ATTIVAMENTE – Il Coraggio della Legalità

Incontro con gli Studenti dell’I.C. Chiarelli di Martina Franca (Ta)

Modera: Paolo De Chiara, direttore WordNews.it

Fiammetta BORSELLINO, figlia del Giudice Paolo Borsellino

Ludovico ABBATICCHIO, Garante dei Minori Regione Puglia

Salvo PALAZZOLO, giornalista de La Repubblica

WordNews

con la partecipazione del Reparto Carabinieri Biodiversita’ di Martina Franca (TA)

mercoledì 26 maggio 2021 ore 9:15

GRAZIE DI CUORE all’I.C. “Chiarelli” di Martina Franca (Ta) per questa bellissima opportunità.

GRAZIE DI CUORE alla dirigente scolastica Roberta Leporati per il suo costante impegno.

#scuola

GRAZIE DI CUORE ai favolosi ragazzi, bravissimi e preparatissimi.

#cuore#mente

GRAZIE DI CUORE ai docenti, per il loro straordinario lavoro.

#passione

WordNews

Diamo Voce. La rubrica di WordNews.it

LEA GAROFALO. 5 maggio 2009: il tentato sequestro di Campobasso

Tentativo di sequestro organizzato dal suo ex convivente Carlo Cosco (schifoso ‘ndranghetista). Il falso tecnico della lavatrice, il pluripregiudicato Massimo Sabatino (36 anni di Pagani, Salerno), entra con l’inganno nella casa di via Sant’Antonio Abate. Le due donne (Lea e la figlia Denise) lottano, resistono e si salvano. L’ordine era chiaro: rapire Lea, per trasportarla in Puglia. Per interrogarla e poi scioglierla nell’acido. Il piano salta, fallisce. Ma nessuno capirà la drammatica situazione.

Lea Garofalo, testimone di giustizia

5 maggio 2009, il RACCONTO. Per i magistrati di Campobasso, il sequestro di persona è finalizzato ad accertare il reale contenuto delle dichiarazioni fatte dalla donna durante il programma di protezione. Il mandante del sequestro, Carlo Cosco, durante l’azione di Sabatino si trova in Calabria, davanti alla scuola che frequenta la figlia di Marisa, la sorella di Lea.

Campobasso, via Sant’Antonio Abate, 58 (il luogo del tentato sequestro)

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– LEA GAROFALO. Il tentato sequestro di Campobasso

– «Lea Garofalo è una testimone di giustizia»

 Il grido d’aiuto (inascoltato) di Lea Garofalo

– “Lea, in vita, non è stata mai creduta”

– «Con Lea Garofalo siamo stati tutti poco sensibili»

– UNDICI ANNI DOPO

SIAMO TORNATI

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

Siamo stati attaccati, nel gergo tecnico abbiamo subìto un “attacco distribuito”. Per qualche ora abbiamo dovuto sospendere le nostre pubblicazioni.

Nel giorno dedicato alla LIBERTA’ DI STAMPA siamo tornati con un entusiasmo diverso. Abbiamo capito che qualche nervo scoperto è stato toccato e, grazie alla vostra azione vigliacca (fatevi vedere in faccia, bestie), continueremo sulla strada tracciata sin dall’inizio di questa straordinaria avventura (gennaio 2020).

Sino ad oggi abbiamo realizzato 3020 articoli, la maggior parte dei quali (più del 90%) di nostra produzione. Perchè le notizie si vanno a prendere e non si aspettano seduti su una comoda poltrona. Questo per noi è il giornalismo. Non siamo fatti per il “copia e incolla”. Con tutti i nostri limiti abbiamo cercato di offrire una informazione reale e senza filtri ai nostri lettori.

Non ci fermerete facilmente. Bloccherete nuovamente questo sito? Ne sono pronti altri per diffondere i fatti e per dare voce a chi non ne ha. 

Da domani riprenderemo le nostre pubblicazioni. Scusate per i disagi (di cui non abbiamo alcuna responsabilità).

«Con determinati ambienti non si può convivere o tanto meno trattare»

L’INTERVISTA AL MAGISTRATO NINO DI MATTEO/Seconda parte. «La politica dovrebbe anche avere un occhio particolarmente attento a verificare che determinate scelte non finiscano, anche inconsapevolmente, per favorire Cosa nostra o le mafie in generale e realizzarne gli obiettivi. Da cittadino auspico che, prima o poi, ci si renda conto che la lotta al sistema criminale-mafioso, inteso nell’accezione più ampia, dovrebbe sempre rappresentare uno dei punti nodali dell’azione di un governo, di qualsiasi colore. Anche quando non spara la mafia condiziona le libertà e i diritti fondamentali dei cittadini». Sulla Trattativa Stato-mafia: «Mentre c’era chi moriva, chi rischiava di morire, c’era chi faceva parte delle Istituzioni e trattava con Cosa nostra. I fatti sono ormai dimostrati.»

Il magistrato Nino Di Matteo

di Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini (WordNews.it)

Roma (CSM). Continua il nostro ragionamento con il Consigliere Nino Di Matteo. Proprio oggi ricade il 39° anniversario della morte del segretario regionale del Partito Comunista Pio La Torre. Aveva sfidato la mafia apertamente e senza retorica. Il 30 aprile 1982 verrà colpito, insieme a Rosario Di Salvo, con una bestiale violenza. Decine di colpi per abbattere il padre della legge che ha introdotto il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni ai mafiosi. In questi ultimi tempi, anche la legge Rognoni-La Torre, è al centro di un dibattitto vergognoso. Gli attacchi diretti alle impalcature messe in piedi per contrastare le mafie non trovano una conclusione nel Paese impregnato di cultura mafiosa.

Nella prima parte («Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista») abbiamo affrontato le tematiche e le problematiche legate alla magistratura e agli scandali che stanno facendo emergere situazioni molto pericolose. «Ben vengano le critiche – ha affermato Di Matteo -, ben vengano le operazioni verità sulle patologie della magistratura. Ma questo non può travolgere il concetto e la necessità di una magistratura indipendente e, soprattutto, autorevole nei confronti dei cittadini. Sono i cittadini che devono sentire i magistrati come baluardo delle loro libertà

In questa seconda parte toccheremo anche la Trattativa Stato-mafia (reale, non presunta). Un argomento che ha messo a nudo – con una sentenza di primo grado – i rapporti intensi, pericolosi e squallidi tra personaggi istituzionali e mafiosi. C’è ancora qualcuno (l’elenco è molto lungo) che vorrebbe lasciare questo pezzo di storia nel dimenticatoio.    

Nel maggio del 2019 lei viene estromesso dal pool stragi della Procura nazionale antimafia. Palamara esultò dopo il suo allontanamento. Tutto nasce da una sua intervista dove affronta temi noti, come la strage di Capaci, il ritrovamento di un biglietto scritto da un agente dei servizi segreti e di un guanto con DNA femminile, della scomparsa del diario di Giovanni Falcone da un computer del ministero della Giustizia e dell’ipotesi che alcuni appartenenti a Gladio (organizzazione paramilitare) abbiano avuto un ruolo nella strage. A prescindere dal suo reintegro, arrivato nell’ottobre del 2020, perché certi temi ancora non si possono sfiorare in questo Paese, come diceva Pasolini, orribilmente sporco?        

«Dopo quasi due anni da quella esclusione, nonostante le mie osservazioni che all’epoca presentai al CSM e proprio in funzione della revoca di quel provvedimento di esclusione, fatta recentemente dal Procuratore Cafiero de Raho, non ho ottenuto una risposta a quelle mie osservazioni nelle quali sostenevo che quel provvedimento fosse ingiusto nei suoi presupposti formali e sostanziali. Questo è un dato di fatto che mi lascia perplesso

Rifarebbe quella intervista?

«Per quanto riguarda la necessità di approfondire certi temi quella intervista la rifarei. Partendo dal dato che non rivelavo nulla che non fosse depositato in atti processuali ostensibili, nulla di segreto. Credo che l’opinione pubblica abbia non soltanto il diritto ma, oserei dire, il dovere di essere informata sui processi che sono stati celebrati e che non vengono raccontati dalla grande stampa. L’opinione pubblica deve essere informata e chi ha un ruolo all’interno dello Stato, della magistratura e delle forze di polizia, ha il dovere di non fermarsi.

Spesso determinate verità processuali su fatti molto gravi sono venute fuori anche a distanza di moltissimi anni. È di pochi anni fa una sentenza definitiva che ha condannato all’ergastolo alcuni organizzatori ed esecutori della strage della Loggia a Brescia del 1974. A questi risultati si è pervenuti di recente perché c’è stato qualcuno, e tra questi voglio citare un valentissimo e coraggioso ufficiale dei carabinieri che si chiama Massimo Giraudo, che ha continuato a indagare con la Procura di Brescia, anche nei rapporti tra esponenti dell’eversione nera e di gruppi della destra eversiva ed esponenti dei servizi di sicurezza. L’errore più grande sarebbe considerarle definitivamente chiuse ed archiviate quelle pagine delle stragi che hanno segnato il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica e sulle quali c’è ancora tanto da scoprire.

E l’informazione deve fare la sua parte, raccontando quello che si può raccontare e che è già emerso. Il muro del silenzio giova ai criminali. L’oblio è il pericolo che grava sulla nostra democrazia.

Il pericolo più grande è che la memoria si trasformi in uno sterile esercizio retorico, magari in una emozione che ricordi la vittima o le vittime del reato. Non può essere sufficiente l’esercizio della pura importanza della sfera emozionale. Fare memoria degli accadimenti richiede qualcosa di più. Non può essere sterile commemorazione basata soltanto sull’emozione e sul ricordo delle vittime.»

Perché, secondo lei, questi temi non vengono raccontati dalla grande stampa? Gli organi di informazione sono legati a quel potere di cui parlava prima?

«Anche per questa risposta mi sentirei, in tutta coscienza, di fare un distinguo. Ci sono dei silenzi che sono complici, silenzi di coloro i quali hanno un interesse contrario alla possibile emersione di certi fatti e di certe collusioni. Ci sono, però, dei silenzi che pur non essendo complici sono comunque colpevoli e sono i silenzi di chi pensa che queste storie non interessino più l’opinione pubblica. Quando l’opinione pubblica viene informata bene, con dei contributi fondati sulla conoscenza e sul ragionamento, si dimostra molto interessata. Non credo che noi abbiamo una opinione pubblica pregiudizialmente indifferente rispetto a certi temi. Forse è comodo farlo credere.»                  

Si parla poco del processo sulla Trattativa Stato-mafia, una sentenza di primo grado ha inflitto condanne a mafiosi e ad appartenenti alle istituzioni. In quella sentenza Marcello Dell’Utri, fondatore del partito politico Forza Italia, è stato condannato – in primo grado – a 12 anni per minaccia a corpo politico dello Stato. Il legame tra politica e mafia è così imprescindibile da non potersi rescindere?

«Nel DNA delle mafie, in particolare Cosa nostra, la ricerca del rapporto con la politica è stata sempre una caratteristica fondante. I mafiosi sanno che senza il contatto con il potere, in generale, la loro organizzazione sarebbe facilmente debellabile con una ordinaria attività di repressione.

Rispetto al periodo antecedente alle stragi non credo che sia venuta meno la volontà dell’organizzazione mafiosa Cosa nostra di coltivare rapporti con i politici. Sono cambiate le strategie e sono cambiate, soprattutto in una funzione di cautela, rispetto alla maggiore incisività delle indagini dovute al fenomeno del pentitismo e all’utilizzo delle intercettazioni telefoniche e ambientali. Oggi, da questo punto di vista, anche i mafiosi hanno capito che, per preservare il rapporto con il politico colluso, devono evitarlo di esporlo.

Si avvalgono di mediatori insospettabili che possano, eventualmente, giustificare sia il contatto con il mafioso sia il contatto con il politico. Credo che anche la maggiore consapevolezza che determinate vicende processuali hanno diffuso sul fenomeno possa indurre la politica ad essere più attenta nei rapporti. Credo e spero ci sia una maggiore consapevolezza nella politica perché con determinati ambienti non si può convivere o tanto meno trattare.

Accettare il dialogo con questi ambienti rappresenta un rafforzamento forte e molto significativo dal punto di vista delle organizzazioni mafiose. Una volta creato il rapporto l’organizzazione mafiosa tenderà a preservarlo e a conservarlo all’infinito, pena anche una eventuale azione violenta nei confronti del politico.

La politica dovrebbe anche avere un occhio particolarmente attento a verificare che determinate scelte non finiscano, anche inconsapevolmente, per favorire Cosa nostra o le mafie in generale e realizzarne gli obiettivi. Da cittadino auspico che, prima o poi, ci si renda conto che la lotta al sistema criminale-mafioso, inteso nell’accezione più ampia, dovrebbe sempre rappresentare uno dei punti nodali dell’azione di un governo, di qualsiasi colore. Anche quando non spara la mafia condiziona le libertà e i diritti fondamentali dei cittadini, come il diritto alla sicurezza, alla libertà di iniziativa economica, alla salute, i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione.»                    

Il 20 aprile 2018 lo Stato, in primo grado, ha condannato Leoluca Bagarella (28 anni), Antonino Cinà, Marcello Dell’Utri (già condannato in via definitiva a sette anni per concorso esterno), Mario Mori, Antonio Subranni (12 anni), Giuseppe De Donno e Massimo Ciancimino (8 anni). In questa Repubblica fondata sulle trattative stato-mafie (Unità d’Italia, Portella della Ginestra, sequestro Cirillo, ecc.) un presidente del consiglio (tralasciando il prescritto Andreotti) del governo italiano – utilizzo le sue parole – “nello stesso momento in cui era presidente del consiglio (stiamo parlando di Silvio Berlusconi, nda) – continuava a pagare, come già aveva fatto dagli anni Settanta, cospicue somme di denaro a Cosa nostra”. In questo contesto in cui lo Stato si è inginocchiato davanti a Cosa nostra, dove si sono registrate omertà istituzionali e comportamenti disdicevoli da parte di diversi presidenti della Repubblica che hanno mentito, come si può immaginare una vera “lotta” alle mafie?

«Guardi, al di là delle responsabilità penali dei singoli imputati, è in corso l’appello, il grande merito di quel processo è quello di avere fatto emergere dei fatti che credo siano, ormai, consacrati nero su bianco. Mentre c’era chi moriva come Borsellino e gli agenti della scorta ma anche le cosiddette vittime innocenti delle stragi del ’93, mentre c’era chi rischiava di morire, come centinaia di carabinieri che si sono salvati il 23 gennaio del 1994 allo stadio Olimpico soltanto per un cattivo funzionamento del congegno esplosivo, c’era chi faceva parte delle Istituzioni e trattava con Cosa nostra. I fatti sono ormai dimostrati. Quelle 5.552 pagine di sentenza, con la loro ricostruzione analitica, organica, omogenea, contestuale, capace di collegare fatti e situazioni apparentemente diversi, hanno segnato un caposaldo di tutela della libertà e della democrazia. Oggi tutti abbiamo il dovere di ricordare quanto la magistratura ha fatto per il nostro Paese e si è esposta per contrastare fenomeni che la restante parte delle Istituzioni ha ignorato o, in qualche caso, fatto finta di ignorare. O, in altri casi ancora più gravi, alimentato e protetto.»             

2 parte/continua

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LEGGI LA PRIMA PARTE: «Di Matteo: «Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista»

INTERVISTA ESCLUSIVA AL DOTTOR NINO DI MATTEO realizzata da Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini

LEGGI ANCHE: 

L’INTERVISTA a Nino Di Matteo

PRIMA PARTE. Di Matteo: «Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista»

L’INTERVISTA a Salvatore Borsellino

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

SECONDA PARTE.«Chi ha ucciso Paolo Borsellino è chi ha prelevato l’Agenda Rossa»

TERZA PARTE. Borsellino«L’Agenda Rossa è stata nascosta. E’ diventata arma di ricatto»

L’INTERVISTA al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

Quarta parte:Riccio: «L’ordine per ammazzare Ilardo è partito dallo Stato»

– Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

 – Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

– INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

– INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

Di Matteo: «Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista»

L’INTERVISTA AL MAGISTRATO/Prima parte. Trattative, decisioni strane che “puzzano di bruciato”, mancate nomine, attacchi ai magistrati che fanno il proprio dovere, scelte risibili e pericolose, entità misteriose che continuano a decidere il nostro futuro. Ma è talmente forte quel “potere” (massonico, economico, finanziario, criminale) che non può essere scalfito? Il passato ci riporta alle stragi e alle strategie (della tensione) stragiste terroristiche e mafiose. I “misteri” continuano a caratterizzare la nostra storia. Ma cosa è cambiato dalle bombe degli anni Novanta? Non è servito a nulla il sangue di innocenti versato per le strade?   Per comprendere meglio determinate questioni abbiamo deciso di coinvolgere un magistrato che, per il suo impegno, da anni vive isolato e sotto scorta.

di Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini (WordNews.it)

Roma (CSM). In questo Paese la lotta alle mafie non è mai stata una priorità per nessun Governo. Tutti a parole sono bravi a commemorare i morti e a sfidare le organizzazioni criminali. Ma nei fatti poco è cambiato negli ultimi anni. Nei mesi scorsi, sfruttando l’alibi della pandemia, la situazione è peggiorata. Dalle rivolte carcerarie si è arrivati alle scarcerazioni dei mafiosi. Dall’ergastolo ostativo si è passati a mettere in discussione la legge Rognoni-La Torre. Un pessimo segnale nel Paese impregnato dalle schifose mafie. Una questione che ci portiamo da secoli sulle spalle.

Trattative, decisioni strane che “puzzano di bruciato”, mancate nomine, attacchi ai magistrati che fanno il proprio dovere, scelte risibili e pericolose, entità misteriose che continuano a decidere il nostro futuro. Ma è talmente forte quel “potere” (massonico, economico, finanziario, criminale) che non può essere scalfito? Il passato ci riporta alle stragi e alle strategie (della tensione) stragiste terroristiche e mafiose. I “misteri” continuano a caratterizzare la nostra storia. Ma cosa è cambiato dalle bombe degli anni Novanta? Non è servito a nulla il sangue di innocenti versato per le strade?  

Per comprendere meglio determinate questioni abbiamo deciso di coinvolgere un magistrato che, per il suo impegno, da anni vive isolato e sotto scorta. Nel Paese senza memoria le mafie non dimenticano. “Ti farei fare la fine del tonno” disse la bestia (Totò Riina) dal carcere di Opera. Il sanguinario boss, protagonista (insieme agli apparati dello Stato) della vergognosa Trattativa Stato-mafia, è morto insieme ai suoi segreti. Ma non è l’unico. Altri sono stati eliminati nel corso degli anni.    

Con il magistrato Nino Di Matteo, oggi al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), abbiamo toccato diverse tematiche. Nella prima parte ci siamo occupati di un argomento attuale, spinoso. La magistratura e le sue correnti, riprendendo una sua affermazione: “Privilegiare nelle scelte che riguardano la carriera di un magistrato, il criterio dell’appartenenza a una corrente è molto simile all’applicazione del metodo mafioso. Serve una svolta etica”. Questo concetto, oggi, è superato? A che punto siamo con il cambiamento auspicato?

«L’autonomia e l’indipendenza della magistratura non sono una prerogativa della cosiddetta casta dei magistrati ma sono garanzia di libertà e democrazia per tutti i cittadini. Soprattutto per i più deboli, soprattutto per coloro i quali devono poter contare sul concetto che la legge sia veramente uguale per tutti. I fenomeni innegabili di condizionamento dell’attività della magistratura e di compressione dell’autonomia e dell’indipendenza dei singoli magistrati sono dipesi e dipendono, talvolta, da fattori esterni. Cioè da attacchi che provengono da altre parti del potere. Potere politico, imprenditoriale, finanziario. Ma altre volte sono dipesi e dipendono da attacchi interni. Noi dobbiamo preservare l’autonomia e l’indipendenza di ogni magistrato anche da condizionamenti interni. Dobbiamo opporci con tutte le nostre forze all’ulteriore consolidamento di questa grave patologia. E il cambiamento deve partire da noi stessi, prima ancora che venga eventualmente realizzato, magari a forza di riforme che tendano a limitare il controllo di legittimità della magistratura, dalla politica. Il carrierismo, inteso come folle corsa agli incarichi direttivi, ha snaturato in troppi casi la funzione vera del magistrato. Dobbiamo recuperare la coscienza di essere al servizio del popolo.»       

Lo scandalo Palamara porta alla luce un sistema malato. Per i cittadini più sensibili questo è motivo di sfiducia e preoccupazione. Come se ne esce?

«Considero un bene il fatto che determinate forme patologiche nel sistema di autogoverno della magistratura siano, finalmente, emerse pubblicamente. È un fatto doloroso ma l’emersione può e deve essere utile a un cambiamento. Ho ben chiaro, però, un pericolo inevitabile.»

Quale pericolo?

«Che a fronte di quanto emerso possano trovare terreno fertile i tentativi di coloro i quali vogliono, a priori, screditare il lavoro passato, presente e futuro dell’intera magistratura perché, in realtà, vorrebbero una magistratura asservita agli altri poteri. Un ordine giudiziario non più veramente indipendente e autonomo ma collaterale e servente rispetto al potere politico.»

I cittadini devono essere informati?

«Noi, come autogoverno della magistratura, abbiamo il dovere di garantire la trasparenza massima delle nostre decisioni e valutazioni. Non dobbiamo nascondere il problema, dobbiamo affrontarlo con decisione, con serenità. Distinguendo caso da caso, ma senza sconti a nessuno. Dobbiamo anche avere il coraggio di dire che la magistratura è stata in grado, soprattutto nella storia degli ultimi cinquant’anni, di costituire il baluardo più autentico per preservare la libertà e la democrazia nel nostro Paese. Non solo a fronte della offensiva terroristica e mafiosa ma anche a fronte della pretesa dei più potenti.

La magistratura italiana è stata quella che, anche con la sua capacità di giurisprudenza evolutiva, ha costituito il primo baluardo per la garanzia dei diritti dei lavoratori, delle minoranze, di tutti i cittadini che si trovano in condizione di minorità rispetto ad altri. Questo non lo dobbiamo mai dimenticare. Così come non dobbiamo dimenticare che in questo nostro Paese la magistratura, soprattutto nella lotta ai grandi sistemi criminali, ha supplito suo malgrado anche alle carenze di volontà politica. Non è stata la magistratura a invadere il campo della politica ma, spesso, è stata lasciata sola e in prima linea a sopportare sulle sue spalle il peso della lotta a fenomeni criminali che non possono essere combattuti solo con la logica della repressione giudiziaria ma dovrebbero, prima di tutto, formare oggetto di una precisa volontà politica di contrasto. E spesso, nel nostro Paese, questa volontà non si è constatata.»         

Dottor Di Matteo, la vicenda Palamara ha mostrato un vero e proprio verminaio all’interno della magistratura. Oggi, dopo lo “scandalo”, è crollato il sistema Palamara o è crollato solo Palamara insieme a quei magistrati?

«Non posso troppo scendere nello specifico anche perché sono componente di alcuni collegi disciplinari che stanno procedendo nei confronti di colleghi che sono sotto incolpazione. Noi dobbiamo sapere che questo deve essere il momento della svolta. Alcuni segnali positivi si colgono. Deve essere una svolta etica e di consapevolezza della necessità di garantire la trasparenza del nostro operato e di difendere con forza gli interessi dei tanti magistrati che non sono legati a nessuna parrocchia di tipo politico, correntizio e, peggio ancora, di tipo criminale o di tipo lobbistico. Noi dobbiamo stare vicini ai magistrati liberi e coraggiosi. E dobbiamo essere attenti a individuare le sacche, invece, di collateralismo al potere che la magistratura ancora presenta.»        

Esiste una volontà, da parte anche della politica, di limitare l’azione della magistratura, facendola passare per una “casta” privilegiata e senza controllo?

«Sicuramente ci può essere una parte del potere, nel nostro Paese, che ha lo scopo proprio di prevenire o bloccare qualsiasi tipo di indagine che si rivolga seriamente al controllo di legittimità su come viene esercitato il potere. Credo che ci sia, purtroppo, un’altra parte, forse ancora più consistente, che coltiva l’idea di una magistratura che si limiti a controllare, a contrastare efficacemente i fenomeni criminali più visibili. Quelli che incidono più direttamente sulla sicurezza. E, quindi, i reati comuni, i reati di strada. Ma che invece guardi con diffidenza e con ostracismo a quella azione, altrettanto doverosa della magistratura, che miri a individuare e punire la criminalità, cosiddetta, dei colletti bianchi e le patologie nel sistema di potere politico, istituzionale e finanziario. Più volte ho anche personalmente constatato come l’azione della magistratura vada bene a tutti quando si limiti a quella attività di repressione dell’attività criminale comune. E invece l’atteggiamento cambia e diventa di diffidenza o, addirittura, di ostracismo manifesto quando la magistratura alza il tiro. Quando pretende di capire o pretende di controllare la legalità del gioco grande del potere, quello che passa attraverso gli affari delle grandi imprese, delle multinazionali. Quello che passa attraverso le collusioni di sistemi criminali anche mafiosi con settori dello Stato e delle Istituzioni. Quello che è sfociato anche in tanti processi che hanno caratterizzato, soprattutto dopo le stragi del ’92, l’attività di alcune Procure e di alcuni Tribunali.»

Di cosa abbiamo bisogno in questo Paese?

«Noi, come Paese, abbiamo bisogno di una magistratura forte, libera e coraggiosa. Non abbiamo bisogno di una magistratura conformista.

Abbiamo bisogno di una magistratura che non abbia paura, laddove ne sussistano i presupposti probatori, di processare anche i potenti.

Abbiamo bisogno di una magistratura che abbia il coraggio ancora di capire quali sono eventuali e ulteriori profili di responsabilità oltre ai mandanti, agli organizzatori e agli esecutori mafiosi che sono stati individuati nelle stragi del biennio ‘92/’94.

Abbiamo bisogno di una magistratura che non abbia nessun timore di affrontare le inchieste scomode che riguardano la gestione del potere anche attuale o che riguardano le forme con le quali le grandi mafie stanno tentando di ripulire i loro denari, anche attraverso una finta legalizzazione delle loro attività.  

Ben vengano le critiche, ben vengano le operazioni verità sulle patologie della magistratura. Ma questo non può travolgere il concetto e la necessità di una magistratura indipendente e, soprattutto, autorevole nei confronti dei cittadini. Sono i cittadini che devono sentire i magistrati come baluardo delle loro libertà. Non dobbiamo avere paura nemmeno di uscire dalle nostre stanze per confrontarci con loro, soprattutto con i più giovani, con quelli che hanno bisogno di capire meglio determinati fenomeni del passato e di capire che nello Stato ci sono, per fortuna, ancora molti, non soltanto magistrati, che credono in quello che fanno e lo fanno con entusiasmo. Abbiamo bisogno di questo nel nostro Paese.»               

1 parte/continua

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SECONDA PARTE: venerdì 30 aprile 2021

TERZA PARTE: lunedì 3 maggio 2021

INTERVISTA ESCLUSIVA AL DOTTOR NINO DI MATTEO realizzata da Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini.

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L’INTERVISTA a Salvatore Borsellino

PRIMA PARTE. «Borsellino: «gli assassini di mio fratello sono dentro lo Stato»

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L’INTERVISTA al colonnello dei carabinieri Michele RICCIO

Prima parte:«Dietro alle bombe e alle stragi ci sono sempre gli stessi ambienti»

Seconda parte:Riccio: «Mi ero già attrezzato per prendere Bernardo Provenzano»

Terza parte:«Non hanno voluto arrestare Provenzano»

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– Stato e mafie: parla Ravidà, ex ufficiale della DIA

 – Attilio Manca suicidato per salvare Bernardo Provenzano

– INGROIA: «Lo Stato non poteva arrestare Provenzano»

– INGROIA: «Provenzano garante della Trattativa Stato-mafia»

Intervista esclusiva al magistrato Nino Di Matteo

ANTEPRIMA. Ecco le parole del Consigliere togato, impegnato da anni sul fronte Antimafia. Lo abbiamo incontrato presso il CSM (a Roma) per capire il suo punto di vista su diversi temi fondamentali.

Trattative, decisioni strane che “puzzano di bruciato”, mancate nomine, attacchi ai magistrati che fanno il proprio dovere, scelte risibili e pericolose, entità misteriose che continuano a decidere il nostro futuro. Ma è talmente forte quel “potere” (massonico, economico, finanziario, criminale) che non può essere scalfito? Il passato ci riporta alle stragi e alle strategie (della tensione) stragiste terroristiche e mafiose. I “misteri” continuano a caratterizzare la nostra storia. Ma cosa è cambiato dalle bombe degli anni Novanta? Non è servito a nulla il sangue di innocenti versato per le strade?  

Per comprendere meglio determinate questioni abbiamo deciso di coinvolgere un magistrato che, per il suo impegno, da anni vive isolato e sotto scorta.

«Abbiamo bisogno di una magistratura che non abbia nessun timore di affrontare le inchieste scomode che riguardano la gestione del potere anche attuale o che riguardano le forme con le quali le grandi mafie stanno tentando di ripulire i loro denari, anche attraverso una finta legalizzazione delle loro attività.  

Ben vengano le critiche, ben vengano le operazioni verità sulle patologie della magistratura. Ma questo non può travolgere il concetto e la necessità di una magistratura indipendente e, soprattutto, autorevole nei confronti dei cittadini. Sono i cittadini che devono sentire i magistrati come baluardo delle loro libertà. Non dobbiamo avere paura nemmeno di uscire dalle nostre stanze per confrontarci con loro, soprattutto con i più giovani, con quelli che hanno bisogno di capire meglio determinati fenomeni del passato e di capire che nello Stato ci sono, per fortuna, ancora molti, non soltanto magistrati, che credono in quello che fanno e lo fanno con entusiasmo. Abbiamo bisogno di questo nel nostro Paese.»        

INTERVISTA ESCLUSIVA AL DOTTOR NINO DI MATTEO realizzata da Paolo De Chiara e Alessandra Ruffini.

SCUOLATTIVA. Per Amore del mio Popolo…

DON PEPPE DIANA, un martire per la libertà. Incontro con i ragazzi dell’I.C. Chiarelli di Martina Franca (Taranto).

«Non c’è bisogno di essere eroi, basterebbe ritrovare il coraggio di aver paura, il coraggio di fare delle scelte, di denunciare.»

 don Peppe Diana

Continua il nostro impegno con i ragazzi delle scuole. Questa volta, grazie all‘IC Chiarelli di Martina Franca, ricorderemo il prete di Casal di Principe, ammazzato dalla schifosa camorra il 19 marzo del 1994.

Don Peppe Diana è diventato un esempio, un simbolo di legalità.

Ne parleremo con:

– Marisa Diana, sorella del sacerdote
 Francesco Diana, Comitato Don Peppe Diana 
– Vincenzo Viglione, attivista Libera Caserta

con la partecipazione di 
– Don Beppe Frugis, Parrocchia S. Antonio da Padova di Alberobello 
– Maria Donata Cotoloni, Parrocchia S. Andrea di Gorizia

MODERA: Paolo De Chiara, direttore WordNews.it

Ringraziamo la dirigente scolastica Roberta Leporati e la professoressa Maria Pia Pugliese per l’immensa disponibilità.

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LEGGI ANCHE: 

– La camorra uccide don Peppe Diana

INTERVISTA. Parla il testimone oculare Augusto Di Meo: «mi hanno lasciato da solo. Pure la Chiesa mi ha abbandonato. Oggi non sono riconosciuto nemmeno come un testimone di giustizia». “Per amore del mio popolo” è il titolo del manifesto del 1991 dei parroci contro la camorra.

Molise: nominata la nuova commissaria. Ma è già indagata

SANITA’ & NOMINE. Flori Degrassi arriva al posto di Giustini, dimissionario e indagato per omissione di atti d’ufficio e abuso d’ufficio dalla Procura di Campobasso. Abbiamo raccolto i pareri di Italo Testa (Forum Sanità Molise), Lucio Pastore (Uoc Isernia) e di alcuni consiglieri regionali.

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

Molise: nominata la nuova commissaria. Ma è già indagata
Flori Degrassi (ph Sanità Informazione)

La nomina è arrivata. Dalla Lega (Giustini) si è passati a Leu (Degrassi). Con le dimissioni dell’ex generale della guardia di finanza è arrivata la sostituta, la dottoressa Flori Degrassi. Già direttrice dell’Asl Roma 2 e con un curriculum di tutto rispetto. Per il suo nuovo incarico avrebbe richiesto i pieni poteri. Una mossa quasi necessaria per difendersi dagli squali della politica molisana. Emerge, però, una questione non di poco conto: la Degrassi risulterebbe indagata per abuso d’ufficio. Uno dei reati contestati proprio all’ex commissario Giustini. Ovviamente sono due storie diverse.

La vicenda della Degrassi è legata all‘inchiesta che ha coinvolto il governatore Zingaretti e il suo assessore alla Sanità D’Amato (insieme ad altri soggetti, tra cui la nuova commissaria molisana). «In merito all’indagine, aperta a seguito di un esposto del consigliere regionale di Fratelli d’Italia Aurigemma – si legge in una nota ufficiale della Regione Lazio dello scorso gennaio -, che riguarda il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, l’assessore alla sanità Alessio D’Amato e dei funzionari regionali sui requisiti di idoneità per le direzioni amministrative, l’amministrazione regionale, convinta di aver operato nel rispetto della normativa vigente, esprime massima fiducia nel lavoro della magistratura certa che chiarirà la vicenda in tutti i suoi aspetti».    

Al posto della sub commissaria Ida Grossi (vicina al Movimento 5Stelle) subentrerà Annamaria Tomasella, direttore amministrativo Azienda ULSS N. 2 “Marca Trevigiana”​.

Non si vogliono mettere in dubbio le capacità professionali della Degrassi.

Ma perchè si continuano a scegliere persone vicine ai partiti politici?

Lo abbiamo chiesto al presidente del Forum in difesa della Sanità pubblica in MoliseItalo Testa: «Adesso quello che sta avvenendo qui è quello che è avvenuto in Sicilia. Da noi ancora non esce, nel filone di indagini c’è anche questo. Ma non credo che uscirà.» Sulla nuova nomina Testa è stato molto chiaro: «Bisogna scegliere chi ubbidisce e chi ubbidisce è sempre chi non ha i titoli o ha scheletri nell’armadio. La Degrassi è di Leu, io non la conosco, ma l’hanno presentata come un soggetto iscritta a Leu, parte integrante di quel partito. Sarà pure una brava persona, ma ha questo vizio di origine. Servono persone lontante dai partiti e professionalmente capaci. Hanno bisogno di certezze questi politici di mezza tacca. Sanno dei limiti che hanno. Le certezze arrivano dalle persone che si mettono accanto, disposte a dire sempre sì, altrimenti fanno ombra. Ma quello che è importante non è tanto la nomina che ha avuto questa signora, quanto l’incarico. Non ci dobbiamo scordare che quando fu mandato qua Giustini fu mandato con l’incarico di applicare il piano Frattura. E fu mandato dalla Grillo, ex ministro 5 stelle. Per rendere esecutivo quel progetto: chiusura della maternità di Termoli, chiusura della mammologia a Isernia. Nel momento in cui Giustini cercò di applicare il piano hanno cominciato a dire che le colpe erano di Giustini. Bisogna capire il mandato che daranno, così capiremo esattamente dove vogliono andare.» 

Per il consigliere regionale Vittorio Nola (Movimento 5Stelle): «Al di là dell’appartenenza politica dobbiamo vedere se il governo Draghi va in discontinuità con tutti i commissariamenti precedenti. Bisogna vedere se questa struttura commissariale ha dei poteri superiori rispetto a tutti gli altri commissariamenti che ci sono stati dal 2009 e se le due nomine sono complementari, senza le stesse funzioni. Non deve ripetersi ciò che è già accaduto in passato, Giustini presentava un piano e la Grassi ne presentava un altro». Ma perchè la politica non sceglie persone che devono risolvere i loro problemi giudiziari? «Noi abbiamo fatto di tutto per far nominare delle persone competenti e molisane. Alla luce di tutto quello che è accaduto abbiamo visto che questi commissari esterni non sono immuni da contaminazioni non corrette, poi non conoscono il territorio. Un merito solo hanno avuto, facendo emergere i debiti che nessuno conosceva. Se noi mettevamo un commissario molisano, affiancato da un subcommissario dell’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, ndr), sarebbe stata una accoppiata vincente. Dobbiamo aspettare quello che accade, se le due figure non sono ben assemblate ricominciamo con le discussioni e questo non depone bene». Voi fate parte della maggioranza di Governo, perchè le vostre richieste non sono state prese in considerazione? «Noi abbiamo messo tutto per iscritto.» 

Abbiamo raccolto anche il parere dell’ex presidente della Regione Molise, Michele Iorio (responsabile politicamente, insieme ad altri, dello sfascio sanitario): «Il commissariamento mi sembra molto punitivo per la regione perchè sottrae molti compiti che prima erano riservati alla regione. Mi sembra esagerato rispetto alla situazione del Molise che può essere composta con piccoli accorgimenti. Non c’è bisogno di stravolgere il sistema sanitario. Il commissariamento è un obbrobbrio legislativo. E’ stato utilizzato dai vari Governi, penalizzando sicuramente le regioni del Sud e le regioni più in difficoltà, come il Molise che da oltre dieci non ha più autonomia nella gestione. Nonostante questo la situazione non si è risolta. I parametri del fondo sanitario vanno rivisti». Ma perchè la politica continua a “lottizzare” le varie nomine? «Credo che la scelta vada fatta sempre da persone estranee e valide. Che ci siano appartenenze è tutto da dimostrare. Sarebbe sbagliato, se fosse così». L’ex commissario Giustini si è dimesso perchè indagato anche per abuso d’ufficio, il nuovo commissario è già indagata per abuso d’ufficio. «Su questo argomento ho le idee chiare. Per me l’indagine è una forma di controllo che va gestita dalla magistratura e non significa colpevolezza». In Molise non esistono figure valide per occupare certi ruoli? «E’ un elemento che andrebbe approfondito. La decisione appartiene a chi le fa le cose, ci saranno dei motivi. Il Molise è pieno di giovani preparati.»     

«Il problema è quale mandato viene dato dalla politica – afferma Lucio Pastore, direttore unità operativa semplice del pronto soccorso di Isernia -. Giustini ha avuto il mandato dalla Grilli (ex ministro della Salute, ndr) per attuare due punti fondamentali. Doveva attuare quello che era scritto nel piano sanitario di Frattura, quindi fare la sintesi fra Cardarelli…». Ma politicamente cosa significa? «Ha un senso molto profondo, ci troviamo di fronte ad un pensiero unico e le schermaglie sono soltanto per vedere chi deve gestire il potere e non per cambiare linee. Questa è la cosa drammatica che esce fuori da questa esperienza. Una dipendenza da interessi di altri. I partiti sono degli inservienti degli interessi economici, finanziari di altri. Non abbiamo linee politiche differenti, abbiamo delle cose che si equivalgono. Una mancanza di alternativa, di pensiero che si può espletare in una linea che sia completamente diversa dalla realizzazione di alcune cose, tipo la sanità. Tutti ci sono stati e tutti hanno fatto le stesse politiche». Uno schema fisso che non si può rompere? «È un problema che riguarda tutti gli aspetti della realtà. Il pensiero unico è dominante in tutte le espressioni politiche. Non ci sono dei cambiamenti chiari e netti di rotta. Cominciava a intravedersi qualcosa, in maniera molto sfumata, nel secondo Governo Conte». Che hanno sostituito con l’attuale governo Draghi. «Infatti è stato sostituito. Quando hanno capito che ci poteva essere il minimo sospetto che da lì potesse nascere una esperienza di rottura con un certo mondo è stato fatto fuori. Spero di essere smentito, ma una speranza che io mi sbagli. Fino adesso non l’ho visto il cambiamento di rotta». In Molise da oltre dieci la sanità è commissariata. Questo è l’unico strumento per risolvere i problemi? «Il debito è il grimaldello per poter procedere a determinate scelte strutturali. Il debito si forma dalla spesa che la politica determinata, in quanto le scelte non sono volte ai bisogni reali della popolazione ma in rapporto alle clientele. Tutto questo determina uno sforamento delle spese. Lo Stato ripianava tutti i debiti. Dopo un certo momento questo non è stato più possibile. Quel debito è generato dalla volontà della gestione clientelare essenzialmente.

Questo debito viene utilizzato come scusa per rientrare dal debito e per fare determinate scelte, quindi chiudi gli ospedali, fa il blocco del turn over, rendi inefficienti le strutture pubbliche. E, contemporaneamente, sposti sul privato un insieme di fondi che sono i posti letto, i servizi. Anche se questo spostamento non è finalizzato ai bisogni reali. Alla fine si viene a creare la situazione drammatica che si è manifestata con la pandemia. E si va incontro ai 450 morti che abbiamo avuto e al caos che stiamo vivendo. Il debito è stato ed è usato come un grimaldello per privatizzare. Per fare questo hai dovuto distruggere un insieme di servizi. Non è un caso che le Regioni a più alto tasso di privatizzazione, la Lombardia e il Molise, hanno avuto un alto indice di mortalità. Il meccanismo del debito è qualcosa voluto per privatizzare la sanità. È assurdo che uno Stato faccia permanere nel commissariamento per dodici anni una Regione per rientrare dal debito. Un fatto cronico che ha altre finalità. Questo debito continua ad essere presente nonostante la distruzione del pubblico.»

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Antoci: «Hanno cercato di fermarmi. Ma non ci sono riusciti»

DIAMO VOCE. Prima parte. La VideoIntervista all’ex presidente del Parco dei Nebrodi realizzata da Paolo De Chiara e Daniele Ventura. Domani alle ore 12:00 la seconda ed ultima parte.

MAFIA DEI PASCOLI. «Bisogna sempre parlarne di mafia e di lotta alla mafia. Come tutti gli uomini ho le mie paure, la paura è un sentimento che conosco. Non è stato facile entrare nell’aula bunker. Porterò attraverso i miei occhi tutti gli occhi delle tante persone che, in tutti questi anni, hanno subito vessazioni, pressioni, malversazioni, intimidazioni, mortificazioni. Interi territori sono stati tenuti sotto ricatto, in ostaggio. Persone che venivano intimidite solo perchè tentavano di avvicinarsi a partecipare ai bandi pubblici per l’affitto dei terreni. Un’attività che ha mortificato l’intero territorio.»    

«Un governo regionale superficiale e autoreferenziale»

L’INTERVISTA. Parla Paolo De Socio, segretario regionale della CGIL Molise: «c’è stata una superficialità nella gestione dell’intero sistema da parte di tutti i vertici della sanità regionale molisana con delle responsabilità oggettive che non possono essere scaricate, che sono attribuibili alla politica. Un’assoluzione politica non potrà mai essere concessa alla classe politica di questa regione.»

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

«C’è una carenza a tutti i livelli. Affrontare una pandemia in queste condizioni è stato da scellerati.» Queste le parole utilizzate dal segretario regionale della Cgil Molise Paolo De Socio. Lo abbiamo contattato per raccogliere il suo punto di vista sulla situazione regionale.

Il Molise, finalmente attenzionato anche dalla stampa nazionale, sta pagando un prezzo altissimo. Le responsabilità sono legate alle scelte politiche (di una classe dirigente indegna), ai vertici dell’Asrem (dirigenti scelti dalla politica) e da un atteggiamento padronale (che proviene da molto lontano) da parte di alcuni potentati locali.

Una testa è caduta. Il commissario (definito come il “Cottarelli molisano”), dopo l’avviso di garanzia da parte della magistratura, ha rassegnato le dimissioni. Il fallimento è sotto gli occhi di tutti. Ma non riguarda solo l’azione (che nessuno ricorderà) del generale Giustini (che non risponde alle nostre telefonate).

In questo calderone non potevano mancare i “furbetti del vaccino” che, con il loro menefreghismo, hanno permesso di far emergere un’altra questione drammatica: i forti legami tra i vari poteri (politica e informazione). Un vero e proprio cortocircuito.

È tutto mischiato nella regione del Gattopardo. Dove tutto cambia solo apparentemente. E questo dipende anche dalle scellerate scelte fatte dai cittadini che non hanno voglia di cambiare pagina. Si continua a gridare “al lupo, al lupo”. Ma le stesse facciacce – ovviamente elette dagli elettori “complici” – continuano a dettare il bello e il cattivo tempo.

E anche quando diventano ex continuano la loro azione distruttrice, soprattutto con l’invio di comunicati stampa (inutili) alle redazioni dei giornali. Si sono seduti accanto ai peggiori (sulla carta i nemici politici) senza dire mezza parola. Cosa non si fa per lo stipendio. E che stipendio. Ora, da ex (con una bandiera sbiadita in mano), vorrebbero pure far passare i loro concetti triti e ritriti. Ecco, è proprio il concetto di vergogna che non vuole essere assimilato. Dovreste mettere la testa sotto la sabbia, fino alla fine dei vostri giorni.       

Ma riprendiamo il ragionamento con l’attuale segretario della Cgil Molise. Per Paolo De Socio «c’è stata una superficialità nella gestione dell’intero sistema. Da parte di tutti i vertici della sanità regionale molisana con delle responsabilità oggettive che non possono essere scaricate, che sono attribuibili alla politica. Nel consiglio regionale sono stati votati degli ordini del giorno all’unanimità, anche dietro nostro intervento, che poi non hanno avuto riscontro. Si insiste su una linea politica. Anche il governatore deve dare seguito a quello che si decide in consiglio. Credo sia indispensabile un intervento del Ministero su questo territorio. Non si può lasciare tutto ai commissari, la responsabilità è di tutti. Anche del Ministero, perché le segnalazioni sono state multiple. Bisognava intervenire prima.»

Ma in questi mesi quali sono state le richieste da parte del sindacato molisano? «Ancora non c’era stato l’aumento dei contagi e dei morti. Avevamo chiesto un incontro al Ministero per avere un intervento diretto. Abbiamo assistito a scarichi di responsabilità assurdi e sulla popolazione si riflettevano ritardi sulla situazione pandemica. Siamo stati i primi a chiedere la riapertura del Vietri di Larino. Ma nulla è stato preso in considerazione, ci siamo trovati con scelte fatte dalla mattina alla sera». E cosa è cambiato con la campagna vaccinale? «Abbiamo mandato un dossier portando come esempio positivo l’organizzazione dell’Unimol che a regime potrebbe offrire circa 700 vaccini al giorno. Paradossalmente in 100 giorni poteva essere vaccinato l’intero Molise, dando la gestione a chi poteva realizzare un piano vaccinale. Sentire gli elicotteri che ci volano sulla testa ci fa venire il brivido.»

Quali sono le responsabilità dei vertici regionali? «Una struttura commissariale, se c’è lo Stato sul territorio, ha un potere da esercitare. E lo deve fare con chiarezza e con precisione. Deve tenere in considerazione anche una conoscenza che deriva da quella che è la parte politica regionale che deve dare seguito a una serie di adempimenti. In questo periodo invece di affrontare questo problema in sinergia hanno fatto rimpiattino sulle responsabilità. Poi abbiamo il problema della direzione sanitaria che è stata affidata ad un soggetto che, pare, non abbia la fiducia dello stesso organo politico regionale (Florenzano, nda). Noi non siamo mai stati convocati ai tavoli decisionali per gestire l’emergenza». I vertici della sanità sono in grado di gestire questa situazione emergenziale? «Se una rimozione ci deve essere, sulla gestione della pandemia, deve essere fatta a trecentosessanta gradi. Non sono in grado di gestire questa fase pandemica. È mancato un dialogo tra di loro. Non c’è nulla di chiaro rispetto a questa gestione.»

Qual è il problema in questa Regione? «In materia di sanità c’è sempre stato troppo interesse politico. La privatizzazione esagerata e sproporzionata della sanità molisana ha creato dei problemi, dalla scarsa presenza dei servizi diffusi sul territorio all’aumento inevitabile dei costi dei servizi sanitari. Ma tutto questo lo abbiamo denunciato già nel 2017. La sproporzione che c’è stata, forse nemmeno in Lombardia, dei posti letto e delle competenze ai privati, che hanno avuto la possibilità, perché ben remunerati, di offrire dei servizi migliori senza aver l’obbligo del pronto soccorso, è evidente. Il rischio è che questa influenza condizioni anche le scelte della politica. Bisognerebbe fare delle verifiche opportune, anche la magistratura dovrà capire come si sono determinate certe scelte. Ma credo che un’assoluzione politica non potrà mai essere concessa alla classe politica di questa regione». Da parte di chi? «Da parte dei cittadini elettori.»

Ma i cittadini elettori in questi anni hanno sempre scelto il peggio. Il problema viene da lontano e il Molise è stato gestito da Iorio, poi da Frattura e oggi da Toma. «Il voto è libero e democratico. In questo momento, purtroppo, stiamo pagando le conseguenze. In più di una occasione abbiamo assistito a cambi di casacca dei diversi attori che sono stati introiettati all’interno delle compagini vincenti. Cambiava il governatore, è cambiato il colore ma non sono cambiati i soggetti della politica. Noi auspichiamo che ci sia un cambio di passo e una perturbazione del sistema all’interno della politica molisana. È impossibile assistere a queste trasformazioni che hanno radici antiche ed effetti nefasti.»

Qual è il giudizio politico su Donato Toma? «Il governatore di questa Regione ha dei comportamenti altalenanti che non rispondono a quelli che sono i canoni di un dialogo sereno con una forza che rappresenta i lavoratori. È un governo autoreferenziale, che fa poca politica e molti conti. Ma i conti non quadrano e non abbiamo un riferimento politico. E non si vede la luce sulla programmazione. Da tempo chiediamo che alcune scelte strategiche non vengano fatte nel nostro territorio, a seconda degli umori di questi rappresentanti. I comportamenti di Toma, spesso, non seguono una linea di programma, sembrano piuttosto improvvisati. Nel bel mezzo di una pandemia, non dimentichiamolo, ha azzerato una giunta, togliendoci i riferimenti politici. Il mio giudizio è totalmente negativo.»

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La mafia corleonese uccide Placido RIZZOTTO

73 anni dalla morte violenta del sindacalista-partigiano (Brigata Garibaldi) Placido Rizzotto.

INTERVISTA al nipote del partigiano-sindacalista siciliano: «il corpo di mio zio è stato fatto a pezzi, perché doveva essere messo dentro delle bisacce per essere trasportato in cima alla montagna, dove è stato buttato nella foiba. La Repubblica italiana è nata malata per questa trattativa iniziale che ha condizionato pesantemente la politica e l’economia della Sicilia e dell’Italia».

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

Placido Rizzotto

(intervista realizzata il 10 marzo 2020)

Sono passati 72 anni dalla morte violenta del sindacalista-partigiano (Brigata Garibaldi) Placido Rizzotto, segretario della Camera del Lavoro di Corleone, presidente dei Reduci e Combattenti dell’Anpi, esponente del Psi e della Cgil. È stato ammazzato il 10 marzo del 1948, per il suo impegno, per il suo coraggio, per la forza di contrapporsi ai mafiosi dell’epoca. Per difendere gli ultimi, i contadini e le terre in mano ai prepotenti. I movimenti dei contadini, sostenuti da sindacalisti con la schiena dritta, stavano mettendo in difficoltà il potere dei notabili e dei mafiosi. Lo hanno fatto a pezzi, per dare l’esempio a tutti gli altri. Tra i responsabili dell’omicidio Luciano Leggio (esecutore materiale), Vincenzo Collura e Pasquale Criscione (complici), il medico-boss di Corleone Michele Navarra (mandante). Quest’ultimo verrà ammazzato dalla banda di Leggio, dove cominceranno a muovere i primi passi due giovani delinquenti: Riina e Provenzano. Ci sono voluti troppi anni per fare questi nomi, anche se tutti conoscevano le facce dei responsabili. Ma come disse il bravo giornalista d’inchiesta Gianni Bisiach nel suo famoso documentario, girato a Corleone nel 1962: «Il silenzio proteggeva la vecchia mafia del feudo. Il silenzio difende la giovane mafia che è nata nel dopoguerra per sfruttare la riforma agraria e la costruzione di strade, dighe e canali ottenendo appalti e imponendo balzelli». E Placido Rizzotto, il sindacalista “senza paura”, verrà ammazzato nel dopoguerra, insieme a tanti altri uomini liberi. «È stato sequestrato a Corleone – queste le parole del fratello Antonino, raccolte nel documentario girato 14 anni dopo -, poi è stato ritrovato sulla Rocca Busambra (1.613 metri, è la cima più alta della Sicilia occidentale), in una buca dove c’erano tanti cadaveri». La sera del 10 marzo del 1948, spiega a Bisiach il padre Carmelo, Placido viene ucciso a colpi di pistola e poi gettato dentro un crepaccio profondo 60 metri. «Solo dopo 21 mesi venimmo a sapere chi furono gli assassini». All’epoca nemmeno si nominava la parola mafia, all’epoca c’era l’abitudine, nei tribunali, di usare la discutibile formula “assolto per insufficienza di prove”. L’unico testimone, il pastorello Giuseppe Letizia, 13 anni, verrà eliminato per conto e per volontà del medico-mafioso Navarra. Per ricordare la figura del sindacalista siciliano abbiamo raccolto la testimonianza di suo nipote, che porta il suo stesso nome. Placido Rizzotto è il figlio di Antonino, il fratello del partigiano.

«Mio zio Placido era un contadino, dopo l’8 settembre aveva iniziato con altri giovani a fare la Resistenza contro il nazi-fascismo. In quel periodo ha acquisito una coscienza politica, che a Corleone non avrebbe maturato. Quando Placido Rizzotto rientra a Corleone nel 1945, insieme ad altri sindacalisti siciliani, comincia ad organizzare i contadini. Nacque in Sicilia il primo grosso movimento antimafia, non solo di lotta, ma di cultura ed informazione. Spiegavano ai contadini i loro diritti per far evolvere la classe dei braccianti, nelle città veniva fatto con la classe operaia».

E si arriva alle prime elezioni democratiche, vinte dal Blocco del Popolo.

«Nella regione siciliana, che aveva ottenuto nel frattempo lo statuto speciale, il risultato fu nettamente a favore delle forze di sinistra, socialisti e comunisti. Questo effetto preoccupò parecchi attori di quel periodo: la politica, la chiesa, gli americani e quel gruppo di fascisti, come la X Mas di Valerio Borghese. Tutte queste forze stabilirono che si doveva fermare questo movimento. I feudatari e i mafiosi non potevano perdere il loro potere; la politica, la chiesa, l’America e una parte deviata dello Stato non voleva farsi sfuggire il controllo della Sicilia, un posto strategico, lo spartiacque tra il blocco occidentale e il blocco orientale stabilito con l’accordo di Yalta. Con tutti i mezzi decisero di fermare questo movimento di contadini. Iniziarono le uccisioni di tanti sindacalisti, ci fu la strage di Portella della Ginestra, a seguire gli assalti alle Camere del Lavoro. Placido Rizzotto si ritrovò a Corleone, uno dei centri più caldi, a combattere contro i latifondisti e contro questa strategia della tensione stragista. Il 18 aprile, nelle prime elezioni repubblicane, vinse la Democrazia Cristiana e di colpo cessarono le uccisioni dei sindacalisti».

Ritorniamo al 1945: Placido Rizzotto, dopo la guerra e la lotta partigiana, ritorna a Corleone. In quale contesto si trova ad operare?

«La gente aveva fame di lavoro, aveva famiglie da mandare avanti. Soggiacevano allo sfruttamento, non osavano ribellarsi. A Corleone, tra il ’46 e il ’47, ci sono stati 52 omicidi, tutti ad opera di sconosciuti. Non c’è mai stata una condanna. Gli omicidi non erano regolamenti di conti tra bande mafiose, anche perché non c’erano bande. La guerra di mafia nasce negli anni ’50 quando Leggio si mette in contrapposizione con Navarra».

La storia di Rizzotto si intreccia con la storia di Italia…

«Esatto, per una serie di coincidenze si intreccia con la storia d’Italia. Corleone è stato un paese che negli anni successivi, come mafia, ha avuto quei risvolti di leadership, prima con Luciano Leggio poi con Riina e poi con Provenzano e, quindi, nell’immaginario collettivo è il paese della mafia. Ma così non è, perché insieme alla mafia è nata l’antimafia. È nata gente come Bernardino Verro. C’è stata gente uccisa perché cercava di ribellarsi. La storia di Placido Rizzotto si intreccia con la venuta a Corleone di Pio La Torre. Dopo un anno arriva Carlo Alberto Dalla Chiesa, che si interessa al caso Rizzotto e riesce ad arrestare i due partecipanti all’omicidio di mio zio, li fa confessare…»

Stiamo parlando di Collura e Criscione?

«Esattamente. Lui arresta un certo Giovanni Pasqua per l’omicidio della guardia campestre Calogero Comaianni (ucciso il 28 marzo 1945, nda). Dalla Chiesa arresta Pasqua che confida al Capitano dei carabinieri i nomi degli assassini di Rizzotto: Leggio, Criscione e Collura. Questi ultimi due confessano l’omicidio e indicano il luogo dove è stato buttato il corpo, Rocca Busambra. Dalla Chiesa fa un primo ritrovamento dei resti di mio zio, insieme ad altri due cadaveri. In seguito Collura e Criscione ritrattano la confessione dicendo che era stata estorta sotto tortura, la Procura non avvalora il riconoscimento dei familiari e, i due, vengono assolti per insufficienza di prove. Dalla Chiesa chiederà di andare di nuovo nella foiba per prendere i resti rimasti, ma questo permesso viene negato dal ministro Scelba».

Bisogna aspettare sessantuno anni per il ritrovamento definitivo dei resti, precisamente il 7 luglio del 2009.

«Con l’esame del DNA, che ai tempi non sarebbe stato possibile, si è potuto accertare che quelli erano i resti di Placido Rizzotto».

Dobbiamo ricordare anche il medico-mafioso Michele Navarra, il mandante dell’omicidio.

«Sì, il capomafia di Corleone. Leggio era il suo luogotenente, un giovane mafioso molto ambizioso, molto feroce a cui fu affidato il compito di eliminare mio zio».

Chi era il mafioso Michelle Navarra?

«Era uno che aveva molte relazioni con i politici, anche con gli americani. A Navarra gli americani, dopo lo sbarco, avevano dato la concessione di ritirare tutti i mezzi di trasporto che avevano abbandonato in Sicilia. Il Navarra, con il recupero di tutti questi mezzi di trasporto, impianta la prima agenzia di trasporti siciliana, intestata al fratello. Questa azienda di trasporti, poi, sarà venduta alla Regione siciliana. Il mandante locale era, sicuramente Navarra, ma con l’avallo e con le direttive, probabilmente, di persone molto più in alto».

L’omicidio Rizzotto porterà ad un altro omicidio: quello dell’unico testimone oculare, il pastorello Giuseppe Letizia.

«Da ricostruzioni recenti sappiamo che mio zio fu ammazzato quasi subito e poi fu portato in un casolare di campagna, dove c’era un altro mafioso che non è mai stato menzionato nelle indagini, un certo Giuseppe Ruffino, che si occupava di furto di bestiame e macellazione clandestina. Ruffino si è occupato di macellare il corpo di mio zio, fatto a pezzi perché doveva essere messo dentro delle bisacce che, con un mulo, dovevano essere trasportate in cima alla montagna. Nel crepaccio butteranno il mulo, insieme alle bisacce, con i pezzi del cadavere di mio zio. Il bambino, molto probabilmente, non ha assistito all’omicidio, ma alla macellazione del corpo. A quanto pare, ha fatto anche dei nomi. In preda al delirio viene portato, dal padre, in ospedale e preso in cura da Navarra, il quale appena capisce la situazione costringe un altro medico a praticare una iniezione letale».

Qual è l’insegnamento che, oggi, resta dell’azione di Placido Rizzotto, a 72 anni dalla sua morte?

«Bisogna con tutti i mezzi leciti reagire e non subire mai lo sfruttamento da parte di altri uomini, anche a costo della propria vita, perché con il tempo i risultati si ottengono, ovviamente se non si rimane isolati. Placido Rizzotto aggregava le persone con un obiettivo comune. Era il famoso teorema dei Fasci siciliani: una verga può essere spezzata, due verghe possono essere spezzate, ma un fascio non si riesce a spezzare. Nel dopoguerra stava nascendo una nuova classe dirigente. Furono tutti trucidati. Quel patto scellerato che fecero le istituzioni deviate con la mafia, la prima vera trattativa Stato-mafia, ha dato un potere enorme a questi mafiosi. La Repubblica italiana è nata malata per questa trattativa iniziale che ha condizionato pesantemente la politica e l’economia della Sicilia e dell’Italia».

«Il presidente Toma è politicamente debole»

SUCCEDE IN MOLISE. L’INTERVISTA alla consigliera di maggioranza (Gruppo Misto) Filomena Calenda: «Nessuno ci informa di nulla. Gli ordini del giorno presentati diventano carta straccia, le mozioni non trovano mai un’applicazione. Manca la volontà di fare azioni concrete sul territorio per la popolazione». Sulla gestione politica della pandemia: ««Da consigliere regionale apprendevo, quando facevamo il tavolo Covid, le informazioni dagli organi di informazione. Non ho mai avuto una informazione diretta, neppure da chi avrebbe dovuto informarmi.»

di Paolo De Chiara (WordNews.it)

«Il presidente Toma è politicamente debole»
Filomena Calenda

Una maggioranza che fa la minoranza. E una minoranza che non sa fare l’opposizione. Questo accade, da diversi anni, in Molise, la famosa isola felice, definita così da chi (indegnamente) gestisce la cosa pubblica, continuando a nascondere sotto il tappeto i tanti problemi irrisolti. In questa regione, dove ognuno fa come cazzo gli pare, la politica – quella attività nobile – è stata sostituita dal teatrino. Eletti, da diverse legislature, che in passato sono stati condannati (e riabilitati) per aver portato le armi ai camorristi nelle carceri quando facevano un altro mestiere; parenti, amici, amanti che hanno occupato e occupano posti strategici per il controllo asfissiante delle istituzioni; politicanti e sindacalisti travestiti da falsi oppositori; ex presidenti che hanno contribuito all’attuale sfascio (non solo della sanità pubblica) che oggi rivolgono appelli con comunicati stampa che non servono a nulla.

E in questo show, «dove è stata scoperchiata la pentola», come ha affermato la consigliera regionale Filomena Calenda (eletta con la Lega, oggi nel Gruppo misto), è arrivata la pandemia. E il clamore ha superato i confini regionali. L’Italia, finalmente, si è accorta dell’esistenza di questa Regione in ostaggio di pericolosi notabili. Un clamore che durerà solo qualche giorno. Questi volponi lo sanno, tutto tornerà come prima. Peggio di prima. Calati juncu ca passa la china. Nonostante una sanità pubblica da terzo mondo, una pandemia che sta uccidendo centinaia di persone (300 mila abitanti, 370 vittime) e una classe dirigente scandalosamente indegna.

Gli annunci si sprecano. Dall’opposizione si ode un solo grido: mozione di sfiducia. Tutte miseramente ritornate al mittente con un bel pernacchio. Dalla maggioranza, invece, si alzano le inutili voci del dissenso: «Toma (sGovernatore del Regno del Molise, nda) è inadatto», «possiamo anche tornare a casa», «a noi non interessano le poltrone». Queste alcune affermazioni ad effetto (per chi fa finta di non capire) che lasciano il tempo che trovano. Nessuno ha il coraggio di tornare a casa.

«Penso che il tempo a disposizione sia finito – ha scritto sulla sua pagina facebook, il 27 febbraio scorso, la consigliera Calenda -. Commissari inadatti a ricoprire il ruolo, Asrem “assente” viaggia su binari morti, giunta assente sui problemi attuali. QUINDI TORNIAMO A CASA PRIMA che sia troppo tardi per guardaci allo specchio da persone oneste. Partiti che siedono in giunta e hanno pieno potere esecutivo ci attaccano. Mai avrei pensato che la mia esperienza regionale si limitasse ad un voto senza poter contribuire alla costruzione di un futuro per i molisani. Sono amareggiata, vi chiedo scusa!»

Dopo aver letto queste parole abbiamo deciso di capire il pensiero della consigliera che fa parte della stessa maggioranza che critica ferocemente. «Ci siamo trovati in questa pandemia e siamo stati impreparati. Noi avevamo già delle problematiche che erano riferite alla sanità. Questo momento ha scoperchiato tutte le pentole, il famoso vaso di pandora. Quindi si sono viste tutte le nostre difficoltà. Il problema è capire questa sanità nelle mani di chi è. Noi, oggi, abbiamo due commissari e abbiamo un direttore dell’Asrem, nominato dalla giunta regionale, che hanno iniziato a fare delle attività dove al tavolo Covid, che ho presieduto come vicepresidente del consiglio regionale, si portavano sterili informazioni che, forse, sono servite a poco.»

Quindi lei sta dicendo che i consiglieri regionali non vengono informati delle attività sanitarie che vengono intraprese e portate avanti? Non vi arrivano le carte?

«Da consigliere regionale apprendevo, quando facevamo il tavolo Covid, le informazioni dagli organi di stampa. Non ho mai avuto una informazione diretta, neppure da chi avrebbe dovuto informarmi.»

Questo cosa significa?

«Che ci vediamo cadere addosso tutto quello che accade. Non voglio scaricare le colpe. Come consigliere regionale non ho avuto mai le informazioni da nessuno. Per raggiungere i commissari ci vuole la mano di Dio. Giustini non è mai venuto ad un tavolo Covid, perché impegnato sui tavoli nazionali.»

Il problema è politico?

«Il problema è politico.»

Quindi se è un problema politico la responsabilità è politica. Allora possiamo dire che la gestione politica è stata pessima?

«Sì, assolutamente.»

Da chi è stata gestita male?

«Il presidente Toma è stato più volte sollecitato da tutti i consiglieri. Ma il presidente, probabilmente, avrebbe dovuto ascoltare. Purtroppo non è sempre disponibile a darci informazioni, a dirci quello che accade. Ed io con chi devo parlare?»

È grave ciò che sta dicendo.

«Purtroppo le cose gravi possono accadere anche in famiglia.»

Qual è lo stato di salute di questa “famiglia”?

«È una maggioranza dove forse qualcuno ci ritiene dei pivelli della politica, alle prime armi. Ordini del giorno presentati diventano carta straccia, le mozioni non trovano mai un’applicazione. Manca la volontà di fare azioni concrete sul territorio per la popolazione.»

Anche lo stesso Toma è un pivello…

«Non entro nel merito…»

Lei politicamente come valuta l’azione del suo presidente? È in grado di assolvere al suo ruolo?

«Lui non è un politico, ha iniziato con il consiglio regionale. Anche se aveva avuto l’esperienza come assessore (esterno, di centrosinistra, ndr) a Bojano.»

È in grado di fare il presidente?

«Tutti gli accadimenti hanno dimostrato che probabilmente è debole, si è indebolito. Solo gli stolti non capiscono che se c’è un problema bisogna fare squadra, ascoltare tutti i consiglieri e non limitarsi solo alla parte dell’esecutivo o solo a qualche assessore che lui ascolta che, probabilmente, ha dato delle indicazioni non consone.»

Deve continuare a fare il presidente?

«È ancora in tempo per poterlo fare. Lui è debole, e non lo devo dire io. Quante volte siamo andati sotto con le mozioni, anche per merito mio? In un momento di pandemia bisogna votare quelle azioni concrete che possano portare un beneficio. Ad oggi non ce n’è una, vedi la mozione sui vaccini ai disabili. Noi siamo gli unici a non avere una piattaforma.»

È debole e può, ancora, tornare sulla retta via?

«Sì»

E se non dovesse, a breve, tornarci?

«Queste sono decisioni che prenderò anche ascoltando qualche collega.»

Lei ha chiesto le dimissioni del commissario Giustini, del subcommissario Ida Grossi, del direttore generale Florenzano, del direttore sanitario Virginia Scafarto e di Lolita Gallo (direzione della salute). Questi cinque personaggi hanno fallito?

«Assolutamente sì.»

Qual è la sua posizione sulla riapertura del Vietri di Larino?

«Ho firmato la mozione di Michele Iorio (colui che fu, nda) per la riapertura del Vietri. Io ero per la riapertura, ma non sono un medico, non sono un tecnico.»

Lei è ancora per la riapertura?

«Certo. Ma trovo perplessità quando leggo la relazione dei tecnici. Noi abbiamo fatto una figura con Urbani quando abbiamo mandato a Roma il commissario. Urbani si è visto arrivare un commissario che presenta un progetto, poi un subcommissario che ne presenta un altro.»

Siamo una Regione poco credibile?

«Sì, non ci crede più nessuno. Mai avrei pensato che il Molise, di cui non si parlava mai, potesse arrivare alla ribalta della cronaca nazionale per queste situazioni.»

È stata scoperchiata la pentola…

«Lei pensava che…»

Lo speravo da tempo. E non solo per la gestione della sanità…

«Se tutto questo può far capire a Roma… e mi riferisco a tantissimi partiti che sono venuti qui a dirci che durante le elezioni regionali avrebbero riaperto gli ospedali. Queste persone non le ho più viste, ora non parlano proprio…»

La questione è regionale. Perché manca la volontà di aprire quella struttura pubblica?

«Manca la volontà perché siamo in piena variante. Si dovevano svegliare prima. Ma aggiungo che sarei contenta della riapertura del Vietri e spero che possa accadere. E, comunque, io ho chiesto il potenziamento dei vari ospedali presenti sul territorio.»

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«Scelte sconsiderate da parte della politica molisana»

SANITA’ in Molise. L’INTERVISTA al segretario regionale dell’Anaao Assomed Molise. Parla Massimo Peccianti: «L’ospedale specifico per il Covid è una scelta che hanno fatto tutte le regioni d’Italia, cominciando dal vicino Abruzzo, dove ogni Asl ha realizzato il suo ospedale Covid. Noi, unici in Italia, non abbiamo fatto questa scelta. O noi siamo i più intelligenti del mondo oppure gli altri sono i più cretini. O viceversa.»

«Scelte sconsiderate da parte della politica molisana»
Massimo Peccianti, segretario regionale Anaao (ph TgR Molise)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«La situazione generale è quella che deriva da tutti gli anni di commissariamento. È chiaro che dopo tanti anni c’è stato un depauperamento degli organici, delle strutture e la riduzione solo ai fini economici, che poi economici non sono stati».

Continua il nostro viaggio nei mali della sanità regionale. Un settore messo in ginocchio da anni di malagestione politica, impegnata a distruggere il settore pubblico.

Questa volta abbiamo incontrato e ascoltato il segretario regionale dell’Anaao Assomed (il sindacato dei medici e dirigenti ospedalieri), Massimo Peccianti.

«Il nostro deficit non mi pare che sia molto migliorato, nonostante i tagli lineari a tutta la sanità regionale. Alcune cose sono state devolute alla sanità convenzionale che, ovviamente, non è un mostro. Serve anche quella, per carità. Non è una cosa cattiva, però sono i ruoli che non vanno bene. Dovrebbe essere il privato a integrare per alcune cose quello che si considera il sistema pubblico. Cosa che in Molise non accade.»

Facciamo un esempio?

«Un po’ di anni fa avevamo una neurochirurgia al Cardarelli (ospedale pubblico di Campobasso, ndr) che funzionava benissimo, che faceva di tutto con gente in gamba. Di punto in bianco, per i vari piani regionali, è stata chiusa e mandata, esternalizzata, alla Neuromed di Pozzilli. Anche la cardiochirurgia è stata esternalizzata, come la radioterapia. Mandata alla ex Cattolica, ora diventata Gemelli spa. Lo trovo incredibile. Un sistema che funzionava bene è diventato un sistema che funziona male.»

Ed oggi cosa sta succedendo?

«Arrivando velocemente ad oggi abbiamo avuto l’emergenza Covid che, naturalmente, ci ha trovati già in una situazione di emergenza per gli altri motivi. Tutti i problemi, ovviamente, si sono acuiti. Anche tanto, perché all’inizio della pandemia eravamo tutti, in tutta Italia, impreparatissimi. Alcune cose potevano essere recepite in un certo modo.»

Come l’ospedale misto?

«Questa logica poteva andare bene quando, rispetto all’Italia, avevamo poco e niente. Eravamo la regione fortunata, l’isola felice. Nessuno però ha fatto quella previsione che invece tutti hanno fatto. E quando il peggioramento è arrivato ci ha trovati con le strutture poco adatte per una pandemia. Una recettività modesta che poteva anche essere adatta ad un ospedale misto. Le cose sono andate avanti, sono peggiorate. Ci vorrà una recettività maggiore per tutte le specialità.»

Tutto questo cosa comporta?

«Che ci siamo trovati impreparati, che abbiamo avuto poca possibilità di accontentare l’utenza. Siamo arrivati in una situazione in cui, avendo rifiutato il discorso di Larino ospedale Covid a priori già dall’inizio di luglio, quando era molto più semplice trovare le attrezzature e il personale, poco è stato fatto. Ci si è basati sul solito ospedale misto. In realtà qualcosa si capiva che non andava bene. Da un ospedale misto siamo arrivati a tre.»

Lei questa scelta come la definisce?

«Se vogliamo essere buoni possiamo dire che è una scelta miope.»

Da parte di chi? Della politica, del commissario o della dirigenza?

«La scelta miope, ovviamente, è quella della politica.»

E il commissario Giustini?

«Bisogna riconoscere che nella sua ristretta visione di una prospettiva lunga della sanità, comunque, aveva pensato a Larino. Nel giugno aveva mandato avanti il primo progetto su Larino. Questo progetto poi, a sua insaputa, è stato sostituito prima dell’approvazione con il progetto ospedale misto. Evito alcune considerazioni che potrebbero ledere l’onorabilità di molte persone.»

Volendo essere cattivi?

«Scelte assolutamente sconsiderate. Mi fermo qui, ma capiamo bene che ci sono altre cose sotto. Non possiamo dimostrare nulla quindi non possiamo dire nulla. L’ospedale specifico per il Covid è una scelta che hanno fatto tutte le regioni d’Italia, cominciando dal vicino Abruzzo, dove ogni Asl ha realizzato il suo ospedale Covid. Noi, unici in Italia, non abbiamo fatto questa scelta. O noi siamo i più intelligenti del mondo oppure gli altri sono i più cretini. O viceversa.»

Ma chi ha cambiato il piano di Giustini?

«Il sottocommissario, la politica, altri poteri forti che noi abbiamo.»

Questo cambiamento cosa ha portato?

«Ha portato che anche Giustini si è adeguato e, quindi, anche lui ha la sua parte o il suo merito. Ma facciamo una considerazione…»

Prego…

«La scusa ufficiale è che riadattare Larino costa di più che non costruire la torre Covid. Soldi pubblici che richiederebbero una pubblicazione di queste scelte.»

Lei condivide questa “scusa ufficiale”?

«I conti veri non li conosco, come non li conosce nessuno. Se devo costruire una casa ad uso ufficio devo arredarla, metterci delle attrezzature e il personale. Sono tre cose. Se costruisco una torre Covid devo affrontare le spese per queste tre cose. Ma se uso l’ospedale di Larino la casa è già costruita e non possono dire che è inadatta perché è nata come ospedale. Le attrezzature sono obsolete? Può essere. Le attrezzature mancanti si comprano. Ma certo non dobbiamo comprare i letti, gli arredi. Non serve nemmeno comprare gli impianti perché già c’è tutto. Quindi bisogna metterci le attrezzature e il personale. Quindi come è possibile che è più economico costruire la torre Covid al Cardarelli, attrezzarla e metterci il personale piuttosto che attrezzare una costruzione già realizzata? All’uomo della strada questo sembra un discorso impossibile.»

Non c’è la volontà di aprire la struttura di Larino?

«Non c’è la volontà. Voglio anche dare una possibilità e dico che forse ci potrebbero essere dei conteggi validi, però non li conosciamo. Se fosse stata trattata con trasparenza questa situazione, come dovrebbe essere quando si utilizzano i soldi pubblici, oggi non ci sarebbero tutte queste polemiche. A noi sindacati non ci dicono molto, diverse cose le conosciamo attraverso i mezzi di informazione.»

È molto grave.

«Infatti. Lo abbiamo fatto presente e il direttore generale ci ha risposto in una videoconferenza che potevamo anche vederci il sito. La correttezza dei rapporti sindacali dice che ogni delibera deve essere mandata per conoscenza. Un modo per coinvolgere le persone e renderle consenzienti, più volenterose nel lavoro. Queste sono regole elementari che da noi non ci sono.»

Come si esce da questa situazione?

«Nell’emergenza bisogna fare le cose in maniera più veloce. Se ne esce in base alle necessità. Si programmano le cose a lungo tempo, ma tutto questo non si sta facendo.»                        

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Farabutti!!!

#finiràpresto

#saretegiudicatipercriminicontrolumanità

Il “Grilletto” dove lo metto, dove lo metto, per carità…

CARTA CANTA, marzo 2021

Foto di Prawny da Pixabay

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Nuovi adepti

“Draghi sembra un grillino, mi ha dato ragione su tutto.”

Beppe Grillo, RepTv, 10 febbraio 2021

Ottima impressione estiva

“L’incontro con Draghi? Guardi è stato un incontro istituzionale come ne tengo molti altri. In qualità di ministro degli Esteri è naturale che io interloquisca e abbia un dialogo anche con l’ex presidente della Bce Mario Draghi. Non ci vedo nulla di strano. C’è stato uno scambio di vedute su vari temi specificatamente in virtù del ruolo che ha ricoperto ai vertici della Banca Centrale Europea. È stato un incontro cordiale e proficuo, mi ha fatto un’ottima impressione.”

Luigi Di Maio, ministro degli Esteri, Il Foglio, 12 luglio 2020

O Troika o morte!

Draghi getta la maschera. Con la mossa di impedire alle banche greche di poter utilizzare i bond ellenici come garanzia per rifinanziarsi, la Banca Centrale Europea impone il suo aut-aut: o Troika o morte. Draghi ubbidisce ossequiosamente alla linea tedesca e si dimostra, in questa Europa governata dall’egoismo, debole con i forti e forte con i deboli.

M5S Europa, La BCE contro la Grecia, beppegrillo.it, 5 febbraio 2015

L’Europa dei banchieri

“Se noi arriveremo a vincere le elezioni e a governare questa Europa cambierà in una settimana. Tra noi, i francesi e gli inglesi è finita questa Europa dei banchieri. Oggi su Repubblica un titolo così, Draghi della BCE che dice “se i Governi non fanno le riforme devono andare a casa”. Ma allora io dico, chi li manda a casa i Governi, un banchiere? Ma di che cazzo stanno parlando questi qua…”.

Beppe Grillo, Circo Massimo, 2014

Mario Mary Poppins

Mario Draghi è una Mary Poppins un po’ suonata che tira fuori dalla sua borsetta sempre le stesse ricette. Già in passato abbiamo visto come il taglio dei tassi non sia servito a ridare fiato all’economia, anzi paradossalmente l’ha affossata del tutto perché gli investitori vanno da chi fa fruttare i loro soldi. Se un titolo rende poco o nulla allora se ne sceglie un altro, magari fuori dall’Europa. Poi adesso c’è una nuova malattia: la deflazione salariale imposta dalla Merkel a tutti i Paesi mediterranei. Come si può uscire dalla crisi economica e sociale se in Grecia hanno tagliato stipendi e pensioni fino al 40%, se in Italia i rinnovi dei contratti del settore pubblico e privato sono congelati da anni, se in Portogallo e Spagna le riforme del mercato del lavoro hanno ucciso i diritti più elementari?

M5S Europa, Draghi Poppins, beppegrillo.it, 5 settembre 2014

IL CONSULENTE ECONOMICO DI MARIO DRAGHI (Governo, 2021)

“E se i greci non vogliono modernizzarsi, inutile insistere: d’altronde hanno votato a gran maggioranza un governo che continua ad essere popolare.

Hanno scelto, spero consciamente, di rimanere un Paese con un reddito pro capite modesto…

Penso sia venuto il momento di chiederci quanto sia importante per noi tenere la Grecia nell’Unione Europea, perché di questo si tratta: se Atene abbandonasse l’euro dovrebbe anche uscire dall’Ue”.

Francesco Giavazzi, giugno 2015

I giovani sono il #presente

«Buonasera, sono uno studente del liceo scientifico Mario Pagano, volevo farle i più sinceri complimenti per il discorso che ha tenuto oggi. È riuscito a portare attenzione verso le sue parole anche alcuni studenti che non amano molto la scuola e che non sono propensi ad immischiarsi nella politica e nella storia della nostra comunità».

GRAZIE DI CUORE AI RAGAZZI DEL LICEO SCIENTIFICO ‘Mario Pagano’ di Campobasso. #lapiùgrandesoddisfazione

«Siamo nel caos più assoluto»

L’INTERVISTA. Parla Lucio Pastore, Direttore dell’UOS Pronto Soccorso di Isernia: «In questo momento ci vorrebbe un intervento esterno perché la gestione è ancora con una mentalità di tipo clientelistico, con la spinta verso la privatizzazione». L’analisi della Fondazione Gimbe ha messo in evidenza che nella settimana dal 17 al 23 febbraio il Molise ha registrato un incremento del 6,8%.

In Molise aumentano i casi Covid: «Siamo nel caos più assoluto»
Lucio Pastore, direttore UOS pronto soccorso di Isernia (ph Paolo De Chiara)

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una Regione abbandonata a se stessa. La vergognosa questione della sanità pubblica si trascina da anni. Solo il maledetto virus ha scoperto definitivamente le carte. La gestione politica nel piccolo Molise ha distrutto il sistema pubblico. Questa operazione è iniziata tanti anni fa, con altri sGovernatori (Michele Iorio, che oggi invia inutili comunicati stampa per attaccare politicamente l’attuale gestione politica, e Frattura, l’imprenditore prelevato dal centro-destra grazie alla “geniale” intuizione dei vertici di un “centro-sinistra” arrappato solo di potere).

Negli anni passati, quindi, è stata fatta una scelta mirata. Depotenziare il pubblico per “rafforzare” il privato. Ed oggi si vedono i risultati. Gli ospedali (quelli che restano) sono in affanno, gli operatori sono stremati, i cittadini sono terrorizzati.

La politica (rappresentata da personaggetti inutili), che dovrebbe risolvere i problemi della collettività, ha dimostrato tutta la sua incapacità.

Il Molise è gestito da dilettanti. Pericolosi e senza una visione. Anzi, con la loro visione. In tutto questo, è doveroso, aggiungere, che nessuna reazione si è mai registrata. “Ogni parola che non imparate oggi – diceva don Lorenzo Milani – è un calcio nel culo che prenderete domani”. I molisani sembrano felici di continuare a prendere i calci nel culo da questi esseri indegni.

E, come sempre accade, i nodi vengono sempre al pettine. Con il Covid i molisani ci stanno sbattendo la testa. Il servizio sanitario pubblico fa schifo. Non risponde più alle esigenze della collettività ma solo alle logiche affaristiche. Tutto è stato studiato a tavolino. La gestione clientelare, come ha spiegato Lucio Pastore, è l’unica strategia utilizzata in questi anni.

«Siamo nel caos più totale» ha affermato il direttore della dell’Unità operativa semplice del pronto soccorso di Isernia. Da quanti anni Pastore sta gridando ai quattro venti che la sanità era ed è nelle mani sbagliate? Quante denunce sono state fatte? (nella foto in basso la locandina di una manifestazione pubblica di quindici anni fa).

«Quello che avviene, quello che si vede è tutto il danno creato da una gestione clientelare negli anni nella scelta delle persone, delle responsabilità, nelle scelte strutturali. Sono state guidate dalle clientele». Comincia così la nostra conversazione con il medico di Isernia. «Fino a quando non è scoppiato il Covid si poteva anche nascondere. Adesso, con il Covid, il sistema si sta sbracando, perdendo pezzi uno dietro l’altro». Il chirurgo, in estrema sintesi, ha illustrato la situazione molisana. Pastore lavora da anni presso la struttura ospedaliera di Isernia. In diverse occasioni, dopo le sue prese di posizione, è stato “colpito” dalla feroce reazione dei dirigenti Asrem. Perché gli operatori non possono, in teoria, parlare. Ma questa forma di censura non ha mai chiuso la bocca alle persone libere.

Il doppio tampone che “blocca il sistema”

«Abbiamo ricevuto delle ordinanze assurde. Come l’ultima sul doppio tampone per il ricovero». Ogni paziente da ricoverare presso la struttura pubblica deve sottoporsi a un doppio passaggio. Una lungaggine che serve a creare nuovi disagi. «Il paziente deve aspettare almeno tre giorni prima di poter entrare in un reparto. Una disposizione che non esiste in nessuna altra parte d’Italia».

E allora perché è stata fatta? «Come un fatto di prudenza. Ma perché due e non tre? Più fai tamponi e più stai tranquillo? È una scelta che blocca il sistema. Infatti ha portato al caos e proprio quel caos ha permesso di fare gli accreditamenti presso i privati. È un caso? Non lo so. Si è creata, però, una situazione di difficoltà di gestione del servizio che poi si è risolta, secondo loro, con questo accreditamento. Ma non si è ancora risolta perché le difficoltà ci stanno ancora, siamo in attesa di questa terza ondata che sembra avvicinarsi. È una situazione caotica, manca il personale, ci troviamo a doverla affrontare in uno stato di stanchezza eccessiva da parte di tutti. Una pessima organizzazione territoriale, una pessima organizzazione per quanto riguarda gli ammalati di Covid».

I vaccini

«Bisogna vedere quale effetto avranno, tenendo conto anche delle varianti. Dai dati che vengono da Israele sembrerebbe esserci un vantaggio con il vaccino, una diminuzione della trasmissione della malattia. Ancora non si conosce bene l’effetto finale».

Le mani nei capelli

L’analisi della Fondazione Gimbe ha messo in evidenza che nella settimana dal 17 al 23 febbraio il Molise ha registrato un incremento del 6,8% dei casi totali di contagio. Numeri che fanno tremare i polsi: 403 casi positivi per 100.000 abitanti. (nella foto in basso la tabella dei nuovi casi).

«La gente sta morendo negli ospedali – ha affermato Italo Testa del Forum molisano per la difesa della sanità pubblica di qualità – . La parte economica, in Molise, è più importante della salute».

Del Forum fa parte anche Lucio Pastore. «In questo momento ci vorrebbe un intervento esterno perché la gestione è ancora con una mentalità di tipo clientelistico, con la spinta verso la privatizzazione. Le scelte si fanno secondo le esigenze delle diverse clientele e della privatizzazione». Un intervento del Ministero? «Un decreto Calabria, ma serve la volontà politica che non si vede e penso che con il governo Draghi è difficile che si possa vedere. Questo governo non può rappresentare l’intervento pubblico. La vedo dura per come sono le cose in questo momento.»

Il caso Molise

La piccola regione di 300 mila abitanti con 346 morti e «un indice di contagio che fa paura. E non si capisce il perché – dice Pastore -. Un giorno qualcuno ci dovrà spiegare tutto questo».

In Molise, però, esiste un commissario di nomina governativa. Si chiama Giustini e da tempo è ai ferri corti con i vertici della politica regionale. Ma la sua azione come può essere giudicata? «Qualche cosa ha evidenziato. Ad esempio il debito e l’origine del debito. Cosa sempre nascosta dai precedenti commissari. Ha fatto un insieme di proposte. L’indirizzo politico non è chiaro, non è un ripristino di una struttura pubblica efficiente ed efficace. Si parla semplicemente, e in senso generico, di ripianare la dimensione debitoria. Questo debito viene dal clientelismo e dalle privatizzazioni. Se non si agisce su questi due fattori si porta avanti solo un’operazione di facciata. Anzi, in questo modo, si favorisce la distruzione del sistema pubblico.»    

Larino: una struttura “abbandonata”

«Rientra sempre in quel concetto. Cosa ci dice il buon senso? Ho una struttura potenzialmente funzionale, la apro e faccio un ospedale Covid». Per farci cosa? «Raccogliere tutti i soggetti Covid, per permettere a tutti gli altri ospedali di funzionare per tutte le altre patologie. Una cosa intuitiva e semplice.»

Invece no. Non sembra tanto semplice. Non bisogna mai sottovalutare l’aspetto economico in Molise. «Fare una cosa del genere significa investire soldi pubblici nel pubblico e non a fini privati. Pure in quelle che sono le indicazioni ministeriali non vogliono che venga il pubblico a gestire. L’assurdo è che comunque i soldi dell’emergenza devono arrivare ai privati. Capitale umano non ne abbiamo più, tra poco dobbiamo chiudere. Ora che ci sta la possibilità di investire perché non si investe nel capitale umano?»                            

Un post, di qualche ora fa, pubblicato su Facebook da Pastore 

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«Ho perso tutto, aiutatemi»

IL GRIDO DI DOLORE. «Se non fosse per quei pochi amici, che ogni mese mi aiutano a pagare le utenze e altro, oggi non so come sarei finito.»

«Ho perso tutto, aiutatemi»

Bennardo Raimondi

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Una battaglia di civiltà. Così possiamo definire la vicenda di Bennardo Raimondi. Un cittadino onesto, un artigiano che si guadagna la vita con il sudore della sua fronte. Un uomo, che al contrario di molti altri, non si “prostituisce” per accaparrarsi i soldi dello Stato. E’ una persona umile Bennardo, è un lavoratore. Ha denunciato la mafia, senza tentennamenti. Senza farsi pubblicità. Perchè su questi temi la mera ed inutile apparenza non serve a nulla. E dura poco, molto poco. Certe cose, con il tempo, si svelano. E dal piedistallo si cade, rovinosamente. Al contrario di altri personaggi non si è arricchito con la sua denuncia. Ha fatto semplicemente il suo dovere. Ed oggi sta pagando il prezzo più caro. E’ rimasto da solo, con la sua famiglia.   

«La Quaresima è tempo di carità – ci scrive in una mail -, che “vissuta sulle orme di Cristo, nell’attenzione e nella compassione verso ciascuno”, rimane “la più alta espressione della nostra fede e della nostra speranza”. Una carità che “si rallegra nel veder crescere l’altro”, cosi ha detto papa Francesco. Ma io vedo, insieme alla mia famiglia, invece – ogni giorno che passa – solo indifferenza

Abbiamo, nei mesi scorsi, raccontato la sua vicenda. Ci siamo posizionati dalla sua parte offrendo il nostro spazio. Perchè le persone perbene vanno supportate in tutti i modi. «Da anni sto lottando – continua l’artigiano siciliano – per avere un minimo di dignità, dopo aver perso tutto a causa della mafia. Ho avuto il coraggio di denunciare ma forse ho sbagliato. Oggi piu che mai, tra Covid e la mia salute (dopo la rottura di una costola), la mia situazione è diventata drammatica. Non posso farla finita perchè ho delle responsabilità verso la mia famiglia. Ma non è giusto che specialmente le Istituzioni siano assenti. Se non fosse per quei pochi amici, che ogni mese mi aiutano a pagare le utenze e altro, oggi non so come sarei finito.»

E’ vergognoso. Questa è l’unica parola che conosciamo per descrivere questa drammatica e assurda situazione. 

Dov’è lo Stato?

Dove sono le Istituzioni?

Dov’è la Regione Sicilia?

Dov’è il Comune di Palermo?

Dove sono tutti coloro che si riempiono la bocca della parola legalità, che piangono lacrime di coccodrillo sui social e durante i tanti convegni? 

Dove sono i leoni da tastiera che, inutilmente, continuano a pubblicare le frasi, le foto di Falcone e Borsellino (che chiamano, senza vergogna, Giovanni e Paolo)?

Questa è la lotta alla mafia? Questo è il modo di aiutare persone che le mafie le denunciano nelle sedi opportune?

Cancellatevi da questi social. Questa inutile apparenza non serve proprio a nulla. Il rincoglionimento da like sta producendo mostri insensibili.   

«Non è giusto che viva cosi la mia famiglia. Vedere mia moglie piangere spesso mi addolora e mi sta distruggendo la vita. Vi esorto. Ho dato tanto e desidero ricevere il minimo umilmente. Vi prego.»

Nel Paese del giorno dopo si attende, si è cauti. Si rimane impassibili. C’è sempre tempo per mettere il viso di qualcuno su qualche bandiera da sventolare in qualche occasione. Le iniziative sulla legalità si sprecano. Tutti vogliono fare il proprio intervento, tutti vogliono apparire. Ma fino a un certo punto. Basta poco per aiutare i tanti cittadini che ci hanno messo la faccia. E non solo.      

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C’è un giudice a Perugia: Ciliberto non ha diffamato nessuno

ARCHIVIAZIONE. «Non ha poi un contenuto offensivo – scrive il gip Avila – il riferimento nell’articolo pubblicato on line alla notizia di un ritorno a Somma Vesuviana di un ex camorrista (quand’anche fosse notizia riferibile all’opponente e falsa), ovvero il richiamo in un passo al “male assoluto”, con cui Ciliberto ha chiarito volersi riferire in generale “alla camorra e al modus operandi di chi sceglie quella vita”. Non si ravvedono, infine, estremi di atti persecutori.»

C'è un giudice a Perugia: il nostro collaboratore non ha diffamato nessuno

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Non c’è stata nessuna diffamazione nei confronti di Fiore D’Avino. Questo si legge nell’ordinanza di archiviazione del gip, dottoressa Angela Avila, del Tribunale di Perugia.

Il nostro valido collaboratore, Gennaro Ciliberto, ha «liberamente manifestato il proprio pensiero, esternando un giudizio critico su fatti, comportamenti e persone – si legge nell’Ordinanza -, in genere riportandosi alle vicende realmente accadute nel suo territorio, senza mai trasmodare in offese penalmente rilevanti, e ciò almeno nelle frasi ed espressioni qui segnalate dall’opponente che sono state da lui scritte nei vari post e nella lettera al sindaco».

Il nostro articolo

«Non ha poi un contenuto offensivo – scrive il gip Avila – il riferimento nell’articolo pubblicato on line alla notizia di un ritorno a Somma Vesuviana di un ex camorrista (quand’anche fosse notizia riferibile all’opponente e falsa), ovvero il richiamo in un passo al “male assoluto”, con cui Ciliberto ha chiarito volersi riferire in generale “alla camorra e al modus operandi di chi sceglie quella vita”. Non si ravvedono, infine, estremi di atti persecutori.»

Abbiamo scritto la verità, raccogliendo anche il punto di vista del legale del D’Avino (in allegato i link per leggere tutti gli articoli), concedendo tutto lo spazio a disposizione. Dichiarazioni che hanno innescato anche la reazione di diversi testimoni di giustizia.

«Gli elementi raccolti – si legge nell’archiviazione – nella fase delle indagini preliminari non consentono di sostenere l’accusa in giudizio perché la notizia di reato si palesa del tutto infondata».

Per Ciliberto «si chiude una brutta storia che ha leso, anche psicologicamente, la mia persona. Fortunatamente fino a 48 anni non mi ero visto mai imputato in nessun tipo di procedimento. Ed oggi, con il senno del poi, vorrei scoprire dove voleva arrivare il D’Avino. Se uno nella vita ha fatto delle scelte, giuste o sbagliate che siano, restano nella storia. Tutto ciò che ho detto, divulgato e scritto erano situazioni ben visibili in rete. E non credo che il D’Avino abbia denunciato cento testate giornalistiche o duecento giornalisti o abbia denunciato i giudici che l’hanno condannato.»

Ma come si è arrivati davanti al gip di Perugia? «Da molti anni, oltre al mio percorso di testimone di giustizia, svolgo un’opera di divulgazione della legalità sul territorio vesuviano e, nello specifico, sul territorio di Somma Vesuviana che, negli anni passati, ha visto l’egemonia del clan D’Avino. Egemonia che anche dopo il pentitismo del collaboratore di giustizia ha visto un’altra costola del clan, un cugino, riformarsi diventando clan predominante dell’area vesuviana. Questa mia divulgazione fatta in duplice veste, sia da testimone di giustizia che da apprendista cronista della testata onlineWordNews.it, ha attirato, dopo un articolo, l’attenzione del collaboratore di giustizia, il quale ha sporto una denuncia querela nei miei confronti per diffamazione presso la Procura di Nola. Questa denuncia ha subìto una prima archiviazione dove il collaboratore di giustizia, con il proprio avvocato, ha fatto opposizione. Il fascicolo, quindi, è stato inviato a Perugia, località del mio polo fittizio. Anche in quella sede è stata proposta l’archiviazione, ma l’avvocato Bucci (legale di Fiore D’Avino, nda) ha continuato ad opporsi.»

«In tale contesto – apprendiamo nell’Ordinanza di archiviazione – si devono inquadrare le sue dichiarazioni le sue dichiarazioni in questa sede contestate, per le quali spesso valgono i principi espressi dalla giurisprudenza, in tema di diffamazione, sull’esimente del diritto di critica, la quale “postula una forma espositiva corretta, strettamente funzionale alla finalità di disapprovazione e che non trasmodi nella gratuita ed immotivata aggressione dell’altrui reputazione, ma non vieta l’utilizzo di termini che, sebbene oggettivamente offensivi, hanno anche il significato di mero giudizio critico negativo di cui si deve tenere conto alla luce del complessivo contesto in cui il termine viene utilizzato” (sez. 5, sentenza 17243 del 2020).»     

La controdenuncia

La vicenda non è affatto conclusa. Il nostro collaboratore non è stato solo denunciato per diffamazione, ma ha dovuto subire anche la reazione con gli innumerevoli post diffusi sul web. «Quello che mi ha fatto male è che fin dall’inizio, da parte del D’Avino, c’è stata un’opera diffamatoria e di divulgazione, a mezzo social attraverso tutti i gruppi facebook di Somma Vesuviana, di questo mio rinvio a giudizio. Quasi fosse certo di una mia condanna. Questa opera ha leso anche la mia immagine. Ho presentato due querele: una contro un certo Tommaso Rea, un tabaccaio di Somma Vesuviana, il quale ha dato la mano alla divulgazione di Fiore D’Avino. Io ho denunciato a mia volta il D’Avino. La mia denuncia ancora non è stata archiviata.»

L’ipotesi di stalking

«C’è stata l’udienza preliminare, dove ero presente sia io che il D’Avino con i rispettivi avvocati, dove Bucci ha fatto un’arringa chiedendo addirittura di procedere per stalking nei miei confronti, per un accanimento nei confronti del D’Avino, sostenendo che io avevo esposto il D’Avino e i suoi familiari a un pericolo. Da parte mia c’è stato un intervento, durato più di quaranta minuti, dove ho spiegato chi ero, la funzione del testimone di giustizia, che cosa avevo denunciato, quali procedimenti ho fatto partire sul territorio di Somma Vesuviana. Procedimenti che si collegano alle elezioni comunali, agli abusi edilizi, denunce contro lo spaccio di droga. Il giudice si era riservato di decidere.»

La giustizia divina

«Durante l’udienza preliminare – ha raccontato Ciliberto – il D’Avino, davanti a un giudice della Repubblica italiana, ha detto queste testuali parole: “io non ho nulla di cui pentirmi”. Ha ribadito di credere solo nella giustizia divina. Quasi come se le condanne a lui inflitte e l’attuale detenzione, non dimentichiamo che fino al 2030 deve scontare una pena per reati associativi, anche se in detenzione domiciliare in virtù della sua collaborazione. Resta un condannato, un pregiudicato per reati di mafia contro un testimone di giustizia che, ad oggi, è persona incensurata. Una persona perbene. Fino alla settima generazione nessun componente della mia famiglia ha subìto condanne. In quella sede quasi quasi, il D’Avino, si sentiva vittima di una giustizia terrena. Non c’è stato nessun atto persecutorio, io non mi sono limitato a non scrivere più. Spesso queste querele servono solo per tentare di interrompere il lavoro dei giornalisti.»

In passato abbiamo raccontato di un suo ritorno a Somma Vesuviana. Questo ha scatenato la reazione?

«Questo è il problema. Come testata giornalistica abbiamo denunciato pubblicamente, nonostante l’avvocato Bucci abbia sempre negato, la sua presenza sul territorio. Ed oggi non sappiamo se vi è una indagine in corso per capire come il D’Avino possa tornare a Somma. Certamente potrebbe tornare se il giudice di sorveglianza permette il ritorno tramite un permesso. Resta il fatto che le persone lo hanno visto, abbiamo la documentazione, lo abbiamo scritto e abbiamo raccolto le parole dell’avvocato che nega la sua presenza. Può essere che c’è qualcosa che non va.»

Ma chi è il soggetto in questione?

«Un boss indiscusso degli anni Novanta, luogotenente di Carmine Alfieri.Fiore D’Avino, insieme al fratello, aveva creato il sodalizio criminale denominato clan D’Avino. Questo clan si è macchiato di molti delitti, ma non solo. È giusto definirlo anche come clan imprenditoriale, partecipava agli appalti e condizionava anche la vita economica dei paesi vesuviani. Fiore D’Avino, nel suo passato di camorrista, ha vissuto la camorra romana. È proprio lui che lo dichiara in varie interviste e nei vari processi, da me ascoltati su Radio Radicale. Loro avevano come quartiere generale proprio Roma, ai Parioli. È stato un esponente di spicco di quella camorra.»

Da qualche ora è morto il fondatore della NCO Raffaele Cutolo. La fazione di Alfieri faceva parte della camorra che si opponeva a quella cutoliana. «D’Avino faceva parte dell’altra fazione, lui si è trovato proprio nel periodo della guerra sanguinaria, quando i morti si contavano. E come è stato detto nelle aule dei tribunali il clan D’Avino ha partecipato a tanti omicidi.»

Tu sei un testimone di giustizia, una figura completamente diversa da quella del collaboratore.

«Per me la figura del collaboratore di giustizia è importantissima, quando ha una valenza riconosciuta da parte della magistratura. Ma ci sono dei collaboratori, che nel loro passaggio, rinnegano il loro passato e la loro appartenenza alla criminalità. Fiore D’Avino non ha mai rinnegato il suo passato. Troppo spesso anche la politica locale dimentica che a Somma Vesuviana c’è un solo testimone di giustizia e parecchi pentiti. Questo è molto grave. In altre città ricevono riconoscimenti, ricevono vicinanza. A Somma Vesuviana, non dobbiamo dimenticarlo, il figlio incensurato di D’Avino – questo concetto l’ho espresso anche nell’aula di tribunale di Perugia – ha partecipato alla campagna elettorale. Una notizia certa, supportata da idonea documentazione. Le valutazioni le lasciamo alla cittadinanza.»                                      

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Testimoni di giustizia, promesse da marinaio

SEI ANNI DOPO. Dopo gli annunci sui social «si è registrato il silenzio». Il testimone di giustizia Luigi Coppola spiega il suo punto di vista: «Di Maio, che è stato anche ministro del Lavoro, non ha mai risposto alle nostre giuste richieste.»

Luigi Di Maio con alcuni testimoni di giustizia

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«Mi sono sentito violentato per l’ennesima volta. Le promesse non sono state mantenute, anzi hanno modificato in peggio qualcosa che poteva iniziare a funzionare». Inizia così la nostra conversazione con il testimone di giustizia Luigi Coppola.

Sono passati sei anni da un post pubblicato dall’attuale ministro (in quegli anni all’opposizione) Luigi Di Maio. L’annuncio, pubblicato su un social, porta la data del 5 febbraio 2015.

Questo il testo propagandistico: “Tra i problemi che subiscono gli italiani ogni giorno c’è anche il fatto che le Leggi esistono ma non si applicano. Oggi ho incontrato alcuni testimoni di giustizia che protestavano sotto Montecitorio. Li ho ricevuti e abbiamo parlato delle mancanze dello Stato nei loro confronti. Alcuni di loro hanno fatto cadere anche imperi mafiosi grazie alla propria testimonianza. Lo Stato deve combattere l’omertà non incentivarla. Gli dobbiamo molto. Io li aiuto».

A quell’incontro – come da foto – parteciparono diversi testimoni, tra cui Luigi Coppola, Francesco Paolo, Carmelina Prisco. Rocco Ruotolo e una coppia di coniugi calabresi.

Cosa è stato modificato in peggio? «Mi riferisco, soprattutto, delle assunzioni dei testimoni». A che punto sono le assunzioni? «Ad esempio i fuoriusciti dal programma di protezione non verranno assunti. La situazione è peggiorata, anche se Crimi (viceministro agli Interni e presidente della Commissione centrale) in una lettera e, poi, di persona mi aveva detto che quell’ostacolo per i fuoriusciti, insieme alla Commissione, poteva essere superato. L’ha scritto di suo pugno».

A Luigi Coppola abbiamo chiesto dell’incontro di sei anni fa. «Noi eravamo sotto Palazzo Chigi per invogliare il Governo a far pubblicare in gazzetta ufficiale i decreti attuativi per le assunzioni. Di Maio era il vice presidente della Camera. Se non sbaglio mandò anche una lettera a Bubbico (all’epoca vice ministro agli Interni) per sollecitare l’impegno nei confronti dei testimoni di giustizia. E ci disse che le leggi ci sono ma non vengono attuate. Poi fece quel comunicato sui social. Ma una volta che sono arrivati al Governo, lo stesso Di Maio, che è stato anche ministro del Lavoro, non ha mai risposto alle nostre giuste richieste. Mai, mai, mai, mai. Aperture dal 5 stelle, come partito di Governo, le ho viste con Vito Crimi. Con Gaetti no, anzi c’è una lettera dell’ottobre del 2018 (foto in basso) dove lui parla dei testimoni di giustizia e delle assunzioni nelle pubbliche amministrazioni.»

Per il presidente dell’Associazione antimafia che rappresenta anche alcuni testimoni: «non bisogna accanirsi solo nei confronti di una sola persona. La legge 3500 (“Disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia”), che porta il nome della Bindi, è stata voluta da tutta la politica. Tutti loro sapevano che tutti quelli che erano stati capitalizzati, automaticamente, perdevano il diritto al posto di lavoro. Ma chi ha avuto i soldi prima non ha potuto scegliere, perché non c’era questa possibilità di scelta, è ancora meritevole come categoria protetta? Le nostre priorità sono il lavoro e la sicurezza. Due concetti che sono sempre lasciati al caso. Non c’è interesse e non c’è volontà politica.»      

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Pippo Fava: «la mafia è nello Stato»

La lezione del giornalista con la schiena dritta ucciso da Cosa nostra a Catania

Pippo Fava

“Io vorrei che gli italiani sapessero che non è vero che i siciliani sono mafiosi. I siciliani lottano da secoli contro la mafia.

I mafiosi stanno in parlamento, i mafiosi sono ministri, i mafiosi sono banchieri, sono quelli che in questo momento sono al vertice della nazione.

Nella mafia moderna non ci sono padrini, ci sono grandi vecchi i quali si servono della mafia per accrescere le loro ricchezze, dato questo che spesso viene trascurato.

L’uomo politico non cerca attraverso la mafia solo il potere, ma anche la ricchezza personale, perché è dalla ricchezza personale che deriva il potere, che ti permette di avere sempre quei 150mila voti di preferenza.

La struttura della nostra politica è questa: chi non ha soldi, 150mila voti di preferenza non riuscirà ad averli mai!

I mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono gli esecutori. Ad esempio si dice che i fratelli Greco siano i padroni di Palermo, i governatori. Non è vero, sono solo degli esecutori, stanno al posto loro e fanno quello che devono fare.

Io ho visto molti funerali di Stato: dico una cosa che credo io e che quindi può anche non essere vera, ma molto spesso gli assassini erano sul palco delle autorità“.

Pippo Fava

Se questo è un presidente

SGOVERNATORI 3.0 – Il tris è servito. Dopo la gestione familistica di Michele Iorio e dopo l’imprenditore Frattura al piccolo Molise è “toccato” il terzo sGovernatore: il cantastorie Donato Toma. Ma anche la sua musica stona, soprattutto, con una sanità pubblica distrutta e sempre più ingabbiata. Un vero e proprio fallimento politico ed istituzionale. Perché non far gestire da Emergency di Gino Strada l’ospedale di Larino (chiuso e sbarrato dalla malapolitica)? È possibile farlo, caro commissario ad acta, o bisogna chiedere il permesso a qualcuno?

Se questo è un presidente
Donato Toma con il suo sorriso smagliante.

di Paolo De Chiara, WordNews.it

«L’ironia è la scala mobile per le difficoltà della vita. È l’ingrediente “magico” nei contesti adeguati: quando sei alla presenza di persone intelligenti.» Questi sono i contenuti che si trovano sulla pagina social dell’attuale sGovernatore della Regione Molise. E lui, tomo tomo e cacchio cacchio, continua a canticchiare le sue canzonette. Altro che ironia, caro Toma. Servirebbero le dimissioni immediate. Sue (dalla politica) e di tutti quelli (dalla società) che l’hanno sostenuta e continuano a sostenerla.   

La situazione è drammatica e voi, tutti voi, continuate a giocare con il fuoco. Non ve ne frega niente di nessuno. Il 7 marzo scorso, undici mesi fa, sempre sulla sua pagina facebook Toma scriveva: «Il Governo a breve varerà misure maggiormente restrittive per contrastare la diffusione del contagio da COVID-19. Misure che richiederanno sacrifici per qualche settimana, misure che contribuiranno a tutelare la salute degli italiani. Intanto, cari giovani vi invito a rispettare nei rapporti sociali della “movida” la distanza di sicurezza (almeno un metro). La prevenzione è l’unica arma che batte la diffusione del contagio».

Un inutile appello ai giovani del virogolo-presidente.

Prevenzione? Qual è stata la vostra opera di prevenzione? Tenere chiuso un ospedale a Larino per la vostra inesistente politica?

I sacrifici? Ma lei è sicuro di conoscere il significato di questa parola? O la usa a sproposito, a vanvera, solo per agguantare qualche inutile like. L’unica cosa a cui si può aspirare, per la verità. I voti, lei e quelli come lei, potrà guardarli con il binocolo.

Questa gestione politica è la peggiore degli ultimi anni. E lei, con la chitarra e con quel panzone, se la canta, se la suona e se la ride. Addirittura, e non era affatto facile, siete riusciti a fare peggio delle passate gestioni politiche. In un colpo solo avete superato Michele Iorio – oggi ancora presente in consiglio regionale – con la sua gestione familistica e quell’altro, l’imprenditore Frattura. Che da capo dell’opposizione (arrivando dalla maggioranza), prima di diventare sGovernatore, voleva costruire centrali a biomasse dove non si potevano installare.

Le bocciature lentamente sono arrivate e dal cilindro è sbucato il giullare. Con quel sorrisino stampato perennemente sulla bocca. La situazione sanitaria è disastrosa, gli ospedali sono al collasso, gli operatori sono esausti, i dati sono maledettamente drammatici e lei ride. Mi scusi: ma che cazzo ha da ridere?

È consapevole che la sua gestione politica ed istituzionale è totalmente fallimentare? Riesce a comprendere che la sanità molisana fa schifo (ovviamente per colpa vostra)? È cosciente che i molisani sono stanchi delle vostre parole, dei vostri annunci, della vostra presenza, dei vostri faccioni? Avete lasciato questa Regione, per colpa delle vostre politiche arroganti, inconcludenti (per il bene comune) e pericolose, con le pezze al culo. Ma come si dice, a caval Donato non si guarda in bocca. E che bel dono si sono fatti i molisani. Molli nel protestare ma tosti nel votare a cazzo.  

Ma lui mostra le carte. Le mostra nelle trasmissioni nazionali che se ne fottono del Molise. E non si accorgono che quello che dice è il contrario di quello che c’è scritto. Perché questa è la verità. Fate il bello e il cattivo tempo perché ve lo permettono. Destinate i nostri soldi (pubblici) per cose inutili e lo fate senza nemmeno essere contestati. Non solo nessuno vi contesta (a parte qualche sparuta minoranza) ma vi continuano pure a votare.

Michele Iorio, lo tsunami della politica regionale, è stato votato e rivotato ovunque. Frattura è stato votato. E anche lei, caro Donatino, con le sue infinite liste, è stato sciaguratamente eletto. Altro che le sette piaghe d’Egitto. È vero, siete stati votati e siete stati eletti. Ma non siete diventati i padroni di tutto. Pensate di esserlo, ma è soltanto una vostra mera e passeggera illusione.

Il tempo è galantuomo, cari assessori e consiglieri. Avete fallito. Non siete in grado di governare nemmeno un bilocale. E vorreste governare un’intera Regione. Questa si chiama arroganza, presunzione. Pressapochismo. Pensate di essere degli strateghi della politica nostrana, ma non è così. Siete l’antitesi della politica. È talmente nobile questo termine che non può appartenervi. Rappresentate quel potere che vi permette di poggiare i vostri flaccidi deretani su quelle comode e remunerative poltrone.

Molisani, svegliatevi. Cacciate i mercanti dal Tempio.

Commissario se ci sei batti un colpo…

Da diverso tempo tentiamo di metterci in contatto con il commissario ad acta, di nomina governativa, Giustini. Non avrà un buon rapporto con il suo telefono. Lo stanno massacrando in tutti i modi ma lui, coerentemente, non risponde quasi a nessuno. Finalmente, qualche giorno fa un sussulto. Ha deciso di rivolgersi – carte alla mano – a chi di competenza. Ora si attendono sviluppi. Ma in attesa di risposte e di inchieste (possibilmente approfondite) perché non pensare a fottere questa politica distruttiva. Ecco la proposta. A Larino c’è una struttura nuova e abbandonata da chi persegue altri interessi. Perché non convocare in Molise il fondatore di Emergency e affidare quell’ospedale direttamente a Gino Strada?

È impossibile?

Per uscire dal guado bisogna sconquassare gli attuali equilibri. Una proposta del genere potrebbe creare tensione e provocare attacchi. Ma se dovesse andare in porto?

Potrebbe essere un modo per sparigliare le carte gestite e distribuite, negli ultimi decenni, dallo stesso mazziere.      

Un po’ di ironia.

Ora che abbiamo terminato (per adesso), caro sGovernatore, ce la canti pure una canzoncina. Vogliamo anche il suo sorriso e il suo bel panzone. Lei è napoletano e, quindi, non dovrebbe avere problemi con le parole di Carosone. Questo è il nostro suggerimento, così ce la facciamo tutti quanti una bella risata…

‘O chiámmano Giuvanne cu ‘a chitarra…/Pecché sape cantá tutte ccanzone./E’ stato ‘nnammurato ‘e na figliola/Che ll’ha lassato miezo scumbinato…/E porta ‘e sserenate a ‘e ‘nnammurate:/Pe’ ciento lire canta “Anema e core”,/Pe’ cincuciento fa ll’americano:/S’arrangia a ‘mpapucchiá “Johnny Guitar”…/’O chiámmano Giuvanne cu ‘a chitarra…/E pare ‘o pazzariello de ccanzone!

Zunzù… zunzù… zunzù…

«Che epoca terribile quella in cui degli idioti governano dei ciechi.»

Re Lear, Shakespeare

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TRATTATIVA STATO MAFIA

RUBRICA «DIAMO VOCE». Puntata dedicata alle SCELLERATE TRATTATIVE.

Trattativa Stato-mafia: ne parliamo con Antonio Ingroia

RUBRICA «DIAMO VOCE». Puntata dedicata alle SCELLERATE TRATTATIVE. Sabato 6 febbraio 2021, ore 18:00, l’intervento dell’ex pm Antonio Ingroia.

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«La Trattativa continuò anche con il Governo Berlusconi. Dell’Utri, lo spiegano i giudici nella sentenza, rappresentò a Berlusconi le richieste di Cosa nostra. E dicono i giudici che quel Governo tentò di adoperarsi, non riuscendoci per motivi che non dipendevano dalla volontà del premier, per accontentare alcune delle richieste di Riina. Dice quella sentenza che un presidente del consiglio del Governo italiano, nello stesso momento in cui era presidente del consiglio, continuava a pagare, come aveva fatto nel 1974, cospicue somme di denaro a Cosa nostra».

Nino Di Matteo, Roma, 14 novembre 2018

LA TRATTATIVA STATO MAFIA.

Ne parleremo con l’avvocato, già pm Antonio Ingroia, con il direttore di WordNews.it Paolo De Chiara e con i collaboratori di WordNews.it Alessandra Ruffini Alessio Di Florio.

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Diamo Voce #rubrica

L’Italia – e non solo l’Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: «contaminazioni» tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno…

#PierPaoloPasolini

LE NOSTRE DIRETTE. Con la puntata pilota (23 gennaio 2021) abbiamo inaugurato, grazie alla preziosa collaborazione con Daniele Ventura, il primo dei nostri appuntamenti. Due al mese, con eventuali puntate speciali. Nel prossimo appuntamento (sabato 6 febbraio 2021) parleremo della Trattativa Stato Mafia, insieme all’ex PM Antonio Ingroia.

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Il nostro giornale (antirazzista, antifascista e laico) è nato – anche – per dare Voce a chi non ce l’ha. Il nostro compito è quello di raccontare e di denunciare. E per queste ragioni abbiamo deciso di creare una finestra fissa, per incontrare persone, per comprendere, per confrontarci. Per dare la possibilità ai lettori di ascoltare e di guardare in faccia i propri interlocutori.

WordNews è un giornale giovane, abbiamo compiuto un anno lo scorso 8 gennaio. Sino ad oggi abbiamo pubblicato 2497 articoli. Una vera palestra per colleghi giovani e meno giovani. Il nostro compito è informare senza filtri. Non abbiamo padroni. Noi siamo liberi.  

Con la puntata pilota (23 gennaio 2021) abbiamo inaugurato, grazie alla preziosa collaborazione con Daniele Ventura, il primo dei nostri appuntamenti. Due al mese, con eventuali puntate speciali. Dopo aver affrontato il tema delle infiltrazioni nelle infrastrutture (con il testimone di giustizia Gennaro Ciliberto e l’ex PM Antonio Di Pietro) continueremo ad occuparci di questioni che riguardano la collettività.

Tanti i temi che toccheremo: dalle mafie all’ambiente, dalla poesia alla cultura. Nel prossimo appuntamento (sabato 6 febbraio 2021) parleremo della Trattativa Stato Mafia, insieme all’ex PM Antonio Ingroia. 

Noi abbiamo l’entusiamo e la passione di fare questo bellissimo mestieraccio. E restiamo a disposizione per chi ha bisogno del nostro sostegno. 

La redazione.

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#Memoria

#memoria

La memoria è come il mare: può restituire brandelli di rottami a distanza di anni.

(Primo Levi)

#settimanadellamemoria

CRIMINALITA’ in Molise. Nola (M5S): «Dati preoccupanti, serve sinergia tra istituzioni e amministratori»

CRIMINALITA' in Molise. Nola (M5S): «Dati preoccupanti, serve sinergia tra istituzioni e amministratori»

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Da quanti anni si sta gridando al pericolo? Da quanti anni si parla di affari della criminalità organizzata nel piccolo e “tranquillo” Molise? Ancora qualcuno parla di “isola felice”. Ma questa definizione è solo fuorviante. Si utilizza per non affrontare il tema, per nascondere la sabbia sotto al tappeto. Quante dichiarazioni sono state utilizzate in passato per denunciare una situazione che va avanti da più di trent’anni? Si continua a fare finta di non vedere, di non sentire. E nessuno ne parla. Anzi c’è anche qualcuno che continua a dire che sono temi vecchi, che mettono in pessima luce un territorio. E di tanto in tanto, quando la magistratura e le forze dell’ordine intervengono con operazioni mirate, si grida allo scandalo. Per qualche ora. Poi, come d’incanto, ritorna il silenzio. Non servono a nulla i titoloni che parlano di “allarmi”, di “pericoli di infiltrazioni”. Serve altro.

In Molise le mafie (camorra, ‘ndrangheta, mafia foggiana…) sono vive e vegete. Fanno i loro sporchi affari in silenzio. Un silenzio assordante. Nella totale tranquillità, in passato, hanno acquistato aziende e inquinato i territori con rifiuti tossici e nocivi (e pale eoliche). Ed oggi continuano a riciclare soldi sporchi, a installare società fantasma (s.r.l./s.a.s.). E nessuno si è mai accorto di nulla. Nessuno vuole accorgersi di nulla. Non basta la cronaca spicciola, non basta riportare il mero comunicato stampa. Si deve indagare a fondo. Non bisogna attendere gli organi inquirenti. L’informazione deve anticipare le inchieste della magistratura. E’ necessario collegare le società, capire da chi sono rette, gli appalti che vincono in tutta Italia. Scardinare un sistema criminale e malavitoso. Mafioso e massone. Altro tema, quest’ultimo, tenuto nel dimenticatoio.

«I dati sul rischio di infiltrazioni malavitose in Molise sono eloquenti – ha scritto in una nota Nola, presidente della commissione Antimafia regionale – e, purtroppo, drammaticamente chiari. Lo ha confermato anche l’Indice di permeabilità dei territori alla criminalità organizzata in Italia, uno studio condotto da Eurispes nel quadro di un protocollo d’intesa con la Direzione nazionale Antimafia e Antiterrorismo.»

E cosa dicono i dati? «Che il Molise è quinto nella classifica delle regioni a maggior rischio d’infiltrazioni, preceduto solo da Calabria, Campania, Sicilia e Puglia. Inoltre, la provincia di Isernia è catalogata come territorio a rischio alto, mentre quella di Campobasso è definita territorio a rischio medio-alto.»

E proprio nella provincia di Isernia gravitano tante società fantasma. Che cosa ci fanno? Perchè hanno la sede legale in questo territorio e, poi, operano in Campania. Chi sono i personaggi che gravitano intorno a queste società? A breve arriverà una risposta dettagliata.  


«L’Eurispes certifica – continua Nola – quanto ho sempre denunciato nei mesi scorsi anche in qualità di presidente della Commissione speciale a carattere temporaneo di studio sul fenomeno della criminalità organizzata nel Molise: l’indice di permeabilità delle organizzazioni malavitose nella nostra regione è in crescita.»

La questione è anche politica. «Il nodo è politico», diceva Paolo Borsellino, il magistrato ammazzato, insieme alla sua scorta, in via D’Amelio (19 luglio 1992) dalla mafia e dagli apparati dello Stato (che hanno sottratto la sua Agenda Rossa).  

«Davanti a questa situazione – spiega il consigliere regionale dei Cinque Stelle – le istituzioni devono reagire. Bisogna alzare il livello di guardia, fare rete e avere il coraggio di denunciare alla magistratura ogni minimo segnale riconducibile ad attività illecite. L’attuale momento di crisi economica, che vede tante, troppe attività immobiliari, commerciali, artigianali, turistiche e agricole in difficoltà gestionale e finanziaria, prepara terreno fertile alla criminalità e le apre nuove possibilità di espansione. Faccio appello a tutti gli amministratori pubblici e privati affinché, ancor più in questo periodo, facendo leva sull’etica e sul proprio senso di responsabilità, in ogni occasione sappiano informare, seguire e tutelare i cittadini più fragili rispetto ai tentativi d’infiltrazione criminale.»

 

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Al fianco di Gratteri

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La redazione di WordNews.it esprime la sua vicinanza al Procuratore Capo della Repubblica di Catanzaro, Nicola Gratteri.

Il sistema masso-mafioso non riuscirà a fermare l’azione di un magistrato, dei suoi uomini e di uno Stato serio, impegnato a debellare questo cancro secolare.

Noi faremo la nostra parte. Sosterremo uomini e donne impegnati in questa quotidiana battaglia, senza restare a guardare, con le mani in tasca. Useremo il nostro bellissimo mestieraccio per svelare i fatti, per far emergere situazioni sapientemente nascoste.

Per portarle all’attenzione dei nostri lettori.

Questo è il modo che conosciamo per fare al meglio il nostro mestiere. Questo è il modo per “proteggere” il Procuratore Nicola Gratteri.

E questa è la nostra sfida. Noi sfidiamo questo sistema marcio, noi sfidiamo questi piccoli uomini (massoni e mafiosi) che pensano di fare il bello e il cattivo tempo. Noi sfidiamo queste “menti raffinatissime”.

In passato hanno colpito. In passato siamo stati distratti. In passato abbiamo girato la testa dall’altra parte.

Mettetevelo nella testa (marcia di potere, avidità e sangue). Gratteri non è solo!

Il direttore

La redazione

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Infrastrutture e infiltrazioni: Antonio Di Pietro si confronta con imprenditori e testimoni di giustizia

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«Metteremo in luce anni – spiega Daniele Ventura, denunciante ed ex imprenditore – di mala gestione delle infrastrutture pubbliche e le infiltrazioni della malavita con l’unico testimone d’Italia, Gennaro Ciliberto che da tempo ha denunciato la mancata manutenzione delle strade e le relative infiltrazioni della malavita. Parleremo – continua Ventura – delle condizioni delle nostre strade ed autostrade, ponti e viadotti che in questi anni hanno visto incredibili crolli e tante vittime, che potevano essere risparmiate con un controllo serio e una corretta gestione e manutenzione.

Ne parleremo assieme all’Avvocato ex Ministro delle infrastrutture Antonio Di Pietro, al direttore di WordNews.it Paolo De Chiara, alla collaboratrice di WordNews.it Alessandra Ruffini

Ovviamente, sarà presente con la sua testimonianza anche il denunciante ed ex imprenditore Daniele Ventura.

«Il clan dei casalesi è indebolito, ma non è sconfitto»

CASO DI MALAGIUSTIZIA. L’INTERVISTA/Terza parte. PARLA LORENZO DIANA, già Senatore della Repubblica (tre legislature), minacciato e condannato a morte dalla camorra casertana. Da sempre impegnato a combattere il sanguinario clan dei casalesi. L’unico politico preso come esempio positivo da Roberto Saviano nel libro Gomorra. Nel 2015 il fulmine a ciel sereno: viene accusato di concorso esterno in associazione camorristica. Un calvario durato quasi sei anni. Da qualche mese sono cadute tutte le accuse. Abbiamo raccolto la sua testimonianza: «Bisogna porre attenzione alle mafie anche quando non sparano. E saper capire che oggi c’è un rischio enorme. Solo le antimafie retoriche, stupide e cieche non capiscono il problema strutturale che c’è nella società italiana.»

«Il clan dei casalesi è indebolito, ma non è sconfitto»
Lorenzo Diana (a sinistra) con Antonio Ingroia

di Paolo De Chiara, WordNews.it

Riprendiamo l’ultima parte dell’intervista con Lorenzo Diana, già Senatore della Repubblica italiana. Siamo ripartiti dai collaboratori di giustizia. «Ritengo fondamentale l’istituto dei collaboratori di giustizia perché, spesso, lo Stato non sarebbe arrivato a risultati. Ma dobbiamo essere consapevoli che non si possono chiamare “pentiti”, tranne rarissimi casi. I collaboratori di giustizia sono coloro che fanno un calcolo di convenienza o perché sono braccati da altri pezzi di clan nemici o perché sconfitti dallo Stato, arrestati e condannati all’ergastolo o prossimi alla condanna a vita. Quindi c’è un puro calcolo di convenienza da parte del collaboratore e anche lo Stato ne valuta la convenienza a utilizzarli. Ma vale molto la capacità professionale dei magistrati. La scuola Falcone e Borsellino deve essere un riferimento solido. Certi collaboratori parlano con molta facilità, senza rivelare quasi mai i loro patrimoni. Antonio Iovine, ad esempio, non ha mai rivelato quali fossero i suoi patrimoni. Dall’altra parte, poi, abbiamo dichiarazioni fumose che diventano sensazionalistiche. Lasciate trapelare sulla stampa.»

Iovine è l’ex boss dei casalesi che ha accusato lei?

«In realtà non ha mai fatto una dichiarazione precisa nei miei riguardi. Lo abbiamo esaminato varie volte con il mio avvocato. Come aveva detto il dott. Ardituro, che lo trattava, Iovine non aveva detto nulla su di me. Mai un’accusa precisa.»

Cosa ha dichiarato il collaboratore Iovine?

«“Quando ci sono stati i lavori della metanizzazione noi a San Cipriano d’Aversa”, il mio Comune, “non ci siamo andati perché c’era Diana”. Punto. Si ferma qui. Intorno a questa dichiarazione è stato costruito un teorema investigativo.»

Cosa significa?

«“Non ci sono andato perché potrebbe esserci un patto con Diana”. Questo è il teorema. Successivamente, nell’ambito del processo che ha riguardato questa vicenda in cui non ero rinviato a giudizio, Iovine interrogato in udienza dal dottor Francesco Chiaromonte, che presiedeva il collegio giudicante, balbettava dicendo cose diverse. Il giudice lo incalza e lui dichiara, nel 2017: “Mi scuso Presidente, noi tutti, capi, affiliati e aggregati del clan, sapevamo che Lorenzo Diana era colui che aveva contribuito a farci arrestare nell’operazione Spartacus. E, quindi, ci tenevamo lontani, ci guardavamo bene dall’avvicinarci dove c’era Diana perché ci faceva arrestare. Ecco la fretta e l’approssimazione investigativa. Se si fossero approfondite quelle dichiarazioni non avrebbero avuto modo di proseguire, perché lui non dichiara mai che Diana è connivente e colluso. Si lascia una dichiarazione sospesa e viene avanzato un teorema investigativo che Iovine stesso, nel processo, chiarisce al presidente. I due collaboratori, che vengono utilizzati contro di me, affermano che Diana era ed è il nemico del clan. Uno è il braccio destro di Zagaria, Caterino Massimiliano, e l’altro è Antonio Iovine. Quello che veniva ritenuto come presunto accusatore fa chiarezza.»

Deve esserci una responsabilità per i magistrati che compiono degli errori?

«La magistratura deve avere la sua autonomia ma, sicuramente, un principio di responsabilità vi deve essere per tutti. Se vale per il Presidente della Repubblica non può non valere per tutti gli altri.»

E per quanto riguarda i tempi della Giustizia?

«Se i magistrati avessero avuto obblighi di rispettare determinati tempi questo non sarebbe accaduto. Tra i due PM, uno Sirignano è finito in un procedimento disciplinare del CSM perché coinvolto nelle telefonate con il giudice Palamara. In queste telefonate parlano di come mettere paura ai Procuratori di Firenze e di Perugia, perché non si prestano ai loro disegni; l’altro è il dottor Catello Maresca, oggi in pista per candidarsi a sindaco di Napoli. Resta un fatto…»

Quale?

«I cittadini devono essere fermamente convinti e mai avere qualche dubbio sul fatto che le indagini possano essere un elemento di promozione dell’indagine di chi le conduce. Sono sereno nei loro riguardi. A me interessava e interessa l’accertamento della verità, che si sia fatta chiarezza. Però è veramente intollerabile che un cittadino possa trovarsi, dalla mattina alla sera, in un dramma pur essendo innocente e incolpevole. Ci può essere, come dire, un incidente di percorso della Giustizia, che sicuramente è invasiva perché decide delle libertà e della vita delle persone. Ma questo potere invasivo deve essere ben regolamentato, circoscritto per evitare che faccia guasti. Quante altre persone sarebbero state in grado di difendersi con i miei strumenti culturali? Non tutti hanno queste capacità. Non tutti hanno risorse finanziarie per difendersi con le spese legali in una situazione del genere. Ecco perché la Giustizia deve essere molto più attenta. E su questo c’è bisogno di una Riforma e anche di una autoriforma del CSM.»

Cosa farà Lorenzo Diana nei prossimi mesi, politicamente parlando?

«Mi sono ritenuto sempre sul fronte, nella mia vita non ho mai fatto cose facili. So che la vita di un individuo non si risolve, non si salva senza gli altri. Non c’è salvezza, miglioramento a livello individuale. Noi miglioriamo se la nostra polis migliora complessivamente. Non posso star bene se non stanno bene gli altri. Ho profondo convincimento che la vita non può fare a meno della politica, l’arte più nobile verso gli altri. La politica non può non esistere. Sono sempre convinto che sia indispensabile. Da alcuni anni sono senza alcuna tessera di partito, anche perché non mi soddisfano i partiti come sono oggi. Sono amareggiato dell’abbassamento di qualità delle classi dirigenti.»

Il suo ultimo partito è stato il PD, dopo le esperiente con la Sinistra Democratica (L’Ulivo) e i Democratici di Sinistra…

«Lasciai il PD dieci anni fa, poi ho avuto una esperienza con il Sindaco di Napoli nella conduzione del Centro Agroalimentare. Poi sono rimasto senza partito…»

E il PD ha dimostrato la sua vicinanza?

«Sì, diverse persone. Ma devo dire che sono stato contattato da persone di vari schieramenti. Anche di destra e anche da molte autorità, magistrati, giornalisti.»

Antonio Bassolino, dopo la fine dei suoi processi e le assoluzioni, ha annunciato la sua disponibilità per le prossime amministrative a Napoli. Lei immagina un impegno politico in futuro?

«Il mio impegno non sarà, sicuramente, simile a quello che passato. Oggi avverto l’impegno di contribuire nel mio piccolo a far crescere la consapevolezza di una riforma della Giustizia. Ma, dall’altra parte, non mi sottraggo mai su quelle che sono state le mie scelte di vita. Una battaglia contro tutte le mafie e le ingiustizie.»

Nel suo territorio la camorra dei casalesi è stata sconfitta?

«Il clan dei casalesi è stato duramente colpito. I capi sono stati tutti arrestati. Ma come ho dichiarato in una intervista di quindici anni fa la camorra, ma soprattutto il clan dei casalesi, è una società per azioni. Quando viene arrestato un amministratore delegato viene sostituito da un altro amministratore delegato. Il restante clan dei casalesi ha sempre un capo, un reggente. Sempre. Questo vale per tutti. Anche chi resta fuori, che sia il figlio o la moglie o un familiare o un nuovo arrivo, continua quell’attività. Per cui il clan dei casalesi è indebolito, ma continua a estorcere, a gestire le attività delle sale scommesse, dello spaccio di droga. Dispongono ancora, e sempre, di patrimoni e di capitali accumulati nel tempo per cui gli imprenditori che hanno investito con la camorra, o sotto il nome della camorra, continuano ad esistere. Hanno la competenza per utilizzare le società, e i capitali, che sono state messe in piedi con la camorra. E questi sono scarsamente colpiti.»

Per la famosa spettacolarizzazione di cui parlava prima?

«Mi permetto di fare un appunto all’azione repressiva nei confronti dei clan…  

Prego…

«Talvolta, nel rincorrere la spettacolarizzazione della lotta alle mafie e alla camorra, ad ogni operazione si annuncia un colpo quasi mortale ai clan. Ma non è così. Per questa ragione si fa un cattivo servizio alla giustizia, nel momento in cui si lascia passare il messaggio di una operazione mortale. E questo, poi, si contraddice nella realtà, per cui la popolazione è sempre più sfiduciata. Sicuramente oggi lo Stato è molto più avanti, grazie alle battaglie condotte dalla società civile, da pezzi di magistratura, dello Stato, delle forze di polizia. Ma dobbiamo essere consapevoli che sia il clan dei casalesi che tanti altri clan sono indeboliti, ma non sconfitti.»

Bisogna tenere alta la guardia?

«Tenerla alta ma, soprattutto, se non si appunta il bisturi chirurgico nei momenti di difficoltà di questi clan noi li facciamo ricostruire e ricrescere. Per questo serve una magistratura molto professionale, molto attenta e consapevole. Le forze di polizia altrettanto. E una alta attenzione da parte della società. Quando calano i riflettori dell’attenzione pubblica cala anche il livello di impegno dello Stato nelle sue articolazioni. Ecco perché non si può sottovalutare. Noi dobbiamo lasciare, definitivamente, alle nostre spalle quell’antico convincimento poliziesco del contenimento delle camorre e delle mafie.»

Quando contenerli?

«Quando danno troppo fastidio. E, invece, bisogna sostituire questo principio antico, che è sbagliato, con il principio della sconfitta delle mafie e delle camorre. Ovviamente si ricostituiranno ma a un livello più basso. Se noi partiamo da questo principio attrezziamo meglio la magistratura, le forze di polizia e la società a contrastarle adeguatamente e continuatamente. Un messaggio va dato. Pure in una società sana ci sarà sempre qualcuno che commetterà dei reati e questo spiega perché, a livelli diversi, il problema della criminalità esiste in tutto il mondo. Bisogna capire non solo nel momento di alta patologia, come è accaduto nell’Italia delle stragi, ma anche in momenti meno rumorosi. In Italia, oggi, le mafie tendono alla cosiddetta politica dell’insabbiamento, per fare affari nel silenzio. Quando si spara si assiste ad un momento patologico della mafia e della criminalità. Bisogna porre attenzione anche quando non sparano. E saper capire che oggi c’è un rischio enorme

Che rischio?

«Durante questa pandemia, con la crisi economica di tanti settori, di tanti esercizi commerciali, di tante imprese chi dispone di denari, come le mafie, può accaparrarsi molte attività che oggi sono in grosse difficoltà ma che domani possono rendere. Bisogna alzare la guardia. E solo le antimafie retoriche, stupide e cieche non capiscono il problema strutturale che c’è nella società italiana che non riguarda solo il Sud, ma l’intero Paese.»

La sua condanna a morte è ancora valida?

«Mi auguro assolutamente di no, però non ci sono elementi per dire che un certo giorno abbiano deciso di rinunciare a qualcosa del passato. Un fatto è certo: quando lo Stato è più forte nell’offensiva contro la criminalità questi sono in difficoltà. Lo Stato deve far sentire la sua solidarietà sempre. Non vorrei vedere mai più una lettera della Prefettura che chiede di revocarmi la scorta, un anno e mezzo dopo le indagini, nel dicembre del 2006.»

Con quale motivazione?

«Con la risibile motivazione che risultavo indagato. Quella indagine basata sul nulla e ora è stata archiviata. Questo non può essere assolutamente il modo di stare affianco a un cittadino che sia a rischio. Avrei preferito altre motivazioni. Quindi basta che un cittadino o un delinquente faccia una denuncia, magari anche anonima, per eliminare la tutela da parte dello Stato. Vorrei ricordare che i problemi derivanti dai miei impegni contro le camorre non erano impegni rivolti al passato. Nei pochi mesi precedenti all’avviso di garanzia che mi raggiunse avevo avuto anche qualche avvisaglia minatoria.»

Per quali motivi?

«Avevo contribuito, in modo determinante, a denunciare e fare arrestare dei camorristi del clan locale di Volla perché erano venuti a sottoporre a minacce ed estorsioni gli imprenditori commercianti del mercato. Gli imprenditori ebbero paura a fare denuncia e ricevetti richiesta di aiuto. Non esitai a recarmi subito in Procura e dai carabinieri e, in pochi giorni, fu fatta una straordinaria operazione che portò agli arresti degli elementi che erano venuti a fare l’estorsione. La mia battaglia non era datata, non era rivolta al passato. In qualsiasi posto sono stato mi sono posizionato sul fronte della lotta alle camorre, anche al mercato avevo allontanato le ditte della camorra dalla gestione dei servizi. Avevo trovato le imprese di più clan napoletani e casertani. Infatti una delle accuse rivolte era quella di aver nominato un avvocato senza un avviso pubblico o gara. Ho nominato questo avvocato per difendere la società CAAN (Centro Agroalimentare di Napoli, ndr) nel giudizio, già in corso, contro la società Gesap di certo Angelo Grillo, tuttora nelle patrie galere per associazione mafiosa. Dovetti lottare con determinazione per cacciare dal mercato questa società che risultava essere in odore di camorra. Problemi che stavo affrontando in quei mesi, in cui è pervenuto l’avviso di garanzia. Questo era riscontrabile presso l’Arma dei carabinieri e presso la Procura. Non penso che una persona collusa vada a denunciare i personaggi con cui sarebbe colluso. Ho toccato con mano una certa approssimazione di una indagine che ha portato a guardare il clamore.»                                

Terza ed ultima parte

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– PRIMA PARTE.«Sono stato giudicato da un tribunale morale»

– SECONDA PARTE. «Bisogna riformare la giustizia»

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