LE MAFIE IN ITALIA E IN MOLISE… NESSUNO E’ ESCLUSO!!! #scuole

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CULTURA & LEGALITA’
Percorso formativo per gli studenti di Campobasso 

#insiemesipuò

 

LE MAFIE IN ITALIA E IN MOLISE… NESSUNO E’ ESCLUSO!!!
15 dicembre 2017, ore 10:30
2° appuntamento con gli STUDENTI del Liceo Scientifico “A. Romita”

 

“La mafia teme la scuola più della giustizia,
l’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa”
Antonino CAPONNETTO

Cultura&Legalità secondo appuntamento al Liceo Romita di Campobasso

Secondo appuntamento con l’iniziativa ‘Cultura&Legalità‘, organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Campobasso in collaborazione con il giornalista e scrittore Paolo De Chiara e l’Associazione ‘I Care‘. L’evento, dal titolo ‘Le mafie in Italia e in Molise… nessuno è escluso’, questa volta ha coinvolto gli alunni  delle classi quarte del liceo scientifico ‘Romita’ del capoluogo che, attenti, hanno ascoltato e interagito con gli ospiti che sono intervenuti.

A moderare l’incontro la giornalista Manuela Garofalo che ha subito dato la parola alla Preside dell’Istituto, la professoressa Anna Gloria Carlini che, ringraziando l’amministrazione per aver coinvolto la scuola in questa iniziativa, ha sottolineato che questi momenti si incarnano in quella che è l’offerta formativa del liceo.

L’Assessore alla Cultura al Comune di Campobasso, Emma de Capoa ha commentato che promuovere queste iniziative nelle scuole significa sottolineare sempre di più il ruolo della cultura e della legalità, aspetti fondamentali per lo sviluppo della persona e poi rivolgendosi ai ragazzi ha detto che “lo spirito critico e la libertà di pensiero sono fondamentali per analizzare la società in cui viviamo”.

Tra gli ospiti è intervenuta Palmina Giannino, testimone oculare e parente di vittime dei disastri ambientali di Venafro, che ha raccontato come si è trovata coinvolta, da testimone, nella questione dei rifiuti ambientali che da tempo coinvolge il territorio venafrano e che nel silenzio di tutti, comprese le istituzioni, ha trovato il coraggio per denunciare. “Ho visto e ho voluto raccontare e quando tutti mi dicevano che ero un eroe per quello che ho fatto ho detto che tutti averebbero dovuto farlo”. Rivolgendosi ai giovani studenti poi ha continuato che mafia, legalità ed ecologia sono tre parole che vanno insieme, se si vedono cose illegali  ha detto – si devono denunciare, io ho avuto il coraggio di farlo e se vedete qualcosa di illegale dovete dirlo”.

In merito a questa situazione la signora Palmina ha spiegato che il comune di Venafro ha fatto molto poco e ancora si sta aspettando il registro dei tumori e delle malattie rare e ha concluso categorica “chi ha rubato la nostra aria deve pagare”.

Tre anni fa dunque la testimone venafrana ha avuto il coraggio di smuovere una situazione che però dura da 30 anni e che coinvolge un territorio completamente inquinato, “un Molise nella mani della criminalità organizzata”, queste le parole del giornalista e scrittore Paolo De Chiara che nel suo libro ‘Il veleno del Molise – trent’anni di omertà sui rifiuti tossici’ racconta come sono andati i fatti e parlando quindi della nostra regione dice che chi la definisce isola felice “vuole nascondere sotto il tappeto problematiche che non si vogliono risolvere. Ancora oggi si parla di ipotetico traffico di rifiuti tra Pozzilli e Sesto Campano, ma ci sono fatti concreti e non ipotesi e già nel 2010  un’interrogazione parlamentare parlava di vero cimitero di veleni e ancora prima nel 2004 in un’altra  si parlava dell’arresto di Antonio Caturano che scaricava rifiuti tossici in quella zona. Dobbiamo sempre tenere i riflettori accesi, – ha continuato – solo così andiamo a risolvere il problema”.

Il giornalista ha sottolineato che è importante conoscere i fatti anche se molte volte su alcuni organi di informazione si leggono solo opinioni e i cittadini devono avere il coraggio di testimoniare ciò che di illegale vedono. I giovani – ha continuato De Chiara – devono invertire la rotta, tutti devono decidere da che parte stare, se essere schivi o uomini liberi e per essere uomini liberi bisogna sapere, avere la conoscenza e avere sempre la testa alta, per cambiare lo stato delle cose non dobbiamo girare la testa dall’altra parte, ma dobbiamo entrare in campo e fare il cittadino”. 

Il Tenente Colonnello dei Carabinieri Forestali di Isernia, Gianluca Grossi si è sempre occupato di ambiente e continua a occuparsi del problema delle ecomafie,“siamo una  specialità dell’Arma e ci occupiamo di proteggere l’ambiente e il nostro compito è quello, in caso di reati, di riferirlo alla magistratura. L’inquinamento ambientale – ha continuato – è qualcosa che riguarda ognuno di noi e nessuno può e deve sentirsi estraneo da questo. Ci vuole consapevolezza, l’inquinatore è un criminale e un ladro di futuro che compromette le generazioni future” e poi concludendo ha invitato i giovani a essere sempre impegnati e ha detto “ricordatevi che le strade corte non portano da nessuna parte, ma abbiate sempre fiducia,  coraggio e la forza di rialzarvi”.

Un incontro dunque formativo e pieno di riflessioni per i giovani studenti che hanno seguito con attenzione e interesse i diversi interventi e racconti che riguardano il nostro territorio, una terra non immune da situazioni che a volte ci sembrano troppo lontane.

MI

da Moliseweb.it

 

(VIDEO) – TdG a Il Caffè di RAIUNO, UnoMATTINA del 31ott2014

TESTIMONI di GIUSTIZIA a Il Caffè di RAIUNO

UnoMATTINA del 31ott2014 

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“Siamo morti che camminano…”, il racconto di un testimone di giustizia

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“Siamo morti che camminano…”,

il racconto di un testimone di giustizia

di  | 7 gennaio 2014

“La nostra dignità è stata calpestata, senza lavoro, senza amici, scarsa protezione, senza libertà. Chiediamo solo aiuto per applicare le principali norme costituzionali per garantire i diritti inviolabili dell’uomo: la vita, il lavoro, la pubblica sicurezza. Vogliamo davvero combatterla la criminalità organizzata o dobbiamo diffondere il vero messaggio di come vengono trattati i testimoni di giustizia e le loro famiglie che hanno fatto delle scelte normali, denunciando?”.

Queste le parole utilizzate da Ignazio Cutrò, presidente dell’associazione nazionale che riunisce i testimoni di giustizia, nella lettera inviata al ministro dell’Interno Alfano(Ncd), al viceministro Bubbico (Pd), al direttore centrale della Polizia Criminale e al generale Pascali, direttore del servizio centrale di Protezione. “Nelle aule di Tribunale abbiamo dato le nostre testimonianze senza che nessuno è venuto a cercarci e lo abbiamo fatto tempestivamente, ed ora che si deve applicare un nostro diritto, un diritto a vivere, lo Stato dov’è? Ci hanno distrutto psicologicamente, più della mafia”.

Lo sfogo arriva da un imprenditore siciliano che ha denunciato i suoi estorsori. Con la sua testimonianza lo Stato è riuscito a mettere alle corde, con arresti e condanne, una famiglia mafiosa. I fratelli Panepinto di Bivona (Agrigento): Luigi, Marcello e Maurizio.

Ad oggi la situazione dei testimoni di giustizia è gravissima, abbiamo chiesto allo Stato di riconoscerci il diritto alla vita e il diritto alla libertà. Nessuno deve dimenticare mai che siamo morti che camminano. Per esasperazione ho detto: fucilateci tutti, ammazzateci. Forse è la cosa più semplice.

Perché non si risolvono i problemi dei testimoni di giustizia?

Il problema era semplicissimo, per loro. Si prendeva il testimone di giustizia, si portava in località protetta, si lasciava ammuffire. Ci sono registrazioni di testimoni di giustizia ricattati.

Da chi?

Da alcuni pezzi delle Istituzioni, come il Servizio Centrale. Da parte di alcuni rappresentanti del Nop (Nucleo Operativo Protezione, ndr). Però voglio precisare che ci sono personaggi del Nop che sono persone squisite.

Parliamo dei ricatti.

I ricatti accadevano perché il testimone, in un certo senso, voleva la sua libertà. Chiedeva qualcosa che gli spettava di diritto, chiedeva la normalità. Chiedeva che venisse applicato quello che è giusto, concordato al momento dell’entrata nel programma. L’inserimento socio-lavorativo non è stato mai applicato, non so come viene fatta la capitalizzazione. Come fanno queste valutazioni? Forse devi avere raccomandazioni? È sbagliatissimo. Ci deve essere una tabella, con dei parametri. Non perché sei bello o brutto. Ci sono tantissimi testimoni di giustizia che sono impazziti, insieme alle loro famiglie. Ad Antonio Candela hanno distrutto la vita, a 54 anni si è ritrovato senza lavoro.

Nel 2013 viene costituita l’associazione nazionale per tutelare i testimoni.

È necessario stare vicino al testimone, non siamo nati come antiStato, anzi siamo nati per stare vicino alle Istituzioni. Il nostro obiettivo è raggiungere dei risultati precisi. Ho presentato al presidente Crocetta (presidente della Regione Sicilia, ndr) un emendamento di legge per l’assunzione dei testimoni di giustizia nelle pubbliche amministrazioni.

Ancora c’è molta confusione tra testimone e collaboratore di giustizia.

L’errore lo hanno fatto loro. Prima del 2001 eravamo tutti insieme: collaboratori e testimoni. Una cosa assurda. Dovevo stare insieme a quei quattro pezzi di merda di mafiosi? È un errore paragonare i testimoni ai collaboratori. L’ex mafioso, il collaboratore di giustizia ha fatto parte dell’organizzazione mafiosa. Mafioso era e mafioso è rimasto. I testimoni di giustizia sono un’altra cosa. Nava, un commerciante, ha visto gli assassini del giudice Livatino, ha testimoniato. Siamo persone normali, cittadini onesti. Non ho paura della mafia, ma del silenzio dei cittadini onesti.

Perché lo Stato ha abbandonato e continua ad abbandonare i testimoni di giustizia?

Lo Stato siamo noi cittadini. Anche loro ci hanno abbandonati, in molti casi per vigliaccheria. Capisco, ma non condivido. Anche noi abbiamo paura, anche la famiglia di Ignazio Cutrò ha paura. Ma siamo rimasti liberi. Il nostro compito è non lasciare mai soli i testimoni o chi ha avuto il coraggio di alzare la testa, denunciare e portare i propri estorsori nelle aule giudiziarie.

Lei si sente solo?

L’ho capito durante il mio processo. Quando andavo a testimoniare, vedevo le famiglie di quei mafiosi arrestati ed io ero solo. Questo mi ha fatto capire che qualcuno ancora non è pronto.

Chi?

Il cittadino. È nostro dovere, è questione di dignità, andare a fare le denunce. Non ci possono essere scuse, la denuncia va fatta. Per i nostri figli. Io non prendo vitalizio, non l’abbiamo fatto per soldi. L’abbiamo fatto per dignità. Quale segnale si vuole mandare? Noi cerchiamo di mandare segnali giusti, abbiamo fatto nascere uno sportello antiracket. Il 27 marzo scorso sono stato attaccato in I Commissione, dove mi hanno detto: ‘lei fa nascere associazioni, va in televisione, non lo può fare perché ha bisogno di autorizzazioni’. Mi volevano sequestrare il passaporto. Sono all’interno del programma di protezione, ma sono un cittadino libero.

L’associazione dà fastidio?

Siamo uniti, possono facilmente uscire tutte le angherie che hanno subito i testimoni di giustizia.

A chi fa paura?

Anche ai politici. Ho seguito un caso di un testimone di giustizia, abbiamo scritto alcune lettere. I Nop non le hanno volute, il testimone ha registrato. Ormai si fa così, non ci fidiamo più di nessuno. Io sono stato fortunato, ho trovato delle persone squisite. Parliamo e ci coordiniamo. Molti sono sfortunati. Trovano quei due scemi che si credono i padroni del mondo e non capiscono le esigenze di una persona che ha sofferto, che ha dato tutto, che ha dato pure via la libertà per un ideale di giustizia. Non dobbiamo negare che c’è chi se n’è approfittato, ci sono stati testimoni di giustizia che hanno fatto richieste di soldi. Ma non per colpa di due o tre testimoni gli altri devono piangere. Se io sono cretino devono prendersela con me, non con tutti gli altri.

Lo scorso mese di agosto è arrivato il decreto.

La nostra grande vittoria, con il decreto legge per l’assunzione dei testimoni di giustizia nelle pubbliche amministrazioni. Grazie al senatore Lumia, che in un secondo emendamento non ha dimenticato gli ex testimoni e i figli dei testimoni. Le vere vittime sono le nostre famiglie. Chiederemo subito l’applicazione della legge.

Quali i benefici per i testimoni di giustizia?

La dignità. Ho denunciato per la mia dignità e per il mio lavoro e lo Stato non deve regalare niente a nessuno. Non vogliamo essere dei parassiti, vogliamo lavorare e guadagnare.

Cosa manca ancora?

La sicurezza. Non capisco perché ci sono tantissimi politici indagati, imputati e condannati per mafia che vengono ancora protetti. Ci sono tantissime persone che hanno denunciato, tantissimi imprenditori che hanno avuto il coraggio nella propria terra di denunciare, ma vengono lasciati soli. La mafia non dimentica. Hanno dimostrato con Lea Garofalo che sanno attendere. Lo Stato gliel’ha offerta su un vassoio d’argento, l’abbiamo ammazzata noi. Noi tutti, non solo loro. Quando abbiamo visto che Lea rimaneva da sola, quando un testimone rimane da solo è compito di tutti i cittadini fare da scudo. Una scorta civica, ci dobbiamo vergognare di essere italiani. A tutti piace stare dietro la pietra, aspettando che gli altri facciano qualcosa per noi. Questa cosa è inaccettabile.

Come la situazione del pm Nino Di Matteo, il titolare dell’inchiesta sulla Trattativa stato-mafia, minacciato da mesi dalla mafia e abbandonato dalle Istituzioni. Massima solidarietà al dottor Di Matteo e a tutti gli altri magistrati. Noi cittadini ogni mattina dobbiamo andare a prenderli, proteggerli. Dobbiamo essere tutti contro la mafia, tutti in culo alla mafia. La terra è nostra, il Paese è nostro.

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