano destra, così come confermato dai suoi colleghi dell’ospedale Belcolle di Viterbo, e soprattutto non era un tossicodipendente con istinti suicidi».
I legali della famiglia Manca, Fabio Repici e Antonio Ingroia, hanno un’altra versione: «Attilio Manca avrebbe visitato il capo di Cosa nostra, Bernardo Provenzano (prima o dopo il suo intervento alla prostata realizzato in Francia nell’autunno del 2003), dopodiché sarebbe stato eliminato in quanto testimone scomodo della rete di protezione extra-mafiosa eretta attorno al boss mafioso».

Ma ecco le anomalie. La Procura di Viterbo batte su una comoda strada: overdosi. Si èiniettato, stranamente e volontariamente, due dosi fatali di eroina nel braccio sbagliato. Attilio è, per la giustizia italiana, un tossico.Ma sembra troppo facile questa soluzione. Offensiva nei confronti di Attilio e della sua famiglia.   

Il  29 marzo del 2017 il Tribunale di Viterbo ha condannato Monica Mileti (per la cessione della droga): 5 anni e 4 mesi. Il caso è chiuso?
Un nuovo fascicolo viene aperto a Roma per “omicidio volontario”. Questa volta ci sono quattro collaboratori di giustizia. Il quadro descritto dai “pentiti” squarcia il fitto mistero. Il suicidio mascherato porterebbe la firma di tre entità: massoneriamafiaservizi segreti.
Giuseppe CampoGiuseppe SetolaStefano Lo Verso e Carmelo D’Amico raccontano la loro versione. Ma ancora non basta. Il muro ancora non si è sgretolato. Restano le anomalie: 

Attilio era mancino (grave errore da parte delle “menti raffinatissime”) e non era un tossicodipendente. Non sono state trovate le impronte digitali sulle siringhe. Avrà messo i guanti per iniettarsi il veleno? E dove sono i guanti? E il tempo materiale per questa inutile accortezza? Dove sono le prove che portano a parlare di cessione di droga da parte della Mileti? O, come in altri casi, è un mero capro espiatorio utilizzato per chiudere in fretta e furia, confondere e coprire tutto? La storia si ripete, lo stesso fil rouge lega i fatti e i misfatti italici. Anche la tecnica sembra essere la stessa. Il caso Pantani grida ancora “vendetta”. Il pestaggio e la morte violenta di Pier Paolo Pasolini (1/2 novembre 1975) coperta con una banale scusa e un solo colpevole. Il vero colpevole? Il pestaggio e la morte violenta di Attilio Manca, chiusa con un’altra banale scusa.Il poeta è stato archiviato come un Frocio e basta, l’urologo siciliano come un tossico.

Restano molte stranezze in questo caso. Lo strano caso di un medico che voleva fare solo il suo mestiere. Si intrecciano situazioni e personaggi particolari. Dichiarazioni e false attestazioni. La squadra mobile di Viterbo che attesta il falso. Per coprire chi? Che cosa? Provenzano è morto. Chi bisogna ancora coprire? Servono coperture per il “sistema” che ha reso tranquilla la latitanza del boss siciliano? 

Questo Paese ha bisogno della verità! La famiglia Manca ha bisogno di uno Stato serio, che dia risposte serie sulla morte di Attilio! I responsabili devono pagare. Gli uomini indegni dello Stato, quelli che hanno fatto il bello e il cattivo tempo dal dopoguerra ad oggi, devono essere individuati e perseguiti. Lo stesso vale per i massoni e i mafiosi. Uno Stato serio non può permettersi più certi misteri.

WordNews.it continuerà a seguire la vicenda di Attilio Manca, restando al fianco della sua famiglia.

da WordNews.it

Link: https://www.wordnews.it/attilio-manca-da-chi-e-stato-suicidato

“Il sistema di protezione non funziona”

Pesaro, via Bovio. Il luogo del delitto. fonte Corriere.it 

Dopo l’omicidio Bruzzese un testimone di giustizia denuncia i limiti dello Stato   

“Il sistema di protezione non funziona”

L’appello: “Immediate dimissioni del presidente Gaetti e del ministro Salvini”
di Paolo De Chiara

Un agguato nel giorno di Natale. Un messaggio per tutti i testimoni e i collaboratori di giustizia. La morte di Marcello Bruzzese, fratello di un ex appartenente alla ‘ndrangheta, dagli anni 2000 collaboratore di giustizia, non può essere interpretato solo come un chiaro messaggio al congiunto pentito, ma può diventare, anche indirettamente, un fattore destabilizzante per tutti gli altri. A Pesaro, con questo omicidio, probabilmente, si è giunti al punto di non ritorno. Bruzzese era un soggetto sottoposto a speciale programma di protezione, i due killer a volto coperto lo hanno atteso sotto casa, l’abitazione concessa dal Ministero dell’Interno. Il fatto è gravissimo. Come facevano gli assassini a conoscere i suoi movimenti? Come hanno scoperto i luoghi segreti e protetti frequentati dal fratello del collaboratore di giustizia? Il programma di protezione non funziona? Ne abbiamo parlato con un testimone di giustizia, un cittadino onesto che ha denunciato appartenenti alla criminalità organizzata e colletti bianchi. Un sistema criminale ed economico che ha impiantato le sue radici in questo Paese orribilmente sporco. Per questioni di sicurezza non sveleremo le generalità del testimone, per meglio affrontare la sua personale esperienza nel programma di protezione. «Il Servizio centrale di protezione  – ha esordito – non dà i documenti di copertura. Il tutelato, nella cosiddetta località protetta, vive con il proprio nome e cognome e svolge azioni di quotidianità facilmente rintracciabili.»

Spieghi meglio cosa vuole dire.

«Ad esempio andare in farmacia e comprare un medicinale, il tutto con il codice fiscale che va a finire all’Agenzia delle Entrate dove non vi è una copertura e dove qualsiasi persona, che abbia un’amicizia con qualcuno o una qualche un’influenza, può facilmente vedere dove è stato acquistato il prodotto. Altro esempio: fare una ricarica telefonica. Se si fa una ricarica e il numero non è protetto o schermato o intestato ad altro ente o ad altra persona, basta un’amicizia nei gestori della telefonia per vedere da quale tabaccaio è stata fatta la ricarica telefonica. Lo stesso può succedere se, in un atto di ingenuità, si va a fare la revisione dell’auto presso un’officina della città. Basta un’amicizia al Pra (pubblico registro automobilistico) e con il codice fiscale si può risalire all’auto e si vede dove è stata fatta la revisione.»

Questo non è un programma di protezione.  

 «Ma, infatti, sono anni che dico che è un programma di alimentazione. L’unica cosa che questo apparato gestisce sono i circa 82 milioni di euro all’anno. Ti danno un alloggio e un mensile. Dopodiché il tutelato, nella località protetta, non ha nessun tipo di scorta, se non un referente dei carabinieri o della polizia che saltuariamente vede.»

Di chi sono le responsabilità? Della Commissione centrale o del Servizio centrale di protezione?

«Le responsabilità sono da imputare a tutto il sistema, perché sono anni che i vari governi e i vari presidenti di Commissione volevano riformare il Servizio centrale di protezione, perché carente.»

Carente in cosa?

«Carente nel sistema, carente nella protezione. Ci sono stati vari episodi in passato dove non c’è stato il morto, ma ci siamo andati molto vicini. Il problema è che i vari politici di turno, che cambiano, subiscono questo potere indiscriminato, quasi da personaggi impuniti. Non dimentichiamo che il Servizio centrale di protezione, che ha sede a Roma, è un servizio interforze, formato da polizia, carabinieri e guardia di finanza, dove i cosiddetti referenti sono persone che sono lì da più di quarant’anni.»

Lei può fornire una testimonianza diretta?

«Sono stato varie volte presso il Servizio centrale, ho transitato nei corridoi e posso dire che non c’è la minima riservatezza e segretezza. Ho notato documenti riservati buttati sulle scrivanie o, tante volte, negli armadi aperti.»

Chiunque può entrare, senza controllo,  in quei corridoi?

«Sicuramente c’è una selezione all’ingresso, ma quei luoghi sono frequentati anche dai collaboratori che poi, alla fine, possono uscire dal programma e, poi, ci sono molti civili che ci lavorano. A me viene sempre il dubbio di come poca attenzione venga messa nella tutela dei documenti. E poi devo aggiungere una cosa gravissima…»

Prego, aggiunga…

«A me, circa tre mesi fa, mi fu consegnata da parte del Servizio centrale, in maniera erronea, una notifica di due soggetti, presenti nella mia stessa Regione di protezione e io, oggi, conosco dove vivono queste due persone. E se fosse successo pure con me?»

Lei ci vede buona fede in questi errori?

«Vedo superficialità. La vita di un testimone e di un collaboratore non viene reputata importante. Non ci dobbiamo dimenticare che a tutti gli appelli dei testimoni di giustizia, che molte volte chiedono degli aiuti, perché in località segreta si accorgono di aver visto alcune persone, loro rispondono dicendo che siamo dei rompicoglioni.»

Chi esercita il “potere indiscriminato”?

«Oggi al Ministero vi sono molte persone appartenenti ai Servizi segreti dell’epoca di La Barbera e di Contrada.»

Cosa vuole dire?

«Sono lobby che durano nel tempo. Gli stessi fanno le cosiddette carriere, sono intoccabili e sono quelli che veramente comandano. Cambia la politica, cambiano i membri della Commissione, ma le decisioni vengono prese sempre dalle stesse persone che siedono nelle stanze di comando.»

Voi testimoni state protestando contro alcuni membri di questo Governo. Non è cambiato nulla?

«Noi abbiamo una testimone di giustizia (Piera Aiello, ndr) in Parlamento che ha dichiarato più volte che non può fare nulla. A noi questo, veramente, ci fa cascare il mondo addosso. Una testimone di giustizia che ha vissuto le stesse nostre problematiche, oggi, ci dice che non può fare nulla. Ma perché non può fare nulla? Che cosa impedisce a un Governo di poter risolvere le problematiche di ottanta, novanta persone? Non vi è volontà. C’è da registrare la mancata valorizzazione e interesse affinché il testimone di giustizia possa vivere. Di chi denuncia, allo Stato, non gliene frega niente. È solamente un metodo per la magistratura, certe volte latitante, per arrivare agli arresti, per poter aprire filoni di indagine e, poi, una volta spremuti come limoni i testimoni vengono totalmente abbandonati.»

Perché non vi è volontà?

«A questo punto penso che deve arrivare un messaggio diretto a chiunque denunci, che dopo la denuncia si aprirà il girone dantesco infernale di una sofferenza fine pena mai. Parecchia gente mi ha contattato e mi ha detto che quello (Marcello Bruzzese, ndr) era il fratello di un criminale e chissà loro quanti ne hanno uccisi. Ma il punto è un altro: nel momento in cui un soggetto entra in un sistema tutorio, con protezione in località protetta, deve fidarsi dello Stato e lo Stato ha il dovere di proteggerlo. Se delle persone sono arrivate nella cosiddetta località protetta, che poi è una località super sgamata, perché si sa benissimo che tra Pesaro, Senigallia e Ancona vi sono una quantità maggiore di collaboratori e testimoni, allora a questo punto, che sia il fratello di un collaboratore o un collaboratore o un testimone, il problema è che il sistema è fallato. La cosa più grave è che io, alle 15:39 del giorno 26 dicembre 2018, non ho sentito alcun tipo di attestato di vicinanza da parte degli organi istituzionali, ma neanche da parte della deputata (Aiello, ndr), che avrebbe dovuto sposare da anni la battaglia di noi testimoni di giustizia.»

I poli fittizi sono luoghi sicuri?

«Il problema degli appartamenti è che troppo spesso vengono ruotati, per diversi testimoni e collaboratori di giustizia e, quindi, sono noti a diverse persone. Il soggetto tutelato diventa un bersaglio. Proprio in queste località alcuni testimoni dovettero andare via perché, ad esempio, a scuola i loro figli venivano discriminati. Gli stessi venivano etichettati come figli di pentiti.»

L’episodio di Pesaro potrà destabilizzare o influenzare le scelte dei testimoni e dei collaboratori?

«L’episodio di Pesaro, in una Nazione seria, dovrebbe portare a scelte nette: la prima cosa da fare sarebbe quella di sollevare dal suo compito il direttore del Servizio centrale, il generale di brigata Aceto. Dopodiché dovrebbero essere sollevati i comandanti provinciali e il questore e, dopodiché, bisognerebbe aprire immediatamente un tavolo di intesa per capire ogni singolo testimone, ogni singolo tutelato in che posizione vive, valutando tutte le rimostranze fatte. Le istanze che facciamo noi non ricevono risposta.»

Lei come ha vissuto questa notizia?

«Io vivo segregato in una casa, ho limitazioni di spostamenti e ho una paura quotidiana di morire. Anzi, mi reputo già morto. Vivo questa notizia come un messaggio devastante. ‘Quando decidiamo di venirvi a prendere lo facciamo’, questo è il messaggio.»

Conviene, a questo punto, denunciare le mafie?

«Conviene denunciare le mafie, ma non conviene entrare in un programma di protezione. Se una persona deve essere sradicata dalla propria terra, deve cambiare dodici località, ti distruggono le famiglie causando problemi ai figli, problemi psicologici, con un mancato reinserimento socio-lavorativo perenne, a questo punto, che venga smantellato questo sistema di protezione, che non fa altro che foraggiare gli interessi economici di determinate lobby, per mantenere un sistema che costa circa 82 milioni di euro. Nessuno si assuma più le sue responsabilità e il testimone si fa vivere a casa sua. Ma il problema di farlo vivere a casa sua lo abbiamo con le Prefetture, che non danno le tutele e sono, completamente, contro ogni tipo di testimone di giustizia.»

Lei ha vissuto delle situazioni al limite, che si possono avvicinare all’episodio di Pesaro?

«Certamente. Da testimone ho dovuto cambiare nove località, perché in due occasioni siamo stati scovati e non per colpa nostra. Fortunatamente, in quei momenti, la mia abilità nel capire un pericolo è stato l’elemento che ci ha salvati. Non dimenticherò mai, all’epoca vivevo in una località del centro Italia non lontano da dove è successo l’omicidio, che quando telefonai a questo luogotenente riferendo della presenza di persone con tuta ginnica e con le scarpette da ginnastica, con tipici volti dell’area napoletana, lui mi disse ‘chiudetevi in stanza’, aggiungendo che noi ci stavamo impressionando. Dopo due ore accertarono che queste persone fermate e identificate, avevano precedenti penali, erano delle mie zone di origine e non seppero giustificare la loro presenza in quella Regione. Noi restammo chiusi per nove ore in una stanza di albergo, con un mobile dietro alla porta e fummo sbattuti in un’altra Regione. Anche in quell’altra Regione ci fu un errore madornale: ci condussero in una città dove viveva il commercialista dei criminali che io avevo denunciato. E anche in questa occasione mi dissero: ‘come fai saperlo che quello è il commercialista dell’organizzazione criminale?’. Poi quando andarono a controllare mi dissero di non far uscire fuori questa notizia. Ma io lo scrissi al mio magistrato.»

Che fine fecero i soggetti individuati?

«Dopo poco furono rilasciati perché non avevano alcun tipo di limitazione, ma la cosa strana è che soggiornavano nell’albergo dove noi dormivamo. Persone con precedenti di reati per camorra.»

Vuole fare un appello?

«A tutti i testimoni di giustizia dico di unirci e di chiedere le immediate dimissioni del presidente della Commissione centrale, il dott. Gaetti, e del Ministro dell’Interno. Voglio ribadire un’altra cosa: anche se fosse vero ciò che ha detto Salvini, allora, io sono libero di poter tornare nella mia città. Il Ministro dell’Interno ha dichiarato che lui, in un anno, sconfiggerà le mafie e se veramente ci riuscirà, una cosa che è soltanto una grande fesseria, noi saremo tutti liberi di tornare nelle nostre terre.»             

Il ministro dell’Interno, Salvini
Il presidente della Commissione Centrale, Gaetti

GIANCARLO SIANI, TRENT’ANNI DOPO. PARLA IL MAGISTRATO D’ALTERIO

“Indagammo anche un esponente di massimo spicco di Cosa nostra come mandante, insieme ai Nuvoletta”

siani
Giancarlo Siani, giornalista

di Paolo De Chiara

“Questi trent’anni non sono passati inutilmente. Il messaggio di Giancarlo è stato recepito. Le commemorazioni che vengono effettuate in suo onore e il ricordo della sua figura costituiscono il lascito più importante dell’azione di Giancarlo Siani. Tanti giovani sono stati avvicinati all’etica e al perseguimento della legalità, attraverso il suo esempio. Movimenti di opinione, giornalisti che ne seguono le tracce, che parlano di lui e che operano come lui, costituiscono uno dei lasciti di questo martirio che si è rilevato, pur quanto efferato, crudele e gravissimo, non privo di ricadute positive. Come spesso accade la società trae da un fatto grave impegno e istinto di rivalsa nella legalità e nella trasparenza”. Queste le parole pronunciate dall’attuale procuratore della DDA di Campobasso, Armando D’Alterio, il “magistrato tenace” (parole utilizzate da Paolo Siani, fratello di Giancarlo), l’allora PM della procura di Napoli che fece luce, con un’inchiesta giudiziaria, sull’assassinio del giovane cronista precario de «Il Mattino». Dopo quasi dieci anni da quel maledetto lunedì 23 settembre 1985, quando in via Romaniello, nel quartiere Vomero, a Napoli, la camorra pose fine all’esistenza di un giornalista con la schiena dritta.

Procuratore D’Alterio, chi era Giancarlo Siani?

Un giovane coraggioso, appassionato non soltanto al giornalismo, ma alla verità e all’onestà nella vita quotidiana. Portava dentro di sé un rigore notevole. Non era soltanto uno studioso, ma un ragazzo pieno di interessi, di affetti e di amicizie. Portava la sua passione, il suo esser vivo e i suoi sentimenti anche nella professione giornalistica, che esercitava con disciplina, ma con la passione di un giovane ragazzo e di un professionista già in fieri.

Il “giornalista-giornalista” Siani, 26 anni, precario presso il quotidiano «Il Mattino» è stato giustiziato dalla camorra per aver svelato legami segreti e criminali. Il 10 giugno 1985, in un articolo, che Lei definisce la “causale scatenante”, descrive il tradimento del clan Nuvoletta di Marano, legato a Cosa nostra, nei confronti dell’alleato Valentino Gionta, boss di Torre Annunziata. Questo è stato l’unico motivo che ha portato alla sua condanna a morte?

Come è scritto nel capo di imputazione, questa era stata la causale ultima e scatenante. Giancarlo Siani aveva già posto sotto la propria attenzione, attraverso gli articoli, ben più ampi scenari, cui si riferivano le domande che faceva e le risposte che cercava. Sono buona prova i numeri di telefono, trovati nella sua agenda, relativi a persone che costituivano fonte di informazione, perché fonte di quelle notizie che egli cercava con riferimento ai clan e, soprattutto, alle collusioni con l’imprenditoria e la pubblica amministrazione, creando disagio e difficoltà per le organizzazioni torresi e non solo. Già era stato, quindi, pedinato, osservato e, con altissima probabilità, anche destinatario di messaggi indiretti volti ad avvertirlo che stava seguendo percorsi pericolosi. Ciò nonostante andò in fondo, fino alla fine, non mancando di manifestare, con toni di forte condanna, anche in pubbliche occasioni, la sua avversione per la criminalità, ma soprattutto per la collusione tra criminalità e mondo dei colletti bianchi. Gli appalti di Torre Annunziata erano oggetto di un accordo che veniva stipulato tra imprenditori, camorristi e amministratori. Accordo che costituisce oggetto di sentenza passata in giudicato. Parliamo di sentenze che hanno affermato l’esistenza di quell’accordo, per la spartizione delle estorsioni, delle tangenti pagate dagli imprenditori anche ai politici, oltre che ai camorristi.

Dopo quattro giorni dall’assassinio viene arrestato Alfondo Agnello, detto Chiocchiò. È il procuratore capo Francesco Cedrangolo che annuncia l’arresto. Nel 1988 arriva il proscioglimento. Sembra un film già visto: strage di via D’Amelio, con il falso pentito Scarantino. L’individuazione dei mandanti e degli esecutori non è stata semplice, tra depistaggi, silenzi e contraddizioni. Lei ha affermato che è stato “tradito anche da morto”. Che significa?

Nell’immediatezza dei fatti non cadde il muro di omertà. Più di una persona avrebbe potuto dare delle indicazioni, che non furono date. Ci fu anche un depistaggio fortissimo, volto ad infangare la figura di Giancarlo Siani e soltanto pochi, fra cui un’amica di Giancarlo (Chiara Grattoni, nda), aiutarono a tracciarne incisivamente la figura limpida. Quella figura che noi abbiamo compiutamente accertato a distanza di anni.

Prima della svolta del 1993 si registrano diverse piste, nuovi responsabili, nuove ipotesi. Per Amato Lamberti, direttore dell’«Osservatorio sulla camorra», Siani si stava occupando della ricostruzione post-terremoto, dell’intreccio camorra-affari-politica.

Gli interessi politico criminali che ruotavano intorno alla famiglia Nuvoletta non escludono affatto che nei giorni precedenti la genesi della causale scatenante, ovvero nell’intervallo tra quell’articolo e l’omicidio, ma anche in precedenza, ulteriori alleanze o mere adesioni possano essere state raccolte. Addirittura si raccolse l’adesione di Valentino Gionta che era in carcere. Niente di più facile che altre adesioni, visto anche l’impatto in termini di reazione da parte delle forze dell’ordine, che si prevedeva sul territorio, ed ulteriori alleanze, anche in funzione della molteplicità delle tematiche criminali affrontate da Siani, si siano coagulate intorno all’omicidio, anche rafforzando la fase esecutiva tramite appoggi logistici e/o diretti.

Agosto 1993: il camorrista affiliato a Cosa nostra Salvatore Migliorino, il trait d’union tra il clan Gionta e i colletti bianchi, decide di collaborare con la giustizia. Da quel momento Lei si occupa anche del caso Siani, dopo quasi otto anni riparte l’inchiesta.

Migliorino Salvatore non fu decisivo per l’accertamento delle responsabilità, ma indispensabile per la riapertura delle indagini, oltre che per l’accertamento delle collusioni politico criminali e per gli omicidi, perché delinea lo scenario che porta a Torre Annunziata, agli interessi politico-criminali del clan Gionta. Per quanto riguarda l’accertamento dei fatti, Migliorino riferisce de relato, rispetto a quanto appreso da Di Ronza Eduardo,  deceduto quando Migliorino parla. Addirittura era detenuto quando si verifica l’omicidio di Giancarlo Siani, così come era detenuto Gionta. Notizie di seconda mano, abbastanza generiche, che costituiscono il primo passo per approfondire l’indagine.

Qual è il secondo passo?

Continuare nelle indagini già in corso sul clan Gionta-Limelli-Gallo, procedere ad ulteriori arresti, esercitare pressioni investigative per ottenere ulteriori collaborazioni, intercettare, convincere le vittime a collaborare, effettuare sequestri di armi e catturare i latitanti. Decisivo fu l’arresto di alcuni latitanti, operato dal commissariato di Torre Annunziata e dalla sezione di P.S. presso la Procura di Napoli, nell’hinterland milanese.

Cosa accadde?

In una notte  raggiungemmo, in auto,  Milano, sulla base delle dichiarazioni di Graziano Matteo resemi ventiquattro ore prima. Procedemmo agli arresti dei latitanti, il cui covo, nel milanese, fu  indicato da Graziano Matteo. Arrestammo pericolosi esponenti del clan Gionta, che attraverso il traffico di droga rifornivano le famiglie dei detenuti: Sperandeo Alfredo, Pisacane Vincenzo e altri due personaggi di spicco del clan. Stiamo parlando del 14 ottobre 1994; nel dicembre successivo questa azione portò alla decisione di Donnarumma Gabriele di collaborare, nella consapevolezza che il clan era alla strette e seguendo l’espresso invito che gli rivolsi quando era nelle gabbie di udienza nel corso del processo per 416 bis presso la prima sezione penale del Tribunale di Napoli.

Siani, con i suoi articoli, dava fastidio alla camorra o alla politica, vicina all’organizzazione criminale?

Lui è stato uno dei primi a mettere l’accento su questo tema, a livello preventivo, rispetto all’indagine. Uno dei primi a martellare su questo argomento.

Il 14 aprile 1997 arrivano le sentenze di primo grado, la seconda sezione della Corte di Assise (presieduta da Pietro Lignola) approva il suo lavoro. Ergastolo per Angelo Nuvoletta, Valentino Gionta, Maurizio Baccante (i mandanti); per gli esecutori Ciro Cappuccio e Armando Del Core e per il pentito Ferdinando Cataldo; 28 anni per Gabriele Donnarumma, assoluzioni per Alfredo Sperandeo e Gaetano Iacolare. Per quest’ultimo Lei aveva chiesto l’ergastolo, arrivato durante il secondo grado. Che fine fanno gli altri responsabili, i colletti bianchi?

Sono stati condannati numerosissimi amministratori, fra cui tre sindaci di Torre Annunziata per gravi reati contro la pubblica amministrazione, in alcuni casi anche con l’aggravante dell’articolo 7 della legge 203 del ‘91, cioè l’aggravante della finalità mafioso-camorristica. Condannato anche  un assessore per corruzione. Tutti coinvolti nel sistema delle tangenti torresi.

Il 7 luglio 1999 arriva la sentenza della prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Napoli (presieduta da Corrado Colangelo), che conferma la sentenza di primo grado. Il 13 ottobre del 2000 la prima sezione penale della Cassazione annulla, con rinvio, l’ergastolo di Valentino Gionta. Nel processo di Appello l’assoluzione. Lei ha condiviso questa scelta?

Ho preso atto delle motivazioni della Corte di Cassazione. Queste motivazioni sono, essenzialmente, in diritto. Non pongono in dubbio che il comportamento ascritto a Gionta fosse idoneo ad integrare concorso, nonostante avesse in un primo momento dichiarato la propria opposizione al delitto e, successivamente, dato il suo avallo con il solo limite che non venisse commesso in Torre Annunziata, né sollevano dubbi sulla  collaborazione di Donnarumma Gabriele, bensì sull’effettivo carattere individualizzante dei riscontri, ritenuti generici nei confronti di Gionta.

Essere il capo dell’organizzazione i cui esponenti, Ferdinando Cataldo in particolare, erano coinvolti nel delitto  non è stato ritenuto sufficiente riscontro alle dichiarazioni di Donnarumma, che a Gionta aveva attribuito la finale adesione al delitto.

Per Amato Lamberti è stato un delitto politico. Bisognava indagare sulle cooperative degli ex detenuti, volute e gestite dai clan.

L’indagine sulle cooperative condusse alla sentenza di proscioglimento del giudice Palmeri, nei confronti di diversi imputati. Quella fu la pista originariamente intrapresa dalle indagini e notevolmente approfondita. Anche la causale che porta alle cooperative è pienamente compatibile con quanto accertato, che ricollega l’ostilità verso Siani alla sua complessiva attività di ricerca e cronaca sugli interessi delle organizzazioni criminali.

Pietro Gargano, già caporedattore de «Il Mattino» e l’avvocato penalista Bruno Larosa hanno sottolineato diverse volte che la verità non è emersa dal processo e dalle sentenze.

All’interno del clan Nuvoletta  quell’articolo (Camorra: gli equilibri del dopo Gionta, «Il Mattino», 10 giugno 1985, nda) fu la causa ultima, spesa per motivare, all’interno, l’omicidio del giornalista. Altri livelli sono stati da noi comunque sempre tenuti presenti e percorsi. Non dimentichiamo che Donnarumma Gabriele affermò che,  di fronte alle titubanze di Gionta, i Nuvoletta non mancarono di premere, comunicando che la decisione di procedere al delitto era condivisa, alla fine quasi imposta, da parte di Cosa nostra, tramite persona che Donnarumma apprese essere lo “zio della Sicilia” e che noi identificammo nel massimo rappresentante di vertice di  Cosa nostra. In un delitto così grave, così come sono stratificate le causali, così anche le compartecipazioni possono essere attinte da diversi livelli di conoscenza, in un rapporto di proporzionalità inversa rispetto ai riscontri.

Intendo dire che, quanto più alti, e quindi meno noti ai compartecipi materiali, sono i livelli di responsabilità dei mandanti, tanto più limitata è la possibilità di reperire riscontri in merito.

Il collaboratore Giovanni Brusca, l’ex luogotenente di Riina, è stato sentito dai magistrati sull’omicidio Siani. 

Sul punto prendo atto di quanto lei mi comunica. Per quanto riguarda la mia indagine, posso solo dire che, nell’ambito della stessa, un esponente di massimo spicco di Cosa nostra fu iscritto come mandante, insieme ai Nuvoletta. Questa pista parve attendibile e affidabile. La posizione fu archiviata nella fase delle indagini preliminari, anche perché Donnarumma parlò dello “zio” della Sicilia, ma non disse mai chi fosse con certezza, rendendo solo la sua opinione circa chi potesse essere. Ulteriori approfondimenti non hanno consentito di consolidare tale elemento di prova, sulla cui attendibilità il Donnarumma non può spendere altro che la sua testimonianza di averne appreso dai Nuvoletta. La scelta fu dunque di evitare il rinvio a giudizio di persona che sarebbe stata assolta, con la parola fine sulle sue responsabilità, mentre un’archiviazione nella fase d’indagine consente di  procedere ex novo nei confronti dello stesso soggetto, sulla base di nuovi elementi. Non bisogna peraltro dimenticare che era quella l’epoca in cui Cosa nostra era interessata a una strategia dello stragismo, volta a distrarre l’attenzione da Cosa nostra e dalla Sicilia verso altre regioni d’Italia. Ricordiamo quello che è emerso sulla strage del treno rapido 904, dove sono stati ipotizzati concreti  interessi ed attivazioni di Cosa nostra siciliana intese a deviare gli inquirenti verso altri scenari geo-politici.

La persona iscritta come mandante fu Totò Riina?

Non entro nel dettaglio, si trattò di persona all’epoca posta ai vertici di Cosa nostra.

21 settembre 2015

da Resto al Sud:

“Anche la #mafia voleva la morte di #GiancarloSiani”

Giancarlo SIANI - Il Mattino
«il Mattino», 24 settembre 1985

FINE PENA MAI… il trionfo della Legalità. Omicidio Domenico NOVIELLO (ucciso dalla schifosa camorra), la SENTENZA

domenico noviello foto

FINE PENA MAI… il trionfo della Legalità.

Omicidio Domenico NOVIELLO (ucciso dalla schifosa camorra), la sentenza:

CIRILLO Alessandro, ERGASTOLO;

CIRILLO Francesco, ERGASTOLO;

DI BONA Metello, 43 anni di reclusione;

LETIZIA Giovanni, ERGASTOLO;

NAPOLANO Massimiliano, ERGASTOLO;

il ‘cecato’ SETOLA Giuseppe, ERGASTOLO;

TARTARONE Luigi ( collaboratore di giustizia), 13 anni e 6 mesi di reclusione.

— presso Tribunale Di S.Maria C.V., 19 novembre 2014

domenico noviello

tdg perrone

PROCESSO II GRADO LEA GAROFALO, V Udienza, 15 maggio 2013.

lea garofalo collana

PROCESSO II GRADO LEA GAROFALO, V Udienza del 15 maggio 2013

Il pm Marcello Tatangelo ha chiesto l’ASSOLUZIONE per Giuseppe Cosco (detto ‘Smith) e Massimo Sabatino (il falso tecnico della lavatrice).

27 anni per Carmine Venturino (il ‘fidanzatino’ di Denise),

Conferma degli ERGASTOLI per Vito (detto ‘Sergio’) e Carlo Cosco (l’ex convivente di Lea, il padre di Denise), e Rosario Curcio.

 

Lea Garofalo, in appello pg Milano chiede tre ergastoli e due assoluzioni

da il Fatto Quotidiano

(VIDEO) Fiaccolata ad Isernia per ricordare Stefania Cancelliere. Le immagini e le interviste

Fiaccolata ad Isernia per Stefania Cancelliere:

ecco le immagini

Si è tenuta ad Isernia la fiaccolata per ricordare Stefania Cancelliere, la 39enne isernina barbaramente uccisa dall’ex marito a Legnano.

Molte le persone che hanno manifestato per le vie della città. Stefania Cancelliere aveva tre figli. Uccisa, per gelosia, a colpi di mattarello dall’ex marito Roberto Colombo, 54 anni, oculista.

ECCO LE IMMAGINI (CON LE INTERVISTE) DELLA MANIFESTAZIONE:

AMORE CRIMINALE/1

AMORE CRIMINALE/2

AMORE CRIMINALE/3

AMORE CRIMINALE/4

 

AMORE CRIMINALE/5

 

A cura di Paolo De Chiara

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